Destra di Popolo.net

IL SINDACO ABUSIVO LEGHISTA DI RIACE FA SPARIRE PURE IL CARTELLO CHE ONORA LA VITTIMA DELLA MAFIA PEPPINO IMPASTATO

Ottobre 6th, 2019 Riccardo Fucile

PUR ESSENDO STATO DICHIARATO INELEGGIBILE, ANTONIO TRIFOLI CONTINUA A TOGLIERE CARTELLI E LANCIA PERICOLOSI SEGNALI A COSA NOSTRA

Il comune di Riace, in Calabria, (retto da Antonio Trifoli un sindaco ‘abusivo’ e già  dichiarato ineleggibile) ha deciso di rimuovere un cartello con una citazione di Peppino Impastato, il giornalista ucciso nel 1978 per aver denunciato gli affari di Cosa Nostra.
Un atto contro cui si sono subito pronunciati la nipote di Impastato, Luisa, e l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano
“Per noi è un fatto gravissimo e per il quale aspettiamo delle risposte. Abbiamo subito altri atti di vandalismo nei confronti di alcune targhe dedicate a Peppino e quest’ultimo fatto riteniamo sia una sorta di vandalismo istituzionale” ha detto Luisa Impastato all’Agi.
“Mi sembra che sia l’ennesimo tentativo di rimuovere tutto ciò che di positivo aveva il paese di Riace, come l’accoglienza e la lotta alla mafia. Peppino è per molti, soprattutto giovani, il simbolo della lotta alla mafia e rimuovere un cartello a lui dedicato è molto grave e significativo, in particolare in un paese del Sud Italia”.
“Quello che sta accadendo a Riace mi fa ricordare quello che era avvenuto in luoghi molti lontani dalla Calabria” ha affermato da parte sua Mimmo Lucano, “Anche così si costruiscono le basi per immaginare un futuro lontano da questo condizionamento mafioso”.
Secondo Lucano “quello che sta accadendo a Riace mi fa ricordare quello che era avvenuto in luoghi” come “il Cile, dove la rivoluzione popolare è stata oltraggiata anche dopo la fine di Allende e una delle prime azioni dei colonnelli è stata quella di rimuovere anche tutta la letteratura e le immagini sulle pareti che raccontavano la storia della rivoluzione popolare”.

(da agenzie)

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BLITZ DELLA POLIZIA TRA LOMBARDIA E SICILIA, 110 ARRESTI PER MAFIA

Settembre 26th, 2019 Riccardo Fucile

MENO MALE CHE IERI SALVINI AVEVA DETTO “DOVE GOVERNIAMO NOI NON CI SONO COSCHE”

Negli anni Ottanta erano pastori, ladri, rapinatori. Si erano messi in testa di essere un clan, e di fare la guerra alla mafia ufficiale, la Cosa nostra di Riina e Provenzano, nel cuore della Sicilia, fra Agrigento e Caltanissetta.
In tanti furono uccisi, chi restò in vita venne invece mandato in esilio. Un passato che sembrava non dovesse più tornare.
Invece, adesso, la squadra mobile di Caltanissetta e il Servizio centrale operativo della polizia hanno scoperto che i “ribelli” di un tempo sono diventati la nuova classe dirigente mafiosa che governa Gela, uno dei centri più ricchi della provincia nissena.
In trentacinque sono stati arrestati questa notte in un blitz imponente, disposto dalla direzione distrettuale antimafia nissena, che ha posto la città  sotto assedio.
Altri 15 fiancheggiatori dei padrini siciliani sono stati bloccati in Nord Italia su disposizione della dda di Brescia, nell’ambito di un’ordinanza che riguarda complessivamente 75 persone, arrestate per reati finanziari, tutti legati agli affari dei clan. Gli accertamenti condotti con la collaborazione dalla Guardia di finanza hanno portato a sequestri di beni per 35 milioni di euro
L’inchiesta siciliana, curata dalla squadra mobile di Caltanissetta diretta dal vice questore aggiunto Marzia Giustolisi, racconta di un’organizzazione potente retta da alcuni scarcerati eccellenti, che ha sancito una solida pax mafiosa con la Cosa nostra ufficiale, sul territorio gestiva le attività  classiche dei clan.
“Dal traffico di droga alle estorsioni — spiega Francesco Messina, al vertice della Direzione centrale anticrimine della polizia – i proventi venivano poi reinvestiti in aziende nel settore alimentare”. I boss imponevano i propri prodotti. Chi si ribellava, era vittima di incendi e danneggiamenti.
“Ci siamo trovati di fronte a un’organizzazione paragonabile all’Ndrangheta — prosegue Messina — per capacità  di penetrazione del territorio, ma anche per le attività  svolte in Nord Italia”.
In Lombardia e in Piemonte, alcuni mafiosi si erano trasformati in esperti manager del settore dell’intermediazione finanziaria. Le aziende decotte e le cessioni dei crediti erano diventati un altro lucroso business.
Eccola, dunque, l’altra mafia. Nelle intercettazioni i nuovi vecchi boss dicevano di avere a disposizione “500 leoni”, un esercito da scatenare. Ma Gela non è più quella di trent’anni fa, per fortuna, e oggi qualche commerciante ha trovato il coraggio di denunciare le estorsioni. La Sicilia cambia. E i boss 2.0 si sono adeguati. Meno violenza e più affari.
Da Caltanissetta a Palermo è la stagione di nuovi investimenti nell’economia legale. Anche se i cognomi sembrano riportare a un passato lontano. Ma Totò Riina, il capo dei capi, il tiranno di Cosa nostra, è ormai morto e con lui la stagione dei mafiosi Corleonesi che avevano una sola legge: chi non è con noi, è contro di noi.
Così, poco a poco, sono caduti tutti i veti, tutti gli editti, a Palermo sono tornati gli Inzerillo dall’America, a Caltanissetta sono tornati gli stiddari. E sono tornati con tanti soldi in tasca, quelli mai sequestrati. Quei soldi stanno riorganizzando la nuova mafia che vuole riprendersi la storia.
“Sono tornati, ma teniamo sotto controllo tutti i tentativi di riorganizzazione — dice Francesco Messina — a luglio, è stato colpito duramente il clan Inzerillo, in un’operazione fra Palermo e New York. Adesso, Gela”. E altri fronti caldi sono all’attenzione delle indagini. La parola chiave è una sola: scarcerati. Sono quasi quattrocento in Sicilia negli ultimi tre anni. Gente che ha finito di scontare il proprio debito con la giustizia. E tornando in libertà  pensa che il calendario sia rimasto fermo ai ruggenti anni Ottanta.

(da agenzie)

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“UN CAFFE’ CON IL MIO CARO AMICO MATTEO”: MA CHE BELLO IL SELFIE DI SALVINI CON IL FIGLIO DEL BOSS DELLA CAMORRA MATRONE

Settembre 11th, 2019 Riccardo Fucile

LO SCATTO DOMENICA SCORSA CON L’EREDE DI UNO DEI BOSS PIU’ SANGUINARI DI SCAFATI

Una fotografia che farà  discutere e che vede (nuovamente) protagonista Matteo Salvini. Dopo il suo comizio di Vignola (in provincia di Modena), Antonio Michele Matrone ha chiesto al leader della Lega di scattarsi una foto in sua compagnia.
Lo scatto è poi stato condiviso domenica sulla pagina Facebook del giovane che altro non è che il figlio di uno dei più sanguinari boss di Camorra di Scafati, in provincia di Salerno.
La condivisione sulla pagina Facebook di Michele Matrone ha scatenato un pandemonio che ha portato anche alla richiesta di chiarimenti da parte di alcuni membri campani della Commissione parlamentare Antimafia.
La fotografia era accompagnata (e parliamo al passato perchè, dopo la denuncia del quotidiano Metropolis, l’immagine è stata rimossa da Michele Matrone stesso che vive in Emilia Romagna) da una didascalia che recitava: «Un caffè insieme al mio caro amico Matteo».
Certamente, come accaduto fuori da San Siro quando si fece immortalare in compagnia di un capo ultras del Milan condannato per spaccio di sostanze stupefacenti, questa immagine non può che provocare imbarazzo nello stesso Salvini.
«Chiediamo pubblicamente a Salvini di chiarire al più presto la sua posizione, meglio ancora se lo facesse in Commissione Antimafia. Il segretario della Lega ci dica se la foto è stata scattata quando era ministro, se è davvero amico di Michele Matrone ed i suoi rapporti con lo stesso — si legge nella nota firmata da Andrea Caso e Francesco Urraro, membri campani della Commissione parlamentare Antimafia, con la portavoce Virginia Villani della Commissione Lavoro alla Camera -. Poco conta dove è stata fatta, scandalizzano certi comportamenti da parte di chi aveva il compito di contrastare la criminalità  organizzata. Certe foto non sono solo passaggi per i social network, come un cittadino onesto potrebbe pensare».

(da agenzie)

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CHIESTI TRE ERGASTOLI E 208 ANNI DI CONDANNA PER MAFIA PER IL CLAN SPADA DI OSTIA: C’E’ ANCHE ROBERTO SPADA, L’AUTORE DELLA TESTATA AL GIORNALISTA PIERVINCENZI

Settembre 9th, 2019 Riccardo Fucile

AUTORI DI OMICIDI, SPACCIO, ESTORSIONI… INSULTI IN AULA ALLA GIORNALISTA FEDERICA ANGELI, AUTRICE DI INCHIESTE E DENUNCE SUL MALAFFARE

Duecentootto anni più tre ergastoli per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti dei 24 imputati che hanno scelto il rito ordinario nel maxi processo del clan Spada di Ostia.
Questa la condanna richiesta dai pubblici ministeri Ilaria Calò e Mario Palazzi al termine di una requisitoria durata quattro giorni.
Pene più alte richieste per il boss Carmine Spada, il fratello Roberto Spada, noto alle cronache per la testata che fracassò il setto nasale al collega Daniele Piervincenzi nel novembre del 2018, e il nipote Ottavio Spada, detto Marco: per loro tre sono stati chiesti gli ergastoli.
Giornate intense in cui nell’aula bunker di Rebibbia si sono ripercorsi episodi da pelle d’oca di minacce e angherie, di eliminazione fisica dei vertici dell’organizzazione rivale il 22 novembre del 2011, l’omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini appunto.
E ancora: attentati progettati insieme al clan Fasciani, attentati subiti dal boss Carmine e non denunciati come avviene nella criminalità  organizzata.
Oltre la rete di attività  commerciali “conquistate come in un Risiko”, sottolinea il pubblico ministero Palazzi, e intestate a prestanomi per nascondere il patrimonio della famiglia.
Fondamentali sono state le dichiarazioni “attendibili” dei 5 collaboratori di giustizia,   spiega Ilaria Calò, nella ricostruzione dell’organigramma del clan Spada. Michael Cardoni e la moglie Tamara Ianni, Paul Dociu, Antonio Gibilisco e Sebastiano Cassia hanno spiegato la scala gerarchica del clan e il ruolo di tutti gli imputati. §
“Sono tanti e sono persone che non si fermano davanti a niente, ti ammazzano senza pietà . Sono criminali di livello, spietati” riferisce alla Corte le parole della Ianni la pm, ricordando anche in aula che nell’ottobre del 2018 prima che Tamara Ianni e il marito Michael Cardoni “venissero qui in aula a rendere le loro dichiarazione in questo processo, è stato piazzato un ordigno esplosivo sul balcone di casa dei genitori della Ianni in via delle Azzorre a Ostia”.
Per la pubblica accusa che si tratti di una organizzazione a delinquere di stampo mafioso non vi sono dubbi. Per questo hanno chiesto una condanna esemplare per ciascuno dei componenti della famiglia sinti e per i loro sodali.
“Oggi, i pm del pool Antimafia, Ilaria Calò e Mario Palazzi, dopo quattro giorni di requisitoria, hanno chiesto una condanna esemplare per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti dei componenti del clan spada. Attendiamo con speranza la decisione che i giudici prenderanno con la sentenza. Qualunque sia il responso, continueremo la nostra lotta quotidiana contro i clan che hanno spadroneggiato su Ostia, adesso che, gli abitanti del litorale, stanno rialzando la testa e chiedono a gran voce quella legalità  che gli era stata rubata. Abbiamo iniziato una guerra a un sistema mafioso, e non abbiamo intenzione di tornare indietro”.   Questo il commento di Massimiliano Vender, presidente dell’Associazione Antimafia NOI, alla richiesta di condanna nei confronti del clan Spada da parte della Procura di Roma.
Alcune delle donne del gruppo hanno pensato bene di insultare in aula Federica Angeli, la cronista costretta a vivere sotto scorta per le sue inchieste su mafie, malaffare e sulle troppe connivenze

(da agenzie)

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LA FIGLIA DI LIBERO GRASSI: “IN UN ANNO IL GOVERNO NON HA FATTO NULLA CONTRO LA MAFIA”

Agosto 29th, 2019 Riccardo Fucile

A 28 ANNI DALL’UCCISIONE DELL’IMPRENDITORE CHE DISSE NO A COSA NOSTRA, ALICE GRASSI ACCUSA: “INVECE DEI MIGRANTI, SALVINI SI SAREBBE DOVUTO OCCUPARE DELLA ‘NDRANGHETA AL NORD”

Era il 21 agosto 1991 quando l’imprenditore Libero Grassi veniva brutalmente assassinato da Cosa nostra per essersi opposto al pagamento del pizzo.
A 28 anni di distanza il dolore della famiglia non è scomparso. Durante la commemorazione del padre, Alice Grassi ha spruzzato vernice rossa in via Alfieri a Palermo, sul luogo dell’omicidio.   “O sono io che non mi sono accorta di niente oppure il governo in questo anno non ha fatto nulla” sul fronte della lotta alla mafia “perchè non mi risulta che abbia fatto proprio nulla”, ha detto la donna.
La sua denuncia è dura e diretta: “Siamo così intenti a respingere gente sfortunata che non ci occupiamo di ciò che succede a casa nostra, come la mafia o la ‘ndrangheta. Il ministro Salvini si sarebbe dovuto occupare della ‘ndrangheta al Nord, che esiste, invece non mi sembra che abbia fatto niente”.
E sul nuovo governo, che nascerà  nei prossimi giorni, Alice Grassi preferisce non esprimersi: “Aspettiamo… Può essere pure che torni Salvini. Però, di solito una parte del governo che dovrebbe nascere è stata più sensibile a queste tematiche. Speriamo che in un programma comune (M5S-Pd ndr) la lotta comune a Cosa nostra rientri tra le priorità ”.

(da agenzie)

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ARRESTI NEL PD E FDI IN CALABRIA: “ASSERVITI” ALLA ‘NDRANGHETA”

Luglio 31st, 2019 Riccardo Fucile

BLITZ CONTRO LA COSCA LIBRI, 17 ARRESTI TRA CUI CAPOGRUPPO PD E FDI IN REGIONE: “TOTALMENTE AL SERVIZIO DELLA COSCA”

Blitz della Polizia contro la cosca Libri di Reggio Calabria: decine di agenti della squadra mobile di Reggio e dello Sco stanno eseguendo 17 misure cautelari, 12 in carcere e 5 ai domiciliari, chieste dalla Direzione distrettuale antimafia e firmate dal gip. Sono in corso anche una serie di perquisizioni e di sequestri nei confronti di società  e imprese.
Gli inquirenti e gli investigatori ipotizzano, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, turbata libertà  degli incanti, porto illegale di arma, tentata corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio.
Diversi imprenditori e politici erano completamente al servizio della cosca Libri.   “Affermati imprenditori e politici locali e regionali – dicono gli investigatori – erano asserviti totalmente alle volontà  dei Libri in qualità  di soggetti intranei o concorrenti esterni”.
Tra gli arrestati ci sono il capogruppo del Pd al consiglio regionale della Calabria, Sebastiano “Seby” Romeo (ai domiciliari), e quello di Fdi, Alessandro Nicolò (eletto con FI e poi passato in Fdi).
La cosca, secondo l’accusa, avrebbe svolto un ruolo “centrale” in occasione delle elezioni regionali del 2014. Tra gli indagati in libertà  c’è Demetrio Naccari Carlizzi ex consigliere regionale Pd e cognato del sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà , estraneo all’inchiesta.
La Cosca Libri, per lo sviluppo del propri interessi criminali, oltre ad interferire nelle dinamiche economico-imprenditoriali locali, è stata capace “di infiltrarsi in quelle politico-elettorali del territorio cittadino, gestendo un consistente bacino di voti, convogliandoli a favore di soggetti compiacenti, senza esclusione di schieramenti politici, nell’ambito di un rapporto basato sul do ut des, destinato a favorire non solo la singola consorteria, ma il sistema ‘ndranghetistico nel suo complesso”.
I Libri, in particolare, avrebbero saputo elaborare “raffinate strategie finalizzate a consentire l’elezione di soggetti che potessero agire quali loro preposti negli organismi istituzionali”.
Inoltre, l’ascesa politica fino al Consiglio regionale di un politico reggino, secondo gli investigatori, ”è stata costantemente supportata, fin dagli inizi, dalla cosca Libri”. Per quanto riguarda le regionali del 2014, la consorteria “ha convogliato parte del proprio cospicuo bacino di preferenze elettorali, in cambio di favori, verso un politico di Reggio Calabria poi eletto al Consiglio”.
L’inchiesta ha accertato che nel corso degli anni i Libri hanno favorito alcuni imprenditori, apparentemente estranei a qualsiasi contesto mafioso, ma in realtà  coinvolti nelle dinamiche dell’organizzazione alla quale “partecipavano attivamente”. Imprenditori che, dicono ancora gli investigatori, assecondando da un lato le strategie d’investimento decise dalla cosca e ricevendo dall’altro importanti finanziamenti occulti, “hanno assunto posizioni di assoluto rilievo” nei settori di cui si occupavano. Di fatto, godevano della protezione della ‘ndrangheta e allo stesso tempo la finanziavano.
Il settore edilizio, quello immobiliare e quello della ristorazione: il blitz della Polizia ha consentito di portare alla luce come l’organizzazione avesse messo le mani su diversi settori economici di Reggio Calabria, attraverso il controllo di diverse società . L’inchiesta della Dda ha inoltre permesso di ricostruire gli assetti e le dinamiche operative dei Libri, una delle “più potenti articolazioni della ‘ndrangheta unitaria” dicono gli investigatori, che controlla a Reggio Calabria i quartieri Cannavò, Condera, Reggio Campi, Modena, Ciccarello, San Giorgio e le frazioni di Gallina, Mosorrofa, Vinco e Pavigliana. Il valore complessivo delle società  sequestrate ammonta a diversi milioni di euro.

(da “Huffingtonpost”)

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REPORT: ARRESTATI PER ESTORSIONE MAFIOSA GLI ZII DELL’EX CANDIDATO SINDACO DELLA LEGA A MALETTO

Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile

UNO AVEVA GIA’ UNA CONDANNA DEFINITIVA PER MAFIA, MA IL NIPOTE AVEVA SOSTENUTO DI NON ESSERE A CONOSCENZA CHE FOSSERO MAFIOSI

Nel 2014 Matteo Salvini va a Maletto, un piccolo comune catanese alle pendici dell’Etna, per festeggiare il primo exploit elettorale della Lega Nord in Sicilia: l’imprenditore Antonio Mazzeo, classe 1989, alle europee ha preso ben il 36% dei consensi sotto il vessillo del Carroccio.
Ad accompagnare il leader nella sua visita ci sono nel 2014 il deputato nazionale Angelo Attaguile, fondatore del movimento Noi con Salvini, e l’allora consigliere comunale di Maletto Salvatore Gulino, che è anche zio acquisito del giovane leghista Antonio Mazzeo. Ieri proprio Gulino è stato arrestato per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso, con l’accusa di avere chiesto il pizzo a un imprenditore edile della zona, insieme a un altro zio acquisito di Mazzeo: Mario Montagno Bozzone, che alle spalle ha già  una condanna definitiva per mafia.
Intervistato da Claudia Di Pasquale per l’inchiesta di Report “Nel nome di Matteo” del 10/12/2018 (https://bit.ly/2S4GdiQ), Mazzeo aveva assicurato di non avere particolari rapporti con Montagno Bozzone, aggiungendo: “Mi fa schifo la mafia”.
Nel 2018 però Mazzeo si era candidato a sindaco di Maletto, e ad applaudire a un suo comizio c’era proprio lo zio condannato.
Anche Salvatore Gulino, arrestato ieri, era presente ai comizi elettorali di Mazzeo.
Sui profili social è possibile trovare foto di Mazzeo con Gulino, e di Gulino con Montagno Bozzone. Dal suo canto, Antonio Mazzeo tiene a ribadire che lui è contro la mafia e che non era a conoscenza dei presunti comportamenti illeciti dello zio Salvatore Gulino.

(da Report)

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L’ULTIMO MIRACOLO DI PAOLO BORSELLINO

Luglio 16th, 2019 Riccardo Fucile

IN UN’AGENDA POLITICA FATTA DI SELFIE, PANINI E SALSICCE, IL SUO AUDIO RIMETTE AL CENTRO LA PAROLA MAFIA

L’ultima volta che incontrai Paolo Borsellino fu il 24 maggio 1992. Erano le otto di sera. Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo erano morti da poco più di ventiquattro ore a Capaci, insieme a Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro, tre uomini della scorta.
Borsellino entrava e usciva dagli uffici della Procura al secondo piano del Palazzo di Giustizia con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, la sigaretta tra le labbra e gli occhi rossi e gonfi.
Lo osservavo, seduto nell’anticamera, in quell’andirivieni convulso. Non riusciva nemmeno più a piangere, stordito da quella strage impensabile e orrenda che aveva sventrato l’autostrada che collega l’aeroporto a Palermo portandogli via l’amico più caro, e schiacciato dall’incombenza di coordinare un’indagine che però gli serviva prima di tutto per non pensare a ciò che sarebbe venuto dopo.
Mi fece entrare nella sua stanza invasa dal fumo. Si sedette alla scrivania, spalle alla finestra, e in quel momento realizzai che per farlo fuori sarebbe bastato un cecchino piazzato sulla terrazza di uno dei palazzi sul lato opposto della piazza. Glielo dissi.
Gli dissi anche: possibile che nemmeno il vetro sia blindato? Lui mi guardò facendo un cenno molto siciliano con la mano, un’altra sigaretta accesa tra le dita, e bofonchiò qualcosa come: “Fosse solo questo…”.
Poi cominciammo a parlare. E credo che anche quell’intervista, che uscì il giorno dopo sul Corriere della Sera, gli servisse per tenere la mente occupata, e tuttavia gli sono ancora grato di quell’ora che riuscii a rubargli in un momento in cui sembrava che quel Palazzo di Giustizia tormentato dai morti e dai veleni dovesse sprofondare sotto il colpo più feroce messo a segno da Cosa Nostra.
Il primo vero atto di guerra contro lo Stato. O almeno il più eclatante, seguendo la logica del procuratore Nino Di Matteo, che invece retrodata l’inizio dell’attacco armato alle istituzioni del nostro Paese all’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 1982.
Oggi, trentasei anni dopo quell’incontro, quelle due battute scambiate sul vetro della finestra alle sue spalle, mi sembrano la continuazione coerente dell’audio dell’audizione che Borsellino fece davanti alla Commissione antimafia nel 1984.
Quattro minuti in cui fu costretto a spiegare che l’unico computer assegnato al pool di magistrati che doveva combattere Cosa Nostra giaceva privo di collaudo da due mesi. Quattro minuti per spiegare con pacatezza che avere la scorta solo di mattina, con un’unica auto blindata per quattro procuratori, significava da parte dello Stato mettere nel conto di consegnarlo alle pallottole della mafia la sera.
Quattro minuti per confessare ai parlamentari, allo Stato, che il pomeriggio tornava a lavorare a Palazzo di Giustizia con la propria macchina.
Per sentirsi dire da qualcuno, in sottofondo, che quello era un segno di libertà . La libertà  di farsi ammazzare.
Come poi sarebbe accaduto domenica 19 luglio 1992, sotto casa di sua madre. Con un’autobomba in tutto e per tutto simile a quella che nel 1983 aveva sventrato la macchina del capo dell’ufficio istruzione Rocco Chinnici.
Ecco, ascoltare quegli audio desecretati, riascoltare la voce di Paolo Borsellino, è una esperienza da brividi che accende nuova rabbia.
Almeno quanto sapere che per un’intervista in cui ha semplicemente messo in fila gli interrogativi ancora aperti sulla strage di Capaci (per non parlare di quella di via D’Amelio che fece a pezzi Borsellino e la sua scorta di cinque persone, della sua agenda rossa sparita e i depistaggi che seguirono), il procuratore Nino Di Matteo è stato estromesso dal pool d’indagine sulle stragi della Direzione Nazionale Antimafia. In attesa che il Consiglio Superiore della Magistratura decida se ratificare quella decisione o reintegrarlo nelle funzioni.
Questo Csm, di cui da settimane abbiamo scoperto intrallazzi e collusioni impensabili con la politica. Con intercettazioni nelle quali, guarda caso, si accenna proprio all’auspicio che Di Matteo venga messo fuori gioco dal coordinamento sulle inchieste che permetterebbero di non consegnare solo alla storia e alle commemorazioni quelle stragi, senza che sia fatta piena luce sulla possibile complicità  tra Cosa Nostra a pezzi deviati dello Stato.
Uno Stato senza memoria, distratto, a cui farebbe bene ascoltare quegli audio per recuperare nell’agenda quotidiana, tra selfie, panini e salsicce, anche una parola che quando raramente viene pronunciata sembra sia quasi per caso: Mafia.

(da “Huffingtonpost”)

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ENZO MISIANO, IL CONSIGLIERE DI FRATELLI D’ITALIA ARRESTATO PER ‘NDRANGHETA: CHE BELLA DESTRA DELLA LEGALITA’

Luglio 5th, 2019 Riccardo Fucile

ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO MAFIOSO   IL REATO DI CUI IL SOVRANISTA DOVRA’ RISPONDERE: “NON ERA UN FIANCHEGGIATORE, MA UN ESPONENTE DELLA ‘NDRANGHETA, QUANDO ARRIVAVANO I BOSS FACEVA LORO DA AUTISTA”

Enzo Misiano, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno (Varese) e Peppino Falvo, coordinatore regionale dei cristiano-popolari, sono tra i 34 destinatari dell’ordinanza emessa dalla Dda di Milano sull’indagine “Krimisa” che ha colpito la locale di Legnano-Lonate Pozzolo.
Misiano è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso mentre Falvo è stato denunciato per voto di scambio e nei suoi confronti è stata effettuata una perquisizione.
Secondo quanto riferito dall’ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta (arrestato nel 2017 in un’altra indagine e non indagato in questa inchiesta), Falvo avrebbe avuto un ruolo di intermediario con le cosche per fargli ottenere un pacchetto di 300 voti in cambio dell’assunzione ad assessore alla Cultura di Patrizia De Novara, nipote di Alfonso Murano, ucciso il 28 febbraio del 2006 con sei colpi di pistola al in via Piantanida, a Ferno, mentre era al vertice della locale di Lonate Pozzolo.
“L’incarico è stato effettivamente assegnato — hanno spiegato gli inquirenti in conferenza stampa — e quando l’assessore è stata invitata a un incontro sulla legalità , per coerenza con la propria storia ha preferito non partecipare”.
Misiano era presidente della commissione commercio e attività  produttive, posizione nella quale, secondo l’accusa, poteva controllare per conto delle cosche gli investimenti e i terreni appetibili dai clan per la costruzione dei parcheggi.
Misiano, inoltre, sempre secondo gli inquirenti, non era solo un fiancheggiatore, ma proprio un interno alla ‘ndrangheta: quando i capi della cosca Farao-Marincola di Ciro’ Marina, che controllava la locale di Lonate Pozzolo e Legnano, venivano a Milano per i summit di ‘ndrangheta era lui a fare da autista; con particolare assiduità  infatti accompagnava il boss Giuseppe Spagnuolo agli incontri con gli emissari locali.
Sul suo profilo Facebook c’è anche la classica foto d’ordinanza con la leader del suo partito Giorgia Meloni.
Nell’ambito dell’inchiesta Krimisa il gip della procura di Milano ha disposto il sequestro di due parcheggi privati, “Malpensa Car Parking” e “Parking Volo Malpensa”, oltre a metà  delle quote della società  “Star Parkings”, che non si trovano nell’area aeroportuale. In totale il decreto ha consentito di sequestrare beni per un valore complessivo di 2 milioni di euro. I carabinieri sono riusciti a documentare summit criminali durante i quali, oltre alle questioni prettamente politiche, c’era anche la pianificazione imprenditoriale della cosca, i cui proventi erano investiti in parte nell’acquisto di ristoranti e di terreni per la costruzione di parcheggi poi collegati con navette all’aeroporto.
L’operazione, che trae il nome dall’antico nome greco di Cirò Marina, in Calabria, ha dimostrato il collegamento tra la locale di Lonate Pozzolo e Legnano (Milano) con la terra d’origine. Gli ‘ndranghetisti, molti dei quali colpiti già  nel 2009 e nel 2010 da lunghe pene detentive nell’ambito delle indagini Bad Boys e Crimine infinito, avevano “ricostruito” completamente la loro organizzazione in Lombardia, e ora puntavano sul controllo dei parcheggi intorno allo scalo internazionale, diventato “più appetibile economicamente ora che Linate è chiuso per 4 mesi”, ha fatto presente la pm antimafia Alessandra Cerreti, che insieme al numero uno della Dda Milanese, Alessandra Dolci, ha coordinato l’indagine.
L’unico a rompere il silenzio è stato un imprenditore locale, che avrebbe voluto acquisire un terreno per costruirvi un parcheggio: infinite le pressioni delle cosche, anche indirettamente tramite un consulente del lavoro, ora ai domiciliari, “che si fingeva neutro ma era in realta’ portatore di interesse dei mafiosi”. Tra coloro che inviavano messaggi intimidatori, anche una giovane incensurata, fidanzata del figlio del boss, al quale era intestato uno dei parcheggi già  in mano alla ‘ndrangheta. “La presenza di un imprenditore che denuncia ci dà  speranza: è la prima volta in Lombardia” ha sottolineato l’aggiunto Dolci.
“La realizzazione del maggior profitto attraverso una molteplicità  di condotte illecite, tra le quali il condizionamento della attività  amministrativa e politica locale”, si legge nell’ordinanza firmata dal gip e che riguarda 34 persone, “dimostra l’esistenza di un gruppo di soggetti che, strettamente vincolati da un patto criminale e consapevoli del legame con la cosca Farao-Marincola e dell’appartenenza alla associazione mafiosa ‘ndrangheta unitaria”, gode “di una propria organizzazione e di regole, di una autonoma struttura piramidale e di un elevato grado di autonomia, pur nel rispetto dei collegamenti con la locale cirotana”. Da un lato c’è la locale capeggiata da Vincenzo Rispoli, Mario Filippelli ed Emanuele De Castro, dall’altro Giuseppe Spagnolo, referente della cosca di Cirò e non nuovo a inchieste giudiziarie. Un legame evidenziato da contatti frequenti.
Quello che emerge nell’area varesina è una sorta di antistato, la cui esistenza “è percepita e riconosciuta da tutta la cittadinanza, e dunque anche dai soggetti estranei al sodalizio. I cittadini ad essa si rivolgono per recuperare un credito o per sanare un torto”, ma anche per risolvere diatribe tra coniugi. C’è chi si rivolge per ottenere l’ok allo spaccio di piccole quantità  di droga o per capire “chi appoggiare politicamente per le elezioni amministrative” del 10 giugno 2018. “Per mantenere viva nella popolazione la percezione dell’esistenza e, soprattutto, della pericolosità  del sodalizio, i sodali — si evidenzia nell’ordinanza di quasi 900 pagine — ricorrono spesso a forme di violenza gratuite e plateali”.

(da agenzie)

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