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PERCHE’ LA LEGGE SUI VITALIZI E’ INUTILE

Luglio 27th, 2017 Riccardo Fucile

IL RISPARMIO E’ DI APPENA 80 MILIONI L’ANNO, E’ A RISCHIO INCOSTITUZIONALITA’ E SERVE SOLO AL POPULISMO DI M5S E PD

Ieri la Camera ha approvato la proposta di legge Richetti sul ricalcolo delle pensioni parlamentari.
Nonostante la propaganda di questi mesi non si tratta dell’abolizione dei vitalizi, per il semplice motivo che il vitalizio inteso come rendita parzialmente alimentata da un prelievo sull’indennità  del periodo di esercizio della carica che veniva erogata sotto una certa soglia di età  è stato abolito nella riforma del 2012.
Attualmente i parlamentari che andranno in pensione percepiranno l’assegno solo dopo avere svolto il mandato parlamentare per almeno 4 anni e mezzo e una volta compiuti 65 anni di età .
La riforma introduceva inoltre il sistema contributivo per i parlamentari eletti a partire dal 1 gennaio 2012.
Quanto ci perdono i parlamentari di lungo corso?
La proposta di legge approvata ieri a larghissima maggioranza (348 sì, 17 no e 28 astenuti) introduce il ricalcolo dei trattamenti pensionistici anche per gli ex parlamentari (e gli ex componenti dei consigli regionali) che non sono più in carica. La legge in vigore oggi si applica infatti solo ai nuovi eletti ma non va a toccare la rendita di chi è stato eletto alla Camera o al Senato durante le legislature antecedenti al 2012.
La norma ha quindi valore retroattivo e sarà  compito degli uffici della Camera e del Senato fare il conteggio di quanto gli ex parlamentari percepiranno di pensione. Spetterà  invece alle Regioni stabilire l’ammontare del taglio delle rendite (che di fatto vengono abolite) degli ex consiglieri regionali.
Le stime parlano di una riduzione dell’assegno mensile che va dal 20 al 40%.
Ad esempio parlamentari di lungo corso che non siedono più sui banchi della Camera o del Senato come Massimo D’Alema (entrato il Parlamento la prima volta nel 1987) ed Emma Bonino (eletta la prima volta nel 1976) vedranno il “vitalizio” ridotto di oltre duemila euro al mese.
Su Repubblica e sul Corriere della Sera un “grande vecchio” come l’ex DC Publio Fiori (in Parlamento per quasi trent’anni dal 1979 al 2006) spiega che dal suo attuale vitalizio di 10 mila euro (anche in virtù della legge a sostegno delle vittime del terrorismo) con la legge potrebbe passare a circa 4 mila euro al mese. Più che dimezzato insomma.
Ma quanto ci guadagna lo Stato da questa riforma? Quanto risparmiano i cittadini?
In un’audizione alla Camera del maggio 2016 il Presidente dell’Inps Tito Boeri aveva detto che con la legge Richetti e l’applicazione retroattiva a tutti gli ex parlamentari del sistema contributivo attualmente in vigore ci sarebbe stato un risparmio di 79 milioni di euro per il 2016 e di 83,2 milioni per il 2017, pari a circa il 40% della spesa che è intorno ai duecento milioni di euro l’anno.
Valeva la pena bloccare il Parlamento per una legge del genere il cui unico obbiettivo è quello di risparmiare qualche milione di euro? Probabilmente no.
La questione dell’incostituzionalità  della legge
Il risparmio quindi c’è, ma il peso sul bilancio statale è davvero minimo. Ma questo si sapeva. E del resto la spesa per il mantenimento del nostro sistema parlamentare è poca cosa in confronto all’ammontare della spesa pubblica.
Da qualche parte si deve pur tagliare, si dirà . E senza dubbio per una volta partire dagli stipendi della casta è una mossa che sarà  gradita a molti elettori.
Ma non bisogna perdere di vista il quadro generale, ovvero il bilancio dello Stato (senza dimenticare il debito pubblico).
Se dividiamo questo risparmio per il numero dei cittadini italiani (circa 60 milioni) si tratta davvero di poca cosa: poco più di un euro a testa “guadagnato”. Ed è tutto da vedere cosa si farà  con quei risparmi.
È poi da vedere se è un bene che la politica si faccia dettare la linea dal populismo e ne abbracci le istanze. Argomenti come quello dei vitalizi dei parlamentari hanno facile presa sull’elettorato, ma cosa risolvono all’atto pratico? Ben poco guardando le cifre.
C’è poi chi solleva la questione dell’incostituzionalità  della legge. Lo ha fatto in Aula Renato Brunetta, annunciando il voto contrario di Forza Italia. Per Brunetta si viene a creare un pericoloso precedente in base al quale in futuro potrebbero essere messe in discussione le pensioni di venti milioni di italiani.
Come spiegava ieri su Repubblica l’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida i vitalizi non sono pensioni. Inoltre non è vero che i diritti acquisiti sono intoccabili. Vi è una costante giurisprudenza della Consulta, prosegue Onida, che consente alla legge di intervenire sui diritti acquisiti.
Gli interventi sui diritti già  acquisiti sono possibili purchè ragionevoli e non tali da violare l’affidamento legittimo del cittadino sorto in base alla legge preesistente e, nel nostro caso, il diritto fondamentale dei lavoratori a fruire di mezzi di sussistenza durante la vecchiaia, come prevede l’articolo 38 della Costituzione.
Dello stesso parere anche il giurista giurista Gianluigi Pellegrino che a RaiNews ha spiegato che anche l’uso del termine “retroattività ” è improprio:
Quando, in questo caso, si parla retroattività  si usa un termine improprio. Retroattiva sarebbe una norma che azzeri la pensione già  percepita o dica: ti abbiamo dato 5mila euro, ma abbiamo deciso di ricalcolare l’assegno con altri parametri e te ne spettavano 4mila, quindi ce ne devi mille. Ma dire che, da un certo momento in poi a seguito dell’approvazione di una nuova legge, la pensione sarà  calcolata con metodo diverso, quello contributivo, e che questo abbasserà  i trattamenti in corso, non quelli già  erogati, non implica retroattività , perchè si va a incidere sì su pensioni che si è già  cominciato a percepire, ma la quota corrisposta in passato non viene intaccata.
Dal momento che la legge interviene in mono ragionevole e non azzera le pensioni di chi già  la percepisce — nè chiede di restituire i soldi — il provvedimento non dovrebbe avere profili di incostituzionalità .
Altri autorevoli giustisti ovviamente sostengono il contrario e prevedpnp una sonora bocciatura della norma da parte della Corte costituzionale.
Ieri i 5 Stelle cantavano vittoria come se la legge fosse già  entrata in vigore. Ma è una vittoria a metà  perchè c’è chi dubita che a settembre la legge possa essere approvata dal Senato.
I numeri al Senato sono diversi e anche con il soccorso di MoVimento 5 Stelle, Lega e Fdi il margine è esiguo, se si sfilano i centristi e magari anche Mdp, che alla Camera ha scelto l’astensione.
I voti di PD (99), M5S (35) e Lega Nord (12), sommati, fanno 146 senatori, 15 in meno di quelli necessari per assicurarsi la maggioranza.
Il gruppo dei 14 senatori di ALA ha già  annunciato batttaglia.
I 25 senatori di Alternativa Popolare di Alfano (che alla Camera ha votato contro la legge) potrebbero risultare decisivi ma al momento non hanno alcuna intenzione di scoprirsi.
Anche Forza Italia potrebbe essere della partita. Alla Camera il gruppo guidato da Brunetta è uscito dall’Aula al momento del voto, con le eccezioni di Maria Stella Gelmini e Daniela Santanchè che hanno votato a favore.
Ma al Senato la partita è un’altra: ieri alla Camera la maggioranza di Governo (PD, AP e MDP) si è sfaldata ma i danni sono stati contenuti. Se al Senato dovesse succedere la stessa cosa, visti i numeri della maggioranza a Palazzo Madama lo strappo non sarebbe così indolore.

(da “NextQuotidiano”)

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VITALIZI, L’EX AN RAISI: “CON LA NUOVA NORMA NON AVRO’ NE’ LA PENSIONE INPS NE’ IL VITALIZIO, GRAZIE ITALIA, VI MERITATE SOLO I LADRI”

Luglio 25th, 2017 Riccardo Fucile

IN UN POST POLEMICO L’EX DEPUTATO ATTACCA LA NUOVA NORMA PER COME E’ STATA FORMULATA

Non gli scatterà  la pensione dell’Inps perchè con l’elezione a Montecitorio non ha più pagato i contributi. E adesso con la nuova legge che ricalcola i vitalizi in discussione proprio alla Camera sostiene di perdere anche l’assegno da parlamentare.
Per questo motivo lancia il suo attacco alla nuova norma che abolisce il privilegio previsto per gli onorevoli: “Ho solo fatto male a fare politica e a non rubare“. È un post polemico quello pubblicato su facebook da Enzo Raisi, per tre legislatura deputato di Alleanza Nazionale, del Pdl e — alla fine — di Futuro e Libertà . Uno status in cui il politico emiliano riassume la sua situazione pensionistica.
“Dunque ho pagato per quasi 20 anni l’Inps poi ho smesso perchè sono diventato parlamentare e avendo il vitalizio non volevo giustamente accumulare pensioni. Ovviamente 20 anni di contributi buttati via perchè non cumulabili con il vitalizio, essendo due gestioni diverse. Ho pagato per 15 anni i contributi per il vitalizio, solo per i due anni e mezzo della legislatura Prodi che è durata 2 anni e mezzo ho sborsato oltre 50 mila euro per i due anni e mezzo mancanti. Ironia della sorte ora, se passa la nuova legge voluta dai nuovi populisti Pd, leggasi sig Richetti, e i grillini che fanno a gara per attribuirsi questa legge, non avrò nè la pensione Inps nè il vitalizio”, racconta Raisi sul social network.
“Ho detto — aggiunge l’ex finiano — che rinuncio al vitalizio e a tutti i diritti però che almeno mi ridessero indietro i soldi versati e mi rispondono che è impossibile, non li hanno. Se aggiungo che ho fatto 25 anni il consigliere comunale e l’assessore per i quali giustamente non è previsto alcuna pensione ho fatto bingo”.
Quindi il polemico attacco: “Ringrazio il mio Paese ho solo fatto male a fare politica e a non rubare: questa la sintesi. Grazie di cuore Italia vi meritate solo i ladri: questo è quello che meritate”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA BECERODESTRA SI OPPONE ANCHE ALLA TUTELA DEGLI ORFANI DI FEMMINICIDIO

Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile

NO ALL’ESAME IN SEDE DELIBERANTE DEL DDL, UN VETO DISGUSTOSO

I senatori di Forza Italia, Gal e Lega Nord dicono no all’esame in sede deliberante (cioè senza passare dall’Aula) del disegno di legge che tutela gli orfani di femminicidio.
E questo, spiegano alcuni dei parlamentari che in commissione Giustizia del Senato hanno posto il veto, perchè nel testo si “fa riferimento ai figli delle unioni civili” tentando “di far entrare dalla finestra” un tema ancora caldo e soprattutto “già  affrontato in altra sede”.
I senatori del Pd in commissione Gioustizia commentano: “Il ritiro del consenso da parte del centrodestra alla sede deliberante in commissione Giustizia sul disegno di legge in favore gli orfani di femminicidio è grave, crudele e senza alcuna ragione obiettiva, visto che non è stata neanche svolta la discussione generale”.
“È infatti incomprensibile – aggiungono – il perchè non bisognerebbe rafforzare le tutele per quei minori che sono rimasti orfani in seguito a crimini domestici. Si tratta di bambini che hanno, nella maggior parte dei casi, la madre morta e il padre in carcere accusato di omicidio: cosa si deve attendere per tutelarli? Il presidente Grasso, proprio per la delicatezza e urgenza della materia, aveva assegnato al ddl un iter agevolato e le stesse parlamentari di Forza Italia della Camera avevano fatto un appello affinchè il Senato approvasse rapidamente il provvedimento”.
“È inspiegabile – continuano – la scelta dei senatori di Forza Italia, Gal e Lega che con le firme dei senatori Palma, Di Maggio, Caliendo, Giovanardi, Stefani e Cardiello colpiscono, per pura tattica politica, minori già  ampiamente provati dalla vita”.
Dove c’è un diritto civile da tutelare, questo centrodestra da fogna sta sempre dalla parte sbagliata.
Vomitevole

(da agenzie)

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PARLAMENTO, CONDANNATI MA SEMPRE RIABILITATI: COSI’ GLI ONOREVOLI SI RIPRENDONO IL VITALIZIO

Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile

LA CAMERA RESTITUISCE ASSEGNO E ARRETRATI A TRE EX DEPUTATI, LO PREVEDE IL REGOLAMENTO QUANDO IL TRIBUNALE CONCEDE IL RAVVEDIMENTO

Gianstefano Frigerio lo deve sapere: non tutto è perduto. Magari si tratterà  di aspettare qualche anno, ma la sentenza di riabilitazione prima o poi arriverà . E allora il vitalizio da 2.200 euro netti al mese che il Parlamento gli ha revocato ieri, dopo l’ultima condanna definitiva a tre anni e 4 mesi per le tangenti dell’Expo 2015 che ha patteggiato a fine 2014, tornerà  a correre. Con tanto di arretrati.
Per avere conferma, chiedere ai tre che si sono visti restituire l’assegno mentre la Camera lo toglieva all’ex collettore delle tangenti Dc che fu in seguito ascoltato consigliere di Silvio Berlusconi.
Massimo Abbatangelo, per esempio. Deputato missino per quattro legislature fu accusato della strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984, quando sedeva a Montecitorio ormai da cinque anni.
Da questa gravissima imputazione venne assolto dalla Corte d’Assise di Firenze in appello nel 1994, dopo che in primo grado aveva preso l’ergastolo. Ma si beccò comunque sei anni per detenzione di esplosivo: e il conto la Camera glielo ha presentato nel 2015.
Il 9 luglio di due anni fa l’ufficio di presidenza di Montecitorio gli ha revocato un vitalizio che secondo i dati rivelati da Primo Di Nicola sull’Espresso ammontava nel 2013 a 4.676 euro netti al mese.
A ben ventuno anni di distanza dalla condanna e anche dopo ventuno anni di assegni: i vecchi regolamenti stabilivano infatti che un deputato con quattro legislature alle spalle potesse incassare senza limiti di età . E allora Abbatangelo, che si presentò con Alleanza nazionale alle politiche del 1994 per la quinta volta risultando però il primo dei non eletti, non aveva che 51 anni.
Due primavere di astinenza e adesso per lui torna il vitalizio, nel frattempo pure lievitato a 5.600 euro: il 27 gennaio 2016 ha presentato istanza di riabilitazione, che gli è stata ovviamente concessa, e la sanzione è improvvisamente evaporata. E insieme al vitalizio, tornano anche gli arretrati. Il conto è facile.
Basta moltiplicare 5.600 per 17: tanti sono i mesi trascorsi dalla domanda presentata al tribunale di sorveglianza alla decisione presa ieri dall’ufficio di presidenza della Camera.
Per l’ex democristiano Giuseppe Astone, che si era visto anch’egli revocare nel luglio 2015 il vitalizio cresciuto oggi fino a 5.200 euro netti al mese (causa una condanna a 5 anni e 10 mesi) gli arretrati ammontano invece a circa metà , considerato che la domanda di riabilitazione è partita solo il 4 ottobre 2016.
Mentre il terzo ex onorevole al quale è stato ieri restituito il vitalizio, Massimo De Carolis (condanna a 2 anni e 8 mesi), si dovrà  accontentare di una somma prossima ai 40 mila euro: l’assegno al quale ha nuovamente diritto è nel suo caso di poco superiore a 3.000 euro netti mensili, e l’istanza al tribunale è del 16 maggio 2016.
Le regole parlano chiaro: l’assegno viene tolto ai parlamentari condannati in via definitiva a pene di oltre due anni. Ma lo stesso regolamento che il Parlamento ha approvato nel maggio del 2015 prevede una via d’uscita che lo rende di fatto inutile.
Il comma 3 dell’articolo 1 dice che le “disposizioni non si applicano qualora sia intervenuta riabilitazione in base agli articoli 683 del codice di procedura penale, 178 e 179 del codice penale”.
È un istituto, questo, previsto dal nostro sistema giudiziario, con il quale a fine pena il tribunale di sorveglianza può certificare il “ravvedimento” del condannato.
Una certificazione raramente negata a qualcuno: figuriamoci a chi ha occupato per anni un seggio in Parlamento. Il che però finisce per rappresentare una sanatoria generalizzata.

(da “La Repubblica”)

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PIERO ANGELA: “IO SENATORE A VITA? GRAZIE, MA NON FA PER ME”

Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile

“LA POLITICA E’ TROPPO LITIGIOSA, NESSUN PROGETTO VA AVANTI”

“Fare il senatore a vita non fa per me”. In un’intervista al Corriere della sera Piero Angela respinge l’idea del quotidiano il Foglio per portarlo a Palazzo Madama.
Ho scritto al direttore Claudio Cerasa: grazie, sono lusingatissimo, ma lasciatemi stare, desidero continuare col mio lavoro. In questo momento sono in pausa qui a Cinecittà , stiamo registrando “Speciale Superquark”. Faccio un altro mestiere. Non sono fatto per le gerarchie.
Il celebre conduttore spiega:
Alla Rai ho rifiutato, negli anni, la direzione di un Telegiornale e di una Rete… Non sono fatto per certi ruoli. (…) Oggi la politica può essere molto importante solo se favorisce questo processo: cioè gestire e distribuire bene la ricchezza che nasce da tecnologia ed energia. Ma se le maggioranze cambiano continuamente, si litiga e si parla solo di legge elettorale, nessun progetto vero diventa possibile
Angela spiega poi che cos’è che non va nella politica italiana
Facciamo l’esempio della scuola. Si parla continuamente di precari, di scuola laica o cattolica, di sicurezza degli edifici. Ma rarissimamente del vero problema: cioè come migliorare il livello e la qualità  dell’insegnamento. E poi, in generale, in Italia non si premia il merito, il valore, l’autentica capacità . Il risultato? Francesco Giavazzi lo ha spiegato molto bene giorni fa sul Corriere della Sera: se la produttività  è l’indice dell’efficienza di un Paese, ebbene l’Italia è ferma da quindici anni. Altri Paesi, con gli stessi mezzi, hanno saputo fare ben di più e assai meglio. Da cittadino vedo l’incapacità  della politica italiana di far emergere le mille potenzialità  che ha il nostro Paese, pieno di gente in gamba.

(da “Huffingtonpost”)

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“LA BOCCETTA” DOBBIAMO MANDARLA GIU’, FINO ALL’ULTIMA GOCCIA

Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile

A PROPOSITO DEL RITORNO IN PARLAMENTO DEL PARLAMENTARE EX AN INDAGATO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Ero convinto di non riuscire più a stupirmi.
Ritenevo sinceramente di averle già  viste tutte, quasi i miei trascorsi mi avessero vaccinato usque ad mortem.
Non sono riuscito a rimanere sbalordito nemmeno quando qualcuno mi ha detto che si può clonare un iPhone in 17 secondi oppure creare l’universo in meno di una settimana.
Quando stamattina ho involontariamente sfogliato i quotidiani (sono all’antica e mi piace ancora leggerli così) ho creduto che i funghi sulla pizza di ieri sera fossero “peyote” e che dovrei evitare esperienze gastronomiche dai pericolosi effetti collaterali.
Ma a cena ho mangiato un piatto di spaghetti e una cotoletta alla milanese e — anche se la pasta non era stata preparata come avrebbero voluto i miei amici Massimo e Susanna che mi hanno ospitato — non mi sembra di aver assolutamente ecceduto con il vino.
Invecchio e da vicino fatico a mettere a fuoco. Mi sono stropicciato gli occhi e ho distanziato la pagina per vedere meglio.
Finchè la lunghezza del braccio sopperisce al problema, lascio vincere la pigrizia e non mi alzo a prendere gli occhiali da lettura.
Ho scrutato e riletto i titoli e gli articoli, affannandomi a verificare se la notizia era riportata anche dalle altre testate.
Mi sono guardato attorno immaginando di essere vittima di uno scherzo birbone. Cercavo di individuare la possibile “candid camera” e improvvisamente mi è apparso Nanni Loy che — spalancate le braccia — mi diceva con tono pacato “non sei su Specchio Segreto, ma in Italia…”
La vicenda che mi ha lasciato basito è il ritorno nei palazzi del Parlamento di un personaggio che non ha mancato di richiamare l’attenzione dei magistrati, dei giornalisti e anche dei semplici cittadini, tutti colpevoli di vedere sempre qualcosa che non va nella condotta di un rappresentante del popolo e tale democraticamente eletto.
Ho sperato con tutte le mie forze che fosse il 1° Aprile, mi sono augurato che dopo 35 anni fosse tornato in edicola “Il Male” con un blitz superiore all’indimenticabile “Tognazzi capo delle Brigate Rosse”, mi sono tornati in mente Pino
“Zac” Zaccaria e Vincenzo “Vincino” Gallo, ho immaginato che il mio amico Senesi avesse organizzato tutto e mi sono lasciato scappare un istintivo “Vauro, dai, questa cazzata è troppo grossa… ma chi pensi ci possa credere?!?!”.
Quando mi sono capacitato che era tutto incredibilmente vero, ho sorriso. Non rassegnato, ma cosciente che difficilmente potrà  cambiare qualcosa. Non indignato, ma invidioso. Sì, invidioso perchè vorrei avere anch’io la nonchalance che ad altri non manca persino in circostanze paradossali.
Mi auguro solo che i giovanissimi non seguano queste “traccie” (come scriverebbero al Miur) ma riflettano su questi episodi per trovare l’ispirazione e la forza perchè queste cose non si ripetano.
Questo è il Paese che ci meritiamo? No, siamo stati cattivi ma questo è troppo…

Umberto Rapetto
(da “il Fatto Quotidiano”)

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I (QUATTRO) GATTI FRETTOLOSI FECERO LA RIFORMA CIECA

Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile

LA SPERICOLATA CORSA AL VOTO FERISCE RENZI E GRILLO E SCHIANTA LA LEGISLATURA

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Il popolare proverbio, usato dalle mamme per controllare le impazienze di generazioni di bambini, stavolta si è elevato anche a norma politica: la legge elettorale frettolosamente messa insieme con un accordone da Santa Alleanza, fra quattro leader diversissimi tra loro, pur di andare alle elezioni, si è schiantata al primo voto in aula.
Schiantata in mezzo a una coreografia — il cartellone che per errore manda in chiaro un voto segreto, accuse reciproche di tradimento fra partiti — che esalta un clima caotico, la mancanza di organizzazione, un’aria da rompete le righe, uno sbando ad alta intensità  emotiva. Una scena da sussurri e grida. Insomma aria che parla in tutto di fine legislatura.
La camera ha vissuto così, come nei suoi momenti peggiori, il fallimento di quello che sicuramente possiamo considerare l’ultimo possibile tentativo di fare una legge elettorale. Una sconfitta che condiziona ora il modo di come si chiude la legislatura, ma anche gli equilibri dentro e fra partiti.
Per il Pd e per il suo leader Matteo Renzi, che sono state le forze che più si sono impegnate a portare a casa una legge elettorale, costitusce la seconda battuta d’arresto in pochi mesi. Non è una batosta pubblica come la prima, quella del Referendum, ma rimane una seconda brusca frenata di un progetto mirato a riportare un partito rinnovato (dopo scissione e congresso) e il suo segretario al centro della dinamica politica.
Perchè Matteo Renzi e la sua organizzazione non riescano a “rialzarsi” è forse la parte meno visibile, e più significativa, di questa vicenda.
Moltissimo ha a che fare con la turbolenta relazione fra il Segretario e il Sistema — intendendo per quest’ultimo in questo caso il complesso istituzionale, economico e politico, dato.
Fra le due entità  non c’è mai stato idillio, con un giovane fiorentino arrivato brandendo la bandiera della rottamazione e una Roma da tempo, cioè dall’ultimo anno di Silvio Berlusconi nel 2011, in bilico fra richiami europei, crisi economica, scollamento dei partiti, rabbia dei cittadini.
La discesa a Roma del Rinnovatore, applaudita, facilitata, e spesso adulata, si è ben presto però rivelata incline anche a colpi testa, forzature, improvvisazioni. Insomma impresa spesso troppo solitaria ed autoreferenziale, per istituzioni molto consapevoli della fragilità  degli equilibri complessivi.
Al netto di discussioni di merito sulle scelte politiche, che pure hanno contato, è proprio il metodo renziano, la forzatura come cardine dell’azione politica, che ha costituito alla fine il peggior nemico del Premier/Segretario.
Questione, questa della forzatura, di non poco conto. Di questo si è trattato infatti per il Referendum: sarebbe stato diverso il percorso se i contenuti politici molto controversi di quella riforma non fossero stati proposti con la tagliola di un si o un no? A questa domanda, nelle ore della sconfitta, lo stesso Renzi sembrava rispondere con un forte dubbio.
La legge elettorale, anticipatrice necessaria di un ritorno anticipato al voto, è stata segnata dalla stessa voglia di forzare i processi, e infatti portata avanti con la stessa fretta.
Incontrando le stesse razionalità , gli stessi dubbi. Nel caso specifico non si è trattato di un processo vasto e popolare come quello del referendum, ma si è trattato comunque di obiezioni pervenute dal mondo istituzionale.
Confindustria, Ministero del Tesoro, Palazzo Chigi, Quirinale, in vari modi, hanno additato il pericolo di un voto anticipato in piena Finanziaria, con nodi irrisolti di debito pubblico, e rapporti incerti con la situazione internazionale.
Ma quel che forse di più ha frenato la corsa sono state una serie di opinioni pesanti uscite dal seno dello stesso partito del Segretario. Alla fine di una settimana in cui si si sono messe in fila sulle pagine dei media dissensi espressi da Veltroni, Bindi, Prodi, Letta, Finocchiaro, e soprattutto Giorgio Napolitano, si può capire come molti nello stesso Pd cominciassero ad avvertire dubbi su quanto costasse questa legge.
Lo stesso dubbio sul costo ha schiantato il Movimento 5 Stelle, attraversato, a differenza del Pd renziano, da una feroce deriva interna di dissenso.
Lo sbarco dei pentastellati fra i quattro firmatari del patto ha avuto in effetti per la organizzazione di Grillo l’impatto di un vero Congresso interno.
Con due ipotesi in campo, entrambe rappresentative del bivio di fronte a cui si trova il movimento: la necessità  di diventare sempre più istituzionali a fronte di un potenziale ruolo di governo e la fedeltà  ai proprio principi di alterità . Alla fine ha prevalso quest’ultima.
Non è un caso che le accuse reciproche siano alla fine volate fra queste due forze, Pd e M5s. In questo processo erano diventate lo specchio di uno stesso drastico e forzato riadeguamento: il primo nella alleanza con Berlusconi, il secondo nella alleanza con il sistema.
La legge lascia entrambi i gruppi scossi, anche se non feriti. Sia Pd che M5s infatti possono ritirarsi, come già  indicano che faranno, sulla più sicura spiaggia della identità  separata.
In compenso la spericolata manovra lascia una ferita profonda sulla legislatura.
Messa in discussione, messa da parte come cosa finita dai legislatori aspiranti stregoni, ne esce segnata dalla sua spendibilità .
Il finale caotico del voto, di cui parlavamo all’inizio, è infatti la rappresentazione di tutto quello che in questi ultimi cinque anni è diventata la politica: un instabile cocktail di ambizioni personali, arrembaggi, privatismo, nutritosi della e nella crisi dei partiti.
Non sarà  un caso che l’accordo elettorale è stato formulato da Quattro leader nessuno dei quali siede in Parlamento.
Nè è un caso che appena arrivato in Parlamento l’accordo si sia liquefatto, come un gelato al sole di questo inizio di estate romana.

(da “Huffingtonpost“)

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VOTO A SETTEMBRE ORMAI E’ UN MIRAGGIO, RENZI ESPLORA L’IPOTESI DECRETO, MA IL QUIRINALE NON GRADISCE

Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile

TUTTO RINVIATO A DOPO LE AMMINISTRATIVE

L’istinto è di urlare “al voto, al voto”, “con la legge che c’è”. O meglio, “prima un decreto, per mettere mano a qualche tecnicalità  poi voto”.
Perchè “non si può fare finta di niente, ed è evidente che questo Parlamento non è in grado di fare la legge elettorale”.
Racconta più di uno dei presenti che Matteo Renzi, quando nel pomeriggio riunisce la segreteria del Pd, non è stravolto più di tanto per la frana del “patto” nel voto segreto. Perchè la botta c’è. Ma torna la prima opzione.
Quella sostenuta dal primo minuto: al voto con la legge che c’è, il Consultellum.
Però è tutto maledettamente complicato. Dice uno dei big presenti in segreteria: “Ora basta, non è che sulla legge elettorale giochiamo al ‘ritenta che sarai più fortunato’. È finita qui. Mattarella ci ha chiesto un tentativo, noi l’abbiamo fatto, ci siamo presi palate di fango da Prodi, Napolitano, i fondatori del Pd. Ora sarà  anche un problema degli altri. Noi abbiamo dato. Che vogliono fare? Loro che propongono?”.
Tutto il ragionamento ruota attorno a quel “loro”, che si riferisce in primo luogo all’inquilino del Colle. Che convocò i presidenti di Camera e Senato, per sottolineare l’urgenza della legge elettorale e stoppare il tentativo di elezioni a giugno. Formalmente, dice Matteo Richetti uscendo dal Nazareno, se ne riparla dopo le amministrative.
Da martedì, quando — questo è il non detto — il segretario del Pd spera di avere una spinta dalle urne, qualora Grillo — come pare dicano i suoi sondaggi — dovesse andare male a Genova e Palermo e qualora Pizzarotti dovesse vincere a Parma.
Ma i contatti col Quirinale sono già  in atto. E ruotano attorno a una valutazione di quel che è successo e alla fattibilità  del decreto sulla legge elettorale.
Ipotesi tanto azzardata quanto complicata, alla quale peraltro il governo finora si è sempre sottratto.
Consisterebbe in questo: il governo, dove mezzo consiglio dei ministri è contrario al voto anticipato, dovrebbe varare un decreto per rendere utilizzabile la legge attuale. Come noto il decreto, appena viene promulgato, ha valenza di legge per sessanta giorni durante i quali va convertito, poi decade.
Spiega una fonte: “In questo clima, se fai un decreto neanche lo converti, perchè te lo impallinano alla Camera col voto segreto. L’unica cosa sarebbe sciogliere le Camere prima della conversione”.
I ben informati sostengono che al Quirinale l’ipotesi del decreto è fuori dai radar e verrebbe presa in considerazione solo alla fine della legislatura, di fronte a un Parlamento che non è riuscito a fare i minimi aggiustamenti e con le elezioni alle porte.
Tradotto, a dicembre, se si vota a febbraio.
Solo a quel punto si giustificherebbe la “necessità  e urgenza”, ovvero i presupposti costituzionali per poterlo fare. Trapela “preoccupazione” dal Quirinale per lo stop dialogo. Il quadro è evidentemente lacerato e tutto può succedere, anche una fine anticipata della legislatura.
Tuttavia resta l’esigenza di intervenire su alcuni aspetti tecnici della legge — come la preferenza di genere al Senato — magari con una leggina anche se non un disegno organico di riforma.
Nazareno, Quirinale, palazzo Chigi. Da questo triangolo diplomatico si capirà , di qui a martedì, quale destino avrà  la legislatura.
Renzi continua a volere le elezioni a ottobre, ma è consapevole che una manovra di questo genere, stavolta, non si fa urlando, ma solo con il consenso di tutti, dal Quirinale al premier che dovrebbe essere disposto a dimettersi.
Prosegue un altro dei presenti in segreteria: “La questione è semplice. Non sarà  il Pd a far mancare il sostegno a Gentiloni, ma dopo il voto di oggi bisogna vedere se Paolo è ancora disponibile a portare la croce. Al Senato la prossima settimana c’è lo ius soli: c’è la maggioranza con Alfano? Poi c’è la manovrina: c’è la maggioranza con Mdp? Nel frattempo sulla legge elettorale non si farà  nulla. È possibile andare avanti fino al 2018?”.
È chiaro che il segretario del Pd non farà  nulla per aiutare a ricompattare la maggioranza. Anzi, farà  di tutto per dimostrare che il game over di oggi sulla legge elettorale coincide col game over della legislatura.

(da “Huffingtonpost”)

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GAME OVER: I RENZIANI DRAMMATIZZANO L’INCIDENTE E LO VIVONO CON SENSO DI LIBERAZIONE

Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile

E MANDANO UN MESSAGGIO A MATTARELLA: “AL VOTO CON LA LEGGE CHE C’E'”

Game over. Ecco Lorenzo Guerini, dopo l’incidente. Sembra che non aspettasse altro: “La legge elettorale è morta, i Cinque stelle l’ammazzata. Parliamoci chiaro: non ci sono più le condizioni per andare avanti”.
Il Pd, alla ripresa dei lavori in Aula, proporrà  il rinvio in commissione della legge.
Il che equivale a dire che è finita. Già  da ora. Al primo incidente d’Aula su un emendamento che non è l’architrave della legge.
Game over, soprattutto, anche per chi nutre l’alibi che non si può votare. La sensazione è che il Pd sia già  al “dopo”, alla prossima mossa.
Matteo Orfini, presidente del Pd, spiega all’HuffPost: “Mi pare evidente che questo Parlamento non è in grado di modificare o varare alcuna legge elettorale. Abbiamo provato col Mattarellum… Abbiamo tentato col tedesco… E, aggiungo, non è che siamo al gioco dell’oca che ogni volta si riparte d’accapo. Ci sono due leggi elettorali per definizione auto-applicative, quelle uscite dalla Consulta. Andremo al voto con quelle. Punto”.
Nelle prossime ore, sarà  un crescendo.
Sui Cinque Stelle, che “non sono dimostrati affidabili”, che “votano una cosa in commissione, poi in Aula si tirano indietro”, che “hanno paura del voto anticipato”. Un crescendo sul Parlamento che riesce più a fare nulla, già  diretto alle orecchie del capo dello Stato.
Il Renzi pensiero è che a questo punto non può fare finta di niente: Mattarella ha chiesto una legge elettorale, il Pd ha fatto il tentativo, l’accordo votato dall’80 per cento delle forze politiche è franato, dunque, che fare di fronte a un Parlamento che non è in grado di proseguire? Votare, appunto, con la legge che c’è, aggiustata con un decreto sui punti che a cuore Mattarella.
Il contesto giustificherebbe questa richiesta, che la volta scorsa fu stoppata proprio da Mattarella, anche in modo brusco e solenne.
Convocò i presidenti delle Camere, chiese con “urgenza” una legge elettorale. Un gesto pesante quasi come un messaggio alle Camere. Ora il contesto sarebbe di un tentativo franato in un cumulo di macerie. Un Parlamento impazzito, ma anche una maggioranza terremotata, col rapporto incrinato tra Pd e Alfano. Meglio dunque il voto, dice Renzi, con la legge che c’è.
Insomma, il primo voto sulla legge elettorale è stato l’Incidente, tanto cercato. Vissuto quasi come una liberazione.
Più di una vecchia volpe d’Aula spiega: “È evidente che siamo di fronte a una drammatizzazione da parte del Pd. In fondo se ci fosse un accordo politico la roba dell’emendamento Biancofiore la rimetti al Senato. Mica è una cosa fondamentale. Invece lo stanno caricando, imputando ai Cinque Stelle la responsabilità . Il punto è che l’accordo non lo reggeva nè l’uno nè l’altro. E si è rotto”.
E tale rimarrà  anche se i Cinque stelle dovessero provare a riaprirlo, rinunciando ai loro emendamenti. Più di un parlamentare racconta che parecchi renziani, nel voto segreto, hanno aiutato a picconarlo.
Perchè, in fondo, lo schema del segretario del Pd è sempre stato questo: al voto col Consultellum. Il resto era una mossa per far vedere al Quirinale che l’appello non era caduto nel vuoto, anzi rispettato fino in fondo.
Ora, pensa Renzi, l’alibi è caduto.

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