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LA SQUADRA DI CALCIO SALVATA DAI MIGRANTI

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

LA POLISPORTIVA TADASUNI SI ISCRIVE AL CAMPIONATO GRAZIE A SEI RAGAZZI SCAPPATI DALLA GUERRA

L’allenatore è duro con tutti, ma da Saja pretende di più: «Tu sei il più forte, sei il nostro bomber, devi imparare a tirare bene in porta. Finchè non fai rete, tutti noi continuiamo ad allenarci. E se oggi non segni almeno una volta ti toccherà  pagare una multa di cinque euro».
Saja tira cinque o sei volte e alla fine batte il portiere. Esultano tutti: sì, perchè oggi l’allenamento è finito in anticipo, ma soprattutto perchè qui il gol più importante l’ha fatto l’intera squadra.
La prima partita di seconda categoria si disputa la settimana prossima, ma il campionato dell’integrazione l’ha già  vinto Tadasuni, un piccolo paese della Sardegna centrale dove i migranti tengono in vita la storica squadra di calcio.
In rosa ci sono soltanto quattro giovani del posto, gli altri arrivano dai paesi vicini e in sei da molto più lontano. Quattro dal Gambia, uno dalla Guinea e uno dal Ghana. Hanno più o meno tutti la stessa storia: la fuga dalla povertà  e dalla guerra, il sogno di una nuova vita in Europa, la traversata nel deserto e l’avventura in mezzo al mare a bordo di un barchino.
Modou Camara dice di avere 18 anni, è il più promettente tra i nuovi calciatori di Tadasuni ed è sbarcato in Italia solo tre mesi fa: direttamente in Sardegna, da una nave approdata a Cagliari.
Alieu Sanneh è un attaccante, ha 24 anni e pure lui ha lasciato tutta la famiglia in Gambia: «Giocare in questa squadra mi sembra un sogno, quello che sta succedendo qui è tutto bellissimo. Io non voglio più andar via dalla Sardegna, non mi interessa andare in Germania o Francia, vorrei costruire con voi il mio futuro».
I sei calciatori che ancora non parlano bene l’italiano vivono in un campeggio trasformato in centro di accoglienza, una struttura ben organizzata che si trova nelle campagne di Norbello, a una decina di chilometri da Tadasuni.
«Io li ho conosciuti proprio nel campeggio, dove ogni tanto vado a dare una mano ai volontari — racconta l’allenatore Lello Medde — Nella struttura non c’è un campo e i ragazzi giocano a calcio accontentandosi di una porta fatta di pietre. Io ne ho scelti sei e sono sicuro che tra loro ci sia almeno un talento. Ancora non conoscono la tecnica, ma sono i più forti, quelli più carichi. La lingua, per ora, è l’unico problema, ma i ragazzi hanno già  studiato un linguaggio convenzionale, tutto fatto di gesti, così anche gli avversari non ci capiscono».
Da trentacinque anni a questa parte la Polisportiva Tadasuni non ha saltato un campionato. Ma adesso bisogna fare i conti con lo spopolamento. I giovani vanno lontano per studiare e cercare lavoro e nei piccoli centri del Barigadu molte case si stanno svuotando.
Alla periferia di Tadasuni, dietro una collina tutta verde, c’è un bel campo sportivo, spogliatoi puliti e ordinati e persino una tribuna coperta dalla quale si vede il lago Omodeo.
Il calcio è una passione condivisa, ma il presidente della polisportiva Savino Miscali si è trovato ad affrontare un problema inedito: mettere insieme i giovani necessari per formare la squadra.
E così anche il sindaco Mauro Porcu, l’assessore ai lavori pubblici Pierpaolo Oppo e un consigliere comunale scenderanno in campo ogni domenica.
«I sei ragazzi africani ci aiutano a portare avanti la nostra passione per lo sport — dice il presidente Miscali —. Noi siamo ben felici di accoglierli, sia perchè la squadra potrà  avere un futuro anche grazie a loro e sia perchè l’integrazione è uno dei valori più importanti dello sport. Certo, non possiamo dar loro neanche un centesimo, ma assicuriamo scarpe, abbigliamento e tantissimi sorrisi».

Nicola Pinna
(da “la Stampa”)

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L’IMMIGRAZIONE NON RUBA POSTI DI LAVORO: RAZZISTI RASSEGNATEVI, E’ CERTIFICATO ANCHE DALL’ORGANISMO MONDIALE

Settembre 24th, 2016 Riccardo Fucile

LO STUDIO CONDOTTO NEGLI USA NELL’ARCO DI 20 ANNI E PUBBLICATO DALLA NATIONAL ACADEMIES OF SCIENCES CONFERMA: L’IMPATTO E’ POSITIVO NEL LUNGO TERMINE

Gli immigrati non rubano i nostri posti di lavoro, non abbassano le nostre retribuzioni. Sono un onere per il bilancio pubblico solo all’inizio (prima generazione) ma diventano contributori netti fin dalla seconda generazione.
Non è il testo di un manifesto anti-Trump, non è un comizio di Hillary Clinton.
Sono le conclusioni di un importante studio americano, realizzato dalla National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine.
Un’analisi ampia sull’impatto economico e demografico dei flussi migratori negli Stati Uniti, da 20 anni in qua, compreso l’impatto sul mercato del lavoro e sulle remunerazioni dei cittadini americani, nonchè i costi e benefici sulle finanze pubbliche sia a livello federale che nei singoli Stati.
Una delle prime conclusioni è questa: a dispetto dell’enorme quantità  di emozioni e di reazioni politiche che scatena, l’immigrazione nel lungo periodo sembra avere un impatto scarso sulle condizioni di vita dei lavoratori già  residenti.
In effetti le uniche conseguenze, leggermente negative, si percepiscono nella concorrenza tra immigrati: i più recenti fanno concorrenza a quelli arrivati prima e possono toglierli posti o deprimerne i salari, se si tratta di manodopera poco qualificata.
Un’altra fascia a rischio sono i giovani che non hanno titoli di studio elevati, anche per loro l’effetto-sostituzione da parte degli immigrati è reale.
Nell’insieme, la ricaduta netta dell’immigrazione sull’economia americana rimane positiva.
In quanto all’onere sul bilancio pubblico, è limitato sostanzialmente al costo dell’istruzione per i figli di immigrati di prima generazione.
Ma quando questi ragazzi diventano adulti, anche loro cominciano a pagare tasse, e così facendo “rimborsano” lo Stato per i costi che ha sostenuto per loro.
Le dimensioni dell’immigrazione negli Stati Uniti sono notevoli. 40 milioni di residenti negli Stati Uniti sono nati altrove, e quasi altrettanti sono i residenti che hanno almeno un genitore nato all’estero.
Messi assieme, gli immigrati e i loro figli sono un quarto di tutta la popolazione americana.
La percentuale della forza lavoro nata all’estero è passata dall’11% al 16% negli ultimi vent’anni. E i flussi continuano a crescere.
Negli anni Ottanta in media entravano 600mila nuovi immigranti (legali: con Green Card) all’anno, negli anni Novanta gli ingressi sono saliti a 800mila l’anno, col nuovo millennio il ritmo è passato a un milione di nuovi arrivi ogni anno.
Vi si aggiungono 11,1 milioni di clandestini. Questi ultimi aumentano anch’essi, a un ritmo stabile di 300 — 400mila nuovi arrivi all’anno.
Le cifre del loro impatto economico — costi e benefici — sono queste: alla prima generazione i costi sostenuti dalla collettività  sono pari a 57 miliardi di dollari annui. A partire dalla seconda generazione, gli immigrati portano 30 miliardi di dollaro ogni anno alle finanze pubbliche
Dalla terza generazione, il contributo netto degli immigrati ai conti pubblici balza a 223 miliardi annui.

(da agenzie)

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ITALIANO SALVATO DAI MIGRANTI: LA STORIA DI ANGELO

Settembre 23rd, 2016 Riccardo Fucile

SENZA PIU’ LAVORO, E’ STATO ACCOLTO A CAMINI, BORGO CALABRESE RIPOPOLATO DAI PROFUGHI

Zaino in spalla, una pagina di giornale come biglietto da visita e la speranza di una nuova occasione: «È qui che date una mano ai migranti? Io sono italiano, ma non è mi è rimasto niente. C’è posto per me?».
Angelo racconta il suo inaspettato lieto fine tra i sorrisi e qualche lacrima di commozione, rigirando tra le mani i doni appena ricevuti dai suoi nuovi compaesani: una bottiglia di olio d’oliva e un paio di scarpe nuove.
Senza lavoro nè casa, dopo due giorni di viaggio in treno e una lunga camminata è arrivato da Torino a Camini, in Calabria.
A convincerlo ad attraversare il Paese senza nemmeno un euro in tasca è stata la storia – pubblicata in agosto da La Stampa – del borgo destinato a scomparire e ripopolato dai migranti. Come Riace, Gioiosa Jonica, Stignano, Benestare e altri comuni della Locride, anche Camini partecipa allo Sprar, il Sistema di protezione asilo e rifugiati gestito dal ministero dell’Interno.
Gli abitanti sono poco più di duecento, più 89 migranti arrivati da Siria, Iraq, Nigeria, Mali. Gli ultimi arrivati sono quaranta bimbi siriani, scappati con le loro famiglie dall’inferno della guerra.
Mentre i più grandi si preparano a frequentare la scuola elementare, Angelo Olivella, 58 anni, siciliano, corre su e giù per le stradine strette e assolate e dà  una mano dove può.
Ha sempre lavorato come idraulico, e lo scorso agosto ha lasciato Licata, la sua città  d’origine, per tornare a Torino, dove ha vissuto molti anni.
Un amico gli aveva promesso un lavoro, ma pochi giorni dopo il suo arrivo si è trovato senza nemmeno un posto dove dormire.
Così ha portato con sè la pagina di giornale capitatagli tra le mani per caso, ha deciso di tentare. «Se laggiù sono così buoni da accogliere chi non ha più nulla — si è detto -, forse avranno un posto anche per me».
«Ero al lavoro in ufficio, quando uno dei ragazzi mi ha detto che un signore mi stava cercando. Sono sceso, e davanti a me c’erano Angelo e il suo sorriso timido – racconta Rosario Zurzolo, che con la moglie Giusy gestisce il progetto di accoglienza diffusa -. Ci ha raccontato la sua storia, e che non mangiava da due giorni. Ne ho parlato con il parroco e il sindaco del paese, Giuseppe Alfarano, e insieme abbiamo preso l’unica decisione possibile».
Divorziato, ha un solo figlio che non sente più da tempo.
«Lui ha la sua vita, una bella famiglia, e non lo voglio rattristare con i miei problemi — racconta -. Qui sto bene, ho incontrato delle persone buone e sincere, come piacciono a me. Posso dare una mano con dei lavoretti, insieme agli altri ragazzi. Qualcuno parla già  italiano, ma un modo per capirsi si trova. Non smetterò mai di ringraziare i miei nuovi amici».
«Non voglio illudere nessuno, e appena arrivato gli ho spiegato con chiarezza la situazione della nostra terra — continua Rosario -.
Per mangiare e dormire, nessun problema. In paese lo conoscono già  tutti, e sono felici di offrirgli un caffè o ospitarlo per pranzo. Ma sa che trovare lavoro è molto difficile, c’è tanta gente che cerca un impiego senza trovare nulla».
Ora ha una stanza in un Airbnb della zona, e per sdebitarsi con il proprietario l’ha sistemata da sè, con una nuova mano di vernice.
Per le spese personali, Rosario gli passa ogni settimana una piccola somma: sono le stesse banconote colorate che i comuni della Locride usano come pocket money per i migranti, e che si possono spendere solo nei negozi del paese.
La sua preferita? Quella con Che Guevara.
«In questi giorni le famiglie e i ragazzi ospitati a Camini hanno raccolto mille euro per il terremoto del Centro Italia — racconta Rosario -. Le famiglie siriane hanno donato 50, 60 euro, un quarto di quel che ricevono ogni mese per tutte le loro esigenze. Nessuno pensa a se stesso, tutti vogliono aiutare i parenti che devono sopravvivere a guerre e fame. All’inizio non li volevo nemmeno accettare, ma poi ho capito: per loro era importante aiutare il Paese che li ha accolti».

Nadia Ferrigo
(da “La Stampa”)

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ACCORDO GERMANIA-ITALIA: 500 PROFUGHI AL MESE TRASFERITI DAI CENTRI DI ACCOGLIENZA ITALIANI

Settembre 15th, 2016 Riccardo Fucile

LA MERKEL HA MANTENUTO LA PAROLA… A FINE AGOSTO GLI ARRIVI SONO STATI MENO DELL’ANNO SCORSO, 107.089 CONTRO 116.141 DELLO STESSO PERIODO 2015: CERTIFICATO CHE   “L’INVASIONE” E’ UNA BALLA… DI CERTO C’E’ SOLO LA VERGOGNA DI QUEI PAESI DELL’EST CHE ALZANO MURI, MA CHE QUANDO ERANO INVASI PIETIVANO L’AIUTO DELL’EUROPA

C’è un nuovo accordo tra Germania e Italia per l’emergenza migranti.
Il governo della cancelliera Angela Merkel si è impegnato direttamente con il nostro Paese per farsi carico ogni mese di 500 profughi che saranno trasferiti dai centri di accoglienza italiani.
Fanno 6.000 migranti all’anno, se l’accordo verrà  rispettato.
Una quota che non risolve del tutto la congestione record del sistema di accoglienza gestito dal Viminale, ma di sicuro servirà  ad alleggerire la situazione di affollamento dei Cara, degli Sprar e dei Centri di prima accoglienza.
L’intesa è stata raggiunta tra i funzionari dei Dipartimenti immigrazione dei due Paesi, ed è frutto dell’incontro di Ventotene dell’agosto scorso tra Merkel, il premier Matteo Renzi e il presidente francese Fracois Hollande.
Una delegazione italiana si è incontrata a Bruxelles con la controparte tedesca tre giorni fa, per definire i dettagli di quello che, nei fatti, è un discreto passo avanti. Finora, infatti, il Piano Junker di ricollocazione negli altri paesi dell’Unione europea dei rifugiati che si trovano in Italia e in Grecia è stato un clamoroso flop.
Lanciato nel settembre del 2015 con grande enfasi, prevedeva per l’Italia il trasferimento di 39.800 richiedenti asilo in due anni. Ad oggi, ne sono partiti appena 1.200.
Adesso si procederà  in questo modo.
Il governo tedesco è disposto ad accogliere 500 profughi al mese, da prendere nel bacino degli iracheni, dei siriani e degli eritrei. Cioè quelli che di sicuro hanno diritto alla protezione internazionale perchè in fuga da conflitti e dittature.
Le autorità  italiane, mese dopo mese, inviano a Berlino tutte le carte relative ai candidati che hanno indicato la Germania tra i luoghi di destinazione, allegando la domanda di asilo presentata in Italia, requisito indispensabile per il trasferimento. Appena arriva l’autorizzazione al trasferimento, i profughi saranno accompagnati sugli aerei e mandati in Germania.
In ogni caso il fenomeno sarebbe gestibile se tutti i Paesi europei facessero il loro dovere: al 30 agosto 2016   sono stati registrati 107.089 migranti arrivati in Italia via mare, contro i 116.141 alla stessa data di un anno fa. §
Nessuna invasione, quella è solo il miserabile alibi di chi pensa solo al proprio egoismo, ma che quando erano   invasi dalle truppe sovietiche pietivano l’aiuto dell’Europa.
Allora i profughi erano loro, ma si fa presto a dimenticare.

(da agenzie)

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BASTA CON QUESTI PROFUGHI CHE CI RUBANO IL LAVORO DI PORTATORI DI SANTI

Settembre 1st, 2016 Riccardo Fucile

A NOMAGLIO MANCANO ITALIANI VOLONTARI PER LA PROCESSIONE, CI PENSANO I PROFUGHI NIGERIANI A PORTARE LA STATUA DI SAN BARTOLOMEO

Gli anziani del piccolo paesino di Nomaglio mai avrebbero immaginato di vedere portare in processione per le vie lastricate di porfido la statua del patrono San Bartolomeo da dei ragazzi di colore.
Invece Thomas, Matthew, Edvin, Evans e gli altri giovani nigeriani di religione cristiana, scampati ai massacri di Boko Haram e salpati per l’Italia due mesi fa, ne sono stati entusiasti.
Quando hanno visto che si faceva fatica a trovare volontari per portare il santo, hanno chiesto loro, insieme al parroco don Nicola Alfonsi, di poter dare una mano e sfilare, passando davanti alle case colorate dai vasi di fiori e di fianco al «bornel» la vecchia fontana in pietra
«L’abbiamo interpretato come segno di gratitudine, di rispetto verso le nostre tradizioni, ma anche di voglia di una rapida integrazione — ammette Ellade Peller, eletta per sei volte sindaco del Comune all’imbocco della Serra, famoso per la sagra della castagna che si svolge la terza domenica di ottobre —. Magari qualcuno dei miei concittadini avrà  storto un po’ il naso, ma non importa. Perchè anche Nomaglio è un paese di migranti, non lo dobbiamo scordare».
In questa fetta di Eporediese, a fine ‘800 ci abitavano più di mille persone.
Molte se ne andarono in cerca di fortuna verso la Francia, l’America o la grande città  e oggi, in mezzo alle 300 anime che sono rimaste, tornano in estate e nei week end i nipoti e i pronipoti di chi partì.

(da “La Stampa“)

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IN EUROPA LA FABBRICA DELLA CITTADINANZA: IL BUSINESS DEI PASSAPORTI COMPRATI

Agosto 21st, 2016 Riccardo Fucile

IN 12 PAESI SI VENDE IL DIRITTO ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE

Muri, filo spinato, polizia armata al confine, respingimenti, rimpatri forzati. Questo è ciò che trovano i migranti che provano a entrare in Europa passando per l’Ungheria, la Bulgaria, l’Austria o Malta.
Ma se al posto della valigia di cartone mostri un portafoglio gonfio, i muri crollano, il filo spinato svanisce, la polizia stende il tappeto rosso.
E l’Europol in questi giorni indaga proprio su falsi passaporti individuati nei campi profughi della Grecia e destinati a presunti membri dell’Isis.
Il timore, infatti, è che i documenti possano essere usati da grandi evasori e potenziali terroristi.
Nell’Ungheria di Viktor Orban, diventata il cuore nero d’Europa, autarchica e ultranazionalista, non c’è spazio per gli immigrati.
Secondo Orban sono «dei parassiti, criminali che sovvertono la società  in cui vanno a vivere». Eppure, agli extracomunitari disposti a sborsare 300 mila euro in titoli di Stato e altri 50 mila a fondo perduto, Budapest non oppone alcuna resistenza.
Chi vuole il passaporto ungherese, e di conseguenza europeo, non deve sostenere alcun colloquio, non è tenuto a conoscere la lingua del Paese d’adozione.
Nessun test medico per certificare la stato di salute. La residenza è immediata, la cittadinanza si ottiene in 5 anni.
E i 300 mila euro vengono restituiti insieme al passaporto.
In Bulgaria, dove si è passati in poco più di vent’anni dal filo spinato del blocco sovietico a quello anti-migranti, all’ufficio passaporti c’è addirittura una sorta di opzione «salta la fila».
Con 511 mila euro investiti in bond governativi (poi restituiti senza interessi) si ottiene il passaporto in 5 anni, ma se si è disposti a raddoppiare la cifra si può diventare bulgari in 24 mesi, possibilità  che ha ingolosito centinaia di milionari cinesi. La Bulgaria è lo stesso Paese che ha deciso di dare premi alle «pattuglie di frontiera» di cittadini comuni che danno la caccia ai clandestini.
La più famosa è quella capitanata dal wrestler Dinko Valev, che con la bandiera sulle spalle rilascia dichiarazioni di questo tono: «I migranti sono terroristi. Ogni buon cittadino dovrebbe mobilitarsi per fermarli e salvare la patria».
Il mercato dei documenti  
Ungheria e Bulgaria, insieme a Belgio, Grecia, Austria, Malta, Portogallo, Spagna, Irlanda, Lettonia e Cipro sono tra i Paesi dell’Ue che, di fatto, mettono in vendita la cittadinanza europea.
Ci sarebbe anche il Regno Unito non fosse che dal referendum sulla Brexit in poi sono i britannici ad andare in giro a questuare un secondo passaporto comunitario.
Per anni l’Europa si era tenuta fuori da questo mercimonio. Vendere la cittadinanza era una prerogativa di staterelli caraibici come Antigua e Barbuda, St. Kitts and Nevis e Dominica.
Nelle loro banche entravano assegni a cinque zeri che, miracolosamente, dopo un passaggio negli uffici pubblici, si trasformavano in passaporti del Commonwealth: non nobili quanto quelli controfirmati da Londra, ma con privilegi figli degli stretti rapporti con la Corona britannica.
A St. Kitts and Nevis, due isolotti delle Antille grandi insieme quanto l’isola d’Elba, sono stati i primi a inventarsi questa formula, nel 1984.
Erano diventati Stato indipendente appena un anno prima. E i passaporti si rivelarono un modo per fare cassa. Per anni, i ricchi dei Paesi con relazioni diplomatiche limitate non potevano far altro che volgere lo sguardo ai Caraibi per comprare una seconda nazionalità  che consentisse maggiore libertà  sociale, fiscale, economica.
Dopo la crisi dei subprime, nel 2008, diversi Paesi europei hanno cominciato a riflettere su come racimolare denaro fresco e attrarre investitori extracomunitari battendo nuove strade, sfruttando i buchi nelle leggi dei controllori di Bruxelles. Anche a queste latitudini a fare da apripista piccoli Stati come Cipro e Malta, con i conti in rosso e l’acqua alla gola.
Tutto filava liscio a Cipro fino a che Nicosia si trovò costretta a revocare la cittadinanza al siriano Rami Makhlouf, uomo dalla fedina penale immacolata nonchè presidente di un’azienda petrolifera e di Syriatel, la più grande compagnia telefonica del suo Paese.
Ma Rami Makhlouf era il cugino, nonchè cassiere del presidente siriano Assad: a nulla servirono i milioni depositati nelle banche locali. Dopo quell’incidente, a Nicosia hanno rivisto i loro criteri di selezione, oggi più stringenti.
Ma resta il fatto che per diventare cittadino cipriota, e quindi europeo, in tre-sei mesi basta esser ricchi e investire tra i 3 e i 5 milioni in aziende o immobili. Non c’è obbligo di residenza, nè è richiesto un colloquio preliminare.
Un business senza barriere  
Di fatto a Cipro si può diventare cittadini europei per corrispondenza, come a un club del libro. Malta, invece, ha fiutato il business nell’estate del 2013.
Il partito laburista dell’isola aveva appena preso il potere e nel programma elettorale non vi erano accenni alla possibilità  di vendere passaporti a facoltosi extracomunitari. Da un giorno all’altro arrivò l’annuncio del premier Joseph Muscat: con 650 mila euro di investimenti si poteva ottenere la cittadinanza europea in pochi mesi. La proposta spiazzò l’opinione pubblica.
«Nello stesso momento in cui si studiava la vendita dei passaporti ai ricchi, il governo respingeva in Libia un gruppo di rifugiati esausti che a malapena si reggeva in piedi», osserva James Azzopardi, ministro ombra per i Diritti del partito conservatore maltese: «C’era una guerra in corso, eppure il governo se ne infischiò dei diritti umani. Solo dopo 11 ore un intervento della Corte di Strasburgo riuscì a fermare gli aerei che rimpatriavano profughi. Abbiamo un governo che premia i benestanti e umilia i poveri, che prostituisce la cittadinanza maltese e, indirettamente, quella europea».
Situazioni simili si sono verificate in Grecia e Lettonia. Due dei Paesi più a buon mercato se si tratta di comprare passaporti: ad Atene bisogna investire 250 mila euro in immobili, nella Repubblica baltica ne bastano 150 mila.
Scorciatoie anti-controlli  
La Lettonia è lo stesso Paese che progetta un muro di 90 chilometri al confine con la Russia per frenare l’avanzata dei migranti dall’Asia centrale.
Quest’anno il governo di Riga arriverà  a spendere 3 milioni di euro per la difesa del confine orientale. Nel 2015 il budget era 500 mila euro.
Contro i passaporti facili ha avviato una battaglia nel 2014 Viviane Reding, allora commissario europeo alla Giustizia. «La consegna di un passaporto dovrebbe dipendere da genuini legami di una persona con un Paese, non dalla grandezza del suo portafoglio- afferma. La cittadinanza è uno degli elementi fondanti dell’Europa e non può essere presa alla leggera. Non deve essere in vendita». In realtà  lo è eccome.
Così da due anni sono in corso negoziati Ue con gli Stati dal passaporto facile.
Tempi e modi sono in parte cambiati.
Malta è passata dal chiedere 650 mila euro e poco altro a quasi raddoppiare la cifra, pretendere investimenti sul territorio e colloqui più approfonditi.
Basta pagare e avere qualche mese di pazienza, la ricompensa sarà  una delle nazionalità  più ambite del pianeta, che permette l’ingresso senza visto in 168 Paesi, favorisce i contatti e moltiplica le garanzie rispetto a un passaporto siriano, russo o cinese.
Paesi come Portogallo, Spagna e Irlanda, che si stavano affacciando in questo mercato senza paracadute, «alla cipriota», rilasciano la residenza in tempi rapidi e hanno la manica larga quando si tratta di distribuire la «golden visa» (una sorta di passepartout il cui nome è già  tutto un programma), ma fanno passare anche dieci anni prima di consegnare un vero passaporto.
Bruxelles ha provato ad arginare l’invasione, ma non ha molte armi per combattere.
«Non esiste una normativa o una direttiva europea che regoli il rilascio dei passaporti, quindi di fatto ogni Stato membro è libero di muoversi secondo i propri criteri senza rendere conto a nessuno – spiega l’avvocato Giuseppe Giacomini, esperto di diritto comunitario -. Ciò crea dei problemi nella libera circolazione delle persone, perchè ci si trova a che fare con cittadini diventati europei con criteri quantomeno discutibili». Questione di fondo.
«L’Europa dovrebbe individuare criteri che definiscano il rilascio dei passaporti ottenuti in cambio di denaro e investimenti, così come sono stati fissati parametri per i migranti col Trattato di Dublino – aggiunge -. Se lo si è fatto “dal basso”, si può farlo anche “dall’alto”, anche se alto e basso significa poco: uno può avere molti soldi ma non è detto che sia una persona affidabile».
Tra chi valuta gli aspiranti europei dal conto in banca c’è Henley & Partners, società  con 25 uffici nel mondo e quartier generale nell’Isola di Jersey, nella Manica, paradiso fiscale dal volto pulito, con migliaia di società  off-shore registrate.
Offerte su misura  
Il responsabile della filiale maltese, Stuart MacFeeters, ribatte descrivendo come in realtà  la faccenda dei passaporti in vendita non sia semplice come comprare un costosissimo pollo al supermercato. «Siamo cauti, attenti e non prendiamo nessun rischio – assicura -. Quando valutiamo i candidati, guardiamo tutto, dal conto in banca alla fedina penale. Ci muoviamo all’interno di contratti e accordi blindati».
Le regole per ottenere la cittadinanza sono più o meno stringenti, a seconda del Paese, ma non è solo una questione di limitazioni, anche di opportunità . «Alcuni nostri clienti possono considerare “su misura” il programma maltese, altri possono preferire quel che propone Cipro, la Svizzera o il Portogallo» argomenta.
Per MacFeeters ci sarebbe spazio anche per l’Italia, che – come Francia e Germania – ha deciso di tenere i suoi passaporti sottochiave.
«L’Italia ha forte capacità  d’attrazione. Beneficerebbe di un programma di questo tipo, penso ad esempio ai tanti immobili di pregio – evidenzia -. Potrebbe essere anche un modo per far diventare comunitari i calciatori. Le società  spendono milioni in acquisti, commissioni, procuratori; sborsando qualcosa in più, un brasiliano o un argentino potrebbero diventare europei in fretta».
E senza il ricorso ad avi inesistenti come accadde per i passaporti falsi dei calciatori di Serie A (Recoba, Veron, Fabio Junior, Dida).
Insomma, bastano un paio di firme, uno Stato consenziente e una prezzatrice, come diceva Reding. Sono passati due anni. Il commissario Ue non è più al suo posto.
Gli Stati europei con la prezzatrice erano un paio, sono diventati dodici e il business è in crescita.

Roberto Scarcella
(da “La Stampa”)

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SAN CASCIANO, L’ALTRA CAPALBIO: ESPERIENZA DI ACCOGLIENZA E INTEGRAZIONE

Agosto 20th, 2016 Riccardo Fucile

“puliAMO SAN CASCIANO”: I PROFUGHI DIVENTANO GLI ANGELI DEL DECORO URBANO

C’è da arrossire, e non per il sole, e anche provare un po’ di vergogna di fronte a un dibattito “salottiero” che trasforma il dramma vissuto da migliaia, milioni, di esseri umani in fuga dall’inferno di guerre, sfruttamento, disastri ambientali, in una sorta di gossip che ha il suo epicentro nell’agorà  spiaggiata di Capalbio.
Le interviste a politici, intellettuali, presenzialisti mediatici che affollano “l’ultima spiaggia” sono espressione di un provincialismo ammantato di cultura.
Capalbio fa notizia, purtroppo.
Mentre non hanno lo stesso eco mediatico esperienze di segno opposto che pure vivono a pochi chilometri dal centro vacanziero capalbiese.
Ma per chi, come noi di Oxfam, crede che occorra una narrazione alternativa, un nuovo vocabolario politico e culturale dell’inclusione, capace di smontare il vocabolario della paura, quello dell’ “invasione dei migranti”, del “ci rubano il lavoro e insidiano le donne”, per chi crede che è importante far emergere storie di accoglienza concreta, di un fruttuoso rapporto tra volontariato ed enti locali, allora c’è da parlare dell’altra Toscana, quella che include e vede nelle diversità  una ricchezza e non una minaccia.
È la storia di trenta migranti ospitati da Oxfam, che hanno raccolto 150 chilogrammi di spazzatura in una trentina di sacchi, avviando un percorso di integrazione con San Casciano in Val di Pesa.
Trenta migranti che hanno dato vita ad una task force per il decoro urbano, e che hanno trasformato l’ex Hotel Mary, dove soggiornano, nel centro propulsivo del loro impegno civico. Un impegno che li ha visti lavorare fianco a fianco con alcune associazioni locali e il gruppo scout, ripulendo ogni angolo del piazzone e dell’area sottostante la terrazza dei giardini di piazza della Repubblica.
Imballaggi e confezioni di plastica, bottiglie di vetro, cartacce e una sedia impagliata: gli angeli del decoro urbano – come racconta un bel reportage del “Redattore sociale” – impegnati nell’ambito di “PuliAmo San Casciano”, la campagna promossa dal Comune inserita nel progetto internazionale Let’s Clean Europe – hanno trovato di tutto nei luoghi circostanti i giardini pubblici.
Ma, oltre ai rifiuti, tra le vie, le piazze e le aree verdi che si estendono tra le mura medievali e il campo sportivo di San Casciano, tra il Piazzone e viale Garibaldi, gli angeli spazzini, volontari di ogni età  e provenienza culturale, hanno trovato anche l’occasione di conoscersi e avviare un percorso di integrazione.
“PuliAmo San Casciano” è di fatto una delle tante iniziative pubbliche che vede coinvolti i migranti come volontari, impegnati in lavori e attività  socialmente utili.
Ecco: “PuliAmo San Casciano” non ha conquistato le prime pagine dei quotidiani.
Ma vale molto di più di qualche titolo ad effetto.
Gli angeli spazzini raccontano di un “Nuovo Inizio” positivo. Lasciando ad altri “l’ultima spiaggia”.

(da agenzie)

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QUEL MASSACRO DIMENTICATO DEGLI OPERAI ITALIANI NELLE SALINE FRANCESI

Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile

“SPORCHI, TRISTI E STRACCIONI”: COSI’ I GIORNALI DELL’EPOCA DEFINIVANO GLI IMMIGRATI PIEMONTESI E TOSCANI IMPIEGATI A COTTIMO IN CAMARGUE… FINO A QUANDO, IL 17 AGOSTO 1893, AL GRIDO DI “MORTE AGLI ITALIANI CHE RUBANO LAVORO”, UNA FOLLA DI FRANCESI NE UCCISERO DIECI E NE FERIRONO CENTINAIA

Sodol Colombini stringe tra le mani il cappello di panama mentre guarda il sole infrangersi nell’acqua che circonda le piramidi di sale: non riesce a mandarlo via, quel sale, nemmeno dopo essere andato in pensione.
Una vita passata nella Camargue, la sua, tra sabbia e paludi, a seguire tutta la filiera della lavorazione dell’oro bianco di Aigues-Mortes.
Intervallata da dodici anni, dal 1977 al 1987, in cui è stato sindaco della sua città , sempre dalla parte dei colleghi operai, compagni di mille lotte sindacali.
È proprio agli inizi della sua esperienza da primo cittadino che Sodol, figlio a sua volta di operai antifascisti di chiara origine italiana, scopre che le mura della sua città  nascondono un segreto, di quelli che «si sussurrano a bassa voce, per non farsi sentire dai bambini».
Quando il circolo anziani della cittadina provenzale gli chiede il patrocinio su un convegno sugli eventi, Colombini scopre che a Aigues-Mortes, nel 1893, era stato perpetuato un pogrom, un massacro xenofobo, per qualcuno addirittura “il peggiore della storia della Francia contemporanea”.
Tra il 16 e il 17 agosto del 1893, al grido di “Viva l’anarchia”, i nonni dei suoi concittadini si erano organizzati e avevano deliberatamente deciso di uccidere gli operai italiani stagionali assunti nelle saline, rei di rubare il lavoro e di accettare le condizioni penalizzanti dei padroni.
Fu durante gli anni di Colombini sindaco che una delle pagine più brutte della storia operaia europea emerse dall’oblio, grazie a una serie di ricerche condotte da storici italiani e francesi.
Un lavoro non facile, visto che gli ultimi testimoni dell’eccidio erano morti negli anni ’50 e con loro il ricordo della strage, sconosciuta anche agli immigrati italiani di seconda e terza generazione, come lo stesso Colombini.
Eppure a fine Ottocento i fatti di Aigues-Mortes avevano aperto una profondissima crisi diplomatica tra Francia e Italia; Edoardo Scarfoglio sul Mattino aveva invocato una guerra ai francesi e nella penisola le voci sul massacro avevano condotto a manifestazioni di massa a Genova, Milano, Roma e a Napoli, dove migliaia di insorti si erano scontrati con i bersaglieri.
Poi, complici le due guerre mondiali e una nuova ondata migratoria dall’Italia, il silenzio.
Secondo l’economista e filosofo Serge Latouche, padre della teoria sulla decrescita felice e profondo conoscitore dei processi di occidentalizzazione del secolo scorso, i governi ebbero tutto l’interesse, ad un certo punto, a insabbiare una vicenda pruriginosa di questo genere.
«Abbiamo preferito, noi francesi e voi italiani, riscrivere una storia alternativa fatta di amicizia e fratellanza, un modo per condividere lo ‘sfruttamento’ verso il resto del mondo».
LA PSICOSI DELL’INVASIONE
Come si arrivò, tra il 16 e il 17 agosto 1893, all’uccisione di dieci italiani (di cui nove identificati) oltre a un numero sproporzionato di feriti e a un controesodo di centinaia di operai e famiglie italiane?
Aigues-Mortes a fine Ottocento è una città  povera e dall’economia sonnolenta.
Si anima solo ad agosto durante la raccolta del sale quando vengono assunti 1500 stagionali dalla Compagnie des Salins du Midi.
Oltre ai locali ci sono i trimards, lavoratori senza fissa dimora, spesso pregiudicati e circa 600 italiani, per lo più piemontesi e toscani, quasi sempre ingaggiati tramite caporali che operano oltre confine.
Il clima è teso, del resto nel paese si vive la psicosi dell’invasione.
La stampa francese ripete strenuamente che la manodopera italiana “toglie il pane dalla bocca” e alla paura di perdere posti di lavoro e spazio nell’economia nazionale si aggiungono ritratti razzisti degli italiani che “sono sporchi, tristi, straccioni, e formano intere tribù che emigrano verso il Nord, dove le campagne sono ben coltivate, dove si mangia, si beve, si è felici” (La Patrie, 3 agosto 1896).
I giornali parlano di un’invasione silenziosa e della minaccia che la patria venga “sommersa” (L’invasion pacifique de la France par les ètrangers, Marchal-Lafontaine).
L’atmosfera nelle saline non è diversa dal quadro dipinto dai giornali. C’è nervosismo, italiani e francesi non si integrano, le quasi 90 mila tonnellate di sale devono essere portate via in breve tempo per evitare che arrivi la pioggia e le sciolga.
I ritmi sono massacranti e la retribuzione a cottimo premia gli operai italiani, più robusti e abituati ai lavori duri. È un’estate torrida, si dorme in baracche insalubri, con il rischio di contrarre la malaria e con poca disponibilità  di acqua potabile.
I FATTI
Secondo gli storici potrebbe essere proprio l’acqua uno dei futili motivi che hanno portato alla caccia all’italiano. Il giorno prima del massacri, durante una pausa dal lavoro, un torinese avrebbe lavato il suo fazzoletto pieno di sale nella tinozza contenente l’acqua dolce. La reazione dei francesi sarebbe stata violenta, il torinese avrebbe quindi ferito con un coltello uno degli aggressori.
Si susseguono scontri e ripicche tra italiani e francesi, gira voce che ci sono morti (falso), interviene il magistrato e riporta la calma.
Ma è solo momentanea, in città  il passaparola è iniziato, c’è la convinzione che gli italiani abbiano ucciso dei francesi. L’eccitazione non è più controllabile, c’è voglia di impartire una lezione ai “maledetti italiani”.
I trimards che non hanno trovato lavoro e altri cittadini scendono per le strade. “Viva l’anarchia! Morte agli Italiani”, riecheggia tra i vicoli del centro di Aigues-Mortes. Trimards e cittadini, circa cinquecento, muniti di randelli seguono il pubblico banditore, che annuncia la “caccia all’orso”.
Gli italiani cercano rifugio dove possono, persino nella questura e nelle carceri cittadine. Si contraddistinguono dei “giusti”, che salvano molti degli assaliti da morte certa. Come il parroco Mauger, che accoglie gli italiani nella sua abitazione privata, o la signora Fontaine, proprietaria di una panetteria, che fa barricare gli assaliti nel suo negozio e con loro resiste eroicamente all’assedio e ai tentativi d’incendio per oltre 27 ore.
Al mattino la situazione degenera. I rivoltosi si dirigono vero le saline Peccais, dove è maggiore la concentrazione degli stagionali stranieri.
Il capitano della gendarmeria si impegna pubblicamente per l’espulsione degli italiani. L’obiettivo è quello di scortarli fino alla stazione locale e mandarli via con il primo treno. Ma la scorta delle forze armate fallisce e il massacro ha inizio.
Un sopravvissuto racconterà : «Tutta questa gente si è avventata contro di noi e ci gettava pietre. Ho anche sentito parecchie fucilate (…) la folla ci ha travolto. Siamo fuggiti da ogni lato; ci inseguivano come fossimo un gregge di pecore; io sono stato buttato nel canale con alcuni compagni. I francesi si erano piazzati dall’altro lato del canale, tra le vigne, e quando tentavamo di uscire, le pietre ci cadevano in testa come neve»
TUTTI ASSOLTI
L’esercito, chiamato all’alba dal prefetto, non arriva prima delle sei di pomeriggio del 17 agosto. Perchè questo ritardo? È difficile dirlo, sappiamo però che è funzionale all’insabbiamento delle responsabilità .
Lo scrittore Enzo Barnabà  (il massacro degli Italiani, Infinito Edizioni) , che sin dagli anni ’70 ha studiato approfonditamente i documenti ufficiali e le testimonianze dell’epoca, non ha dubbi: all’Italia bastava un capro espiatorio, facilmente individuato nella figura del sindaco.
«Il governo italiano chiese la sua testa, e i francesi gliela consegnarono senza problemi. I veri responsabili, come il prefetto o il generale che non ha dato l’ordine di intervenire, la fecero franca, non interessò a nessuno fare un’inchiesta che appurasse le vere colpe».
Le stampe di entrambi i paesi strumentalizzarono a loro piacimento il massacro e il processo, che assunse inevitabilmente una dimensione politica e si concluse con l’assoluzione di tutti i 17 imputati che erano stati rinviati a giudizio.
Come se non bastasse, il governo francese pretese che nel calcolo degli indennizzi alle famiglie delle vittime venisse considerato il principio di reciprocità , dal momento che gli italiani erano scesi in piazza attaccando i palazzi francesi delle grandi città  della penisola.
Il danno per la morte dei lavoratori fu equiparato a quello di qualche vetrina distrutta. La reazione italiana? «Una certa Italia si lavò le mani. Crispi cavalcò l’ondata nazionalistica che scosse il paese appena giunsero le prime notizie, poi una volta giunto al potere, lasciò perdere», spiega Barnabà .
UN MASSACRO “DI SINISTRA
Fa un certo effetto sapere che l’eccidio di Aigues-Mortes avvenne ad appena tre giorni di distanza dalla conclusione dei lavori del Congresso di Zurigo della Seconda internazionale socialista, per giunta perpetuato inneggiando l’anarchia e i suoi eroi. «Amara e feroce ironia», la definì il filosofo marxista Antonio Labriola.
Secondo la stampa conservatrice di allora, “il massacro smentì le chiacchiere internazionaliste”. «Eppure quella era una vera sinistra, con un vero progetto internazionale, al contrario di oggi», spiega Serge Latouche.
«Tuttavia faceva i conti con una grande contraddizione che a distanza di oltre un secolo non è riuscita a risolvere: la concorrenza tra i lavoratori di diversi paesi. Anzi, con la globalizzazione è dieci volte più forte. Se dieci italiani sono morti a Aigues-Mortes, quanti sono i migranti uccisi oggi dallo sfruttamento del lavoro?». Secondo Barnabà  «l’eccidio di Aigues-Mortes ci ricorda come l’integrazione dell’immigrazione italiana nel tessuto sociale francese, contrariamente all’immagine che spesso ne ha, sia stata tutt’altro che indolore e come la xenofobia che ha colpito le successive ondate migratorie non sia nata dal nulla».
Nel frattempo Aigues-Mortes è diventata una tappa importante degli itinerari turistici provenzali e un trenino accompagna cinque volte al giorno i visitatori nei suggestivi sentieri che attraversano le acque rosa delle saline.
Proprio dove circa 120 anni fa un piccolo numero di gendarmi in preda al panico non riusciva a proteggere i lavoratori italiani da piogge di sassi e proiettili.
Ma i turisti non lo sanno. Per questo, anche da pensionato, Sodol Colombini continua il suo impegno civile per i diritti dei lavoratori delle saline e per ripristinare la memoria storica del massacro: a breve una targa commemorativa verrà  posta nei pressi dell’ex panificio Fontaine.
Sarà  il primo segno tangibile del ricordo di quei due giorni di follia di massa.
Di cui si continua a non voler parlare. Ce lo fanno capire chiaramente gli addetti del museo cittadino.
Quale “massacre des Italiens”?

Joshua Evangelista
(da “L’Espresso”)

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UN EX PASSEUR RACCONTA I TRUCCHI PER ARRIVARE IN SVIZZERA: “PASSIAMO DA UN BUCO NELLA RETE”

Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile

IL PIANO B SE IL CONFINE E’ SORVEGLIATO

«Io non li carico più, però nei nostri Paesi si trova sempre gente disponibile. In queste settimane è sicuramente più difficile, ma anche oggi chi vive da queste parti saprebbe come farli passare».
L’uomo che conosce ogni angolo del confine fra la provincia di Como e il Canton Ticino, una condanna alle spalle per traffico di esseri umani e un processo in corso per vicende analoghe, accetta di spiegarci – sotto la garanzia dell’anonimato – come i migranti riescono a entrare in Svizzera.
Il «passeur» è una persona che non dà  nell’occhio: un operaio disoccupato, un pensionato che fa sempre avanti e indietro per fare benzina o per fare un giro con la famiglia negli outlet di Mendrisio.
«Il metodo è sempre quello. E la prima regola è passare inosservati – racconta l’ex passatore -. In questi giorni di emergenza con poliziotti e telecamere di mezzo, c’è solo bisogno di fare più attenzione».
La rotta è quella fra Milano e Chiasso, il sogno proibito dei 500 che in queste settimane sostano davanti alla stazione ferroviaria di Como o degli oltre tremila che affollano i centri d’accoglienza del capoluogo lombardo.
«Quindici minuti di paura e di tensione, ma si guadagnavano un sacco di soldi: fino a 250 euro a persona, un migliaio di euro a viaggio» spiega.
Sono briciole rispetto alle migliaia di euro che un ragazzino eritreo paga da quando lascia il suo villaggio fino a quando riesce a riabbracciare suo fratello in Germania o in Norvegia.
«Può sembrare immorale chiedere soldi a quei disperati, ma per loro è l’unico modo per raggiungere le loro famiglie» sottolinea senza quasi rendersi conto della gravità  di questi reati. Tanti in queste zone hanno approfittato della vicinanza con il confine per fare guadagni facili.
Con i migranti il business è cominciato negli Anni Novanta: prima i bosniaci in fuga dalla ex Jugoslavia, poi gli albanesi e i kosovari.
Ma qui la tradizione degli «spalloni» è vecchia come il lago: una volta si contrabbandavano sigarette e medicinali passando con le gerle di vimini sui sentieri di montagna, poi ci sono state la stagione dei contanti nascosti nei doppifondi delle auto truccate e quella della cannabis acquistata nei coffe shop (legali in Ticino fino ai primi anni 2000) e smerciata nelle piazze del Nord Italia.
Oggi la merce più pregiata sono gli esseri umani. Infatti dal settembre 2015 le autorità  elvetiche, insieme a quelle italiane e tedesche, hanno creato una forza speciale ad hoc: il Gruppo Interforze per la repressione dei passatori.
Nel solo Canton Ticino sono stati individuati sei diversi gruppi criminali con due diverse filiere: africana e siriana.
Gli italiani servono solo per gli ultimi metri, dove chi non è «del posto», non sa come muoversi. E soprattutto non sarebbe in grado di gestire gli imprevisti.
«Si comincia per caso – prosegue il passeur comasco -. Può capitare di essere avvicinati in un bar, di fare due chiacchiere. Quando capiscono che sei la persona giusta arriva l’offerta. Il compito è semplice: parcheggiare davanti alla stazione e aspettare. I migranti arrivavano in treno da Milano insieme a un intermediario, spesso di origini centrafricane. Il mediatore consegna i soldi e sparisce. L’autista parte verso la frontiera, quasi sempre con una macchina civetta che lo precede. Si scelgono i valichi minori, Ronago o Drezzo, che da sempre sono anche quelli meno controllati. Chi va in avanscoperta avverte di eventuali posti di blocco. Se arriva il via libera l’autista procede fino a Mendrisio o Lugano, dove li scarica in stazione».
Da qui i migranti possono proseguire verso Nord.
Se quel giorno la dogana è presidiata invece scatta il piano B.
L’auto devia dal percorso stabilito e viene parcheggiata in una strada laterale. Il gruppo raggiunge un punto in cui la rete è tagliata e sbuca in Svizzera a piedi.
Dopo pochi minuti l’auto civetta, che nel frattempo è entrata in Svizzera senza problemi, li carica e li porta a destinazione.
Se tutto è filato liscio e ci sono altre richieste si può provare a fare un altro viaggio. «Ho sentito di gente che è riuscita a portare di là  anche 30 persone in un giorno, guadagnando migliaia di euro – conclude il passatore pentito -. Io ho ceduto alla tentazione ma quando al processo mi hanno definito “trafficante di carne umana” mi sono reso conto di essere stato la pedina di un gioco terrificante».

(da “La Stampa”)

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