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FIRME FALSE M5S, ORA GRILLO E’ COSTRETTO A PENSARE ALLE ESPULSIONI, INDAGINI SUL VICEQUESTORE AMICO DEL M5S E SULLA PERQUISIZIONE A UN GIORNALISTA SENZA MANDATO

Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

IN FORSE LA CORSA DEL MOVIMENTO A PALERMO

Il caso delle firme false di Palermo potrebbe detonare dentro il M5S e travolgere la candidatura grillina per le comunali di Palermo del 2017.
Beppe Grillo ha fiutato che la posizione dei pentastellati coinvolti si sta aggravando e vuole subito un chiarimento, anche per evitare che a tre settimane dal referendum la storia degeneri e comprometta tutto il Movimento.
La notizia che ci sarebbero almeno dieci indagati iscritti sul registro della Procura di Palermo ha allertato i vertici 5 Stelle.
Si parla chiaramente di sanzioni e di possibili espulsioni se dovessero essere confermati i reati di falso ipotizzati per l’inchiesta della magistratura nata da una serie di servizi delle Iene.
La traccia che seguono i pm è stata ampiamente raccontata dalla trasmissione tv: le firme apposte sui documenti presentati per le liste elettorali delle comunali di Palermo del 2012 sono state falsificate.
Lo hanno provato gli inviati delle Iene e poi i magistrati, convocando i diretti interessati, attivisti o semplici cittadini, che hanno confermato di non aver mai firmato alcuna lista elettorale.
La storia è ormai nota: un gruppo di attivisti 5 Stelle accusa deputati regionali e nazionali, assieme ad altri grillini palermitani di primo piano, di aver falsificato gli atti.
Già  nel 2012 una prima inchiesta venne archiviata. Un militante su tutti fa nomi e cognomi. Si chiama Vincenzo Pintagro. È il superteste della Procura.
È lui a puntare il dito contro Riccardo Nuti, allora candidato sindaco con il nome acchiappavoti di “Il grillo”, Giulia Di Vita, Chiara Di Benedetto, Loredana Lupo e Claudia Mannino.
Tutti deputati e quest’ultima anche segretaria dell’ufficio di presidenza a Montecitorio.
A nulla sono servite le richieste di un passo indietro avanzate dallo stesso Grillo dopo i primi servizi tv.
I cinque hanno fatto quadrato e ora, se i loro nomi saranno, com’è molto probabile, tra quelli sul registro degli indagati, la loro situazione potrebbe aggravarsi.
La strategia per il referendum imposta da Grillo prevede di muoversi con cautela, senza traumi e polemiche: come per l’assessora di Roma Paola Muraro, i 5 Stelle aspettano gli avvisi di garanzia.
Quando arriveranno, partiranno le sospensioni contestualmente al congelamento definitivo delle primarie per scegliere il candidato sindaco.
Potrebbe voler dire rinunciare alla corsa per Palermo, in modo da salvare le regionali in Sicilia, il boccone più ghiotto per il M5S a cui verrà  ricandidato Giancarlo Cancelleri, colui che per conto di Grillo ha chiesto di far saltare il processo ai deputati previsto per lunedì.
L’aveva convocato Adriano Varrica, altro candidato alle «comunarie», oppositore interno della «banda di Nuti», come viene chiamato il gruppo dei fedelissimi del deputato nei racconti della faida in corso tra i grillini di Palermo.
Ma il caso firme false, arrivato in Parlamento, ha messo al centro della storia un’altra figura.
È quella del vicequestore aggiunto della Digos Giovanni Pampillonia.
La deputata Pd Alessia Morani ha presentato un’interrogazione dopo i servizi delle Iene in cui si mostrava il suo atteggiamento confidenziale con Grillo nei giorni di Italia a 5 Stelle, lo scorso settembre, e l’irruenza con cui «pareva aver violentemente allontanato i giornalisti» dal cordone attorno alla sindaca Virginia Raggi.
Pampillonia era il titolare delle indagini del 2012 e lo è tuttora.
Il Pd chiede al ministero dell’Interno «se non sia opportuno assegnare le indagini ad altri», viste anche le diverse fonti che testimoniano le simpatie con il M5S e il legame di parentela con un ex candidato, Francesco Menallo.
Ma c’è di più, la iena Filippo Roma racconta alla Stampa di essere stato trattenuto per tre ore da Pampillonia in questura a Palermo, mentre il vicequestore «dirigeva al telefono» funzionari della Digos di Roma inviati a prelevare del materiale in casa dell’inviato.
«Non c’era nessuno e ho dovuto mandare mia suocera – spiega – Si sono presentati senza mandato. I pm avevano chiesto precisi documenti. Ma una volta lì Pampillonia ha detto di cercare se c’era anche dell’altro tra le mie carte. Hanno preso l’esposto anonimo da cui è partita la nostra inchiesta. Solo dopo i miei legali mi hanno detto che è stata una specie di perquisizione non autorizzata».

Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)

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FIRME FALSE M5S, SONO DIECI GLI INDAGATI A PALERMO

Novembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

LA GOLA PROFONDA DELLA PROCURA HA FATTO DIECI NOMI DI PERSONE PRESENTI NELLA NOTTE IN CUI I GRILLINI HANNO RICOPIATO LE FIRME

La Stampa scrive oggi che sarebbero almeno dieci gli esponenti del MoVimento 5 Stelle a Palermo indagati per la vicenda delle firme false.
Riccardo Arena racconta che la gola profonda della Procura ha fatto dieci nomi di persone sicuramente presenti, nella notte in cui i grillini palermitani avrebbero ricopiato le firme a supporto delle liste da presentare alle elezioni comunali di Palermo del 2012
Un anonimo ha poi spedito alla trasmissione tv «Le Iene» le sottoscrizioni originali, poi sostituite.
E un altro informatore, anche lui sconosciuto, ha recuperato le mail che dimostrerebbero che veramente le falsificazioni ci furono e che in tanti sapevano, perchè ci fu pure un ringraziamento collettivo per i falsari.
Un lavoro che, se accertato, potrebbe costare carissimo al Movimento di Beppe Grillo: i pm di Palermo hanno infatti iscritto nel registro degli indagati un numero ancora imprecisato di persone.
Potrebbero essere molte di più della decina di cui ha parlato il superteste Vincenzo Pintagro, l’attivista M5S che, assieme alle Iene, ha contribuito a riaprire il caso: alcuni dei presenti potrebbero essere ancora solo testimoni, pronti però a finire sotto inchiesta se dovessero cercare di smentire quanto emerge — secondo l’accusa — in maniera praticamente schiacciante.
Il caso delle firme false a Palermo è quindi puntualmente scoppiato in mano al MoVimento 5 Stelle, come da previsioni.
La Repubblica Palermo ricorda oggi che il reato per cui procede la magistratura è quello di falso nella compilazione di liste elettorali o di candidati.
La norma, contenuta in un testo unico del 1960, punisce con la reclusione da due a cinque anni, tra l’altro, «chiunque forma falsamente, in tutto o in parte, liste di elettori o di candidati od altri atti destinati alle operazioni elettorali, o altera uno di tali atti veri oppure sostituisce, sopprime o distrugge in tutto o in parte uno degli atti medesimi». «Chiunque fa uso di uno dei detti atti falsificato, alterato o sostituito – recita la legge – è punito con la stessa pena, ancorchè non abbia concorso nella consumazione del fatto».
Il Fatto invece “pronostica” due indagati e punta il dito su Claudia Mannino e Samanta Busalacchi, ma anche l’allora candidato sindaco Riccardo Nuti, che “ha fatto uso” degli atti falsificati, potrebbe essere nel mezzo.
Non hanno riconosciuto le proprie firme, davanti ai pm di Palermo, alcuni dei simpatizzanti del Movimento 5 Stelle di Palermo, che nella primavera del 2012 avevano aderito alla raccolta firme organizzata per la candidatura di Riccardo Nuti a sindaco di Palermo.
I pentastellati, che già  lo avevano detto alla trasmissione delle Iene di Italia 1, sono stati convocati dalla Procura dove sono stati ascoltati. E molti di loro, come apprende l’Adnkronos, non avrebbero riconosciuto le proprie firme. Era stato l’attivista della prima ora Vincenzo Pintagro a raccontare all’inviato delle Iene Filippo Roma, di avere visto “con i suoi occhi” le persone che avrebbero falsificato le firme: la parlamentare Claudia Mannino e una collaboratrice del M5S all’Ars Samantha Busalacchi), candidata alle Comunarie di Palermo. L’errore nasce da una trascrizione errata sul luogo di nascita di un candidato, Giuseppe Ippolito, nato a Palermo, come si leggeva nei documenti raccolti, il 19 agosto 1987, mentre in realtà  il suo luogo di nascita è Corleone. Anche due esperti grafologi del tribunale di Milano, contattati dalla trasmissione di Mediaset, avevano confermato che su 50 firme sono false “certamente una trentina”, mentre “una quindicina sono probabilmente false e su cinque bisognerebbe approfondire l’indagine”.
Adesso la conferma dei diretti interessati che hanno detto ai magistrati della Procura che indagano sulle presunte firme false di non avere riconosciuto le proprie firme.

(da “NextQuotidiano”)

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UN SITO SVELA LA LINEA FILO-RUSSA DEL M5S: VI COLLABORA ACHILLE LOLLO, L’ASSASSINO DEI FRATELLI MATTEI

Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile

L’ANTIDIPLOMATICO E’ DIRETTO DA UN ESTREMISTA DI SINISTRA, STRETTO COLLABORATORE DI DI BATTISTA

Non avendo pronta una chiara linea geopolitica, e un network sperimentato di interlocutori, la politica estera del Movimento cinque stelle della prima fase, tra la nascita (2009) e lo Tsunami tour (2012-2013), s’è sempre risolta nelle visite – più o meno estemporanee – di Beppe Grillo alle ambasciate.
L’ambasciata tedesca, quella americana, il consolato americano, cominciarono a manifestare anni fa curiosità  per questo «comedian» trasformatosi in agitatore politico di folle. Volevano capire. Annusavano.
Alla vigilia delle elezioni del 2013 sollevarono un caso le parole pronunciate il 13 marzo dall’ambasciatore Usa David Thorne al liceo Visconti, a Roma: «Voi giovani siete il futuro dell’Italia. Voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire, come il Movimento 5 Stelle, per le riforme e il cambiamento».
Grillo esultò. Vergò sul blog un post trionfale: «L’ambasciatore Usa e il M5S».
Poi però le cose sono drasticamente cambiate.
Negli ultimi due anni ha cominciato a farsi strada, nel M5S, un mantra totalmente opposto, «la Russia non è un nemico».
La chiave della loro geopolitica è diventata via via la richiesta di abolire le sanzioni contro Mosca.
Gli incontri, parallelamente, si sono spostati dal livello teatrale di Grillo alle ambasciate a un livello più prosaico ma confidenziale: quello degli imprenditori, o dei colonnelli Alessandro Di Battista e Manlio Di Stefano.
Due a Mosca, e poi a Roma, con personaggi chiave del partito di Putin, uno dei quali assai discusso.
È in questa fase che diventa di riferimento, nel divulgare la linea, un sito, L’Antidiplomatico.
Nonostante neghi un’inclinazione filo-Putin, L’Antidiplomatico descrive bene il legame culturale sempre più stretto tra cinque stelle e propaganda di Mosca.
Basta leggere gli ultimi dieci articoli in cui, direttamente o indirettamente, si parla del leader russo.
«Oliver Stone: Trump è pericoloso, ma cosa vi fa pensare che Hillary non lo sia?». «Come mai i giornalisti diffamano Putin e non indagano sull’immenso patrimonio accumulato da Bill e Hillary Clinton?». «La Russia annuncia una tregua umanitaria ad Aleppo» (parentesi: Aleppo viene paragonata storicamente alla battaglia di Stalingrado, un grande classico della propaganda russa attuale).
«Il ministro della Difesa russo: “È tempo che l’Occidente definisca se lottare contro i terroristi o contro la Russia”». «Putin: “Mi piacerebbe avere in Russia la macchina di propaganda in mano agli Usa». E via così.
La Clinton non riscuote certo, eufemismo, la loro simpatia.
Lantidiplomatico.it è registrato a nome di Alessandro Bianchi, un giovane pescato nelle reti della sinistra radicale romana, poi diventato il più stretto collaboratore di Alessandro Di Battista, e utilizzato dal M5S anche per la commissione esteri della Camera.
Bianchi, la settimana scorsa, non ha risposto quando La Stampa l’ha contattato.
Con lui c’è una redazione agile di collaboratori; il principale dei quali, Fabrizio Verde, ha le stesse origini politiche, più altre due persone.
Le firme fisse non colpiranno i lettori giovani; ma i meno giovani sì: nel colophon della rivista online tra i soli quattro «collaboratori assidui» compare Achille Lollo, alla cui biografia L’Antidiplomatico scrive, assai stringato: «Corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”».
Altrove sul sito Bianchi aggiunge: «È stato direttore delle riviste Naà§ao Brasil e Conjuntura Internacional».
L’ex militante di Potere Operaio – per diciott’anni latitante in Brasile, e prima dieci anni in Angola, condannato per il rogo di Primavalle appiccato alla casa dei Mattei in cui morirono un bambino di 10 e un ragazzo di 22, figli del segretario della sezione missina di quel quartiere romano – è oggi libero cittadino, dopo la prescrizione della pena.
In questo milieu matura il sito che in questi mesi sta vedendo lievitare i suoi accessi, e l’influenza tra i parlamentari cinque stelle che si occupano di geopolitica.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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M5S NON RIVELA I FINANZIATORI DELLA CAMPAGNA DI VIRGINIA RAGGI: ALLA FACCIA DELLA TRASPARENZA

Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile

AVEVA RACCOLTO 225.000 EURO DI CONTRIBUTI, MOLTE DONAZIONI SAREBBERO INFERIORI A 5.000 EURO E LA LEGGE NON TI OBBLIGA A RIVELARE I NOMI

La trasparenza invocata dal Movimento 5 Stelle incassa un inaspettato stop.
La pretesa differenza grillina si trasforma infatti in una vana speranza quando si parla della campagna elettorale dei candidati sindaci e dei finanziamenti ricevuti. Emblematico è il caso Roma e della sindaca Virginia Raggi.
Resta, infatti, ignota la gran parte dei finanziatori della campagna elettorale vincente della prima cittadina della capitale.
In diverse occasioni gli esponenti del M5S hanno invocato la casa di vetro per i soldi che alimentano le campagne elettorali o le fondazioni politiche.
È successo anche quando Salvatore Buzzi, ras della cooperativa 29 giugno, ha partecipato alla cena di finanziamento dei democratici, prima del coinvolgimento in Mafia Capitale.
Vicenda più volte sollevata dall’universo grillino per attaccare il Pd sui canali di finanziamento; stesso film anche quando si è trattato di mettere all’indice le fondazioni, quelle vicine ai partiti, vero regno di opacità .
Va precisato che tutto è avvenuto secondo legge. Nel rendiconto presentato, come prevede la norma, presso la Corte di Appello di Roma, collegio regionale di garanzia elettorale   è infatti tutto in regola.
Ma dal M5S, visti gli annunci, ci si sarebbe aspettati un livello di trasparenza maggiore.
Il mandatario elettorale della candidata Raggi era Andrea Mazzillo, un passato nel centro-sinistra, poi diventato fedelissimo dell’attuale sindaca, prima come capo staff e ora come assessore al bilancio per riparare i disastrati conti del comune.
Mazzillo ha curato tutte le procedure come prevede la norma.
La sorpresa arriva quando, dopo aver fatto richiesta di accesso agli atti, scopriamo che gli unici nomi riportati nella documentazione consultabile sono quelli “dei soggetti diversi da persone fisiche” e quelli dei privati che hanno versato oltre
5 mila euro.
E tutti gli altri? Coperti e non accessibili.
La legge parla chiaro: l’obbligo di dichiarare i nomi non sussiste per le donazioni di privati sotto la soglia di 5 mila euro.
Una soglia che fino al 2012 era addirittura di 20 mila euro. Quindi buona parte dei soldi che hanno finanziato la campagna elettorale di Virginia Raggi sono tracciati, depositati, ma non consultabili.
Diverso il caso di Chiara Appendino, sindaca di Torino che ha pubblicato i donatori, ma solo indicando il nome e l’iniziale   del cognome.
Scelta analoga anche per Stefano Fassina, ex sottosegretario e candidato a sindaco perdente di Sinistra Italiana.
Raggi è stata bacchettata anche dalla campagna “Saichivoti”. Chi sono i finanziatori? A quali famiglie romane appartengono? Quanto hanno versato? Restano domande senza risposte.
L’Espresso ha contattato Andrea Mazzillo, poco prima che assumesse l’incarico di assessore, per chiedere spiegazioni   e l’accesso agli atti, visto che i grillini predicano trasparenza.
Mazzillo ha spiegato che avrebbe depositato tutto in Corte di Appello e anche all’assemblea capitolina presso quest’ultima però senza indicare i donatori sotto i 5 mila.
«Tutte le donazioni sono interamente rendicontate dalla prima all’ultima. Siamo intorno ai diecimila donatori. Io contravvengo alle disposizioni se dichiaro i donatori sotto i 5 mila».
Mazzillo ci dice di avere l’elenco dei donatori, ma quando gli chiediamo di verificare la presenza di un nome, risponde: «Questo non so dirglielo».
«Io non posso pubblicare i nominativi altrimenti mi mettono in galera», ha concluso Mazzillo, «se lei andrà  in Corte di Appello ci sarà  tutto l’elenco».
In realtà  non è così: l’Espresso ha fatto richiesta di accesso agli atti, ma dalla Corte di Appello non ha ottenuto, come da norma, l’elenco completo dei donatori.
Così abbiamo richiamato Mazzillo ponendogli alcune precise domande: ad esempio, se poteva fornirci l’elenco dei finanziatori privati che hanno versato sotto i 5 mila euro e perchè il M5S non ha espressamente indicato che sarebbe stata pubblicata ogni tipo di donazione (in questo modo non avrebbe avuto problemi di privacy).
Mazzillo ha risposto con un sms: «Io non dispongo dell’elenco da lei richiesto, sono dati desumibili dagli estratti conto che misurano operazioni di oltre 10 mila donazioni che non è possibile sistematizzare in maniera automatizzata».
Eppure era stato proprio Beppe Grillo a invertire la tendenza quando sul suo blog, nel 2013, rendicontava tutte le spese dello Tsunami tour riportando nomi e cognomi di quasi diecimila donatori che avevano dato il loro assenso alla pubblicazione e aggiungeva: «Buona lettura a chi chiede trasparenza. Stancatevi gli occhi».
Ora c’è poco da stancarsi.
L’Espresso ha potuto leggere l’elenco dei pochi privati che hanno versato sopra 5 mila euro o dei soggetti giuridici, pochissimi, che hanno contribuito alla campagna elettorale di Virginia Raggi.
Partiamo dai conti. Il totale delle spese sostenute per la campagna elettorale a sindaco è stato pari   a 223.673 euro, che arrivano a 260.846 includendo le erogazioni in natura, con un attivo di quasi 1.800 euro versato al comitato promotore Italia 5 Stelle. I contributi di terzi, intesi come la somma delle donazioni (225.449), ma anche dei servizi ricevuti, ammontano a 262.580 euro.
Passiamo ai finanziatori. Sono 28 in tutto i contributi, i cui nominativi sono consultabili. La somma totale si aggira intorno ai 70 mila euro.
Tra i contributi, si parte dai 100 euro di Informa, società  di Terracina ai 1330 della srl Lucina fino ai 1000 euro della società  immobiliare S.i.o.
Gli altri finanziatori privati, la gran parte, sono coperti dal principio della riservatezza, che li tiene lontano dai riflettori.
Nonostante i proclami, in questo caso,   la trasparenza resta solo una promessa.

Nello Trocchia
(da “L’Espresso”)

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COSA C’E’ DIETRO LA FOTO DI DI MAIO CON IL FRATELLO DEL BOSS A CESA

Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

IL 2 NOVEMBRE DI MAIO HA CENATO NEL RISTORANTE DI SALVATORE VASSALLO CON TANTO DI FOTO RICORDO… LUI NON POTEVA SAPERE CHI FOSSE, MA I DUE CONSIGLIERI GRILLINI DI CESA CERTAMENTE SI’

Qualche giorno fa il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio si trovava a Cesa (Caserta) per un incontro con i comitati del No al referendum costituzionale.
Come sempre accade dopo il dibattito si va a mangiare un boccone al ristorante da qualche parte.
C’è poi il momento in cui il titolare (o il cuoco o lo staff) si fanno la foto di rito con il personaggio famoso di turno, magari da appendere al muro nella bacheca dei trofei che molti ristoranti hanno e che ha lo scopo di essere “a garanzia di qualità ” e della riprovata bontà  del locale
Indovina chi viene a cena
Il problema per Di Maio è stato che il titolare del locale — Zì Nicola di Cesa — si chiama   Salvatore Vassallo, fratello del pentito del clan dei Casalesi Gaetano e a sua volta sotto processo per disastro ambientale, con l’accusa di aver avvelenato il territorio della Terra dei fuochi, in particolare l’area tra Giugliano e Parete.
Il deputato a 5 Stelle si è giustificato spiegando al quotidiano Il Mattino «Sono stato a Cesa lo scorso 2 novembre per un incontro organizzato dagli attivisti del movimento sul No al Referendum — ha detto — Dopo l’evento gli attivisti mi hanno portato a cena in un ristorante della zona. Non conoscevo i proprietari e come spesso accade mi hanno chiesto una foto. Avrò fatto centomila foto in questi anni. Non avevo idea di chi fossero. È una foto scattata prima di andare via.».
Di Maio molto probabilmente non sapeva chi fosse Salvatore Vassallo o di chi fosse il ristorante.
Come già  accaduto per la famosa foto con Dino Tredicine in piazza durante la manifestazione contro la Direttiva Bolkestein il Vicepresidente della Camera ha semplicemente acconsentito a farsi scattare la foto, come ha fatto altre centomila volte.
Al di là  del fatto che se una cosa del genere fosse successa ad un esponente del PD (o di qualsiasi altro partito) il MoVimento ci avrebbe fatto migliaia di fotomontaggi per spiegarci che sono tutti collusi, Di Maio ha ragione, se non conosceva Vassallo (e dice di non conoscerlo) non poteva di certo chiedergli il certificato penale o il curriculum prima di farsi scattare la foto.
Che poi, foto o non foto, cortesia vuole che se il titolare del ristorante viene a salutarti e tu sei un personaggio pubblico non puoi mica rifiutarti di farlo.
Il problema però è che non sembra credibile che gli attivisti del MoVimento, che hanno organizzato l’evento e presumibilmente prenotato il ristorante per la cena, non sapessero di chi fosse il locale e chi fosse Vassallo.
Eppure alcuni di loro, come ad esempio Giacomo Di Martino Raffaele Bencivenga e Amelia Bortone (questi ultimi due sono pure consiglieri del Movimento 5 Stelle al Consiglio Comunale di Cesa), che risultano amici del profilo Facebook dello Zì Nicola e che hanno condiviso entusiasticamente le foto di Vassallo con Di Maio avrebbero dovuto saperlo bene di chi era Vassallo e quali erano i suoi legami di parentela.
L’ultima cosa che ci si aspetta da persone che condividono foto come questa è quella di organizzare una cena di un parlamentare del MoVimento — e soprattutto del Vicepresidente della Camera — in un locale appartenente a Vassallo.
Qualcuno lo chiede anche sulla bacheca di Bencivenga: come è possibile che gli attivisti di Cesa non sapessero di chi era il locale?
È quello il vero fatto grave, non la foto di Di Maio.
E avrebbero dovuto saperlo perchè Gaetano Vassallo, considerato il referente dei casalesi sul territorio di Cesa, è stato in passato assessore all’ambiente proprio nel Comune di Cesa.
Insomma Vassallo teoricamente rappresenta proprio tutto quello che i pentastellati di Cesa dovrebbero combattere.
Eppure non si fanno nessun problema a portare una figura istituzionale di altissimo profilo come Di Maio nel ristorante del fratello.
Possibile che non ci fosse altro posto dove portare Di Maio a cena?
La replica dei Ciquestelle è la seguente: “Evidentemente il Pd   avra’ una guida dei ristoranti che sono vicini a personaggi ambigui- dicono i capigruppo Grillo e Gaetti- Stupisce che lo stesso Pd attacchi Luigi Di Maio quando il sindaco renziano di Cesa e’ spesso a cena proprio li’, con tanto di foto pubbliche sulla pagina del ristorante”.
Quindi se a cena da “personaggi ambigui” ci va il sindaco Pd, può andarci anche Di Maio.
Alla faccia delle differenze.
No comment.

(da “NextQuotidiano”)

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M5S, IL MALCONTENTO IN VENETO RISCHIA DI DILAGARE

Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

RACCOLTA DI FIRME PER GIUDICARE L’OPERATO DEI 5 CONSIGLIERI REGIONALI GRILLINI CONSIDERATI “POCO TRASPARENTI”… FONDI PER GLI ALLLUVIONATI MAI ARRIVATI

Il sentimento di rivolta ribolle sotto le acque della Laguna.
Da mesi si susseguono riunioni e assemblee non ufficiali alle quali partecipano centinaia di attivisti veneti del Movimento 5 stelle.
Al centro dei loro pensieri più neri ci sono i cinque consiglieri grillini eletti in Regione, rei — dicono — di aver tradito uno dei valori fondanti del Movimento: la trasparenza.
Per i cinque, i frondisti hanno avviato una raccolta firme per il «recall», vale a dire la possibilità  di istituire una votazione con cui giudicare l’operato dei propri consiglieri ed eventualmente ottenerne la rimozione prima che termini il mandato.
Sarebbe il primo recall della storia del Movimento.
Le voci sempre più alte del dissenso interno arrivano fino alle orecchie di Beppe Grillo.
Il leader segue da lontano il successo della raccolta firme e prima che si arrivi a quota 500, sufficiente ad attivare il voto, decide di intervenire nello scontro.
Il rischio che il caso possa deflagrare a livello nazionale è alto.
Da Genova arrivano ai frondisti poche telefonate ma con una richiesta precisa: «Ho capito i vostri problemi e troveremo una soluzione – rassicura Grillo – Ora, però, state tranquilli. Abbiamo cose più importanti a cui pensare».
La reazione è quella sperata. Si prende tempo e viene siglata una fragile tregua.
«Lo sappiamo benissimo che nei pensieri di Beppe ora c’è il referendum costituzionale – spiega uno degli attivisti che preferisce mantenere l’anonimato – ma se l’attesa sarà  troppo lunga, faremo le nostre valutazioni. Siamo pronti ad abbandonare il Movimento».
Deposte le armi, resta evidente la scollatura tra la base e i vertici.
E in questi giorni tornano ad essere numerosi i messaggi sui social e nelle chat interne dove tengono banco i temi del dissenso.
Primo fra tutti, il mancato arrivo dei soldi raccolti e destinati alle famiglie colpite dal tornado in Riviera.
Il fondo, accusano dai Meet up, sarebbe ancora fermo sul conto corrente gestito da uno dei consiglieri, Simone Scarabel.
Conto che sarebbe riconducibile ad una «Associazione Movimento 5 stelle Veneto», di cui Scarabel è il tesoriere, creata da quattro dei cinque consiglieri regionali e che, nel suo statuto, prevede «la possibilità  di raccogliere tra i soci e i non soci, fondi, riserve o capitale».
La questione, distante secondo gli attivisti dal valore della trasparenza, è motivo di altri mal di pancia.
Prima di Grillo, avrebbe tentato di sedare il malcontento anche il referente del Movimento in Veneto, l’europarlamentare David Borrelli, «chiedendo ai consiglieri di evitare altri passi falsi e di riferirsi a lui prima di prendere delle decisioni. Praticamente li ha commissariati», riferisce un altro attivista.
Anche lui, come gli altri, chiede di mantenere il riserbo sulla sua identità : «C’è quasi il terrore a fare il proprio nome. La deriva che sta prendendo il Movimento a molti di noi non piace e vorremmo aiutarlo a tornare sulla strada originaria, ma se uscissimo allo scoperto riceveremmo insulti, attacchi informatici e persino minacce.
È già  successo», racconta. «Così, ci lamentiamo tra di noi, sempre con la premessa di non farlo sapere in giro. Nel Movimento, chi non segue il pensiero unico, vive nella paura».

Federico Capurso
(da “La Stampa”)

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L’ASSESSORE DELLA RAGGI DICE NO AL VOTO SALVA-TREDICINE: “NON MI INTERESSANO LE MOTIVAZIONI POLITICHE”

Novembre 6th, 2016 Riccardo Fucile

ADRIANO MELONI AL “MESSAGGERO” RESPINGE LE PRESSIONI DEL M5S

Durante i voti salva-bancarellari impegnati del Consiglio Comunale per mozioni e provvedimenti che a poco o nulla sarebbero comunque serviti, l’assessore al Commercio Adriano Meloni, che già  aveva detto no a una nuova festa in Piazza Navona, pubblicava uno status su Facebook contro il “commercio abusivo”, dando l’impressione di parlare a suocera affinchè nuora intendesse.
Oggi Meloni rilascia un’intervista al Messaggero in cui toglie ogni dubbio sul suo contrasto con la maggioranza M5S nel consiglio comunale.
Quella andata in scena in aula Giulio Cesare è stata solo una pantomima?
«Le ripeto, anch’io credo che i piccoli imprenditori debbano essere difesi, non ho ancora approfondito il testo della mozione, ma io sono del parere che le leggi, siano esse nazionali o comunitarie, non solo vanno lette ma vanno recepite e applicate».
Tradotto?
«Non escludo che mi troverò costretto a rifiutare elegantemente l’invito perorato nella mozione…».
Questa “diversità  di vedute” tra lei e la maggioranza nasconde una frattura in seno a M5S?
(Silenzio)
Non ha nulla da dire in proposito? Eppure avrà  avuto modo di notare che quella mozione è stata rinominata mozione “pro-Tredicine”.
«Per me Tredicine può far rima con quattordicine o quindicine: non mi interessa questo.Ma finora nella Capitale il sistema dell’assegnazione delle licenze è stato abbastanza stravagante».
Ci faccia degli esempi
«Intanto accerteremo che i titoli non vengano concessi a dei prestanome, poi regoleremo in maniera corretta le postazioni a rotazione. Nei controlli dei giorni scorsi ad esempio ho notato che un ambulante che doveva essere in via Tiburtina sostava da 4 anni in viale Regina Elena. Non è possibile. Inoltre, è assurdo che esista un monopolio per il commercio su area pubblica. Se riscontreremo quest’anomalia, dal momento che stiamo cercando anche di capire a chi sono state assegnate le licenze in passato, stia certa,nel futuro finirà ».
Ma, in sostanza, in materia di Bolkestein cosa ha fatto e cosa pensa di fare
«Nella giunta di fine ottobre è passata la memoria che ho preparato per applicare la direttiva europea nei tempi utili. La Regione Lazio ci ha concesso una proroga al 28 febbraio per la redazione dei bandi che non riusciremo a chiudere entro dicembre come invece avremmo voluto»
Assessore, la maggioranza, capeggiata dal presidente della commissione Commercio Andrea Coia,sostiene che i tempi per applicare la Bolkestein non ci sono.
«Non è vero. È chiaro che il lavoro è molto complesso e richiederà  uno sforzo di risorse aggiuntivo ma io sto lavorando con oltre 200 persone al dipartimento. La linea è tracciata. Inoltre, se non procederemo entro luglio 2017 all’applicazione della Bolkestein tutti gli ambulanti risulterebbero abusivi, proprio perchè il prossimo anno scadranno tutte le licenze. Le dobbiamo rinnovare,punto. Di abusivismo Roma è già  ampiamente satura».

(da “NextQuotidiano”)

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L’INTERVISTA DI MARRA FA SBROCCARE IL M5S

Novembre 6th, 2016 Riccardo Fucile

PAOLA TAVERNA: “L’INTERVISTA SI COMMENTA DA SOLA”… E GRILLO, PRESSATO DAI PARLAMENTARI, RINVIA TUTTO AL DOPO REFERENDUM

“L’intervista si commenta da sola, questo è il dottor Marra”: le parole di Paola Taverna al Fatto sull’intervista rilasciata al quotidiano di Travaglio dal dirigente vicino a Virginia Raggi dimostrano che la senatrice è una delle poche, nel MoVimento 5 Stelle, ad avere il coraggio di dire quello che pensa.
In superficie c’è poco altro, a parte il “mi piace” tattico di Roberta Lombardi allo status dell’ex senatore Elio Lannutti, da sempre vicino e simpatizzante del M5S ma anche da sempre critico nei confronti di Marra:
“L’ intervista generosamente concessa dallo sponsor Travaglio a Raffaele Marra,conferma la più assoluta incompatibilità  con i valori e gli ideali del M5S. Monsignor D’Ercole e le raccomandazioni di un Vescovo chiacchierato, Panzironi (brava persona) coinvolto con Mafia Capitale, Scarpellini e la casa acquistata, Mauro Masi e la Rai (giudizio positivo), Polverini ed Alemanno, piena di non sapevo, non ricordo, non c’ero, e se c’ero dormivo, che fa rivalutare il governatore del Lazio Zingaretti che gli revocò l’incarico in Regione e lo cacciò, ratifica l’incompatibilità  più assoluta. Continuerò ad informare e mettere in guardia il M5S da infiltrati in cerca di comode poltrone.”
Ma se Lannutti non si nasconde dietro un dito, il Fatto Quotidiano con Luca De Carolis racconta di telefonate pressanti all’indirizzo di Beppe Grillo:
“Beppe, tu sei il garante, devi fare qualcosa”. Il sabato mattina di Beppe Grillo, fondatore e capo politico del M5s, inizia di buon’ora.
E inizia al telefono, con le chiamate furibonde di tanti parlamentari, romani e non. Ce l’hanno con Raffaele Marra, il capo del Personale del Comune di Roma, per la sua intervista al Fatto. […]
LE PRIME a chiamare sono le parlamentari romane di punta: Paola Taverna e Roberta Lombardi (entrambe ex del mini-direttorio). E Carla Ruocco, forse la più arrabbiata. Ma si muovono anche alcuni senatori, mentre nelle chat interne rimbalza il malumore di due membri del Direttorio come Roberto Fico e Carlo Sibilia.
I parlamentari inveiscono contro “un ‘intervista scandalosa, allucinante”. E tornano a chiedere al fondatore misure forti: “Marra non è uno di noi, bisogna prendere provvedimenti”. Ossia spostarlo a un ruolo residuale, fuori dalla cabina di regia del Comune. Di più non si può fare, essendo Marra un dirigente assunto a tempo indeterminato.
Grillo risponde a tutti, e ammette subito: “Marra non doveva dire quelle cose, doveva solo rispondere alle accuse dei giornali, spiegare che non ha procedimenti a carico”.
È visibilmente arrabbiato. Ma prende ancora tempo.
Ripete che i consiglieri comunali, da lui sentiti uno per uno nei giorni scorsi, gli hanno manifestato apprezzamento per il dirigente, o comunque hanno negato di avere problemi con lui.
“Su questo sono compatti” ribadisce il garante, che ai suoi chiede silenzio: “Siamo in piena campagna per il referendum, non possiamo mostrarci divisi”.
Ma i parlamentari insistono: “Scrivi almeno sul blog che l’intervista non rispecchia i valori del Movimento ”.
Lui rifiuta, sempre nel timore di contraccolpi. E tra un colloquio e l’altro,si arriva a un punto di caduta. “Aspettiamo fino al referendum del 4 dicembre: poi ne riparleremo”è (in sostanza) l’indicazione di Grillo.

(da “NextQuotidiano”)

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LINGUA IN BOCCA TRA M5S E I DUE EMISSARI DI PUTIN

Novembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

IL RUOLO DI ZHELEZNYAK E KLIMOV TRA WEB, RUSSIA TODAY E MONDO GRILLINO

Due dei più stretti collaboratori di Vladimir Putin sono al centro di legami con il M5S che passano anche attraverso siti internet filorussi molto critici con il governo italiano. Per ricostruire la vicenda bisogna partire dal 17 ottobre quando Rt, Russia Today, il network in lingua inglese finanziato dal governo russo – un’utenza globale di almeno un miliardo di persone – si è visto chiudere «dopo attenta valutazione» il conto detenuto nel Regno Unito presso la Natwest Bank, costola della Royal Bank of Scotland.
La caporedattrice di Rt, Margarita Simonyan, twittò sarcastica: «Lunga vita alla libertà  di parola».
Il network la raccontò come una decisione ispirata dal governo inglese.
La Duma annunciò – attraverso il vicepresidente Sergei Zheleznyak, del partito di Vladimir Putin, Russia Unita – che avrebbe chiesto formalmente spiegazioni al governo inglese.
Analoga misura su Rt era stata presa nel 2015 dalla banca che il network utilizzava in precedenza, Barclays.
Jonathan Eyal, condirettore del «Russian and European security studies» al Royal United Services Institute a Londra, ha dichiarato al New York Times: «Sono stati sollevati problemi riguardanti l’azienda e le sue fonti di finanziamento».
Natwest, ha ipotizzato Eyal, «deve aver preferito la controversia legata alla chiusura dei conti piuttosto che avere un accordo con un business che potrebbe contenere denaro di incerta provenienza».
Sputnik Italia, altro network dell’universo putiniano, raccontò la vicenda in modo completamente diverso mettendo l’accento sull’annuncio di Zheleznyak che la Duma avrebbe «aiutato il team legale di Rt a far valere i suoi diritti», invocando il Consiglio d’Europa e l’Onu.
In Italia la storia è passata inosservata, ma Zheleznyak è un personaggio ormai attivo sottotraccia anche nella nostra politica.
Proveniente dalla pubblicità , sempre più influente (ha 46 anni) nel partito di Putin, inserito dall’amministrazione Obama in una blacklist che comprende politici e finanzieri che, per ricchezza o influenza, conducono attività  pro Putin all’estero che gli Usa giudicano sospetta, Zheleznyak è uno dei due uomini – assieme al capo delle relazioni internazionali, Andrey Klimov, uomo di una generazione precedente – che sta facendo da sponda tra Russia e mondo-M5S.
I due hanno incontrato in più di un’occasione i deputati del M5S più addentro al dossier-Putin: Alessandro Di Battista e Manlio Di Stefano.
Il viaggio di Di Stefano a fine giugno a Mosca è cosa nota.
Ma almeno un incontro informale precedente era avvenuto a Roma. Lo racconta lo stesso Di Stefano.
E un altro avvenne a marzo, durante una missione a Mosca descritta così da Di Battista: «Abbiamo avuto ottimi incontri», soprattutto su lotta alle sanzioni e terrorismo internazionale.
Di Battista raccontò che «i russi hanno un ottimo apparato di intelligence, hanno esperienza e sono disposti a collaborare».
Di Stefano, invece, notò tra l’altro quanto fosse cruciale la guerra mediatica: «Attraverso i media si alimenta una russofobia crescente per giustificare l’ingresso di nuovi Stati in Europa e nella Nato. Montenegro, Georgia e Ucraina ne sono un esempio».
Particolare non trascurabile: Zheleznyak in passato è stato alto manager di News Outdoor Group, il più grande gruppo di raccolta pubblicitaria dell’Est Europa, con sedi a Mosca e Varsavia, un colosso che può far vivere o morire molti siti.
Nel 2011 divenne capo della commissione della Duma per l’informazione, la comunicazione e la tecnologia.
Nel 2013, allo scoppio dello scandalo della sorveglianza americana attraverso la Nsa, dichiarò al «Guardian» che la Russia doveva «accrescere la sua sovranità  digitale indirizzando la crescita di Facebook e Twitter».
Il «red web» (la rete internet filo Putin), e la propaganda negativa, ne sono logica conseguenza.
Il Movimento cinque stelle, affascinato dal mito dell’uomo forte, ma costruito sulla teoria delle reti, abbraccia quasi naturalmente Zheleznyak.
Rt riserva grandi interviste ai cinque stelle (anche a Di Battista, servizio trionfale su Rt in lingua spagnola).
Attacca Renzi esagerando la minima contestazione in Italia contro di lui, dipingendo il caos, o producendo autentiche bufale informative, fino a sollevare la recente protesta attraverso canali diplomatici italiani.
Il network russo viene viralizzato spesso a partire da Tze Tze, il sito guida della galassia Casaleggio; ma spesso anche dalle propaggini più anonimizzate della macchina web filo M5S.
In parallelo Sputnik Italia inanella, in pochi mesi, questa sequenza di servizi, impaginati come pura cronaca, tutti viralissimi nel web filogrillino: «Renzi, cameriere di Europa e Usa»; «Sanzioni, voce agli imprenditori messi in ginocchio da Renzi»; «Renzi china la testa agli Usa»; «Vertice di Ventotene, tutto fumo e niente arrosto?». Varianti su Sputnik francese: «Le dèficit de l’èconomie italienne peut àªtre le dèbut de la fin de l’Ue”.
Account chiave pro M5S (alcuni dei quali spingono la propaganda fino a ipotesi di diffamazione) ricambiano: «La vittoria di Trump porterebbe una ripresa del commercio con la Russia, un miglioramento dell’economia italiana e europea».
Un concetto assai caro anche al sito chiave che dà  al M5S i contenuti da esibire per piacere a Mosca, «lantidiplomatico.it», che si distingue per il suo sostegno a Putin, Assad e Trump.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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