Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
SILVIO SFOGGIA POCHEZZA POLITICA E “POCHETTE” VERDE: APPENA 314 FAVOREVOLI, ALTRO CHE QUOTA 325… I NOMI DEGLI ASSENTI E DEGLI ASTENUTI, TRA RICATTI E MALUMORI NELLA MAGGIORANZA
La Camera conferma la fiducia al governo approvando la risoluzione di maggioranza relativa al testo sul federalismo fiscale municipale, come da desiderata della Lega.
La risoluzione è passata con 314 sì e 291 no e 2 astenuti.
Silvio Berlusconi era in aula alla Camera con il fazzoletto verde della Lega nel taschino della giacca.
Subito dopo il voto di fiducia, racconta Giacomo Stucchi, «Maroni mi ha preso il fazzoletto e l’ha messo nel taschino di Berlusconi».
Cosi il premier è passato dalla pochezza politica del suo governo alla pochette verde nel taschino.
Berlusconi ha ostentato poi la solita apparente soddisfazione per il risultato ottenuto, anche se 314 non rappresenta la maggioranza assoluta dell’Aula:
«Sono tranquillo, sapevamo che c’erano alcuni malati e due in missione – ha detto il premier -. Altrimenti saremmo a quota 322».
Anche se in realtà i voti mancanti all’appello sono stati solo 5 (un leghista non ha votato, due pidiellini erano assenti e due in missione) e quindi anche se fossero stati tutti presenti la maggioranza sarebbe stata di 319 voti e non 322.
Ad astenersi sono stati i due deputati delle Minoranze linguistiche, Brugger e Zeller.
I deputati in missione erano sette, di cui due del Pdl (i presidenti di commissione Gianfranco Conte e Paolo Russo), Salvatore Lombardo e Carmelo Lo Monte dell’Mpa (che pure aveva svolto la dichiarazione di voto per il suo partito), la Liberaldemocratica Daniela Melchiorre, Luca Volontè dell’Udc e Mario Brandolini del Pd.
A non partecipare al voto sono stati in 15.
Per la maggioranza erano assenti Giancarlo Abelli e Giuseppe Palumbo del Pdl, Daniele Molgora della Lega, Antonio Gaglione e Calogero Mannino del gruppo Misto.
Quanto all’opposizione, non hanno risposto alla chiama Andrea Ronchi e Giulia Cosenza di Fli, Roberto Commercio e Ferdinando Latteri dell’Mpa, Sergio Piffari di Idv, Marco Fedi e Maria Paola Merloni del Pd e Anna Teresa Formisano e Luca Volontè dell’Udc.
Alla chiama non ha risposto neppure il liberaldemocratico Italo Tanoni. L’unico gruppo presente con il 100% dei suoi deputati è stato Iniziativa Responsabile.
Solo all’ultimo momento il governo ha recuperato il dissenso dei 10 deputati di Noi Sud di Miccichè, impegnandosi a non tagliare le risorse sull’eolico, altrimenti l’esito del voto sarebbe stato disastroso.
Senza contare che anche nel gruppo dei Responsabili sono in diversi ormai a manifestare palese malumore per le mancate nomine a ministri e sottosegretari.
Una situazione di disagio che non promette nulla di buono per il futuro.
Nel frattempo Silvio e i suoi compagni di merende leghisti hanno festeggiato al motto “più tasse per tutti”, sventolando le bandiere verdi miseria.
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Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
MA IN SENATO TRA GLI SCANSAFATICHE CI SONO DUE PD, TEDESCO E CRISAFULLI… IL RAPPORTO OPENPOLIS SULL’ATTIVITA’ DEI PARLAMENTARI: L’AVVOCATO DEL PREMIER ASSENTE IN OCCASIONE DEL 77% DELLE VOTAZIONI, IL COORDINATORE DEL PDL NEL 70%
Sarà che hanno altro da fare, sarà che in Parlamento si annoiano, sarà che sono
fannulloni, ma eccolo qui: Niccolò Ghedini, Denis Verdini, Antonio Angelucci del Pdl alla Camera, Sebastiano Burgaretta Aparo (Pdl), Alberto Tedesco e Vladimiro Crisafulli del Pd al Senato si sono conquistati la palma di parlamentari meno produttivi degli ultimi anni, calcolata attraverso il nuovo Indice di Produttività dell’associazione Openpolis.
Dopo aver scosso il mondo politico con le classifiche di presenza e il monitoraggio attento dell’operato di deputati e senatori (resta negli annali il tentativo della Carlucci di accreditarsi come parlamentare da record, firmando 241 disegni di legge in un giorno) Openpolis ha affinato ancora le sue armi: l’ultima creatura del gruppo di volontari è l’indice di produttività parlamentare, un parametro che stabilisce l’entità e l’impegno dell’onorevole durante la legislatura, considerando fattori diversi come la sua presenza in aula, i disegni di legge firmati e presentati, le mozioni, gli emendamenti e altro ancora.
Una ricerca che non serve però ad alimentare antipolitica e demagogia, come ci tengono a precisare da Openpolis: «Non siamo alla ricerca della formula magica per calcolare la buona politica. Non pretendiamo, nè vogliamo far credere, che il lavoro, e in particolare quello politico, possa essere ridotto a unità fisiche omogenee e misurato a chili o a metri. La nostra ambizione è di mettere a disposizione strumenti che aiutino a leggere e interpretare una realtà complessa come quella dell’attività parlamentare partendo, però, dai dati ufficiali, quelli forniti dal Parlamento stesso, invece che da giudizi e opinioni preconfezionati», spiega uno dei responsabili del progetto, Ettore Di Cesare..
La domanda adesso è quanto mai lecita: perchè gli italiani pagano Niccolò Ghedini?
L’avvocato di Berlusconi è a tutti gli effetti troppo impegnato a seguire i processi del suo cliente per poter svolgere qualunque altra attività .
I numeri di Openpolis parlano chiaro; in più di due anni e mezzo di legislatura, Ghedini non è mai stato primo firmatario di un disegno di legge, di un emendamento, di una mozione: solo otto volte risulta cofirmatario di atti parlamentari, tra cui il disegno di legge per realizzare un museo borbonico. Se questo non bastasse, Ghedini è assente al 77 per cento delle votazioni (quando la media dei deputati è del 15 per cento circa).
A seguire nella graduatoria si trova un altro big del centrodestra, il re delle cliniche e dell’editoria Antonio Angelucci.
Rimasto a casa nel 72 per cento delle votazioni, può contare su circa una quarantina di atti in cui compare la sua firma, solo una volta da primo firmatario (un’interrogazione in Commissione di 8 righe esatte).
Non è ancora dato sapere come Angelucci reagirà alla sua seconda posizione, ma ad Openpolis farebbero bene a preoccuparsi visto che l’anno scorso lo stesso Angelucci chiese venti milioni di euro a Wikipedia per diffamazione.
Soldi che potrebbero tornare comodi per mettere una pietra sopra ai problemi con la Guardia di Finanza, collegati a quelle “decine di milioni di euro” ricevute da Libero e dal Riformista come finanziamento di stato all’editoria, senza però averne diritto.
Depurando la classifica da chi è stato bloccato a lungo per malattia, al terzo posto sale un altro colonnello del Pdl, Denis Verdini.
Sette volte su dieci non alle votazioni, ha messo la sua firma su soli otto atti parlamentari tra interrogazioni e mozioni.
Pochi ma buoni verrebbe da dire, visto che una delle sue (poche) interrogazioni puntava il dito contro la procura di Bari e la fuga di notizia legata al caso D’Addario, dipingendo scenari complottistici architettati da D’Alema e dalle toghe rosse in Puglia. I problemi del paese prima di tutto insomma.
Qualche posizione più giù tra i fannulloni della Camera si possono trovare degli habituè delle graduatorie di improduttività , come mister assenteismo Antonio Gaglione (nove volte su dieci rimasto a casa al momento del voto) o Italo Tanoni, uno dei nomi più gettonati quando si parla di cambiare casacca in Parlamento (prima Pdl, poi misto, per qualche ora tornato con Berlusconi, poi nel terzo polo, adesso tentato di tornare da B.).
Se alla Camera è il centro destra a fare filotto, con sette suoi deputati tra i peggiori dieci, al Senato è invece il centrosinistra a vincere per 6 a 4 la poco prestigiosa gara dell’improduttività .
Il primo posto resta comunque in mano al Pdl grazie a Sebastiano Bulgaretta Aparo, senatore siciliano subentrato in Senato a fine 2009, e che può essere parzialmente giustificato proprio dal numero inferiore di giorni passati alle Camere.
Al secondo posto c’è invece il Pd Alberto Tedesco, raggiunto in queste ore da un’ordinanza di custodia cautelare collegata all’inchiesta sulla sanità pugliese. Dietro di lui Vladimiro Crisafulli, quattro volte su dieci assente al momento delle votazioni, che precede gli altri democratici Zavoli, Latorre e Agostini.
Mauro Munafò
(da “L’Espresso“)
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Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
SEGNALAZIONE DELL’AUTORITA’ A FINI E SCHIFANI: E’ INOPPORTUNO ALLA LUCE DEL CONFLITTO DI INTERESSI… SENZA UNA PROROGA SAREBBE AUTOMATICA L’APERTURA DI UN’INCHIESTA A CARICO DEL PREMIER
Non può essere il Silvio Berlusconi premier a firmare la legge chiamata a decidere se il Silvio Berlusconi imprenditore possa estendere il suo impero mediatico con l’acquisto di altri giornali.
Sembra scontato, ma nell’Italia del Cavaliere serve uno specifico intervento dell’Antitrust per sancire un principio messo in discussione dal Milleproroghe approvato (con la fiducia) la scorsa settimana.
Colpa di un blitz della maggioranza che all’ultimo momento, nel decreto ha inserito la fine del divieto di acquisto di quotidiani da parte dei proprietari di televisioni in posizione dominante.
In una lettera inviata a Berlusconi e ai presidenti delle Camere Fini e Schifani l’Antitrust afferma che «attribuire al premier il potere di prorogare o no il divieto di incroci proprietari tra giornali e tv successivamente al 31 marzo 2011 è inopportuno».
La vicenda inizia al Senato, che aveva deciso di prolungare il divieto di incroci per due anni, andando incontro alla richiesta dell’Autorità per le comunicazioni (Agcom) giunta dopo un esposto del deputato del Pd Paolo Gentiloni.
Poi alla Camera il blitz della maggioranza: prima il divieto viene tagliato di un anno (fine 2011).
Poi arriva una nuova modifica – scritta a penna poco prima del voto in aula – secondo cui l’embargo scadadrà il prossimo 31 marzo.
Tra un mese.
Di più, si prevede che sarà proprio il premier Silvio Berlusconi a decidere se reintrodurre o meno il divieto.
Una scelta inaccettabile per l’Antitrust, per il quale «senza una modifica della norma, l’adozione o la mancata adozione dell’atto di proroga» porterebbe automaticamente all’apertura di un’inchiesta per «conflitto di interessi» a carico del Cavaliere per «verificare» se il suo «patrimonio» ne sia stato arricchito e l’eventuale «danno per l’interesse pubblico».
L’Antitrust, inoltre, ricorda che il 20 gennaio l’Agcom aveva richiesto di confermare il divieto «per tutelare il pluralismo dell’informazione».
«La segnalazione – commenta Gentiloni – è ineccepibile: qualsiasi cosa Berlusconi faccia in questa materia configurerebbe un conflitto di interessi perfino secondo la inutile legge Frattini».
Sulla stessa linea l’Idv e Futuro e libertà (Briguglio).
A questo punto servirà un atto collegiale del governo, e non unilaterale del premier, per decidere l’eventuale proroga al divieto.
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA DI CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE PRESENTATA ALLA CAMERA PREVEDE IL PARERE DELLA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI, POI LA PRATICA RITORNA ALL’UFFICIO DI PRESIDENZA CHE DECIDE SE SOTTOPORLA O MENO AL VOTO DEI DEPUTATI… IN QUATTRO OCCASIONI I CONFLITTI SI SONO FERMATI PRIMA
E adesso che succede? È l’interrogativo che arrovella Montecitorio.
La prassi per i conflitti di attribuzioni è già scritta.
I capigruppo della maggioranza hanno presentato la lettera, peraltro senza alcuna indicazione di un oggetto, al presidente della Camera.
Il quale, per un parere, la invia alla giunta per le autorizzazioni.
Lì la questione viene delibata e ci si esprime con un voto.
La pratica torna al presidente e all’ufficio di presidenza. Che deve decidere se passare il conflitto all’aula.
Perchè un conflitto possa giungere alla Consulta esso deve necessariamente passare per l’aula di Montecitorio che deve votare.
Altrimenti il conflitto non esiste.
Qui sorge un problema.
I berlusconiani ritengono che quello di Fini sia un “atto dovuto”.
Ma i precedenti della Camera, già studiati attentamente dagli uffici, dimostrano che non è affatto così.
Ci sono ben quattro casi in cui i conflitti si sono fermati prima.
Quello Faggiano-Sardelli del 2003, per via di un conteggio di voti in Puglia, che pur con un parere positivo della giunta perle elezioni, non approdò in aula perchè bloccato dall’ufficio di presidenza.
Lo stesso è accaduto per il caso di Sergio D’Elia, contestato dalla Regione Toscana per il suo ruolo di segretario di presidenza. I radicali volevano il conflitto, l’ufficio di presidenza a maggioranza lo fermò.
E siamo al caso Mancini che contestava di aver subito intercettazioni telefoniche non autorizzate, dove sia la giunta che l’ufficio di presidenza bocciarono il conflitto.
Infine il caso Evangelisti-Brunetta del giugno 2010, quando il primo voleva sollevare conflitto contro il secondo per la risposta a un’interrogazione, ma il caso si è fermato prima dell’aula.
La materia è caldissima.
Qualora il conflitto arrivi comunque alla Consulta essa valuterà prima l’ammissibilità e poi, in caso di risposta positiva, si esprimerà nel merito. Il processo comunque non si blocca fino alla sentenza.
Sollevare il conflitto di attribuzione alla Camera significa, in caso di accoglimento del ricorso da parte della Corte Costituzionale, riportare il processo in questione all’autorizzazione a procedere per il caso di reato ministeriale.
Si può sintetizzare così l’obiettivo che la maggioranza si propone, attivando la procedura per il processo che riguarda Silvio Berlusconi per il caso Ruby. Ma come funziona il conflitto?
LA LEGGE
La legge costituzionale 1 del 1989 attribuisce alla Camera il potere di dare l’autorizzazione a procedere di fronte a reati ministeriali, commessi da ministri e presidente del Consiglio, secondo quanto disciplinato dall’articolo 96 della Costituzione. Nel caso in cui, dunque, la Camera ritenesse lesa questa sua prerogativa, la Camera può sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri davanti
alla Corte Costituzionale.
I passaggi parlamentari previsti chiamano rispettivamente in causa Ufficio di presidenza, Giunta per le autorizzazioni e quindi voto dell’assemblea.
Sul caso Ruby che vede il presidente del Consiglio a processo il 6 aprile, si è dunque aperta la prospettiva di un conflitto davanti alla Corte Costituzionale,
paventata fin dall’inizio dal Pdl, posta la competenza del Tribunale dei ministri «rivendicata» da subito da parte della maggioranza, che in tal modo si era già espressa negando l’autorizzazione alla perquisizione chiesta dai pm di Milano.
I TEMPI
Ad ogni modo, non si sospende da subito il procedimento ormai avviato davanti ai magistrati.
L’ipotesi di sospensiva del procedimento, infatti, nella legge del 1953 che regola il funzionamento della Corte Costituzionale, viene disciplinata dall’articoli 35 e 40 e riguarda il giudizio di legittimità costituzionale delle leggi sollevato in via principale ed il conflitto fra enti e non fra poteri dello Stato: «L’esecuzione degli atti che hanno dato luogo al conflitto di attribuzione fra Stato e Regione ovvero fra Regioni – si legge nell’articolo 40 – può essere in pendenza del giudizio, sospesa per gravi ragioni, con ordinanza motivata, dalla Corte».
LE FASI
Sollevato il conflitto di attribuzione, il giudizio della Consulta si articola invece in due fasi.
In una prima fase i giudici costituzionali sono chiamati a conoscere il ricorso del ricorrente, in camera di consiglio e senza contraddittorio.
Se giudicano ammissibile il ricorso, la Corte dispone la notificazione alle parti che ha individuato e dà un termine al ricorrente perchè ridepositi il ricorso notificato.
Per le notifiche in genere il termine è di 60 giorni, 30 o 15 in alcuni casi più urgenti. La Corte dà quindi un termine giorni anche alla parte resistente per decidere di costituirsi in giudizio.
Dal momento, dunque dell’eventuale dichiarazione di ammissibilità passerebbero alcuni mesi per giungere alla trattazione nel merito del conflitto sollevato.
GLI EFFETTI
Se la Consulta dovesse riconoscere il ricorso fondato, il giudizio penale verrebbe travolto e il procedimento ripartirebbe secondo la legge costituzionale, che prevede l’autorizzazione a procedere in caso di reato ministeriale .
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
LA DECISIONE MOTIVATA ANCHE “DALL’INCAPACITA’ DI MANTENERE GLI IMPEGNI PRESI” OLTRE CHE DAL SUO ISOLAMENTO NELL’AMBITO DEL CENTRODESTRA… ORA SI POTRA’ DEDICARE ALLA FAMIGLIA ALLARGATA E AL TEATRO DELL’OPERA DI NOVI
Giorni contati per la permanenza di Sandro Bondi nel governo.
Il ministro della Cultura, con una lettera al Giornale, organo dei soviet, ha annunciato che rassegnerà “presto” le dimissioni.
Decisione della quale ha già informato il premier che “se ne occuperà non appena sarà possibile”.
“La decisione di dimettermi – scrive Bondi, ribadendo un concetto che va ormai ripetendo da diverso tempo – è innanzitutto una piena e consapevole scelta di vita maturata, in secondo luogo dalle difficoltà incontrate”.
Nel ruolo di ministro, dice, “posso avere fatto degli errori, ma ho realizzato delle riforme importanti e ho imposto una linea alternativa, in senso compiutamente liberale e riformatore, alla politica culturale della sinistra”.
Uno “sforzo” però nel quale non è si è sentito “sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo e da quei colleghi che avrebbero potuto imprimere insieme a me una svolta nel modo di concepire il rapporto tra Stato e cultura”.
Sostegno che peraltro è mancato, lamenta ancora Bondi, “nel momento in cui più mi sono trovato in difficolta”, dopo il crollo di Pompei, quando era “più colpito dalla sinistra”, accusato tra l’altro “della mancanza di fondi”, per la quale, aggiunge, “io non ho mai scaricato la responsabilità su altri”.
“Le vicende del Milleproroghe hanno ulteriormente evidenziato la mia
incapacità di mantenere gli impegni che avevo preso, e nel richiedere un minimo di coerenza nell’ambito dei provvedimenti riguardanti la cultura”.
“Il presidente Berlusconi – chiarisce infine Bondi – sa anche che non sono mai stato in cerca di incarichi nè di mostrine, sia politiche che ministeriali” e che “voglio avere più tempo da dedicare alla mia famiglia”, che “voglio svolgere bene l’incarico di senatore e che desidero più di ogni altra cosa continuare a lavorare al suo fianco per cambiare questo paese”.
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NON SOLO CONTANTE, CASE, AUTO E COLLANE: EMERGE IL CASO DI GIACOMO URTIS, AMICO DI LELE MORA, CHE HA SISTEMATO LABBRA, SENO, NATICHE E NASO A SETTE RAGAZZE DELL’OLGETTINA… DALLE INTERCETTAZIONI RISULTA CHE I TRATTAMENTI FOSSERO MESSI IN CONTO BUNGA BUNGA
Tutto “in serie” il trattamento per le ragazze delle notti del premier ad Arcore. Non soltanto le buste di denaro contante regalate (come quella da 20.000 trovata in una delle perquisizioni il 14 gennaio), le auto comprate (almeno 13 per 280 mila euro), le collane comprate in blocco (ad esempio 100 dello stesso tipo per complessivi 240.000 euro), il pagamento degli affitti di appartamenti nello stesso complesso all’Olgettina.
Ma anche interventi di medicina estetica presso lo stesso dottore sardo al quale si sono affidate, per «punturine da 300 euro» a naso o labbra o seno o natiche, almeno 7 delle ragazze maggiorenni che l’accusa ipotizza siano tra quelle prostituitesi con il presidente del Consiglio.
Nato in Venezuela, 34 anni, studio ad Alghero e da qualche mese anche a Milano in corso Como, in una intervista a Sassari & Hinterland, il dottor Giacomo Urtis si è descritto come «il dermatologo del figlio di Barbara Berlusconi», anche se, interpellato a Londra dal Corriere, ridimensiona in «ho fatto solo delle consulenze dermatologiche d’estate quando sono in Sardegna».
Aggiunge di occuparsi «dei clienti vip» quali «i personaggi televisivi del circuito di Lele Mora», della cui sorella è amico, e «sono entrato in un circuito molto chiuso di alta fascia, ho iniziato a lavorare per i Duchi di Kent, per il Principe di Lussemburgo, per Hermès e i proprietari della Vuitton».
Il suo call center smista le aspiranti pazienti ad alcune decine di chirurghi «a contratto» in cambio di una percentuale sulle clienti, praticando anche trattamenti economici dilazionati nel caso in cui la cliente possa magari alimentare il passaparola.
Proprio con questa dinamica sarebbero arrivate a Urtis le almeno 7 ospiti delle notti di Arcore.
Agli inquirenti interessa nulla delle opzioni estetiche delle ragazze: preme invece verificare se anche questi interventi siano stati pagati da Berlusconi, o direttamente (tramite il suo tesoriere Spinelli) o indirettamente (con l’utilizzo da parte delle ragazze dei “suoi” contanti).
Il dubbio è alimentato da alcune intercettazioni.
In una telefonata notturna di gennaio una ragazza, che al telefono si lamenta del ritardo di Spinelli nel pagarle come al solito l’affitto mensile, si sente rispondere dalla sua interlocutrice: «Comunque io mi voglio rifare il sedere». «Amò, ma ti rifai le punture da Giacomo?». «No, mi voglio far proprio il definitivo». «Eh ti conviene, perchè ormai spendi altri soldi per che cosa…». «Però me lo devono pagà », dice l’una.
«Come hanno fatte tutte le altre il seno, tu non fai il seno ma fai sotto», concorda l’altra.
«Speriamo che mi dà l’ok qualcuno».
E l’amica ridendo: «Fai fare il preventivo e lo porti lì, cioè basta, quanto ci vuole? Io ho fatto così per fare la finta lipo, 10.000 euro eh».
Ma Urtis, nello svelare di essere stato interrogato dal pm Ilda Boccassini, afferma che «i miei sono trattamenti da poche centinaia di euro e a pagarli erano le ragazze.
Cosa voleva sapere il pm?
Soprattutto se tra le mie clienti ci fossero state le due minorenni, Ruby e Iris: ma io non le ho mai conosciute».
Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DEI FINIANI LANCIA UN APPELLO ALLE DONNE DEL PDL: “NON E’ PIU’ IL MOMENTO DI TACERE PER OBBEDIRE AL CAPO: OGGI STARE ZITTE SIGNIFICA ACCETTARE UAN CULTURA CHE CI SOTTOMETTE”… “BASTA CON LE CARRIERE POLITICHE NATE NEI FESTINI”
A Roma, alla manifestazione di piazza del Popolo, è stata tra le più
applaudite, sfoderando sul palco la grinta che ben conoscono Silvio Berlusconi e l’avvocato Niccolò Ghedini: “Basta con le carriere politiche nate nei festini”, ha scandito.
Giulia Bongiorno, da presidente della commissione Giustizia della Camera vicinissima a Gianfranco Fini, i suoi no al Cavaliere li ha detti in tempi non sospetti: bloccando le leggi sul processo breve e sulle intercettazioni.
Ora chiede alle colleghe del Pdl un atto di coraggio: “Tacere oggi significa essere complici”.
Sul processo non entra nel merito, vorrebbe suonare tranquillizzante per il Cavaliere: “Berlusconi dovrebbe essere felice di essere giudicato da tre donne…”.
Ma avverte su eventuali colpi di mano parlamentari per strappare la competenza a Milano: “Se vuole continuare a fare il premier non può ricorrere alle scorciatoie, deve affrontare a viso aperto il processo e dimostrare nel dibattimento l’infondatezza delle accuse”.
Il premier ha accusato la piazza delle donne di essere puramente anti-berlusconiana. Per lei quali obiettivi deve darsi questo movimento?
“Questo moto spontaneo e grandioso fa paura e si tenta di indebolirlo attribuendogli una matrice politica: invece alle manifestazioni ha partecipato una folla eterogenea, moltissimi dei presenti erano lontani dalla politica. È la spontaneità della risposta il dato più importante, la forza di questo movimento. Quello che unisce persone diversissime tra loro è molto più dell’antiberlusconismo: sicuramente è anche gente stanca di Berlusconi, ma è soprattutto gente che crede nelle donne. L’Italia non può più rinunciare ad avere donne in ruoli chiave”.
Anche alla leadership? Nichi Vendola ha candidato Rosy Bindi alla guida di una coalizione democratica. I tempi sono maturi per un premier donna?
“Siamo già in ritardo. Pensare a un premier donna e a una squadra di governo composta da donne valide non è un’anomalia, non è una scelta dettata dall’emergenza. Sarebbe una svolta, una risposta all’esigenza di novità e di cambiamento che è arrivata in queste settimane”.
Lei fu la prima donna nel Pdl a ribellarsi a Berlusconi. Al punto che il Cavaliere ordinò: “Levatemela di torno”. C’è una difficoltà tutta al femminile di lavorare con questo premier?
“Sì, sono stata considerata molto “disubbidiente” perchè ho esposto il mio punto di vista indicando gli effetti rovinosi di alcuni provvedimenti fortemente voluti dal premier. Nel Pdl nessuno lo contraddice, anche quando è evidente che sta commettendo un errore. “La penso come te, ma non si può dire,” mi sussurrava qualcuno. Ecco, secondo me l’accondiscendenza non aiuta. Quando ritenevo che fosse giusto farlo, io ho sempre contraddetto i miei maestri e i miei leader, e questo non significa che non li stimassi o che non mi fidassi di loro. Sicuramente poi, nel caso del Pdl, il fatto che le obiezioni venissero da una donna le rendeva addirittura impensabili, prima ancora che indigeste. Ma il maschilismo è trasversale: quando ho cercato di portare avanti il provvedimento che avrebbe permesso alle madri di dare il proprio cognome al figlio, ho sbattuto contro un muro eretto dagli uomini dei diversi schieramenti. Il provvedimento infatti si è arenato”.
Cosa dice alle sue colleghe del Pdl che ancora oggi difendono a spada tratta il premier?
“La difesa del proprio leader non deve tradursi in atti di autolesionismo. Secondo me, oggi tacere significa essere complici”.
Lei è stata l’avvocato di Giulio Andreotti: cosa consiglia all’imputato Berlusconi?
“Berlusconi ha i suoi avvocati, non ho nessun consiglio da dare. C’è chi dice che a conti fatti Andreotti ci ha rimesso a non sottrarsi al processo, avrebbe potuto conservare il suo potere ancora a lungo. Mi limito a un sola osservazione: un uomo delle istituzioni le istituzioni deve rispettarle sempre. Altrimenti contraddice se stesso”.
Andreotti, però, non era più a Palazzo Chigi. Qui c’è un presidente del Consiglio imputato per concussione e prostituzione minorile, tutto il mondo ne parla. Può restare al suo posto?
“Non credo che sia questo il punto centrale. Un premier può farsi processare restando in carica, ma ciò che non è accettabile è che un presidente del Consiglio attacchi sistematicamente tutta la magistratura. Questo atteggiamento ha generato un fortissimo conflitto istituzionale. Le dimissioni sono una scelta, ma il rispetto della magistratura e delle procedure è un obbligo. L’imputato presidente del Consiglio deve tenere presente che gli imputati comuni di fronte a questi atteggiamenti potrebbero sentirsi legittimati a emularlo”.
Non è questa la strada scelta da Berlusconi, per ora. Si parla di una mozione della maggioranza per strappare il processo a Milano e di una nuova legge sul legittimo sospetto…
“Non so quale possa essere la strada. Ma non può essere quella delle scorciatoie: se Berlusconi vuole continuare a fare il premier deve affrontare il processo a viso aperto e dimostrare nel dibattimento l’infondatezza delle accuse e la sua innocenza”.
Lei si è opposta ad alcune leggi del governo Berlusconi in materia di giustizia: in quali la forzatura ad personam era più evidente?
“Mentre provvedimenti come il lodo Alfano – molto contestato dalle opposizioni – possono avere una ratio nell’esigenza di tutelare una funzione e non creano effetti negativi sulla collettività , altri avrebbero avuto conseguenze devastanti sul sistema. Una delle prime formulazioni del testo sulle intercettazioni avrebbe messo il bavaglio alla stampa: forse è stato questo il provvedimento in cui ho ravvisato i maggiori pericoli anche per la libertà “.
A dire di Berlusconi, c’era un patto segreto tra l’Anm e Fini per bloccare le leggi sulla giustizia in cambio di una non specificata impunità .
“Escludo qualsiasi patto di questo genere, e non solo perchè Fini – non avendo alcun processo – non ne avrebbe avuto alcun bisogno. Questa accusa mi fa ridere: sono stata io a dare i consigli a Fini sulla giustizia, so perfettamente da cosa erano dettate le sue scelte: esclusivamente dalla volontà di non sconquassare il sistema”.
Sul processo breve sono in arrivo altri strappi?
“La riduzione dei tempi dei processi è un imperativo, ma quello che viene definito “il processo breve” i processi non li abbrevia: li cancella. Sulle intercettazioni, quello che non si dice è che dopo lunghi dibattiti era stato portato in aula un testo sul quale c’era l’ok di Alfano. Io stessa avevo partecipato alle ultime trattative. Ma se c’era l’accordo, perchè adesso questa marcia indietro?”.
Cosa ha pensato quando ha saputo che Berlusconi sarà giudicato da tre donne?
“La saggezza di un giudice non dipende dal suo sesso. E comunque, dato che in questi giorni Berlusconi ha detto di avere la massima considerazione delle donne, non potrà che esserne felice”.
Marco Damilano
(da “L’Espresso“)
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NEL COMITATO PROMOTORE “A DIFESA DELLA COSTITUZIONE” DA ANGELA NAPOLI E FABIO GRANATA DI FLI A ROSY BINDI E BERSANI DEL PD, DA TABACCI DELL’UDC A VENDOLA DI SEL… MA SOPRATTUTTO SFILERANNO DOCENTI E STUDENTI DELLA SCUOLA PUBBLICA, MINACCIATA DA UN GOVERNO CHE LA RITIENE UN LUOGO “IN CUI SI INCULCANO VALORI DIVERSI DA QUELLI DELLE FAMIGLIE”
L’occasione per una manifestazione unitaria dell’opposizione è il 12 marzo. Un’enorme bandiera tricolore, tante copie della Costituzione, un messaggio semplice: “Difendiamola!”.
A cinque giorni dall’anniversario dell’Unità d’Italia, l’appello a scendere in piazza è rivolto a tutti coloro che la Penisola vogliono vederla unita sotto gli stessi colori e la stessa carta.
Il comitato promotore “a difesa della Costituzione” è riuscito a mettere insieme Futuro e Libertà con Rifondazione comunista.
Ci saranno infatti Angela Napoli e Fabio Granata di Fli, Bruno Tabacci e Pino Pisicchio dell’Udc, Rosy Bindi e Pier Luigi Bersani per il Partito democratico, e poi Nichi Vendola, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, la Cgil, il Popolo viola, Valigia blu, La tavola della pace.
Ma soprattutto sfileranno insegnanti e studenti della scuola pubblica, tutelata dall’articolo 33 della Carta costituzionale, minacciata da un governo che la ritiene un luogo “dove si inculcano agli studenti valori diversi da quelli delle famiglie, dove i ragazzi non sono educati liberamente”.
“Dopo avere imbavagliato giudici e giornalisti, ora vorrebbero farlo anche con i professori, gli studenti e le famiglie — spiega Giuseppe Giulietti, uno degli organizzatori con l’associazione di cui è portavoce, Articolo 21 — è un delirio che va arrestato, mettendo insieme chiunque abbia a cuore la legalità repubblicana”.
Le carte in regola per riempire le piazze in tutta Italia ci sono.
L’evento più importante sarà quello romano. Appuntamento in Piazza della Repubblica e corteo fino a Piazza del Popolo.
I due luoghi, dal nome evocativo, non sono stati scelti a caso.
Sul palco nessun politico e nessuna associazione.
L’idea, spiegano gli organizzatori, è quella di non dare la parola a chi parla “per sè” ma solo a persone che parlano “per tutti”.
Perciò a leggere gli articoli della Costituzione “che rischiamo di perdere” ci saranno personalità del mondo della cultura, del cinema, dello spettacolo e della scuola.
La speranza degli organizzatori è che a concludere la manifestazione sia Roberto Vecchioni, cantante e professore insieme, con la sua “Chiamami ancora amore”, che racconta “i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perchè stanno uccidendo il pensiero”.
Le adesioni vengono raccolte sul sito adifesadellacostituzione.it  .
Ci sono le firme illustri e quelle dei cittadini.
C’è l’appello dell’associazione finiana FareFuturo firmato da Filippo Rossi, secondo il quale “è arrivato il tempo dell’azione, il tempo per una destra moderna e non berlusconiana di mettersi in gioco, di scendere in piazza. Perchè non si può più star zitti. Perchè il mondo vero è là fuori, non certo in Parlamento”.
E c’è quello dell’Unione degli Universitari, che ricordano, a chi rischia di dimenticarlo, chi sono: “Siamo quegli studenti che leggono, discutono e conoscono la Costituzione italiana, che si emozionano quando sentono parlare i Padri costituenti. Gli stessi studenti che rabbrividiscono quando la Costituzione viene vista dai partiti e dalle forze politiche come qualcosa da osannare o calpestare a seconda dello schieramento”.
E sembra già di sentire Vecchioni: “Per la nostra memoria gettata al vento, da questi signori del dolore, chiamami ancora amore”.
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Marzo 1st, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LE ACCUSE DI PLAGIO RIVELATE DALLA STAMPA, IL MINISTRO GUTTEMBERG SI E’ DIMESSO PER DIGNITA’ DA OGNI INCARICO…IN ITALIA DA MESI IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA BELSITO SI RIFIUTA DI MOSTRARE LA LAUREA FANTASMA CHE DICHIARA DI AVER CONSEGUITO, MA NESSUNO GLI CHIEDE LE DIMISSIONI
Il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, da giorni in difficoltà in
seguito alle accuse di plagio della sua tesi di dottorato, ha annunciato questa mattina le dimissioni da ogni incarico politico.
Come aveva anticipato la Bild nella sua edizione online, il ministro ha comunicato la sua decisione in una conferenza stampa questa mattina.
L’esponente Csu, partito fratello della Cdu, aveva già – secondo Bild – presentato le dimissioni alla cancelliera Angela Merkel.
Dopo le accuse affiorate nelle scorse settimane, l’ateneo di Bayreuth, dove il giovane ministro aveva ottenuto il suo dottorato in diritto internazionale, aveva aperto un’inchiesta dando due settimane di tempo a Guttenberg per fare chiarezza.
Nel frattempo il titolare della Difesa aveva rinunciato, seppure “temporaneamente”, al titolo accademico.
Trentanovenne, popolarissimo e in ascesa, vera star del governo Merkel, Guttenberg era considerato uno dei politici in campo conservatore di maggiore peso e carisma, proprio grazie alla sua immagine di onestà ed integrità , ed un possibile futuro candidato per il cancellierato.
E’ finito improvvisamente nella bufera dello scandalo copygate a metà febbraio, quando un professore di diritto, Andreas Fischer-Lescano, lo ha accusato su un quotidiano di “plagio sfacciato” perchè numerosi passaggi
della sua tesi di dottorato di 475 pagine erano quasi identici a testi precedentemente pubblicati da altri autori.
Accuse che il ministro, appoggiato dalla Merkel, aveva respinto.
Dopo le rivelazioni, l’opposizione era partita all’attacco, chiedendone le dimissioni se le accuse di plagio fossero state provate.
Termina così in maniera drammatica la vicenda nata dalla scoperata che il ministro della difesa aveva copiato gran parte della sua tesi di dottorato.
Sulla vicenda era intervenuto di nuovo anche il presidente del Bundestag, il conservatore Norbert Lammert (Cdu), che già nei giorni scorsi era stato critico nei confronti di Guttenberg: il caso, aveva detto lunedì al quotidiano Mitteldeutsche Zeitung, rappresenta un «chiodo nella bara della fiducia nella nostra democrazia».
Parole forti, che erano seguite alla pubblicazione di una lettera aperta indirizzata alla Merkel e firmata da circa 23 mila tra accademici, dottorandi e semplici cittadini: nella missiva si criticava la gestione della cancelliera, che fa una «parodia» del dottorato di ricerca.
Se fino alla settimana scorsa Guttenberg era stato assediato solo dalle forze politiche d’opposizione, quindi, da oggi la pressione comincia a salire anche all’interno della coalizione di governo.
Se in Germania è sufficiente “aver copiato” una tesi per porre una “questione morale” di incompatibilità con un ruolo politico, in Italia siamo ancora nei pressi del Terzo mondo, senza offesa per i Paesi emergenti.
Ricordiamo il caso del sottosegretario leghista Francesco Belsito, amministratore del Carroccio, che quando ha dovuto presentare il curriculum per un posto nel Cda di una finanziaria della regione Liguria ha indicato di essere laureato in Scienza della Comunicazione.
Salvo dopo due anni, entrando al Governo, indicare nel sito ufficiale del Ministero, una laurea in Scienze Politiche.
E salvo poi ammettere che la prima sarebbe stata conseguita a Malta (e quindi mai riconosciuta in Italia), mentre la seconda in Inghilterra in una non meglio precisata università .
In entrambi i casi il sottosegretario non ha mai esibito la copia della sedicente laurea, nè indicato l’ateneo di provenienza.
In compenso a Genova egli risulta, negli archivi dell’università , come “studi interrotti”.
Nonostante diversi articoli di stampa e interviste, Belsito non ha mai dato prova di essere laureato, rifiutandosi anche di esibire la relativa documentazione.
In Germania sarebbe già stato accompagnato alla porta per falso in atto pubblico, in Italia gestisce un ministero grazie alla Padagna ladrona.
Un bell’esempio di trasparenza.
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