Marzo 27th, 2018 Riccardo Fucile
SONO 36 ALLA CAMERA E 10 AL SENATO GLI ISCRITTI AL GRUPPO MISTO, TERRA DI TRANSFUGHI IN ATTESA DI UNA MAGGIORANZA
Nella scorsa legislatura era arrivato a essere il terzo raggruppamento alla Camera con 61
deputati; in questa per ora sono 36 gli iscritti al Gruppo Misto a Montecitorio e dieci a Palazzo Madama.
Pochi per essere decisivi nella composizione di un governo visto che sia al centrodestra che al MoVimento 5 Stelle mancano molti più parlamentari per ottenere l’eventuale fiducia.
E soprattutto ancora molto eterogenei visto che nei 36 della Camera sono compresi i 14 di Liberi e Uguali che non hanno nessun interesse ad aiutare Salvini mentre molti di loro potrebbero essere interessati a partecipare a un governo a guida del M5S.
Ci sono poi cinque eletti con il MoVimento 5 Stelle che non sono stati accettati dal gruppo parlamentare, come Salvatore Caiata: le cosiddette (da Luigi Di Maio) “mele marce” che puntualmente non si sono dimessi dopo le elezioni, al contrario di quello che prometteva il leader grillino durante la campagna elettorale.
Nel gruppo misto alla Camera sono entrati anche i tre di +Europa che erano passati per l’alleanza con il centrosinistra alle elezioni.
Al Senato i numeri sono — per ora — minori e la sottocomponente più ampia è ancora quella di Liberi e Uguali: c’è anche Pietro Grasso, ex presidente di Palazzo Madama. Anche qui la lotta agli impresentabili ha portato due senatori eletti con il MoVimento 5 Stelle nel gruppo misto: si tratta di Carlo Martelli e Maurizio Buccarella.
Tutti insieme in appassionante attesa che accada qualcosa e che la nuova maggioranza, ancora lontana dal formarsi, abbia bisogno di loro.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 26th, 2018 Riccardo Fucile
PD ANCORA IN ALTO MARE, GIOCHI FATTI NEL M5S E NELLA LEGA, FORZA ITALIA PUNTA SUL ROSA
Per una volta uniti, almeno nella scelta dei capigruppo: è la missione del giorno per il Pd, che come tutti gli altri partiti rappresentati in Parlamento ha ormai ventiquattrore per scegliere a chi affidare i gruppi che si costituiranno oggi alla Camera e al Senato. Le nomine dei capigruppo dovranno essere fatte domani pomeriggio, l’appuntamento è alle 15,30 alla Camera e alle 16,30 al Senato.
In realtà , l’intesa sui nomi è ancora lontana. I nomi di bandiera, nel Pd, sono quelli di Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci: il ticket renziano ha i numeri per eleggerli senza rischi, ma sul piano politico la partita è molto più complicata.
Se l’obiettivo è ricompattare le fila, asfaltare la minoranza non sarebbe un grande inizio. Tra gli altri nomi, i più pronunciati sono quelli di Monica Cirinnà , Anna Rossomando, Graziano Delrio e Matteo Richetti e Franco Mirabelli.
Ma la questione capigruppo si intreccia con le altre nomine imminenti, quelle dei possibili ruoli di vicepresidenza di Camera e Senato, e di questori e segretari: al Pd potrebbe andare una vicepresidenza sia alla Camera che al Senato, e i nomi in pole position sono quelli di Roberto Giachetti, Ettore Rosato o della cuperliana Barbara Pollastrini per Montecitorio, e dell’orlandiana Anna Rossomando, segretario uscente dell’ufficio di presidenza della Camera, per palazzo Madama dove le alternative potrebbero essere Roberta Pinotti, Gianni Pittella o la renziana Teresa Bellanova.
Per Forza Italia si punta a una soluzione rosa: Anna Maria Bernini al Senato e Maria Stella Gelmini alla Camera dovrebbero prendere il posto di Paolo Romani e Renato Brunetta, che per tranquillizzare i malpancisti che puntano al mio posto” ha già fatto sapere di non volere la riconferma. A Mara Carfagna andrebbe la vicepresidenza della Camera, mentre il questore uscente Gregorio Fontana dovrebbe essere riconfermato.
Giochi fatti, invece, per il M5S che fa un vanto della trasparenza: i due “portavoce” capigruppo sono Danilo Toninelli al Senato e Giulia Grillo alla Camera.
Fratelli d’Italia ha deciso di rinviare la nomina dopo la chiusura delle trattative per le vicepresidenze: per il momento dunque indicherà Fabio Rampelli e Ignazio La Russa, già incaricati delle trattative per la nomina dei presidenti di Camera e Senato.
Le nomine definitive, invece, arriveranno “comunque entro un mese”, spiega Guido Crosetto, in ballo per una vicepresidenza.
La Lega non ha ancora chiuso l’accordo, ma i nomi dati per probabilissimi sono quelli di Giancarlo Giorgetti alla Camera, dove prenderà il posto di Massimiliano Fedriga, e di Gian Marco Centinaio al Senato.
In alto mare invece la questione vicepresidenze: “E’ prematuro”, si limitano a commentare nel quartier generale del Carroccio.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 20th, 2018 Riccardo Fucile
SALVINI E’ PROPRIO LEGATO ALLE SUE ORIGINI DI EX LEONCAVALLINO, VUOL PORTARE L’EX ATTIVISTA DEL CENTRO SOCIALE LINK A UN RUOLO ISTITUZIONALE… DA BARISTA DEI COMPAGNI RIPUDIATI A TACCO 12, SIAMO ALLA FARSA
Il Movimento 5 Stelle ha deciso. Sarà Roberto Fico il candidato alla presidenza della Camera. È il
nome estratto nella terna che comprendeva Riccardo Fraccaro ed Emilio Carelli, che rimangono allertati nel caso si dovesse passare repentinamente a un piano B.
Una candidatura che procede su un binario parallelo a quella che avanzerà la Lega al Senato. Anche qui le riserve sono a un passo dall’essere sciolte.
E la carta è una di quelle a sorpresa. Si tratta di Lucia Borgonzoni, fedelissima di Matteo Salvini, un passato agitato come attivista del centro soicale Link di Bologna, denominata “sindachessa della fattanza” quando si presentò come candidata a sindaca di Bologna dai suoi ex compagni di merenda.
La fotografia del momento è questa. Le variabili per arrivare a dama tante.
E riguardano soprattutto il centrodestra. Perchè i 5 Stelle sono convinti che con il segretario leghista non ci sia alcun problema sui nomi.
Ognuno decide il suo, e si va avanti. Più complicato farlo digerire agli alleati, con una Forza Italia ancora riottosa a dare il via libera a una camicia verde a Palazzo Madama, e che nel caso di disco verde sembrerebbe puntare invece su Giulia Bongiorno, uno stretto rapporto con Niccolò Ghedini, tra i più stretti plenipotenziari di Silvio Berlusconi.
Fico l’ha spuntata sugli altri nomi in lizza per due ragioni fondamentali.
La war room di Di Maio è convinta che il profilo del presidente della Vigilanza Rai sia quello giusto per intercettare qualche voto anche dal centrosinistra, o quantomeno disinnescare pericolose manovre di disturbo.
Puntando molto sulla pattuglia di Leu, ma anche su una manciata di voti Pd, soprattutto se si dovesse arrivare a chiudere un accordo complessivo sull’intero ufficio di presidenza.
In secondo luogo, il deputato napoletano è uno dei capofila — se non il principale — dell’ala del Movimento più ancorata alle istanze originarie della creatura che fu di Beppe Grillo.
Quella che digerisce meno la mano tesa al Carroccio, e che si vedrebbe riconosciuto dalla leadership un ruolo fondamentale negli equilibri interni della nuova legislatura.
La bocciatura di Di Maio di “indagati e condannati” come figure apicali delle Camere ha dato una mano notevole a Salvini.
Mettendo un serio argine alle candidature di Roberto Calderoli (che il capo leghista non è mai arrivato a considerare come un suo uomo) e di Paolo Romani, nome forte degli azzurri.
A Palazzo si rincorrono le voci di una mossa concordata fra i due, boatos che non trovano conferme.
Il leader della Lega al momento punta sulla Borgonzoni, anche se nel centrodestra la partita resta ancora da giocare. Salvini stima la Bongiorno, ma non si fida del suo profilo eccessivamente autonomo, in grado di dare grattacapi nella seconda fase, quella ancor più complicata che porterà alla formazione di un governo.
All’avvocato ex Fli, viene preferita la pasionaria Borgonzoni, un passato di sinistra che potrebbe farle gioco nel farla finire nel vortice dei veti incrociati.
E che soprattutto viene considerata una fedelissima, sulla quale contare nel complicato incastro delle consultazioni.
Sarà decisivo il vertice di domani, nel quale il capo della Lega dovrà far passare la propria linea nei confronti di una Forza Italia che procede con il freno a mano tirato.
E saranno importanti anche le consultazioni che nel pomeriggio avranno i capigruppo 5 Stelle, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, con le altre forze politiche, soprattutto sul versante della composizione degli uffici di presidenza.
L’istantanea del momento è pronta a essere strappata nel giro di qualche ora, ma al momento fotografa uno schema a due nel quale si è anche parlato di nomi.
E mai un venerdì è stato così lontano dal martedì. Anni luce.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 19th, 2018 Riccardo Fucile
UN PARLAMENTARE NEOELETTO SU QUATTRO HA GIA’ ESPERIENZE POLITICHE… I PROFESSIONISTI PREVALGONO TRA GLI ELETTI DELL’UNINOMINALE, I REDDITI MEDIO-BASSI CON IL PROPORZIONALE
Un quarto dei neoparlamentari chiamati a registrarsi oggi ha esperienze politiche pregresse. 
Si tratta di parlamentari della scorsa legislatura o persone che provengono da Consigli regionali e comunali.
Un terzo degli eletti appartiene invece al ramo delle professioni: il 12% sono avvocati, il 3% medici, il 12% imprenditori, 2% dirigenti pubblici, 9% dipendenti pubblici, 9% dipendenti privati e 4% prof universitari.
Gli ultimi sono studenti e disoccupati, che insieme ricoprono solo il 4% degli eletti.
È la fotografia, riportata da Il Giornale, del nuovo Parlamento, sulla base di una ricerca condotta dalla società di consulenza FB & Associati.
I ricercatori hanno censito le professioni dei neoeletti, per poi andare a vedere la correlazione tra mestiere e collegio d’elezione.
È qui che arriva il dato più interessante: le categorie professionali di alto livello e le libere professioni risultano essere in netta maggioranza tra gli eletti nei collegi uninominali, mentre le categorie più umili, con redditi medio-bassi, sono in maggioranza nei collegi proporzionali.
Il nuovo Parlamento, in altre parole, ripropone in scala la piramide sociale, un fenomeno che gli stessi ricercatori della FB & Associati chiamano “ritorno al notabilato di collegio”, quel sistema di raccolta della rappresentanza tipico dei primi cinquant’anni della storia dell’Italia unita.
Da questo modus operandi — sottolinea Il Giornale — non sono immuni neanche i Cinque Stelle: pur avendo più rappresentanti provenienti dai ceti medio-bassi rispetto agli altri partiti, anche loro hanno preferito candidare i professionisti nei collegi uninominali.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 16th, 2018 Riccardo Fucile
E “SOLO CASUALMENTE” L’AFFERMAZIONE DI DI MAIO COINCIDE CON I SUOI INTERESSI PERSONALI
Il vincolo dei due mandati è sacro e va rispettato, ha detto l’altroieri Luigi Di Maio alla Stampa Estera dove ha catechizzato i giornalisti sullo strano concetto di democrazia adottato dal MoVimento 5 Stelle per queste elezioni.
Proprio per questo, spiega Francesco Verderami sul Corriere della Sera, il M5S è pronto all’eccezione che conferma la regola.
“Ogni volta che deroghi ad una regola praticamente la cancelli”, diceva la buonanima di Gianroberto Casaleggio. Ma non aveva fatto i conti con il contingente, spiega oggi il Corriere:
«E se si dovesse tornare al voto entro un anno – dice Di Maio –non faremmo le parlamentarie per le liste. Confermeremmo i candidati di questa legislatura». L’argomento è stato affrontato giorni fa dal vertice del Movimento, ed è una scelta che verrà formalizzata se e quando ce ne sarà bisogno.
In prospettiva garantirebbe al leader – che è al secondo giro in Parlamento – la possibilità di ricandidarsi a Palazzo Chigi. Nell’immediato servirà a blindare i gruppi di Camera e Senato, perchè dovrebbe agire come deterrente verso quanti sono già al secondo mandato e potrebbero cadere in tentazione, cambiando casacca pur di non tornare subito a casa.
La strategia è chiara e lungimirante: chi è al secondo mandato con il M5S sa che questa è la sua ultima avventura parlamentare. Perciò potrebbe “cadere in tentazione” per farsi una carriera politica al di là del grillismo.
Al costo, certo, di finire additato come traditore e rischiando un crollo di popolarità presso chi l’aveva portato in politica. Con questa affermazione di principio Di Maio offre prima di tutto un cambio di prospettiva alla sua truppa parlamentare: se la legislatura dura poco avreste di nuovo il posto confermato al prossimo giro, per lo meno nella corsa alle elezioni, poi il voto deciderà i sommersi e i salvati.
Certo, a nessuno sfugge la coincidenza con gli interessi personali dello stesso Di Maio: anche lui è al secondo mandato e anche lui beneficerebbe del vantaggio della conferma generalizzata per farne un terzo.
Così come Fabio Fucci, a cui è stata negata la corsa con il M5S a Pomezia nonostante il suo primo mandato fosse durato appena un anno e mezzo, avrà sicuramente qualcosa da ridire sulla vicenda.
D’altro canto anche Alessandro Di Battista alla Festa del Fatto qualche tempo fa aveva detto che “noi abbiamo sempre interpretato la regola dei due mandati come massimo dieci anni nelle istituzioni”.
La notizia forse verrà accolta con gioia anche a Roma, dove Daniele Frongia, Enrico Stefà no, Marcello De Vito e soprattutto Virginia Raggi hanno interrotto anzitempo la consiliatura quando era sindaco Ignazio Marino e quindi hanno diritto ad un altro giro di giostra, anche se non completo ma di altri due anni e mezzo.
E la “riforma” interpretativa apre anche a interessanti problematiche sostanziali: se la regola dei due mandati in realtà si interpreta come “massimo dieci anni”, allo scoccare del decimo anno il consigliere o il parlamentare eletto per tre volte si deve dimettere? E se per caso è un sindaco in carica, che fa? Fa cadere il consiglio e la Giunta?
Certo, magari la questione non sarà presa benissimo dagli attivisti storici, che invece magari contavano proprio sul “naturale ricambio” per proporre la loro candidatura mentre il MoVimento 5 Stelle ha il vento in poppa.
Ma si sa, l’attivismo politico è pura generosità totalmente disinteressata, soprattutto quello grillino. Quindi non ci saranno di sicuro problemi di sorta da questo punto di vista…
Mentre la possibilità di fornire una squadra “collaudata” al prossimo giro di urne potrebbe sostanzialmente avvantaggiare il MoVimento 5 Stelle, a patto che questo non finisca per partecipare anche alle ipotesi di governissimo circolate in questi giorni. D’altro canto ormai è appurato che si stiano aprendo spazi di collaborazione con la Lega mentre quelli con il PD sono restati chiusi sin dall’inizio. La partita della legislatura non sembra per niente chiusa. Anzi.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2018 Riccardo Fucile
IL RECORD DI INNOVAZIONE SPETTA AL M5S E A LEU… CASINI ALLA NONA LEGISLATURA… LE DONNE AGGIRANO LE QUOTE ROSA
Oltre due su tre dei candidati nei collegi uninominali, dove il risultato è più incerto rispetto ai collegi plurinominali, non ha alle spalle alcun mandato da parlamentare.
È quanto emerge da un’analisi sulle candidature realizzata dall’Istituto Cattaneo.
Le “new entry” in lista sono di più nei due partiti più «nuovi», come Leu e il M5S: rispettivamente il 92% e l’86% dei loro candidati nella competizione uninominale può essere definito come una new entry nel circuito dei potenziali parlamentari.
Le due coalizioni di centrodestra e centrosinistra, invece, riportano un livello di innovazione nel reclutamento dei candidati inferiore rispetto alla media.
Ad esempio, per i partiti di centrosinistra la quota di new entry tra i candidati nei collegi uninominali si riduce al 57,5%, cioè di quasi 20 punti percentuali rispetto al valore medio.
I «più anziani»
Ed è proprio nel centro-sinistra che si trova il candidato con più legislature alle spalle: ben nove, è Pierferdinando Casini, in corsa nel collegio uninominale di Bologna.
Se eletto, inaugurerà la sua decima legislatura (si è affacciato in Parlamento per la prima volta nel 1983: è stato eletto otto volte alla Camera e una volta al Senato).
I gnazio La Russa (FdI), Massimo D’Alema (LeU) ed Emma Bonino(+Europa) seguono, con sette legislature a testa.
«Fra i candidati al proporzionale con la più lunga carriera parlamentare alle spalle – rileva l’Istituto Cattaneo – spiccano, oltre ai già nominati D’Alema e La Russa, Maurizio Gasparri, Elio Vito (FI) e Roberto Calderoli (Lega), con sette legislature a testa».
Le pluricandidature che aggirano le quote rosa
Sono 472 su complessivi 2970 i candidati presenti in più collegi, tra uninominali e proporzionali: molti di essi sono donne, il che si tradurrà spesso nell’ingresso effettivo in Parlamento di un maggior numero di candidati uomini, aggirando così l’obbligo del Rosatellum delle quote rosa, come già anticipato da La Stampa .
È interessante notare, sottolineano i ricercatori dell’Istituto Cattaneo, «che la gran parte di queste pluricandidature riguardi candidate donne.
Tutte le 16 candidate impegnate in 5+1 competizioni sono donne; sono donne anche 12 dei 14 candidati in 4+1 collegi e 9 dei 14 candidati in 3+1 collegi».
E l’istituto spiega: «Si potrebbe vedere in questo un tentativo dei partiti di dare maggiore visibilità e importanza alle candidature femminili; al contrario, più realisticamente, c’è da aspettarsi che queste pluricandidature apriranno la strada, per ogni candidata eletta, a cinque (o quattro, o tre) eletti uomini».
«Dato l’obbligo di alternanza uomo/donna nei listini proporzionali – concludano i ricercatori – le pluricandidate che otterranno il seggio uninominale lasceranno inevitabilmente il loro posto ai colleghi uomini che le seguono nelle liste dei collegi proporzionali».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 13th, 2018 Riccardo Fucile
HA UFFICIALIZZATO IL SUO INGRESSO NEL GRUPPO DEI NON ISCRITTI
“Questa mattina l’eurodeputato David Borrelli ha ufficializzato il suo ingresso nel gruppo dei non iscritti. Borrelli ha comunicato alla delegazione italiana del MoVimento 5 Stelle che la sua è stata una scelta sofferta ma obbligata da motivi di salute. Prendiamo atto che Borrelli non fa più parte del MoVimento 5 Stelle”.
Così in una nota Laura Agea, capo delegazione M5S al Parlamento europeo.
Stamattina Borrelli aveva rilasciato un’intervista al Fatto in cui criticava i controlli e i comportamenti “di chi valutava”:
Quanti parlamentari sono coinvolti in questo caso?
A oggi non possiamo saperlo. Però mi lasci dire che anche certi media dovrebbero fare mea culpa. E perchè? Anni fa, quando io in Emilia Romagna mi dedicai a controllare i rimborsi e le restituzioni di alcuni eletti locali venni descritto come il cattivo, l’epuratore. Erano i primi tempi del Movimento e ne passai di tutti i colori. E invece feci bene a non abbassare la guardia. I fatti hanno dimostrato che avevo pienamente ragione.
Ma la guardia l’ha abbassata innanzitutto il M5S, non crede?
Diciamo che certi controlli e comportamenti di chi valutava in alcuni casi sono stati trascurati nel corso di questi anni. Ed è stato un errore.
Ora cosa bisogna fare? Magari cambiare il sistema delle rendicontazioni?
No, dobbiamo solo controllare e a controllarci di continuo. Restituire parte dei soldi è un dovere per gli eletti del Movimento, e venire meno a questo impegno preso con i cittadini, anche solo per poche centinaia di euro, è inaccettabile. La base è furibonda. Ci sono tanti iscritti che ci hanno rimesso del loro in questi anni, non solo in termini economici. E li capisco perfettamente, visto che sono iscritto a un meet up dal 2005.
Borrelli è anche socio fondatore di Rousseau. Qualche tempo fa c’era stata una polemica che riguardava l’assunzione della sua fidanzata nello staff.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile
TESTIMONE DELL’OLOCAUSTO, HA SCRITTO ALCUNI LIBRI SULLA TRAGEDIA DEGLI EBREI
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha nominato senatrice a vita la
dottoressa Liliana Segre per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale.
Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni.
Segre commenta: “Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”.
La neosenatrice prosegue ringraziando il Presidente della Repubblica: “Lo ringrazio per questo altissimo riconoscimento. La notizia mi ha colto completamente di sorpresa”.
Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere Ugo Zampetti provvederà alla consegna al Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso, del decreto di nomina. Il Presidente della Repubblica ha informato telefonicamente la neosenatrice a vita della nomina.
“A nome di tutte le comunità ebraiche in Italia – afferma la presidente Ucei Noemi Di Segni -, esprimo la nostra commozione per la decisione del Presidente Mattarella” che “risponde esattamente alla profonda esigenza di assicurare che l’istituzione chiamata a legiferare abbia a Memoria quanto avvenuto nel passato e sappia in ogni atto associare al formalismo della legge anche l’intrinseca giustizia e rispondenza ai fondamentali principi etici, in un contesto sempre più preoccupante nel quale l’oblio rischia di divenire legge oltre che fenomeno sociale”.
Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre 1930 da Alberto Segre e Lucia Foligno. Persa la madre in tenera età , quando non aveva ancora compiuto un anno, ha vissuto unitamente al padre e ai nonni paterni. Vedova di Alfredo Belli Paci, sposato nel 1951, e madre di tre figli, attualmente risiede a Milano, in via Telesio Bernardino 16.
All’età di otto anni rimase vittima delle leggi razziali del fascismo, quando nel settembre del 1938 fu costretta ad abbandonare la scuola elementare, iniziando l’esperienza dolorosa e terribile della persecuzione.
Il 7 dicembre 1943, unitamente al padre e a due cugini, cercò invano, con l’aiuto di alcuni contrabbandieri, di riparare in Svizzera.
Venne tuttavia catturata dai gendarmi del Canton Ticino e rispedita in Italia dove, il giorno successivo, fu tratta in arresto a Selvetta di Viggiù.
Dopo sei giorni nel carcere di Varese venne trasferita dapprima a Como e alla fine a Milano-San Vittore, dove rimase detenuta per 40 giorni. Il 30 gennaio 1944 venne deportata con il padre in Germania, partendo dal “Binario 21” della Stazione Centrale di Milano.
Raggiunto il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz, fu internata nella sezione femminile. Non rivedrà mai più il padre, che morirà ad Auschwitz il 27 aprile 1944. Anche i suoi nonni paterni, arrestati a Inverigo il 18 maggio 1944, furono deportati ad Auschwitz, ove furono uccisi il giorno stesso del loro arrivo, il 30 giugno dello stesso anno.
Alla selezione, le venne imposto e tatuato sull’avambraccio il numero di matricola 75190.
Durante la sua permanenza nel capo di concentramento fu impiegata nei lavori forzati nella fabbrica di munizioni “Union”, di proprietà della Siemens, lavoro che svolse per circa un anno.
Il 27 gennaio 1945, sgomberato il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz per sfuggire all’avanzata dell’Armata Rossa, i nazisti trasferirono 56.000 prigionieri, tra cui anche Liliana Segre, a piedi, attraverso la Polonia, verso nord. La Segre, non ancora 15enne, fu condotta nel campo femminile di Ravensbruck e in seguito trasferita nel sotto campo di Malchow, nel nord della Germania. Fu liberata il 1 maggio 1945, unitamente agli altri prigionieri, dopo l’occupazione del campo di Malchow da parte dei russi. Tornò a Milano nell’agosto 1945.
Liliana Segre è una dei 25 sopravvissuti dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati nel campo di concentramento di Auschwitz.
Nel 1990, dopo 45 anni di silenzio si rese per la prima volta disponibile a partecipare ad alcuni incontri con gli studenti delle scuole di Milano, portando la sua testimonianza di ex deportata.
È insignita di diverse onorificenze. È Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferitagli con motu proprio del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 29 novembre 2004.
E della Medaglia d’oro della riconoscenza della Provincia di Milano, assegnatagli nel 2005. Il 27 novembre 2008 ha ricevuto la Laurea honoris causa in Giurisprudenza dall’Università degli Studi di Trieste, mentre il 15 dicembre 2010 l’Università degli Studi di Verona le ha conferito la Laurea honoris causa in Scienze pedagogiche.
Ha scritto diversi libri, tra cui un libro intervista con Enrico Mentana “La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah” e “Fino a quando la mia stella brillerà “.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 17th, 2018 Riccardo Fucile
ULTIMO VIAGGIO A MONTECITORIO TRA ANSIE E MALUMORI… A DESTRA LITE SUI POSTI CON LA QUARTA GAMBA
All’ingresso della buvette, compare Piero De Luca, primogenito di Vincenzo, in un
capannello di parlamentari campani.
Siparietto: “Stai già familiarizzando con il Palazzo?”. Risposta: “Lo prendo come un augurio…”. Affianco Tino Iannuzzi sorride: “È molto, molto probabile che verrà qui”. Figuriamoci se non lo eleggono, il figlio di Vicienzo: è la sua prima richiesta. L’altra è Franco Alfieri, l’uomo delle clientele organizzate “come Cristo comanda”: “Franco — disse De Luca nella famosa riunione con 300 amministratori – vedi tu come madonna devi fare. Offri una frittura di pesce, portali sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu! Ma non venire qui con un voto in meno di quello che hai promesso!”.
Imputato per bancarotta fraudolenta De Luca jr, indagato per abuso e peculato Alfieri, diventato nel corso della campagna per il referendum uno dei simboli di un sud eternamente uguale a se stesso, clientele e capibastone, voto organizzato e potere ostentato.
La richiesta è di posti sicuri, blindati, in questa campagna in cui più nulla è sicuro, neanche i feudi del sistema De Luca.
Entrambi vogliono il proporzionale, perchè anche il collegio di Salerno, dove trionfò il No al referendum è incerto. Un parlamentare mostra il suo telefonino, dove ci sono i numeri di un sondaggio in Campania: “35 M5s, 25 Forza Italia, 17 Pd”.
Il che significa che i collegi sono tutti incerti. In Campania, ma un po’ ovunque. Michele Anzaldi fotografa la situazione, parlando con un collega: “Qua sono tutti in attesa di sapere che fine fanno e la campagna è ferma, ancora non parte”.
Dove non sono incerti, i posti non bastano a salvare tutti, perchè ci sono gli alleati da tutelare, gente che alle scorse elezioni correva sotto le insegne del centrodestra.
Enzo Lattuca, parlamentare romagnolo, è sconfortato: “Da noi a Rimini ci buttano Pizzolante, in quota Lorenzin. E menomale che a Cesena è saltata la Bianconi, sennò ci potevamo chiamare Ncd… Siamo uno dei pochi posti che elegge perchè siamo dieci punti sopra la media nazionale”.
Sono le zone rosse, dove ancora esistono le sezioni pieni di cimeli: foto di Berlinguer, pagine dell’Unità incorniciate, qualche bandiera rossa, la militanza che faceva campagne contro la Dc prima, contro il centro-destra poi.
Adesso a Bologna il Pd dovrà eleggere Pier Ferdinando Casini, rampollo democristiano, presidente della Camera berlusconiano. È pressochè ufficiale, dopo che il segretario della federazione ha incontrato ieri Renzi al Nazareno: sarà candidato al collegio di Bologna per il Senato. Qualcuno, sul territorio, ha pubblicato sul web un post di Renzi del 2012: “Se vince Renzi, no a Casini”.
Sussurra un parlamentare del Pd: “È ovvio che per molti dei nostri è complicato, soprattutto perchè dall’altra parte c’è Bersani. Forse era meglio catapultare un centrista meno conosciuto, piuttosto che uno che, nella vita, è sempre stato dall’altra parte rispetto a noi”.
La quota centrista, chiamiamola così, o degli ex centrodestra, o riciclati, è sinonimo di rivolta della base. E di malessere tra i parlamentari Pd.
Raccontano i calabresi che “a Crotone c’è un grande casino attorno alla candidatura di Dorina Bianchi”, una record-women delle migrazioni partitiche. Nata politicamente nell’Udc, passò alla Margherita, dunque aderì al Pd, per poi lasciarlo per tornare nell’Udc perchè “la sua bandiera non è l’antiberlusconismo”.
Un anno dopo, le foto la immortalano come candidata del Pdl a sindaco di Crotone, al fianco di Silvio Berlusconi. Era il celebre comizio in cui il Cavaliere ruppe con l’Udc e scivolò, si far per dire, sulla famosa gaffe degli elettori di sinistra che “non si lavano”. Oggi è sottosegretaria con Alfano, seguito nella scissione, e in ottimi rapporti con la Boschi. Roba che i calabresi invidiano i compagni bolognesi: “A confronto Casini pare Adenauer”.
A un certo punto in Transatlantico arriva Matteo Orfini. Tempo di percorrenza di venti metri, almeno venti minuti. I parlamentari lo avvicinano, chiedono rassicurazioni sulle liste, anime in pena in attesa di conoscere se sono nella categoria “salvati” o “sommersi”: “Scusa Matteo, ma qua non si capisce nulla. Renzi non risponde neanche agli sms”. Professionista della politica, il presidente del Pd resta abbottonato perchè sa che è ancora lunga. Sul territorio è un inferno.
In Sicilia, per dirne un’altra, c’è una rivolta sulla candidatura della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, il cui movimento Sicilia futura, schierato col centrosinistra, è diventato negli ultimi anni, la calamita che attrae ceto politico di centrodestra.
Addirittura la federazione di Caltanissetta ha scritto una lettera in cui minaccia di “manifestare il proprio dissenso” a Roma e di “disimpegnarsi” davanti a una candidatura “dinastica”.
Ecco un sorriso nel Palazzo, quello di Nunzia De Girolamo, Forza Italia: “Sì, sì, tutto a posto. Io capolista a Bevenento-Avellino, Mara a Napoli. Bisogna ancora vedere gli uninominali”.
Lì, le certezze diminuiscono, e non solo in Campania.
Arrivano notizie che Fitto e Cesa hanno appena incontrato Berlusconi. E la trattativa con la “quarta gamba” sta andando male. Dice un parlamentare informato: “Oggi ci hanno offerto 13 posti, su 30 che ne avevamo chiesti. E su questa base non ci stiamo e Cesa ha minacciato che corriamo da soli. Il punto che è Salvini vuole accollarsene solo 13 e vuole che gli altri se li prenda a carico Berlusconi”.
Andrà avanti così, per giorni fino alla presentazione delle liste, tra minacce, tensioni, ansie, di chi ha il destino nelle proprie mani e di chi è appeso a decisioni altrui.
A fine giornata, Cosimo Latronico, fittiano, allarga le braccia: “E che ti devo dichiarare? Che Dio ci assista. Ecco, che Dio ci assista”.
(da “Huffingtonpost”)
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