Marzo 3rd, 2018 Riccardo Fucile
“ABBIAMO INIZIATO PRIMA DELL’ALBA, FACEVA FREDDISSIMO, MA E’ STATO ANCHE EMOZIONANTE: HO VISTO LA NEVE PER LA PRIMA VOLTA”
Quando l’ha visto sulla sua strada, la pensionata a passeggio su un’imbiancata via Verolengo ha prima tirato a sè la borsa.
Poi, dopo averlo guardato con diffidenza, lo ha ringraziato.
Che soddisfazione inaspettata per Peter Ekamaye, nigeriano di 38 anni, arrivato 8 mesi fa in questa città che «a volte – ammette – non è sempre peaceful con gli stranieri».
Lo confida con un sorriso questo rifugiato spazzaneve. Uno dei cento richiedenti asilo che ieri volontariamente si sono dati da fare per tutta la mattina per cancellare il pericolo di scivoloni sui marciapiedi di scuole, giardini e fermate dei bus.
«Abbiamo iniziato alle sei prima dell’alba – aggiunge Peter –. Faceva freddissimo. Ma è stato anche emozione: ho visto la neve per la prima volta».
Ieri, Torino si è risvegliata ricoperta da una coltre bianca di un paio di centimetri -Abbastanza per far scattare il piano antineve del Comune affidato, in aggiunta ai 300 spazzini di Amiat, a 750 addetti.
Tra cui un folto gruppo di richiedenti asilo di alcuni centri di accoglienza cittadini. Come quelli gestiti dalla cooperativa Isola di Ariel.
«Mercoledì, i responsabili del servizio ci hanno chiesto se, qualcuno dei nostri ospiti, aveva voglia di dare una mano. La nevicata era stata annunciata. Ma si temeva defezioni nelle squadrette costruite attingendo alle liste di collocamento».
Alla chiamata alle armi, o meglio alla pala, hanno aderito in ottanta.
Una gran parte abitante nel grande centro di via Aquila. Gli altri, invece, vivono in altre residenze: come quella di via Cecchi in Aurora o a Moncalieri.
«La nostra cooperativa in passato ha stretto un patto di collaborazione con il quartiere e la città – aggiunge la presidente Perrone –. Alcuni dei nostri ospiti ha già lavorano volontariamente per ripulire i marciapiedi e i giardinetti».
Questa volta, però, hanno fatto di più. Hanno spazzato la neve dai marciapiedi di quasi tutti i quartieri. «Quando abbiamo proposto il servizio, in molti hanno accettato di partecipare anche se non era previsto un rimborso», dicono dall’Isola di Ariel.
La mobilitazione degli spazzaneve provenienti da Nigeria, Senegal, Mali e Gambia è stata fondamentale per contribuire a ripulire gran parte di città .
«C’è chi è partito alle cinque di mattina e, in bus o a piedi, ha raggiunto i punti di raccolta previsti da Amiat».
Un toccasana per Torino che è stata costretta a convivere con l’ennesima giornata di caos ferroviario.
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL CORRIDOIO UMANITARIO SANT’EGIDIO-CARITAS GARANTISCE UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE NELLA LEGALITA’
Dopo le prime 25 persone giunte lo scorso 30 novembre, ieri mattina, all’aeroporto di Fiumicino,
sono arrivati 114 profughi originari di diversi Paesi del Corno d’Africa e arrivati dai campi in Etiopia nell’ambito del Protocollo di intesa con lo Stato italiano, siglato dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Cei, che agisce attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes.
Poco dopo lo sbarco dal volo di linea della compagnia Ethopian da Addis Abeba, atterrato alle 4.55, per i profughi sono cominciate le procedure di identificazione. Sono stati accolti da Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Immigrazione di Caritas Italiana, e Daniela Pompei, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati, rifugiati e Rom.
Il Protocollo, finanziato con fondi Cei 8xmille, prevede il trasferimento dall’Etiopia di 500 profughi in due anni.
L’accoglienza prevede l’intervento di parrocchie, famiglie e istituti religiosi e l’utilizzo di appartamenti privati, con il supporto di famiglie tutor italiane che si occuperanno di accompagnare il percorso di integrazione sociale e lavorativa di ognuno sul territorio garantendo servizi, corsi di lingua italiana, cure mediche adeguate.
A dare il benvenuto allo scalo romano ai profughi, alle 11.30, Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, Mario Giro, viceministro degli Esteri, e rappresentanti del Ministero dell’Interno.
“Non voglio fare polemiche con nessuno: il bene, quando esiste, si impone da se e non ha bisogno di imporsi o mettersi in contrasto con qualcuno. Chi fa sciacallaggio se lo riconosce da solo, raccoglierà i frutti che vuole. Questo non ci interessa. Ci interessa invece che il bene esiste e che esistono persone che il bene lo vogliono e per questo si spendono”, ha detto all’aeroporto mons. Nunzio Galantino, dopo aver accolto i profughi.
“I corridoi umanitari sono una possibilità ed un’indicazione — ha sottolineato Galantino — Si possono affrontare questi problemi nel pieno rispetto della legalità . Percorsi legali per affrontare i drammi dell’umanità esistono, grazie alla solidarietà e cooperazione tra istituti governativi, realtà umanitarie, realtà di Chiesa, che possono fare miracoli quando si mettono insieme. I corridoi sono anche una bella lezione perchè esiste un’alternativa allo sciacallaggio economico e politico o pseudo politico. Voglio dire una cosa a chi fa sciacallaggio politico o pseudo politico: dopo che avrete raccattato quei 4 voti in più, andate nei 18 centri di accoglienza Caritas e S.Egidio in Italia e guardate questi bambini nei loro occhi; ditemi poi se potete continuare a dire ancora banalità ed a speculare su questi drammi. Prima vengono le persone, prima vengono i poveri”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile
A ZURIGO ITALIANO 38ENNE SPARA ALLA MOGLIE IN PIENO CENTRO, VIVEVANO IN SVIZZERA DA DIVERSI ANNI
E’ un italiano l’uomo, Danilo Nuzzo, di 38 anni, che ieri, in una strada del centro di Zurigo, ha
ucciso con colpi di pistola la moglie, Irene Rizzo, di 35 anni, e poi si è ucciso.
Entrambi sono originari della provincia di Lecce, in Puglia: lui è di Supersano, lei di Ruffano. La notizia è pubblicata sulla edizione di Lecce de ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’.
La coppia, che ha due figli, viveva nella città svizzera da diversi anni. Tutto è avvenuto, per motivi non ancora accertati, sotto gli occhi dei passanti, intorno alle 14.30 nel quartiere Europaallee, a poche centinaia di metri dalla stazione centrale.
La donna era impiegata presso una filiale della banca Ubs. Ed è proprio davanti all’edificio che ospita l’istituto di credito che è avvenuto l’omicidio-suicidio.
La donna è morta davanti all’ingresso della banca. A pochi passi da lei, il marito si è tolto la vita dopo averla uccisa. Uno dei due – è detto nell’articolo del quotidiano – sarebbe morto sul colpo, l’altro in seguito alle gravi ferite riportate.
Sembra che l’uomo avesse trascorso gli ultimi giorni in paese e che proprio il giorno prima della tragedia fosse ripartito per la Svizzera.
In preda al terrore, i numerosi passanti sono fuggiti e hanno cercato di mettersi al riparo, temendo un attacco terroristico.
Il luogo della tragedia è stato subito raggiunto da auto e camionette della polizia ed è stato interdetto ai pedoni. Sull’accaduto indagano la procura e la polizia della città svizzera.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
COSI’ NELL’ASTIGIANO L’INTEGRAZIONE FUNZIONA E PRODUCE REDDITO… I SINDACI: “SIAMO RIMASTI SENZA OPERAI, GRAZIE A LORO CI SALVEREMO”
Le strade che si arrampicano sulla collina sembrano sterminati giardini. D’inverno ovviamente non sono verdi, ma questo angolo di campagna piemontese di certo non si presenta come una periferia dimenticata.
Il Comune di Chiusano ha le stesse difficoltà di tutti quelli piccoli: può contare sulle braccia di un solo operaio e non ha neanche i soldi per stendere una striscia d’asfalto nuova.
Ma a rendere tutto più decoroso ci pensano ogni giorno Daifallah e Faisal. Arrivano entrambi dal Sudan e qui hanno trovato tutto quello che cercavano: «La possibilità di dormire senza l’eco delle bombe. Non è poco, anzi è molto più importante del lavoro. La cosa bella di vivere qui è proprio il silenzio: il silenzio vuol dire pace».
Nella grande macchina dell’accoglienza italiana, un po’ nel caos e un po’ sotto accusa, l’esperienza di Chiusano è certamente un bell’esempio.
Per sensibilità e per organizzazione. In questo borgo dell’Alto Monferrato sono rimasti 235 abitanti, ma il sindaco Marisa Varvello si è imbarcata in un’avventura che altrove avrebbe scatenato la rivolta: «Abbiamo fatto un progetto Sprar e offerto ospitalità a 39 migranti, tutti col permesso di soggiorno. Sono veri rifugiati e i nostri cittadini sono contenti di avere nuovi vicini di casa».
Casermoni o agriturismo pieni di ragazzi che aspettano l’asilo politico da queste parti non ce ne sono. Una nuova comunità si è mescolata con il resto della popolazione e i paesi vicini hanno aderito subito al progetto.
E così qualcuno è andato a vivere e (a lavorare) a Settime e nella frazione di Meridiana, a Cortandone, Castellero e Monale che di questi paesi è il più grande.
«Questa è integrazione vera», dice il primo cittadino Sergio Manetti. In strada tutti confermano: «Problemi non ne abbiamo – dice l’edicolante, quasi stupito per la domanda – I nuovi arrivati lavorano tutti, li incontriamo solo al supermercato».
Ragazzi che perdono tempo in strada non se incontrano davvero e qui agli anziani nessuno sottrae lo spazio sulle panchine.
«Un ragazzo che faceva il cantoniere è andato via da poco – si lamenta il sindaco di Cortandone, Claudio Stroppina – Adesso siamo in difficoltà ».
Fabrizio Russo è un artista che in Piemonte è molto conosciuto e col progetto Sprar ha creato un laboratorio per la ceramica di qualità . Ci lavorano tre ragazze nigeriane appena ventenni e in pochi mesi i piatti firmati da loro sono entrati nelle cucine di molti chef stellati.
«Sono arrivati fino in Giappone. E mentre continuiamo a spedire riceviamo altre commesse. In pochi mesi le ragazze sono diventate molto brave e ora sogniamo che il progetto si trasformi in azienda».
Raffaele Denc gestisce un’azienda agricola tra le colline: in mezzo alle coltivazioni di nocciole si producono formaggi di eccellenza. Da sei mesi, nel caseificio lavora anche una ragazza arrivata in Italia passando da Lampedusa. «Quando finirà il progetto finanziato dal Ministero sono disposto ad assumerla. Una persona così volenterosa e disponibile si trova difficilmente».
E questo è lo stesso ragionamento che fa Simone Russo, titolare di un impianto per la lavorazione della lamiera.
L’ultimo arrivato in officina si chiama Balde, ha 23 anni e si è lasciato alle spalle l’inferno che ha vissuto in Guinea.
Ha passato un anno nelle prigioni della Libia e qui è il più sorridente degli operai. «Il mese prossimo assumerò anche un altro rifugiato. Non perchè penso che si possano sfruttare, ma perchè sono felice di partecipare a questa esperienza di integrazione”
(da “La Stampa”)
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Febbraio 15th, 2018 Riccardo Fucile
I RISULTATI DEL FACT CHECKING DELLE AFFERMAZIONI FATTE: LA LEGGE BOSSI-FINI NON HA FRENATO GLI SBARCHI IN ITALIA
Si parla molto del confronto tra Matteo Salvini e Laura Boldrini a Otto e Mezzo , a conferma che il contraddittorio tra leader funziona.
Migranti, la verifica sulle cifre
Laura Boldrini aveva ragione su un punto chiave del duro dibattito con Matteo Salvini: la legge Bossi-Fini non ha frenato gli sbarchi di migranti in Italia, anche se non è esatto il dato citato dalla presidente della Camera sul milione di immigrati regolarizzati in sanatoria. Si tratta in effetti di 900.000 persone, ma la differenza è minima.
Nel corso del confronto con Matteo Salvini a `Otto e Mezzo’ su La7, ieri 13 febbraio, Boldrini ha dichiarato: «Il reato di clandestinità , introdotto nel 2009, è stato un flop totale, perchè da quando è stato introdotto gli arrivi via mare sono aumentati sistematicamente. Il centrodestra ha fatto due sanatorie, un milione di persone irregolari sono state sanate con un nuovo permesso di soggiorno».
L’affermazione, alla luce del fact-checking, è essenzialmente corretta, vediamo perchè.
Il reato di immigrazione clandestina e gli sbarchi
Il reato di immigrazione clandestina è stato introdotto nel 2009, come dice correttamente Boldrini, con la legge n 94 del 15 luglio 2009 (art. 1 comma 16) – il cosiddetto «Pacchetto sicurezza» dell’allora governo Berlusconi.
Nel 2011 la Corte di Giustizia dell’Ue ha dichiarato illegittima la parte della normativa che prevedeva la sanzione del carcere per gli immigrati clandestini, salvando comunque la figura di reato nel complesso.
Nel 2014, con la legge n. 67 del 28 aprile, il Parlamento diede delega al governo di procedere a una serie di depenalizzazioni, tra cui quella del reato di immigrazione clandestina.
A gennaio 2016, quando fu esercitata la delega, l’esecutivo di centrosinistra decise di non procedere proprio sul reato di clandestinità (con conseguenti polemiche).
Da allora non ci sono stati progressi sulla questione.
Dunque la norma che prevede il reato è rimasta in vigore da fine 2009 fino a oggi, malgrado i ripetuti appelli della magistratura a cancellarla perchè intasa inutilmente i tribunali.
Nel 2010, il primo anno dopo l’introduzione, gli arrivi via mare in Italia sono stati 4.500. L’anno dopo sono aumentati a 64.300, per poi calare a 15.900 nel 2012.
Nel 2013 sono saliti a 40.000, nel 2014 a 170.760, nel 2015 – con un parziale arretramento – sono stati 153.946, nel 2016 (record) 181.126 e nel 2017 sono scesi a 119.369.
Un forte aumento dunque c’è stato, come afferma Boldrini, anche se tendenziale e non costante.
Sembra comunque corretto sostenere che, se lo scopo della norma era prevenire gli arrivi via mare, questa si sia rivelata inefficace.
Le sanatorie del centrodestr
Negli anni passati i governi di centrodestra, rispettivamente il secondo e il quarto governo Berlusconi, hanno regolarizzato centinaia di migliaia di immigrati irregolari (impropriamente detti «clandestini») con due diversi provvedimenti.
Il primo, del 2002 e contestuale all’introduzione della legge «Bossi-Fini» (art. 33 della legge 189 del 2002), secondo i dati del Ministero dell’Interno ha portato a 705.404 domande di regolarizzazione, delle quali 694.224 ammissibili.
I lavoratori regolarizzati sono stati 634.728. Il secondo, del 2009, è la così detta «regolarizzazione colf e badanti» (art. 1 ter della legge 102/2009) e, secondo gli ultimi dati disponibili pubblicati dal Viminale, ha portato a 295.126 domande, di cui 271.020 ammesse dalla Questura.
Delle 259.454 pratiche definite al 14 marzo 2011, 222.182 erano state accolte (l’85,6%).
§Dunque le domande presentate sono oltre un milione, e quelle accolte – proiettando sul totale delle domande ammesse nel 2009 la percentuale di accoglimento al 14 marzo 2011 – più di 860 mila.
Boldrini è dunque leggermente imprecisa nel parlare di «un milione di persone irregolari sanate».
Conclusione
È vero, come ha detto Boldrini, che l’introduzione in Italia del reato di immigrazione clandestina nell’estate del 2009 non abbia impedito un forte aumento tendenziale, anche se non costante, degli sbarchi in Italia negli anni successivi.
Quanto alle regolarizzazioni, la cifra di un milione data dalla presidente della Camera è leggermente esagerata: in base ai dati disponibili, a fronte di un milione di domande presentate, quelle accolte che hanno portato a una regolarizzazione sono complessivamente meno di 900 mila.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
EMINE AVEVA SEI ANNI QUANDO E’ PARTITA DALL’ALBANIA, ORA STUDIA, DIRIGE UN RISTORANTE E SI DEDICA AGLI ALTRI CON LA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO
«Che bello prendiamo il traghetto!». Emine ha sei anni e per il viaggio imminente tutta contenta ha scelto un completo giallo, pantaloncini e maglietta. E pazienza se a casa, nella città di Shkoder, ha dovuto lasciare tutto il resto. A preparare le valigie, quelle grandi, ci ha pensato la mamma ansiosa di raggiungere il papà muratore in Italia.
«Poi, invece, è arrivato il gommone. Era buio, tutti sotto al telone, i bambini da una parte e gli adulti dall’altra. Mia sorellina piangeva e uno le ha detto: dai che ti faccio vedere il mare».
Emine ha 26 anni, da venti abita a Genova, e quella notte di onde e pianti, in un giugno carico di speranze, non l’ha dimenticata: «Per tanto tempo non ci ho pensato – racconta guardando un punto lontano – poi due anni fa, dopo aver visto in tv le tragedie dei migranti, mi è venuto tutto in mente. Quel mare che ho scorto da sotto il telone che si alzava e si abbassava»
Il diploma da ragioniera, un lavoro di responsabile in un noto ristorante genovese e la prospettiva di iscriversi alla facoltà di Economia e commercio,
Emine è la giusta testimone dei 50 anni della Comunità di Sant’Egidio e della “Scuola della pace”. Un istituto insolito che soltanto a Genova conta 10 sedi, quasi 150 studenti come insegnanti volontari oltre ad un nuovo gruppo di docenti che, dal Ponente al centro storico, aiuta quasi 500 ragazzi.
D’altro canto, il nucleo dell’onlus sorse nel 1968 proprio quale doposcuola per i bambini ammassati nelle baracche di Roma.
Da Shkoder (Scutari) a Genova, oltre una riva sconosciuta, l’albanese Emine Ceka oggi è una giovane donna «sempre curiosa e ansiosa di migliorare» che con quel viaggio per mare si è riconciliata.
«Dopo la spiaggia di Lecce, che abbiamo raggiunto a nuoto, perchè gli scafisti ci hanno buttato in acqua e senza giubbotto – è ancora il ricordo – siamo arrivati al campo di accoglienza e poi da lì a Genova».
A superare la delusione per un mare che così paterno non era stato, Emine ha contato anche sulla scuola: «Le suore di San Filippo Neri mi hanno aiutata molto. Poi, una compagna delle elementari mi ha portato alla Scuola della Pace».
In un pomeriggio di dieci anni fa, Emine si trova in una classe multi lingue: storie diverse si intrecciano sui banchi e da lì, dal doposcuola, nasce anche un nuovo interesse: aiutare gli altri.
Ancora oggi, Emine fa parte di un gruppo che due volte alla settimana tiene compagnia ai “nonni degli altri”, gli anziani dell’istituto Brignole.
Si illuminano gli occhi all’arrivo della Scuola della Pace. Tutto questo, oltre al lavoro, agli amici, i viaggi in scooter e il futuro da matricola, è un sicuro tassello della vita di Emine: vent’anni sono passati da quella notte in cui «sulla spiaggia ci hanno detto di correre e correre».
Non c’è angoscia nello sguardo di Emine, solo la luce del riscatto: «Mio nonno era musulmano e mio bisnonno un imam: ancora oggi ricordo il suo insegnamento: alla sera, dì tre preghiere, per la famiglia, per il paese e per gli altri».
Oggi è il 50° anniversario della comunità di Sant’Egidio. E la Scuola della Pace festeggia con il libro omonimo curato da Adriana Gulotta (edizioni San Paolo), un’analisi del progetto scolastico dal Salvador al Malawi, passando per Buenos Aires fino a Napoli, che sarà portato nelle scuole d’Italia, a diffondere una cultura dei bambini: da aiutare gratuitamente nello studio e nel fare amicizia, pensando che nessuno è troppo piccolo per fare qualcosa per gli altri: «Siamo al 100 per cento volontari – ribadisce uno dei responsabili, il genovese Sergio Casali – e spieghiamo ai bambini e ai ragazzi che da noi “ricevono” perchè qualcuno vuole loro bene e si indigna per loro».
Il progetto entra nelle periferie e stimola i giovani anche al volontariato: «Chi è carico di rabbia – dice Casali – accanto a persone fragili tira fuori sensibilità ed umanità ». Ogni anno nel mondo più di 30 mila bambini e adolescenti frequentano regolarmente le scuole della pace della Comunità di Sant’Egidio.
(da “il Secolo XIX”)
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Febbraio 6th, 2018 Riccardo Fucile
QUASI SEI MILIONI SONO IN REGOLA, SETTE SU DIECI FANNO GLI OPERAI… I RICHIEDENTI ASILO SONO 153.700…. IL 40% DEI PROFUGHI HA DIRITTO ALL’ASILO E GLI VIENE RICONOSCIUTO
Il Corriere della Sera pubblica oggi una tabella riepilogativa e racconta i numeri dell’immigrazione,
segnalando il numero di immigrati regolari, degli irregolari e dei richiedenti asilo sul territorio italiano.
I regolari vivono ormai da anni nel nostro Paese e hanno superato quota 5 milioni. Persone che lavorano, studiano, pagano le tasse.
La comunità più numerosa è quella dei romeni con circa 1 milione e 200 mila persone, seguita da circa 450 mila albanesi e 420mila marocchini.
Oltre 500 mila (pari a circa l’8 percento) sono invece gli irregolari che non sono riusciti a ottenere lo status di rifugiato, ma sfuggono all’espulsione perchè gli Stati di origine non accettano il rimpatrio.
Altri decidono di non andare via alla scadenza del permesso di soggiorno.
Sono stati concessi quasi 4 milioni di permessi, di cui oltre un milione e 600 mila a durata limitata.
Ma nessuno è in grado di sapere quanti stranieri siano effettivamente usciti dall’Italia.
L’86,6% degli stranieri sono dipendenti, oltre il 70% svolgono mansioni di operaio, più del doppio degli italiani.
Il tasso di disoccupazione nel 2016 è in diminuzione (15,4% contro il 16,2 del 2015), ma rimane comunque molto alto rispetto ai livelli pre crisi (nel 2008 era l’8,5%).
Ben «1 milione e 181mila sono gli stranieri inattivi in età lavorativa (ovvero tra i 15 e i 64 anni) e tra loro ben il 72% sono donne».
Infine, oltre ai numeri degli SPRAR e delle strutture temporanee d’accoglienza, il Corriere racconta che nel 2018 sono giunti via mare 4.723 stranieri, poco meno della metà di quelli arrivati nello stesso periodo dello scorso anno.
Gli eritrei sono 1.184, i tunisini 754. La maggior parte di chi viene accolto negli hotspot richiede asilo, e il 40 per cento riesce a ottenere lo status o una protezione equivalente.
Gli altri sono destinati al rimpatrio,ma la politica delle espulsioni continua a mostrare gravi carenze perchè soltanto pochissimi Stati accettano i rimpatri.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 6th, 2018 Riccardo Fucile
SI PUO’ OPERARE SOLO CON QUATTRO PAESI AFRICANI E OGNI PROCEDURA HA COSTI ALTISSIMI: 800.000 EURO PER 50 MIGRANTI
Silvio Berlusconi promette di rimpatriare 600mila immigrati irregolari in quanto si tratta di una «bomba sociale pronta ad esplodere perchè pronti a compiere reati».
Ma per fortuna non dice in quanti anni intende compiere l’impresa.
Ad esempio nel 2017 ne sono stati rimpatriati 20mila a fronte di 491mila irregolari (dietro la definizione generica ce ne sono molte specifiche) che secondo il rapporto ISMU si trovano attualmente in Italia.
Alessandra Ziniti e Vladimiro Polchi su Repubblica di oggi spiegano che gli irregolari, nel cui computo va calcolato chi non ha ottenuto la protezione internazionale (47mila su 80mila domande nel 2017), sono anche quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto e chi rimane in Italia dopo la scadenza del visto.
Di questi, negli ultimi tre anni, gli stranieri realmente allontanati dall’Italia sono stati 55mila (quasi 20mila nel 2017 considerando anche i respinti alla frontiera, cioè chi è stato bloccato all’ingresso).
Ma di questi solo 18.500, circa uno su tre, sono migranti già presenti in Italia e poi rispediti in patria.
Ma il problema è la mancanza di accordi con i paesi d’origine: l’Italia ne ha con Nigeria, Tunisia, Egitto e Marocco e questi hanno portato a rimpatriare 25mila persone in quattro anni.
Ce ne vorrà di tempo per arrivare a 600mila.
E in più con i paesi dell’Africa subsahariana e di altre zone dell’Europa e dell’Asia accordi non ce ne sono: a quelli che provengono da questi territori si applica il foglio di via che impone loro di lasciare il territorio italiano nel giro di 7 giorni.
Che viene però in molte occasioni disatteso.
Non solo: anche per i paesi che hanno sottoscritto accordi con l’Italia, spiega Repubblica, ci sono possibilità di sfuggire all’iter che prevede la detenzione temporanea in un Cie, l’identificazione certa, la visita medica e il provvedimento di espulsione del giudice prima di essere messi su un aereo o su una nave.
Prova ne sono le ripetute rivolte scoppiate negli ultimi mesi a Lampedusa, dove decine di immigrati tunisini, trattenuti nell’hotspot ben oltre i termini di legge, hanno protestato (anche cucendosi la bocca), riuscendo alla fine a essere portati ad Agrigento dove, in mancanza di posti nei Cie, hanno ricevuto anche loro un foglio di via prima di far perdere le loro tracce.
D’altra parte, in Italia oggi i Centri di questo tipo sono solo 6: a Bari, Brindisi, Caltanissetta, Crotone, Roma e Torino.
Solo 359 i posti disponibili, ben poca cosa rispetto ai migranti che, sulla carta, andrebbero lì trattenuti ed espulsi.
Che, nel 2016, sono stati 2.984, ma di questi solo la metà è stata poi effettivamente riportata nel Paese d’origine.
Per motivi burocratici (come accadde nel caso di Anis Amri, il terrorista della strage di Berlino lasciato andare dal Cie di Caltanissetta perchè il riconoscimento non era avvenuto entro i tempi di legge) o per mancanza di fondi.
Già , perchè poi c’è il problema dei soldi: per portar fuori dall’Italia un espulso ci vogliono 4000 euro più il costo del viaggio che deve essere fatto con la scorta.
Un viaggio, conclude il quotidiano, andrebbe a costare 800mila euro per 50 migranti alla volta.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 5th, 2018 Riccardo Fucile
DUECENTO ABITANTI E HA ACCOLTO VENTI RIFUGIATI … FERMATO IL CALO DEMOGRAFICO, INTEGRAZIONE RIUSCITA E ITALIANI CONTENTI
Diego Bianchi e Pierfrancesco Citriniti sono andati a Petruro Irpino, uno dei paesi più piccoli d’Italia,
con una semplice telecamera e armati di curiosità umana per raccontarci una storia di inclusione. Oserei quasi dire per raccontarci una storia normale, se non fosse che storie come questa in genere non trovano facilmente spazio in televisione.
Un servizio andato in onda due venerdì fa su La7 a Propaganda Live , reperibile facilmente su YouTube e che vi consiglio di vedere.
Un servizio il cui costo complessivo credo sia quantificabile in benzina e autostrada Roma-Petruro Irpino perchè vitto e alloggio, a Diego e Pierfrancesco, sono stati offerti dagli abitanti del paese, 200 autoctoni e 20 immigrati.
Ed è proprio questa la storia che ci raccontano, quella di 220 persone che vivono in un paesino da sempre demitiano, nel quale il sindaco, visto il drammatico calo demografico, decide di avviare un programma di accoglienza per provare a salvare la sua terra da morte certa.
Eh sì, perchè anche un luogo può morire, e precisamente muore quando non c’è più nessuno che crede nelle sue potenzialità , quando i giovani vanno a dormire pensando di stare sprecando gli anni migliori della loro vita e si alzano ogni mattina con la stessa domanda nella testa: «Ma che cosa ci faccio ancora qua?».
Quindi il sindaco, senza indire alcuna assemblea cittadina perchè si sa, nel mucchio vincono le paure e perde il ragionamento, parla con gli abitanti del suo paese, uno a uno, e li convince che non c’è nulla da temere, chè gli immigrati non sono un pericolo per loro, ma una risorsa.
Quanto è usurata – starete pensando – questa espressione: gli immigrati non sono un pericolo ma una risorsa, e quanta poca fiducia vi è rimasta ormai nella capacità di accogliere gli stranieri che ha l’Italia senza lucrare, senza sperperare, senza togliere a chi già ha poco.
Ma se vi manca la fiducia non è colpa vostra; se vi manca la fiducia è solo perchè a mancare è quel segmento di informazione necessario, direi anzi fondamentale, per completare un quadro meno cupo di quanto non si creda.
Non concordo con chi dice: colpa vostra che non sapete, le informazioni esistono, dovete solo cercarle.
Le informazioni esistono, certo, ma la funzione di chi le produce e di chi può raccontarle è renderle chiare anche a chi non ha dimestichezza, per esempio, con i new media.
Saper fare un post su Facebook o su Instagram non significa saper valutare la veridicità di una notizia, e scorgo un certo malcelato classismo in chi dice: se stai sul web devi anche essere capace di orientarti.
Diego Bianchi e Pierfrancesco Citriniti (Zoro non ha bisogno di presentazioni, ma se non conoscete Pierfrancesco, vi perdete ragazzo corpulento e simpatico, un molisano giovane ma antico, che qualche mese fa durante un servizio a Grisciano, comune totalmente raso al suolo dal terremoto, si mise ad aggiustare caldaie in tutto il paese) ci danno quel segmento di informazione che mancava, quasi un frammento, ma fondamentale per capire noi italiani chi siamo.
E che non lo sappiamo chi siamo? Certo che sì, ma non capita anche a voi di sentirvi descrivere come mai avreste immaginato? Timorosi, chiusi, sospettosi, razzisti. Ecco, razzisti.
Ma voi davvero ce la fate a sentirvi descrivere come un popolo di razzisti? E allora, se non siamo razzisti, cosa siamo?
Siamo i figli, i nipoti o i pronipoti di uomini e donne che hanno sofferto gli stenti delle guerre. Di uomini e donne che hanno perso genitori, fratelli e sorelle, che hanno perso le case, che si sono dovuti rifugiare in gallerie o sulle montagne, in ricoveri di fortuna per scampare ai bombardamenti.
Noi questo siamo e non ce lo possiamo dimenticare: siamo eredi di questa sofferenza e quindi anche eredi di chi non può immaginare di abbandonare al proprio destino chi soffre ora, anche se questo dovesse significare condividere le nostre risorse.
I 200 abitanti di Petruro Irpino, dal 2016, ospitano un progetto Sprar destinato a 20 richiedenti asilo, di cui 14 posti per nuclei familiari e 6 per nuclei familiari monoparentali.
La vita del paese e dei suoi abitanti è cambiata in meglio.
Ecco, è questo il segmento che solitamente manca e cioè la seconda parte della narrazione: come stai dopo che hai accolto? Come cambia la vita della tua comunità ?
La risposta è sempre la stessa: meglio.
(da “L’Espresso”)
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