Destra di Popolo.net

LA LOMBARDI ATTACCA “I PARLAMENTARI DI ROMA CHE METTONO L’AFFITTO NEL RENDICONTO”

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

A CHI SI RIFERIVA?… GUARDANDO SU “TI RENDICONTO” SI TROVANO INTERESSANTI INCONGRUENZE, ECCO I CASI

Oggi Repubblica pubblica un’intervista alla deputata del MoVimento 5 Stelle Roberta Lombardi sulla sua proposta di legge, arrivata in questi giorni in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, sul taglio delle indennità  dei parlamentari.
Si tratta per la precisione di un taglio delle indennità  dei parlamentari che secondo il disegno di legge presentato dalla Lombardi e da altri portavoce pentastellati verrebbe abbassata da 10.435 euro lordi (cinque mila euro netti) a cinquemila euro lordi mensili (all’incirca 3.200 euro netti).
Un altro punto della proposta di legge è l’obbligo di rendicontazione “al centesimo” delle spese fatte utilizzando le risorse pubbliche che i parlamentari ricevono per l’esercizio del loro mandato (diaria e rimborsi) per i quali nemmeno per i Cinque Stelle c’è limite di spesa perchè l’importante è rendicontare.
A tal proposito segnaliamo che sull’apposito sito grillino Ti Rendiconto la pubblicazione dei dati riguardante i rendiconti della maggior parte dei portavoce eletti è ferma a maggio 2016 (siamo a fine ottobre) con alcuni come Sorial, Sarti, Fattori e Morra fermi ancora tra febbraio e marzo.
Del resto lo dice la stessa Lombardi: «I soldi della diaria e delle spese connesse all’esercizio del mandato servono. Chi viene da fuori è giusto che abbia le spese coperte». Siamo qui dalle parti della polemica per i centomila euro spesi da Di Maio per gli eventi sul territorio ed è evidente il tentativo della Lombardi di ridimensionare la faccenda.
Ma a quel punto Annalisa Cuzzocrea le chiede se anche i deputati e i senatori romani devono avere diritto al rimborso per le spese dell’alloggio.
Lombardi su quel punto è irremovibile: “Chi vive a Roma no. Io non mi sogno di mettere l’affitto nel mio rendiconto. Chi lo fa ne risponderà  ai cittadini, che se ne ricorderanno al momento del voto”
Rimborsi spese poco trasparenti
Ed in effetti è vero, sia la Lombardi che Alessandro Di Battista e Massimiliano Bernini non hanno chiesto rimborsi per le spese di alloggio a Roma.
Altri parlamentari residenti nella Capitale come Stefano Vignaroli, Federica Daga e Paola Taverna hanno speso qualcosina: stiamo parlando di cifre che mediamente si aggirano tra i 150 e i 200 euro al mese, sicuramente non il costo di un affitto.
Ma allora con chi ce l’ha Roberta Lombardi quando dice che quei parlamentari romani che chiedono il rimborso spese per l’alloggio “ne risponderanno ai cittadini”?
Ma forse   la Lombardi c’è l’ha con Paola Taverna per quella vecchia storia dell’agosto 2015 (i dati per quest’anno non sono ancora pubblicati) di quando chiese un rimborso spese pari a 785,58 € (e a settembre 2015 altri 580 euro) rendicontati alla voce “Alberghi e simili a Roma”?
Tutti sanno che la Taverna è romana de Roma (del Quarticciolo come spesso ama ricordare) e c’è anche da dire che ad agosto i lavori del Senato sono sospesi per le ferie estive e all’epoca la cosa destò parecchio scalpore.
C’è poi il caso di Marta Grande, che nel 2013 fece notizia per aver rendicontato 12 mila euro per due mesi di affitto, che pur essendo di Civitavecchia (ad un’ora di regionale da Roma) spende 1.800 euro al mese di affitto (più 270 euro di spese per manutenzione e utenze).
Mediamente i parlamentari del MoVimento spendono intorno ai 1.500 euro al mese, che anche per una città  come Roma sono decisamente alti.
C’è chi spende addirittura di più però,
Il Dubbio ad esempio ha scoperto che il senatore Morra (che non è di Roma) spende 2.155 di affitto al mese (più le spese per utente etc.)
Addirittura la deputata padovana Silvia Benedetti ha speso a maggio 2.600 euro di affitto mentre c’è chi come Nicola Cappelletti ha dovuto pure “ristrutturare” l’appartamento avendo speso 1.500 euro di affitto e 1.400 euro di spese di manutenzione.
Insomma, a ben guardare il livello dei rendiconti qualche dubbio sull’utilizzo dei soldi pubblici c’è e il metodo a Cinque Stelle non è poi così trasparente, ad esempio come ha fatto Paola Taverna a spendere, nel luglio del 2015 1.531 euro (e la stessa cifra nel luglio del 2014) per la ZTL di Roma quando il prezzo annuale del permesso per la ZTL in Centro Storico si aggira attorno ai duecento euro e un permesso per cinque anni costa più o meno mille euro?
Sarebbe interessante vedere i dati relativi a Luglio 2016 ma non sono ancora stati caricati sul sito.
Forse la Lombardi prima di chiedere completa trasparenza agli altri partiti dovrebbe preoccuparsi di verificare l’effettivo funzionamento di quella a Cinque Stelle.

(da “NextQuotidiano”)

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PAOLO PUTTI, UN GRILLINO TROPPO PERBENE, NON SI CANDIDA A SINDACO DI GENOVA: “NON SONO ENTRATO NEL M5S PER CERCARE IL POTERE, NON AMO CAPI E CAPETTI”

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

DURA REQUISITORIA IN ASSEMBLEA CONTRO I VERTICI LOCALI: “NON VOGLIO ALLEVARE CONSUMATORI DI VOTI, NEL M5S SI RINCORRONO VISIBILITA’ E SELFIE A SCAPITO DELLA SERIETA’ E DEI PROGRAMMI”

Paolo Putti, consigliere comunale a Genova ed ex candidato sindaco del MoVimento 5 Stelle del capoluogo ligure, ha annunciato ieri che non tenterà  di candidarsi di nuovo sindaco alle prossime elezioni.
«Non ho paura di capi e capetti, ma ho deciso di non candidarmi a sindaco di Genova», ha detto ieri in un luogo inusuale per certi pentastellati, ovvero in un’assemblea del MoVimento a Genova, spiegando di avere tre motivi per non farlo.
Il primo è che Putti non sente di avere le competenze necessarie per tutto quello che serve alla sua città .
Il secondo motivo è quello della mancata paura di capi e capetti, e il riferimento è chiaro come l’acqua: Putti ce l’ha con Alice Salvatore, considerata l’astro nascente dopo la candidatura alle Regionali — Putti voleva qualcun altro — e al netto di enormi figure non proprio edificanti.
«Ero entrato qui perchè mi avevano detto che non importava quanti voti prendevamo, ma dovevamo rendere la gente consapevole. Se domani un venditore più bravo di me gli vende una roba che non mi piace, cosa faccio? E io non voglio allevare consumatori di voti, non mi interessa. Questa è la grave difficoltà  che io ho avuto col MoVimento», ha detto Putti in assemblea.
«Io ho degli amici, una famiglia, un lavoro: posso permettermi di scegliere. Se scelgo il MoVimento è perchè mi piace, non perchè mi piace il potere. A me non interessa sostituire un potere di qualcuno con un potere inconsapevole di molti», ha aggiunto.
E la fine del suo intervento è stata accolta da applausi per un minuto buono da parte degli 85 presenti nella sala del Cap di via Albertazzi.
Con il suo no, chiaro e netto nelle motivazioni, il MoVimento perde uno dei leader trainanti della prima ora e più rappresentativi in città , che alle elezioni del 2012 era riuscito ad ottenere quasi il 14% dei voti, superando la lista di centrodestra.
Ora sarà  l’assemblea del Movimento a decidere, insieme ai meet up sul web, chi presentare alle elezioni amministrative della primavera 2017.
E sarebbe incompleto raccontare la storia di una rinuncia effettuata con parole così nobili senza parlare della sua ultima polemica in ordine di tempo.
Non tanto per capire lui, quanto per comprendere appieno le motivazioni della sua rinuncia.
Qualche giorno fa quel gran genio della Salvatore in un’interrogazione alla Giunta chiedeva se, in virtù dell’alto contributo all’inquinamento atmosferico del porto dato dalle Riparazioni Cantieri Navali di Genova non fosse il caso di trasferire quell’attività  lontano dalla zona.
Un’«ideona» che ha scatenato la protesta del lavoratori navali, che hanno ovviamente scioperato e si sono presentati in Consiglio Regionale per contestare, fischiare e interrompere l’intervento della Salvatore.
La contestazione ha provocato due velocissimi dietrofront in seno ai 5 Stelle: quello della Salvatore, che ha detto che “L’M5S da sempre si schiera a fianco lavoratori da parte nostra non c’è stata nessuna richiesta formale di spostare i cantieri a 5 km, solo un’interrogazione per chiedere alla giunta Toti se si sta muovendo per trovare una soluzione all’inquinamento atmosferico evitando la contrapposizione tra lavoro e salute dei cittadini e dei lavoratori stessi”.
E poi quello del collega Francesco Battistini, che ha osato addirittura dire che : “Io sono della Spezia e non conosco bene la situazione delle riparazioni navali genovesi, ma evidentemente abbiamo sbagliato interrogazione — ha detto Battistini — perchè non esiste salute senza lavoro. Sono qui per chiedere scusa a tutti voi, uno per uno”.
Storie di ordinario M5S, insomma, come quella volta della Parmalat, quando la stessa Salvatore fu costretta a dichiarare:
«Siamo molto sconcertati — scrive Salvatore — per le notizie svianti che sono circolate in merito al cosiddetto scandalo del latte in Liguria. Non è esatto dire, come purtroppo noi stessi siamo stati indotti a dichiarare, che il latte fresco del colosso Lactalis non è di provenienza italiano. Il latte fresco dei prodotti Parmalat e Oro risulta essere al 100% di origine italiana».
«C’è di più: al contrario di altre multinazionali del latte, Parmalat ha promosso negli ultimi tempi una politica aziendale volta al mantenimento delle lavorazioni sul suolo italiano. Pare che in molti siamo finiti in un tourbillon di notizie fabbricate ad arte per screditare questa produzione»
Sì, avete letto bene: nel giro di parole della prima frase la Salvatore sta davvero dichiarandosi sconcertata da qualcosa che in seguito ammette di aver detto lei.
Cosa aveva fatto? Nell’ambito della guerra del latte scoppiata in Liguria Parmalat aveva deciso di non rinnovare il contratto di approvvigionamento con la Cooperativa Val Polcevera lasciando a piedi un centinaio di allevatori.
La Salvatore ed altri dichiararono che la Parmalat usava latte non di provenienza italiana. Da qui il bailamme e le scuse
Alice Salvatore, capi e capetti
Ma torniamo ai cantieri navali da spostare. Subito dopo la contestazione dei lavoratori Putti era andato giù durissimo: “Quando si rincorre troppo la visibilità  e l’annuncio a discapito dell’informazione, dell’acquisizione di dati e della proposta di azioni concrete che analizzino il bisogno in tutte le sue componenti complesse questi sono i rischi in cui si incorre”, aveva detto il capogruppo in consiglio comunale.
“Andrebbero ascoltate tutte le parti: i comitati del centro storico, la storia che si portano dietro i cantieri navali, i lavoratori, i sindacati, l’autorità  portuale e le imprese che lì lavorano perchè magari si scopre che potrebbero essere disponibili a determinati percorsi in cambio però magari di un’attenzione rispetto ad esigenze che potrebbero facilitare in altri campi il loro lavoro. E’ chiaro che questo tipo di percorso non contempla selfie o tweet di effetto immediato ma consente di affrontare il problema e vedere se si riesce a trovare una soluzione. Essere sempre alla ricerca della visibilità  e dell’annuncio shock porta a questi risultati che poco giovano alla popolazione e poco anche al movimento”. Mentre talebani e istituzionali si fanno la guerra per finta a Roma, discutendo dei centomila euro di spese di Di Maio senza domandarsi se sia credibile come candidato premier o no, da Genova i segnali sono molto diversi.
E la Salvatore? Ieri all’assemblea si dovevano raccogliere le candidature per la corsa a sindaco.
L’assemblea plenaria di ieri sera era stata decisa senza l’assenso della Salvatore. Lei non era presente perchè impegnata in un dibattito contro un candidato PD per il referendum. Ma, scrive Italia Oggi, non è un mistero che lei, con l’ok di Grillo e Casaleggio, vorrebbe candidare sindaco l’attivista Luca Pirondini, attivista e artista, maestro di musica al Carlo Felice.

(da “NextQuotidiano”)

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DA RUTELLI ALLA CORTE DI DI MAIO: L’IRRESISTIBILE ASCESA DI SPADAFORA

Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile

CRESCIUTO POLITICAMENTE CON RUTELLI E PECORARO SCANIO, PASSATO DALL’UNICEF, CONFERMATO DAL CENTRODESTRA, TENTATO DALLA BOSCHI ORA E’ DIVENTATO COLUI CHE CURA LE RELAZIONI DI DI MAIO (TRA I MALDIPANCIA DEI GRILLINI ORTODOSSI)

Il 28 aprile scorso, appena prescelto da Luigi Di Maio per il cruciale ruolo di responsabile per le relazioni istituzionali, Vincenzo Spadafora scrisse di credere istintivamente alla sfida cinque stelle per un paese migliore: «Amo le sfide e il coraggio di chi le compie! Anche per questo ho accettato di curare le Relazioni istituzionali del Vice Presidente della Camera dei deputati, Luigi Di Maio, persona che ho apprezzato per il sostegno che ha dato alle mie iniziative da Garante e di cui condivido l’impegno per un Paese migliore».
Una sintonia politica sorprendente, per quell’uomo capace, colto e non privo di raffinatezze, che era cresciuto politicamente con Francesco Rutelli e poi Pecoraro Scanio, era maturato all’Unicef, era stato infine nominato garante per l’Infanzia dagli allora presidenti berlusconiani delle due camere di centrodestra, Renato Schifani e Gianfranco Fini.
Un uomo perfetto per aiutare Di Maio nella sua navigazione romana.
Tuttavia un episodio, che ci viene raccontato da fonti interne al Movimento Cinque stelle, dipinge il quadro della sintonia di Spadafora con Di Maio come qualcosa di simile a una conversione sulla via di Damasco.
Fino a pochissimo tempo prima, questione di mesi, non di anni, Spadafora lambiva ambienti totalmente diversi: ormai prossimo alla fine del suo mandato, si era palesato al cospetto della ministra Maria Elena Boschi, architrave del governo Renzi non esattamente amata dai cinque stelle, e le aveva parlato di quanto lo avesse appassionato il lavoro per l’infanzia, di quanto gli sarebbe piaciuto insomma continuare.
Che ci fa, in quel contesto iper renziano, un grand commis di cui scopriremo a breve la piena sintonia con l’aspirante leader cinque stelle?
Nell’occasione della scadenza del mandato da Garante, nessun sostegno politico è formalmente possibile dal governo.
La durata del mandato è di quattro anni. Spadafora aveva cominciato nel 2011 e dunque l’aveva completato, ma un eventuale rinnovo era di competenza dei presidenti delle camere, non dell’esecutivo.
Raccontano che Spadafora fosse stimato dal presidente del Senato Grasso, ma qualcosa col governo si era rotto. Boschi però non aveva titolo formale per entrare in quella vicenda, nè direttamente nè sostenendo la sua causa a Renzi: e infatti si guardò dall’intervenire sul caso.
Non si può dire che Spadafora abbia preso bene la cosa; tutto si venne a sapere anche nei giri dei cinque stelle, aumentando i malumori contro Di Maio.
È il normalissimo sistema di relazioni di cui è fatta la politica, naturalmente; ma la parte del gruppo parlamentare M5S che in questa fase ha animato la rivolta contro il vicepresidente della Camera lo attacca anche per questa spregiudicatezza di relazioni, che in parte significativa gli sta tessendo Spadafora: dai gesuiti di padre Spadaro agli incontri con le lobby, dalle ambasciate ai direttori delle relazioni istituzionali di grandi aziende italiane, da sempre decisive negli assetti e nella configurazione del potere. «Non siamo un partito non siamo una casta, siamo cittadini punto e basta», cantava la canzoncina allo Tsunami tour; ne è passata di acqua sotto i ponti.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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IL GIALLO DEL TELEFONO SCOMPARSO DI NOGARIN

Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile

LE OPPOSIZIONI CHIEDONO PERCHE’ IL SINDACO NON ABBIA DENUNCIATO IL FURTO… E’ ACCADUTO PROPRIO NEI GIORNI DELLE PERQUISIZIONI ANPS CHE LO VEDONO INDAGATO

“Nogarin chiarisca le sue strane dimenticanze” è l’invito delle opposizioni.
Cos’è accaduto? La mattina del 5 aprile scorso Nogarin racconta di essere stato vittima di un furto e di aver sporto denuncia: qualcuno ha aperto la sua auto e preso alcuni oggetti, dal portatile al tablet alla macchina fotografica.
La stessa   mattina dell’acquisizione dei documenti sul caso Aamps. Cioè l’inchiesta sull’azienda dei rifiuti che vede indagato lo stesso sindaco di Livorno per abuso d’ufficio e falso in bilancio.
Giorni fa il capogruppo del Pd Pietro Caruso solleva la questione in consiglio comunale: “Il sindaco ha denunciato il furto del suo cellulare di lavoro, ma non lo ha comunicato in consiglio comunale. Una mancanza gravissima”.
E dunque: “Perchè non lo ha detto?”. Tanto che qualcun altro chiede: “C’erano dati sensibili?”.
In sostanza, il sospetto che si solleva è che lo smarrimento sia da mettere in relazione con l’inchiesta su Aamps. “Insinuazioni ridicole”, replica il sindaco Nogarin.
“Nogarin il 5 aprile scorso, mentre è in corso una maxiperquisizione della guardia di finanza, denuncia che la notte precedente sono stati rubati il suo Pc e il suo tablet lasciati nell’auto. E dopo 5 mesi torna in questura, perchè aveva dimenticato di denunciare che anche i suoi due telefoni erano spariti nel furto di aprile. Ma anche in questa occasione si guarda bene dal darne notizia, nonostante sia coinvolto il telefono istituzionale”, ricostruisce il segretario toscano.
Aggiungendo: “A svelare il tutto, tramite regolare richiesta di accesso agli atti, è stato il gruppo del Pd. E il giornale ‘Il Tirreno’ ci racconta che la mattina successiva al furto, Nogarin rispondeva a quei numeri telefonici le cui sim sarebbero sparite la notte precedente”.
Ragion per cui, il sindaco di Livorno, insiste Parrini, “deve chiarire”.
Anche se, politicamente, conclude Parrini “tra assessori chiacchierati, firme false, rimborsi sospetti, comportamenti amministrativi deprecabili, faide interne, e mail cruciali non lette, in Toscana come a Roma o in Sicilia il mito della casa di vetro grillina è andato in mille pezzi da tempo”.
Nogarin replica che è già  tutto chiaro: “Come sindaco di Livorno, ho subito un danno enorme che sfiora i 16mila euro per il quale non avrò mai un indennizzo. In quei giorni hanno tentato di entrarmi in casa, due giorni prima mi hanno squarciato le gomme dell’automobile eppure non ho chiesto un euro al Comune, ho pagato tutto di tasca mia. Nonostante, come è evidente a tutti, l’obiettivo di quegli atti vandalici non fosse Filippo Nogarin privato cittadino, ma il sindaco di Livorno. Nonostante tutto questo, oggi mi si mette alla berlina, insinuando che avrei indebitamente chiesto un cellulare nuovo a spese del Comune. Un’insinuazione ridicola”.
E aggiunge a proposito delle ricostruzioni: “La mattina del 5 aprile quando sono andato in questura ho dimenticato, tra le mille cose dell’elenco degli oggetti rubati, di segnalare anche il modem i cellulari ed altre cose apparentemente meno importanti. Anche perchè si trattava di apparecchi che non utilizzavo se non come “muletti”. La sim con il numero di servizio, infatti, l’avevo inserita in un mio cellulare privato, che ho utilizzato per svolgere il mio incarico e che per fortuna quella notte era nel mio appartamento. Lo scorso agosto, poi, si è rotto uno dei miei cellulari. A quel punto ho ritenuto giusto chiederne la sostituzione al Comune: per farlo ho dovuto fare l’integrazione alla denuncia in questura, elencando anche i cellulari che mi erano stati rubati dall’automobile”.
Ma al consigliere regionale Francesco Guzzetti non basta: “Perchè il sindaco ha aspettato agosto prima di denunciare il furto dei due telefonini? Perchè non l’ha fatto subito ad aprile?”, chiede il consigliere livornese.
Nogarini deve perciò “spiegare e far capire a tutta la città  quello che è accaduto ai telefonini del primo cittadino di Livorno”, insiste Gazzetti.

(da “Nexquotidiano”)

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LA CONSIGLIERA GRILLINA CHE NON PAGA L’AFFITTO DELLA CASA POPOLARE DAL 2009

Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile

AVREBBE CIRCA 9.000 EURO DI ARRETRATI A CAUSA DI PROBLEMI ECONOMICI… ORA E’ MEMBRA DELLA COMMISSIONE EMERGENZA ABITATIVA DEL COMUNE DI TORINO

Deborah Montalbano è consigliera comunale a Torino con il MoVimento 5 Stelle e membro della commissione emergenza abitativa.
La Montalbano però sarebbe morosa con l’Atc, Agenzia territoriale per la casa: assegnataria di una casa popolare, dovrebbe all’ente quasi 9 mila euro di arretrati.
La consigliera, disoccupata e con una figlia, non verserebbe i canoni dal 2009 e non avrebbe saldato le rate del piano di rientro pattuito con l’ente neppure dopo essere entrata in consiglio comunale.
A parlarne è Lo Spiffero:
Secondo i documenti di cui lo Spiffero è entrato in possesso è dal 2009 che Deborah Montalbano non corrisponde il dovuto all’agenzia per le case popolari e anche ora che, grazie all’elezione in Sala Rossa, può usufruire di un reddito stabile, si è ben guardata dal sottoscrivere un piano di rientro. Da quando è stata eletta sono passati oltre tre mesi e, a quanto si apprende, ha già  disertato due appuntamenti fissati con gli uffici dell’Atc per regolarizzare la propria posizione.
La situazione è ben nota alla struttura di Palazzo Civico, ma nonostante ciò, ogni tentativo finora messo in campo per sanare la controversia è andato a vuoto.
Di più: anche dopo la sua elezione, la consigliera Montalbano ha continuato a non pagare le rate (l’ultima, da 104 euro, è scaduta il 23 settembre) al punto che a oggi il debito è salito a 8.886 euro.
Interpellato sulla questione, il presidente di Atc Marcello Mazzù non conferma e non smentisce: “Motivi di privacy”.
Intanto, però, secondo quanto riporta un insider presto potrebbe arrivare per la Montalbano un’ordinanza di sfratto, anche perchè, a fronte di un reddito accertato (a settembre ammonta a 2.280 euro lordi), non si tratta di morosità  incolpevole.
Anche La Stampa riprende la notizia:
Il post comparso sulla bacheca ha innescato un dibattito di commenti anche forti e aggressivi tra quanti difendono Deborah Montalbano «persona pulita e onesta», quanti chiedono conto della veridicità  delle informazioni, quanti pensano che si tratti di un attacco strumentale mentale e quanti si indignano per la privacy violata.
Ma poco dopo tutto sparisce, il post e i commenti vengono cancellati dalla bacheca, ne compare un altro solidale che descrive Montalbano come una che «si spende da anni per i più deboli delle periferie di Torino».
Il giornale spiega anche come funziona il trattamento economico dei consiglieri a Torino: gli eletti non hanno un compenso fisso, ma incassano un gettone di presenza di circa 120 euro lordi a seduta. Sono retribuite sia le sedute del Consiglio sia quelle delle commissioni, con un tetto massimo di tre sedute in un giorno e 19 in un mese.
A conti fatti, significa un totale mensile massimo di 2.280 euro lordi, cioè 1.400 euro netti, da cui bisogna escludere quasi del tutto il mese di agosto.
Arriva infine anche una nota della Montalbano: “Ad oggi ho percepito dal comune di Torino circa 850 euro e ne ho versati ad Atc 565 euro. Venerdì 21 ottobre ho appuntamento per effettuare il piano di rientro”.

(da agenzie)

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GENOVA, GRILLINI SULL’ORLO DELLA CRISI, ALICE SALVATORE SOTTO ACCUSA

Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile

CONTESTATA DAGLI OPERAI DELLE RIPARAZIONI NAVALI E DALLA BASE STORICA CINQUESTELLE … SPACCATURA CON IL GRUPPO COMUNALE, IL DISTACCO DI PUTTI E IL CANDIDATO SINDACO “IMPOSTO” DAI VERTICI

Sull’orlo di una crisi di nervi, il Movimento Cinque Stelle a Genova. Dopo La Spezia. E dopo i fischi degli operai alla portavoce del M5S in Regione, Alice Salvatore, martedì, si allarga il fronte interno, con molti militanti che non digeriscono il fatto che, stasera, proprio la Salvatore preferisca affrontare il consigliere regionale Pd, Pippo Rossetti, in un dibattito sul referendum costituzionale, disertando l’assemblea plenaria convocata proprio stasera e cruciale per le elezioni amministrative di Genova del prossimo anno.
«Una plenaria decisiva per la futura campagna elettorale – spiegano i militanti – perchè in questa occasione, chi vuole, propone la propria candidatura alle prossime amministrative genovesi».
Ai lati, ci sono Paolo Putti, capogruppo M5S in consiglio comunale, e Francesco Battistini, compagno di banco della Salvatore in consiglio regionale per il Movimento: entrambi ostili e addirittura in uscita.
Putti ha attaccato duramente nelle scorse ore la Salvatore sulla vicenda delle riparazioni navali, liquidandola con «effetto della politica dei selfie » e sta meditando lo scacco: potrebbe fare un determinante passo fuori dal Movimento. E non per ricandidarsi con una lista civica alle comunali.
Battistini ha addirittura votato due volte contro il suo gruppo, in consiglio regionale, come seconda puntata di una crisi con la Salvatore cominciata nella lotta al curaro per scegliere il sindaco di Spezia. Battistini sosteneva Marco Grondacci, così come tutto il M5S spezzino, ma Beppe Grillo (e Salvatore) lo hanno impallinato perchè ha avuto trascorsi nel Pci.
Anche se ora pare che a Spezia, con la benedizione dello “staff”, sia in rampa di lancio Donatella Del Turco, ex sindacalista Cgil. E qualcuno dice che Battistini stia meditando di lasciare i Cinque Stelle addirittura per le file di Rete a Sinistra.
Se a Genova Paolo Putti deciderà  di lasciare, è certo, tutta la base del Movimento che è legata alla radice Cinque Stelle che dà  voce ai comitati e ai territori potrebbe subire una forte scossa tellurica perchè aveva proprio in Putti il suo riferimento.
Risolutivo sarebbe stato un incontro tra Putti e Beppe Grillo, nelle scorse settimane, in cui tra i due, dopo tanto tempo, si sarebbero messe in chiaro le cose. In modo definitivo.
Anche perchè il fuoco di fila dello “staff” nazionale e della sua diretta emanazione in Liguria, Alice Salvatore, nel caso in cui Putti decidesse di candidarsi a sindaco nelle fila M5S si concentrerebbe proprio contro di lui.
E che la decisione dello staff e di Alice Salvatore sia l’unica ammessa sul sindaco di Genova lo dice la sua assenza, stasera, alla plenaria. «È la prima volta che Pd e M5S si affrontano sul referendum, non solo ci vado, ma mi aspetto che veniate a sostenermi con la claque, che sicuramente Rossetti avrà », ha detto Salvatore ai suoi.
Ma all’interno del Movimento genovese la battaglia sul No al referendum, si dice, per una volta avrebbe dovuto lasciare il passo a uno dei momenti che per i grillini sono di maggior importanza, la presentazione collegiale delle candidature.
à‰ chiaro a molti il segnale lanciato dalla Salvatore, snobbando l’assemblea: il candidato per Palazzo Tursi c’è già , tanto più che nei giorni scorsi un post dello staff nazionale ha ribadito, sostanzialmente, che se il percorso di designazione o le liste non sono “certificate”, ovvero, approvate, non se ne fa nulla.
Il candidato per Palazzo Tursi di Alice Salvatore è Luca Pirondini, musicista e artista, e attivista del Movimento. Integrato nelle fila dei fedelissimi alla portavoce.
Salvatore respinge al mittente le illazioni e chiama i militanti a sostegno del suo intervento per il No, stasera al teatro di Certosa, contro il Sì sostenuto da Pippo Rossetti: «Dal movimento mi aspetto solidarietà , partecipazione e sostegno, la data non l’ho scelta io», ha detto ai suoi.

Michela Bompani
(da “La Repubblica”)

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FIRME FALSE, DEPUTATI M5S SCONFESSANO GRILLO

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

BUFERA SU CASALINO, CAPO DELLA COMUNICAZIONE: “LAVORA PER LE IENE CON I NOSTRI SOLDI”

Il caso di Palermo rischia di sfuggire di mano a Beppe Grillo e di trasformarsi in una slavina per tutto il M5S.
Due dei cinque deputati coinvolti nella vicenda delle firme false, raccontata dalla trasmissione Le Iene, hanno opposto resistenza al suggerimento partito dalla Casaleggio Associati di un passo indietro.
L’ex capogruppo alla Camera, candidato sindaco nel 2012, Riccardo Nuti e la segretaria dell’ufficio di Presidenza di Montecitorio Claudia Mannino si sarebbero rifiutati di autosospendersi in attesa di chiarimenti, come volevano i vertici M5S.
Un atto di ribellione che ha travolto direttamente il capo dello staff Rocco Casalino accusato dai parlamentari «di lavorare per conto delle Iene con i nostri soldi».
In realtà  il capo della comunicazione era stato chiamato a verificare la sussistenza delle pesanti accuse e a trovare una via d’uscita coerente con le regole M5S per una vicenda che preoccupa e di molto Grillo e Davide Casaleggio.
I deputati hanno fatto di testa loro e hanno sconfessato Grillo.
Al comico, che sul proprio blog aveva ringraziato pubblicamente Le Iene, hanno risposto cinque deputati (Nuti, Mannino accompagnati dalle colleghe Giulia Di Vita, Chiara Di Benedetto e Loredana Lupo) i quali, invece di chiarire e allontanare i sospetti, hanno presentato querela contro la trasmissione Mediaset.
Ma ieri è andata in onda l’ennesima prova che inchioderebbe il gruppo dei grillini palermitani: un giro di mail del 3 aprile 2012 in cui i 5 Stelle manifestano la paura di non raccogliere in tempo 1200 firme per la candidatura alle comunali.
Peccato però che la quasi totalità  delle firme depositate abbiano l’autenticazione del cancelliere del tribunale di Palermo datata marzo.
Chi ha retrodatato i documenti commettendo un falso?

Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)

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DIFFIDA IL M5S: “NON USATE LA MIA CANZONE COME VOSTRO INNO”

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

IL PAROLIERE FERILLI, AUTORE DI “UN AMORE COSI’ GRANDE”: “VOGLIO CHE LA MIA CANZONE RESTI DI TUTTI E NON VENGA ASSOCIATA ALLA POLITICA”

Stop all’utilizzo della canzone Un amore così grande come sigla delle manifestazioni del Movimento 5 Stelle: parte dal Salento la diffida che l’autore Guido Maria Ferilli invia a Beppe Grillo.
Sua la penna che scrisse il testo del brano, reso celebre nel 1976 dall’interpretazione di Mario Del Monaco e che nel 2014, fu ripreso dai Negroamaro e trasformato nell’inno ufficiale della Nazionale italiana ai Mondiali di calcio.
Sua anche la firma in calce alla diffida stragiudiziale che gli avvocati Mario Sansonetti e Stefania Bello hanno inviato ai pentastellati, chiedendo di non utilizzare più quel brano nell’ambito di manifestazioni politiche.
“Non ho nulla contro Grillo e i 5 Stelle – spiega Ferilli, nativo di Presicce e residente a Lecce – ma voglio che la mia canzone resti di tutti e che non venga associata a movimenti politici o a fedi religiose”.
“Quarant’anni fa ho scritto un testo che è diventato un successo planetario – continua Ferilli – e nel 2014 ho scelto di darlo ai Negroamaro affinchè la trasformassero nell’inno della Nazionale perchè il calcio è nel cuore di tutti gli italiani, è qualcosa che ci unisce, mentre la politica ci divide in base al partito che votiamo”.
Sulle sue idee politiche il compositore tace: “Ho esercitato il mio diritto di cittadino sempre nel segreto dell’urna e non ho mai esternato i miei convincimenti attraverso le canzoni”.
Testi che hanno segnato la storia della musica italiana, da Senza discutere incisa dai Nomadi a E se ti voglio di Mino Reitano, Momenti sì momenti no e Un sogno tutto mio di Caterina Caselli, Voglia di vivere e Rumore di Raffaella Carrà .
Proprio questa canzone è stata di recente utilizzata per uno spot pubblicitario, in seguito a regolare richiesta da parte di una multinazionale lattiero-casearia:
“Da Grillo invece nessuna sollecitazione in tal senso – aggiunge Ferilli – ma se fosse arrivata l’avrei comunque rifiutata”.
Per lui, a questo punto, la strada è una sola: cambiare la sigla delle manifestazioni del M5S. E per rendere la diffida ancora più incisiva, l’annuncio di una possibile richiesta di risarcimento danni, patrimoniali e non, che sarebbero stati causati all’autore.

(da   La Repubblica”)

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DI MAIO: “RESTITUISCO META’ STIPENDIO”. MA I DATI UFFICIALI LO SMENTISCONO

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

NON SI PLACA LA RIVOLTA… ANCHE LE SPESE DI DI BATTISTA SONO ALTE … LE DUE STAR TRATTENGONO PER SE’ DA 10.000 A 13.000 EURO AL MESE DELLO STIPENDIO

Nel «Comunicato politico numero quarantacinque» sul blog, quando ancora i cinque stelle vivevano di radiosi ideali, Beppe Grillo scrisse la regola sui soldi nel Movimento: «Ogni eletto percepirà  un massimo di tremila euro di stipendio, il resto dovrà  versarlo al Tesoro, e rinunciare a ogni benefit parlamentare, iniziando dal vitalizio». Fine.
Da un’analisi delle spese dei leader del Movimento – Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista – resa possibile grazie al fatto che loro stessi pubblicano le loro note su tirendiconto.it, possiamo affermare che invece, tra indennità  e rimborsi, le due star percepiscono una media superiore ai diecimila euro al mese.
In alcuni casi, viaggiano sui 12mila, o 13mila.
Gli inviti alla sobrietà  dall’interno
La rivolta sui comportamenti di Di Maio è del tutto in corso, se persino un moderato come Nicola Morra ieri scriveva: «Tutti abbiamo spese per sostenere sul territorio eventi che riteniamo necessari per veicolare i contenuti di cui ci facciamo alfieri, però tutti siamo chiamati a farlo con la dovuta sobrietà ». Tutti.
Così, all’aspirante leader, per rispondere alla contestazione – mossagli dall’interno del gruppo parlamentare sui 108mila euro extraindennità  spesi per «eventi sul territorio» – è stato generosamente messo a disposizione il blog.
E lui vi ha scritto: «Ho restituito ai cittadini italiani in tre anni e mezzo 204.582,62 euro. (…) Da quando sono stato eletto deputato e poi vice presidente della Camera avrei avuto diritto a stipendio aggiuntivo da vice presidente, stipendio pieno da deputato (di cui restituisco la metà ), spese di rappresentanza, auto blu, telepass gratuito, cellulare di servizio, spese gratuite in tipografia, tutti i rimborsi spese che non uso e non rendiconto. Ma ho rinunciato».
La bugia  
Non è vero però che avrebbe avuto diritto, perchè la regola del Movimento era chiara e l’abbiamo citata.
Una bugia fattuale è poi che Di Maio «restituisca la metà » dello stipendio pieno da deputato.
A maggio, ultimo mese disponibile, ha restituito 1686 euro di quota fissa di indennità , su 4945 (intascandone dunque 3259: assai più della metà , i due terzi).
Ma è sui rimborsi il capitolo più incongruente con le promesse: Di Maio spende 6732 euro restituendone appena 460.
Ha dunque incassato e speso un totale di 9991 euro.
Ad aprile ha restituito (tra parte fissa di indennità  e rimborsi) 1843 euro in tutto, percependo e spendendone invece 13196.
Sorvoliamo sui giustificativi vaghi: è vero che sono loro stessi a offrirceli, tuttavia nessuna azienda privata accetterebbe in nota voci generiche e senza pezze d’appoggio come le sue.
Anche Di Battista nel mirino  
Nè si può dire che Di Battista o altri possano dargli grandi lezioni.
Dibba aggiorna di più: a giugno tra indennità  e rimborsi incassa e spende un totale di 9564 (3187 più 6377). E a maggio un totale di 10030 (3202 più 6825).
I grafici del sito maquantospendi.it sono impietosi: nel gruppo parlamentare M5S, la media, per la parte fissa di indennità , è 2782 euro (senza rimborsi, attenzione: perchè la maggioranza ne spende tra i 6mila e gli ottomila), ma Di Maio è sempre sopra media, con 3200 euro.
Nei bonifici di restituzione, invece, in due anni è quasi sempre sotto la media del suo gruppo (grafico consultabile qui: www.maquantospendi.it/spese/9/47/).
In tanti furono espulsi per molto meno  
È il costo della politica, bellezza; e questa polemica non avrebbe senso: per tutti tranne che per il Movimento.
I parlamentari espulsi dal M5S sono sempre stati espulsi usando l’accusa di soldi spesi e non ben rendicontat i.
E Di Maio, che giustifica gli «eventi sul territorio» dicendo che «è una dicitura fittizia»?
Lo dice Serenella Fuksia, ex M5S: «Diversi parlamentari addirittura non rendicontano da 9 mesi! Ricordo che per 4 mesi di ritardo, tra l’altro annunciati, motivati e documentati, la sottoscritta è stata esposta a pubblica gogna e con quella scusa espulsa».
Massimo Artini fu addirittura espulso pur avendo prodotto tutti i bonifici: il clan voleva espellerlo per altri motivi, e lo cacciò comunque.
In questa ipocrisia, fatta di menzogne fattuali da svelare una ad una, sta il peccato mortale di questa storia: non certe in spese del tutto legittime, per un parlamentare.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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