Gennaio 14th, 2018 Riccardo Fucile
DA ALFANO A GIOVANARDI, DA CALENDA ALLA FINOCCHIARO, DALLA BINDI A DI BATTISTA: CHI PER FORZA CHI PER CONVENIENZA
Se siete già saturi della campagna elettorale, pensate che ci sono nomi e volti che non
vedrete più, quanto meno in Parlamento — perchè, va detto, alcuni potreste anche ritrovarveli, chissà , come ministri.
Fatto sta che alle elezioni del 4 marzo non si ricandideranno, o per “dedicarsi ai figli” o per fare un passo indietro dopo decenni nelle istituzioni.
Ne abbiamo selezionati otto.
A dire addio per dedicarsi al figlio, anche se poi bisognerà vedere cosa succederà dopo il 4 marzo, è stato Alessandro Di Battista: “Non mi ricandido. È una scelta mia, alla quale la nascita di mio figlio ha dato più benzina”, ha annunciato su Facebook. Altro addio di primo piano è quello di Angelino Alfano, che ha spiegato che non correrà alle prossime elezioni.
A rifiutare una candidatura in Parlamento è stato anche il ministro Carlo Calenda, in corsa con Scelta civica alla Camera nel 2013 ma non eletto. Per lui un posto in lista lo avrebbe trovato volentieri il Pd.
Non vedremo più in Parlamento una veterana come Anna Finocchiaro: “Finisco qui il mio mandato”, ha annunciato la ministra dei Rapporti con il Parlamento in una recente intervista alla Stampa.
Nè un altro storico volto del Pd come Rosy Bindi, che tempo fa aveva annunciato la decisione di non voler più correre.
Non parteciperà nemmeno Vannino Chiti: “La legislatura che si sta concludendo per me sarà l’ultima”, ha spiegato non nascondendo qualche nota amara: “Non ho condiviso la scelta del Pd sulla legge elettorale”. Così come il giornalista Massimo Mucchetti (Pd): anche lui non sarà della partita.
Niente più Transatlantico anche per Carlo Giovanardi, in Parlamento ininterrottamente dal 1992: “Ho 68 anni. Nessun accanimento. Bisogna sapere quando dire basta”, ha spiegato.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
MASSIMO VERRECCHIA (AP) E’ SUBENTRATO A PICCONI: PERCEPIRA’ 10.000 EURO AL MESE PER DUE MESI
A pochi giorni dal triplice fischio da parte del capo dello Stato Sergio Mattarella si è
ritrovato deputato in quota Ap perchè primo dei non eletti in Abruzzo.
Massimo Verrecchia è soddisfatto da quando l’aula di Montecitorio ha accolto le dimissioni di Filippo Picconi. Al punto da affermare: «Per me è un’opportunità ».
Onorevole Verrecchia, la legislatura volge al termini: è soddisfatto perchè percepirà un paio di mensilità da circa 10 mila euro? Le sembra giusto?
«Guardi, non sono un disoccupato e non sono certo andato alla ricerca di un incarico per due mesi. Lo dico a chiare lettere: non ho bisogno di emolumenti».
Si è già informato sulle mensilità che le accrediteranno?
«Non lo so, a quello non guardo. Ripeto, faccio politica per passione. Riuscire a raggiungere un traguardo così importante è per me motivo di orgoglio. Punto».
È riconoscente nei confronti di Piccone?
«Perchè dovrei esserlo? Essere riconoscente significa che qualcuno ha fatto qualcosa nei miei confronti. Ma, come saprete, Piccone ha lasciato per ragioni personali».
Almeno lo ha ringraziato?
«Se si è dimesso per ragioni personali non capisco perchè lo debba ringraziare. Di certo, rispetto la sua scelta, e sono molto felice di sostituirlo».
È già al lavoro?
«Domani (ndr. oggi per chi legge) sarò a Roma e vedremo in questi giorni se ci sarà da fare qualcosa».
Dica la verità : desidera che Mattarella allunghi il più possibile la legislatura?
«Assolutamente no».
In merito alla diaspora che si è consumata dentro Alternativa popolare con chi si schiererà ? Con MaurizioLupi o con Beatrice Lorenzin?
«Il mio gruppo di Avezzano starà nel centrodestra». Perchè? «Ho sempre mantenuto sul territorio questa indicazione. E ho sempre considerato i governi succeduti come tecnico-politico. Già qualche mese fa in occasione delle comunali di giugno mi sono schierato con il centrodestra in contrapposizione al Pd».
Si ricandiderà ?
«Vedremo, sono un amministratore locale, valuteremo questa possibilità »
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
“FU UN INCONTRO CORDIALE, SI PARLO’ DI UNA EVENTUALE INTERVENTO SU BANCA ETRURIA DA PARTE DI UNICREDIT, MA NULLA DI PIU'”
«Alla fine la ministra Boschi mi chiese se era possibile un intervento da parte di
Unicredit su Banca Etruria, per un’acquisizione o una partecipazione nel capitale. Risposi che non ero in grado di dare una risposta nè positiva nè negativa, ma che stavamo esaminando il dossier. Ci lasciammo a fine meeting con questo accordo: l’ultima parola spettava a Unicredit, che avrebbe agito esclusivamente nel suo interesse»: Federico Ghizzoni conferma la versione di Ferruccio De Bortoli sulla storia di Maria Elena Boschi e Piazza Cordusio, escludendo “pressioni” da parte della ministra.
Poi Ghizzoni parla di una mail inviata da Marco Carrai in cui quest’ultimo gli chiede della banca, a cui lui rispose dicendo: “Ti confermo che stiamo lavorando, quando avremo finito contatteremo i vertici di Etruria per una risposta. La risposta alla banca gliel’abbiamo data il 29 gennaio 2015”.
Sulla Boschi Ghizzoni ricorda: “Fu un colloquio cordiale, non avvertii pressioni da parte del ministro Boschi e ci lasciammo su queste basi. Da quel momento in poi non ci sono stati ulteriori contatti, le strutture continuavano a lavorare su un’ipotesi di acquisizione” di Etruria.
La Boschi ha annunciato un’azione civile di risarcimento danni nei confronti di Ferruccio De Bortoli perchè nel suo ultimo libro, “Poteri Forti (o quasi)”, aveva raccontato la vicenda.
Il colloquio con la Boschi si svolse il 12 dicembre 2014. Alla richiesta di confermare quanto scritto nel libro di De Bortoli, Ghizzoni risponde: “L’incontro fu nel 2015 e nel 2014, non ho spiegato che un’altra delle ragioni per cui la ministra mi chiese se potevo valutare un ingresso in Banca Etruria erano le dimensioni della banca. Fu una richiesta che considerai abbastanza normale, ma soprattutto un CEO di una banca come Unicredit deve essere in grado di mettere in chiaro che è la banca che prende la decisione”.
«Da Boschi nessuna pressione»
Poi Ghizzoni racconta che l’analisi fu fatta dai tecnici della banca, senza alcuna pressione: alla fine si decise per il no viste le condizioni dell’istituto di credito.
(da agenzie)
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Dicembre 14th, 2017 Riccardo Fucile
E SI SCATENA LA SOLITA POLEMICA TRA OPPOSIZIONE E GOVERNO
Su Banca Etruria “ho avuto modo di parlare della questione con l’allora ministro Boschi”, che espresse “un quadro di preoccupazione perchè a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro”.
Lo ha detto il presidente della Consob Giuseppe Vegas in audizione alla commissione banche precisando che “io le risposi che Consob non era competente” sulle scelte di aggregazione delle banche.
In quell’occasione, ha precisato Vegas, fu il ministro “che chiese di vedermi e venne a Milano”. A chi gli chiedeva se avesse affrontato il tema di Etruria in altri momenti, Vegas ha detto che “Boschi mi disse in un’altra occasione che suo padre sarebbe diventato vicepresidente”.
Alla domanda di Davide Zoggia sulle anomale oscillazioni del titolo Etruria a cavallo del decreto di riforma delle Popolari, Vegas ha risposto: “Abbiamo riscontrato che c’erano stati alcuni movimenti anomali, sono state fatte indagini anche con rogatorie internazionali e sono state sentite anche diverse persone, soprattutto un noto finanziere”.
“Però – ha continuato Vegas – gli uffici hanno riscontrato che i movimenti fatti da questo finanziere…”. A questo punto il presidente della commissione, Pier Ferdinando Casini, è intervenuto per secretare la seduta per qualche minuto.
Inutile dire che le parole di Vegas costituiranno arma di polemica politica contro Maria Elena Boschi e il Partito Democratico
Vegas ha detto poi di aver incontrato anche altri ministri: “E’ chiaro, è una cosa ovvia, a cominciare dal ministro dell’Economia. Non dico che ci sia una interlocuzione giornaliera ma quasi”. Le preoccupazioni sulla fusione di Banca Etruria e BPVI non sono una novità , visto che la Boschi ne parlò apertamente in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche tempo fa che oggi appare profetica.
Durante l’audizione Vegas ha parlato anche di indagini della Consob su un “noto finanziere”, senza farne il nome.
“Abbiamo riscontrato che c’erano stati alcuni movimenti anomali, sono state fatte indagini anche con rogatorie internazionali e sono state sentite anche diverse persone, soprattutto un noto finanziere”.
Facile indovinare chi sia il “noto finanziere” e come sia terminata la frase di Vegas, anche se Casini ha secretato la seduta: probabilmente si tratta di Davide Serra, che era stato chiamato in causa dal MoVimento 5 Stelle in occasione della mozione di sfiducia nei confronti di Maria Elena Boschi pur avendo da tempo chiarito di non aver operato su Banca Etruria.
Successivamente Serra aveva annunciato di aver querelato Luigi Di Maio ed è quindi facile comprendere come finisse la frase di Vegas: i movimenti fatti dal finanziere non c’entravano nulla con Banca Etruria.
Giuseppe Vegas, due volte viceministro dell’Economia e Finanze dei governi Berlusconi, presidente uscente di Consob, negli ultimi tempi era stato dato come favorito per il ruolo di presidente della Lega Calcio.
Nell’occasione l’avanzata di Vegas, che si diceva fosse appoggiato da Claudio Lotito, è stata stoppata da Luca Lotti e Malagò.
Intanto fioccano le richieste di dimissioni per Maria Elena Boschi: le chiedono Liberi e Uguali con Roberto Speranza e il MoVimento 5 Stelle con Carlo Sibilia, accusandola di aver mentito al Parlamento.
Qualche tempo fa MEB ha annunciato un’azione di risarcimento civile nei confronti di Ferruccio De Bortoli per la storia di Ghizzoni
Vegas ha anche difeso l’operato di Banca d’Italia a proposito della mancata circolazione di informazioni sensibili sugli istituti di credito. Bankitalia, ha sostenuto Vegas, “ha il diritto di fare quello che ritiene più opportuno, perchè l’obiettivo della stabilità è ritenuto fondamentale dalla legge”. Se la Banca d’Italia ritiene che l’operazione effettuata da una banca “debba essere fatta perchè questa serve a mantenere la stabilità del sistema, fa bene a non comunicarlo alla Consob”.
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
PANICO DA SEGGIO PER I PARLAMENTARI: NEL PD SALTERANNO UN CENTINAIO DI DEPUTATI, ALFANIANI SU PIU’ TAVOLI, MASSA DI RICICLATI NELLA LEGA, BERLUSCONI PER INSERIRE GIOVANI
La legislatura affonda. E come sul Titanic i passeggeri vanno in cerca di una
scialuppa per salvarsi. I passeggeri sono i parlamentari consapevoli che i posti sono pochi e ci si deve affrettare.
Nel Pd è già panico. All’inizio di questa legislatura il Pd aveva 300 parlamentari e 107 senatori. Adesso, facendo qualche calcolo approssimativo (ancora non sono definitivi i collegi), rischia di prenderne la metà : “Realisticamente — dicono fonti abituate a far di conto — se raggiungiamo il 25 per cento, ne prendiamo 150 alla Camera e 70 al Senato con questa legge elettorale”. Tra questi c’è da tutelare alcuni tra gli uscenti e inserire i nuovi.
Per questo i cosiddetti pontieri sono all’opera per un ultimo, disperato tentativo.
Emiliano ha contatti con Pietro Grasso, ma è soprattutto Dario Franceschini impegnato a parlare con tutti i big di Mdp: “Così — è il senso del suo ragionamento — ci facciamo male noi e voi, anche voi perdete un sacco di seggi rispetto alla situazione attuale”. Tentativo complicato, con le macchine elettorali già in moto.
E con Renzi già lanciato nella sua corsa solitaria: “Alla fine — va ripetendo ai suoi — noi ne prenderemo duecento e quelli di Mdp non più di venti. Poi ci spiegheranno che ci fanno”. È chiaro che, da lunedì, quando il presidente del Senato sarà in campo come leader, sarà ancora più complicata la trattativa perchè ognuno metterà condizioni ancora più alte.
Il segretario del Pd per ora manda messaggi rassicuranti, per non aprire anzitempo il fronte interno: “Non farò quello che gli altri hanno fatto a me. A ognuno la sua rappresentanza tranne la società civile”.
Parole che però non rassicurano nessuno, perchè i posti disponibili sono di meno. E, giorno dopo giorno, si aggiungono nomi di entranti da garantire.
Tornerà Piero Fassino, impegnato in questo giro di “consultazioni”.
Tra gli sconfitti alle tornate amministrative di questi anni da portare in Parlamento c’è Raffaella Paita e Maria Rita Rossa, ex sindaco di Alessandria.
Cuperlo, per ora, è l’unica minoranza già garantita, dicono al Nazareno con quattro-cinque collegi.
Dice un renziano di rango: “Prima ancora delle quote interne al partito, c’è da capire la coalizione. La coalizione, se si fa, la paghiamo col sangue. La Lorenzin? Vorrà un collegio buono. Casini e Galletti? Anche. Così come i quattro o cinque di Pisapia. Sono tutti posti che tolgono a noi”.
E toglie posti la società civile che Renzi vuole per sbandierare il rinnovamento: Lucia Annibali, Paolo Siani, Burioni, Federica Angeli, Annalisa Chirico, tutti nomi vissuti con sospetto anche da parlamentari fedelissimi del segretario.
Ognuno ha il suo iceberg.
Alla buvette del Senato, Giuseppe Castiglione, il sottosegretario indagato sul Cara di Mineo è avvicinato da parecchie anime in pena di Alleanza Popolare. Rassicura qualcuno: “Faremo l’accordo col centrosinistra”. Poche minuti più tardi passa il viceministro Luigi Casero, dello stesso partito: “Alla fine chiudiamo col centrodestra”.
Il coordinatore Maurizio Lupi è impegnato su più tavoli per garantirsi un pugno di posti sicuri. Parla con Lorenzo Guerini, ha contatti con Arcore. In un clima di totale confusione slitta anche l’ennesima direzione del suo partitino prevista per venerdì.
Nelle truppe è un fuggi fuggi alla ricerca di un posto. Il senatore Bruno Mancuso ha lasciato il gruppo in direzione Fratelli d’Italia. Alfano, invece, lavora a una lista con Casini e Dellai alleato del Pd, con l’obiettivo di mettersi al riparo sul proporzionale in Sicilia.
Dicono le vecchie volpi del Parlamento: “Ormai siamo alle mosche impazzite nel bicchiere”.
Matteo Salvini ha chiesto di “chiudere le porte”, perchè la Lega, in ascesa di consensi, rischia di diventare una bad company di riciclati. Sono passati alla Lega Nuccio Altieri e Roberto Marti, due parlamentari pugliesi che stavano con Fitto, ultimi di una serie di arrivi dopo Alessandro Pagano, Angelo Attaguile e Pina Castiello.
Ora, dice Salvini, basta. Qualche candidato sarà dato all’Ugl, il sindacato di destra che si è schierato con la Lega, ma non avranno seggi Alemanno e Storace, per evitare l’effetto da “vecchio che avanza”.
In questa competizione tutta a destra, tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, Daniela Santanchè, secondo i ben informati, starebbe per aderire a Fratelli d’Italia.
Donna di destra di quelle toste, è complicato che possa rimanere dentro Forza Italia su questa linea “moderata”. È altrettanto complicato pensare che Berlusconi sia estraneo all’operazione, così come nel 2008 la incoraggiò a fare la leader della Destra in funzione anti-Fini.
Già Berlusconi. Nel suo fantastico mondo, come sempre, di criteri per la selezione delle liste ancora non ce ne sono. E, come sempre, il Cavaliere, nel corso dei suoi incontri, ha promesso seggi qua e là a giovani di talento. Anzi, è già nella fase in cui regala sogni di ministeri.
Gli piace molto, ad esempio, il sindaco di Ascoli Piceno Guido Castelli: “Quando vinciamo, lo faccio ministro”. E in Parlamento, tra i suoi, cresce il nervosismo: “Non ci si riesce più a parlare con Berlusconi. Qua non si capisce più niente”.
(da “Huffintonpost”)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
DA BONAIUTI A ROSY BINDI, DA SPOSETTI A BOMBASSEI: ECCO CHI NON SARA’ RICANDIDATO
And rea Vecchio è un giovanotto di 77 anni, che indossa con un’eleganza
cavalleresca un cappello a falde larghe rosso e un foulard giallo. Ha la Sicilia in bocca come pensiero, suggestione, disincanto: «Qui non si fa una minchia. E non perchè i deputati non vogliano. Molti sognano di essere ricandidati, ma da qualche tempo in Transatlantico li vedo muoversi come tanti cadaveri…».
Vecchio ha una vita che è tante vite insieme. Da garzone dietro a suo padre muratore diventa imprenditore edile, che vuol dire incocciare prima o poi contro la mafia. Lui dice no al pizzo, diventa un narratore civile, gira le scuole.
Mario Monti lo preleva e lo inserisce nella squadra delle eccellenze da portare in Parlamento. La disillusione è questione di mesi.
Oggi è solo la conquistata serenità di non aver potuto fare molto: «Ho una certa età , mica sono Berlusconi. Voglio dedicarmi a una nuova avventura, la scrittura».
Un po’ come Alessandro Di Battista, il reporter-guerrigliero grillino? Ride: «Anche io ho un libro appena uscito, prefazione di Edoardo Nesi». Si chiama Viaggio di una vita .
Nesi è un amico che ha trovato nel partito liquefatto di Monti, e che condividerà la stessa strada. Una legislatura appena e via. Imprenditore-scrittore, arrivò nel 2013 che aveva vinto due anni prima lo Strega. L’unica cosa certa è che del partito di Monti in Parlamento nella prossima legislatura ci sarà Monti, senatore a vita.
Non dovrebbe esserci Alberto Bombassei, presidente della Brembo: «L’esperienza alla Camera è stata inebriante e ho imparato tanto ma…». Ma? «Credo di essere più utile da imprenditore…».
Grillini in fuga
Tra gli esordienti decisi al gran rifiuto ci sono altri 5 Stelle, stretti purtroppo dall’ingombrante mitologia di Di Battista.
Silvia Giordano non ha un lavoro che l’aspetta nè un’idea chiara di cosa farà : «Ma qui mi sento invecchiare dentro. Spero nell’approvazione della legge sul biotestamento, darebbe un senso a questa esperienza».
Come lei non tornerà il grillino Mimmo Pisano, già in plancia nella sua impresa di ascensori. Deluso: «Dovevamo fare la rivoluzione. E invece è stato un fallimento».
I 5 Stelle stanno studiando come superare l’incubo dei collegi uninominali mettendo a riparo i big nel listino proporzionale e derogando così al divieto delle pluricandidature.
Ognuno ha i suoi grattacapi. In realtà è un vero e proprio psicodramma da imminente horror vacui quello che si vive nel Pd.
Ieri si faceva di conto sul nuovo sondaggio Ixè che dà i democratici terzi al 28,6%. Vuol dire 162 seggi alla Camera. I deputati uscenti sono 283.
Il che significa 120 posti in meno. Al netto dell’imprevedibilità di Matteo Renzi, si ragionava su un’ottantina di deputati al massimo che il segretario riconfermerà .
Totale: duecento deputati che sanno di essere più fuori che dentro. C’è chi corre ai ripari e ha un piano B, soprattutto tra i lombardi e i laziali che possono sfruttare le contemporanee elezioni regionali.
Andrea Ferro e Marietta Tidei hanno già optato per una poltrona da consigliere nel Lazio. Il clima non è dei migliori e certo lo scouting di Renzi sul treno per l’Italia non aiuta. Ci saranno rinunce naturali e rinunce forzate.
Deroghe e silurati
L’infinita rottamazione mieterà altre vittime, ma in un Parlamento che si prepara a rivedere Massimo D’Alema, anche il segretario Pd sa che non può privarsi di tutti i seniores che hanno superato il tetto delle tre legislature fissato da statuto.
Rosy Bindi ha già detto addio. Lo stesso ha fatto l’ex tesoriere Ds Ugo Sposetti.
Per gli altri, tra i quali non proprio dei peones come il premier Paolo Gentiloni, i ministri Marco Minniti e Roberta Pinotti, è prevista una super deroga.
Anna Finocchiaro, entrata in Parlamento nel 1987, potrebbe esserci ancora ma con il sogno di finire alla Corte Costituzionale. Per raggiunti limiti di età , si godranno la pensione da senatori dem anche due importanti teste come l’ex presidente Rai Sergio Zavoli e il filosofo operaista Mario Tronti.
Dove si fa un gran movimento per riveder la luce è dalle parti di Silvio Berlusconi.
L’ex Cavaliere perde in Parlamento un altro dei fondatori di Forza Italia, Antonio Martino, che lascia la Camera senza troppi rimpianti e una semplice motivazione: «Non ho più voglia».
In generale però l’ebbrezza della probabile vittoria fa tirare sospiri di sollievo collettivi. Con qualche eccezione eccellente, viste le ferite non rimarginate di tradimenti vecchi e recenti. Daniela Santanchè che va dicendo in giro di essere tranquilla «perchè se non mi vuole Berlusconi mi candiderà la Lega», magari in cambio di Umberto Bossi a cui l’ex premier ha promesso una candidatura se il Carroccio lo tromberà .
In uscita anche il cantore del berlusconismo che fu Sandro Bondi e lo storico portavoce Paolo Bonaiuti passato con i popolari di Angelino Alfano, che risponde scocciato: «Sentiamoci più avanti».
Anche il senatore Francesco Colucci girò le spalle a Berlusconi ma l’antica amicizia è rimasta. Solo che Colucci è entrato in Parlamento nel 1972 e ha fatto nove legislature di seguito.
C’erano i governi Andreotti, Rumor, Moro, Matteo Renzi non era nato, Berlusconi non aveva completato Milano 2 e l’Italia era una nazionale competitiva.
«Forse – ha detto ai colleghi – potrei chiudere qui».
(da “La Stampa”)
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Novembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
SI PUO’ TORNARE IL PARLAMENTO CON 1% DEI VOTI, E’ INIZIATA LA CORSA, ECCO CHI SONO E COME SI STANNO MUOVENDO
«Momento d’oro per l’area di centro». Clemente Mastella, 70 anni di cui 32 in Parlamento e 14 da sindaco di Ceppaloni, risponde al telefono al primo squillo e va fluido come un tip tap: segno in codice che la campagna elettorale è cominciata.
Pier Ferdinando Casini, 62 anni di cui 34 tra Camera e Senato, appena “sacrificatosi”, diciamo, a dirigere la commissione d’inchiesta sulle banche, significa la stessa cosa con parole opposte: «Candidarmi? Non so, guardo la faccenda con distacco», dice a Repubblica.
Tutto ormai si muove, la nuova legge elettorale è il detonatore e nella legislatura record di cambi di casacca (siamo a 531) ora la cavalcata è alla salvezza, alla conquista dei comodi posti dei listini proporzionali, quando non dei 231 (Camera) più 109 (Senato) appena più decisivi dell’uninominale.
Ad Arcore, come nella più immutabile delle tradizioni, è ripartita la processione delle cene con i possibili alleati di Berlusconi: sono già andati a conferire, fra gli altri, il centrista ex casiniano Lorenzo Cesa, l’ex alfaniano e saggio di Napolitano Gaetano Quagliariello, il verdiniano quasi apostata Francesco Saverio Romano, il già deluso Stefano Parisi.
Parole d’ordine: contenere la Lega (oltre che sconfiggere Grillo), gli uni, e sopravvivere, gli altri. Serviranno tutti allo scopo, ciascuno il proprio.
Al Nazareno la faccenda non è altrettanto plastica – anche per evidenti questioni di caos – ma la caccia di alleabili al Pd è persino più aperta, visto che Matteo Renzi l’altro giorno ha lanciato un appello Che-Guevara-fino-a-Madre-Teresa da far invidia a Jovanotti. La nuova legge d’altra parte sul punto è spietata: grazie all’incrocio tra coalizioni leggere e sbarramento basso, vince chi aggrega di più
Insomma il Rosatellum sarà pure un mostro alieno – un «meccanismo sconosciuto al mondo» l’ha chiamato in Aula alla Camera Pier Luigi Bersani – però sulla politica ha già sortito uno straordinario effetto doping: la corsa al voto è cominciata a scoppio, come se dovesse durare un mese invece di almeno quattro (come dicono alla buvette storpiando lo slogan elettorale siciliano: sarà lunghissima). C’è chi ha ricominciato a fare su e giù per il proprio collegio già durante il Ponte d’inizio novembre, con la speranza di continuare almeno fino a dopo San Valentino (a quel punto la candidatura sarà certa).
C’è chi ha ripreso a distribuire in giro il suo libro di qualche anno fa, per avere così l’occasione di nuovo lustro.
C’è chi d’improvviso scopre di volere una vita fuori dal Parlamento — agnizioni che di solito si svelano un attimo prima della mancata ricandidatura. Lo Scioglimento (delle Camere) si staglia all’orizzonte, prenatalizio addirittura dicono.
L’ultimo provvedimento sul quale è tollerato l’arrembaggio pre-voto è del resto il collegato fiscale, sfogatevi, poi basta. E, anche se i collegi sono in via di ridefinizione al Viminale, già si ragiona sulle Liste: per il terrore di quelli che si giocano la ricandidatura — soprattutto nei grandi partiti, che saranno fatalmente ridimensionati, a partire da Pd e Fi; per la gioia di piccoli e piccolissimi, potentati locali, sovranismi ed ex scissionisti di ogni dove.
Dall’1 per cento in su, infatti, vale tutto. Meglio ancora che con il Porcellum, da questo punto di vista. Un incubo, per taluni.
Basti dire che persino Domenico Scilipoti non esclude di far parte della corsa. Di certo, è il trionfo di Verdini e del verdinismo: sono piccolo ma ti servo. E tutti a sciamare di là , dove più serve, al grido (verdiniano): «Le ideologie non esistono più, diciamocelo».
Enrico Zanetti, colui che ha agilmente portato Scelta civica in braccio ad Ala giocandosi così il posto da vice-ministro, su Facebook vira addirittura al pappappero: «Abbiamo fatto bene a tenere il punto quando suonavano forti le sirene del partito unico e ci dispiace per quanti vi hanno invece frettolosamente ceduto».
Insomma meglio lui di tutti i montiani che sono andati nel Pd. Adesso, sempre attento a «non diluire l’identità », Zanetti sembra pronto a salvarsi buttandosi a destra.
Mentre il suo ex vice Angelo D’Agostino, al contrario, vorrebbe andare a sinistra. E Denis Verdini, abbandonata a quanto pare l’ipotesi di candidarsi in un collegio estero, tergiversa attorno all’istinto da patto del Nazareno in virtù del quale, se potesse, darebbe direttamente un braccio a Renzi e l’altro a Berlusconi, senza nemmeno passare dalle urne. In Forza Italia, c’è da dire, lo rimpiangono non poco: le liste le aveva sempre fatte Denis, raccontano, e nè i capigruppo Romani e Brunetta, nè tantomeno il reggitore avvocato Niccolò Ghedini, sembrano avere il giusto spessore di spregiudicatezza politica. Spregiudicatezze magari sì, ma altre. Tornerà dunque Verdini dall’ex Cav? Può sempre darsi.
«Adesso, nel sistema tripolare, chi sta al centro e ha un radicamento territoriale anche piccolo, conta ancora più di prima: il valore sei tu, non il partito che magari crea problemi», spiega Mastella, buttandosi alle spalle pure lui una qualsiasi residua ideologia. Lui, pare chiaro, è destinato alla destra, anche se sogna come nell’ultimo trentennio un rassemblement di centro.
I “ponti d’oro” li ha già visti spalancarsi, come quasi tutti quelli che, per poco che facciano, segneranno la differenza tra la coalizione che vince e quella che perde: Raffaele Fitto per la Puglia, Flavio Tosi in Veneto, e via dicendo.
In pratica, come dice uno di loro, in questa logica «anche se non prendi il 3 per cento, che è la soglia per accedere alla ripartizione dei seggi, comunque qualcuno te lo porti a casa», grazie a qualche concordata ospitalità del partito più grande, al quale si garantisce la vittoria nell’uninominale. «Insomma, più gente corre in giro, meglio è», è la sintesi in casa azzurra.
Spaccarsi in due sembra dunque il destino segnato di quelli che non hanno grosse speranze di far molto meglio. Esempio principe, quello di Ap: Maurizio Lupi e mezza rappresentanza parlamentare finiranno a destra, Angelino Alfano e Beatrice Lorenzin e l’altro mezzo gruppo verso sinistra.
Fatica? Si sappia che, nei suoi piani, Pier Ferdinando Casini progetta magari di unirsi con gli alfaniani di sinistra. Con lui ci saranno i Centristi per l’Europa, cioè i sopravvissuti all’era della fusione con Monti e Fini, gruppo che il capo è stato ben attento a non aumentare di numero: Ferdinando Adornato, Giampiero D’Alia, Luigi Marino, Aldo di Biagio.
Fedelissimi a questo punto, si capisce. «Stiamo giocando su una zattera, ma questo abbiamo», è l’ammissione interna.
Un’altra zattera, versione a destra, è sempre plurale: Energie per l’Italia. Il soggetto fondato da Stefano Parisi dopo esser stato scaricato dal Cavaliere, adesso cerca di raccontarsi come una specie di Mdp, a sinistra di Fi ed è pronto, manco a dirlo, a partecipare al governo: «Non possiamo aspirare a Palazzo Chigi, ma sappiamo che superando la soglia del 3 per cento saremo chiamati a responsabilità di governo», racconta il parisiano Guglielmo Vaccaro.
Ambizione eccessiva? Parrebbe, sulle prime: tuttavia, «al momento nei sondaggi la distanza tra primo e secondo partito non supera mai il 3-4 per cento. Sono 80 i collegi uninominali che ballano, più del venti per cento; quindi penso che proposte ne avremo, nei prossimi mesi».
L’incubo del Rosatellum, insomma, è appena cominciato.
(da “L’Espresso”)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
PERCHE’ SI PUO’ VOTARE IN DUE MODI E COME FUNZIONA
Vi sono due possibilità di voto date dal nuovo sistema. 
Si può infatti mettere una croce sul nome del candidato di collegio e il voto si estende “pro quota” anche ai partiti collegati e contribuisce al risultato nella parte proporzionale; oppure si può mettere una croce sul simbolo di uno dei partiti (o del partito) collegati al candidato del collegio: in questo caso il voto si estende al candidato del collegio.
Nella simulazione dei risultati alla Camera pubblicati da “Repubblica”, a differenza di quelle pubblicate nei giorni scorsi, un’alleanza tra Partito Democratico e Alternativa Popolare porterebbe 180 seggi al centrosinistra e 168 al MoVimento 5 Stelle, mentre il centrodestra arriverebbe a 246, ben lontano dalla maggioranza necessaria a Montecitorio.
Il professor Roberto D’Alimonte aveva invece pubblicato una tabella qualche giorno fa sul sito del Centro Italiano Studi Elettorali della Luiss in cui i calcoli rendevano ancora più difficile la conquista della maggioranza alla Camera da parte di uno dei tre poli: «Se anche immaginassimo che uno dei contendenti arrivi al 40 per cento dei seggi proporzionali dovrebbe pur vincere il 70% dei seggi maggioritari per ottenere una maggioranza risicata di 317 seggi totali. Se invece ipotizziamo che uno dei tre competitori vinca il 55 per cento dei seggi maggioritari dovrebbe ottenere la percentuale straordinariamente elevata del 50 per cento dei seggi proporzionali per arrivare a 321 seggi totali. Pur nell’incertezza che caratterizza in questa fase il comportamento degli elettori queste combinazioni appaiono decisamente poco credibili».
E quindi, spiegava D’Alimonte, «il prossimo governo dovrà necessariamente nascere dalla scomposizione delle coalizioni che si presenteranno davanti agli elettori in campagna elettorale e dalla loro ricomposizione in una maggioranza di governo che non corrisponderà alle solenni promesse fatte agli elettori al momento del voto».
( da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 26th, 2017 Riccardo Fucile
I SENATORI DI ALA ALMENO CI HANNO MESSO LA FACCIA, NON COME CERTI VIGLIACCHETTI CHE ENTRANO DI NASCOSTO
Il Rosatellum sta per diventare legge grazie a Denis Verdini e alla Lega –
Mentre gli addetti ai lavori e gli addetti stampa si cimentano nei conteggi quasi a impazzire sui numeri di ogni voto e ogni chiama, un vero e proprio dedalo, c’è almeno una certezza condivisa sia dalla maggioranza che dall’opposizione.
E cioè che i 13 senatori di Ala (o almeno qualcuno di loro) siano stati determinanti a garantire il numero legale in aula almeno solo alla terza fiducia.
Ma a nessuno è sfuggito che nelle ultime votazioni dove i numeri erano a rischio sono ricomparsi miracolosamente in Aula diversi senatori della Lega, chiamati a fare la ruota di scorta del Governo.
Alla quinta fiducia in particolare è stato necessario l’aiutino anche da parte di qualche senatore azzurro e del Carroccio.
Prendiamo allora la terza votazione, quella per la quale anche dal Pd ammettono l’evidenza. Un assente in maggioranza, Bruno Mancuso di Ap. Un caso, dicono dal quartier generale Dem. Ma è un’assenza che pesa.
Perchè senza i verdiniani, per via di quell’unica assenza in aula, non ci sarebbe stato il numero legale e il castello del Rosatellum sarebbe crollato alla terza prova.
I sì in questa terza fiducia sono stati 148, due in meno rispetto alle altre (tranne la quinta dove sì sono stati 145). I no 61. Numero legale: 143.
Senza i 13 sì dei verdiniani il numero si sarebbe fermato a 138, considerando i 91 voti Pd, i 22 di Ap, i 14 della Autonomie, gli 8 del misto e i tre di Gal. E sarebbe stato insufficiente per mandare avanti la votazione.
Il senatore fiorentino veramente rivendica un ruolo anche nel numero legale della quarta votazione. Ma su questo non c’è certezza, visto che in Senato ognuno dice la sua sui numeri: complicatissimo il calcolo a ogni fiducia, tra prima e seconda chiama.
Cioè: quando si vota la fiducia il presidente d’aula scorre l’elenco dei parlamentari per due volte, in modo che chi non risponde alla prima, possa farlo alla seconda.
“Il numero legale va calcolato alla prima chiama”, sostiene per esempio il senatore Federico Fornaro di Mdp, gruppo che insieme a M5s e Sinistra Italiana ha votato no. “Noi abbiamo votato no ma solo alla seconda chiama perchè — spiega Fornaro — alla prima abbiamo aspettato di capire se c’era il numero legale. Se non ci fosse stato, sarebbe saltato tutto. Invece c’è stato perchè c’era Verdini”.
Il calcolo che fa Fornaro è questo: 149 senatori hanno risposto alla prima chiama della prima fiducia. “Non si può dire che siano tutti 149 sì, sono solo persone che hanno risposto alla chiama”, aggiunge il parlamentare.
Cioè in quella quota vanno compresi quanto meno anche gli otto del Pd che hanno deciso di non partecipare al voto, pur garantendo il numero legale, cioè la presenza in aula. Si tratta di Vannino Chiti, Luigi Manconi, Claudio Micheloni, Massimo Mucchetti, Walter Tocci, Roberto Ruta e Renato Turano, Francesco Giacobbe. Hanno risposto alla chiama, passando quindi sotto il banco della presidenza come si fa quando si vota la fiducia, ma non hanno indicato nè sì, nè no. “Se dai 149 togliamo i 13 di Ala, il totale fa 136: il numero legale non c’è”, conclude Fornaro.
Certo, in teoria i 149 della prima chiama presa in esame non sono tutti sì. Ma considerato che i no sono stati espressi alla seconda chiama, si può dire che i voti della prima chiama sono praticamente tutti sì meno i dissidenti del Pd che non hanno partecipato al voto pur rispondendo alla chiama. Se questo è il calcolo allora il numero legale c’era anche senza Verdini. In tutte le fiducie tranne la terza: l’unica dove il Pd ammette l’aiuto di Ala.
Sfiancante.
E’ tardo pomeriggio quando l’aula si accinge a votare la quinta fiducia.
Il grosso è fatto, l’attenzione evidentemente è scesa perchè in aula c’è meno gente.
Mdp, M5s, Sinistra Italiana decidono infatti di non partecipare per mettere davvero alla prova il numero legale anche alla prima chiama.
Sono 172 i senatori presenti, i votanti 162. A fronte di una media nelle votazioni precedenti di ben oltre 200 presenti e oltre 200 votanti a ogni voto.
Urge soccorso. In questo caso verde Lega.
Alcuni senatori di Forza Italia e Lega restano in aula per assicurare il numero legale all’ultimo miglio e votano no. Si vota: 145 sì, 17 no.
Oggi il voto finale, il Rosatellum è quasi legge
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Parlamento | Commenta »