Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA RICCHEZZA, IN MANO ALLA FINANZA E INDIPENDENTE DAL LAVORO, DIVISA TRA POCHI…GLI ALTRI A STRAPPARSI UNA FETTA DI PANE NELLA QUOTIDIANA GUERRA TRA POVERI
La vignetta di Altan di oggi ci dice perfettamente dove ci hanno portato questi ultimi trent’anni:
alla nostalgia del lavoro.
Mi viene da dire: alla nostalgia della schiavitù, della fatica, dello sfruttamento. Perchè questo è stata (e dove resiste è ancora) la fabbrica.
Già . Quando arrivò il profetico libro di Rifkin, tutti ci dicemmo: interessante, illuminante, ma poi? Ma dopo?
Non immaginavamo che il dopo sarebbe stato una società in cui la ricchezza (finanziarizzata e quindi diventata in buona parte una variabile indipendente dal lavoro) proprio per questo si sarebbe concentrata nelle mani di così pochi, mentre tutti gli altri stanno a strapparsi i pezzettini dell’altra fetta, quella ancora prodotta dal lavoro.
E non immaginavamo quindi che sarebbe scoppiata anche questa guerra atomizzata tra poveri, fra chi un lavoro ce l’ha decente, chi ce l’ha indecente, chi ne non ce l’ha proprio, chi ce l’ha ogni tanto, e così via.
Perchè questo è il nostro presente, per chi non se ne fosse accorto: una piccolissima fetta di popolazione che del lavoro se ne può fottere altamente, perchè il suo patrimonio lo coltiva altrove; e un’enorme fetta che si ammazza sui brandelli del lavoro che resta.
Dividendosi per questo, politicamente, da una parte in “sinistra e sindacato” (quelli che vogliono proteggere il poco che ancora hanno, compreso il proprio pur merdoso posto di lavoro) e dall’altra parte in “populisti e anti sistema” (quelli che non hanno nulla da salvare perchè rimasti esclusi anche dalla spartizione delle briciole di lavoro rimaste).
Qui siamo. E da qui c’è molto, anzi tutto, da fare, da elaborare, da rovesciare come un calzino.
A meno che, naturalmente, non ci piaccia una società dove l’uno per cento ha tutto senza lavorare e il 99 per cento combatte selvaggiamente per dividersi il lavoro che resta, cioè sempre meno.
Buon Primo maggio a tutti.
(da gilioli.blogautore.espresso)
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Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile
“GARANZIA GIOVANI” E PROMETTE OCCUPAZIONE PER 900.000 GIOVANI
Per il momento è solo un sito vuoto con scritto in bella evidenza: “Presto online”.
La Garanzia giovani è un progetto da 1,5 miliardi di euro, messi a disposizione dalla Commissione europea per “assicurare ai giovani con meno di 25 anni un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato, tirocinio o altra misura di formazione, entro 4 mesi dall’uscita dal sistema di istruzione formale o dall’inizio della disoccupazione”
Il governo Renzi intende giocarsi molte carte su questo progetto e l’annuncio da parte del ministro Giuliano Poletti, di rendere operativo il sito proprio   il 1 maggio lo dimostra .
Il fattore simbolico è quello su cui Matteo Renzi scommette di più e cosa c’è di meglio della Festa dei lavoratori per promettere posti di lavoro come se piovesse?
Poletti ha assicurato più volte, l’ultima ancora ieri su l’Unità , che il piano dovrà interessare 900 mila giovani, in forme che, però, non sono mai state chiarite o precisate. Del resto, è la stessa Youth Guarantee a rendere il progetto poco agguantabile
“Garanzia Giovani”, infatti, deve offrire una prospettiva ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro dopo il completamento degli studi, ma anche a coloro che, si legge sul sito del ministero del Lavoro, “disoccupati e scoraggiati, hanno necessità di ricevere un’adeguata attenzione da parte delle strutture preposte alle politiche attive del lavoro”.
Come funziona?
“Ai giovani che presenteranno i requisiti verrà offerto un finanziamento diretto (bonus, voucher, ecc.) per accedere a una gamma di possibili percorsi”.
E qui si entra nelle diverse tipologie ormai note: “L’inserimento in un contratto di lavoro dipendente, l’avvio di un contratto di apprendistato o di un’esperienza di tirocinio, l’impegno nel servizio civile, la formazione specifica professionalizzante e l’accompagnamento nell’avvio di una iniziativa imprenditoriale o di lavoro autonomo”. C’è di tutto ma niente di concreto e, soprattutto , nessun posto di lavoro definito.
Di fatto, si tratta di allestire un mega-portale che faciliti la domanda e l’offerta di lavoro mettendo in connessione i Centri per l’impiego, le imprese, le Regioni.
L’applicazione del piano spetta proprio a queste ultime, ma finora solo tre Regioni hanno firmato la convenzione con il ministero e altre due “sono pronte per la firma”.
Il ministero di Poletti, dal canto suo, ha firmato lo scorso 28 marzo due convenzioni, una con Confindustria e l’altra con Finmeccanica.
Nei giorni scorsi è stata siglata quella con la Cia, la Confederazione Italiana Agricoltori, e l’Agia, Associazione Giovani Imprenditori Agricoli. Tutto quanto sarà “presto online”.
Il timore è che resti lì.
S. C
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 26th, 2014 Riccardo Fucile
“NON AIUTERA’ AD ASSUMERE, MA A SFRUTTARE”…. “NON CAMBIA NULLA, E ADDIO CAUSE DI LAVORO”
Lo scontro interno alla maggioranza ha distolto l’attenzione dai veri effetti sul campo del decreto lavoro.
Ad oggi, il testo è un ibrido che scontenta tutti (Ncd e Sc in testa), ma non mette di traverso nessuno. “Il decreto creerà occupazione”, si è difeso il ministro Poletti.
La cognizione delle novità arriva più dalle imprese che dai lavoratori. Il motivo è semplice: i destinatari sono i precari, milioni di persone con contratti “atipici”, fuori dalla rappresentanza dei grandi sindacati. Nessuno gliele ha spiegate.
DAL LATO IMPRESA
È un’arma. E come tutte le armi nelle mani sbagliate farà molti danni. Per le aziende serie, diciamo con un’etica, non cambia molto, anzi in parte peggiora la situazione, per le altre… molte imprese non vedevano l’ora di avere mano libera”.
La sintesi del decreto lavoro — lato imprenditori — è di Francesca, 31 anni, che da tre guida le filiali italiane di una grande multinazionale dell’abbigliamento con centinaia di dipendenti.
“Pochi giorni fa ricevo una chiamata dalla direzione — spiega al Fatto — mi avvisano che siamo al 21 per cento di contratti a tempo determinato sul totale dei dipendenti, bisogna scendere al 20 come prevede il testo del governo”.
Cosa comporta? “Che dovrò graziarne qualcuno mettendolo a tempo indeterminato e spremere all’osso tutti gli altri. Detto brutalmente: la riforma non mi aiuterà ad assumere nessuno, ma a sfruttare di più quelli che ho”.
In cambio, il testo introduce limiti al ricorso ai contratti atipici, fissando delle soglie sul totale dell’organico.
“La cosa incredibile è che per compensare la libertà di manovra fino a 36 mesi dei contratti a termine, si sono imposti questi paletti. Da una parte ti do mano libera, dall’altra ti impongo soglie arbitrarie. Come si fa a dire a un’azienda che da un giorno all’altro deve stabilizzare l’80 per cento dei dipendenti? Giustamente non si fidano delle imprese, ma così puniscono chi, come noi, era già vicino alla soglia e comunque non faceva più di 12 mesi di tempo determinato”.
È il paradosso di un testo che scontenta Ncd e Scelta civica che invece lo giudicano troppo blando sulla flessibilità in entrata.
Chiedono di liberalizzare ancora di più i contratti a termine con un numero maggiore di proroghe.
“Da me funziona così: entri con un contratto di 6 mesi, rinnovabile per altri sei. Finiti i due contratti, o scattava l’indeterminato o finiva il rapporto di lavoro — spiega Francesca —. Molte aziende, invece, alla seconda scadenza ti fanno stare a casa venti giorni e poi ti fanno un altro contratto. Il vantaggio è indubbio: perchè prorogano il contratto senza bisogno di motivarlo con la cosiddetta causale e nessuno può impugnarlo davanti al giudice del lavoro”.
“Certo ci fanno un favore — spiega Paolo, proprietario di una piccola azienda torinese che lavora nel campo dell’impiantistica industriale —. Prima potevo fare un solo rinnovo all’anno, adesso arrivo a cinque. È un modo per sfruttare il lavoro temporaneo, uno strumento che andrebbe maneggiato con cura, lo dico da imprenditore”.
La differenza, quindi, la fa soprattutto il fattore umano. “La mia è un’azienda di famiglia con 40 anni di esperienza, c’è tutto l’interesse a stabilizzare e fidelizzare i dipendenti — spiega Paolo —. Ma con la crisi non è facile. Io lavoro con la Fiat, vi lascio immaginare. Abbiamo picchi di lavoro e lunghi tempi morti senza commesse. Ricorrere ai contratti a termine è inevitabile. Assumere costa troppo, e da questo punto di vista il decreto non sposta di una virgola la situazione. È l’Italia del gattopardo”.
Eppure il testo è stato presentato quasi in concomitanza con l’uscita dei dati Istat sulla disoccupazione (al 13 per cento). “Il decreto non precarizza, anzi crea lavoro”, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
“L’occupazione si crea abbassando i contributi, cioè il cuneo fiscale, così si aiutano solo gli imprenditori a evitare grane, ma non ad assumere. A me fanno concorrenza le aziende dell’Est, un mio collega paga solo 300 euro di contributi al mese. Non c’è contratto che tenga”.
DAL LATO DI CHI CERCA
So che così è anche peggio di prima, ma, è triste dirlo, la percezione di chi è già precario è che non si possa peggiorare più di così”.
Aldo, romano, 29 anni, da 4 entra e esce da una grande azienda pubblicitaria con sedi in tutto il mondo. Le novità introdotte dal decreto lavoro lo lasciano quasi indifferente. Neanche le proroghe fino a cinque volte senza motivazione lo spaventano. “Lì si usa già di tutto, anche contratti di un mese e mezzo con ritenuta d’acconto. Dovresti lavorare da casa e invece ti chiedono di andare lì tutti i giorni. Se superi il numero di rinnovi o proroghe, ti fanno assumere da un’altra azienda, che però fa sempre parte del gruppo e si ricomincia”.
Una differenza rispetto a prima, però, riesce a intravederla: “Ad oggi ci sono persone che stanno in azienda da nove anni con contratti a termine.
Molte, esauste, alla fine hanno fatto causa. Adesso, senza obbligo di motivare rinnovo del contratto a termine sarà difficile appigliarsi a qualcosa. Ma gli espedienti si erano già trovati”.
Quali sono li spiega dopo essersi assicurato per l’ennesima volta l’anonimato: “Si accordano con il lavoratore, gli danno 500 euro e lui promette di non fare causa quando se ne va. Nello stipendio compare una voce fittizia, tipo ‘consulenza’ e tu te ne stai buono. Certo non possono mettere per iscritto l’accordo ma alla fine accetti e porti a causal’aumento una tantum”.
Aldo non è l’unico che non riesce a leggere le novità del decreto. Eppure gli esempi non mancano, a partire dall’apprendistato.
Il testo uscito dalla camera abbassa dal 30 al 20 per cento il vincolo all’assunzione degli apprendisti già sotto contratto: senza, non è possibile siglarne di nuovi.
“C’erano tre apprendisti nell’ufficio di Roma. Uno l’hanno cacciato, agli altri due hanno fatto un contrattino di sei mesi, mai rinnovato”.
“E’ curioso — spiega Luca, 30 anni di Modena, che lavora in un impresa di macchine agricole — dove lavoravo prima avevo un contratto di apprendistato, ma facevo le stesse cose degli altri impiegati, con le stesse responsabilità . Ce n’erano anche altri come me, ma solo uno è rimasto dentro. Però ci sarebbe la formazione, che da contratto è obbligatoria, e invece non l’ho mai fatta, nè io nè gli altri apprendisti in azienda. Ora il decreto lascia margine di libertà all’azienda se farla interna o affidarsi alla regione. Non so se sia un bene”.
Nella versione del testo uscita dalla Camera, l’impresa, in mancanza di un progetto formativo regionale entro 45 giorni dal contratto, può anche fare a meno della formazione.
Anche se gli sgravi sono legati proprio alla formazione “esterna” (e non sul lavoro). “Quindi è peggio, perchè il contratto verrebbe snaturato. Ma anche così, non mi sembra cambi molto, io non la facevo e gli altri neanche. Col tempo mi sono reso conto che è solo un contratto che gli permette di pagare meno contributi e risparmiare sui costi. In pratica cercano ‘apprendisti con esperienza’”, spiega Luca.
La flessibilità non lo preoccupa. “Ci sono abituato. Quando me ne sono andato in un’altra azienda, mi hanno fatto un contratto di sei mesi, poi uno di due anni mezzo, tutto entro la soglia dei 36 mesi. Alla fine non me l’hanno rinnovato. L’avvocato mi diceva: dai che gli facciamo causa, ma ho rinunciato. Inutile restare dove non ti vogliono. Ma io sono fortunato, vivo a Modena, dove c’è un tessuto produttivo che ti aiuta. Fossi nato in Sicilia o in Campania questo discorso non potrei farlo”.
“È normale che un giovane precario dica che per lui non cambia niente”. Spiega Luigi Marinelli, dell’Unione sindacale di base: “È la conseguenza del fatto che i sindacati li hanno lasciati soli”.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
GLI ALFANIANI MINACCIANO DI NON VOTARE IL TESTO, POI IL GOVERNO METTE LA FIDUCIA E CI RIPENSANO: “BATTAGLIA IN SENATO”
È difficile spiegare cosa è accaduto ieri alla Camera sul decreto lavoro: è sempre difficile, lo diceva decenni fa Enzo Forcella proprio parlando della cronaca parlamentare, raccontare una guerra finta come se fosse vera.
Per questo conviene partire dai dati di fatto: il governo ha chiesto la fiducia sul provvedimento, il voto di oggi sarà senza sorprese visto che tutti i partiti della maggioranza hanno annunciato il loro sì, la questione ricomincerà durante il passaggio in Senato.
Altre certezze sul tema: questo decreto — nonostante i ministri dell’Economia e del Lavoro Padoan e Poletti — lo giudichino nientemeno che “fondamentale”, non cambierà quasi nulla e non ha alcuna speranza di innescare l’ircocervo della crescita.
Si tratta, infatti, di poche — e in genere pessime — norme sui contratti a termine e l’apprendistato, non certo del “mitico ” Jobs act, che è una legge delega che verrà approvata, forse, entro dicembre.
Su questa minuzia s’è innescata la guerra finta di cui sopra: uno scontro di posizione in cui gli attori ondeggiano tra il desiderio di ottenere visibilità in tempo di elezioni e la mancata comprensione della pochezza del casus belli.
Nuovo Centrodestra e quel che resta di Scelta Civica e Udc, nel weekend pasquale, hanno abbandonato gli esercizi spirituali per mettere a verbale: “Noi questo testo non lo votiamo”. Poco importa che quel testo nascesse per mettere una pezza — al solito peggio del buco — alle norme più sconclusionate della precedente legge Fornero, allegramente votata da tutti gli interessati.
Per alfaniani e soci, nel merito, è inaccettabile che si preveda — per le aziende sopra i 30 addetti — la prescrizione di assumere il 20% degli apprendisti, dopo 36 mesi di contratto, prima di assumerne di nuovi: in sostanza un’impresa con 50 dipendenti, dopo aver formato per tre anni 7 apprendisti, dovrebbe alla fine assumerne uno per poter dedicarsi alla formazione di un’altra decina di giovani che non intende assumere.
Male, per Ncd e gli altri, pure che si preveda che durante l’apprendistato si faccia formazione col controllo della regione.
O che non si possa avere in azienda solo contratti a termine o che se un imprenditore non rispetta il limite dei 36 mesi per il lavoro temporaneo poi un giudice può costringerlo ad assumere il precario.
Roba inaccettabile, che stritola la libertà d’impresa, dicono montiani e Ncd (e pure Forza Italia).
La faccenda, ieri mattina, rischiava di complicarsi: in commissione Bilancio, per il parere, la maggioranza rischiava di andare sotto per l’assenza dei ribelli e pure di un bel pezzo del Pd. Solo l’interruzione della seduta decisa dal presidente Francesco Boccia e l’arrivo in massa di 11 sostituti (tutti renzianissimi, dal tesoriere Bonifazi al trio Carbone-Guerini-Ermini) ha fatto sì che arrivasse l’ok, anche se per soli due voti.
Nel frattempo si teneva, sempre alla Camera, un vertice di maggioranza assai tormentato.
Il ministro Poletti, dopo attenta riflessione, proponeva la sua mediazione ai presenti: nessuna modifica al Senato (anche perchè il decreto scade il 20 maggio e in mezzo ci sono pure un po’ di ferie); niente assunzione per i contratti a termine che eccedono i 36 mesi, ma un più modesto indennizzo in denaro; la formazione dell’apprendista a scelta dell’azienda potrà essere regionale o… aziendale.
Cesare Damiano, alfiere della cosiddetta sinistra Pd e presidente della commissione Lavoro, aveva già festeggiato come una grande conquista il fatto che i contratti temporanei potranno essere rinnovati al massimo cinque volte, anzichè otto.
Ieri, visto il casino, ha provato il colpaccio bolscevico: noi votiamo le proposte di Poletti, ma i rinnovi devono scendere a quattro.
“Giammai”, è stata la risposta del Ncd, Maurizio Sacconi, omologo di Damiano in Senato, su tutti.
Risultato: niente mediazione e governo costretto a mettere la fiducia sul testo uscito dalla commissione.
Ncd e gli altri si piegano: “Votiamo la fiducia, ma in Senato sarà battaglia”.
Riassunto serale di Matteo Renzi: “Queste polemiche sono tipiche della campagna elettorale, ma con tutto il rispetto noi vogliamo governare. Sui dettagli discutiamo ma alla fine si chiuda l’accordo perchè non è accettabile non affrontare il dramma della disoccupazione”.
Peccato che questo decreto non serva allo scopo.
Marco Palombi
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Aprile 21st, 2014 Riccardo Fucile
DAL 2008 AL 2012 IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE DEI LAUREATI E’ CRESCIUTO DI 11 PUNTI
Nella prima metà degli anni Cinquanta, per le strade circolavano poco più di 400mila
automobili e c’erano 4 apparecchi televisivi ogni 1.000 abitanti.
Per vedere Febo Conti, Settenote o la Domenica sportiva comodamente seduti nel salotto di casa, bisognava spendere una cifra che corrispondeva a circa dodici mensilità di un reddito medio, vale a dire il costo attuale di un’utilitaria di fascia media.
Dieci anni dopo, le auto circolanti in Italia erano 2,5 milioni e gli apparecchi televisivi quasi 6 milioni.
Erano gli anni di una crescita non solo economica ma anche sociale. Gli italiani guardavano Non è mai troppo tardi, un programma d’insegnamento elementare condotto dal maestro Alberto Manzi che ha aiutato milioni di italiani ad affrancarsi dall’analfabetismo.
Le grandi trasformazioni avvenute in quegli anni alimentavano l’idea che in Italia, come in altri paesi occidentali, la rigida divisione in classi appartenesse ormai al passato.
E, in effetti, il cambio di struttura economica iniziato negli anni Cinquanta con il processo d’industrializzazione prima e di terziarizzazione poi, hanno segnato una rapida crescita della classe operaia urbana e della classe media impiegatizia, insieme all’affermarsi di una borghesia legata alla piccola industria e al commercio, registrando tassi elevati di mobilità sociale ascendente.
Erano anni in cui a crescere era il numero di posizioni sociali più elevate, e non si poteva fare altro che abbandonare la classe di origine e salire, determinando l’ascesa sociale dei figli delle classi economiche più svantaggiate.
Una mobilità che ha consentito non solo a milioni d’italiani di raggiungere condizioni di benessere individuale, ma a tutto il Paese di crescere e acquistare fiducia in se stesso, dando corpo a un ceto medio sempre più diffuso e dinamico.
MOBILITà€ SOCIALE
È stato questo il grande potere della mobilità sociale: non solo il recupero di efficienza economica legata a una gamma più ampia di opportunità , ma il diffondersi di un sentimento di fiducia che ha spinto a investire per migliorare la propria condizione e a guardare avanti.
Questo imponente processo di mobilità sociale ha avuto il suo apice negli anni Sessanta per rallentare progressivamente nei decenni successivi.
E mentre diminuivano le possibilità di ascesa sociale, crescevano contestualmente i vantaggi determinati dalla posizione di partenza ereditata della famiglia.
Con il risultato che, dagli anni Ottanta, gli eredi delle classi medie e superiori riuscivano con minore frequenza a ricalcare la dinamica ascendente dei padri, e assai più fatica dovevano fare i figli delle classi inferiori per emanciparsi dalle loro origini.
Già negli anni Novanta, le possibilità che avevano i figli d’imprenditori, liberi professionisti, dirigenti di accedere ai vertici della gerarchia sociale superavano di dodici volte le possibilità su cui potevano contare i giovani provenienti da famiglie di classi inferiori.
Non solo: le classi più elevate riescono anche a garantire una protezione più elevata contro i rischi di discesa verso posizioni inferiori, riducendo, quindi, le opportunità di ricambio ai vertici della piramide sociale.
Questo fenomeno si accentua ancora di più nel decennio successivo fino a quando, a cavallo tra il nuovo secolo e i giorni nostri, le traiettorie sociali invertono la direzione.
Gli ascensori sociali si bloccano in salita, mentre aumentano le frequenze delle discese e l’Italia sperimenta, complice anche la crisi economica, una radicale discontinuità storica rispetto agli ultimi cinquant’anni.
Gli individui tra i 25 e i 40 anni rappresentano la prima generazione del dopoguerra a rivelarsi impossibilitata a migliorare la propria posizione rispetto a quella dei propri genitori. E questa condizione non riguarda soltanto l’ascesa verso i livelli superiori dei figli delle classi più svantaggiate, ma anche l’accesso dei figli delle classi medie e alte alle posizioni già occupate dai genitori.
Non solo si accentua, cioè, la posizione di vantaggio derivante dalla provenienza familiare ma i posti disponibili nelle posizioni apicali, complice la crisi economica, si sono notevolmente ridotti, col risultato che molti giovani, pur provenienti da classi elevate, sono costretti ad accontentarsi di essere collocati in posizioni economicamente e socialmente meno prestigiose.
Paradossalmente, ad aggravare gli effetti del blocco della mobilità sociale ascendente è la crescita dei livelli d’istruzione dei giovani.
A parità di titolo di studio, infatti, i figli si collocano in posizioni professionali meno qualificate rispetto a quelle dei loro genitori, rendendo inevitabilmente meno produttivo il loro capitale umano.
A UN ANNO DAL TITOLO
La fotografia di questo fenomeno è nell’indagine che ogni anno il consorzio Almalaurea realizza sulla condizione occupazionale dei laureati.
A un anno dal conseguimento del titolo, il tasso di disoccupazione dei laureati di primo livello è cresciuto di oltre 11 punti in soli 4 anni, passando dal 15,1% del 2008 al 26,5% del 2012.
E mentre è cresciuta la difficoltà a trovare un lavoro, per gli occupati si sono ridotti i guadagni netti mensili, inferiori di un quinto per i laureati nel 2012 rispetto ai colleghi che hanno conseguito il titolo nel 2008.
Un fenomeno che inevitabilmente induce a ritenere la laurea meno efficace rispetto al passato. Difficile, quindi, pensare che sia un caso il fatto che l’Italia si colloca in fondo alla classifica europea per numero di giovani tra i 30 e i 34 anni che ha conseguito un titolo di studio universitario.
La straordinaria crescita delle economie occidentali, che ha preso avvio nel dopoguerra, ha corrisposto a un ampliamento delle possibilità degli individui di elevarsi dalla condizione di partenza, a una rimozione delle barriere di ceto, a un rafforzamento dei sistemi di protezione sociale, a una crescita generale dei livelli d’istruzione
Per questo il tema della mobilità sociale è centrale nel momento in cui si è impegnati collettivamente nello sforzo di uscire dalla lunga fase recessiva di questi anni.
Un tema che non riguarda soltanto il «quando» si tornerà ai livelli pre-crisi ma anche il «come», visto che il deterioramento delle opportunità di accesso ha fatto tornare gli indici di mobilità sociale indietro di sessant’anni.
Carlo Buttaroni
(presidente Tecnè)
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Aprile 21st, 2014 Riccardo Fucile
ENTRO IL 2017 RIGUARDERA’ TUTTO I LAVORATORI, TRANNE I MINORENNI, GLI STAGISTI E I DISOCCUPATI DA LUNGO TEMPO
Otto euro e mezzo lordi l’ora. È questa la paga che prenderanno come minimo salariale tutti i tedeschi.
Si annuncia come una rivoluzione la norma che entrerà in vigore in Germania il primo gennaio 2015, sebbene sia previsto un periodo di transizione per alcuni settori.
Entro il 2017 riguarderà tutti i lavoratori, eccetto i minori di 18 anni, gli stagisti e i disoccupati di lunga durata.
La legge sul «Mindestlohn» varata dal Consiglio dei ministri dovrà ora essere approvata dai deputati del Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco e anche dal Bundesrat, la Camera alta, ma entrambi i passaggi non dovrebbero rappresentare problemi
L’introduzione di un salario minimo in Germania è un passo rivoluzionario, in un Paese che storicamente ha sempre lasciato le parti sociali negoziare i salari in autonomia.
Finora le garanzie salariali sono state assicurate agli iscritti ai sindacati, ma il tasso di partecipazione è drasticamente calato da oltre il 70% della fine degli anni Novanta al 59% attuale.
La platea dei sottopagati si è così estesa fino a raggiungere circa 4 milioni, anche a causa della diffusione di contratti flessibili di vario tipo, dal part-time all’impiego stagionale fino ai mini-job a 480 euro mensili.
Forse è per questo che il «Mindestlohn» sfiora l’80% di preferenze tra i tedeschi.
Nelle ultime settimane la Bda, la Confindustria locale, aveva criticato la misura, ritenendola un vero freno al mercato del lavoro per i più deboli, per esempio per i lavoratori di lungo termine e per chi non ha mai lavorato, e perchè ingiusta a livello nazionale, con i salari nell’ex Ddr al momento ancora inferiori a quelli della Germania ovest. Critici anche molti economisti, secondo i quali la nuova norma aumenterà i costi per le aziende, portandole a licenziare: centinaia di migliaia di lavoratori potrebbero perdere il posto
PROGRAMMA SP
Il salario minimo esiste già per legge in ben ventuno dei ventotto Stati membri dell’Unione europea. Naturalmente in ogni Paese è applicato in modo diverso, sia per le tariffe calcolate sia per i criteri di applicazione: si va dagli 1,04 euro orari della Bulgaria agli 11,10 euro del Lussemburgo.
«È fatta», ha dichiarato una fonte governativa al termine della riunione dei ministri a Berlino, riferendosi al «Mindestlohn ». La rivoluzione del mondo del lavoro fa parte del programma di governo ed è stato il cavallo della battaglia elettorale della Spd di Sigmar Gabriel: la sua istituzione per legge era una delle condizioni alle quali i socialdemocratici avevano vincolato l’ingresso nella Grosse Koalition
La Cdu della cancelliera era contraria, preferendo piuttosto l’ipotesi di contrattazioni per categoria affidata ai singoli Laender, cioè degli accordi regionali. Il partito conservatore ha così ceduto per poter giungere alla formazione di un governo con i socialdemocratici
La ministra del Lavoro, la socialdemocratica Andrea Nahles, ha esultato dicendo che il salario minimo «fornirà maggiore equità » in Germania. Nahles ha preparato il disegno di legge e lo ha sottoposto ai colleghi del governo Merkel spiegando come «il salario minimo è giunto così comeè stato concordato nel Patto, a parte qualche eccezione ». È stata questa l’unica concessione fatta ai colleghi della Cdu
«Troppe le eccezioni», è stata la dura critica giunta dalla Linke, unica forza all’opposizione in parlamento assieme ai Verdi, che rivendica il merito di aver introdotto per prima il tema del salario minimo. «Così c’è il rischio concreto di una spaccatura tra lavoratori tutelati e una riserva di manodopera a basso costo e zero tutele che finirebbe per vanificare gli effetti della legge», è stato il commento del leader sindacale Frank Bsirske sul sito di Der Spiegel
La Grosse Koalition ora potrebbe orientarsi su un’altra misura voluta dalla Spd per sostenere il mercato interno e aiutare i ceti meno abbienti. Secondo voci interne al governo, Merkel sarebbe pronta a varare anche una legge per calmierare gli affitti nelle città più care.
Roberto Arduini
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Aprile 21st, 2014 Riccardo Fucile
DAL 2007 PERSI 800 SPORTELLI… E ORA RENZI DARA’ UNA ULTERIORE MAZZATA ALL’OCCUPAZIONE: INDOVINATE CHI PAGHERA’ IL MILIARDO CHE IL GOVERNO HA MESSO A CARICO DELLE AZIENDE DI CREDITO
Le banche spingono l’acceleratore sulla rottamazione degli sportelli, iniziata già da qualche
anno sotto la spinta della crisi e delle transazioni online.
Dopo i circa 800 persi dal 2007, nei prossimi anni è prevista la chiusura di circa altri 1.500 filiali, considerando solo i grandi istituti.
Sono questi gli aggiornamenti dei piani industriali dei 14 principali istituti di credito. E non è una sorpresa: dal 2007 il sistema bancario italiano ha perso circa 800 sportelli passando da circa 32.800 a 31.900 secondo i dati che si ricavano dalla Banca d’Italia che comprendono oltre 600 banche fra Spa, popolari e banche di credito cooperativo.
Il ruolo del web
Il calo è stato più forte soprattutto per le Spa situate per lo più nei centri urbani e che hanno fatto massiccio ricorso alle tecnologie di banca on line mentre quelle popolari o le Bcc, radicate nei piccoli centri o in quelli rurali e con una clientela più avanti negli anni stanno cercando di mantenere la rete magari riducendo gli spazi e il personale impiegato.
Sono lontani i tempi nei quali le banche si contendevano le filiali dismesse dalle rivali per motivi Antitrust a colpi di offerte milionarie valutando ogni singolo sportello centinaia di migliaia di euro con l’ausilio di perizie e analisi di società di consulenza. La crisi economica, il crollo del mercato immobiliare e l’introduzione delle nuove tecnologie hanno reso quelle analisi preistoria.
Analizzando i piani industriali delle grandi banche (Unicredit, Intesa, Mps) si ricava un cambio di rotta verso uno sportello con meno operazioni di tipo tradizionale di «cassa» e più consulenza, che resta indispensabile per siglare un mutuo o stipulare un finanziamento per un’impresa.
La ritirata
Da qui al 2017 così Intesa Sanpaolo prevede di passare da 4100 a 3300 sportelli (erano 6100 nel 2007), Unicredit di ridurre 500 sportelli da qui al 2018 sulle attuali 4100 e Mps 200 degli attuali 2300.
Una «ritirata» che si nota già nei centri urbani costellati di filiali vuote o riconvertite in altri esercizi commerciali.
Lo scoglio per chiudere la filiale alle volte è rappresentato dagli alti costi di riconversione: togliere i vetri blindati costa infatti diverse migliaia di euro così come rimuovere il caveau, oppure dalla rescissione dei contratti di affitto.
Per questo a volte si vedono negozi ed esercizi commerciali che mantengono le vetrine e i serramenti del precedente utilizzo.
La filiale del «futuro» ha così meno sportelli di cassa e più uffici di consulenza. Sarà più vasta se di una banca grande e frutto dell’accorpamento di due o tre mentre più piccola ma con meno impiegati se di un istituto di minori dimensioni.
Il sindacato
«Finchè si parla di efficientamento possiamo starci, ma questa politica di tagli lineari farà perdere il contatto con il territorio e con le famiglie».
Così ha commentato i dati Lando Maria Sileoni, Segretario generale della Fabi, sindacato di maggioranza dei lavoratori bancari. «Fino ad ora la chiusura degli sportelli ha prodotto degli esuberi per il personale di banca. Noi vogliamo impostare il confronto sul rinnovo del contratto di categoria proponendo un nuovo modello di banca. È vero – aggiunge –, le operazioni bancarie allo sportello sono diminuire del 40% negli ultimi due anni ma bisogna spingere sulla riconversione del personale con nuove attività , nuovi mestieri, un nuovo modello bancario. È necessario – ha quindi proposto Sileoni – che le banche abbandonino le vecchie politiche e che, invece, amplino la gamma di servizi, puntando, oltre che sulla tradizionale attività creditizia, anche sull’offerta di consulenze specializzata anche in materia assicurativa, pensionistica e fiscale».
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 14th, 2014 Riccardo Fucile
TIMORE APPIATTIMENTO STIPENDI… COME FUNZIONA NEGLI ALTRI PAESI
Una rivoluzione. Un cambio destinato a mettere in discussione l’intero sistema di contrattazione italiano e, temono Cgil, Cisl e Uil, a mettere in forse la stessa sopravvivenza del sindacato confederale.
«La proposta si basa su tre pilastri fondamentali», premette Enrico Morando, oggi viceministro dell’Economia, per decenni esponente dell’area riformista del Pci piemontese (insieme a Chiamparino).
Il primo pilastro è «il salario minimo di legge». Una norma che esiste in molti Paesi del mondo, una linea della sopravvivenza sotto la quale è reato scendere.
Che cosa accadrebbe se venisse introdotto anche in Italia? L’esempio che propone Morando è chiaro: «Se io imprenditore faccio lavorare le persone in nero, commetto una grave violazione di legge. Che si traduce in pesanti multe se la paga corrisposta è comunque superiore al salario minimo di legge, ma che diventa reato penale, punibile con il carcere, se la paga è inferiore ».
Il salario minimo è una soglia di sopravvivenza stabilita dallo Stato sotto la quale lavorare significa trovarsi in condizione di semi-schiavitù. Per questo è un reato.
In Francia, Usa, Gran Bretagna, il salario minimo di legge vige da decenni. In Usa è di poco superiore all’equivalente di 5 euro, ma alcuni sindaci di grandi città come Seattle puntano alla soglia dei 15 dollari, circa 11 euro.
In Francia il salario minimo è di 9,5 euro, in Gran Bretagna di 7,3 euro. In Germania un salario minimo non esiste, ma nell’accordo Spd-Cdu è previsto che il governo Merkel lo introduca.
Si immagina che il livello minimo tedesco sia intorno agli 8,5 euro.
E l’asticella italiana a quale soglia sarà ?
«E’ troppo presto per dirlo – risponde Morando – per ora stiamo preparando la norma, successivamente sarà stabilito il quantum».
Tutto semplice? Non proprio. I sindacati sono in allarme.
«Stabilire un salario minimo di legge – teme Raffaele Bonanni – significa appiattire verso il basso tutti i minimi contrattuali ».
Perchè in Italia ogni categoria di lavoratori ha un suo salario minimo contrattato dai sindacati. Il minimo contrattuale di ogni categoria ha sostituito di fatto il salario minimo di legge. Il sistema ha funzionato per decenni perchè fino all’inizio degli anni Duemila quasi tutti i lavoratori italiani avevano un contratto di categoria di riferimento.
«Oggi non è più così – spiega Serena Sorrentino della segreteria nazionale della Cgil – perchè la precarietà ha finito per creare decine di contratti diversi di collaborazione quasi mai agganciati a un contratto nazionale. La legge Fornero prevedeva che se io sono un ingegnere meccanico e vengo pagato a progetto, devo essere remunerato secondo i parametri minimi degli ingegneri metalmeccanici. Ma in realtà nessuno rispetta quella legge».
I sindacati sanno che il salario minimo oggi definito per contratto da ogni categoria di lavoratori è significativamente più alto del salario di legge che sarà stabilito dal governo perchè il secondo sarà inevitabilmente una soglia di sopravvivenza.
Da qui l’allarme di Cgil, Cisl e Uil: «In breve tempo – dice Sorrentino – le aziende sarebbero tentate di uscire da Confindustria, disdettare il contratto nazionale e applicare il minimo di legge che è più basso».
C’è questo rischio? «Il sistema che intendiamo rinnovare – risponde Morando – si basa sull’idea che per uscire dal contratto nazionale le aziende debbano sottoscrivere con i sindacati un loro contratto aziendale, come sta accadendo, ad esempio, alla Fiat. In quel caso il contratto deve essere approvato dai sindacati che rappresentano davvero la maggioranza dei lavoratori coinvolti. L’accordo del giugno scorso tra Cgil, Cisl, Uil e Confidustria, sui criteri per decidere chi è davvero rappresentativo nelle fabbriche, è un passo decisivo per realizzare le modifiche all’intero sistema che stiamo studiando»
Ecco allora i tre pilastri su cui sta lavorando il governo: il salario minimo di legge per decidere la soglia inviolabile della dignità delle persone; il contratto nazionale per tutti quei lavoratori, soprattutto nelle imprese più piccole, che non siano in grado di contrattare direttamente con la loro azienda le condizioni del salario; il contratto aziendale per le imprese o i gruppi che vogliano avere condizioni diverse dal contratto nazionale.
Una delle differenze rispetto ad oggi è che nello schema del governo Renzi il contratto nazionale e quello aziendale sono alternativi tra di loro mentre attualmente i contratti aziendali aggiungono soldi in busta paga rispetto ai minimi contrattuali della categoria nazionale.
Una discussione per addetti ai lavori? Non è così.
I sindacati temono che, nella tenaglia tra salario minimo di legge e accordi aziendali, i contratti nazionali finiscano stritolati, diventando un residuo marginale del Novecento.
Uno scenario da incubo per i sindacati confederali: la stessa idea di sindacato generale, che cerca di dare uguali diritti a chi fa lo stesso lavoro in ogni parte del Paese e in ogni fabbrica, finirebbe per essere sconfitta. Il fiorire di contratti aziendali coinciderebbe con il fiorire di sindacati d’azienda, ognuno in concorrenza con le sigle del capannone vicino.
Questa è la vera posta in gioco nel braccio di ferro tra sindacati e governo delle ultime settimane.
Paolo Griseri
(da “La Repubblica“)
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Aprile 7th, 2014 Riccardo Fucile
NELLE CAMPAGNE OGNI ANNO SI RADUNANO 5.000 IMMIGRATI
«Io potrei accettare un salario minimo legale, ma qui il 90 per cento delle imprese agricole fallirebbe». 
Mimmo Cannatà è un imprenditore nella campagne di Rosarno, dove ogni anno si radunano 5 mila immigrati.
Nei 35 ettari dei suoi agrumeti lavorano otto dipendenti fissi più gli stagionali, 40 nei picchi.
Metà stranieri (in maggioranza africani) «senza i quali dovremmo chiudere», soprattutto per la raccolta «perchè i giovani italiani disponibili sono pochi, preferiscono essere laureati disoccupati».
Perchè dice che il 90 per cento delle aziende fallirebbe?
«Un salario minimo esiste già nei contratti. Un operaio costa all’azienda, contributi compresi, 49 euro al giorno. Incide su ogni kg di arance per 6 centesimi, a cui bisogna aggiungerne 1,5 per potatura, irrigazione, concimi… Le industrie ce le pagano 7 centesimi al chilo. Dove vado a prendere i soldi per pagare il salario minimo?».
E quindi che cosa accade?
«Semplice: non raccolgo nemmeno. Basta girare nella piana per trovare arance sugli alberi. Abbandono totale».
C’è un’alternativa: il lavoro nero. Girando nella piana si vede anche quello, no?
«Quest’anno la polvere dell’Etna ci ha fatto perdere l’80 per cento del raccolto. Ho dovuto licenziare tutti. Dopo qualche giorno si presentavano in azienda chiedendo di lavorare anche per 10 euro al giorno in nero. Nessuno li prendeva».
Nega il lavoro nero?
«Non nego. L’80 per cento dei produttori qui non supera i 2 ettari. Non si tratta nemmeno di aziende. C’è un rapporto con gli immigrati che prescinde dalle regole: per lo più gli immigrati raccolgono e poi dividono l’incasso con i proprietari, oppure si paga in nero. Non c’è speculazione o arricchimento, è l’unico modo per farli lavorare. D’altronde se pensassero di avere a che fare con razzisti 8 africani su 10 non tornerebbero tutti gli anni»
Che effetti avrebbero salario minimo e minacce di arresto su questi produttori?
«Rinuncerebbero a raccogliere. Racconto la mia esperienza. Fino a un paio di anni fa avevo un aranceto e non stavo dentro con i costi. A me non interessava più raccogliere, ma vedendo questi ragazzi alla fame dicevo: raccogliete, vendete, guadagnate qualcosa. Da quando sono aumentati i controlli evito: se arrivano gli ispettori del lavoro non mi credono e finisco nei guai».
Quindi o nero o niente?
«No. Per questo dico che la mia azienda è in grado di sostenere un salario legale. Negli ultimi anni con i soldi della politica agricola europea anzichè comprare il suv ho girato il mondo: Spagna, Australia, California. Ho capito che il mercato richiede nuove varietà e le ho impiantate. Ora posso vendere le mie arance a 50 centesimi. I nostri agrumeti sono fermi a mezzo secolo fa, fuori mercato: questo è il problema, il lavoro nero è la conseguenza».
Si può fare qualcosa?
«Il piano di sviluppo rurale finanziato dall’Ue prevede il 40 per cento a fondo perduto per le riconversioni. Non le fa nessuno perchè il tecnico prende l’8 per cento solo per fare la domanda e la Regione impiega tre anni a valutarla. Io non voglio soldi a fondo perduto, ma prestiti a tasso agevolato: dal terzo anno vado in produzione e ripago anche il capitale».
Ne ha parlato alle istituzioni?
«Certo che ne ho parlato. Ma qui è come parlare a vuoto».
Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa“)
argomento: denuncia, Immigrazione, Lavoro | Commenta »