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SIMULAZIONE ROSATELLUM: PD GUADAGNA, M5S PERDE RISPETTO ALL’ITALICUM

Ottobre 18th, 2017 Riccardo Fucile

E LA GOVERNABILITA’ RIMANE UN MIRAGGIO… LO STUDIO DELL’ISTITUTO CATTANEO

Le larghe intese saranno l’unica speranza per un governo stabile.
Ma il Pd con il Rosatellum guadagnerà  20 seggi, in gran parte tolti al M5s che sono penalizzati rispetto all’Italicum modificato in vigore.
Sono le conclusioni di una ricerca dell’Istituto Carlo Cattaneo per OpenGate che simula i risultati con il Rosatellum e il Consultellum in confronto alla situazione uscita dal voto 2013.
Cosa cambierà  per i partiti italiani con l’introduzione del Rosatellum bis?
Quale di loro diventerà  ‘più forte’ con la nuova legge elettorale?
Le simulazioni eseguite dai ricercatori Marco Valbruzzi e Rinaldo Vignati, studiando la distribuzione dei flussi elettorali delle ultime elezioni, rispondono a questa e altre domande.
“La realtà  italiana – spiega Laura Rovizzi, ad di OpenGate – è unica nel suo genere. Provare ad interpretarla nel migliore dei modi oggi può aiutarci ad ipotizzare al meglio cosa possiamo diventare domani”.
Nonostante si dica spesso che l’importante per una legge elettorale è garantire maggioranze solide e stabili, la simulazione del Cattaneo evidenzia come, anche con questo sistema, nessun partito o coalizione riuscirà  a ottenere la maggioranza assoluta alla Camera la sera stessa delle elezioni.
La distribuzione dei seggi sarà  comunque positiva per il Partito Democratico che ha fortemente voluto questa legge: rispetto alla situazione attuale (l’Italicum come modificato dalla consulta) i dem guadagnerebbero 20.
Il saldo rispetto alle scorse elezioni è però sensibilmente negativo: oltre 100 seggi in meno.
Al contrario, il Movimento 5 stelle risulta danneggiato, perdendo 24 seggi. Eppure – rispetto al 2013 – i ‘grillini’ otterrebbero comunque circa 60 seggi in più.
Avanzaè la destra: Lega Nord passa da 20 seggi attuali a 89 con il Rosatellum (83 con l’Italicum corretto). Fratelli d’Italia raddoppia: da 10 a 20 seggi.
In questo modo, la coalizione di centrodestra supera in numeri il Movimento 5 stelle e il Pd da solo.
La sinistra se unita (Sinistra italiana, Mdp, Campo progressista) otterrebbe poco più di 20 seggi.
I piccoli partiti risulteranno fondamentali: diventeranno delle “cerniere – spiegano i due studiosi – che potranno spostare gli equilibri del Parlamento”.
Dal punto di vista delle coalizioni, come detto, il centrodestra unito vale   oltre 200 seggi. Nell’ipotesi (difficile) in cui il Pd si allei sia con la Sinistra che con i centristi di Alfano, la coalizione raggiungerebbe i 239 seggi.
Lontano dalla maggioranza.
Con questi numeri, è solo una la coalizioni ipotizzabile per raggiungere una maggioranza.
La prima vede la creazione di un gruppo “di larghe intese”, con l’alleanza tra Pd, Forza Italia e le forze di centro che fanno capo a Alleanza Popolare, che riuscirebbe a ottenere la maggioranza dei seggi, seppur di poco e appoggiandosi per forza ai deputati eletti all’estero.
Impossibile invece un governo degli anti-sistema, con l’unione di M5s, Lega e Fratelli d’Italia-An. Sia perchè i pentastellati perchè non raggiungerebbero comunque i 315 seggi.
Le caratteristiche principali dei partiti.
L’analisi dei due statistici prende in considerazione gli ultimi cinque anni della vita politica, trovando degli elementi che in questo tempo si sono radicati. Il Movimento 5 stelle, ad esempio, durante questo periodo ha consolidato il suo elettorato. Il voto dei pentastellati non è risultato temporaneo, come si pensava all’inizio, ma anzi in ogni occasione si assiste a una grande partecipazione dei grillini.
Il Pd, al contrario, mostra una consistente parte dei suoi elettori che, pur restando fedele al partito, non segue le indicazioni dellla dirigenza.
Lo testimonia il referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, quando circa il 30% degli iscritti ha votato No, contrariamente alle decisioni dell’allora premier Matteo Renzi.
Il centrodestra, in particolare il Pdl, sta ancora affrontando una tendenza verso l’astensione che ha provocato una perdita consistente dei voti a favore.
Vantaggi e svantaggi dei sistemi elettorali
I collegi uninominali. La nuova legge elettorale, contrariamente alla situazione attuale (con Italicum per la Camera e Consultellum per il Senato), è coerente tra i due rami del Parlamento. Sarà  un sistema misto proporzionale (63%) e maggioritario (37%), senza premio di maggioranza e con una soglia di sbarramento per le singole liste fissata al 3%.
La presenza dei collegi, come è già  accaduto con le altre modalità  elettorali, favorisce la collaborazione fra i partiti, che alleandosi in coalizioni possono “guadagnare un bonus di seggi aggiuntivi”, spiegano gli studiosi.
In tutti i sistemi con collegi uninominali, a ‘guadagnarci’ sono i gruppi con un consenso concentrato in uno o più territori; in primis il Pd e Lega, rispettivamente in pole position nella “zona rossa” (Emilia Romagna, Toscana e Umbria) e nelle regioni settentrionali.
A uscirne svantaggiati saranno Forza Italia e M5S che “non hanno una classe politica locale stabile e si distribuiscono nelle regioni in modo omogeneo”.
La distribuzione dei seggi.
Per accedere alla Camera e al Senato bisogna superare due soglie, con lo sbarramento fissato al 10% dei voti, una per le coalizioni e un’altra per le liste singole. Ovviamente questo meccanismo favorirà  i partiti maggiori, che superano la percentuale richiesta.
Il Movimento 5 stelle, Pd, Forza Italia e Lega usciranno rafforzati, al contrario di quelli minori che per sopravvivere dovranno quasi necessariamente pensare a un’alleanza elettorale.
Per quanto riguarda l’assegnazione dei seggi del Rosatellum bis, nei collegi plurinominali non è previsto il voto di preferenza. “Questa particolarità  favorisce i partiti più compatti dal punto di vista organizzativo e ideologico, che possono essere rappresentati dai loro dirigenti”. Quindi chi potrebbe esserne colpito negativamente sono Pd, Lega e Fi che puntano molto al consenso degli elettori nei territori
L’INCERTEZZA VOLATILITà€
L’analisi sottolinea l’esistenza di una componente impossibile da considerare, cioè l’incertezza di una parte degli elettori italiani. Ad oggi, gli italiani che si definiscono “incerti” su quale partito sostenere si aggira intorno al 40%.
Una percentuale notevole che probabilmente sarà  l’ago della bilancia che decreterà  il partito vincitore.
Difficile per il momento scommettere su un gruppo politico in particolare: secondo le statistiche, almeno un terzo dei votanti ha cambiato la propria preferenza ad ogni elezione.
Una percentuale altissima, maggiore di quella del resto d’Europa, cosa che rende il sistema italiano più fragile.

(da agenzie)

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LE LARGHE INTESE CI SONO GIA’: COME HANNO VOTATO PD E FORZA ITALIA DA UN LATO E LEGA E M5S DALL’ALTRO IN QUESTA LEGISLATURA

Ottobre 17th, 2017 Riccardo Fucile

PER UN TERZO DELLE VOTAZIONI C’E STATA CONVERGENZA TRA RENZI E BERLUSCONI… MA LEGA E M5S HANNO VOTATO INSIEME IL 71% DELLE VOLTE

La Stampa pubblica oggi un’infografica che riepiloga i comportamenti delle forze politiche di questa legislatura a partire da aprile 2013: dal governo Letta all’attuale esecutivo guidato da Gentiloni, passando per i quasi tre anni di Renzi.
L’analisi dei dati parte dalla selezione di 80 voti chiave tra quelli pubblicati da OpenParlamento di OpenPolis.
Colpiscono tre cose.
Primo: il 32,5% per cento delle volte, praticamente in un caso su tre, Pd e Forza Italia hanno votato insieme.
Secondo: l’alleanza post-elezioni tra Lega e Movimento 5 Stelle sembra uno scenario possibile (la convergenza c’è nei 71% dei voti chiave), anche se il sì leghista al Rosatellum sembra aver incrinato i rapporti.
Terzo punto: la convergenza tra il Carroccio e Forza Italia (pari al 67,5%) è inferiore a quella tra grillini e forzisti.
Ecco quindi che le larghe intese, che potrebbero essere favorite dal voto con il Rosatellum Bis nel 2018, nei fatti si possono mostrare anche in questa legislatura.
Dove è di sicuro più significativo il risultato che riguarda PD e Forza Italia, se non altro perchè la Lega e il M5S sono entrambi all’opposizione e a volte si può votare no per motivi divergenti su una stessa legge.
Ma, spiega sempre La Stampa, dal 2013 al 2017 emerge uno spostamento a destra del Movimento.
Un elettore su tre dei Cinque stelle ritiene sbarchi e rifugiati tra i problemi più urgenti da risolvere in Italia (rilevazione Ipsos 2016) e il 70% di loro vede gli immigrati come un «peso» per il Paese.
Non stupisce così che un tema come lo Ius soli avvicini, nei comportamenti in Aula, Lega e Movimento.
In ultimo c’è da sottolineare che la convergenza tra Lega e FI è amplissima per quanto riguarda i provvedimenti economici (80%). Un buon viatico per il governo di centrodestra prossimo venturo. Sempre che abbia i numeri.

(da “NextQuotidiano”)

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ROSATELLUM BIS, AL SENATO MANCANO 12 VOTI

Ottobre 16th, 2017 Riccardo Fucile

SENZA MDP IL NUMERO LEGALE E’ A RISCHIO… IL PD PREPARA LA SOLUZIONE PATACCA CON LA COMPLICITA’ DI BERLUSCONI E SALVINI

Con la defezione di MDP mancano 12 voti al Senato per far approvare il Rosatellum. Le opposizioni di Berlusconi e Salvini non voteranno contro la fiducia, ma saranno presenti.
Se escono dall’aula anche Mdp, 5 stelle e le sinistre, il problema per il PD a quel punto non sarà  tanto strappare la maggioranza bensì garantire il numero legale dell’aula.
Alla quarta mancanza del quorum infatti la seduta viene sospesa. Spiega oggi Goffredo De Marchis su Repubblica:
Qui scatta la contromossa studiata dal gruppo del Pd a Palazzo Madama e già  oggetto di una discussione con forzisti e leghisti. I congedi vengono contati ai fine del raggiungimento del quorum.
Per il numero legale, «è necessario che sia presente la metà  più uno dei senatori (escludendo dal computo i senatori in congedo e quelli assenti per incarico avuto dal Senato o in ragione della loro carica di Ministro)», è scritto nel regolamento parlamentare. Perciò degli assenti giustificati diventano necessari per abbassare la soglia e non avere guai. Ne bastano dodici per stare sicuri.
Berlusconi e Salvini non dovrebbero fare fatica a convincere alcuni di loro. Non stupisce che il Partito democratico stia all’erta.
Perchè a Palazzo Madama i numeri della maggioranza sono molto risicati e perchè la legge non può rimbalzare alla Camera modificata.
Per questo si studiano tutte le possibilità  e si tiene un occhio sull’effetto che faranno le critiche di Giorgio Napolitano.
Il presidente emerito conferma che interverrà  in aula contestando sia il merito (la riforma) sia il metodo (la fiducia sulla legge elettorale). E non va escluso che presenti degli emendamenti per difendere il ruolo di proposta del Parlamento.
Nel Pd, con il tatto dovuto alla figura di Napolitano, si sta cercando di capire quanta “violenza” userà  il senatore a vita.

(da “NextQuotidiano”)

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ROSATELLUM, AL SENATO QUALCHE PATEMA PER IL NUMERO LEGALE

Ottobre 15th, 2017 Riccardo Fucile

E I VERDINIANI GIA’ ALZANO IL PREZZO: “VEDIAMO CHE FA IL PD SUL DDL FALANGA”

“La prossima settimana arriva alla Camera una legge che ci sta molto a cuore, non solo perchè porta il mio nome, ma perchè incide sulla vita di tanta gente del Sud”.
La costruzione della seconda fiducia sul Rosatellum, parafrasando una fortunata canzone di Ivano Fossati, passa anche attraverso l’utilizzo di qualche manufatto abusivo.
A sentire il verdiniano Ciro Falanga, infatti, se il Pd vorrà  passare indenne anche attraverso i flutti insidiosi di Palazzo Madama e portare alla firma di Mattarella la nuova legge elettorale, dovrà  prestare molta attenzione al trattamento della proposta di legge che porta il nome del senatore campano di Ala.
Che doveva essere esaminata alla Camera un paio di settimane fa, ma che è stata rinviata proprio a causa delle perplessità  che ha suscitato tra i dem con una coscienza ambientalista più spiccata.
“Noi al Rosatellum saremmo anche favorevoli, ma vogliamo vedere ad esempio se il Pd ha a cuore il Meridione d’Italia”.
Parole che, a pochi giorni dalla seconda lettura della legge elettorale, sono tutto un programma.
Per non parlare della sessione di bilancio che vedrà  impegnato il Parlamento praticamente fino a Natale, e che sancirà  di fatto la fine della legislatura: su questa Padoan ha già  fatto capire che non c’è trippa per gatti, ma pare difficile che i centristi di obbedienza verdiniana non abbiano già  celata in qualche cassetto una lista della spesa buttata giù per l’abbisogna.
E anche per questo che, secondo quanto filtra, ai piani alti del Nazareno vogliono chiudere la pratica legge elettorale prima della legge di stabilità .
Un collega di Falanga che per ora non vuole uscire allo scoperto dice di aspettarsi una “strategia dell’attenzione” da Renzi e i suoi, sempre per il Mezzogiorno, al momento della compilazione delle tabelle della legge di bilancio.
Al Nazareno, come sempre, l’idea di andare a contrattare coi verdiniani è abbordata con fastidio, ma non può essere scartata. Anzi, a dispetto dei numerosi ragionamenti che vogliono il percorso di Palazzo Madama meno accidentato, in realtà  i Dem sanno che le trappole non mancheranno, e questa volta si annidano nel raggiungimento del numero legale nel corso dei voti di fiducia, che saranno tre esattamente come a Montecitorio.
La road map è già  stata tracciata: martedì il Rosatellum arriva in commissione, dove languirà  una settimanella, dopodichè verrà  portato in aula anche nel caso (sicuro) che non sia stato completato l’esame degli emendamenti.
Ciò comporterà  l’impossibilità , da parte del governo, di calare un maxiemendamento e di porre la fiducia solo su quello. Si farà  come alla Camera, dunque, con tre fiducie per i primi tre articoli, due voti “liberi” per il quarto e il quinto, e il voto palese per l’intero provvedimento.
Quest’ultimo non ha storia: i franchi tiratori non potranno esercitarsi, e i numeri parlano chiaro, con addirittura 220 voti su 320, ovvero tutti tranne M5S, Mdp, Fdi e spezzoni di sinistra dentro al gruppo Misto. Mattarella sarebbe ultracontento, e il paese avrebbe una legge elettorale, a prescindere dalla sua efficacia, approvata con una larga maggioranza in entrambi i rami del Parlamento.
Ma se si parla di fiducia, allora il discorso cambia: i voti certi a favore sarebbero 140 più altri dal Misto, visto che FI, Lega, Ap, e altri gruppi non organici alla maggioranza non la voterebbero, ma per non ostacolare il provvedimento sarebbero costretti a uscire dall’aula, non essendo possibile l’opzione astensione (che da quelle parti vale voto contrario).
“Ed è qui casca l’asino”, osserva sempre più beffardo l’anonimo verdiniano, perchè se decidessero di uscire anche i senatori che si oppongono al Rosatellum, allora ci potrebbe essere il rischio della mancanza del numero legale, che – come tutto — a Palazzo Madama segue una regolamentazione particolare, e non prevede una quota fissa, ma una quota ricavata dal numero dei presenti all’inizio della seduta, a cui vanno sottratti i senatori assenti per missione o per motivo giustificato. Un numero comunque oscillante attorno a 161, che paradossalmente si raggiungerebbe senza patemi grazie al voto contrario di grillini e bersaniani (o solamente uno dei due), che allo stesso tempo sono pronti a tutto per far saltare tutto.
Uno stress fatto di calcoli mattutini, imboscate, convocazioni repentine e falsi allarmi che i Dem vogliono risparmiarsi, da un lato confidando nella via maestra di una fiducia “tecnica” votata da Fi e/o dalla Lega, che per ora appare solo una suggestione, o appunto per una trattativa serrata coi rognosi ma collaudati fornitori verdiniani.

(da “Huffingtonpost“)

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ROSATELLUM, IL RETROSCENA: RENZI E BERLUSCONI IN PRESSING SUI DEPUTATI

Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile

ALLEANZE, VIA ALLE INTESE… EVITATA LA FORMALIZZAZIONE DELLA CRISI DEL SISTEMA

La fiducia posta dal governo sulla legge elettorale aveva certificato la crisi dei partiti. La bocciatura della legge elettorale avrebbe formalizzato la crisi del sistema. L’onda sismica non avrebbe terremotato solo il premier e il suo governo, il Pd e il suo segretario, Forza Italia e il suo leader, avrebbe spianato il Parlamento e scosso il Quirinale, cioè – per dirla con il centrista Cesa – «tutti coloro i quali hanno apparecchiato il tavolo della trattativa sul Rosatellum».
Perciò un diccì come Rotondi, che ha vissuto la fine della prima Repubblica, nelle ore di vigilia sosteneva che l’affossamento della riforma sarebbe stato «peggio del ’92. Piuttosto che affannarci alle urne, faremmo prima a dare le chiavi del Palazzo a Grillo».
Complicato scoprire i renitenti
Ecco quale era la posta in gioco. Ecco perchè Gentiloni invitava a mettere «l’Italia al primo posto», siccome «non è il tempo dell’irresponsabilità ».
Ecco perchè Renzi e Berlusconi si erano approssimati all’appuntamento rinnovando l’appello ai rispettivi deputati.
Ognuno con il proprio stile. E se al telefono il Cavaliere firmava pagherò a tutti gli azzurri con un «garantisco io per te», il segretario democratico faceva diffondere messaggi nemmeno da decrittare: «Capisco che qualcuno, con questa legge, possa temere di non essere ricandidato. Ma se questa legge non passa, è certo che nessuno sarà  ricandidato».
In effetti sarebbe stato complicato scoprire i renitenti: i forzisti del Sud che temono di essere gabbati o quelli del Centro che nelle proiezioni non prenderebbero un collegio? E i democrat settentrionali davvero sarebbero più penalizzati di quelli meridionali? Per tutta la giornata si è inutilmente tentato di dare un volto ai franchi tiratori, militi ignoti destinati ad esser ricordati come «traditori» o «liberatori» a seconda della parte presa.
Quale fosse il loro ruolo per Bersani era chiaro, avendo incoraggiato in Aula al dissenso i suoi ex compagni del Pd, «anche perchè non sarebbe il caos come si va dicendo».
Fine del discorso, vivi applausi dei fittiani e corsa preoccupata verso quei banchi di un gruppo di forzisti e democratici.
Accordi lasciati a metà 
«Ma tanto non succederà  nulla», aveva pronosticato il leader di Mdp lasciando l’Emiciclo. E in effetti l’atmosfera in Transatlantico, rispetto ai tempi dell’accordo sul tedesco, non era quella dell’imboscata.
La presenza di Ap (e l’assenza dei grillini) nel patto aveva contribuito a stabilizzare l’alleanza e aveva consentito di usare la fiducia.
Eppoi che fosse cambiato il clima lo si capiva dal modo esagitato in cui parlava al cellulare Portas, detentore di un pacchetto di voti in Piemonte portati finora in dote al Pd: «Scusa, ma se lì ci sono 23 collegi…». Non si sa con chi stesse parlando e nemmeno come sia terminata la trattativa. Ma è da giorni che si imbastiscono accordi lasciati a metà  in attesa del voto segreto.
«Salvinizzazione del centro-destra»
Un voto che – fosse andato male – non avrebbe avuto un seguito. Gianni Letta, che fino a lunedì sperava in un «terzo tempo» sulla legge elettorale, dopo la fiducia si è arreso.
Sul merito la pensava pressappoco come Bersani, secondo il quale «bocciando il Rosatellum c’è sempre il Consultellum da aggiustare per arrivare a un proporzionale. E a quel punto si chiederebbe agli italiani da chi e in che modo farsi governare».
Ma il braccio destro di Berlusconi era consapevole che l’atto «tecnico» del governo aveva cambiato il quadro politico. Perciò ha cambiato approccio nelle conversazioni. «Bisognerà  lavorare per la riduzione del danno», ripete ora agli interlocutori: «Andrà  posta attenzione sulle candidature nei collegi», temendo che la riforma inneschi un processo di «salvinizzazione» del centro-destra. Fuochino.
«Al Nord abbiamo quanto abbiamo, al Sud – secondo i sondaggi – siamo davanti a FdI in tutte le regioni tranne una…», sorrideva ieri il vicesegretario della Lega Giorgetti, come si preparasse a un lauto pranzo.
Per garantire le elezioni il 4 marzo, il Rosatellum arriverà  al Senato blindato.
L’ex ministro delle Riforme Quagliariello sa che non ci sarà  spazio per modifiche e cerca di addolcire la cosa con ironia: «Tanto a me, più del capolista bloccato interessa la capolista bloccata».
E forza Napoli…

(da “il Corriere della Sera“)

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SIMULAZIONE IPSOS: NESSUNA MAGGIORANZA POSSIBILE ANCHE CON IL ROSATELLUM

Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile

QUALCHE SEGGIO IN PIU’ AL M5S, COALIZIONE VINCENTE IL CENTRODESTRA, MA I NUMERI PER GOVERNARE NON CI SONO

Chi ci guadagna con il Rosatellum Bis? A chi conviene la legge elettorale ieri votata alla Camera e che deve ancora passare al Senato?
Il Corriere della Sera pubblica oggi una simulazione in cui mete a confronto il Rosatellum Bis con l’Italicum, la legge elettorale partorita dal parlamento e bocciata dalla Corte Costituzionale prima di vederla all’opera.
A differenza dell’Italicum, il Rosatellum è un sistema misto. Un terzo dei parlamentari è eletto in collegi uninominali: il candidato più votato ottiene il seggio. Il resto con sistema proporzionale: i seggi sono ripartiti in base alle percentuali di voto dei partiti, con listini bloccati.
Alla Camera sono 231 i collegi uninominali, più quello della Valle d’Aosta, mentre 398 deputati sono eletti con il proporzionale. Al Senato sono 109 (più 7 di Valle d’Aostae Trentino-Alto Adige) i collegi, 199 i seggi assegnati con il proporzionale.
Con le ipotesi di alleanza della simulazione elaborata da IPSOS (PD con AP, centrodestra unito) il centrosinistra prenderebbe 174 seggi in totale, di cui al PD andrebbero 105; il M5S guadagnerebbe tre seggi portando il suo risultato a 178 e arriverebbe secondo alle elezioni mentre a guadagnare più seggi sarebbe il centrodestra che arriverebbe a 238 seggi.
Tutti sarebbero però di molto al di sotto della maggioranza necessaria per dare la fiducia a un governo.
E, sorpresa sorpresa, anche un accordo di larghe intese tra PD, AP e FI arriverebbe appena a 278 seggi.
L’unica coalizione in grado di sfiorare la maggioranza — e magari di centrarla di poco con i seggi esteri — è quella di M5S, Lega e FdI.

(da agenzie)

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SIMULAZIONE AGI: NUOVO PARLAMENTO SENZA MAGGIORANZA ANCHE CON IL ROSATELLUM

Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile

IN BASE AGLI ATTUALI SONDAGGI LA NUOVA LEGGE ELETTORALE NON SERVE A UNA MAZZA

Obiettivo 40%. Se non ci si avvicina a quella soglia (al momento un miraggio per tutte le forze politiche), nemmeno il cosiddetto Rosatellum bis, la nuova legge elettorale approvata alla Camera, potrà  garantire una maggioranza senza accordi in Parlamento tra partiti diversi.
È la conclusione a cui sono arrivati gli analisti del sito You Trend che, in collaborazione con l’Agi, hanno simulato un’elezione col sistema presentato dal Pd, utilizzando i numeri degli ultimi sondaggi: il risultato è che anche con il Rosatellum bis (che pure consente le coalizioni al contrario dell’attuale sistema, figlio delle sentenze della Consulta che hanno bocciato Italicum e Porcellum) le maggioranze “politiche” sono una chimera.
A patto che qualcuno non riesca a raggiungere quota 40%, l’unica che consentirebbe di avere i numeri per una solida maggioranza.
La legge elettorale sostenuta da Pd, Forza Italia, Lega e Ap, un misto di proporzionale (per il 64% dei seggi) e maggioritario (36%) costringerebbe il “vincitore” ad andare in cerca di un accordo post-voto direttamente in Parlamento, riaprendo dunque la porta a governi di larghe intese.
In nessuno dei quattro scenari calcolati, infatti, ci sarebbe una forza politica (o una coalizione) in grado di governare in solitaria.
Le cifre utilizzate da You Trend e Agi usano una “supermedia” ricavata da sondaggi recenti: in base a questa, attualmente ci sarebbe una sostanziale parità  tra Pd e M5S (27,8% contro 27,7%), con la Lega al terzo posto (14,8%), Forza Italia al quarto (13,4%) seguita poi da Fdi (4,7%) e Mdp (3,4) con Sinistra Italiana e Alternativa popolare al 2,4%.
La simulazione riguarda solo la Camera ma il conteggio non dovrebbe discostarsi troppo nemmeno per il Senato.
E dunque, calcola You Trend, “la somma dei partiti di centrodestra (32,9%) consente di conquistare (come coalizione) tra i 88 e i 108 collegi uninominali.
A questi si dovrebbero aggiungere i seggi ottenuti dalle tre liste nel proporzionale: 62 per la Lega, 57 per Forza Italia, 20 per FDI.
Totale: da 227 a 247 seggi”.
Lontanissima dalla maggioranza a Montecitorio fissata a 316, anche ipotizzando che la coalizione si aggiudichi tutti i 12 seggi esteri.
Al centrosinistra (considerato in questo caso come somma di Pd e Ap) andrebbero meno di 200 seggi.
In questo caso pure le larghe intese potrebbero essere complicate: un governo Pd-Ap-Fi sarebbe condizionato al numero dei seggi conquistati da Forza Italia, l’unico partito del centrodestra (al contrario di Lega e Fdi) che potrebbe dire sì a un governissimo.
Non troppo diverse le conclusioni anche per gli altri scenari, per i quali è stato ipotizzato che ciascuno dei tre poli riesca ad arrivare al 35% dei voti.
Se fosse il centrosinistra (o l’M5S) a raggiungere quella percentuale, i seggi conquistati si fermerebbero tra i 270 e i 280.
Fino a 290 potrebbe arrivare il centrodestra al 35%, comunque distante da quota 316.
E così, salvo sostanziosi balzi in avanti nei consensi da parte di una delle coalizioni nei prossimi mesi, nemmeno col Rosatellum bis sapremo la sera delle elezioni chi sarà  il vincitore e se sarà  in grado di formare un governo.

(da “NextQuotidiano”)

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COLLASSA IL SISTEMA MA SI SALVANO I SUOI CAPI

Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile

UN PUGNO DI LEADER MANDA TUTTI ALL’AMMASSO, ECCETTO SE’ STESSI

Legislatura anomala, votata sotto i colpi di una totale rivolta contro il sistema, tra vaffa lanciati come pietre e rottamazioni imbracciate come clava; continuata nel segno dell’evaporazione delle frontiere (fra idee e partiti) e dell’assottigliarsi delle regole; insomma la XVII legislatura della Repubblica italiana che ha avuto inizio venerdì 15 marzo 2013 è di fatto finita oggi, coerentemente con il suo inizio: con un’ennesima lacerazione.
La legge elettorale è stata approvata alla Camera con ricorso alla fiducia, superando il passaggio più difficile. Il voto è avvenuto alla vigilia del decennale del Pd, festeggiato senza (fra gli altri) Romano Prodi, che è stato presidente del Comitato nazionale per il Partito democratico, e poi presidente dell’Assemblea costituente nazionale del partito.
Divina dissonanza, o meravigliosa coincidenza: in fondo la battaglia intorno e dentro il Pd è stata la storia che ha percorso tutta la legislatura, e il suo cambio di pelle è stato davvero il segnale di un cambiamento dei tempi.
L’approvazione di una legge elettorale in queste circostanze prepara una campagna elettorale avvelenata. Ci sono pochi dubbi infatti che, qualunque sia il giudizio che si vuol dare di questa mossa — e il mio è negativo — il ricorso alla fiducia per l’approvazione delle leggi elettorali è un evento eccezionale, avvenuto solo quattro volte nella storia repubblicana. Due di queste quattro sono avvenute in questa legislatura: un altro indicatore, se ce n’era bisogno, che questa è stata una legislatura fra le più instabili.
È in questa identità  malata del Parlamento, nell’estrema crisi di questa istituzione, che va cercata oggi l’origine e la ragione del passo finale di queste ore.
Intanto, dal 2013, abbiamo contato tre premier non eletti: Letta, Renzi , Gentiloni — più Bersani che ha vinto il voto ma non ha avuto incarico.
Uno scollamento fra voto e rappresentanza potremmo dire di tripla potenza. Distanza poi riflessa dal collasso anche della stabilità  parlamentare, a causa di un numero di cambi di casacca senza precedenti. Al Senato i cambi sono arrivati a 231, portati a termine da 136 senatori — cioè il 42,50% dell’Aula. Alla Camera i cambi di gruppo a oggi sono 297, e hanno coinvolto 203 deputati, cioè il 32,22%. I due rami hanno totalizzato 528 cambi di gruppo da inizio legislatura, con 339 parlamentari transfughi: il 35,68% del totale. Un continuo tremore di poltrone, anticipazione e segno a sua volta di un cambio di identità  dei partiti stessi.
Le entrate e uscite dalle varie case politiche raccontano infatti molto bene il cambiamento di pelle dei partiti.
Alla Camera, i gruppi che registrano un saldo ingressi-uscite positivo sono il Misto (+20) con 85 parlamentari “conquistati” e 65 “persi” e Alternativa popolare (+27) con 38 nuovi ingressi e 11 uscite. Record negativo a Forza Italia (-46) con 52 perdite contro 6 ingressi.
Non va meglio neppure per M5S e Pd, che perdono rispettivamente 21 e 33 deputati.
Stessi trend al Senato, dove è FI a perdere più senatori (53) ed è il gruppo Misto a guadagnarne di più (46). E tuttavia questi stessi trend sono suscettibili a ulteriori cambiamenti: si segnala infatti in corso una nuova tendenza al ritorno verso Forza Italia, ora che il partito è tornato un player nazionale.
Non sorprende che per governare una tale confusa identità  collettiva, la fiducia sia stata usata in maniera muscolare: 98 volte dai 3 governi.
Invocata per ben il 51% delle leggi dal governo Gentiloni: incluso il voto per il Rosatellum, vi ha fatto ricorso 22 volte. Il precedente esecutivo Renzi ha usato 66 voti di fiducia, cioè per il 26% delle leggi approvate. Letta ha usato la fiducia 10 volte, per il 27% delle leggi passate.
Tutti questi numeri portano a una conclusione ovvia: la fiducia sulla legge elettorale che chiude la porta su questa legislatura è una scelta che è quasi un’abitudine. Frutto degli sconquassi, e delle forzature, degli assalti e della delegittimazione del Parlamento. È una scelta che svela la fragilità  che ha percorso l’intero assetto di questo ultimo quinquennio politico — una storia di questo periodo molto diversa dalle retoriche ufficiali.
Ma non solo di questo si tratta. La fretta di approvare la legge nasce da una fragilità  ma ha uno scopo chiaro: aggirare questa incertezza per affermare un meccanismo di autodifesa degli assetti di sistema.
Il Rosatellum infatti conferma la solita dote che tutte le ultime leggi elettorali hanno conferito ai leader politici: quella di designare, attraverso i nominati, un nuovo Parlamento a propria immagine e somiglianza. In altre parole, grazie alla fiducia, in fretta e in sicurezza, si sono garantiti la sopravvivenza Renzi, Salvini, Berlusconi, Verdini, Alfano — mentre al macero andranno tutti gli altri.
In sintesi, alla sua fine, la legislatura XVII può dire di aver ottenuto il collasso del sistema — ma non dei capi di questo sistema stesso, che, con una discutibile manovra istituzionale sono riusciti a mandare all’ammasso tutti, eccetto sè stessi.

Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)

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RICANDIDATURE ALL’ASTA E I FRANCHI TIRATORI DIVENTANO SOLO 66

Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile

PROCESSIONE DI PEONES ALLA RICERCA DI UN SEGGIO… FRANCESCHINI E ROSATO LI COCCOLANO, LE TELEFONATE DI RENZI

Alla fine la lotteria dei franchi tiratori si trasforma in un’asta per i nuovi collegi.
Pippo Civati, parlottando coi suoi, all’ennesima sigaretta: “Oggi ne sto sentendo di tutti i colori… Rosato è venuto ha offrirmi un collegio, dicendo ‘torna con noi, tu vieni rieletto”. Offerte, parole rassicuranti, coccole a parlamentari normalmente ignorati, battute, dialoghi anche muti, per sedare le paure del potenziale franco tiratore. La sala lettura è quasi buia, due carneadi del Parlamento si scambiano foglietti, senza parlare: “Veneto 1, quanti?” scrive l’uno. L’altro: “25”.
§Il seggio è tutto, e tutto ruota attorno a un seggio, in una giornata senza pathos, a tratti noiosa, di una legge elettorale vissuta tra i contrenti del “patto” come una pietanza sciapa, nella cucina della politica.
E alla fine, la strategia della rassicurazione funziona. Ai favorevoli alla legge mancano 66 voti rispetto ai voti disponibili. Una quarantina gli assenti.
Quella vecchia volpe di Angelo Sanza, che fu sottosegretario alla presidenza del consiglio con De Mita e ora è un ascoltato amico di Pisapia, nel pomeriggio spiega sornione: “Sono tutti morti di paura. Guardali: anime disperse. Ognuno cerca il suo collegio, ma nessuno sa dove sta”.
Poi fornisce l’identikit del franco tiratore: “In linea di massima sono quelli che hanno un po’ di voti. E dunque vogliono il proporzionale perchè così hanno le preferenze. Però siccome hanno i voti vogliono essere ricandidati e dunque hanno paura di essere beccati. Per questo friggono. Nel Pd i portatori di voti sono pochi, il grosso sono i ragazzotti di Bersani che ora stanno con Renzi perchè li deve rinominare”.
In sala fumatori, c’è la fila attorno a Giacomo Portas. “Quanti ne eleggiamo in Lombardia?”. Giacomo Portas è il leader dei Moderati, una lista regionale del Piemonte, circa 50mila voti. Con questo sistema elettorale, servono come il pane per vincere nei collegi da quelle parti.
Aria sorniona, Portas custodisce gelosamente nel proprio smartphone un file excel da lui elaborato, con tutte le simulazioni possibili di riparto dei seggi, per ogni collegio uninominale e plurinominale, in base alle possibili percentuali di consenso di tutti i partiti: “Giacomo, secondo te, quanti ne scattano sul proporzionale in Sicilia? Facci vedere il foglio”.
Manca qualche ora al voto sul Rosatellum. I peones di tutti gli schieramenti chiedono rassicurazioni sul proprio futuro.
Transatlantico presidiato.
Ecco Lorenzo Guerini, il mite vicesegretario del Pd, grande tessitore della trama con i parlamentari di Pisapia. Parla a uno ad uno con tutti i colleghi: “Sono giorni che ho messo qui le tende”.
I democristiani, come si faceva una volta, presidiano il territorio. E in lunghi discorsi intrecciano spiegazioni politiche e rassicurazioni personali. Parlamentari presi sottobraccio, fino a corridoio dei passi perduti.
Dario Franceschini, unico dei ministri presenti sin dal mattino, erano mesi che non lo si vedeva così presente. Si siede sui divanetti, telefona, va a pranzo con Rosato: “È il capocorrente di Mattarella nel Pd — sussurra malizioso un parlamentare. Deve garantire la riuscita dell’operazione. I nostri stanno come i matti”.
I più inquieti sono i lombardi, i veneti, i siciliani deve senza coalizione il maggioritario è un bagno di sangue. L’intera giornata è seguita da Matteo Renzi, a distanza, che chiama direttamente i “capibastone”, per tenere le fila del controllo del voto.
Uomini più agitati delle donne, perchè col meccanismo dell’alternanza di genere hanno più chances di rientrare, parlamentari di Forza Italia più agitati di quelli del Pd. Soprattutto quelli del Sud, che hanno dovuto ingoiare l’alleanza con Lega e che dovranno garantire l’elezione di parlamentari del Carroccio.
Sono almeno venti, venticinque, tanto che a metà  giornata Mara Carfagna deve uscire in agenzia per rassicurare che “Forza Italia sarà  leale”.
Scorre così la giornata che di fatto chiude la legislatura senza picchi, senza la solennità  di una discussione all’altezza dell’importanza della legge.
Dentro il Palazzo, le candidature promesse sono la colla di questa manovra di Sistema in cui i leader salvano se stessi e tirano su un meccanismo perfetto per far fuori gli altri (le “ali” si sarebbe detto una volta).
Gli altri, che in questo essere fuori, ritrovano la piazza di un tempo, urlante di fronte al portone del Palazzo, “o-ne-stà “, “o-ne-stà “. E con essa il leader, l’emozione, il brivido del 2013, l’essere “contro” un sistema che li taglia fuori.
“Bel favore gli abbiamo fatto, erano spompati”, dicono dentro, dove rimbomba, per tutto il giorno, questa sorta di resurrezione ai limiti del parossismo, quando l’urlo “Roma ti ama” annuncia l’arrivo della Raggi.
A metà  pomeriggio un silenzio denso, rispettoso, attento, attraversa l’Aula, quando prende la parola Pier Luigi Bersani. Il suo è un discorso composto, appassionato: “Chiedo io: dove sono i liberali, quelli che dicono che le regole sono sostanza? Lo dico col cuore in mano: se ci fermiamo non si va nel caos, ci sono soluzioni abbordabili anche negli ultimi mesi di legislatura”.
Scatta invece un applauso, nella piazza pentastellata, quando Roberto Speranza parla di “pagina nera” e annuncia che, da oggi, Mdp sarà  all’opposizione.
Come gli altri esclusi dalla forzatura di Sistema. Alle 21,30 si illumina il tabellone dell’Aula. E nell’applauso del Pd si confondono tutti, sommersi e salvati.

(da “Huffingtonpost”)

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