Novembre 5th, 2018 Riccardo Fucile
IL MINISTRO POTREBBE FARSI UN SELFIE CON LUI, COSA ASPETTA A PRESENTARSI OFFRENDOSI IN CAMBIO DEI QUATTRO OSTAGGI?
“Vi ammazzo tutti”. E’ la minaccia con cui Francesco Amato, l’imputato condannato nel processo Aemilia, è entrato nell’ufficio e ha preso in ostaggio cinque donne, quattro impiegate e la direttrice, nella filiale delle Poste di Pieve Modolena (Reggio Emilia). Una di loro ad un certo punto si è sentita male e Amato l’ha fatta uscire perchè fosse soccorsa: si tratta della cassiera Annalisa Coluzzo, 54 anni, che ora sta bene. Restano in ostaggio altre 4 donne.
I contatti sarebbero tenuti con l’uomo dai carabinieri, in particolare da un militare, sulla soglia dell’edificio, che fa da tramite.
Amato, condannato a 19 anni e un mese pochi giorni fa nel maxi-processo di ‘ndrangheta ‘Aemilia’, da allora irreperibile, si è asserragliato dentro l’ufficio postale d con un coltello.
“Sono quello condannato a 19 anni in Aemilia”, avrebbe pronunciato il ricercato entrando nell’ufficio postale.
Dai primi accertamenti avrebbe fatto uscire tutti i clienti, tenendo in ostaggio cinque dipendenti, tra i quali la direttrice. Sul posto le forze dell’ordine che hanno hanno avviato trattative, ma Amato, a quanto si apprende, “non collabora” e si starebbe valutando l’intervento di forze speciali.
La parte della via Emilia dove si trova la filiale delle Poste è stata evacuata, e sono stati creati due punti di sbarramento ai lati.
Il pregiudicato ha chiesto, tra le altre cose, di poter parlare con il ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Un’azione dimostrativa contro una condanna ingiusta. Sarebbe questo il motivo che ha spinto Francesco Amato. Lo ha spiegato un fratello di Amato, giunto sul posto, durante le trattative con le forze dell’ordine. Si tratta di un familiare che non è stato imputato nel processo Aemilia. Sono vari i familiari del bandito radunatisi all’esterno delle Poste. “Diciannove anni sono un’ingiustizia – dice la nipote – e lui è questo che vuole dire col suo gesto, del quale non so nulla e che sicuramente è sbagliato. Ma non è andato dentro per far del male”
Amato era cliente dell’ufficio postale, andava a pagare le bollette, lo conoscevano anche a causa di una menomazione fisica che ha a una mano.
Francesco Amato, 55 anni, è stato condannato il 31 ottobre a 19 anni e un mese di reclusione nel processo Aemilia, con l’accusa di essere uno degli organizzatori dell’associazione ‘ndranghetistica.
E’ originario di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. Fu arrestato, nell’ambito dell’operazione “Aemilia”, il 28 gennaio del 2015. Assieme al fratello Alfredo, secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Bologna era “costantemente in contatto con gli altri associati (e della famiglia Grande Aracri) in particolare per la commissione su richiesta di delitto di danneggiamento o minaccia a fini estorsivi, commettendo una serie di reati”.
In passato, peraltro, era incappato in analoghe inchieste giudiziarie contro la ‘ndrangheta cutrese in Emilia, come quelle denominate “Grande Drago” e “Edilpiovra”. Insieme ad altri suoi congiunti, tutti originari del Reggino, Amato aveva costituito un sodalizio che veniva considerato il braccio armato della cosca Grande Aracri.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2018 Riccardo Fucile
“LO SCUDO FISCALE FAVORISCE I CRIMINALI”
Mafia e corruzione? “La politica è distratta”. 
Scudo fiscale? “Favorisce le organizzazioni criminali”.
Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho non ha usato giri di parole per sottolineare la distanza tra la lotta alla criminalità organizzata e chi governa (e ha governato) il Paese.
De Raho ha parlato durante la presentazione del Rapporto Liberaidee e ha espresso concetti chiari: “La politica pospone questi problemi (mafia e corruzione, ndr) a tanti altri ma quando ci sono corruzione e mafia l’economia va a fondo — ha detto — La nostra zavorra sono mafia e corruzione, quest’ultima dilaga”.
Poi l’attacco, ancora più diretto, a chi dovrebbe ascoltare e non lo fa: “Ma è come se non si andasse in linea e quella voce viene sopita, non viene raccolta da nessuno — ha sottolineato il procuratore antimafia — Questo è il peggiore aspetto che si coglie in questo momento nel Paese, non vi è attenzione per questi fenomeni emergenziali”. Un’accusa forte quella di De Raho, che poi ha commentato anche una delle misure più discusse del governo gialloverde: “Provvedimenti come lo scudo fiscale favoriscono chi ha operato nell’illegalità , prima di tutte le organizzazioni mafiose — ha sottolineato — È certo che il maggiore attivismo dei controlli fiscali sulle società consentirebbe di conseguire un migliore obiettivo, facendo accertamenti e verifiche sostanziali sui bilanci“.
“Bisogna essere consapevoli di una situazione che è di patologia in Italia: non prendiamocela quando nelle classifiche internazionali veniamo posti tra i paesi corrotti” ha detto Cafiero De Raho, denunciando che “in Italia la corruzione dilaga anche perchè vi è una mafia che esercita un controllo anche sulla politica molto preoccupante e non c’è una selezione, non c’è attenzione su questi fenomeni, non sento parlare della necessità di contrastare mafia e corruzione: sembra sia un problema di associazioni, Anac e magistratura“.
Entrando nel merito del report di Libera, De Raho ha annunciato di esser rimasto “sorpreso negativamente che il campione intervistato dal Rapporto pensa che il primo responsabile della situazione è il mondo politico. Costoro affermano — ha aggiunto — di non aver fiducia nelle forze dell’ordine e nella magistratura, e questo nonostante vi sia un forte impegno di entrambi. Certo, non dobbiamo assumere la comoda posizione di chi dice: ‘è una cattiva percezione’ — ha sottolineato — Vi sono una serie di episodi in cui sono sono coinvolti gli uni e gli altri, vi sono poi silenzi, e quando all’interno degli organismi che dovrebbero segnare il primo contrasto non c’è una voce forte o ci sono episodi che gettano discredito, ben si capisce il perchè di questi risultati”.
De Raho si è soffermato anche sul caso degli “editori collusi, e questo fa sì che si comincia ad avere sfiducia anche nel giornalismo” e ha ricordato che “ad un anno dall’omicidio della giornalista maltese Dafne Galizia non c’è piena luce sull’omicidio, è molto grave, stiamo parlando di un attentato avvenuto in Europa”.
Poi l’appello al mondo politico, da cui “deve partire un ordine fermo: stop alla corruzione, chi denuncia deve essere difeso, la mafia deve essere sterminata. Su alcuni aspetti — ha sottolineato — lo stato non deve indietreggiare: la giornalista Federica Angeli qualche giorno fa ha chiesto protezione per i figli, per ora c’è solo per lei, serve attenzione”.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2018 Riccardo Fucile
UN MINISTRO DEGLI INTERNI CHE NON SI VERGOGNA A USARE UN MAFIOSO PER DIFFAMARE IL SINDACO DI RIACE
Ha rilanciato le parole di un signore finito in carcere per intestazione fittizia aggravata dal favoreggiamento alla ‘ndrangheta.
E lo ha fatto per attaccare Mimmo Lucano, il sindaco di Riace agli arresti domiciliari con l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.
È quello che ha fatto Matteo Salvini, il ministro dell’Interno che su twitter ha postato un video con le dichiarazioni di Pietro Domenico Zucco.
Un tweet per contestare le oltre 5mila persone che hanno manifestato solidarietà a Lucano.
In ogni comunità , piccola o grande che sia, esistono le gelosie, l’invidia, l’astio, il rancore. Specie al sud. In ogni paese c’è sempre qualcuno che parla male degli altri. Un classico. I motivi possono essere di diversa natura: un mancato favore, una disputa familiare, una offesa, interessi economici, questioni di proprietà , promesse di lavoro non mantenute. Parole che girano il paese e che spesso si trasformano in meri pettegolezzi, il cui unico scopo è quello di sputtanare l’avversario anche con la menzogna, se serve.
Ed è quello che ha fatto il signor Pietro Zucco, l’uomo che nel famoso video “sputtana” Mimmo Lucano, sindaco di Riace, accusandolo di essere un specie di padre padrone, ai cui piedi tutti si devono prostrare, specie chi è in cerca di un lavoro. Il video — che in poche ore dalla sua diffusione è diventato subito virale, condiviso da tutto l’arco politico sovranista: Alemanno, Meloni, e da ieri anche Salvini che in meno di 24 ore ha totalizzato oltre 300.000 visualizzazioni — è stato girato il 2016, all’indomani delle prime polemiche a seguito dell’invio degli ispettori dello Sprar al “modello Riace”.
Nel video il signor Zucco calunnia Lucano dicendo che sfrutta gli immigrati facendoli lavorare al posto degli italiani per pochi spiccioli e in nero. Racconta di aver lavorato in uno dei tanti progetti di accoglienza gestiti da Lucano e di non aver ricevuto la paga, e quando si è lamentato è stato cacciato via in malo modo.
Non solo, il signor Zucco, accusa Lucano di pensare solo ai neri, tant’è che in Comune i servizi sociali per le famiglie riacesi in difficoltà non hanno mai un euro, mentre per comprare fiori e cazzate varie i soldi si trovano sempre.
Conclude dicendo che Riace non è l’Eldorado che Lucano vuol far credere, e questo perchè la stampa ascolta e pubblica solo le sue parole.
Insomma a sentire il signor Zucco, Mimmo Lucano è una specie di delinquente che con arroganza e prepotenza impone le sue scelte all’intera comunità di Riace, favorendo solo coloro i quali si dimostrano servili nei suoi confronti.
Ma chi è veramente il signor Pietro Zucco?
Pietro Zucco non è uno stinco di santo. E questo lo sa tutto il paese, visto che è stato anche vicesindaco a Riace, ovviamente prima che diventasse sindaco Lucano.
Ha gestito il noto ristorante la Scogliera, mentre faceva il vicesindaco di Riace, di proprietà di Cosimo Leuzzi, boss del posto, oggi al 41 bis.
Ristorante che in seguito verrà confiscato dalla Dda e affidato al Comune di Riace. Pietro Zucco ha anche gestito “la cava di Stilo” che la Dda ritiene riconducibile a Vincenzo Simonetti soggetto affiliato alla cosca RUGA-METASTASIO.
Inoltre Pietro Zucco non ha mai lavorato nei progetti Sprar, ma solo qualche mese nei Cas, con i quali Mimmo Lucano non ha niente a che fare.
Chi non conosce la differenza tra Cas e Sprar, si informi. Zucco non ha mai lavorato per Lucano, ma per un’altra associazione, “Los Migrantes” di Riace , il cui presidente era tale Salvatore Romeo.
Associazione con la quale sono sorti diversi problemi, e qualcuno racconta che il signor Zucco è stato allontano perchè non gradito.
Ma la peculiarità principale del signor Zucco è quella di essere un prestanome della ‘ndrangheta, così come dice la Dda di Reggio Calabria.
Un bel soggetto il signor Zucco che accusa gli altri di poca trasparenza, dimenticandosi del suo passato e del suo vissuto.
Ora capite tutti i motivi dell’astio nei confronti di Lucano. Zucco non ha gradito la nomina a sindaco di Lucano e da allora è diventato il suo principale nemico, e indovinate a quale partito si è iscritto oggi il signor Zucco? Ve lo dico subito: Noi con Salvini.
Di seguito riportiamo l’intero comunicato stampa diramato dalla Guardia di Finanza il giorno dell’arresto del sugnor Zucco, leggete, e fatevi la vostra idea:
Nella mattinata di giovedì sono scattate le manette nei confronti di SIMONETTI Vincenzo classe 1951, MARULLA Antonio classe 1965 (entrambi di Stilo) e di ZUCCO Pietro classe 1957 di Riace e sono state sequestrate due aziende operanti nel settore del movimento terra e calcestruzzo (attività di primario interesse per le cosche mafiose) appartenenti alla cosca RUGA — METASTASIO. Altre due persone sono state denunciate a piede libero.
E’ questo il risultato di una brillante operazione compiuta dalle Fiamme Gialle della Tenenza di Roccella Jonica al termine di una complessa e articolata attività di indagine.
La stessa è stata svolta interamente di iniziativa e senza l’ausilio di indagini tecniche ma avvalendosi solo ed esclusivamente dell’acume investigativo e della professionalità del personale che ha svolto l’attività
Il servizio è scaturito da una verifica specifica per il contrasto al lavoro nero eseguita nei confronti della EUROSERVIZI MA.GI.CA. a r.l. P.I. 02264630795, con sede in Stilo, Loc. Salesi, nel corso dell’anno 2006. La società cooperativa risultava affidataria di beni confiscati alla ditta individuale SCAVICAL di GUARNA Maria Luisa con provvedimento del Tribunale M.P. di Reggio Calabria. La SCAVICAL era stata confiscata perchè di fatto gestita da SIMONETTI Vincenzo, soggetto affiliato alla cosca RUGA-METASTASIO.*
In sede di accesso, nel corso delle operazioni di identificazione dei dipendenti veniva rilevata, tra l’altro, proprio la presenza del signor SIMONETTI Vincenzo, il quale per giustificare la propria presenza presso lo stabilimento della Coop. EUROSERVIZI MA.GI.CA esibiva una scrittura privata di consulenza stipulata in data 02.01.2000 con il rappresentante legale della cooperativa verificata, ZUCCO Pietro.
Le indagini, quindi, si indirizzavano nei confronti del SIMONETTI al fine di accertare il reale ruolo rivestito dallo stesso all’interno della Coop.MA.GI.CA.. Venivano perciò avviate due verifiche fiscali rispettivamente nei confronti dello stesso SIMONETTI, in quanto risultava titolare della omonima ditta individuale con sede amministrativa in Stilo (coincidente tra l’altro, con quella della medesima cooperativa) e nei confronti della citata Coop. EUROSERVIZI MA.GI.CA..
Nell’ambito degli accessi eseguiti in dipendenza delle tre verifiche effettuate, veniva acquisita una notevole mole di documentazione contabile ed extracontabile, la cui disamina poneva in risalto una situazione del tutto particolare. In sintesi:
༠Veniva dimostrata la fittizietà del rapporto di lavoro autonomo prestato dal SIMONETTI, in quanto con la stipula della scrittura privata del 02.01.2000, il SIMONETTI ha, di fatto, potuto continuare a gestire e dirigere l’impianto di produzione di calcestruzzo ed estrazione di inerti con la compiacenza del Presidente della EUROSERVIZI MA.GI.CA. S.c.a.r.l. il quale, con la dichiarazione scritta del 23.06.2004 “ufficializzava” il suo ritorno;
༠veniva appurato che il SIMONETTI per l’acquisto, a titolo personale, di vari macchinari regolava i relativi pagamenti con assegni tratti sul c/c della S.c.ar.l. EUROSERVIZI MA.GI.CA.;
༠a sua volta, la S.c.ar.l. EUROSERVIZI MA.GI.CA., al fine di onorare i debiti contratti con vari fornitori, utilizzava quali mezzi di pagamento sia assegni che numerose tratte cambiarie tratti e/appoggiate sul c/c personale di SIMONETTI;
༠veniva rilevato che il SIMONETTI aveva la materiale disponibilità degli assegni della Coop. MAGICA i quali erano solo firmati dal legale rappresentante ma compilati in ogni restante parte (compresa la cifra) dal SIMONETTI;
༠gli stessi operai della EUROSERVIZI MA.GI.CA. venivano pagati con assegni circolari richiesti e successivamente girati dal SIMONETTI Vincenzo.
Il complesso degli elementi raccolti consentiva di confermare il ruolo di SIMONETTI all’interno della EUROSERVIZI MA.GI.CA (affittuaria e utilizzatrice del patrimonio aziendale della ditta SCAVICAL di GUARNA Maria Luisa già sequestrata e confiscata al SIMONETTI) che è certamente di gestore titolare e non certo di semplice consulente amministrativo, sicchè egli tornava a rimpossessarsi dei beni, strumenti e rapporti che l’intervento dell’Amministrazione Giudiziaria imposta attraverso l’imposizione del sequestro e della misura di prevenzione gli aveva legalmente sottratto in forza del primigenio decreto di applicazione della misura di prevenzione personale e della misura di sicurezza patrimoniale.
In questo contesto di chiarissima elusione della normativa di prevenzione ad opera del SIMONETTI e con la compiacenza di ZUCCO Pietro Domenico Legale Rappresentante della Coop. MA.GI.CA., si inseriscono ulteriori evoluzioni sociali di quest’ultima compagine sociale, sempre volte a mistificare il dato dell’effettiva titolarità e in linea con il progetto criminoso in corso, e in particolare, si allude alla commistione delle sorti di EUROSERVIZI MA.GI.CA., con la TRE ESSE S.r.l. (amministratore unico MARULLA Antonio), avente identico oggetto sociale di quello della SCAVICAL di GUARNA M.L.. nonchè la stessa sede.
Veniva perciò iniziata un’ulteriore verifica fiscale che consentiva di ricondurre ulteriormente la proprietà sostanziale e la gestione al SIMONETTI, il quale risultava sempre presente nella sede delle imprese, veniva indicato in tutti i documenti commerciali quale referente responsabile delle imprese e soggetto che dirigeva i rapporti commerciali con i fornitori, risultava assunto con contratto quale consulente tecnico amministrativo, gestiva la parte economica dell’azienda attraverso il completo controllo delle uscite e delle entrate come si rilevava dall’osservazione degli assegni bancari delle ditte a volte compilati e incassati dallo stesso, delle manifestazioni di gratitudine e/o elogio che in più occasioni vengono espresse dai soci e dai dipendenti della cooperativa.
Colpisce che EUROSERVIZI MAGICA non ha mai pagato il canone di affitto di azienda pattuito, quasi a voler far capire all’esterno che l’attività economica non è colpita di fatto dall’intervenuta confisca e che il proprietario non paga per godere delle sue proprietà .
In definitiva, SIMONETTI Vincenzo, ZUCCO Pietro e MARULLA Antonio hanno rivestito un ruolo attivo, il primo nella gestione di fatto delle società controllate, gli altri due della titolarità formale finalizzata a interporre una formale barriera all’individuazione dei reali attori della vicenda. Tale considerazione vale ancora di più per MARULLA Antonio, soggetto formalmente incensurato che ben si presta a rivestire questo ruolo formale strumentale al progetto criminoso (già vice presidente della EUROSERVIZI MA.GI.CA. e amministratore unico della TRE ESSE.
Il ricorso ai prestanome, per il SIMONETTI, ha rappresentato e rappresenta a tutt’oggi una scelta operativa necessaria visto il suo costante coinvolgimento in vicende di criminalità organizzata, tenuto conto che, della sua affiliazione alla cosca RUGA vi è traccia sicura rappresentata non solo dagli organi di polizia, ma anche soprattutto dalla condanna inflittagli dal Tribunale di Locri nel 1985 e 1996 sempre per partecipazione ad associazione di stampo mafioso.
Gli elementi di prova raccolta venivano condivisi in pieno dal Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, D.ssa Sara OMBRA, che inoltrava apposita richiesta al G.I.P. D.ssa Cinzia BARILLà€, la quale emetteva l’ordinanza che ha disposto le misure cautelari personali e patrimoniali contestando i reati di cui agli art. 12 quinquies D.L. 306/92 con le aggravanti di cui all’art. 7 della L. 203/91 e degli artt. 110 e 81 C.P..
A tal proposito occorre riportare testualmente quanto scritto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere redatta dal predetto GIP: “E’ evidente che ciò che era uscito per la porta torna dalla finestra (o meglio dal portone d’ingresso)”
I beni sequestrati ammontano a circa un milione di euro. I beni immobili delle due società , infatti, sono costituiti da quattro autocarri, cinque autobetoniere, un escavatore, tre motopale, un autocarro a pompa gli uffici amministrativi, il terreno, due silos, un impianto di frantumazione, un impianto di “squadra blocchi”, una pesa, un gruppo elettrogeno ed un sollevatore.
(da Iacchite.com Cosenza)
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Ottobre 8th, 2018 Riccardo Fucile
L’ATTACCO AL SINDACO DI RIACE E’ DIVENTATO UN BOOMERANG… SCANDALOSO CHE UN MINISTRO DEGLI INTERNI USI UN MAFIOSO PUR DI SCREDITARE LUCANO
Il giorno dopo la manifestazione in cui migliaia di persone hanno portato la loro solidarietà a Mimmo Lucano – il sindaco del Comune in provincia di Reggio Calabria diventato modello di accoglienza diffusa, ora agli arresti domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – Matteo Salvini pubblicava su profilo Facebook un video con il quale sembrava voler dimostrare che la ‘favola’ dell’integrazione nel paesino della Locride in realtà non esiste.
“Quando hanno indagato me, l’Associazione Nazionale Magistrati ha difeso il pm dichiarando “basta interferenze”, ora diranno le stesse cose? Nel frattempo, se avete 2 minuti sentite cosa diceva questo cittadino di Riace parlando del sindaco…”, si legge nel post.
Nel video si vede un uomo che accusa Lucano di non curarsi dei cittadini di Riace, di dare lavoro solo ai migranti
Ma chi è la persona che parla nel video realizzato nell’aprile 2016 dalla rete locale Calabria Magnifica Tv? Poche ore dopo la pubblicazione del post alcuni utenti hanno fatto notare che quest’uomo, Pietro Zucco – nell’intervista dice pubblicamente il suo nome – oltre ad essere stato membro dell’amministrazione del paesino prima che Lucano diventasse sindaco – ha un trascorso da presunto prestanome della ‘ndrangheta e, per questa ragione, nel 2011 è stato arrestato.
Per avvalorare questa tesi viene postata la pagina di un quotidiano locale, datata gennaio 2011: “Intestazioni fittizie: arresti e sequestri delle fiamme gialle”, si legge nel titolo. Tra i nomi dei tre arrestati c’è quello di Zucco che, attualmente – si legge sul Corriere della Calabria – graviterebbe nell’ambiente di Noi con Salvini.
Dalla lettura del comunicato della Guardia di Finanza, diffuso al momento dell’operazione si legge: “Sono state sequestrate due aziende operanti nel settore del movimento terra e calcestruzzo (attività di primario interesse per le cosche mafiose) appartenenti alla cosca RUGA — METASTASIO. Altre due persone sono state denunciate a piede libero”. Il ruolo di Zucco, si evince dal comunicato, era quello di prestanome. Era stato, infatti, il rappresentante legale di una delle cooperative dalle quali questa inchiesta era partita. Aveva assunto, si legge nel comunicato, la titolarità formale della cooperativa. E la titolarità era “finalizzata a interporre una formale barriera all’individuazione dei reali attori della vicenda”.
Molti utenti hanno fatto notare i trascorsi non proprio edificanti di Zucco a Salvini: “Sei un manipolatore, ecco il tuo eroe”, si legge in un commento. C’è, poi, chi chiede le dimissioni e chi domanda: “Non si vergogna neanche un po’?”.
Le persone che si indignano per quello che pare essere uno scivolone di Salvini si fermano alla vicenda dell’arresto di Zucco, ma le sue vicende giudiziarie hanno avuto un seguito.
Il suo nome, infatti, compare in una sentenza della Corte di Cassazione del 2015: condannato a 4 anni e sei mesi di carcere dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria nel 2014 per il reato di trasferimento fraudolento di valori si è rivolto – insieme a un altro soggetto coinvolto nell’inchiesta partita nel 2011 – alla Suprema Corte contro quella decisione. Il giudice, però, ha rigettato i ricorsi, confermando quindi l’operato della Corte d’Appello.
Matteo Salvini, al momento, non è intervenuto sulla vicenda, ma tra i coloro che commentano il suo post sono sempre di più le persone che gli fanno notare i trascorsi della persona di cui ha condiviso sui social le opinioni. Queste volta, insomma, pare che la “Bestia” social del ministro dell’Interno abbia fallito.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 25th, 2018 Riccardo Fucile
LA NOVITA’: I BENI SEQUESTRATI POTRANNO ESSERE RIACQUISTATI DA PRIVATI, OVVERO DALLE COSCHE ATTRAVERSO PRESTANOMI… E NON VIENE STANZIATO UN EURO PER PERMETTERE AGLI ENTI LOCALI DI UTILIZZARLI
Finalmente il ministro dell’Interno interviene sul tema mafia! E sapete come?
Nella bozza del decreto sicurezza prevede che i beni confiscati alle mafie possano essere venduti all’asta ai privati, se non vengono utilizzati dagli enti locali.
Ma si omette di specificare che gli enti locali non hanno un centesimo a disposizione e che la difficoltà di riutilizzare i beni confiscati alle mafie dipendono proprio dall’indisponibilità economica dei Comuni e degli Enti locali.
Avesse voluto fare un’operazione che per davvero contrastava la criminalità organizzata e consentiva alle comunità locali di riappropriarsi di spazi di legalità e di riutilizzare i beni a fini sociali e di sviluppo, avrebbe dovuto semplicemente mettere qualche milione di euro a disposizione dei comuni e organizzare il riutilizzo dei beni.
E invece no.
Propone un enorme regalo ai privati, che rischia di trasformarsi in un vantaggio alle organizzazioni criminali che potranno così riacquistare i beni che gli vengono confiscati, attraverso i diversi prestanome di cui le mafie dispongono e che molto spesso si infiltrano anche in fondazioni, enti bancari, grandi agenzie immobiliari.
Davvero un occhio di riguardo alla sicurezza.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
IL FIGLIO GIANLUCA FU UCCISO NEL 2005, LUI E’ MORTO UN MESE FA
Un cumulo di terra che ricorda una sepoltura lasciato di fronte al negozio di famiglia. Una croce di sigarette, della marca e del tipo che Mario Congiusta ha fumato tutta la vita.
Sono due inequivocabili messaggi di morte quelli che negli ultimi giorni si sono visti recapitare i familiari di Mario Congiusta, figura simbolo dell’antimafia della Locride, spentosi meno di un mese fa dopo oltre 13 anni battaglia civica e giudiziaria per dare un nome all’assassino del figlio Gianluca.
Giovane imprenditore di Siderno, piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, Gianluca Congiusta per i magistrati è stato ucciso il 24 maggio del 2005 per la sua determinazione a denunciare il tentativo di riorganizzazione del clan Costa in paese.
Ufficialmente scomparsi da Siderno dopo la feroce faida con i Commisso, nei primi anni Duemila, in silenzio i Costa stavano tornando in paese. Tessevano alleanze, in segreto facevano estorsioni. Ne era stato vittima anche il suocero di Gianluca, che lo aveva confidato al ragazzo. E lui non aveva intenzione di rimanere in silenzio, Gianluca quel sopruso lo voleva denunciare. Ma lo hanno fermato prima con tre colpi di pistola.
Questa la ricostruzione dei magistrati che ha portato più volte alla condanna del boss Tommaso Costa, Individuato come responsabile dell’omicidio del giovane imprenditore sidernese per ben due volte, sia in primo grado, sia in appello. Ma per la Cassazione non c’erano sufficienti elementi per arrivare ad una condanna.
Qualche mese fa, gli ermellini hanno deciso per un annullamento delle precedenti sentenze, senza rinvio ad altro tribunale per un nuovo esame del procedimento.
Il boss Tommaso Costa è all’ergastolo, per associazione mafiosa ed altre condanne, ma per la giustizia dei tribunali, l’uomo che ha deciso la morte di Gianluca non ha ancora un nome.
Suo padre invece ne era convinto, sapeva che a decretare la morte del figlio erano stati i vertici del clan Costa e per anni lo ha denunciato, nelle piazze, nelle scuole, nei tribunali.
Bassino, magrissimo, sempre con cappello e occhiali, Mario Congiusta, a Reggio Calabria e nella Locride, è diventato una figura tanto nota quanto scomoda, perchè non ha mai esitato nel puntare il dito contro il boss Costa e il suo clan nei processi, nè si è tirato indietro nel denunciare pubblicamente la dittatura dei clan.
Un esempio pericoloso per la ‘ndrangheta della Locride, i cui uomini oggi sembrano volersi assicurare che nessuno raccolga il testimone della battaglia di Mario. Soprattutto fra i suoi familiari.
Dal giorno della sua morte, la moglie e le figlie di Mario Congiusta sono state costrette a denunciare una lunga serie di minacce e intimidazioni, più o meno gravi. Quando la notizia è trapelata, chi ha deciso di terrorizzarle è tornato a colpire con quella croce di sigarette, lasciata sull’uscio di casa per dimostrare che neanche lì la moglie e le figlie di Mario sono al sicuro.
Una prova di forza — si commenta in ambienti investigativi — con cui qualcuno ha voluto dimostrare di infischiarsene della straordinaria ondata di solidarietà che si è generata quando si è saputo che la famiglia Congiusta è nuovamente sotto attacco.
Attorno alla moglie e alle figlie di Mario, si sono stretti gli attivisti di associazioni e comitati di base, come il movimento antimafia Reggio Non tace, alcuni sindaci, moltissimi cittadini.
“I soliti ignoti-noti sappiano che i Congiusta non sono soli” scrive su facebook, don Pino De Masi, uno dei responsabili di Libera del reggino.
La politica invece tace. Come un mese fa ha disertato il funerale di Mario Congiusta, oggi sembra aver abbandonato i suoi familiari.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
IL FAVORE ALLA SACRA CORONA UNITA DELL’EX FORZA ITALIA APPRODATO ALLA LEGA
L’ex assessore alla Casa di Lecce, Attilio Monosi, si interessò per assegnare una casa al fratello del boss della Scu “su esplicita richiesta di omissis e di Damiano D’Autilia“, ex consigliere comunale.
Ed è dietro quell’omissis riportato dal gip del tribunale salentino Giovanni Gallo nell’ordinanza di custodia cautelare che ha colpito 7 persone lo scorso venerdì che l’inchiesta della procura di Lecce sui voti ottenuti in cambio delle case popolari assume maggiore rilievo.
Perchè, rivela il Nuovo Quotidiano di Puglia, il nome coperto da “omissis” è quello di Roberto Marti, senatore della Lega.
Il parlamentare, indagato già dal febbraio 2017 nell’inchiesta che coinvolge 48 persone compresi numerosi ex amministratori e funzionari del Comune, secondo la ricostruzione degli investigatori, tre anni fa, fu complice del tentativo di favorire l’ingresso di Antonio Briganti, fratello del boss Pasquale, e di sua moglie Luisa Martina, in un’abitazione popolare. Non un immobile qualunque: la casa era stata confiscata alla criminalità organizzata.
I fatti risalgono al 2015. All’epoca, Marti era in Parlamento con Forza Italia ed è poi transitato nei Cor di Raffaele Fitto prima di accasarsi nel Carroccio. Secondo la ricostruzione della Guardia di finanza, Briganti fece pressioni per riceve una casa dopo l’incendio della sua abitazione.
Troppo alto il canone pagato per l’affitto della nuova casa. Così, ricostruire il giudice per le indagini preliminari, Monosi si interessa per facilitarlo “su esplicita richiesta di [omissis] e Damiano D’Autilia”. A far da tramite, ricostruisce il Nuovo Quotidiano di Puglia, l’ex autista dello stesso D’Autilia.
Il “piano” congegnato da Monosi non sarebbe andato a buon fine per un solo motivo: l’intervento dei finanzieri che proprio in quel periodo perquisirono gli uffici del Comune nell’ambito dell’inchiesta sfociata poi negli arresti degli scorsi giorni. Innanzitutto, sempre secondo la procura, Monosi prova la carta della delibera di giunta, istruita da un funzionario dell’ufficio Patrimonio. Ma, siccome la moglie di Briganti non si trovava in una posizione idonea nella graduatoria, l’opzione venne scartata. Non prima però, ricostruisce il quotidiano salentino, di un nuovo tentativo dell’ex assessore teso a convincere le 13 persone che la precedevano a rinunciare.
A questo punto, ecco il “piano B”. Secondo l’indagine, l’idea è quella di assegnare l’immobile in comodato d’uso alla cooperativa sociale Gens di Monteroni, “su specifica indicazione di Damiano D’Autilia, cui era riconducibile la predetta cooperativa”. In questo modo, secondo l’impostazione dell’indagine, Gens l’avrebbe poi girata in maniera illegittima ai coniugi Briganti, nonostante l’assegnazione dell’immobile alla coop presupponeva un fine sociale.
Tutto salta perchè, l’11 marzo 2015 i finanzieri — che come riporta il Nuovo Quotidiano di Puglia hanno in mano intercettazioni che corroborano la loro ricostruzione — si presentano in Comune e tra le altre cose sequestrano proprio la proposta di delibera.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile
SCOPPIA LA RISSA ALLA CAMERA,VOLANO SCHIAFFI TRA GLI EX AMICI DI FRATELLI D’ITALIA E LEGA… IMBARAZZO DEL MINISTRO BONAFEDE
Il tribunale di Bari rischia di trasferirsi in un edificio di proprietà di un imprenditore ritenuto vicino ad ambienti mafiosi, tanto da prestare soldi a quello che viene definito il presunto cassiere del clan Parisi.
Lo scrive Repubblica che, tracciando un profilo dell’imprenditore Pino Settanni (tra le altre cose definito da Gianpaolo Tarantini “l’unico amico”) ricorda che — dopo una ricerca di mercato — il ministero della Giustizia ha siglato un contratto con la società Sopraf (di Settanni) per una cifra intorno a un milione e 200mila euro all’anno fino al 2024.
E così ora, per il primo atto amministrativo del governo Conte che arriva in Parlamento dopo l’insediamento dell’esecutivo, si consuma il primo scontro tra maggioranza e opposizione.
Da una parte le opposizioni — il Pd in testa — che chiedono un rinvio del voto del decreto, che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede riferisca in Aula e urla “Onestà , onestà “, evidentemente emulando quello che tante volte hanno fatto i parlamentari dei Cinquestelle.
Una questione che i due sottosegretari alla Giustizia presenti in Aula (Vittorio Ferraresi del M5s e Jacopo Morrone della Lega) non hanno chiarito rimanendo in silenzio per tutta la durata del dibattito.
Dopo un dibattito di oltre un’ora durante il quale è stato chiesto l’intervento risolutivo del ministro della Giustizia, Bonafede ha scritto su facebook che saranno effettuati “ulteriori approfondimenti”.
Dichiarazione che ha, se possibile, alzato ulteriormente la tensione finchè si è arrivati a una vera e propria bagarre nell’emiciclo con uno scontro fisico tra deputati di Fratelli d’Italia e della Lega.
Sono stati visti volare dei ceffoni, con conseguente sospensione dei lavori del presidente Fico. Nel frattempo dai banchi del Pd si è levato il grido: “Dimissioni, dimissioni!”.
Il sottosegretario Vittorio Ferraresi aveva appena iniziato a parlare, infatti, sostenendo di aver “sentito in quest’Aula delle inesattezze gravi, alcune anche con peso penale di cui ciascuno si assume la responsabilità ”.
Parole che hanno scatenato la reazione dell’opposizione. Emanuele Fiano (Pd) ha chiesto al presidente Fico di “richiamare formalmente il sottosegretario che ha minacciato i deputati. Lui non è qui a fare il pm, e non ha il diritto di minacciare”.
Nel frattempo, però, è iniziata una rissa a destra tra deputati di Fdi e della Lega. Fico richiama Marco Silvestroni e un altro deputato, e intervengono i commessi a separare la rissa in corso. Volano schiaffi e pugni e alla fine la seduta viene sospesa.
Il Pd chiede la convocazione urgente della conferenza dei capigruppo. “L’atteggiamento del governo è stato grave e serio”, ha detto il capogruppo Graziano Delrio, sostenendo che “la comunicazione del governo via Facebook è umiliante”. Alla richiesta di Delrio si è associato Francesco Paolo Sisto che ha chiesto “un richiamo esemplare” per il sottosegretario Ferraresi, perchè “qui non si minaccia nessuno”.
“Il governo qui è ospite”, ha ribadito Fabio Rampelli di Fdi stigmatizzando la “minaccia indirizzata verso il Parlamento ed i parlamentari. Va richiamato e basta”. L’incidente si è concluso con Fico che, chiarendo che il governo “qui non è ospite”, ha ricordato al sottosegretario Ferraresi che l’articolo 68 della Costituzione tutela la libertà di espressione e di parola di tutti i parlamentari senza temere risvolti penali.
Bonafede alla fine ha comunicato non in Aula nè attraverso i suoi sottosegretari, ma su facebook.
Dopo l’articolo di Repubblica il ministro ha chiesto “un ulteriore approfondimento“. “Ricordo a tutti — conclude Bonafede — che il decreto legge in discussione alla Camera non riguarda l’assegnazione dell’immobile ma la sospensione dei termini per permettere lo smantellamento delle tende”.
Dichiarazione che — letta in Aula dal capogruppo di Liberi e Uguali Federico Fornaro — non ha placato le opposizioni, anzi hanno suscitato ulteriori proteste.
“Le pare dignitoso — sostiene Alessia Morani, del Pd — che siamo qui a discutere e a chiedere con forza l’intervento del governo in Aula, nel frattempo fuori di qui Bonafede faccia dichiarazioni sul merito della nostra discussione?
Per restituire dignità alla discussione chiami Bonafede qui e chiarisca su questo immobile che è dirimente per noi”.
E rincara la dose Jole Santelli (di Forza Italia): “E’ uno schiaffo per Fico e per l’Aula da parte di un governo Stranamore”.
Dello stesso tenore gli interventi dei deputati di Fratelli d’Italia. “Sospenda l’aula — ha detto Walter Rizzetto rivolgendosi al presidente della Camera — Convochi la capigruppo e faccia in modo che il ministro della Giustizia Bonafede venga in aula a raccontare come stanno veramente le cose. Nella passata legislatura, davanti ad una vicenda così grave, lei con il suo gruppo, avrebbe occupato questa aula. Oggi, da Presidente della Camera e quindi da presidente di tutti i deputati, lei non può far finta di nulla e accettare che un ministro risponda sui social media alla richiesta di chiarezza che arriva dai gruppi parlamentari”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 6th, 2018 Riccardo Fucile
IL RESPONSABILE DEL CARROCCIO A ROSARNO, DOVE SALVINI HA AVUTO UN RISULTATO RECORD, E’ STATO PER ANNI IN SOCIETA’ CON UOMINI DEI CLAN PESCE E BELLOCCO
Reggio Calabria, Rosarno, Lamezia Terme. 
Centrotrenta chilometri lungo i quali si snodano i legami pericolosi tra la Lega di Matteo Salvini e la ‘ndrangheta.
Dopo le recenti dichiarazioni di del ministro dell’Interno contro i mafiosi («È finita la pacchia in Italia», ha detto domenica scorsa a Pontida promettendo «una guerra che combatteremo con tutte le armi che la democrazia ci mette a disposizione») L’Espresso pubblica un’inchiesta giornalistica sui leghisti calabresi che hanno garantito al ministro di farsi eleggere senatore e al suo partito di sfondare il muro della doppia cifra a Rosarno, il paese in provincia di Reggio Calabria feudo di potenti famiglie di ‘ndrangheta e simbolo dello sfruttamento dei braccianti africani nei campi. Qui, alle elezioni del 4 marzo scorso, la Lega sovranista ha infatti raccolto il 13 per cento dei consensi.
Cinque anni fa l’asticella si era fermata allo 0,25.
Un exploit possibile grazie al responsabile della sezione locale leghista, Vincenzo Gioffrè.
Candidato non eletto alla Camera, Gioffrè è stato uno degli organizzatori della festa-comizio post elettorale con Salvini ospite d’onore nel liceo del paese.
Il responsabile del partito di Rosarno custodisce però un segreto che L’Espresso, attraverso documenti inediti, è in grado di svelare.
Per oltre dieci anni ha avuto rapporti d’affari con uomini sospettati di essere contigui ai clan locali.
§Gioffrè, classe ’81, a soli 19 anni ha infatti fondato una cooperativa agricola con un personaggio legato clan Pesce, marchio doc della ‘ndrangheta, con ramificazioni nel Nord Italia e in Europa, e leader nel narcotraffico internazionale.
Secondo alcuni atti giudiziari, il partner d’affari di Gioffrè è stato tra gli armieri della cosca.
Nel 2012 fu peraltro indagato dalla procura antimafia di Reggio Calabria per favoreggiamento della ‘ndrina rosarnese, tuttavia quel filone non ha avuto finora uno sbocco processuale.
Ma questo non è l’unico legame pericoloso del capo dei leghisti di Rosarno.
Gioffrè risulta infatti tra i fondatori di una seconda azienda, un consorzio di produttori agricoli.
Tra gli azionisti, indicano i documenti societari, ci sono due uomini che l’antimafia collega direttamente alla famiglia Bellocco, alleata del clan Pesce.
Insomma, amicizie borderline per la spalla del ministro dell’Interno in terra di ‘ndrangheta.
Dove il problema principale, sostengono i salvinisti di Calabria, sono gli immigrati.
Gioffrè ha aderito alla Lega nel 2016 dopo aver lasciato Fratelli d’Italia.
Il primo a dargli il benvenuto ufficiale è stato Domenico Furgiuele, responsabile regionale del partito e, dal 4 marzo, deputato della Repubblica.
Su Furgiuele pesa una parentela ingombrante. Come già raccontato dal nostro giornale, il suocero è infatti in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso e ha i beni sotto sequestro su richiesta dell’antimafia: per i giudici di primo grado, l’uomo è contiguo alle cosche di Lamezia.
Ora L’Espresso ha scoperto che nel congelamento del patrimonio societario e immobiliare è finita anche la moglie del deputato calabrese.
A lei il tribunale ha sequestrato un immobile e una società .
(da “L’Espresso“)
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