Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
LA RUSSA E GELMINI HANNO DOVUTO RINUNCIARE AI BANCHETTI E AL VOLANTINAGGIO A SOSTEGNO DEL PREMIER PER MANCANZA DI MILITANTI…LA BASE CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA MINETTI, DELLA RONZULLI, DELLA ROSSI E DI PURICELLI…”LA MINETTI CI HA FATTO PERDERE 300.000 VOTI”: FORTE IMBARAZZO NEI CIELLINI
Ignazio La Russa e Mariastella Gelmini hanno dovuto ripiegare: niente banchetti nè volantinaggio in giro per Milano: i consiglieri di zona del Pdl si sono ribellati.
Più che una fronda interna si tratta della base lombarda del partito: Sara Giudice, figlia del socialista Vincenzo, il “noto estremista fascista” (come si definisce), Roberto Jonghi Lavarini e Fabrizio Henning, hanno lanciato una rivolta contro “i nani e le ballerine eletti nelle istituzioni”, raccogliendo oltre duemila adesioni e chiedendo le dimissioni dei consiglieri regionali lombardi Nicole Minetti e Giorgio Puricelli, della deputata Maria Rosaria Rossi e dell’europarlamentare Licia Ronzulli.
Tutti coinvolti nello scandalo dei festini ad Arcore e “con incarichi istituzionali e nomine”.
Giudice sintetizza la posizione degli oltre duemila firmatari. “Vogliamo essere i rottamatori del centrodestra, esigiamo pulizia nel partito; i vertici del Pdl accolgano la nostra richiesta e impongano a Minetti di dimettersi. Altrimenti dovremo recepire il messaggio: se i giovani che il partito vuole sono quelli come lei allora sono io che non mi riconosco più nel partito”.
Giudice già un anno fa aveva denunciato lo scandalo della candidatura di Minetti nel listino blindato di Roberto Formigoni.
“Se avevamo dei dubbi oggi quei dubbi sono divenuti certezze assolute”, spiega Jonghi Lavarini. “Le intercettazioni della Minetti non lasciano spazio a interpretazioni, è evidente il motivo per cui è stata messa in lista. Così come Ronzulli o a Roma sulla Rossi, tutti avevano perplessità sulle candidature che uscivano dal cilindro di Berlusconi. Ronzulli addirittura una volta si presentò pretendendo di diventare coordinatore regionale del partito al posto della Gelmini, una vergogna”.
Dopo la pubblicazione delle intercettazioni risulta evidente quale sia il motivo dell’ascesa politica “di alcuni di loro”, prosegue Lavarini.
“Il problema è che se per la Minetti un pompino vale 300 euro, per noi la Minetti vale 300 mila voti in meno che regaliamo alla Lega”.
Ci sono, aggiunge, “posizioni indifendibili, se n’è accorto persino Lupi.
Lo ha riconosciuto anche Romano La Russa, in camera caritatis, così fan tutti; forse la Santanchè finge di non vedere la realtà , mentre Formigoni si è chiuso nel silenzio”.
Niente banchetti nè volantini a Milano, dunque: “Si deve fare pulizia, basta così”.
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Gennaio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
SONO DUE LE SENTENZE CHE FANNO “DOTTRINA”: I CASI DE LORENZO E DE MICHELIS SONO I SOLI PRECEDENTI CUI FARE RIFERIMENTO PER STABILIRE SE LA COMPETENZA E’ DELLA PROCURA DI MILANO O DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI…E DANNO TORTO A BERLUSCONI
In quale veste, la sera del 27 maggio scorso, Silvio Berlusconi ha esercitato pressioni sui
funzionari della questura milanese per il rilascio di Ruby Karima?
I legali del premier, gli onorevoli Piero Longo e Niccolò Ghedini, non hanno dubbi. Nella memoria difensiva inviata ieri per fax alla procura di Milano, contestano quella che in termine tecnico si chiama “competenza funzionale”. Ovvero, che il reato più grave di concussione si può al massimo contestare a Berlusconi in quanto presidente del Consiglio.
Per questo, la competenza va spostata immediatamente dalla procura al Tribunale dei ministri di Milano.
I magistrati, invece, sono convinti esattamente del contrario.
La sera del 27 maggio, il Cavaliere, “abusando della sua qualità di presidente del Consiglio” (qualità , non funzione), sarebbe intervenuto sui funzionari della questura.
Una volta capito su quale campo accusa e difesa giocheranno la prima partita di questo affaire, è importante vedere come, negli ultimi anni, casi simili siano stati affrontati dalla giurisprudenza.
Sono due le sentenze che, fino a oggi, hanno fatto”dottrina”.
La prima porta in calce la firma delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e risale al 1994 (sentenza 14, presidente Gaetano Lo Coco).
Chiamata a esprimersi su un ricorso dell`ex ministro della Sanità , il liberale Francesco De Lorenzo, la Corte ha accolto l`istanza dei suoi legali, individuando il giudice naturale nel tribunale dei ministri di Napoli, ma soprattutto ha delimitato il campo per i reati di natura ministeriale.
De Lorenzo era finito in carcere il 12 maggio del 1994.
Le accuse andavano dalla associazione a delinquere, alla corruzione, perfinire al finanziamento illecito ai partiti.
“Tutti i reati attribuiti a De Lorenzo si riferiscono a quando era ministro della Sanità “.
E l`articolo 96 della Costituzione, d`altronde, comprende nella categoria dei «reati ministeriali» quelli connessi ai componenti dell`esecutivo «nell`esercizio delle loro funzioni».
Il comportamento illecito che veniva addebitato a De Lorenzo era strettamente collegato alla sua attività di ministro della Sanità o no?
Si, affermano i giudici, ma solo perchè nel suo caso veniva accusato di aver preteso nella sua veste di ministro mazzette da case farmaceutiche, per concedere loro autorizzazioni ministeriali indispensabili per commercializzare i loro prodotti.
E per venire oggi a Berlusconi, quali funzioni ricopriva la sera delle telefonate in questura?
Quella di presidente del Consiglio o piuttosto quella di chi abusava della propria posizione per chiedere l`affidamento di Ruby alla Minetti?
A giudicare dalla interpretazione della Cassazione nel caso De Lorenzo, varrebbe la seconda ipotesi.
Un altro orientamento della Cassazione sulla stessa materia risale al `98.
Le conclusioni sono le stesse, anche se il ricorso viene respinto.
In questo caso è stato l`ex ministro del Psi, Gianni De Michelis, a invocare la competenza del Tribunale dei ministri, contro una condanna per corruzione a 4 anni.
Secondo il capo d`accusa, De Michelis avrebbe percepito mazzette in veste di “deputato e capo di una corrente del Partito socialista italiano nel Veneto, nell`ambito di un accordo di illecita spartizione di somme di danaro illecitamente corrisposte da vari imprenditori per l`acquisizione di appalti di opere pubbliche”.
In totale, poco meno di mezzo miliardo di vecchie lire.
Al momento in cui De Michelis incassava le bustarelle, era effettivamente membro del governo, come ministro.
Ma quel denaro, per la Cassazione, era stato incassato per finanziare la corrente del partito di De Michelis, e gli appalti, non avevano legami con la funzione che ricopriva.
Sul punto, la Corte presieduta da Luciano Deriu, aggiunge come “la particolare qualificazione giuridica soggettiva dell`autore del reato nel momento in cui questo è commesso”, sia da mettere in stretto “rapporto di connessione tra la condotta integratrice dell`illecito e le funzioni esercitate dal ministro”.
Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
ACCUSE DELLA BASE SUI METODI DI SELEZIONE DELLA CLASSE DIRIGENTE DEL PARTITO: “CI VADA LEI AI GAZEBO, MAGARI SI PORTI LE ZOCCOLE DI LELE MORA”…”TANTA GENTE SI SENTE TRADITA NEL VEDERE COME SI FA CARRIERA, ALTRO CHE MERITOCRAZIA”
Rivolta nel Pdl: Nicole Minetti si deve dimettere dal consiglio regionale. 
Lo chiede un folto gruppo di giovani militanti a Milano, la capitale del berlusconismo.
Con una raccolta di firme che in soli due giorni ha raggiunto le 1.500 adesioni.
Il malessere è diffusissimo, i “frondisti” inveiscono contro i metodi di selezione della classe dirigente del partito.
E annunciano lo sciopero della militanza, fino a quando il coordinamento regionale non avrà convinto l’intraprendente Nicole a fare un passo indietro: «Ci vada lei ai banchetti e ai gazebo, magari in compagnia delle zoccole procacciate da Lele Mora», ha tuonato una giovane consigliera di zona, lunedì scorso, a una riunione del Pdl convocata nella sede di viale Monza.
A capitanare la rivolta dei giovani pidiellini, la 25enne Sara Giudice, eletta in un parlamentino di circoscrizione.
La ragazza si era fatta sentire pure la primavera scorsa, quando si seppe che l’igienista dentale di Berlusconi sarebbe stata inserita nel listino bloccato di Formigoni, e quindi automaticamente eletta in consiglio regionale.
E adesso rincara: «Il popolo del centrodestra ha la dignità delle persone semplici, che si mette in politica perchè ha voglia di fare, nel Pdl c’è bisogno di ripensare totalmente al modo di selezione della classe dirigente; sono sempre di più quelli che come noi si sentono traditi, confusi e smarriti».
Forse il problema è proprio Berlusconi, e Sara non lo nega: «Sono stufa di sentir dire che lui aiuta la gente, come ha fatto anche la Gelmini da Vespa, io e tanti miei coetanei non vogliamo essere aiutati con la carità o con qualcosa di peggio, ma con università migliori, un nuovo welfare, opportunità vere per tutti».
Aggiunge Benjamin Khafi, 35 anni, dirigente di una multinazionale: «Con l’elezione della Minetti, un caso non certo isolato, è stato sovvertito un principio fondamentale per le persone come me: quello del merito. Nel Pdl i giovani che vanno avanti non sono certo quelli con percorsi limpidi, le tecniche di reclutamento sono dei casting; una cosa è certa: io ai gazebo non ci vado più».
Poi Antonio Salinari, 26 anni, impiegato: «Da questi dirigenti non ci sentiamo più rappresentati, mi domando quale politica del fare sia possibile nel nostro partito».
Un annuncio di addio a Berlusconi?
«Vediamo che cosa succede dopo questa nostra richiesta di far dimettere la Minetti, prima i fatti poi si decide».
Ha già deciso Fabrizio Hennig, anche lui consigliere di Zona: «Con questo squallore che emerge, ora si scopre il motivo vero per cui la Minetti è stata inserita nel listino. Nel Pdl non c’è futuro, il presidente è andato fuori di melone e io lascio il partito».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 28th, 2010 Riccardo Fucile
LA PRIMA STORIA NASCE A MILANO, NELLA ZONA DI PORTA VENEZIA: GIRA VOCE DI UN ATTENTATO AL DIRETTORE DI “LIBERO” DI CUI ATTRIBUIRE POI LA RESPONSABILITA’ AI CENTRO SOCIALI…LA SECONDA VICENDA NASCE A BANGKOK DOVE UNA PERSONA UGUALE IN TUTTO E PER TUTTO A BELPIETRO SI SAREBBE ACCOMPAGNATO PER MILLE EURO AD UN RAGAZZINO, NIPOTE DI UN VECCHIO ABBONATO DI “LIBERO”
Girano strane voci a proposito di Belpietro.
Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno.
Se mi limito a riferirle è perchè alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato e, in alcuni casi, dicendosi addirittura pronte a testimoniare di fronte alle autorità competenti.
Toccherà quindi ad altri accertare i fatti.
La prima storia è ambientata a Milano, anzi, per la precisione nella zona di porta Venezia. Qui qualcuno avrebbe progettato un brutto scherzo contro il direttore di Libero.
Non so se sia giusto parlare di attentato, sta di fatto che c’è chi vorrebbe colpirlo e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro.
Secondo la persona che mi ha fatto la soffiata, nel prezzo sarebbe compreso il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini ai centri sociali, così da far ricadere la colpa sulla sinistra.
Per quel che ne ho capito, l’operazione punterebbe al ferimento di Belpietro e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito. Vero, falso? Non lo so.
Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto. Anzi, apparentemente sembrava un tizio con tutti i venerdì a posto: buona famiglia, discreta situazione economica, sufficiente proprietà di linguaggio.
In cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza e poi tornare da dov’era venuto.
Perchè si è rivolto a me e non è andato dai carabinieri?
Gliel’ho chiesto e mi ha risposto che era in imbarazzo a giustificare come fosse venuto in possesso della notizia e temeva che la spiegazione potesse arrivare alle orecchie dei suoi familiari.
Per cui ha voluto vuotare il sacco con me facendosi assicurare che non avrei svelato il suo nome, ma mi sarei limitato a riferire le sue parole.
È quel che faccio, pronto ad aggiungere qualche altro particolare, se qualcuno me lo chiederà .
La seconda storia invece è ambientata a Bangkok.
Qui lo scorso anno, un tizio uguale in tutto e per tutto a Maurizio Belpietro si sarebbe presentato a un ragazzino che esercita il mestiere più vecchio del mondo.
Il suo nome, il numero di telefono al quale contattarlo e le sue fotografie compaiono su un sito in cui decine di gigolò di tutto il Sudest asiatico offrono i loro servigi.
Il ragazzo, che giura di essere nipote di un vecchio abbonato a Libero, in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti.
Tutto ciò lo ha raccontato a me condendo la storia con una serie di altri particolari piccanti e acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza. Mitomane? Ricattatore? Altro? Boh!
Perchè mi sono deciso a scrivere delle due vicende?
Perchè se sono vere c’è di che preoccuparsi: non solo qualcuno minaccerebbe l’incolumità del direttore di Libero al fine di alimentare un clima di tensione nel Paese, ma il noto giornalista dopo aver fatto tanto il macho sarebbe inciampato in una vicenda a sfondo erotico peggiore di quelle rimproverate a Marrazzo.
Che un femminiello giri le redazioni distribuendo aneddoti a luci rosse sull’ex caporedattore bresciano di Capital non è bello.
Se invece è tutto falso, attentato e gigolò, c’è da domandarsi perchè le due storie spuntino pochi giorni dopo il nuovo assetto proprietario della testata di Belpietro.
C’è qualcuno che ha interesse a intorbidire le acque, diffamando il direttore di Libero?
Oppure si tratta di polpette avvelenate che hanno come obiettivo quello di intaccare la credibilità di Facebook? La risposta non ce l’ho.
Quel che sapevo ve l’ho raccontato e, se richiesto, lo riferirò al magistrato, poi chi avrà titolo giudicherà .
Alessandro Gilioli
(da “L’Espresso“)
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Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
NELLE ANALISI ODIERNE DI MOLTI MEDIA SI TENDE SOLO A EVIDENZIARE CHE, IN PASSATO, LA RUSSA NON EBBE SEMPRE LO STESSO SENSO DELLA LEGALITA’ CHE GIOVEDI’ PRETENDEVA DALLO STUDENTE… IL SUO RUOLO NELLA MANIFESTAZIONE DEL 12 APRILE 1973 E LA TESTIMONIANZA DI STAITI: LA RUSSA VIVEVA DELLA LUCE RIFLESSA DEL PADRE… LA FEDERAZIONE DI MILANO FU CONSIDERATA UN COVO DI DELATORI E MOLTI GIOVANI ABBANDONARONO L’MSI
Oggi molti quotidiani ricordano quella data “storica” per l’estrema destra
italiana: il 12 aprile 1973.
La rammentano in seguito alla esibizione da macchietta del ministro Ignazio La Russa ad “Anno Zero”, durante la quale ha verbalmente aggredito e insultato uno studente, reo di aver partecipato al corteo romano sfociato nei noti disordini.
Se fosse stata necessario mandare via etere una caricatura disgustosa di un “fascista da operetta”, meglio non si sarebbe potuto trovare sulla piazza.
Da quella esibizione muscolare e senza cervello, ovvio che molti quotidiani e osservatori politici ne abbiano fatto derivare un amarcord sui trascorsi “di piazza” di La Russa nei difficili anni ’70, per poter sottolineare che il ruolo di difensore della legalità contro i disordini di piazza poco di addice all’attuale ministro della Difesa e altrettanto quello di chi si schiera con le forze dell’ordine.
Che accade il 23 aprile 1973?
A Milano si svolge una manifestazione (non autorizzata) del Msi.
Il corteo, guidato dai dirigenti nazionali Servello e Petronio, si scontra con la polizia.
Nel corso degli scontri, violentissimi, vengono lanciate alcune bombe a mano contro le forze dell’ordine, provocando la morte dell’agente di polizia Antonio Marino.
“Fu proprio lui a volere più d’ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato l’agente Antonio Marino”, ricorda oggi al “Fatto Quotidiano” Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed ex parlamentare del Msi.
Allora Ignazio La Russa era un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della gioventù .
“A Milano il Msi da tempo non riusciva a fare una manifestazione all’aperto, con corteo”, racconta Staiti, “così La Russa s’impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano che la data s’avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un massacro. Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu”.
Quel pomeriggio gli scontri con la polizia furono durissimi.
Era arrivato a Milano da Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il capo dei “boia chi molla”.
Durante la manifestazione (“Contro la violenza rossa”, diceva il manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano Srcm.
Una distrusse un’edicola in largo Tricolore.
L’altra, in via Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata in pieno petto.
Di quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa, capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore missino Franco Servello e a tutti i capi del Msi milanese.
“Ma non aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente”, racconta al “Fatto Quotidiano” un altro camerata che chiede di non fare il suo nome.
“Ignazio restava nell’ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone”.
Dopo quel pomeriggio di sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del Msi e il Fronte della gioventù.
Ma La Russa ricostruì, anzi aumentò, il suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.
“A parole era tutt’altro che un moderato: era un fascista con la bava alla bocca”, racconta Staiti. “Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi. Alle riunioni della segreteria provinciale non m’invitava. Io partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche Staiti che non è stato invitato’. Alla quarta volta mi alzai e gli allungai quattro ceffoni: ‘Io l’invito me lo sono preso, e tu ti tieni le sberle’”.
In quei turbolenti anni Settanta, Ignazio s’impossessò di Radio University, un’emittente di destra che trasmetteva da Milano.
“Il potere che Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla famiglia”, continua Staiti.
Il padre, Antonino La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti.
Con Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande corsaro di Borsa.
E con Raffaele Ursini, l’uomo che ereditò da Virgillito il gruppo Liquigas.
“Il vecchio patriarca Antonino era invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per finanziarlo”.
È anche l’uomo che pilota le eredità . Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso un giovane di bottega, arrivato anch’egli da Paternò, che diventa, non senza qualche conflitto, l’erede del potere dei La Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti.
Don Totò è cresciuto insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa.
E non dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli d’amministrazione delle sue aziende.
“Con Almirante”, dice Staiti, “Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria d’automobili, la gestione di un’agenzia romana della Sai, la compagnia d’assicurazioni di Ligresti”.
Oggi prevale il senso pratico di Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della Repubblica e ospite dei talk-show.
Ma fondamentalmente per l’ambiente rimane una macchietta.
Un estremista verbale che nella piazza dell’estrema destra milanese degli anni ’70 contava nulla, ma che nella federazione missina aveva un ruolo importante.
E diciamo anche quello che oggi i giornali non dicono, forse perchè non conoscono.
La morte dell’agente Marino, per chi era un giovane di destra in quei tempi, ha segnato anche un momento preciso nei rapporti con le strutture del partito.
A seguito di quel corteo e degli incidenti successivi, l’immagine legalitaria e di forza d’ordine del Msi era stata irrimediabilmente incrinata.
I dirigenti missini, nel tentativo di recuperare un’immagine rispettabile per il movimento, denunciarono i presunti autori dell’attentato (riconosciuti poi colpevoli), sperando di dimostrare, in tal modo, l’estraneità del partito alle violenze.
Fu infatti la federazione milanese a fare i nomi dei colpevoli (Murelli e Loi), che appartenevano al gruppo milanese La Fenice.
Furono migliaia i ragazzi che si staccarono dal Msi che aderire ad altre organizzioni sentendosi considerati “carne da macello” per i dirigenti del partito.
Utili quando c’era da fare propaganda elettorale per qualcuno, scaricati anche solo quando si difendevano da aggressioni.
Erano i tempi dei comunicati stampa ciclostilati: “Tizio? mai stato iscritto al partito”.
E la federazione milanese era cosiderata da questi giovani, proprio nei suoi massimi dirigenti, un covo di delatori, di soggetti che segnalavano alla questura i nominativi di chi aveva lasciato il Msi per poter così contare su una sorta di protezione da parte dei vertici dello Stato.
Nella valutazione di quei fatti e di quei dirigenti da parte dei media oggi manca questo tassello fondamentale: l’analisi e la distinzione tra parolai, mandanti e delatori.
E spesso i ruoli coincidono.
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Dicembre 7th, 2010 Riccardo Fucile
“HO SEGNALATO AL TERZO POLO LA MIA DISPONIBILITA”… LA MORATTI PREOCCUPATA NON COMMENTA, IL PDL MILANESE SE LA FA SOTTO E PARLA DI “TRADIMENTO”…. NON HANNO ANCORA CAPITO CHE MILIONI DI ITALIANI AVEVANO VOTATO PDL PERCHE’ C’ERA FINI, TURANDOSI MONTANELLIANAMENTE IL NASO PER LA PRESENZA DI BERLUSCONI… PRESTO LO CAPIRANNO
«Ho già segnalato ai triumiviri la mia decisione. Sono disponibile alla candidatura a sindaco di Milano».
Lo ha reso noto, ai microfoni della radio CNRmedia, l’europarlamentare e già primo cittadino del capoluogo lombardo Gabriele Albertini, nel giorno di Sant’Ambrogio, festa patronale della città .
«L’ho comunicato ieri a Fini, Casini e Rutelli – ha spiegato Albertini – Aspetto che commentino e prendano una decisione. La mia scelta è sul loro tavolo. Non anticipo il contenuto della mia comunicazione, che ho spedito ieri, loro ne conoscono il contenuto. Sono quindi disponibile alla candidatura a sindaco di Milano».
Albertini più tardi ha specificato che la sua è una disponibilità , non un’avvenuta candidatura: «Voglio precisare che ho solo dichiarato che in data odierna ho spedito una comunicazione personale a Fini, Casini e Rutelli contenente la mia decisione in merito alla candidatura a sindaco di Milano. Sono in attesa di riscontro».
Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, non ha voluto commentare la decisione di Albertini: «Per me oggi è un giorno di festa – ha detto il sindaco, al termine della cerimonia degli Ambrogini -, non penso a nient’altro».
Conversando con i cronisti, il sindaco di Milano si è limitato ad aggiungere, in merito alla candidatura che ha tutti i crismi per rivelarsi insidiosa: «Aspettiamo novità e vediamo».
«È davvero una delusione. Lo dico con profondissima amarezza. Dico la verità : non me l’aspettavo», ha affermato il coordinatore regionale del Pdl Guido Podestà , presidente della Provincia di Milano.
«A questo punto diventa incompatibile con un posto di assoluto rilievo nella commissione affari esteri, la più importante del Parlamento Europeo – ha aggiunto Podestà -. Un anno e mezzo fa ha chiesto la fiducia degli elettori del Pdl, e adesso si candida contro il Pdl. Una delusione, non dico altro».
La solita menata del “tradimento”, poveretti, come se non vi fossero milioni di italiani che hanno votato Pdl perchè c’era Fini e turandosi il naso perchè c’era Berlusconi.
“Quella di Albertini è una scelta che stupisce, la sua candidatura a sindaco di Milano è una candidatura contro se stesso», è anche il commento di Giulio Gallera, capogruppo del Pdl al Comune di Milano.
«Se si candiderà – ha osservato Gallera, che è stato assessore nella seconda Giunta Albertini – Albertini correrà contro se stesso perchè questa amministrazione è pienamente in linea con quelle precedenti da lui guidate: prova ne sia che molti assessori della Giunta Moratti erano consiglieri durante il mandato di Albertini».
Anche se riconosce che un’eventuale candidatura di Gabriele Albertini potrebbe erodere un po’ di consenso al centrodestra, Gallera si è detto certo che gli elettori del Pdl non si faranno irretire dalle sirene del terzo polo.
«Sono sicuro – ha detto Gallera – che i milanesi continueranno a scegliere e premiare la concretezza del governo del fare e a non seguire chi si presta a sostenere i fautori dei giochi di palazzo e dei ribaltoni».
Pare che non sappiano dire altro, sembrano un disco rotto: sognano sempre il partito del “fare nulla”, come se gli italiani fossero imbecilli.
In realtà la candidatura di Albertini spariglia i giochi:è opinione comune che se ne vedranno delle belle.
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Dicembre 5th, 2010 Riccardo Fucile
A GENOVA IL “TROTA” SI IMPADRONISCE DELLA FIGURA STORICA DEL “BALILLA”, GIOVANE PATRIOTA CHE NEL 1746 GUIDO’ LA RIVOLTA POPOLARE CONTRO LE TRUPPE AUSTRO-PIEMONTESI CHE OCCUPAVANO LA CITTA’… BALBETTA IN CATTIVO ITALIANO E INANELLA GAFFE… MA BELSITO LO SUPERA QUANDO INEVISCE CONTRO “IL NEPOTISMO NELL’UNIVERSITA’ E CONTRO CHI PIAZZA I FIGLI NEI POSTI IMPORTANTI, SOLO GRAZIE AL COGNOME CHE PORTA”
“Io, come giovane, sto facendo partire, dove facendo dei corsi che si insegna la
storia, senza avere gli strumenti, la scuola non ce li dà “.
Così – c’è la registrazione – parlò il Trota.
Con quella giacchetta strizzata, lo sguardo del papà , sembra proprio Don Backy. E del resto fu proprio Don Backy, come braccio destro di Adriano Celentano ai tempi del Clan, a sdoganare lo scambio tra essere e avere, con una celeberrima hit del 1963, “Ancora una volta ho rimasto solo”.
Come Don Backy, più di Don Backy, avrà anche problemi non secondari con la consecutio temporum (e anche un po’ con la storia, a voler essere sinceri) ma Renzo Bossi è capace di scaldare gli animi dei suoi “ragassi”.
Non come papà , ma la stoffa si vede.
Così, nella biblioteca della Regione Liguria, sotto le scritte “vietato far rumore” si odono boati da stadio contro la firma – da parte della Repubblica di Genova – dell’alleanza di Aranjuez (1° maggio 1745), con Francia e Spagna contro Austria e Casa Savoia e insulti alla mamma del “Marchese Antoniotto Botta Adorno che, accecato dall’odio, avanza richieste umilianti ed economicamente esosissime contro la Repubblica”.
Esosissime?
Consigliere Bossi, mica sarà tanto contento il vostro Governatore Cota di questa santificazione leghista del Balilla in chiave antipiemontese.
“Chiedetelo al Cota – sbuffa il Trota – Noi siamo qui per festeggiare un ragazzo che diede voce alla rivolta del popolo. Cioè, la rivolta covava già e lui fece uscire quella emozione profondissima del popolo. Capito?”. Capito.
Un po’ come i ragazzi che oggi scendono in piazza contro il governo?
“Insomma. I ragazzi hanno le loro ragioni ma la riforma universitaria ci vuole, serve una ripartenza della cultura nel nostro Paese e spesso i giovani protestano ma non sanno perchè. Capito?”.
Capito: ripartenza della cultura.
E che ne dice della dura battaglia con Fli sull’eredità di Balilla? “Eh, Balilla mica era futurista”. Risate del popolo leghista, presente in massa.
“E poi ho letto delle polemiche, perchè noi lo festeggiamo il 3 mentre l’anniversario è il 5. Volete sapere il perchè? Noi, il 5, eravamo occupati”.
Risate e lungo applauso liberatorio, con sberleffi ai Futuristi che invece il 5 non hanno un tubo da fare.
“Che poi, al Balilla, mica mettiamo l’Alberto da Giussano, il nostro distintivo, all’occhiello”.
Boato gioioso del popolo verde.
La mattinata va via liscia, con i più giovani che prendono in giro il decano leghista Ravera (Rixi: “Diamo la parola al Ravera, che è un po’ il nostro Balilla, lui l’ha conosciuto di persona”), con l’architetto Casareto di “A Compagna” che ricorda Craxi in camicia rossa tra i mugugni dei leghisti e i leghisti che infilano una gaffe dietro l’altra, apparentemente senza accorgersene.
Come quando il sottosegretario Belsito, seduto proprio a fianco del consigliere regionale lombardo Renzo Bossi (potrebbe diventare vicesindaco di Milano, hanno scritto i giornali), si lancia con veemenza contro “il nepotismo nell’Università , questa gente che piazza i propri figli nei posti importanti, solo grazie al cognome che porta”.
Occhi bassi, magari il Trota non ha capito.
E, soprattutto, non riferirà a papà .
Raffaele Niri
(da “la Repubblica-Genova“)
Ps. A uso fotografi, Renzo Bossi posa alla fine, nell’atto del lancio del sasso del Balilla, in una delle sue più espressive interpretazioni.
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Dicembre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
IL PASTICCIACCIO NEL LISTINO PDL DI FORMIGONI FU FATTO PER FAVORIRE L’IGIENISTA DENTALE DI BERLUSCONI… PER FARLE POSTO FU “FATTO FUORI” IN EXTREMIS PAOLO CAGNONI, L’UOMO DI FIDUCIA DI SANDRO BONDI… LA CANDIDATA DI SILVIO OTTENNE UNA POLTRONA DA 8.000 EURO AL MESE
Non c’erano firme inventate sul listino di Roberto Formigoni alle regionali del 2010.
C’erano firme copiate, oppure messe sotto un elenco dove mancava un candidato.
E questo candidato, in onore del quale venne confezionato un simile pasticcio, si chiama Nicole Minetti, l’igienista dentale di Silvio Berlusconi, inserita all’ultimo momento per ordine del premier.
Ovvero la stessa persona che fu poi spedita da Berlusconi alla Questura di Milano nella folle notte di Ruby, la “nipote di Mubarak”, per prendersi in consegna la diciasettenne cubista marocchina.
Lo riferiscono al “Secolo XIX” fonti del Pdl lombardo ed è su questa strada che sta svoltando l’inchiesta del procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, che procede per falso materiale e falso in atti pubblici.
Per ora, contro ignoti.
Per capire come sono andate esattamente le cose bisogna riaprire l’agenda nella settimana cruciale per le candidature: quella che va dal 21 al 28 febbraio.
In quei giorni, all’interno dell’alleanza Pdl-Lega Nord volano addiritura gli schiaffi per entrare nel listino “blindato” che porta il nome del presidente uscente Formigoni (poi riconfermato).
Di lunedi comincia a girare voce che tocchi trovare un posto sicuro a una ragazza riminese di 25 anni, senza alcuna esperienza politica, ma che ha fatto la velina in Tv a “Colorado Cafè”e a “Scorie”.
Al martedì è ancora dato per certo il nome di Paolo Cagnoni, segretario personale del coordinatore nazionale Sandro Bondi.
Ma il giorno dopo filtra sui giornali l’ipotesi MInetti, che si era anche segnalata come l’igienista dentale del San Raffaele che curò il premier dopo l’aggressione in Piazza del Duomo.
Ancora il giovedi sul suo nome infuria una bufera politica senza esclusione di colpi.
Per farle posto si prepara un sacrificio eccellente, quello del berlusconiano doc Doriano Riparbelli, ex assessore e uomo-macchina del partito.
Colmo della beffa, la preparazione del listino bloccato è affidato proprio a Riparbelli, insieme alla mitica signora Clotilde Strada, storico factotum cittadino di Forza Italia che diventerà “il tutore” della MInetti (ancor oggi le filtra le telefonate).
La notte di venerdì 26 febbraio entra in lista la Minetti e salta come un tappo il povero Cagnoni.
Il mattino dopo, alle 12, viene presentato il listino della discordia con le 3.500 firme necessarie.
Come sono state raccolte?
Un esponente del Pdl lombardo lo spiega al “Secolo XIX”: “Quelle firme che ci hanno creato tanti problemi non sono totalmente inventate, sono solo copiate: molte erano state raccolte prima, in calce a un listino dove il nome della Minetti non c’era ancora”.
I problemi successivi sono noti e hanno procurato un sacco di guai al Pdl: il Tar della Lombardia respinge il listino Formigoni e le presunte pressioni per farlo riammettere dal Consiglio di Stato sono costate a Formigoni il coinvolgimento nell’inchiesta sulla P3 di Flavio Carboni.
Su richiesta del partito radicale, la procura di Milano ha poi aperto un’inchiesta penale sulle firme del listino.
Secondo quanto risulta al Secolo XIX, la magistratura segue proprio questa pista, quella delle firme copiate a tempo quasi scaduto.
E il tempo stava scadendo per la lite su chi dovesse cedere alla bella Nicole una poltrona sicura da consigliere del Pirellone (8.000 euro al mese).
Olre alla carta copiativa, gli organizzatori hanno pasticciato parecchio anche con le date: molte firme sono state autenticate il 13 febbraio, quando la candidatura dell’ex ballerina era ancora in mente Dei. O giù di lì.
Se quindi il paracadute della Minetti cala sul Pirellone, in quinta posizione, lo si deve alla notte dei lunghi coltelli di quel 26 febbraio.
Esattamente tre mesi dopo, la ragazza sarà protagonista della notte in cui il premier la spedì in questura, in compagnia di una escort brasiliana, per portarsi via la cubista Ruby.
Per quella storia la Minetti è finita nel registro degli indagati per favoreggiamento della prostituzione, insieme a Lele Mora e ad Emilio Fede.
Francesco Bonazzi
(da “il Secolo XIX“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, Formigoni, Giustizia, Milano, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Novembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
SENZA ALBERTINI INVECE, MORATTI AL 37,9%, PISAPIA AL 33,5%… I PARTITI: FUTURO E LIBERTA’ SFIORA IL 5%, IL PDL PERDE IL 6%, LA LEGA IL 2% E SCENDONO AL 30% E AL 12,4%… ALBERTINI FAREBBE RADDOPPIARE I CONSENSI AL TERZO POLO E POTREBBE AMBIRE AL BALLOTTAGGIO
Secondo il sondaggio Lorien, pubblicato un paio di giorni fa, i giochi alle comunali di primavera a Milano sono tutt’altro che scontati, come riportiamo nei titoli.
Letizia Moratti è fuori di sè.
Tutto s’aspettava fuorchè di trovarsi come possibile avversario Gabriele Albertini.
L’ex sindaco, oggi eurodeputato Pdl, è seriamente intenzionato a presentarsi alle prossime amministrative milanesi, forte del sostegno dei tanti delusi della gestione Moratti e di molti partiti politici.
Dall’Udc a Futuro e Libertà , dall’Api a una buona fetta del Pdl lombardo. Persino parte del Pd è pronta a sostenere, non ufficialmente, l’ex sindaco; gli orfani di un candidato moderato che proprio non riescono a ritrovarsi in Giuliano Pisapia.
Ed è corteggiato dall’area cattolica che ha in Roberto Formigoni il faro politico e nel cardinale arcivescovo Dionigi Tettamanzi, da sempre critico dell’operato della giunta Moratti, la guida.
Albertini accomuna tutti.
Gli errori del passato, dai derivati al piano parcheggi che ha trasformato parte della città in un cantiere, sono stati già perdonati o dimenticati.
Nei milanesi sembra essere rimasta maggiormente impressa l’immagine che lo ritrae sorridente in mutande sulla passerella di Armani, piuttosto che quella del sindaco decisionista che diserta il consiglio comunale.
Insomma incarna perfettamente il “si stava meglio prima”.
Moratti lo sa bene, per questo si è rivolta direttamente a Silvio Berlusconi affinchè convinca Albertini a cambiare idea.
Ma neppure il Cavaliere può nulla.
L’eurodeputato è sempre stato uno dei pochi a non rispondere a comando alle chiamate da Arcore.
Lo scorso luglio, quando Albertini condivise pubblicamente le critiche di Gianfranco Fini sulla mancanza di dialettica nel Pdl, il presidente del Consiglio gli telefonò. “Silvio queste cose sono vere”, rispose. “Vieni ad Arcore che ne parliamo con calma”.
E lui: “Sto preparando le valigie, domani vado in vacanza; risentiamoci a settembre”, tagliò corto.
L’uomo è così, tende a smarcarsi.
E’ Casini ad aver “costruito”, insieme a Massimo Cacciari, la candidatura di Albertini. Da aprile stanno lavorando al “progetto Milano”. Poi si è aggiunto Fli.
Il diretto interessato ha inizialmente negato, pur cominciando ad attaccare Moratti. “Città malata, curiamola o muore”, disse in un’intervista a luglio, aggiungendo “sbaglia chi parla di una mia lista civica”.
Ora che Pisapia ha vinto, Albertini può puntare allo scontro diretto con Moratti al ballottaggio.
Il terzo polo dunque sembra prendere corpo a Milano.
Attorno ad Albertini, candidato più che mai trasversale.
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