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ROBERTO SPADA A TOLMEZZO IN CARCERE ALTA SICUREZZA

Novembre 16th, 2017 Riccardo Fucile

E’ IL CIRCUITO CUI SONO ASSEGNATI I DETENUTI PER ASSOCIAZIONE MAFIOSA

Roberto Spada sara’ trasferito nel carcere di Tolmezzo (Udine) nella sezione di alta sicurezza. La decisione e’ della Direzione generale detenuti e trattamento – Ufficio V – del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Spada e’ detenuto a Regina Coeli da giovedi’ scorso per aver aggredito il giornalista del programma Rai “Nemo-Nessuno Escluso”, Daniele Piervincenzi, e il film maker Edoardo Anselmi.
Indagato per i reati di lesioni e violenza privata aggravati dai futili motivi e dal metodo mafioso, Spada sara’ recluso nella sezione “alta sicurezza 3”. Circuito cui sono assegnati, tra gli altri, i detenuti per associazione mafiosa o per delitti aggravati dal metodo mafioso o per associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti.
Nel provvedimento, la Direzione generale detenuti e trattamento dispone, “in considerazione dell’elevata pericolosita’ del soggetto”, “l’adozione delle misure idonee ad impedire tentativi di evasione, anche mediante complicita’ esterne, nonche’ qualsiasi altro atto che possa compromettere l’incolumita’ del detenuto e della scorta stessa oppure il corretto svolgimento della traduzione”.
Analoghe disposizioni sono state impartite dal Dap alla Direzione di destinazione, segnalando che la Procura di Roma   “ha comunicato che si tratta di soggetto inserito in un contesto di criminalita’ organizzata attiva sul territorio laziale”.
“Al momento dell’ingresso in istituto – si legge -, sara’ effettuata un’accuratissima perquisizione personale del detenuto, dei suoi effetti di vestiario e degli altri oggetti che fanno parte del bagaglio. Sara’ disposto l’idoneo allocamento nell’ambito delle sezioni di assegnazione, predisponendo un’attenta ed adeguata vigilanza da parte di personale di provata capacita’ professionale ed esperienza. Per quanto concerne le modalita’ custodiali e i momenti di aggregazione” saranno tenute presenti “le indicazioni della competente Autorita’ Giudiziaria e, in ogni caso, le compatibilita’ e le incompatibilita’ con i detenuti ivi ristretti; in particolare con gli eventuali coindagati/coimputati o con gli appartenenti ad associazioni mafiose contrapposte, risultanti dal fascicolo personale, dalle dichiarazioni rese dallo stesso detenuto o, eventualmente,   dagli atti matricolari   con riferimento a precedenti carcerazioni. In tal senso, particolare attenzione dovra’ essere altresi’ posta nell’individuazione della camera detentiva ove assegnare il detenuto, evitando, salvo specifiche esigenze investigative, l’allocazione nella medesima camera detentiva di soggetti appartenenti alla stessa associazione criminale, soprattutto se in posizione verticistica, ovvero legati da vincoli di parentela, al fine di evitare l’insorgenza di posizioni di leadership all’interno delle sezioni detentive”.

(da “La Repubblica”)

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IL CUGINO DI ROBERTO SPADA, CONDANNATO A SETTE ANNI PER USURA: “LA MAFIA A OSTIA? NON ESISTE”

Novembre 14th, 2017 Riccardo Fucile

DIFENDE ROBERTO E CASAPOUND, NEGA IL CLAN E ANNUNCIA UNA SUA LISTA CIVICA: ORA SIAMO A POSTO

L’11 novembre scorso sull’arresto di Roberto Spada ha detto la sua il cugino pugile, Domenico – ex campione del mondo Silver Wbc – ai microfoni della trasmissione radiofonica La Zanzara: «Lui ha sbagliato a dare quella testata. Ma quel giornalista è un rompiscatole. L’arresto di Roberto però non esiste, è davvero uno schifo, uno scandalo». E ancora, prosegue Domenico Spada, condannato in primo grado a oltre sette anni per usura: «io ho votato per il Movimento Cinque Stelle, adesso però non li voto più».
Spada spiega, nel corso della trasmissione condotta da Giuseppe Cruciani, di voler dare vita a un suo “partito”: «Adesso mi metto in proprio, voglio fare una mia lista. CasaPound? Ad Ostia loro hanno lavorato per il popolo, fanno un sacco di beneficenza, fanno i pacchi per le feste, fanno il bene».
Domenico, ribattezzato Vulcano, fornisce la sua versione anche sui gruppi criminali presenti nel X municipio.
E nonostante il tribunale di Roma ha inflitto, negli ultimi anni, diverse condanne con l’aggravante del metodo mafioso, Vulcano spiega che «la mafia (a Ostia, ndr) non esiste. Dove sta? Ve la state inventando. A Roma non esiste».
Anche il clan degli Spada sarebbe un’invenzione.
«Ma quale clan, noi siamo solo una grande famiglia. E in ogni famiglia – conclude il pugile – c’è il buono e il cattivo». Domenico Spada poi parla anche di Federica Angeli, cronista che vive sotto scorso: «Per me è una millantatrice, una grande buffona, basta!».

(da “NextQuotidiano”)

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DALLA VECCHIA CAMORRA AI NUOVI ZINGARI: ECCO I 75 CLAN CHE COMANDANO A ROMA

Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

CI SONO DAVVERO TUTTI AL GRAN BANCHETTO

C’è un episodio fulminante, a scartabellare tra le tantissime inchieste sulla criminalità  organizzata che portano la firma del procuratore Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Michele Prestipino, che racconta tutto della nuova mafiosità  declinata alla romana. Accade nel 2015, ai tempi del funerale sfarzoso e pacchiano per il capostipite dei Casamonica, Vittorio.
Salvatore Casamonica pretende il pizzo dagli esercizi commerciali del Tuscolano e al titolare di un pub fa il seguente discorso: «Voi con ‘sta movida avete rotto. La gente fa rumore, così in piazza passano di continuo i carabinieri e i miei non possono più lavorare».
Sottinteso, con la droga. «Ora, siccome io non ci voglio rimettere… Me dovete dare ‘sti sordi. So’ 500 euro a settimana».
Così la criminalità  va all’assalto di Roma. La città  è ai loro occhi una ricca, grande, indifesa riserva d’oro. E c’è spazio per tutti.
Secondo l’ultimo monitoraggio della Direzione nazionale antimafia sarebbero 75 i clan grandi o piccoli che si sono insediati all’ombra del Cupolone. O che sono nati qui.
Per dirla con le parole del procuratore Pignatone: «Non si può certo affermare che Roma sia una città  mafiosa nel senso in cui lo sono molte città  del Sud, dove un’unica organizzazione esercita il controllo quasi militare del territorio. Ma è sicuramente un errore anche più grave negare l’esistenza di significative presenze mafiose, anche autoctone, e la necessità  di contrastarle».
Ci sono davvero tutti, al gran banchetto. I siciliani. I calabresi. I napoletani. I camorristi ostentano nomi dal lugubre pedigree criminale: Femia, Moccia, Mallardo, Iovine, Alfieri, Sarno.
Molti continuano a presidiare anche gli antichi radicamenti in Campania; alcuni si trasferiscono in blocco.
Quando i Moccia da Afragola decidono di piazzare a Roma i loro prodotti caseari, si spalancano loro le porte di tanti ristoranti già  nelle mani della camorra, ma anche della Conad.
Il metodo di imporsi sul mercato si scopre da un’intercettazione: «Lui quando dice il cognome suo, si sa che è, chi sono, chi non sono… si mettono sugli attenti e lui… basta che fa il cognome, giusto no?».
Michele Senese – condannato due giorni fa dalla Cassazione a 30 anni per l’omicidio di uno degli ultimi boss della Banda della Magliana – è uno dei capi. Era stato protagonista della mattanza di camorra, alleato di Carmine Alfieri e nemico di Cutolo. È poi finito a Roma dove si ritiene che controlli tutta l’area del Tuscolano assieme al suo alleato, il temibile Pagnozzi Domenico, «noto negli ambienti malavitosi come “Mimì o’ professore” o “occhi di ghiaccio”, già  elemento di spicco dell’omonima famiglia camorristica di stanza a San Martino Valle Caudina (Avellino)».
In un’intercettazione, uno del gruppo si vanta: «A noi ci chiamano “I napoletani della Tuscolana”. Questa è tutta roba nostra».
Scrive il gip nel 2015: «La consorteria ha basi operative nel rione Monti, al Pigneto mentre organizza, su vasta scala, lo spaccio e il traffico di stupefacenti sulle piazze del Quarticciolo, Centocelle, Tuscolana, Quadraro. L’organizzazione opera anche nei settori dell’usura e dell’estorsione arrivando, spesso, ad estromettere le vittime dei delitti dalle proprie attività ».
Quanto fossero cattivi questi napoletani, se ne sono accorti per primi proprio i Casamonica, il clan di zingari che si è insediato tra Cinecittà , Tor Bella Monaca e la Romanina.
Per una partita di droga non pagata, stava per finire malissimo. Poi però Pagnozzi e i suoi finiscono in carcere e il gruppo di zingari prende ad espandersi. E con loro altri due clan rom, i Di Silvio, «padroni» di Ciampino, e gli Spada, all’onore delle cronache di Ostia.
Ma la storia noir di Roma è una continua altalena di equilibri.
A Ostia, per dire, i siciliani Triassi, imparentati con i Cuntrera-Caruana (due latitanti li arrestarono nel 1998 proprio a Ostia: quell’operazione porta la firma dell’indimenticato Nicola Calipari e del colonnello dei carabinieri Mario Parente, capo dei servizi segreti esteri) entrarono in conflitto con i Fasciani.
Vito Triassi viene gambizzato una prima volta nel 2006. Una seconda, l’anno dopo. Infine è incendiata l’autovettura del genero. Uno sgarbo terribile.
Prima che si scateni la guerra, interviene Senese e grazie al suo carisma criminale viene stipulata una pax mafiosa che sul litorale regge da 10 anni.
Vi ha fatto riferimento di recente anche Pignatone: «Tra i capi dei gruppi più importanti operanti nell’area romana sono stati accertati contatti diretti a risolvere i contrasti senza ricorrere alle armi».
Non sono mafie queste? La procura ordina decine di arresti e moltiplica la pressione anche sui patrimoni. Sono stati sequestrati (in parte confiscati) alcuni miliardi di euro. Ma la guerra sarà  lunga.

(da “La Repubblica”)

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“COSI’ HO FATTO ARRESTARE I BOSS CHE MI CHIEDEVANO IL PIZZO”: DECAPITATA LA COSCA, 17 ARRESTI A PALERMO

Novembre 11th, 2017 Riccardo Fucile

PARLA UNO DEI COMMERCIANTI: “IO LAVORAVO E LORO SI PRENDEVANO I SOLDI, HO DETTO BASTA”

«Come mi sento? Sollevato, finalmente libero. Non c’è più da avere paura. Più avanti si va e meglio è».
Vivere con l’ipoteca delle estorsioni, maledire il Natale e la Pasqua, perchè quello è il periodo in cui «loro» si presentano. Vivere più sereni dopo avere denunciato.
Parla uno dei venti commercianti del quartiere palermitano del Borgo Vecchio che si sono ribellati al racket del pizzo: grazie al contributo delle vittime sono stati diciassette, ieri, gli arresti eseguiti dai carabinieri del Comando provinciale, che contestano una serie di estorsioni ai danni di esercenti, titolari di panifici, salumerie, distributori di carburante, ristoranti, centri scommesse.
Piccoli importi, ma una vessazione continua alla quale hanno detto di no in tanti, stavolta.
L’uomo che accetta di parlare in forma anonima con La Stampa è stato sostenuto dall’associazione Addiopizzo, il gruppo di ragazzi ed ex ragazzi che con discrezione professionale offre assistenza nelle denunce e segue le vittime che si costituiscono parte civile.
Cominciando dall’inizio: lei denunciò di sua volontà ?
«Non proprio. Anche io, come tanti, avevo molte remore. Diciamolo subito chiaro: io pagavo dai primi anni dello scorso decennio, da quando rilevai la mia attività  da un precedente proprietario. Lui, quello che c’era prima, pagava…».
E lei comprò l’attività  ereditando pure l’estorsione.  
«Più o meno. Con una differenza, anzi uno sconto: il mio predecessore pagava mille euro a Natale e Pasqua e a me fecero lo sconto, 500 per volta. A modo mio volevo stare tranquillo pure io».
Ma ogni volta che si avvicinavano le feste…
«Era una iattura. Mi prendeva una cosa allo stomaco. Snervante, insopportabile. Io lavoravo e loro si prendevano i miei soldi. Venivano prima di Natale, verso l’Immacolata. Non chiedevano, non ne avevano bisogno. Le facce dei soliti noti, lo stesso attuale pentito Giuseppe Tantillo. Gli davo i soldi, glieli maledicevo, dentro di me mandavo al diavolo gli esattori e poi mi sentivo più leggero. Ma la rabbia rimaneva».
Ma non pensò mai di denunciarli?
«Sinceramente no. Sei-sette anni fa subimmo un furto in negozio: portarono via tutto, di notte. Il carabiniere che raccolse la mia denuncia mi chiese se pagassi il pizzo, se avessi mai ricevuto richieste. Risposi di no. Non me la sentivo».
Poi però, attraverso le intercettazioni, i pentiti, i «libri mastri», risalirono a voi...
«Fui richiamato per confermare o smentire ciò che emergeva dalle indagini. Avevo visto che altri colleghi avevano denunciato. Così decisi di ammettere e raccontai i fatti, così come erano andati. Devo dire che i carabinieri ci misero nelle condizioni ideali, consentendoci di salvaguardare famiglia e attività . La svolta, da parte delle forze dell’ordine, fu raccolta da noi con Addiopizzo, che fu subito al nostro fianco».
Subì conseguenze, la minacciarono?
«No, per fortuna. Il Borgo è come un paese, ci conosciamo tutti. Magari non vengono più, a comprare, i parenti di quelli che hai denunciato. Ma questa in fondo è una liberazione, un’altra».
Si è sentito un eroe?  

«Io? No, nient’affatto. Avevo pensato che la mia vita sarebbe cambiata in peggio, invece mi sono sentito molto più sereno e sicuro di prima. Il clima è cambiato. Tantissimo, non c’è più da avere paura».
Ma non sono tornati alla carica?
«Assolutamente no. Addiopizzo me lo aveva detto: “Non verranno più”. Ed è stato vero. Forse in futuro, chissà , si risveglieranno: non me lo auguro, ma per ora non è così. Denunciare è la strada risolutiva e più siamo a farlo e più siamo protetti. Ma è decisiva la cultura. Non serve l’esercito ma l’educazione a scuola, occorre che i bambini non stiano tutto il giorno in giro randagi. Altrimenti non ci sarà  futuro».

(da “La Stampa”)

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OSTIA, DOVE LA PALESTRA DEGLI SPADA OCCUPA SENZA TITOLO UNA PROPRIETA’ DEL COMUNE MA PER CASAPOUND E’ UN “PRESIDIO SOCIALE” DA TUTELARE

Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

L’EX MAGISTRATO ANTIMAFIA SABELLA: “I PM NON HANNO STRUMENTI ADEGUATI, IN ITALIA SI PASSA DAI PACCHETTI SICUREZZA AGLI SVUOTACARCERI”

“Le norme svuota-carceri stanno penalizzando il lavoro dei magistrati. I pm? Devono usare gli strumenti che il legislatore gli mette a disposizione, anche se a volte non sono sufficienti”.
Alfonso Sabella, sintetizza così le difficoltà  normative in cui si muovono i magistrati, specie quelli che lavorano su fenomeni delicati come la criminalità  organizzata.
C’è voluta, infatti, la contestazione dei reati di lesioni aggravate, violenza privata e l’aggravante del metodo mafioso da parte dei pm della dda di Roma, Giovanni Musarò e Ilaria Calò, affinchè Roberto Spada potesse passare almeno un paio di notti nel carcere di Regina Coeli dopo la violenta aggressione di martedì al giornalista Daniele Piervincenzi e al filmmaker Edoardo Anselmi.
Non sarebbe bastata, infatti, la semplice accusa di lesioni — ipotizzata inizialmente da più parti — reato per cui solitamente i processi si consumano davanti al giudice di pace.
Una beffa, come l’assenza della contestazione della flagranza, solo perchè la denuncia è arrivata qualche ora dopo e il video non era immediatamente utilizzabile come fonte di prova.
È servito sottolineare “il contesto”, secondo il dispositivo emesso dalla procura di Roma, ovvero rivendicare da parte dell’aggressore “il diritto di decidere chi poteva stazionare nella zona teatro dei fatti notoriamente frequentata da diversi soggetti appartenenti alla famiglia Spada”.
SABELLA: “LEGISLATORE NON CI AIUTA”
Ora la domanda che tutti si pongono è se il capo accusatorio reggerà  alle valutazioni del gip o se presto Spada potrà  tornare ad essere un uomo libero, come se avesse partecipato ad una semplice rissa da pub e quel cognome non volesse dire proprio nulla.
Si tratta di un autentico campo minato, come sottolinea lo stesso Sabella, magistrato antimafia di lungo corso e conoscitore delle dinamiche romane e ostiensi.
“I magistrati non possono inventarsi le leggi — spiega — È una vita che il legislatore si muove come cambia il vento. Si è passati negli anni dai pacchetti sicurezza ai decreti svuota-carceri a seconda degli umori dell’opinione pubblica. Ultimamente il vento ha tirato verso la non applicabilità  della custodia cautelare in carcere se non in casi eccezionali, solo per reati che producono pene sopra i 5 anni. In più sono state ridotte le possibilità  degli arresti in flagranza”.
Hanno contribuito a creare queste difficoltà  anche le leggi ad personam. “Ci sono stati — racconta il magistrato — provvedimenti come gli svuota-carceri che magari sono andati a favorire qualche politico che doveva uscire fuori o per timore che qualcuno potesse essere arrestato. È chiaro che i magistrati applicano la legge sempre, sia in un caso sia nell’altro”. Una giustizia che deve essere “giusta”, nel bene e nel male.
“Non è che perchè uno si chiama Spada gli puoi applicare una legge speciale. Dunque bisogna lavorare con gli strumenti a disposizione, che non sono tanti”.
IL CASO DELLA PALESTRA ABUSIVA
Il provvedimento dei pm in queste ore ha per lo meno colmato (momentaneamente) la sensazione di impunità  che ha attraversato tutte le 24 ore successive al video diffuso dalla redazione di Nemo — Nessuno Escluso.
Un sentimento che ad Ostia si respira continuamente. Fu proprio Sabella, quando era assessore alla Legalità  e delegato per il Litorale di Roma Capitale, sotto l’amministrazione guidata da Ignazio Marino, a disporre la chiusura di una delle palestre della Femus Art School, gestita dalla famiglia di “Robertino”, in quanto occupante senza titoli di un edificio di proprietà  del Comune di Roma.
Provvedimento a cui seguirono le proteste di alcuni genitori della zona e la difesa di Casapound, che attraverso il suo vicepresidente Simone Di Stefano ancora oggi rivendica di considerarla “fra i pochi presidi sociali del territorio”.
Uno sforzo fin qui vano, visto che ad oggi di quelle palestre ne sono state aperte ben tre, sempre sul territorio ostiense. Solo in seguito al clamore mediatico di queste ore la Federazione Italiana Pugilato — a cui il marchio della famiglia Spada è affiliato — ha deciso di aprire un’inchiesta federale.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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DALLA GESTIONE DEGLI AFFITTI ALLE PIAZZE DELLO SPACCIO: COSI’ I CLAN REGNANO A OSTIA

Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

SPARATORIE, CASSONETTI BRUCIATI E DONNE COSTRETTE A PROSTITUIRSI… META’ DELLE CASE POPOLARI ASSEGNATE DAI CLAN

Occhio ai piccoli segnali maligni, quando si parla di clan malavitosi. E allora, parlando di Ostia, gli addetti ai lavori hanno notato un fenomeno davvero inquietante: è da un mese che viene incendiato un cassonetto al giorno, sempre attorno alla sede del X Municipio, quella specie di Fort Apache della legalità  dove è insediato (ancora per poco) il commissario straordinario Domenico Vulpiani, un poliziotto tosto che è stato capo della Digos di Roma.
«I clan – dice – ci vogliono far capire che sono pronti a tornare». Forse non si sono mai allontanati di molto. Si sono semplicemente nascosti, come pare sia la strategia del clan Triassi, organici a Cosa Nostra, vedi la cosca agrigentana Cornera-Cuntrera, che se ne stanno zitti e buoni, evitando le sparate e le pacchianerie che piacciono tanto agli altri.
Vulpiani in questi 26 mesi da commissario prefettizio ha spacchettato il business principale dei clan sul litorale, ovvero gli stabilimenti balneari, che erano suddivisi in 71 lotti ma in pratica facevano capo alla famiglia Fasciani grazie a una serie di teste di legno.
Eppure tutto è in bilico e potrebbe tornare all’antico. E poi il Municipio è anche lo snodo fondamentale dove girano le licenze commerciali (primo business della zona), le licenze edilizie (secondo business), le case popolari (terzo business).
Altri segnali: nel giro di tre settimane, tre sparatorie. Si è visto che c’entra lo spaccio. Gli investigatori non pensano che sia iniziata una guerra, quanto un «aggiustamento» sul territorio.
Risistemazione forse inevitabile dopo che gli Spada, cugini dei potenti Casamonica, avevano estromesso dallo spaccio il clan precedente, i Baficchio-Galleoni, che erano gli epigoni della Banda della Magliana, ma poi sugli stessi Spada sono piovute pesanti condanne (a ottobre: 50 anni per tredici imputati, reato riconosciuto è «estorsione con l’aggravante del metodo mafioso») e così sugli alleati dei Fasciani (a giugno li hanno condannati in appello, ma per associazione a delinquere semplice e non mafiosa; poi è arrivata la Cassazione e ha rimesso dentro la mafiosità ).
I processi parlano di un clan Spada che ha messo le mani sulle case popolari di Ostia con violenza inaudita.
In pratica si sono sostituiti al Comune: eseguono sfratti e poi assegnano le case agli amici o a chi li paga.
Per essere chiari: su 6400 appartamenti popolari di Ostia, sono 2800 quelli occupati abusivamente.
Qui gli Spada impongono un pizzo generalizzato. Chi non può pagare, è costretto ad andare via. Se è una donna, è spinta a prostituirsi. In un caso pretendevano di farsi cedere la corrente elettrica per l’appartamento vicino.
E ancora. Palestre che sorgono come funghi, senza autorizzazioni, che mai potrebbero avere. Sale scommesse quantomai equivoche. E droga, usura, estorsioni, attentati, controllo del territorio, omertà , intimidazione dei poteri pubblici e della politica locale.
Questo è il lato oscuro degli Spada e degli altri clan. «Il convincimento che quello romano sia un territorio risparmiato dai mafiosi – scriveva qualche giorno fa il procuratore capo Giuseppe Pignatone in una lettera al Messaggero – è tuttora molto diffuso e dopo la sentenza di primo grado nel processo a carico di Carminati, Buzzi e altri, alcuni commentatori hanno affermato che la Capitale si era liberata definitivamente dal problema mafia. Non credo che le cose, purtroppo, stiano così».
Mentre il dibattito pubblico si avvitava sulla questione della «mafiosità » o meno di Carminati, infatti, la cruda realtà  di Roma è venuta fuori prepotentemente.
Si moltiplicano gli arresti e fioccano le condanne. Troppo grande e troppo estesa la città  per un solo clan, è evidente che le periferie sono sotto attacco di tanti piccoli clan.
Così accade a Ostia con gli Spada. «Famiglie – concludeva Pignatone – senza alcuna derivazione dalle tradizionali mafie meridionali, ma ugualmente in grado di controllare il loro territorio anche con il ricorso alla violenza… La Procura della Repubblica continua a non accettare l’idea, purtroppo molto diffusa, che la corruzione a Roma sia un fatto normale se non addirittura utile allo sviluppo. Nè, tantomeno, quella che la mafia non esista se tra gli imputati non vi sono siciliani, calabresi o campani».

(da “La Stampa”)

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GLI ALVEARI DI OSTIA NUOVA, IL FORTINO DEL CLAN SPADA: “QUI NON SI ENTRA”

Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

OMERTA’ E SPUTI AI GIORNALISTI… “HO PAGATO IL CLAN PER AVERE UNA CASA POPOLARE”… OGNI MATTINA PARTE IL CARICO DI DROGA CHE RIFORNISCE I PUSHER DELLA CAPITALE

Il silenzio avvolge le case popolari di piazzale Gasparri. Gli alveari di Ostia Nuova, cuore del feudo del clan Spada, sono muti. «È strana, vero? Dico, questa atmosfera…».
La voce, anonima come quella di chiunque abbia voglia di parlare, arriva dal bancone di un chiosco poco distante dal mare. «Se non ci fossero tutti questi giornalisti, i blindati della polizia e i carabinieri, sembrerebbe un quartiere come tutti gli altri». Ecco, è questo ciò che ormai stride, nel territorio controllato dalla famiglia criminale degli Spada: la normalità .
Ma non ci sono solo i passanti ad osservare la scena.
Gli affiliati del clan Spada scrutano dietro le finestre l’arrivo a metà  mattinata delle troupe televisive. Quando le telecamere si accendono di fronte alla «loro» palestra (dove Roberto Spada ha aggredito il giornalista della Rai) decidono di scendere nel cortile che si apre all’interno dei sei palazzi gemelli. Parlano fitto, sottovoce, poi si dividono.
Ognuno davanti a un ingresso, appoggiati alle cancellate, stretti nei loro giubbotti, gli occhiali scuri calati sugli occhi. Fissano i giornalisti e sputano in terra: «Qui dentro non si entra».
Solo alle forze dell’ordine è concesso il passaggio. Quando i Carabinieri si affacciano, gli affiliati scompaiono. Nel cortile, stretto come un corridoio a cielo aperto tra le due file di case, vige una sola regola: «Camminare guardando verso l’alto, mai a terra. Possono sempre tirarti addosso qualcosa».
Gli uomini dell’Arma indicano le fitte file di finestre che si alzano sopra di loro. Sembrano vuote, i balconi sono deserti, ma «c’è sempre qualcuno che guarda». Molti di quegli appartamenti, infatti, sono abitati da uomini del clan agli arresti domiciliari. E il loro lavoro, non potendo più uscire, diventa spesso quello delle vedette.
Quando si scende nel garage, dove gli occhi delle famiglie criminali non arrivano, ci sono decine di telecamere ad osservare i movimenti di chi entra e chi esce. Le macchine sportive e i suv, simbolo della ricchezza ostentata dalle famiglie del litorale, non ci sono.
L’arrivo delle televisioni era previsto, e poi gli uomini ai piani alti della gerarchia criminale del clan non vivono nel blocco di case popolari di piazzale Gasparri.
Il boss, Carmine Spada, ha una villa distante circa un chilometro dalla Piazza. E anche il fratello, Roberto Spada, diventato il reggente della famiglia dopo l’arresto di Carmine, vive lontano da qui.
Piazzale Gasparri è il quartier generale; il fortino della droga.
Da qui i ragazzi in scooter trasportano la merce lungo il litorale e fino al centro di Roma. «Oggi è tutto tranquillo, ma di solito già  dall’alba inizia a muoversi una quantità  enorme di droga», racconta la titolare di un’attività  commerciale che decide di parlare, a patto di mantenere l’anonimato.
«Quando sono arrivata, non pensavo fosse così marcia la situazione», racconta. «Adesso appena posso vendo, ma a chi?».
Nel mondo della criminalità  di Ostia Nuova non c’è però solo lo spaccio, ma anche il racket degli alloggi popolari.
La droga fornice il potere economico; i palazzi, invece, il controllo del territorio. L’Ater, l’agenzia che gestisce gli alloggi popolari, possiede circa due chilometri quadrati di palazzi a Ostia, dove vivono anche le famiglie normali.
Famiglie che però, spesso, finiscono vittime del racket degli Spada. «Io ho pagato, per entrare in una casa popolare», racconta Daniela, che il vero nome ha preferito non dirlo. «Non voglio dire quanto, perchè potrebbero capire chi sono. Adesso pago un canone mensile».
Nessuno, all’Ater, ha mai ricevuto un euro da Daniela e, forse, non ne conosce nemmeno l’esistenza, ma lei è tranquilla: «Quelli dell’Ater non sono mai venuti e non credo che verranno mai. Rischierebbero grosso».
Dall’altra parte c’è Massimo. Lui ha deciso di comprare, per i suoi nipoti, la casa popolare in cui vive da cinquant’anni. «Sono arrivato prima degli Spada», racconta, «e non saranno loro a mandarmi via. Hanno provato a fare pressioni, ma sto qui dai tempi della banda della Magliana, figuriamoci se ho paura di questi».
E poi, aggiunge guardando da lontano il castello del clan, «questo posto somigliava al Paradiso».

(da “La Stampa”)

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SPADA ARRESTATO, LA FOGNA DI OSTIA INSULTA I CARABINIERI

Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI ROMA HA EMESSO IL PROVVEDIMENTO… ORA SI PROCEDA ALLA BONIFICA E ALLA DISINFESTAZIONE, MAFIOSI E COMPLICI DEVONO MARCIRE IN GALERA

Roberto Spada, protagonista due giorni fa dell’aggressione a una troupe della Rai ‘Nemo – Nessuno Escluso’, è stato portato via in manette dai carabinieri della compagnia investigativa di Ostia.
Roberto Spada è indagato per aggressione in contesto mafioso dopo aver aggredito, rompendo con una testata il naso, un inviato della trasmissione Nemo, di Rai 2. Momenti di tensione al momento del fermo di Spada: i carabinieri sono stati insultati da un gruppo di ragazzi che hanno inveito contro i militari.
Lesioni aggravate dal metodo mafioso.
È la Dda a lavorare all’indagine nei confronti di Roberto Spada, titolare di una palestra ad Ostia che ieri ha brutalmente aggredito l’inviato della trasmissione di Rai 2 Nemo. I pm Giovanni Musarò e Ilaria Calò hanno deciso di iscrivere il suo nome per lesioni aggravate dal l’articolo 7, quello che si usa appunto nelle indagini per mafia.

(da agenzie)

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“PICCHIATO PERCHÉ FACEVO SOLO DELLE DOMANDE”: CHI E’ DANIELE PIERVINCENZI

Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile

FIGLIO D’ARTE, CRESCIUTO A PANE E RUGBY: PARLA IL REPORTER DI NEMO AGGREDITO DA SPADA

Picchiato perchè ha fatto delle domande. Il reporter di Nemo, Daniele Piervincenzi, aggredito martedì da Roberto Spada a Ostia, ha raccontato a “La vita in diretta” quanto gli è accaduto. “Ho una frattura complessa al setto nasale. Siamo ancora in piedi, dai. È stata una cosa inaspettata, stavo facendo un’intervista. Stavamo cercando di capire le ragioni dell’endorsement a Casapound”.
“Non credo di aver spaventato nessuno, sono io quello spaventato – ha detto Piervincenzi -. Se chiede perdono io sono pronto a perdonarlo, ma dovrebbe chiedere perdono a Ostia, dove l’alto tasso di criminalità  e i clan hanno rovinato il tessuto sociale di un luogo bellissimo”.
Piervincenzi, 35 anni, prima della carriera giornalistica è cresciuto a pane e rugby. Nato in una famiglia di sportivi e amanti di calcio – un fratello ha giocato in serie B con il Genoa, l’altro ha allenato in C e il padre giornalista è un grande appassionato -, Daniele fin da giovanissimo ha giocato con la spalla a spicchi.
Una volta chiuso con lo sport giocato, è diventato il volto del rugby per Dmax con la conduzione del programma Rugby Social Club.
Ha lavorato anche a Otto e mezzo su La7, mentre ora è inviato di Nemo su RaiDue.
Il giornalista ha poi parlato anche con l’agenzia di stampa Ansa: “Sto male – ha detto -, e sono stato picchiato solo perchè ho fatto delle domande…”. Pievincenzi ha aggiunto: “Spada mi ha sorriso poi mi ha colpito violentemente con una testa sul naso, rompendomelo”.
“Ieri ero a Ostia – ha continuato il reporter – come la settimana scorsa, per fare un servizio sulle elezioni municipali per Nemo. C’è una foto in cui Roberto Spada e il candidato di Casapound sono abbracciati, quindi sono andato davanti alla palestra di Spada per chiedergli se lui appoggiava Casapound. Ero fuori, non sono entrato nella palestra, mi sono limitato ad attendere che Spada uscisse”.
Il racconto di Piervincenzi continua: “Quando l’ho visto gli ho chiesto se confermava il suo appoggio a Casa Pound: lui prima ha risposto genericamente, sorridendo. Poi mi ha colpito violentemente con una testata sul naso, fratturandolo. Mi ha inseguito e mi ha colpito col manganello sulla schiena. Gli ho gridato, mentre il sangue usciva copiosamente dal naso, che sarebbe bastato dirmi di andarmene… Sono riuscito a proteggere l’operatore e a fuggire. Poi sono andato al Pronto Soccorso del Sant’Eugenio, dove mi hanno suturato e dato trenta giorni di prognosi. Stamattina sono stato operato al naso in anestesia totale. Che altro posso dire? Sto male – ha detto ancora il giornalista – e sono stato picchiato solo perchè ho fatto delle domande…”.

(da “Huffingtonpost”)

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