Ottobre 12th, 2017 Riccardo Fucile
INSUFFICIENTI I DISSIDENTI PER BLOCCARE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE
Il Rosatellum supera lo scoglio del voto segreto e viene approvato alla Camera.
Favorevoli 375, contrari 215.
Rispetto ai voti di cui avrebbe potuto disporre la maggioranza secondo i calcoli della vigilia, i franchi tiratori sarebbero stati circa 66.
Si è votato a scrutinio segreto, richiesto da Mdp. Secondo fonti parlamentari, il Rosatellum bis potrebbe essere portato in Senato già domani e inviato al presidente della Commissione Affari costituzionali, Giuseppe Torrisi.
L’esame della legge a Palazzo Madama potrebbe iniziare già la prossima settimana, con l’obiettivo di portarlo in aula il 24 ottobre.
Durante le dichiarazioni di voto, Speranza di Mdp, contrario al Rosatellum 2.0, ha parlato di “pagina nera” per una legge elettorale sospinta “a pochi mesi dallo scioglimento delle Camere, a colpi di fiducie” e di “grave errore” la rinuncia al voto disgiunto.
Di Maio per il M5s ha ammonito: “Stanno imponendo al Paese una legge elettorale calpestando le prerogative del Parlamento, una storia già vista. State approvando in maniera antidemocratica una legge incostituzionale. State lasciando al Paese una nuova legge truffa e la storia non vi assolverà “.
Lupi di Area Popolare ha contestato al M5s l’ipocrisia di considerare legittimo il ricorso al voto segreto e invece eversivo il ricorso del governo alla fiducia.
Brunetta di Forza Italia ha annunciato al centrosinistra la definitiva dissoluzione dopo l’inevitabile sconfitta alle prossime elezioni politiche con la nuova legge elettorale: “E non proiettate su di noi le vostre angosce i vostri fallimenti. Voi parlate fra di voi, noi parliamo al Paese”.
La Lega chiede elezioni subito dopo la legge di stabilità , altro che mesi di galleggiamento fino a maggio.
Prima del voto, la chiusura di ettore Ettore Rosato, capogruppo Pd e intestatario della nuova legge elettorale: “L’unica forzatura sta in 120 voti segreti con cui credevate di poter scrivere voi la legge elettorale. Siamo arrivati qui per merito di Mdp e M5s. A giugno avevamo scritto un modello che vi andava bene. Ma siccome fare un accordo politico con noi non andava bene, avete dovuto bocciarlo. Il Rosatellum l’ha voluto Fico. Se volevate il Consultellum dovevate dirlo con chiarezza. Avete sempre detto no a qualsiasi nostra proposta e io rivendico di aver fatto una legge elettorale ‘insieme’, con un’ampia maggioranza. Non si rappresentano gli italiani con la guerra, ma con lo spirito di servizio”.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2017 Riccardo Fucile
DEPUTATI IN PROCESSIONE DA PORTAS PER CAPIRE SE CON IL ROSATELLUM SARANNO RIELETTI
Corridoio dei fumatori, due passi dal Transatlantico. 
C’è la fila attorno al deputato del Pd Giacomo Portas. “Giacomo, Lombardia 2 al 12 per cento, quanti seggi fa col listino? E sull’uninominale insieme a voi ce la facciamo?”. Giacomo Portas è il leader dei Moderati, una lista regionale del Piemonte, circa 50mila voti. Con questo sistema elettorale, servono come il pane per vincere nei collegi da quelle parti.
Aria sorniona, Portas custodisce gelosamente nel proprio smartphone un file excel da lui elaborato, con tutte le simulazioni possibili di riparto dei seggi, per ogni collegio uninominale e plurinominale, in base alle possibili percentuali di consenso di tutti i partiti: “Giacomo, secondo te, se in Lombardia perdiamo nei collegi, quanti ne scattano sul proporzionale? Facci vedere il foglio”.
Manca qualche ora al voto sul Rosatellum. I peones di tutti gli schieramenti chiedono rassicurazioni sul proprio futuro.
Portas, grande esperto di flussi e sistemi elettorali fino alla maniacalità , è tranquillo e dispensa consigli perchè con questa legge, in cui nei collegi si vince anche con lo zerovirgola, è determinate come tutti i cespugli locali.
“Portas è il CAF del Rosatellum bis”, ironizza un senatore conterraneo di Forza Italia che si è appena avvalso del suo parere.
Parere dispensato con prudenza ed equilibrio: “Ho una grossa responsabilità – dice – visto che il numero di eventuali franchi tiratori dipende anche dal fatto che si sentono rieletti o meno”.
È il D-Day del Rosatellum. Che inizia la mattina presto: capannelli, simulazioni, contatti bipartisan per capire l’impossibile: quanti seggi perderanno i partiti di appartenenza con la nuova legge elettorale.
Impossibile perchè l’estensione dei collegi del Rosatellum è ancora un’incognita.
Agitati i parlamentari di Forza Italia del Sud, costretti a digerire l’alleanza con la Lega e a sostenere candidati del Carroccio nei collegi.
Le vecchie volpi da Transatlantico spiegano che “sono almeno una ventina”.
Anche quelli del Nord sono assai poco entusiasti; a un gruppo di questi di avvicina l’ex-azzurro Mario Pepe: “Vi do un consiglio. Fatevi candidare nelle regioni rosse, che con Mdp al 15 ci prendiamo qualche collegio uninominale”.
Qualcuno teme che con questa legge si crei una sorta di quinta colonna di Salvini in casa: “Quando andremo a trattare i collegi del Nord, Salvini dirà : questo è troppo moderato, i miei lo non reggono, mettete uno alla Toti. Così condizionerà le nostre scelte mettendo gente e lui vicina”.
In aula, dopo l’ennesima fiducia strappata con un quorum bassissimo, parte l’ostruzionismo dolce dei grillini e di Mdp su emendamenti e ordini del giorno, un centinaio circa.
Per i Dem dirige il traffico l’efficientissima delegata d’aula Cinzia Fontana, mentre Ettore Rosato segue in piedi flemmatico come un allenatore di calcio. “Il margine è rassicurante, devono essere più di 120, dai…”.
A ogni scrutinio il suo pollice alto o verso è l’indicazione tassativa su cosa bisogna votare, tanto che dopo un po’ anche leghisti e forzisti cominciano ad appoggiarsi al suo lavoro (e in negativo anche i grillini).
Arriva Dario Franceschini, in mattinata. Parla coi parlamentari indecisi, si apparta con Rosato, presidia il Transatlantico, è l’unico che si vede nei banchi governo. E telefona, in continuazione.
È il vero garante dell’operazione Rosatellum. Un suo compagno di partito, che lo conosce bene, osserva: “Dario sa benissimo come non farsi notare, ma altrettanto bene come farsi notare”.
“Sono le 17 e tutto va bene” osserva ancora Rosato: le prime votazioni degli oltre 100 ordini del giorno presentati da M5S e Mdp danno esito tranquillizzante.
Fuori, il rumore è infernale: “O-ne-stà “, “O-ne-stà “.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 12th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO IL TERZO SI’ DI 308 DEPUTATI IN SERATA SI PASSA AL VOTO SEGRETO, SI TEME IL VOTO DEI PEONES
Fra scontri in Aula e manifestazioni variegate di protesta davanti ai palazzi del potere si arriva finalmente ad un voto finale sulla legge elettorale.
Un atto che arriva dopo l’approvazione di un altro sistema di voto, l’Italicum, strettamente legato alla riforma costituzionale travolta dagli elettorali il 4 dicembre, mai utilizzato, e alla fine bocciato dalla Corte costituzionale.
Un tentativo che arriva in fondo dopo altri progetti falliti, ritorno al Mattarellum, sistema tedesco in varie versioni, un’altra versione del Rosatellum affondato in Aula lo scorso giugno.
Ma oggi a Montecitorio, dopo tre fiducie votate con ampia maggioranza, l’ultima è arrivata stamattina con 309 sì 87 no ìe 6 astenuti, si gioca con il pallottoliere, si fanno calcoli sui franchi tiratori, si scrutano volti e mosse dei deputati per capire cosa faranno quando, forse già nel pomeriggio, saranno chiamati a votare con voto segreto il via libera alla legge elettorale.
Voto segreto che dovrebbe essere richiesto dai contrari alla legge che devono presentare solo 30 firme per attivare la procedura. Prima però bisognerà votare gli articoli 4 e 5 e discutere gli ordini del giorno.
Passa la norma salva-Verdini.
Via libera, dopo un dibattuto confronto in aula, alla contestata norma – ribattezzata salva-Verdini – che consente agli italiani residenti in Italia di potersi candidare in una ripartizione delle circoscrizioni estere.
Favorevoli all’emendamento sono stati 337 deputati, contrari 154, astenuti 22.
Duro l’attacco di Danilo Toninelli, M5s: : “E’ una norma ‘salva-Verdini”.
La replica del Pd: “Da parte della dottrina sono stati addirittura avanzati dubbi sulla costituzionalità della sola candidabilità nella circoscrizione Estero per i residenti all’Estero. Con la nuova norma, il diritto riconosciuto ai cittadini residenti in Italia di candidarsi all’Estero viene comunque rigorosamente disciplinato e limitato. E’ una norma di pura reciprocità “, ha spiegato il relatore Emanuele Fiano, difendendo la norma.
Il fronte del sì.
Sulla carta il vasto schieramento che sostiene alla luce del sole il Rosatellum non dovrebbe avere problemi: messi tutti insieme dovrebbero raggiungere quota 441 voti, oltre il 70 per cento dei componenti della Camera.
Una cifra che si ricava sommando i 283 deputati del Pd, i 50 di Forza Italia, i 23 di Area popolare, i 19 della Lega, i 14 di Civici ed Innovatori, i 6 delle Minoranze linguistiche, i 17 di Scelta Civica-Ala, i 12 di Centro democratico, gli 11 di Direzione Italia, i 6 dell’Udc e i 4 del Psi.
Da questo calcolo bisogna togliere i 3 del Pd che hanno già detto che voteranno no: Rosy Bindi, il prodiano Franco Monaco e il lettiano Marco Meloni.
I contrari.
Il fronte del no, sempre sulla carta non ha chances: sommando i 13 voti di Mdp, gli 11 di Fratelli d’Italia, gli 88 del Movimenti Cinque Stelle, i 17 di Sinistra italiana e i 5 di Alternativa libera si arriva ad un magro 164 voti. A cui si potrebbero aggiungere i voti di alcuni deputati del corpaccione del Gruppo Misto che non hanno dichiarato le loro intenzioni.
Tutti questi numeri portano alla conclusione che per bocciare la legge, nel segreto dell’urna dovrebbe manifestarsi 120, forse 127 franchi tiratori.
Nella previsione che tutti i sostenitori del no si presentino in Aula e votino. Una cifra altissima, anche tenendo conto dei famosi 101 deputati che bocciarono la candidatura di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica.
Il timore dei franchi tiratori.
Nonostante questi calcoli rassicuranti, circola però a Montecitorio e dintorni incertezza e anche un certo timore. Nel Pd, per esempio, danno per scontato che si manifesteranno una trentina di franchi tiratori.
Ma nessuno sa bene cosa decideranno i peones, tutta quella massa di deputati che compulsano tabelle e grafici per capire quale potrebbe essere il loro collegio uninominale o l’ampiezza del collegio plurinominale. Sono soprattutto deputati del Nord, dove la probabile alleanza Lega-Forza Italia potrebbe spazzarli via dal panorama politico.
Ma lo stesso timore potrebbe spingere i deputati meridionali del centrodestra . Anche loro potrebbero essere penalizzati dal nuovo meccanismo di voto.
E sullo sfondo si profila lo scoglio del Senato, dove i numeri, nonostante l’apporto del centrodestra, sono veramente a rischio quando si vota a scrutinio segreto.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 11th, 2017 Riccardo Fucile
NEL VOTO SEGRETO SAREBBERO NECESSARI 127 FRANCHI TIRATORI PER AFFOSSARE IL ROSATELLUM
Il governo incassa le prime fiducie sul Rosatellum bis tra le proteste in piazza e un’Aula pressochè vuota.
Sono stati poco oltre 300 i voti a favore: la fiducia è passata grazie ai sì di PD, AP e le altre forze che sostengono l’esecutivo.
Non hanno invece partecipato al voto gli altri sottoscrittori del patto sulla legge elettorale, Forza Italia e Lega, che però daranno entrambe il via libera finale alla riforma, così come i verdiniani e i fittiani.
Domani terzo ed ultimo voto di fiducia, poi in serata il voto finale.
Ed è il voto finale l’ultimo ostacolo prima del sì alla legge e del suo passaggio in Senato, dove probabilmente lo schema sarà ripetuto.
Scrive l’ANSA che i partiti che sostengono il Rosatellum Bis sulla carta hanno numeri “bulgari”: 441 voti alla Camera con cui affrontare l’insidioso voto finale sulla legge.
In particolare, il PD conta 283 deputati (ma 3 hanno detto che non voteranno la legge), AP ne ha 22, 19 la Lega, 14 Civici ed Innovatori, 50 Forza Italia, 6 le Minoranze linguistiche, 17 Scelta Civica-Ala, 12 Des-Cd, 11 Direzione Italia, 6 l’UDC e 4 il PSI.
In totale sono appunto 441.
Il Fronte del No conta invece su 164 voti: 43 sono di MDP, 11 di FDI, 88 di M5S, 17 di SI, 5 di Alternativa libera. Altri deputati del gruppo misto non si sono pronunciati.
L’attenzione, spiega l’agenzia, è tutta puntata sull’ultimo voto della maratona che si concluderà domani, quello per approvare la legge nel suo complesso: oltre a non essere coperto dalla fiducia (alla Camera il regolamento lo vieta), quasi sicuramente si svolgerà a scrutinio segreto (basterà che 30 deputati lo chiedano e la presidenza dovrà concederlo). E’ quella, dunque, l’occasione in cui i franchi tiratori potrebbero colpire.
Conti alla mano, se tutti i deputati parteciperanno al voto finale (tutti tranne la presidente della Camera, che per prassi non vota mai), per affossare la legge bisognerebbe che almeno 127 deputati cambiassero idea e trasformassero i loro sì in altrettanti no: i 441 voti del fronte del sì diventerebbero 314 e il Rosatellum sarebbe morto: a patto, però, che tutti gli altri deputati votassero no e nessuno si astenesse.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 11th, 2017 Riccardo Fucile
PIANO PER VOTARE ANCHE LO IUS SOLI MODIFICATO
Il patto tra Paolo Gentiloni e Matteo Renzi, con la sponda del Colle, era stato siglato più
di dieci giorni fa, una triangolazione che ha consentito al premier di fare un passo certo non indolore.
«Se ce ne sarà bisogno si andrà avanti così, rischiamo di non portarla a casa», si son detti tempo fa i due leader. Da giorni il copione era già scritto e Mattarella ne era stato informato.
Ma fino a lunedì sera il premier propendeva per il “canguro”, ovvero la tagliola parlamentare studiata per neutralizzare i voti segreti: tuttavia, quando di fronte all’evidenza si è capito che il “canguro”, escogitato da Emanuele Fiano, avrebbe lasciato comunque in piedi diversi voti segreti, è stato chiaro a tutti che non ci sarebbe stata alternativa alla fiducia.
Perchè c’era un altro patto dietro le quinte, quello tra Rosato e gli altri capigruppo di Forza Italia, Lega e Ap: se salta un tassello salta tutto, niente scherzi.
E di questo patto si fa forte il premier quando ieri apre la riunione del Consiglio dei ministri: «Si pone la questione della fiducia, per facilitare il percorso della legge elettorale. Ce lo chiede la maggioranza perchè c’è il rischio di trovarsi con un nulla di fatto. L’unica cosa certa è che questa iniziativa è sostenuta da un arco di forze parlamentari più ampio della maggioranza e siccome abbiamo bisogno di regole certe e chiare non possiamo ignorarlo».
Il premier è preoccupato, sa di giocarsi l’osso del collo con un voto finale sulla riforma che sarà a scrutinio segreto.
Ma non ci sono alternative e tira dritto. Forte di un consenso largo alla fiducia. Di buon mattino arriva la benedizione di Forza Italia, della Lega e poi pure del Quirinale.
E a chi gli rinfaccerà il suo discorso di insediamento, Gentiloni è pronto a ribattere che le sue parole erano state «il governo non sarà attore protagonista, ma non starà alla finestra e cercherà di accompagnare il confronto, perchè il paese ha bisogno di regole certe pienamente applicabili e con urgenza».
§Insomma, Gentiloni sa che questo «è l’ultimo treno» e se non si prendesse a ridosso delle urne toccherà fare un decreto: con il governo alla ricerca di una maggioranza in aula su due monconi di legge elettorale, per di più a un mese dal voto. Un calvario.
Nel gran salone di Palazzo Chigi Andrea Orlando è l’unico a sollevare obiezioni sulla fiducia. «Scusate, il decreto lo avremmo fatto con il consenso di tutte le forze parlamentari, giusto? Quindi aspettiamo prima di porre in aula la fiducia: se Mdp mostra un minimo di apertura apriamo un tavolo con loro su alcune modifiche circoscritte». Orlando prima ne ha parlato con i capi di Mdp che gli hanno chiuso la porta, ma vuole provare lo stesso.
In Cdm gli rispondono Martina, Minniti, Lotti e Franceschini. Nessuna sponda a Orlando neanche dal ministro della Cultura, l’altro capocorrente forte del Pd. I ministri renziani alzano il muro e si va avanti con la fiducia.
A cui addirittura potrebbe seguirne un’altra, anzi altre due.
Se dal comignolo di Montecitorio venerdì mattina uscirà la fumata bianca, la legge elettorale passerà al Senato martedì in commissione: rapido via libera per arrivare in aula mercoledì o giovedì 19 ed essere varata anche lì con la fiducia.
In tale ingorgo è possibile che la legge di bilancio arrivi in Senato il 27 ottobre, aprendo una finestra anche per lo Ius soli: che sarà riscritto per andare incontro ad Ap, con un irrigidimento anche su entrambi i genitori regolarizzati per poter accedere alla cittadinanza.
Poi il testo andrebbe alla Camera a novembre che avrebbe tempo per approvarlo con la fiducia.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 11th, 2017 Riccardo Fucile
L’ACCORDONE PERFETTO CHE SODDISFA TUTTI, DAL QUIRINALE ALLA LEGA… UN MODO CON CUI IL SISTEMA PERPETUA SE STESSO
L’accordone, anzi la forzatura del Sistema, viene sancita quando, prima del consiglio dei ministri, i capigruppo di Forza Italia chiamano Paolo Gentiloni: “Puoi mettere la fiducia — questo il senso del messaggio – noi non ci opponiamo e accompagneremo il percorso della legge fino alla fine”.
È una svolta che matura nelle ultime 48 ore, fortemente voluta da Renzi. Il quale, solo qualche giorno fa, confidava ai suoi: “C’è un unico modo per far passare la legge, con tutti questi voti segreti: la fiducia. Ma Brunetta non è d’accordo…”.
A convincere Silvio Berlusconi, mai entusiasta di questa legge, c’è innanzitutto un ragionamento, spietato e lineare, che ha a che fare le liste, le teste da tagliare e le facce da cambiare: “Renzi — dice una fonte di casa ad Arcore — ci ha recapitato questo messaggio: il Rosatellum, conviene sia a voi che a noi, perchè ci consente di far fuori quelli che vogliamo fare fuori”, che nella fattispecie sarebbero per uno la sinistra degli odiati D’Alema e Bersani, per l’altro quella nomenklatura che resisterebbe con le preferenze, per plasmare liste di obbedienti ai voleri del Capo.
In Senato fonti solitamente attendibili parlano anche di contatti diretti tra Renzi e Berlusconi che però le fonti ufficiali negano.
Ma non c’è solo questo, c’è qualcosa di più e più grande. C’è un Sistema che si tutela e autoriproduce, escludendo dalla prospettiva del governo quelle che una volta si sarebbero chiamate “ali” e oggi si potrebbero chiamare “turbolenze”, mutuando un termine del mercato.
I Cinque Stelle, la sinistra fuori dal Pd: turbolenze per la stabilità immaginata.
Il dato politico è che, su quest’ultima forzatura della legislatura, si realizza l’accordo perfetto, politico e istituzionale, come neanche ai tempi del Nazareno, che si ruppe sull’elezione di Sergio Mattarella.
Proprio dal Quirinale arriva il via libera sostanziale al patto che, al tempo stesso, configura un unicum assoluto nella storia repubblicana: due fiducie, sempre sulla legge elettorale, nello stesso settennato, prima sull’Italicum ora sul Rosatellum (leggi qui il via libera di Mattarella).
Con la stessa tensione fuori e dentro il Parlamento, con opposizioni che chiamano i militanti a manifestare fuori, con una nuova, drammatica spaccatura a sinistra. Certo con Mdp, ma anche nel corpaccione del Pd: “Sono scosso”, diceva Cuperlo in Transatlantico.
Detta in modo un po’ tranchant. Il cuore dell’accordo è certo il prima (liste di nominati e ognuno che torna padrone a casa sua) ma è soprattutto il dopo, ovvero il minuto dopo quelle elezioni su cui circolano già delle date, a sentire i renziani che hanno accesso nelle stanze dei bottoni: “Scioglimento il 23 dicembre, voto il 4 marzo”.
La legge agevola e fotografa una doppia opzione che, presumibilmente, il capo dello Stato si troverà di fronte: se il centrodestra raggiunge il 40, un governo di centrodestra, altrimenti le larghe intese.
Due opzioni che il Sistema ha già sperimentato, sia pur con diversi rapporti di forza quando la Lega era più debole.
E torna Renzi. Perchè la dinamica maggioritaria, anche se la legge sul punto è pasticciata, a livello politico e mediatico risuscita la figura del candidato premier, con una coalizione.
Col Consultellum votavi Pd non sapendo chi sarebbe andato a palazzo Chigi, con questa voti Renzi per mandarlo a palazzo Chigi. Cambia la dinamica. Torna la centralità dei leader e del voto utile.
Ecco perchè il segretario del Pd ha imposto la forzatura che, per esempio, non volle ai tempi della legge tedesca, di impianto proporzionale, affossata dal Parlamento.
Le perplessità di Gentiloni rivelano il senso di una operazione win win per Renzi, tutta giocata sulla pelle del governo: se il tentativo va a buon fine, ha vinto e incassa un’arma; se va male sono tutti povero Gentiloni, costretto a fare una legge di stabilità in un quadro terremotato e col governo che ha perso forza e faccia.
Quella vecchia volpe di Casini diceva a qualche collega a Palazzo Madama: “Vedrete che, al dunque, Silvio non avrà problemi a fare l’accordo con Renzi, con lui a palazzo Chigi. Non si impiccherà per Gentiloni o altri. Tanto sarà un governo di coalizione. Avrà i numeri per tiralo giù se l’altro non sta ai patti”.
Saranno anche ricette per l’osteria dell’avvenire, ma gli ingredienti si vedono tutti. Come anche l’oggettivo vantaggio di Salvini su una legge che gli consente di stare nel gioco e di lanciare, al tempo stesso, un’Opa su Forza Italia al Nord destinata a farlo crescere in modo rilevante in termini di consenso e forza parlamentare.
È il timore di Gianni Letta, la “salvinizzazione del centrodestra”, messo agli atti in tempi non sospetti.
Un parlamentare azzurro, critico, spiega: “Certo che conviene a Salvini. Al Nord fa il pieno e condiziona anche noi. Facciamo un esempio, tanto per capirci: nei collegi c’è da scegliere i candidati comuni. Berlusconi dice Tajani. Quello dice: i miei Tajani non lo reggono, voglio Toti. Così ci costruiamo la quinta colonna in casa”.
Insomma, l’accordo è perfetto, nella misura in cui ognuno incassa qualcosa.
E tutti disegnano un nuovo perimetro politico di Sistema nel quale giocare la partita del governo. Manca solo un voto segreto, dopo la fiducia.
Uno solo, invece dei novanta previsti se si fosse data al Parlamento la possibilità di esprimersi.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 10th, 2017 Riccardo Fucile
OK DEL QUIRINALE, OPPOSIZIONI SCATENATE CONTRO L’ENNESIMA PORCATA… PD, LEGA, FORZA ITALIA E AP HANNO PAURA DEL VOTO SEGRETO
La maggioranza blinda la legge elettorale e annuncia che chiederà la fiducia sul Rosatellum bis. Solo tre giorni fa (e pure questa mattina) il relatore Emanuele Fiano (Pd) garantiva che l’opzione non fosse sul tavolo, ma a dare l’annuncio alla fine è stato il capogruppo del Pd Ettore Rosato.
Le prime votazioni a Montecitorio saranno domani.
L’annuncio da parte della ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro è avvenuta tra le grida di tutti i partiti d’opposizione e non solo, visto che contro questa scelta si è schierato anche il gruppo di Mdp.
Per i gruppi contrari alla legge, infatti, porre la questione di fiducia sulla legge elettorale è “un atto eversivo“, come dice il M5s che con il candidato premier Luigi Di Maio annuncia di voler “convocare in piazza il popolo perchè deve capire”.
Il capogruppo di Mdp Francesco Laforgia parla di “atto di protervia“, quello di Sinistra Italiana Giulio Marcon di “forzatura inaudita”.
Nel Pd “perplessità ” è stata espressa solo da Gianni Cuperlo, Vannino Chiti ed Enzo Lattuca, dell’area Orlando.
La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni si è appellata al presidente Sergio Mattarella.
Tuttavia il Quirinale, tramite fonti interne, ha fatto trapelare l’apprezzamento per l’impegno del Parlamento: “Il presidente della Repubblica”, riportano le agenzie di stampa, “non interviene nel merito del testo in esame o di scelte diverse in materia e neppure sull’ipotesi di voto di fiducia che attiene al rapporto Parlamento-governo, ma considera positivo l’impegno del Parlamento per giungere all’approvazione della legge elettorale e auspica che questo avvenga con il più ampio consenso”.
La missione che il capo dello Stato aveva affidato al Parlamento dopo la crisi di governo per le dimissioni di Matteo Renzi da presidente del Consiglio era proprio di armonizzare le leggi elettorali, residuati spogliati e deformati dalla Consulta dell’Italicum e del Porcellum.
A nulla sono servite le polemiche e gli appelli dei partiti di minoranza anche alla presidente Laura Boldrini per fermare il Pd.
Dopo la riunione di maggioranza è stato il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato a chiamare il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per riferirgli che la fiducia sarebbe stata “opportuna” perchè il testo della legge “è frutto di un faticoso equilibrio tra maggioranza e opposizione e sottoporlo ai voti segreti metterebbe in difficoltà il complesso del testo”.
Chi protesta, aggiunge, sono i due partiti che hanno affossato il modello tedesco, che era proporzionale.
La bagarre a Montecitorio all’annuncio della Finocchiaro
Ma la tensione si è scaricata tutta sul momento in cui il governo ha annunciato che sulla riforma elettorale sarebbe stata posta la questione di fiducia. La ministra per i Rapporti con il Parlamento ha preso la parola tra le urla di decine di parlamentari.
I deputati del M5s hanno sventolato copie del regolamento di Montecitorio: uno dei volumi è stato lanciato al centro dell’emiciclo da Danilo Toninelli, il più scatenato contro il Rosatellum da giorni (lo aveva definito nell’ordine “Merdellum”, “da vomito” e una “cloaca”).
Carla Ruocco ha sbattuto più volte sul banco la “ribaltina” di legno, per fare rumore.
Stesso volume dall’ala all’estrema sinistra dell’assemblea: tutti i parlamentari di Mdp e Sinistra Italiana si sono alzati per battere sui banchi in segno di protesta.
Dal banco della commissione Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia ha alzato un cartello con la scritta “Hablamos“, parliamo, prendendo a prestito lo slogan leitmotiv della campagna unionista della Catalogna.
L’ex ministro ha provato anche fisicamente a bloccare l’annuncio della Finocchiaro: mentre la ministra pronunciava la formula di rito, le si è avvicinata urlando e battendo con la mano sulla balaustra, ma è stato fermato da un assistente parlamentare.
Lui precisa: “Sono semplicemente andato verso la postazione della Presidente della Camera perchè avevo chiesto di fare mio l’emendamento Brambilla sul Trentino: stavo solo chiedendo la parola. Con la Finocchiaro ho anche un ottimo rapporto: per questo ho raccolto un fiore e glielo ho dato…”.
Lo spettro dell’emendamento sul Trentino-Alto Adige
In particolare il M5s se l’è presa con la Boldrini e poco prima con il presidente di turno Giachetti perchè era stata respinta la richiesta di convocare la giunta per il regolamento di Montecitorio.
I Cinquestelle avevano chiesto che l’organismo si riunisse per esprimersi su un punto in particolare: se fosse possibile modificare le deliberazioni dell’Aula con un voto di commissione.
E’ il caso dell’emendamento sulla distribuzione dei seggi in Trentino-Alto Adige, sul quale era franato il precedente accordo dei partiti (compreso il M5s) per la legge elettorale.
Ma quella votazione è stata “corretta” di nuovo in commissione, nei giorni scorsi, mantenendo però lo stesso iter per fare prima.
Secondo Davide Crippa (M5s) “non ci sono precedenti”. “Qui — dice — si allarga la maglia di una votazione dell’Aula. L’organo più autorevole a decidere è la Giunta per il regolamento, vorremmo fosse investita la Giunta su una materia delicata per la tenuta democratica, e non un semplice presidente di commissione”.
Alla richiesta dei Cinquestelle si erano associati anche Mdp, Sinistra Italiana, Fratelli d’Italia e Rocco Buttiglione dell’Udc, il quale ha sottolineato come “in questa fase siamo davanti ad un nuovo testo, per cui sarebbe necessario far ripartire l’esame dell’Aula da zero”. Ma la richiesta è stata respinta dalla presidente della Camera scatenando le proteste e il lancio dei manuali dei regolamenti parlamentari.
Chi voterà la fiducia e chi la legge
La prima questione sarà politica. Chi voterà la fiducia visto che la legge è sostenuta da Pd, Ap e centristi, ma non dal Mdp?
E cosa faranno invece gli altri gruppi che appoggiano la riforma elettorale del Rosatellum, cioè Forza Italia e Lega Nord, che sono all’opposizione?
§Di sicuro c’è che Mdp non voterà la fiducia. Per il coordinatore Roberto Speranza la legge “è oltre i limiti della democrazia: qui si sta scherzando col fuoco. Una legge che toglie la sovranità ai cittadini di scegliere i propri eletti viene approvata togliendo la sovranità al Parlamento. Non voglio credere che sia vero”.
Per Pippo Civati di Possibile è “un atto indegno”.
Dall’altra parte i berlusconiani e il Carroccio non voteranno la fiducia, ma solo la legge, come hanno confermato Renato Brunetta e Giancarlo Giorgetti.
“Auspichiamo un rapido iter al Senato — dice il leghista — consapevoli che chiunque lo rallenti evidentemente vuole rinviare la data delle elezioni che si devono tenere invece il più presto possibile”.
Dunque chi voterà la fiducia? Alla Camera il Pd non ha particolari problemi, specie se Fi e Lega escono dall’Aula.
Al Senato Mdp — la cui assenza sul Def, per esempio, si è rivelata ininfluente — c’è comunque la stampella di alcuni gruppuscoli di centrodestra come il Gal e Ala, cioè i verdiniani.
Fiducia, l’arma anti-voto segreto
La seconda questione è tecnica. Il Pd e il resto della maggioranza hanno scelto la strada del voto di fiducia perchè erano troppi i voti segreti perchè il testo rimanesse integro.
E’ ancora fresca, d’altra parte, la ferita del patto Pd-M5s-Fi di fine primavera, crollato al primo scrutinio segreto su un emendamento sul sistema elettorale del Trentino-Alto Adige.
Così il Pd ha abbandonato la strada degli emendamenti-canguro (cioè gli emendamenti che fanno decadere i successivi sullo stesso argomento) quando i capigruppo dei democratici e di Forza Italia, Lega e Alternativa Popolare hanno visto che i voti segreti sarebbero stati almeno 100 soprattutto perchè il tentativo con Mdp per fargli rinunciare alle richieste di voto segreto era finita malissimo.
Come si svolgeranno i 3 voti di fiducia
Saranno tre le fiducie, sui primi tre articoli dei cinque di cui si compone la legge elettorale, che saranno votate da domani nell’Aula della Camera.
Due si voteranno domani, la terza giovedì.
La prima fiducia, sull’articolo uno si voterà dunque domani dalle 15,45; le dichiarazioni di voto avranno inizio dalle 13,45.
La seconda fiducia, sull’articolo 2 sarà votata sempre domani dalle 19,30 (dichiarazioni di voto dalle 17,30).
La terza fiducia, sull’articolo 3 si voterà giovedì dalle 11 (dichiarazioni di voto dalle 9). Dalle 13 in poi di giovedì saranno esaminati dall’Assemblea di Montecitorio gli altri due articoli del testo, su cui insistono una ventina di emendamenti, tutti da esaminare a scrutinio palese.
A seguire, forse già giovedì, si esamineranno gli ordini del giorno e ci saranno le dichiarazioni di voto finali ed il voto finale: questa ultima votazione in base al regolamento di Montecitorio, è “secretabile“.
La posizione del Quirinale
Nel corso dell’ultimo anno il presidente Mattarella ha rivolto al Parlamento più volte appelli per rendere omogenee le normative elettorali per la Camera e per il Senato e per disporre di regole scelte dal Parlamento e non risultato di ciò che rimane dopo i tagli operati da sentenze della Corte Costituzionale.
A luglio — si apprende dal Quirinale — aveva manifestato rammarico per il venir meno della prospettiva di approvazione di una legge elettorale largamente condivisa. Per questo l’espressione di un parere “positivo” per il nuovo iter parlamentare accelerato in queste ore, sempre con l’auspicio di “un ampio consenso”.
Fiducia sulla legge elettorale, terza volta nella Storia
Se le intenzioni della maggioranza saranno confermate, sarà la terza volta che viene posta la questione di fiducia su una legge elettorale dall’avvento della Repubblica in poi.
La prima fu nel 1953 e fu posta dal governo di Alcide De Gasperi con “tumulti” alla Camera. L’approvazione avvenne poi di domenica (delle Palme) al Senato, anche se senza fiducia.
Si trattava di quella che l’opposizione definì “legge truffa”, perchè assegnava un premio di governabilità al partito che superava il 50 per cento dei voti validi.
Nelle elezioni dello stesso anno il meccanismo non scattò e l’anno successivo la legge fu abrogata.
In tempi più recenti, quasi ai giorni nostri, l’altro episodio. Fu il governo Renzi a porre la fiducia sull’Italicum nell’aprile 2015. Tecnicamente le fiducie poste furono tre, una per ciascun articolo e furono votale la prima il 29 aprile e le altre due il 30.
Il 4 maggio l’Italicum fu approvato a scrutinio segreto con 334 voti a favore, 61 contrari e 4 astenuti. L’Italicum, com’è noto, è stato poi smontato dalla Corte Costituzionale.
Tra la legge del 1953 e l’Italicum, altre due riforme elettorali sono state approvate invece senza ricorso alla fiducia: il Mattarellum nel 1993, votato da una maggioranza trasversale, e il Porcellum nel 2005, con i soli voti della maggioranza di centrodestra (Fi, An, Lega, Udc, NPsi e Pri).
Napolitano: “Capo politico? Costituzione lesa”
Sulla legge elettorale è intervenuto anche il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano che si è espresso sull’indicazione del capo della forza politica: “E’ incompatibile con i nostri equilibricostituzionali“.
Una clausola, secondo l’ex capo dello Stato, che ripresenta “il grande equivoco già manifestatosi, nel senso che l’elettore sia chiamato a votare per eleggere non solo il Parlamento, ma il capo dell’esecutivo”, un “equivoco”, aggiunge, che non si presenta “neppure nel sistema francese” perchè nonostante il sistema presidenziale “non vengono confuse nello stesso voto l’elezione del Presidente con poteri di governo e l’elezione dell’Assemblea nazionale”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
LA CORTE COSTITUZIONALE AVEVA GIA PRECISATO CHE LE CONDOTTE CHE SI LIMITANO ALLA PROPAGANDA RIENTRANO NEL DIRITTO ALLA LIBERTA’ DI PENSIERO, SONO RILEVANTI SOLO QUELLE ATTE A RICOSTITUIRE IL PARTITO FASCISTA
Il ddl Fiano appena approvato in prima lettura nasce, a prima vista, malato. 
Il testo con cui si vorrebbe far punire la propaganda di un’ideologia ha tutta l’aria di essere, a sua volta, piuttosto che un testo normativo, una presa di posizione, l’affermazione di un principio e il tentativo di imporlo per le vie della giustizia penale.
Il legislatore sembra aver imboccato la strada di un intervento normativo a forte rischio di incostituzionalità .
La proposta di legge, infatti, introduce l’art. 292-bis del codice penale, nell’ambito dei delitti contro la personalità interna dello Stato; articolo recante «Propaganda del regime fascista e nazifascista».
Con la disposizione appena passata all’esame del Senato si vuole punire chi «propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità ». Pena prevista: dai sei mesi ai due anni.
Come noto, il tema di apologia del fascismo è già oggetto della famosa legge Scelba, la n. 645/1952, seguita dalla legge Mancino del 1993.
La legge Scelba va a colpire «coloro che promuovano o organizzino sotto qualsiasi forma la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto regime fascista e coloro che pubblicamente esaltino princìpi, fatti o metodi del fascismo o le sue finalità antidemocratiche».
Questa disposizione è stata oggetto di diversi interventi interpretativi della Corte costituzionale, la quale ha limitato l’applicabilità nel senso di andare a qualificare come penalmente rilevanti solo quelle ipotesi di apologia concretamente idonea alla riorganizzazione del partito fascista, casi di «istigazione indiretta a commettere un fatto idoneo alla riorganizzazione».
La Corte costituzionale ha così voluto limitare la portata della legge Scelba a quei soli casi in cui le condotte filofasciste abbiano una portata e caratteristiche tali da esigere l’intervento repressivo, mettendo a rischio la tenuta democratica attraverso la ricostituzione del disciolto partito fascista, vietata dalle disposizioni finali della Costituzione, di cui la Scelba era legge di attuazione.
Si è voluto, cioè, selezionare le condotte realmente cariche di offensività .
Ed è una scelta che il legislatore ha riprodotto nel 1986 nell’ambito di molti altri delitti contro la personalità dello Stato, guarda caso proprio quelli accanto ai quali la proposta di legge Fiano vorrebbe introdurre il reato di propaganda fascista e nazifascista.
Con la legge 85/2006, infatti, sono state eliminate fattispecie di scarso o nullo utilizzo e altre sono state riformulate.
È evidente come la limitazione effettuata dalla Corte costituzionale rispetto alla legge Scelba introduca un principio, di rango costituzionale e quindi cui le leggi ordinarie devono adeguarsi, con il quale la proposta di legge a firma Fiano sembrerebbe chiaramente incompatibile.
E questo lo si deduce dalla stessa relazione introduttiva della proposta, nella quale si legge che lo scopo del ddl è quello di punire fatti minori ed estemporanei, che altrimenti non sarebbero punibili, come il saluto romano.
Addirittura, una pronuncia della Cassazione, richiamata da una diversa sentenza della Corte costituzionale del 1958, affermava che non poteva essere punita una condotta «quando non trattasi di atti che integrino vera e propria apologia del fascismo ma» addirittura continua la pronuncia «si esauriscono in manifestazioni come il canto degli inni fascisti, poichè si ha ragione di ritenere anche che queste manifestazioni di carattere apologetico debbano essere sostenute, per ciò che concerne il rapporto di causalità fisica e psichica, dai due elementi della idoneità ed efficacia dei mezzi rispetto al pericolo della ricostituzione del partito fascista».
Quando le condotte si limitano alla sola propaganda, rientrano evidentemente nell’art. 21 della Costituzione: non solo il diritto alla libertà di pensiero, ma il diritto alla sua manifestazione.
E per questo non sono censurabili, nel senso stretto del termine.
La bellezza e la forza del diritto è che è uguale per tutti, anche per coloro nei cui confronti si vorrebbe volentieri fare un’eccezione: e quindi fintantochè la propaganda del regime fascista resta propaganda e, come la Consulta ha precisato nel lontano 1958, non sfocia nella concreta idoneità a ricostituire il partito fascista, non può essere punita.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 28th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX AN E FLI: “CHIEDERO’ LA CITTADINANZA SPAGNOLA”
“Io sono uno perbene, non ho mai preso un’auto blu in vita mia”. Enzo Raisi, ex onorevole An, poi Pdl e uno di quelli che seguì Fini dopo la rottura con Berlusconi, risponde al telefono dalla Spagna dove vive e lavora. “Per la miseria, io sono onesto”, dice mentre parla con “il gozzo in gola”.
Due giorni fa, mentre in Aula si discuteva del ricalcolo dei vitalizi, ha scritto un post su Facebook: “Ho fatto male a fare politica e a non rubare”.
Da lì a diventare l’emblema del politico della casta sono passati pochi clic. In rete è stato sommerso dagli insulti (ma anche da 500 “mi piace”), in privato ha ricevuto telefonate dagli ex colleghi che gli facevano i complimenti: “Io sono qui che mi espongo e loro zitti. Se devono andare in Parlamento senza palle che stiano a casa. Ma io non sono un Di Maio, un Salvini, una Meloni o un Richetti che è in aspettativa dalla provincia di Modena e si fa pagare i contributi dallo Stato. Io ho un lavoro“. Raisi smise di pagare i contributi all’Inps una volta in Parlamento, e ora con la nuova legge avrebbe un vitalizio mensile di mille euro lordi circa.
Per questo dice di essere pronto a rinunciare, a patto che gli vengano dati indietro i soldi che ha versato. “La legge è giusta anche se è sbagliata la sua applicazione”.
Ma che ne pensa veramente dei vitalizi? “Garantiscono l’indipendenza. Quando cercarono di comprarmi per stare in maggioranza con Berlusconi io resistetti anche per questo”. E se passa la legge? “Rinuncerò alla cittadinanza italiana”.
Raisi quindi si rimangia la frase “dovevo rubare”?
Era una provocazione. Io volevo dire che in questo Paese le persone oneste pagano sempre e sono trattate da delinquenti. Io non sono uguale a tutti gli altri. Dovete dirlo che Raisi non è un Razzi.
Quanti insulti ha ricevuto per quelle parole
Non solo. Ci ho pensato due volte prima di scrivere il post, sapevo che la gente non avrebbe capito. Però ero troppo arrabbiato. In rete è successo di tutto, ma ho anche ricevuto telefonate da parlamentari di tutti i partiti.
Che le hanno detto?
Mi hanno fatto i complimenti. Ma bravo andatelo a dire a un altro. Perchè io sono fuori e dico queste cose, loro stanno lì zitti. Se vanno in Parlamento senza le palle è meglio che stiano a casa. Non devono chiamare me, devono votare secondo coscienza. Meloni e Salvini hanno mai lavorato? Berlusconi? E’ ricco. Chissà cosa se ne fa lui del vitalizio, al massimo può spenderlo in un bunga bunga. Capisco, devono pensare ai voti: la gente vuole il sangue e loro gli danno il sangue.
Ora lei cosa fa?
L’imprenditore in Spagna. Io lavoro. Sono una persona perbene, io non ho mai preso un’auto blu in tutta la mia vita.
E scusi ora che non è più un politico non pensa che sia giusto che i parlamentari abbiano una pensione calcolata come quella di un normale dipendente?
La legge è giusta nel principio, ma non nell’applicazione. Io che sono sempre stato onesto vengo schiaffeggiato e dileggiato con questa norma, divento un paria. Cioè ho meno diritti di un cittadino normale. Perchè? Qualcuno si alza e me lo dice per favore?
Qual è la discriminazione?
Ho sempre avuto un lavoro, non ho vissuto di politica come Di Maio, Salvini o la Meloni. O Richetti che si è fatto assumere dalla provincia di Modena, si è messo in aspettativa e si fa pagare i contributi dallo Stato.
E lei no?
Io sono uno che fino a 39 anni ha fatto il dirigente: quando sono entrato in Parlamento, dopo aver pagato per 20 anni le tasse, ho lasciato il mio mestiere. Una volta in Parlamento mi hanno detto che dovevo pagare per un vitalizio che mi sarebbe stato dato a 65 anni e ho smesso di pagare l’Inps perchè sono contro il cumulo delle pensioni. Poi sono uscito dal Parlamento nel 2013 e ho ricominciato da capo pagando le tasse alla Spagna. Dopo che ho fatto tutto questo, arriva la legge.
Quindi cosa vuole?
Che facciano il ricongiungimento delle casse considerando tutti i contributi che ho versato, o che mi ridiano indietro i soldi. Non lo fanno perchè la Camera ha la cassa vuota. Stanno illudendo i cittadini che i soldi risparmiati andranno a loro: è una baggianata. Io rinuncio al vitalizio. Ma se facciamo un contratto e a 56 anni cambia, ho il diritto di dire che voglio indietro i miei soldi.
Però è contro i vitalizi?
Il vitalizio serve per garantire indipendenza. Io come tanti parlamentari di Fli nel 2010 ho avuto sul tavolo l’offerta di qualche centinaio di migliaia di euro per stare nella maggioranza con Berlusconi. Sa cosa ho risposto? No, grazie. Perchè ho avuto la forza? Avevo un vitalizio. Oggi i grillini possono alzarsi e dire a Grillo io non sono d’accordo? No, perchè se no tornano a fare quello che facevano prima, cioè niente. Sono tutti dei soldatini. Così saranno quelli della Lega e di Berlusconi. Non c’è più la libertà di espressione.
Scusi ci ricordi, chi cercò di comprarla
Non mi faccia parlare, io non voglio più fare politica. Io rinuncio a tutto, però non voglio essere inchiappettato. Chiedo di avere quello che mi spetta. Io non mi sono messo in aspettativa per farmi pagare i contributi come Richetti, io mi sono dimesso. Lui si dimetta dalla provincia di Modena e poi voglio vedere se trova un lavoro quando esce dal Parlamento.
E quindi cosa intende fare?
Niente.
Si commuove Raisi?
E’ dura subire questo linciaggio, dopo tutto. Mi viene il gozzo in gola. Sono stanco. Io continuerò a lavorare e, visto che ho diritto alla cittadinanza spagnola perchè mia madre era spagnola, ne farò richiesta. Finora non lo avevo fatto perchè comporta rinunciare a quella italiana, ma se passa la legge lo faccio. E’ uno schiaffo tale per chi ha servito lo Stato italiano…
Può stare tranquillo, in Senato non ci sono i voti.
La legge passerà perchè hanno tutti paura, come nel ’92. Forse la bloccherà la Corte costituzionale, anche perchè i giudici della Consulta sanno che loro sono i prossimi.
Cosa prevede?
L’Italia in futuro avrà un Parlamento di dipendenti pubblici come Richetti, di pensionati, di nullafacenti come Di Maio, oppure avrà dei ricchi come Berlusconi. Manager come me che decidono di mettersi in politica a queste condizioni non se ne troveranno. Se li trovano rido fino a domani.
Voterà alle prossime elezioni?
No. Io sono di destra e cerco un uomo nuovo che non c’è. Tra l’altro, nella pochezza generale, non c’è alternativa a Berlusconi.
Ce la farà di nuovo?
E’ un imprenditore con carisma e ha una potenza mediatica che non ha nessuno. E’ stato un cretino il mio presidente Fini a fare la guerra a lui, noi con la fionda e lui con i cannoni. Infatti ci ha raso al suolo.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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