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QUELLI CHE “VIVA TOTO'”

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

SUI SOCIAL E’ UN TRIPUDIO DI CONDOGLIANZE E A CORLEONE DICONO: “ERA UNA BRAVA PERSONA”

Messaggi di rispetto, commemorazione e vicinanza umana alla famiglia di Totò Riina continuano a susseguirsi sui social network e nella vita reale. Un inquietante omaggio per quello che per anni è stato il boss di Cosa Nostra.
A mettere in moto la macchina del cordoglio virtuale è stato Salvo Riina, figlio terzogenito di Totò, che qualche ora prima della morte del padre aveva scatenato le prime reazioni con un post sul suo blog personale e con alcuni messaggi sui social network.
I commenti ai post spaziano dal semplice tributo all’apologia della figura del boss e travalicano addirittura i confini nazionali
Anche gli altri membri della famiglia Riina non perdono tempo e poco dopo la morte di Totò Riina listano a lutto i propri profili. Maria Concetta, la primogenita, sceglie una rosa nera come immagine del profilo e chiede silenzio utilizzando una fotografia inequivocabile, che guadagna poco più di 60 like:
Suo marito, Tony Ciavarello, ricorda il suocero con un fiocco nero e denuncia come Facebook avrebbe rimosso la precedente manifestazione di cordoglio su segnalazione degli utenti:
Il tributo arriva anche da tanti semplici iscritti a Facebook, che sulle pagine Facebook dedicate al padrino mafioso, piangono la scomparsa di quello che per molti era un vero e proprio esempio. “Li potrai ammazzare una seconda volta sti sbirri di merda”, scrive qualcuno. “Grande uomo! Tanta ammirazione, l’unico in grado di gestire veramente l’Italia per anni”, gli fa eco un altro utente.
Ma l’ultimo baciamano a Riina non passa solo per il web.
A Corleone questa mattina non erano in tanti a voler parlare, ma tra le strade della città  il clima non era dei più festosi “Il paese è a lutto. Lo capisce questo? Lasciatelo riposare in pace. Basta”.
A parlare è un anziano, ma il suo è tutt’altro che un parere isolato. “Non abbiamo nulla da dire – taglia corto un barista – basta con questo clamore ogni volta”.
Altri anziani seduti sulle panchine non gradiscono domande: “Venite qui a rompere i coglioni. Andatevene via”. Un uomo dice. “Se ci fosse lavoro nessuno andrebbe a delinquere. È questo Stato che ci fa diventare grillini e fascisti. Se solo pensasse alla povera gente la mafia non ci sarebbe. Anche Totò Riina non sarebbe diventato mafioso”.
Il comune di Corleone è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2016 e molti parenti di Riina vivono ancora tra queste strade, anche se in via Scorsone 24, indirizzo della casa di famiglia, sembra non ci sia nessuno.
Ma esiste anche l’altra Corleone e a dargli voce è Pippo Cipriani, sindaco dal 1993 al 2001 e figura di primo piano nella lotta alla mafia. “La morte di Totò Riina non rappresenta la fine di Cosa nostra, vorrei che fosse chiaro. Nessuno esulta per la morte di una persona ma tutti siamo consapevoli che oggi si chiude una pagina di storia pesante, quella delle stragi mafiose. Ricordo che Riina non si è mai pentito”.
Cipriani fa la differenza tra oggi e il giorno dell’arresto, il 15 gennaio 1993. “Quella fu una data significativa – spiega – era diverso. Oggi parliamo della morte di un boss mafioso”.
Intanto la Cei ha annunciato che a Riina non saranno concessi funerali cattolici, ma prima della sepoltura un sacerdote potrà  al massimo dire una preghiera e una pronunciare la benedizione.

(da “Huffingtonpost”)

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AUTISTA DI CHINNICI: “RIINA? UN PEZZO DI MERDA, PORTO SULLA PELLE LE FERITE CHE MI HA PROVOCATO”

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

GIOVANNI PAPARCURI E’ L’UNICO SOPRAVVISSUTO ALLA STRAGE IN CUI PERSE LA VITA IL GIUDICE: “NELLA VITA SI PUO’ SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE, IO HO SCELTO LA GIUSTIZIA, ORA LUI TORNA A ESSERE NESSUNO”

“La sua morte? Mi lascia totalmente indifferente. Queste persone vanno dimenticate, l’unica cosa che meritano è l’oblio”. Giovanni Paparcuri era l’autista del giudice Rocco Chinnici ed è l’unico sopravvissuto alla strage di via Pipitone Federico, a Palermo, in cui – nel 1983 – furono uccisi il giudice, gli uomini della sua scorta e il portiere della casa dove il magistrato viveva.
Con queste parole ha commentato con l’AdnKronos la morte di Totò Riina.
“Io porto ancora sulla mia pelle le ferite che mi ha provocato, 15 schegge in testa e una protesi alla mano. Per me Riina era un pezzo di m…, un mafioso come un altro che noi con le fiction e i servizi a lui dedicati abbiamo fatto diventare il capo dei capi. Adesso torna a essere nessuno”, ha continuato Paparcuri.
L’uomo, che oggi cura il museo dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che si trova all’interno del Tribunale di Palermo, ha aggiunto: “Nella vita si può scegliere da che parte stare. Riina ha scelto di vivere da latitante, di uccidere innocenti e di portare nella tomba i suoi segreti. Io, invece, ho scelto la giustizia, ecco perchè per me lui non era nessuno”.
Con la scomparsa del capomafia, la criminalità  organizzata non morirà . Ne è sicuro Paparcuri, che conclude: “La mafia non muore con Riina, non illudiamoci, c’è sempre un ricambio generazionale e forse adesso si aprirà  la guerra per la successione. Quello che succederà  adesso è tutto da decifrare”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL TRISTE SPETTACOLO DI QUELLI CHE INNEGGIANO A TOTO’ RIINA SU FB

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

CHI NE TESSE LE LODI E CHI LO RITIENE UN ESEMPIO PER TUTTI GLI UOMINI D’ONORE

Qualche tempo fa, quando si venne a sapere che Totò Riina era gravemente malato, in molti iniziarono a discutere sul fatto che forse era il caso di revocare il 41bis al Capo dei Capi di Cosa Nostra.
La tesi era che ormai Riina era anziano — e per di più in precarie condizioni si salute — e che quindi non avrebbe più potuto far male a nessuno.
C’è chi ha chiesto che a Riina venissero dati i domiciliari mentre la maggior parte si sarebbe accontentata di un regime carcerario “più blando”.
Il punto che è sfuggito a tutti è che il regime carcerario al quale era sottoposto Riina non aveva a che fare con la sua salute nè influiva negativamente sulla possibilità  di ricevere cure.
Prova ne è il fatto che Riina sia morto oggi non in una cella senza luce dove veniva nutrito a pane e acqua e tenuto in catene ma nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma dove nei giorni scorsi aveva subito due interventi chirurgici.
Ieri quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss.
Non si può quindi dire che a Riina sia stato negato alcun diritto tra quelli previsti alle persone nella sua condizione. Che era duplice: da un lato quella più “umana” di persona anziana, malata e in fin di vita. E quella di detenuto al 41bis: Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del ’93, nel Continente.
Stragi e crimini per i quali Riina non ha mai mostrato alcun segno di pentimento. Riina non si è mai pentito e ha addirittura negato di aver mai sentito parlare di un’organizzazione criminale come Cosa Nostra.
Al di là  dei suoi crimini la sua vita in carcere ha sempre rappresentato un esempio di come si dovrebbero comportare gli “uomini d’onore”. Quelli che non parlano mai, anche quando lo Stato ti giudica, ti condanna e ti rinchiude in carcere.
E che Riina non si sia pentito e non abbia parlato è la sua “qualità ” più nota e apprezzata in certi ambienti.
Ma non sono solo quelli di Cosa Nostra, dei mafiosi e dei criminali, perchè la cultura del silenzio e dell’omertà , del non essere infami va ben oltre i confini — giuridici e non — di chi viene accusato di associazione mafiosa
Quelli che piangono la morte di Zù Totò
Non deve sorprendere quindi che i giudici ritenessero che Riina fosse ancora in grado — se messo nelle condizioni di farlo — di guidare Cosa Nostra.
E non sorprende quindi nemmeno che in molti oggi abbiano deciso di rendere omaggio al Boss.
Quasi tutti ricordano la caratteristica principale del Riina mafioso: il suo silenzio “d’oro”, l’essere un vero uomo che ha a insegnato ai posteri come si muore in cella. Senza fare nomi, senza chiedere scusa, senza pentirsi.
Riina avrà  ammazzato anche tantissima gente innocente “ma stava per cambiare l’Italia”. Anzi, se non l’avessero arrestato “a quest’ora stavamo meglio”.
C’è chi però, pur rendendo omaggio al Boss si sente in dovere di distinguersi e ci fa sapere che “non condivido l’uccisione di quel bimbo nell’acido”.
Il bimbo è Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino Di Matteo, ex mafioso e collaboratore di giustizia che fu punito da Riina per “aver parlato”.
L’uccisione di Di Matteo, dalla quale alcuni utenti fanno sapere di voler prendere le distanze perchè “contro la legge della Mafia”, è stata funzionale al mantenimento del “codice d’onore” e del silenzio al quale Riina ha aderito fino al suo ultimo giorno di vita.
Magari ci fossero altri grandi uomini come Totò Riina, scrive qualcuno mentre altrove si piange la dipartita del “super boss” che ha fatto la storia.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’idolatrare una figura come quella di Riina. Soprattutto perchè chi lo fa sa benissimo — e non lo nega nemmeno — quali sono i crimini di cui si è macchiato Zu Totò.
Crimini che Riina non ha mai ammesso di aver compiuto. L’Italia è più sicura ora che Riina è morto? No. E non è nemmeno un Paese “meno mafioso”.
Ma questo non toglie che Riina sia stato il protagonista di un periodo storico in cui la Mafia uccideva alla luce del sole.
Paradossalmente i meriti riconosciuti sui social a Riina sono proprio quelli che lo hanno reso inviso ad una parte importante di Cosa Nostra, quella che non voleva che sull’organizzazione si facesse troppo clamore, che temeva che “per colpa delle stragi” i mafiosi non potessero fare affari tranquillamente.
Finita la stagione delle stragi la Mafia non è scomparsa e non è stata sconfitta. È stato sconfitto Riina, ma quell’organizzazione di cui lui giurava di non aver mai nemmeno sentito parlare — se non dai giornali — ha continuato a prosperare, in Sicilia e nel resto del Paese.

(da “NextQuotidiano”)

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SI APRE LA CORSA ALLA SUCCESSIONE DI RIINA: CON UN UNICO CANDIDATO CHE PERO’ A LUI NON PIACEVA TROPPO

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

24 ANNI DI CARCERE DURO SENZA PENTIRSI DI NULLA

Totò Riina è morto senza pentirsi e si porterà  nella tomba tutti i segreti della sua carriera criminale. Secondo la DIA il capo dei capi continuava a rimanere al vertice dell’organizzazione criminale, «a conferma dello stato di crisi di una organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un’ingombrante icona simbolica». 26 ergastoli e 24 anni di 41 bis non sono riusciti a fiaccare la volontà  di Totò u’ curtu.
Il Messaggero racconta di un’intercettazione in cui si nominavano lui e Bernardo Provenzano:
Qualcuno ha anche pensato a un rilancio, immaginando la fine naturale dei due anziani capimafia come l’unica possibilità  per “rinascere”. E i carabinieri del Ros ne hanno trovato conferma in una intercettazione registrata circa un anno fa: a parlare era Santi Pullarà , figlio di Ignazio, reggente del clan di Santa Maria di Gesù. «Minchia — dice hai visto Bernardo Provenzano? Sta morendo, mischino. Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno: è vero zio Mario?».
E lo “zio”, alias Mario Marchese, considerato l’ultimo boss di Villagrazia: «Lo so, non se ne vede lustro — mostra di essere d’accordo — e niente li frega. Ma no loro due soli, tutta la vicinanza». Come dire che per rilanciare Cosa nostra, dovrebbero morire Riina e Provenzano, ma anche gli altri padrini storici.
Qualche mese fa, durante una visita in carcere con la moglie Ninetta ha ribadito: «Io non mi pento… a me non mi piegheranno. Io non voglio chiedere niente a nessuno, mi posso fare anche 3000 anni, no 30 anni».
I suoi ordini, spiega oggi Giampiero Calapà  sul Fatto, gli sopravvivono: anche i 200 chili di tritolo ordinati per Nino Di Matteo, rimarranno in attesa.
Ma la cupola non si riunisce più dal 15 gennaio 1993, data del suo arresto. Secondo i magistrati di Palermo in questi ultimi anni in Cosa nostra non ha davvero prevalso la strategia della “sommersione”, ma più semplicemente la “piovra” è ancora in difficoltà  dal punto di vista militare dopo la repressione dello Stato negli anni 90; ma i capi mandamento sono alla finestra per capire l’evoluzione politica del Paese, da che parte schierarsi cercando sponde o come e quando attaccare.
Non c’è però discussione sul suo successore: Matteo Messina Denaro ha già  raccolto idealmente il testimone di Riina, che non ebbe nemmeno Bernardo Provenzano a cui i capi mandamento si sono sempre rifiutati di obbedire.
D’altra parte, proprio dal carcere, il16 novembre del 2013, giorno del suo compleanno come ieri, tre anni prima di entrare in coma, Riina pronuncia la sua sentenza di morte contro Nino Di Matteo: “Organizziamola questa cosa, facciamola grossa e non parliamone più ”.
Già  qualche giorno prima,il 26 ottobre, aveva detto al suo compagno di passeggiate nell’ora d’aria, riferito a Di Matteo: “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”.
Perchè “ne dovrebbero nascere mille l’anno come Totò Riina ”(18 agosto 2016), ma così non è, sostiene, ed è per questo motivo che il boss di Corleone non ha mai passato davvero la mano. L’erede al trono, però, Matteo Messina Denaro, “è l’unico che adesso può reclamare il potere su tutti i capi mandamento”, spiega più di un inquirente al lavoro sulle mafie.
Il 4 settembre 2013 Riina in carcere dice: “Una persona responsabile ce l’ho e sarebbe Messina Denaro, però che cosa per ora questo, che io non so più niente. L’unico ragazzo che poteva fare qualcosa perchè era dritto… Non ha fatto niente… un carabiniere… io penso che se n’è andato all’estero”.
Una sorta di scomunica per l’unico in grado di prendere le redini di Cosa Nostra, che però resta l’unico e adesso ne avrà  la vera occasione. Di Cosa Nostra e delle altre mafie, perchè proprio Riina negli anni 80 affilia a Cosa Nostra famiglie di Napoli (come prima aveva già  fatto Luciano Liggio con i Nuvoletta) e “perchè dal punto di vista simbolico era percepito — spiega un’altra fonte —come una sorta di vertice di tutte le organizzazioni mafiose”.
Il capo dei capi, appunto.

(da “NextQuotidiano“)

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CI MANCAVA LO SHOW DI DOMENICO SPADA IN TV A LA7 : “LA MAFIA NON SIAMO NOI, E’ LO STATO”

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

IL CUGINO DI ROBERTO, CONDANNATO A SETTE ANNI PER ESTORSIONE E USURA, PRIMA VA IN DIRETTA A PIAZZAPULITA. POI SU FB SI ARRABBIA PERCHE’ NON LO HANNO FATTO REPLICARE

Domenico Spada detto Vulcano, cugino di Roberto, pugile ed ex campione del mondo Silver, ieri ha partecipato in collegamento a Piazzapulita dopo l’intervento a La Zanzara di qualche giorno fa, e ha dato spettacolo successivamente sul suo profilo Facebook pubblicando un video in cui attacca Federica Angeli di Repubblica Roma e si lamenta perchè non l’hanno fatto replicare: «La mafia non siamo noi, è lo Stato. Ma la Angeli chi accusa? Gli Spada o quelli che non fanno il loro lavoro? È arrivata la paladina della giustizia; la Federica Angeli è una tristezza infinita»
Poi Domenico Spada mostra una fotografia che lo ritrae durante una premiazione con il ministro Graziano Delrio e dice che «dobbiamo combattere il bullismo. Mi hanno fatto aspettare ma non mi hanno fatto replicare. Vogliamo dire che La7 è appoggiata dai mafiosi? Ci ho lavorato per due anni come commentatore sportivo. Spero che mi invitino in studio a confrontarmi con Federica Angeli. Questa non è democrazia, ragazzi miei. Come devono crescere i miei vulcanini?».
Poi l’annuncio: «Per questo abbiamo fondato una lista civica meritocratica: dobbiamo dare a chi merita, non agli pseudogiornalisti, agli pseudo dello Stato…».
E ancora: «La Angeli è una millantatrice, una bugiarda… soltanto lei è la paladina di Ostia?». Il tutto in mezzo a un centinaio di appelli a condividere il video.
Addirittura alla fine interviene quello che sembra essere uno della troupe di La7 che dice che lavora da tanti anni nel settore e tutti si lamentano perchè non li fanno replicare in studio.
Durante il dibattito a Piazzapulita su La7, Domenico Spada, condannato in primo grado a sette anni per estorsione e usura e nipote di Vittorio Casamonica (quello del famigerato funerale a Roma, a cui lui non presenziò perchè agli arresti domiciliari), ha detto che ha condannato il cugino per la testata al giornalista ma ha sostenuto che a due secondi dalla testata “non si capisce cosa gli dice il giornalista”, volendo sostenere che ci fosse chissà  quale retroscena prima della testata. Roberto Spada però durante l’udienza che ha convalidato il suo arresto non ha detto di essere stato provocato con parole prima del colpo.
Secondo Domenico Spada gli arresti sono “una strumentalizzazione”. Ripete che il cugino “fa del bene” e ricorda che Sgarbi schiaffeggiò in tv D’Agostino. Se la prende con i finti applausi del pubblico e ricorda che Staffelli di Striscia la Notizia si è visto spaccare il setto nasale da Fabrizio Del Noce.
Poi sostiene che la polemica su Ostia serve a coprire il successo di Casapound sul litorale, dicendo che qualcosa del movimento gli piace: «Non ne faccio parte, ma fanno molto per il sociale».
Nel collegamento successivo Federica Angeli racconta del tentato omicidio di cui è stata testimone oculare e delle vittime di Spada, compreso l’interprete dal sinti che dopo aver ricevuto minacce non si è più presentato in udienza finchè non è stato protetto dalla procura.
L’intervento successivo di Spada verte tutto sulla Angeli: «Ma lei sta condannando gli Spada o anche lo Stato?». La Angeli risponde che lo Stato è da condannare per non essere presente a Ostia per le vittime degli Spada e lui: «Sì, ma anche questa è mafia, migliaia di poliziotti lei dice che non fanno niente e poi dice di essere la paladina della giustizia?».
Nell’ultimo intervento Spada mostra vecchi articoli di Repubblica che parlano di lui come campione di pugilato e sostiene che non li pubblicano più per colpa sua (?) e chiude, mentre l’audio viene sfumato, con un «Parlate di quello che ve pare, non è giusto».
Prima però Corrado Formigli gli fa un “in bocca al lupo” per il suo prossimo incontro.

(da “NextQuotidiano“)

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OSTIA, A FUOCO NELLA NOTTE IL PORTONE DEL CIRCOLO PD

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

IERI AVEVANO TAGLIATO LE GOMME ALL’AUTO DELLA TROUPE DE LA7

Il portone del circolo Pd di Ostia è andato a fuoco la notte scorsa. A darne notizia è il senatore democratico Stefano Esposito, commissario del partito sul litorale romano. “Ieri la bella manifestazione antimafia.
Stanotte – ha scritto su Twitter Esposito – hanno dato fuoco al portone del circolo Pd di Ostia”. Sul rogo del portone di via Gesualdo 1, a Ostia Antica, scoppiato intorno alle 2.40 e spento dai vigili del fuoco, indaga la polizia. Sul posto non è stato trovato nessun contenitore di liquido infiammabile.
La Procura di Roma ha aperto una inchiesta a carico di ignoti. Il procuratore aggiunto Francesco Caporale, ha affidato gli accertamenti alla Digos e al commissariato di polizia di Ostia.
L’incendio arriva all’indomani della manifestazione in piazza Anco Marzio contro le mafie e per la libertà  di stampa, indetta da Libera e Fnsi dopo l’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi e all’operatore Edoardo Anselmi da parte di Roberto Spada all’indomani del primo turno delle elezioni municipali. Centinaia di persone hanno partecipato al presidio, a cui hanno aderito anche Cgil, Cisl e Uil, e che ha raccolto adesioni bipartisan dal centrodestra al centrosinistra al M5S.
Al termine della manifestazione, però, era arrivata la denuncia della conduttrice della trasmissione di La7 L’Aria che Tira che aveva pubblicato su Twitter la foto di una gomma squarciata e spiegato: “Sono ad #Ostia con @GianmariaPica alla manifestazione organizzata da Libera FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti. Ed ecco la sorpresa che abbiamo trovato tornando alla macchina della troupe…”.
Domenica a Ostia è in programma il ballottaggio per l’elezione del nuovo presidente del decimo Municipio. I cittadini del X municipio torneranno alle urne dopo il periodo di commissariamento per infiltrazioni mafiose. La sfida al ballottaggio è tra la candidata del Movimento 5 stelle, Giuliana Di Pillo, che al primo turno ha raccolto il 30,21% delle preferenze (19.777 Voti), e Monica Picca del centrodestra con il 26,68% (17.468 Voti).
Al circolo pd di Ostia ha manifestato vicinanza il ministro della Giustizia Andrea Orlando. “Solidarietà  al Circolo del Pd di #Ostia per la vile intimidazione. Non dobbiamo abbassare la guardia. Contro le #mafie serve una battaglia unitaria”, ha twittato Orlando.
“Vicini ai cittadini di ostia e agli attivisti del pd per questo ennesimo tentativo di intimidire tutte le persone perbene e oneste. Non ci riusciranno”, ha scritto il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.
Solidarietà  anche dalla sindaca Virginia Raggi che ha twittato: “Tutti uniti nella condanna di un vile atto intimidatorio che non ci spaventa”. “Condanniamo questo grave atto così come abbiamo condannato i ripetuti episodi   dei roghi   dei cassonetti,   perchè la solidarietà  deve essere unanime quando si tratta di combattere i fenomeni di illegalità “, ha dichiarato la candidata alla presidenza del municipio X Giuliana Di Pillo. “Condanno con fermezza ogni fatto di violenza ed esprimo piena solidarietà  al pd di ostia antica, vittima di un vile atto intimidatorio”, dichiara la candidata di centrodestra Monica Picca.
“Non ci fermeremo”, scrive su Twitter Matteo Orfini, presidente Pd. “Si tratta, ha detto il segretario cittadino del Pd Andrea Casu, della “peggiore risposta possibile alla grande e bella manifestazione di ieri. Una ragione in più per tornare tutti a Ostia anche oggi al fianco delle democratiche e dei democratici del x municipio”. Appuntamento, dunque, “alle 18 davanti al circolo pd ad Ostia Antica”.

(da agenzie)

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“NON GIOISCO, MA NON PERDONO”: MARIA FALCONE SULLA MORTE DI RIINA

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

GRASSO: “LA PIETA’ NON FA DIMENTICARE IL SANGUE VERSATO” …. BINDI: “CON LUI NON MUORE LA MAFIA”

“Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato”.
Così Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia ha commentato la morte del boss Totò Riina.
“Per quello che è stato il suo percorso mi pare evidente che non abbia mai mostrato segni di pentimento”, ha aggiunto. “Basta ricordare le recenti intercettazioni in cui gioiva della morte di Giovanni Falcone”, ha concluso Maria Falcone riferendosi alle conversazioni registrate in carcere tra Riina e un compagno di detenzione in cui il capomafia rideva ricordando di aver fatto fare al magistrato “la fine del tonno”.
Bindi: “Con lui non muore la mafia”.
“La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità “. Lo ha detto il presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ricordando che “Totò Riina è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa Nostra stragista. Quella mafia era stata già  sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti”.
Pietro Grasso: “La pietà  non fa dimenticare il sangue versato”. “Totò Riina, uno dei capi più feroci e spietati di Cosa nostra, è morto. La pietà  di fronte alla morte di un uomo non ci fa dimenticare quanto ha commesso nella sua vita, il dolore causato e il sangue versato. Porta con sè molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità  su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla”. Così il presidente del Senato Pietro Grasso su Facebook commenta la morte del capo mafia.
Grasso continua: “Iniziò da Corleone negli anni 70 una guerra interna alla mafia per conquistarne il dominio assoluto, una sequela di omicidi che hanno insanguinato Palermo e la Sicilia per anni. Una volta diventato il Capo la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell’ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello Stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere”.
Il presidente del Senato aggiunge: “La strategia di attacco allo Stato ha avuto il suo culmine con le Stragi del 1992, ed è continuata persino dopo il suo arresto con gli attentati del 1993. Quando fu arrestato, lo Stato assestò un colpo decisivo alla sua organizzazione. In oltre 20 anni di detenzione non hai mai voluto collaborare con la giustizia”.

(da agenzie)

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NELLA SUA TOMBA IL SEGRETO DEI SEGRETI: CI FU O NO TRATTATIVA TRA COSA NOSTRA E LO STATO?

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

FU PROVENZANO O NO A VENDERLO AI CARABINIERI? NON LO SAPREMO MAI

U Curtu se ne va un anno e spicci dopo il suo compare Bernardo Provenzano, portandosi nella tomba l’altra metà  del segreto dei segreti su cui la Procura di Palermo si è rotta la testa: ci fu o no trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato?
Fu il suo compare o no a venderlo ai carabinieri? Non lo sapremo mai, anche se per molti è più rassicurante pensare e raccontarsi che tutto sia filato come succede tra guardie e ladri.
Per il resto Salvatore Riina da Corleone, classe 1930, 26 ergastoli da scontare e 24 anni di carcere consumati a rimuginare, minacciare e ripetersi che a dare la vita e la morte era sempre lui, muto è rimasto fino alla fine. Muto come si conviene a un Capo dei capi e assassino feroce che, tra acido per squagliare i bambini e bombe per le stragi, non si è mai fatto mancare nulla.
Il mondo che aveva visto soccombere magistrati e poliziotti, che aveva visto saltare in aria strade e autostrade, rimase sbalordito davanti a quella faccia da contadino spaesato che la mattina del 15 gennaio 1993 accompagnò la notizia del suo arresto. Possibile che quell’omino dimesso fosse il Padrino? Certo che sì.
Provenzano, col fazzoletto per asciugare il sudore intorno al collo, era come lui.
In fondo venivano dalle stesse campagne di Corleone, e avevano fatto tutta la strada insieme prima di dividersi (forse) per darsi il cambio al vertice di Cosa Nostra. E come Zu Binnu pure lui, Totò u Curtu, era stato nascosto vent’anni, un fantasma, durante i quali si era sposato in chiesa con Ninetta Bagarella e aveva fatto tre figli. Perchè ammazzare la gente è una cosa, ma la famiglia altra cosa è.
Certo, ripensare adesso alle parole di Giovanni Falcone che definiva la mafia un fenomeno umano che in quanto tale ha un inizio e una fine, fa venire i brividi.
Come i 57 giorni d’agonia di Paolo Borsellino. Una morte annunciata. Riina se ne è andato nel giorno del suo ottantasettesimo compleanno, ma è un fatto che avesse cominciato a morire molto prima: il 30 gennaio 1992, quando la Corte di Cassazione confermò le sentenze del maxiprocesso contro Cosa Nostra istruito proprio da Falcone e Borsellino.
Fu lì che tutto si ruppe: l’alleanza con i pezzi dello Stato che fino a quel momento gli avevano garantito l’annullamento delle sentenze, e il patto con la politica che gli aveva consegnato l’isola. Fu allora che Totò u Curtu impazzì.
Dovevano pagare tutti per quello schiaffo inaccettabile, decise. E cominciò a farli fuori uno alla volta, a fargli fare la “fine del tonno”.
La verità  di quello che accadde veramente in quei dodici mesi scarsi, fino al 15 gennaio 1993 e al suo arresto, se la sono equamente divisa lui e Provenzano.
Che forse lo vendette allo Stato per evitare la fine di Cosa Nostra e ne fu ripagato con la mancata perquisizione nella villa in cui U Curto era nascosto con la famiglia, ripulita dai picciotti dell’organizzazione (carta da parati compresa) prima che i carabinieri facessero irruzione scoprendo che dentro era rimasto il nulla di nulla. Insomma, storie di fantasmi maligni, di sangue e di misteri.
Riina se ne è portati parecchi nella tomba, e come al solito adesso qualcuno verrà  a dire che dovremo farcene una ragione. Si vedrà . Intanto annotiamo il giorno della scomparsa di un altro Padrino. Vecchio, malato e fuori giri. Senza alcun rimpianto.

(da “Huffingtonpost“)

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LA MORTE DI TOTO’ RIINA: IL BOSS DI COSA NOSTRA PORTA CON SE’ TUTTI I SUOI SEGRETI

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

LATITANTE PER 24 ANNI, IN CARCERE DAL 1993, HA TRASFORMATO LA CRIMINALITA’ SICILIANA IN ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA… MOLTI MISTERI VERRANNO SEPOLTI CON LUI

L’immagine sanguinaria di Totò Riina ha fatto da sfondo alla Sicilia per oltre quarant’anni. La sua ombra si è allungata su tutte le stragi mafiose e sui delitti eccellenti e molti misteri verranno sepolti con lui nella tomba
Fino al giorno della sua morte è rimasto il capo di Cosa nostra, unico e indiscusso dagli anni Settanta fino ad oggi, trasformando la mafia siciliana dai vecchi modi felpati e sanguinari a organizzazione terroristica-mafiosa che è arrivata pure a far la guerra allo Stato.
Attraverso vecchie immagini ormai ingiallite, che conducono alla fine degli anni Settanta, è possibile calarsi in una Sicilia d’epoca dove si possono contestualizzare uomini e fatti e anche sensazioni di una società  che in gran parte non sapeva o non voleva riconoscere i mafiosi. Ma ci conviveva. Molti lo hanno fatto per convenienza e altri invece per paura.
La storia di Riina è soprattutto la storia di un gruppo di picciotti di Corleone, malridotti e spietati allo stesso tempo, che danno la scalata alla gerarchia di Cosa nostra, che fino ad allora aveva le sue regole, le sue leggi e una sia pur distorta moralità .
Teorico della violenza totale e dell’inganno sistematico, all’interno di un progetto lucidissimo quanto folle, massacro dopo massacro, Riina spazza via l’organigramma eccellente del parlamento mafioso.
Il capo corleonese cancella le regole a colpi di tritolo e come ha sostenuto il pentito Tommaso Buscetta, soltanto un potere superiore, una “entità ”, è riuscita ad assicurargli una latitanza che si è protratta per 24 anni.
Una latitanza serena. Riina l’ha condivisa con la moglie, Ninetta Bagarella, e i quattro figli: Maria Concetta, nata nel 1974, Giovanni (1976), Salvatore Giuseppe (1977) e Lucia (1980). Tutti partoriti in una clinica di Palermo (storia incredibile per un latitante di mafia ricercato da tutti) e registrati all’anagrafe. Come se fossero una famiglia normale.
Sono decine gli ergastoli a cui è stato condannato, fra questi anche quelli per l’uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i loro poliziotti di scorta. Per il maxi processo a Cosa nostra i giudici hanno inflitto al boss il carcere a vita per una serie di delitti e stragi commessi a Palermo negli anni Ottanta: l’uccisione di Michele Reina, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa e la giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo; e ancora per l’autobomba che uccise il consigliere istruttore Rocco Chinnici e i carabinieri che lo proteggevano.
Riina ha ordinato migliaia di omicidi, molti dei quali li ha pure eseguiti di persona.
Un sanguinario che ha messo a ferro e fuoco la Sicilia. Come nell’estate di terrore del 1979 quando ha scatenato l’infermo mafioso lasciando sull’asfalto decine di cadaveri. Fra tutti quello di un servitore dello Stato, un grande poliziotto che stava con il fiato sul collo dei corleonesi. Era Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo. Oltre a lui Riina ha ucciso e fatto uccidere carabinieri, magistrati, sindacalisti, giornalisti, medici, funzionari regionali e politici, compreso un presidente della Regione siciliana. Vittime innocenti di un conflitto che lui ha voluto per conquistare potere e territori.
Nel 1981 la sua forza militare era ormai tale da consentirgli di eliminare a viso aperto tutti i capi delle famiglie che gli resistevano. Cominciò uccidendo il boss “don Piddu” Panno di Casteldaccia e poi il palermitano Stefano Bontate, l’uomo che offrì all’epoca protezione a Silvio Berlusconi: iniziò così la guerra di mafia, durata tre anni, che lasciò sulle strade del Palermitano circa mille morti.
Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, gli unici in grado di resistere militarmente ai corleonesi, assistettero al sistematico sterminio dei loro amici e parenti, mentre l’intera compagine mafiosa tremava davanti a Riina.
La sua latitanza è durata 24 anni e si è conclusa a Palermo il 15 gennaio 1993.
Quando il volto del capo dei capi apparve per la prima volta in televisione, il giorno dell’arresto, sorprese tutti: nessuno immaginava che un personaggio così goffo, piccolo, dagli occhi spiritati, potesse essere il mafioso feroce che le cronache giudiziarie avevano dipinto.
Riina nel 2010 parlando con suo figlio in carcere gli fa un lungo discorso. Riflette con il figlio sull’uccisione di Paolo Borsellino e critica l’atteggiamento di Giovanni Brusca che per l’attentato a Capaci ha svelato ogni retroscena, ma non ha saputo fornire indicazioni per la bomba del 19 luglio 1992. «Ho detto al magistrato che io il fatto di Borsellino l’ho saputo dalla televisione e non so niente».
A Milano durante un’udienza aveva fatto un’altra uscita, ancora più esplicita per prendere le distanze dall’ordigno di via Palestro, esploso nel luglio 1993 quando era già  in cella: «Non ne so nulla, ma bisogna capire quale fosse il vero obiettivo che si voleva colpire».
Più in generale, nell’incontro con il figlio confida: «Ho detto che Riina è capace di tutto e di niente. Però tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto non sa niente, ma come lui tanti di questi signori sono ridotti così. Quasi un po’ tutti. Perchè un po’ tutti? Perchè l’ultima parola era sicuramente la mia e quindi l’ultima parola non si saprà  mai. Ci devi saper fare nella vita. Quando hai una possibilità  se la sai sfruttare, l’ultima parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto su quest’ultima parola: gli altri non sanno niente e tu sei anche un po’ “avvantaggiatello”. Questa è la vita a papà : purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato avanti, certamente… sì. Non è di tutti eh?».
E poi spiega: «Perchè anche loro sbagliano e sbattono la testa al muro, non sanno… non sanno, questi sbattono la testa al muro perchè non sanno dove andare. Questo è un segreto della vita…».
I segreti.
La sua storia ha cercato di raccontarla, a modo suo, durante le ore di passeggio in carcere trascorse con un altro detenuto, al quale pochi anni fa ha trasferito ricordi e analisi di fatti criminali e retroscena inconfessabili che sono state registrate dalle microspie degli investigatori. Parole di un boss che hanno aperto dubbi e ipotesi su quella che è stata la stagione dei corleonesi e su quello che è stato il ruolo di Riina in fatti ancora oggi misteriosi e poco chiari.
Durante un colloquio in carcere con il figlio fatto sette anni fa lanciava un messaggio fondamentale, quello di essere ancora forte. «Vivo solo e non ho contatti con nessuno. Mi volevano annientare così. Hanno sperimentato questo fatto: “Lo mettiamo solo e lo annientiamo, lo distruggiamo, lo finiamo”. Devono sapere invece… che a me non mi distruggete».
Una tenuta sintetizzata con una frase: «Facciamoci questa galera… Io a ottant’anni non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi, tranquillo e sereno che forse nemmeno potete immaginare».
Addio Riina.

(da “L’Espresso”)

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