Destra di Popolo.net

INTERVISTA A FRANCA CIAMPI: “CARLO TEMEVA PER IL FUTURO DEI GIOVANI”

Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

“SPOSATI PER 70 ANNI… E ADESSO COSA FARO’ SENZA DI LUI?”

«E adesso, cosa farò adesso, dopo che avremo portato Carlo a Livorno?»
Donna Franca va e viene con aria spossata, nella casa di via Anapo, e ogni tanto pronuncia questa domanda.
Intorno, tutti si sforzano di confortarla e cercano di evitarle lo stress di campanello e telefono, che suonano di continuo. C’è un piccolo assedio affettuoso, nella strada del quartiere Trieste dove abitano i Ciampi (non solo l’ex capo dello Stato, ma anche il figlio Claudio con la sua famiglia).
Tra la gente che passa, alcuni si fermano e gettano lo sguardo verso le finestre, nella speranza di distinguere dietro i vetri la moglie di uno dei capi dello Stato più amati dagli italiani. «Cosa farò adesso?», ripete ai pochi ammessi a salutarla, in un’altalena di dolore e stordimento. Poi torna subito a parlare di lui. Sempre al presente, a volte chiamandolo «papà ».
Signora Ciampi, com’è stata quest’ultima stagione del presidente? Lo abbiamo visto progressivamente segnato dall’età  e dalla malattia, mantenendo però a lungo la lucidità .
«Lei lo sa bene: sono dieci anni che Carlo patisce e può immaginare come è stato l’ultimo periodo. Abbiamo avuto momenti molto duri e io, nonostante cercassero di allontanarmi dal suo capezzale – per proteggermi, lo comprendevo – non ho potuto staccarmene mai. Sono vecchia, ho quasi 96 anni anch’io… e, sì, sono molto, molto provata. Stamattina, sfogliando i giornali, ho trovato tante riflessioni che mi hanno colpita. Sono grata a tutti. Ma mi ha davvero commossa vedere citati sul Corriere, nel suo commento sulla “neutralità  attiva” di Carlo, i versi delle Metamorfosi di Ovidio, che l’avevano ispirato nei passaggi critici della vita».
Allude ai versi in cui si racconta che il creatore ha fatto gli animali con il muso prono, verso il basso, ma ha voluto gli uomini con il viso rivolto in alto, verso il cielo e le stelle?
«Quelli, ed era appropriato rievocarli perchè per lui avevano un significato speciale. Carlo, il mio amatissimo Carlo, li citava spesso anche a me, in latino, fin dal giorno in cui, appena diciottenni, ci eravamo conosciuti a Pisa, all’università . Rileggerli me l’ha fatto sentire ancora così vivo e presente… Pensi che quando tra poche ore ci sarà  la messa funebre e lo porteremo a Livorno, il 19 settembre, cadrà  l’anniversario del nostro matrimonio. Settant’anni fa. Può comprendere quanto il cuore sia gonfio».
Riandiamo ai momenti belli. Ricorda quando chiesero a suo marito di accettare un secondo mandato al Quirinale e lei scattò obiettando che «no, pro patria mori proprio no», perchè aveva già  dato alla patria tutto ciò che poteva?
«La diplomazia non è il mio forte, ne dico tante e non sono mai riuscita a frenarmi… Comunque certo che ricordo la frase, tratta da Orazio pure quella, del resto: Dulci et decorum est pro patria mori… Di lui, e lo sostengo con convinzione e senza timori di esagerare, penso che sia morto proprio per la patria».
Ma per lui valeva sul serio lo sfiduciato giudizio riassunto nel suo ultimo libro, titolato «Non è il Paese che sognavo»?
«Questi ultimi anni, deve credermi, non li ha vissuti con molta serenità … Non vorrei sembrare una persona oppressa da visioni negative a priori, come in parecchi casi diventano i miei coetanei. Abbiamo attraversato fasi belle e meno belle, mio marito ed io. Come capita a tutti. Però le delusioni di quest’ultimo periodo sono state cocenti per entrambi».
Delusioni su quali fronti?
«Non voglio fare discorsi politici, non mi competono e sarebbero di cattivo gusto. La delusione maggiore di cui parlo riguarda il futuro dei nostri giovani, costretti ad andare all’estero se vogliono costruirsi qualcosa. Volevamo qualcosa di diverso, io e papà . Siamo bisnonni, e speravamo che finalmente si realizzassero prospettive meno complicate per chi verrà  dopo di noi, per i nostri bisnipoti…».
Insomma: la sua eredità , morale e di servitore dello Stato, è stata raccolta o no?
«Devo dire di sì, in fondo. E sono persuasa che l’affetto e la stima con cui oggi lo si commemora nascono forse anche dall’ansia di cancellare certe villanie e scatti d’inciviltà  che ha subìto. Ma lasciamo perdere. Conta una cosa, adesso, per me: sono sicura che papà  è in paradiso, perchè era molto buono e molto perbene. Non era uomo da battersi il petto e ostentare la propria fede: per lui Gesù era una cosa seria, come lo è per me. Abbiamo avuto tutti e due un’educazione cattolica e lui in particolare si è formato, fin da piccolo, dai gesuiti. Una scuola molto severa. Anche di vita, che insegna i doveri prima dei diritti».

(da “il Corriere della Sera”)

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ONOREVOLI FERIE: PER I PARLAMENTARI QUASI 40 GIORNI DI VACANZA

Agosto 3rd, 2016 Riccardo Fucile

DA OGGI SCATTA IL “TUTTI AL MARE”, L’ITALIA PUO’ ATTENDERE

Quaranta giorni di vacanza.
Per i parlamentari italiani sarà  una lunga estate lontana dai palazzi di Camera e Senato: le super ferie, come spiega il Messaggero, scatteranno oggi e termineranno lunedì 12 settembre per i deputati e martedì 13 settembre per i senatori.
I più ‘sfortunati’ dovranno rientrare prima dato che i lavori di alcune commissioni riprenderanno a Montecitorio il 5 settembre.
A Montecitorio i lavori riprenderanno a settembre con l’esame di un provvedimento per il contrasto del cyberbullismo e di alcuni documenti di bilancio e di ratifica di accordi internazionali, oltre alla relazione della commissione parlamentare sui rifiuti per quanto riguarda il Veneto e la Sicilia.
A palazzo Madama, invece, i senatori si occuperanno di alcuni provvedimenti in materia di giustizia, tra cui le nuove norme sulla prescrizione.

(da “Huffingtonpost”)

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SOLDI AI PARTITI, DA GENNAIO SI CAMBIA E ALLO STATO COSTERA’ DI PIU’

Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile

AGEVOLAZIONI, DETRAZIONI, SCONTI, LEGGINE AD HOC: PARTE IL NUOVO FINANZIAMENTO PUBBLICO

Aiutare con la beneficenza le popolazioni martoriate dalla guerra è un gesto di grande generosità . Ma supportare un partito che rischia la sopravvivenza lo è ancora di più e merita quindi un incentivo ulteriore, anche fiscalmente.
Non è una battuta: è quello che prevede la legge.
Ed è soltanto un aspetto, forse il più evidente ma non l’unico, di una intricata rete di agevolazioni, norme ad hoc e autentici privilegi che la politica ha steso attorno a sè dal punto di vista tributario e non.
In questo modo, sebbene il 31 dicembre i rimborsi elettorali cesseranno di esistere una volta per tutte, i partiti potranno continuare a contare su tante forme di finanziamento meno visibili ma comunque consistenti, come ricostruisce l’ultimo dossier Openpolis che “l’Espresso” presenta in anteprima.
Un fiume carsico che si inabissa e scompare dalla vista ma seguita a scorrere sotto traccia e a far affluire preziose risorse nei forzieri.
Un fisco amico: sventolato dai governi di ogni colore, il grande sogno di rendere il pagamento delle tasse semplice e magari anche “sexy” (come osò affermare Romano Prodi) si è puntualmente infranto contro una pressione crescente e una burocrazia poco permeabile al cambiamento.
Ma per cittadini e imprese che scelgono la politica un occhio di riguardo c’è sempre.
Come le erogazioni liberali, che godono di condizioni di estremo favore: una detrazione del 26 per cento fino a un contributo massimo di 30 mila euro (cioè 7.800 euro).
Un privilegio che non è senza conseguenze per le casse dello Stato: 27,4 milioni nel 2015 e 15,7 nel 2016 in termini di minori entrate, secondo le stime del Tesoro.
E c’è pure da ringraziare, perchè fino al 2012 finanziando un partito ci si poteva detrarre fino a 20 mila euro. Poi Mario Monti ha fissato un tetto alle donazioni di 10 mila euro. Una somma ritenuta troppo bassa: e così col governo Letta, per rendere meno amara la pillola, la legge che ha eliminato i rimborsi elettorali ha triplicato la soglia.
Un trattamento tanto sfacciatamente benevolo che con l’ultima legge di stabilità , dopo le proteste del terzo settore per l’evidente disparità  e la concorrenza sleale nei confronti di chi si impegna nel sociale, questo regime è stato esteso anche alle onlus.
Per tutti gli altri casi, però, nulla da fare, per quanto encomiabili possano essere le finalità .
Ad esempio, come recita il vademecum dell’Agenzia delle entrate, chi vuole aiutare «le popolazioni colpite da calamità  pubbliche o da altri eventi straordinari», tipo i rifugiati siriani che scappano dalla guerra o i nepalesi alle prese con la ricostruzione dopo il terremoto, deve accontentarsi di scaricare dalla dichiarazione dei redditi non più di 400 euro scarsi: ovvero il 19 per cento di 2.065,83.
Certo, non tutti possono avere la voglia nè la sufficiente disponibilità  per dare un sostegno.
Ma non c’è problema, perchè l’importante è soprattutto partecipare (economicamente). Per chi non vuole indulgere al mecenatismo c’è infatti il 2×1000, l’ideale per il contribuente tiepido o poco motivato, dal momento che i soldi provengono dal prelievo Irpef e quindi andrebbero comunque allo Stato.
Un meccanismo bistrattato per il flop degli esordi: nel 2014 lo scelsero in appena 17 mila, furono distribuite soltanto le briciole e tutti ironizzarono sulla crisi verticale della politica, incapace di farsi finanziare anche quando il cittadino non deve mettere denaro di tasca propria.
L’anno scorso però i partiti si sono organizzati e hanno evidentemente svolto una capillare opera di informazione e propaganda, perchè i contribuenti che se ne sono avvalsi hanno superato il milione.
E a conferma di quanto il radicamento e la militanza possano ancora avere un peso, in particolare in tempi di magra, non è una casualità  che la parte del leone l’abbiano fatta il Pd (che con 600 mila “voti” ha incassato oltre metà  del montepremi) e il Carroccio.
Solo che stavolta si è verificato il problema opposto, dal momento che il plafond da 9,6 milioni era insufficiente rispetto ai soldi da ripartire.
Di conseguenza tutti i partiti sono stati costretti a sacrificare una parte delle risorse a loro destinate. Una rinuncia che tuttavia non dovrebbe verificarsi mai più: quest’anno sul piatto ci sono 30 milioni e il prossimo 45. Quando si dice la lungimiranza.
Senza più quella pubblica, è inevitabile che la mano al portafogli dovranno metterla anche i politici.
Come d’altronde in parte già  avviene: il condizionale è d’obbligo ma in base alle regole interne un parlamentare di Forza Italia dovrebbe versare al “nazionale” 800 euro al mese, uno del Pd 1.500, i leghisti tremila e quelli di Sel 3.500 (tutti prevedono cifre più basse per gli amministratori locali)
Sulla base delle dichiarazioni depositate nella Tesoreria di Montecitorio, “l’Espresso” ha calcolato che nel 2015 fra strutture centrali e federazioni territoriali i partiti hanno ricevuto dai loro esponenti, eletti ai vari livelli, 20 milioni: una dozzina abbondante sono andati al Pd, tre alla Lega, uno e mezzo a testa a Forza Italia e Sinistra ecologia libertà , e via di questo passo.
Ebbene, grazie a una interpretazione estensiva della legge tutti questi versamenti sono considerati erogazioni liberali (ovvero donazioni spontanee) anche quando sono obbligatori per statuto.
In tal modo l’onorevole di turno – che già  non paga le tasse su diaria (42.036 euro l’anno), rimborso per l’esercizio del mandato (44.280) e “buonuscita” (fino a 40 mila euro a legislatura per i non rieletti) – può pure beneficiare delle detrazioni fiscali al 26 per cento come fosse un simpatizzante qualunque.
E per i dipendenti rimasti o che rimarranno senza lavoro a causa dell’abolizione del finanziamento pubblico, nessun pericolo.
I partiti hanno pensato anche a loro, estendendo le norme sulla cassa integrazione straordinaria e i contratti di solidarietà , proprio come si trattasse di operai di una fabbrica in crisi.
Costo: 35 milioni solo per il triennio 2014-2016. Con un rischio, è stato osservato: siccome la legge prevede uno stanziamento di 11 milioni “a decorrere” da quest’anno, una simile formulazione potrebbe diventare il grimaldello per trasformare un ammortizzatore provvisorio in un sussidio dalla durata indefinita.
Nel lungo elenco di agevolazioni non poteva mancare l’imposta per eccellenza, quella sul valore aggiunto, divenuta la voce con cui fare cassa nei periodi di vacche magre, l’immancabile “clausola di salvaguardia” pronta a scattare quando i conti dello Stato non tornano.
L’inasprimento della pressione fiscale che ha colpito i comuni mortali non ha toccato però la politica.
Dal 1993, quando il referendum radicale abolì il finanziamento pubblico (poco dopo reintrodotto surrettiziamente col nome di rimborsi elettorali), l’Iva è ferma al 4 per cento per le spese effettuate nei 90 giorni prima del voto da partiti, movimenti, liste e candidati. L’aliquota ordinaria, al contrario, è passata dal 19 al 22 per cento. Inoltre questo “sconto” si è allargato a un numero di voci sempre maggiore, di pari passo con le nuove forme comunicative e l’evoluzione tecnologica.
All’inizio infatti l’agevolazione era prevista solo per gli acquisti di materiale tipografico, ma nel corso degli anni ha conosciuto una dilatazione spettacolare.
Nel 2004 il governo Berlusconi l’ha estesa anche alla carta e all’inchiostro per manifesti e volantini, agli spazi di affissione, l’affitto dei locali e gli spot radiotelevisivi e su quotidiani e riviste. Nel 2012, visto che parte della pubblicità  si era ormai spostata sul Web, è stata la volta dei messaggi elettorali in Rete.
Una facilitazione, ha calcolato la Corte dei conti analizzando i rendiconti, che soltanto per le ultime politiche ha consentito ai partiti un risparmio di quasi 7 milioni e mezzo, a carico dello Stato.
E non è tutto, perchè i benefici raggiungono pure chi dà  una mano indirettamente. Alle emittenti locali che in campagna elettorale accettano di trasmettere i messaggi autogestiti a titolo gratuito, viene riconosciuto infatti un indennizzo forfettario, erogato a prescindere dalla durata degli spot e quindi anche per pochissimi secondi di spazio concesso.
Nel 2015, certifica il ministero dello Sviluppo economico, nel suo complesso questa voce di spesa ha sfiorato il milione e mezzo di costo per le casse pubbliche.
E per finire, per quanto i rimborsi elettorali abbiano le ore contate, non bisogna dimenticare i fondi che le Camere e le Regioni erogano ai gruppi parlamentari e consiliari in base alla loro consistenza per il funzionamento, l’attività  politica e il personale.
Un fiume di denaro (85 milioni nel 2015) che, al netto delle varie agevolazioni, già  rappresenta il vero sostituto del declinante finanziamento pubblico.
Le cifre parlano da sole e spiegano anche la ragione di tanti cambi di casacca: un deputato “vale” 51 mila euro di contributo l’anno, un senatore 66 mila e un consigliere della ricca Liguria arriva addirittura a 88 mila.

Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)

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IL BUSINESS DEI CAMBI DI CASACCA: PER OGNI DEPUTATO 50.000 EURO

Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile

DALL’INIZIO LEGISLATURA 358 PASSAGGI DA UN GRUPPO A UN ALTRO… UN AFFARE PER LE CASSE DI ALCUNI PARTITI

Era nata come una prerogativa concepita per garantire la libertà  di espressione dei parlamentari. Ma negli anni si è trasformata in un vero e proprio malcostume.
Per carità , tutto nel rispetto della Costituzione che, all’articolo 67, esclude il «vincolo di mandato». I numeri, però, impressionano.
Dall’inizio della legislatura l’associazione Openpolis ha contabilizzato 358 cambi di casacca: 185 a Montecitorio e 173 a Palazzo Madama.
Nel 2015, i gruppi hanno messo all’incasso circa 53 milioni di euro di contributi: 31,9 alla Camera e altri 21,3 al Senato. L’equivalente annuo di 49.200 euro a deputato e 59.200 per ogni senatore.
Somme che, ad ogni passaggio da una componente all’altra, i rappresentanti del popolo portano in dote, pro rata mensile e giornaliera, al gruppo di approdo.
A Montecitorio, dal 2013, il Pd vanta un saldo attivo tra addii e new entry di 10 unità . Oggi conta 301 deputati e l’anno scorso ha incamerato quasi la metà  dell’intero «contributo unico e onnicomprensivo»: 14,6 milioni di euro, 395 mila in più rispetto al 2014.
Il M5S, che dall’ingresso in Parlamento ha perso 18 unità , ha visto ridursi il contributo dai 4,3 milioni di euro del 2014 ai 3,8 del 2015.
Ma la compagine più colpita dalla transumanza è quella di Forza Italia con un saldo negativo di 48 deputati.
L’anno scorso ha percepito 3,2 milioni di euro, circa 100 mila in meno del 2014.
A beneficiare delle «diserzioni» tra le file della compagine azzurra è stato soprattutto Ncd: il movimento guidato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano ha dato vita, insieme all’Udc, al gruppo di Area popolare che conta oggi 31 deputati.
Nel 2015 ha incamerato quasi 1,5 milioni, 200 mila euro in più rispetto all’anno precedente.
Sono rimaste, invece, a dieta le casse di Sinistra italiana: l’ultimo rendiconto certifica un contributo di 1,3 milioni di euro, oltre 200 mila in meno del 2014.
Stessa sorte per il gruppo della Lega (oggi 18 deputati): il contributo di 906 mila euro per il 2015 ha subito una sforbiciata di circa 90 mila.
Con i suoi 10 deputati, Fratelli d’Italia è passata da 448 mila a 422 mila euro.
Poi c’è il gruppo Misto: 68 iscritti, con un saldo attivo di 38 tra deputati persi e guadagnati dal 2013. Ma con un «handicap» rispetto alle altre componenti parlamentari.
«Tutto il personale cosiddetto non di ruolo e soggetto a rinnovo contrattuale ad ogni legislatura, ci è costato nel 2015 circa 1,8 milioni — chiarisce il tesoriere del gruppo Misto, Oreste Pastorelli —. I restanti 1,2, del contributo complessivo di circa 3 milioni, sono stati ripartiti tra le diverse componenti del gruppo. In pratica, dei 4.166 euro spettanti per ogni singolo deputato, ne sono rimasti in media 2.400 per ogni parlamentare delle diverse componenti».
Al Senato, i 21,3 milioni del 2015, comprendono 2,4 milioni di quota fissa suddivisa tra gli 8 gruppi (300 mila euro ciascuno).
Il resto, la parte variabile, è stata assegnata in base alla rispettiva consistenza numerica.
A farla da padrone, con 6,4 milioni (6,1 nel 2014), è sempre il Pd che oggi conta 113 iscritti con un saldo attivo tra nuovi ingressi e divorzi di 8 unità .
Il M5S, ridotto dall’inizio della legislatura a 35 senatori (-18 il saldo), nel 2015 ha incassato 2,4 milioni (2,6 l’anno precedente).
Letteralmente falcidiato, il gruppo di FI: ridimensionato a 40 iscritti (-50 il saldo) è sceso dai 3,2 milioni del 2014 ai 2,9 dell’anno scorso.
Anche a Palazzo Madama, a beneficiare dell’esodo azzurro è stata soprattutto Area Popolare: l’anno scorso il contributo è salito da 2 a 2,3 milioni.
Con 12 senatori attualmente iscritti, la Lega Nord si è dovuta accontentare di 938 mila euro (-100 mila).
Poi c’è il gruppo Gal: 978 mila euro (+130 mila). E, infine, il Misto (oggi 28 senatori, +12 il saldo dall’inizio della legislatura): nelle casse del gruppo, in ragione degli iscritti, sono entrati 2,3 milioni, circa 250 mila in più del 2014).

Antonio Pitoni
(da “La Stampa“)

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PARTITI IN ROSSO, COME SI SONO RIDOTTE LE PERDITE: DAI TAGLI AL BOOM DEL DUE PER MILLE

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

IN UN ANNO DEFICIT CALATO DA 21 A 4 MILIONI A MEZZO… PD, NCD E SEL BILANCI IN ATTIVO, AFFONDA FORZA ITALIA

La “Partiti Spa” impara, un taglio alla volta, a metabolizzare il lento addio agli anni d’oro del finanziamento pubblico.
I conti della politica tricolore, intendiamoci, restano in passivo (4,5 milioni nel 2015) ma il rosso si sta sbiadendo – era a quota 20,8 milioni l’anno precedente – e il decollo del 2 per mille inizia a compensare il crollo dei rimborsi elettorali.
Pd, Ncd e Sel sono riusciti addirittura a chiudere i conti in leggero attivo.
Il ruolo di ultimo della classe spetta invece un’altra volta a Forza Italia, in passivo per 3,5 milioni e salvata da Silvio Berlusconi, costretto a metter mano al portafoglio per evitare il crac.
L’ex-Cav. ha rimborsato 43 milioni alle banche e ha portato così a 90 milioni il totale dei crediti con la sua creatura.
Fuori classifica restano i 5Stelle. Il MoVimento di Beppe Grillo non pubblica i conti ma ha rinunciato ad oggi a 42 milioni di rimborsi elettorali e ha girato 16,1 milioni al fondo di microcredito per le imprese e 1,6 milioni a quello per l’ammortamento dei titoli di stato.
La foto di gruppo dei conti dei partiti spiega bene la drammatica metamorfosi in corso.
Le entrate complessive sono calate da 47 a 38 milioni (-20%). Ma, soprattutto, è cambiata la loro composizione: il finanziamento pubblico, cancellato a rate dopo il referendum, ha subito un’altra sforbiciata, scendendo da 17 a 9 milioni e sarà  azzerato nel 2017.
Il 2015 segna però l’inizio ufficiale dell’era del 2 per mille, i contributi versati dai militanti assieme alla dichiarazione fiscale.
Il gettito ha superato di molto le aspettative, salendo da 724mila euro a 7,8 milioni, solo un milione in meno dei rimborsi elettorali.
La raccolta viaggia però a due velocità , premiando chi ha lavorato per convincere la base ad allargare i cordoni della borsa e penalizzando chi (la solita Forza Italia) se n’è stata con le mani in mano.
Il Partito Democratico, grazie alla regia del tesoriere Francesco Bonifazi, ha surclassato un po’ tutti, mettendo assieme 5,3 milioni.
La militanza padana ha portato nelle casse della Lega 1,1 milione mentre la sinistra dura e pura di Sel ha raccolto 881mila euro, più dei 529 della formazione di Silvio Berlusconi, penalizzata da un elettorato dal braccio un po’ corto.
I dati confermano invece il tramonto del mondo delle tessere.
Il partito di Matteo Renzi ha iscritto alla voce quote associative solo 202mila euro, meno della metà  dell’anno prima.
Crollate quasi a zero quelle dell’Ncd, mentre Forza Italia si toglie lo sfizio di fare meglio dei democratici (456mila euro). Una soddisfazione molto parziale visto che nel 2014 gli incassi erano stati di 2,9 milioni.
Il calo delle entrate è stato ammortizzato lo scorso anno non solo dal 2 per mille ma pure da una pesante politica di taglio ai costi, scesi nel consolidato della Partiti Spa da 62 a 40 milioni.
Forza Italia li ha dimezzati, il Pd li ha sforbiciati da 27 a 20 milioni e l’austerity ha colpito pure le spese di Sel (che ha inoltre visto andare in fumo 320mila euro di versamenti di senatori e deputati passati al Gruppo misto o al Pd) e Lega.
Il Partito Democratico, recita la relazione di bilancio, non ha fatto licenziamenti nè sfruttato ammortizzatori sociali e lo stesso farà  nel 2016. Forza Italia invece è stata costretta ad andare giù con la mano pesante varando il licenziamento collettivo per 62 dipendenti.
Un sacrificio che non è bastato: una serie di fornitori (in particolare uno esposto per 847mila euro) hanno messo in mora il partito e i tribunali hanno ordinato il pignoramento su 1,2 milioni dei suoi beni. Cifra – ammette la relazione sui conti – “che non è assolutamente in possesso del movimento”.

(da “la Repubblica“)

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ITALICUM, CANTIERE APERTO: IN ARRIVO IL PREMIO DI COALIZIONE

Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile

IL RITOCCO CHIRURGICO VEDREBBE CONTRARI SOLO I CINQUESTELLE

A sera, nella diretta Facebook, fa capire che se fosse per lui non toccherebbe nulla della sua creatura. «Mi scrivono: “Non si provi a cambiare l’Italicum…”. A me lo dite?».
Un modo per provare a stoppare un tormentone che tiene banco e per contenere le aspettative.
Tanto che da ore i suoi vanno ripetendo la parola magica «chirurgico»: questo deve essere l’aggettivo caratterizzante del ritocco all’Italicum che il premier potrebbe esser disposto a concedere.
Spostare il premio di maggioranza dalla lista alla coalizione è l’unico cambio ipotizzabile prima di testare la legge alle urne.
RIVOLUZIONE COPERNICANA
Un cambio che sarebbe in sè una rivoluzione copernicana del sistema, perchè i puristi della vocazione maggioritaria del Pd già  storcono il naso, «coalizione significa che il premio si divide tra più partiti e i piccoli hanno il potere di veto».
Dunque per Renzi e i suoi un prezzo alto da pagare casomai solo sull’altare di una battaglia più alta, quella del referendum costituzionale, nella speranza che un’apertura possa smontare le ragioni del no.
Ma se si prova a riaprire il cantiere dell’Italicum salta tutto, è l’avvertimento consegnato ai suoi diplom atici dal leader Pd.
Alla Camera già  si respira la tensione innescata dalla notizia del voto che Sel è riuscita a far mettere in calendario in settembre: su una mozione con oggetto i possibili profili di incostituzionalità  della legge elettorale.
Ma l’Italicum è un totem che Renzi non vuole sradicare, lo ha detto in tutte le salse ai suoi vari interlocutori: siccome i punti criticati sono diversi, come quelli delle preferenze o dei cento capilista bloccati, non è pensabile che si possa rivedere tutto e ricominciare daccapo.
Questa è la ferma convinzione del premier, informato dai suoi che sul «ritocco chirurgico» del premio alla coalizione ci sarebbero i voti – o il placet non belligerante – di tutti, tranne che dei grillini.
Da Ncd a Forza Italia ad Ala di Verdini, fino a Sinistra Italiana.
Gli attachè diplomatici hanno già  preso contatti pure con i leghisti che contano, traendone la convinzione che Salvini non farà  barricate.
Quindi si può profilare una modifica largamente condivisa. Ma mai su proposta del Pd, «perchè noi apriamo uno spiraglio solo se qualcuno propone una modifica», dicono i big renziani.
BALLOTTAGGIO A RISCHIO
I più esperti sul tema introducono una variante: che invece del premio di coalizione possa essere introdotto il sì all’apparentamento: che lascia mani libere al primo turno e consente di decidere al secondo se dividere o no i seggi con gli alleati.
Mentre negli altri gruppi, specie a sinistra, si fa strada la richiesta più esplosiva: quella di abolire il ballottaggio, «perchè il vero punto è quello», spiega un big della Sinistra.
Le idee fioccano, il primo a depositare un testo è Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, forte di una sessantina di deputati.
Che per smontare un possibile rilievo della Consulta farebbe scattare il premio di maggioranza solo se al ballottaggio si raggiunge un quorum del 50% più uno, per evitare che col 25% un partito possa avere il premio.
Bersani chiede il doppio turno di collegio e il ritorno al Mattarellum propugnato già  da Gotor, «che però con il tripolarismo non garantisce affatto la governabilità » ribattono i renziani.
La legge sarà  giudicata dalla Consulta in ottobre, forse prima del voto sul referendum che «non slitta», la vera partita cui è legata la sorte dell’Italicum.
Partita che il premier continua a giocarsi gettando tutta la posta sul tavolo, «non sono un pollo da batteria che se perde fa finta di niente».
Dunque «se perdo ne trarrò le conseguenze», dice. Consapevole però che facendo passare il messaggio di un possibile ritocco all’Italicum il fronte del no può indebolirsi.
«Un’apertura renderebbe più semplice il percorso referendario», sentenzia Gianni Cuperlo.

Carlo Bertini
(da “La Stampa”)

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L’ODISSEA DEL SENATORE CHE NON RIESCE A DIMETTERSI

Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile

IL CALVARIO DEL SEN. VACCIANO: “VOGLIO TORNARE A FARE IL BANCARIO, MA NON MI FANNO DIMETTERE”

Giuseppe Vacciano è senatore. Da un anno e mezzo chiede di lasciare il suo seggio a Palazzo Madama ma le sue dimissioni fino ad ora sono sempre state respinte.
Il Corriere della Sera racconta la storia del senatore del Movimento 5 Stelle che non riesce a dimettersi
Si legge sul Corriere della Sera:
“Giovedì potrebbe arrivare il sì tanto atteso. Giuseppe Vacciano lo aspetta dal 22 dicembre 2014, giorno in cui ha presentato le dimissioni da senatore, dopo aver lasciato i 5 Stelle. Dimettersi dall’Aula, però, non è così semplice. Non basta una lettera, serve il voto dell’Aula. Che finora le sue dimissioni le ha sempre respinte”.
Vacciano vorrebbe tornare al suo lavoro da impiegato della Banca d’Italia, da tempo lo chiede ma senza successo.
Oggi, per la terza volta, ci sarà  il voto sulle sue dimissioni.
“Per lui si tratta di un ‘gesto di coerenza’. Ha lasciato i 5 Stelle nei giorni (novembre 2014) in cui veniva lanciato il direttorio: ‘Una mutazione irreversibile del Movimento dell’uno vale uno, che non prevedeva sovrastrutture’.
E ha deciso di lasciare pure il seggio: ‘Hanno votato il simbolo, non me. Voglio restituire agli elettori un rappresentante di quel simbolo, non restare attaccato alla poltrona’”.
La Costituzione, all’articolo 67, tutela tutte le scelte dei parlamentari, anche quella di lasciare il seggio, ricorda Vacciano, per il quale però l’odissea non ha ancora avuto fine.

(da “Huffingtonpost”)

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ITALICUM TORNA ALLA CAMERA: MOZIONE DI SINISTRA E LIBERTA’ RIAPRE I GIOCHI

Giugno 29th, 2016 Riccardo Fucile

CALENDARIZZATA L’INIZIATIVA ALLA RIUNIONE DEI CAPIGRUPPI

La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso di calendarizzare per settembre una mozione presentata da Sinistra Italiana che – si legge nel testo – «impegna la Camera a deliberare in merito» all’Italicum «al fine di eliminare dalla nuova disciplina elettorale tutti gli evidenti profili di incostituzionalità  che, con ogni probabilità , ad avviso dei firmatari» della mozione, «porteranno ad una nuova pronuncia di illegittimità  costituzionale da parte della Consulta».
Nella premessa della mozione, firmata dai deputati membri del gruppo SI e a prima firma del capogruppo Arturo Scotto, si sottolinea come sia «di tutta evidenza che il Parlamento, ben prima del pronunciamento della Corte Costituzionale, può intervenire sulla riforma approvata, eliminando quei palesi vizi di incostituzionalità  che rendono la legge n.52 del 2015 una vera e propria controriforma elettorale destinata,, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, a provocare una nuova pronuncia di illegittimità  da parte della Consulta».
La mozione, che la conferenza dei Capigruppo della Camera ha deciso di calendarizzare a settembre, permetterà  quindi all’Italicum di `tornare’ nel dibattito parlamentare e in Aula a quasi un anno e mezzo dalla sua approvazione definitiva e in un contesto nel quale cresce il `pressing’, anche nel Pd, per una sua modifica.
Tra i «vizi» sollevati la mozione fa riferimento alla sentenza della Consulta sul Porcellum sottolineando come l’Italicum, sostanzialmente, li ripresenti. I due aspetti sottolineati nel testo sono la «lesione dell’uguaglianza del voto e nella violazione del voto diretto date dall’enorme premio di maggioranza assegnato» e «la mancata previsione dei meccanismi idonei a consentire ai cittadini di incidere sull’elezione dei rappresentanti».
Quanto al primo aspetto, si legge nella mozione, esso «è macroscopicamente presente nell’Italicum soprattutto in relazione al caso in cui nessuna lista ottenga almeno il 40% al primo turno».
Quanto al secondo aspetto la mozione osserva come nell’Italicum, seppur siano ammesse le preferenze «si prevedono tuttavia capolista bloccati» con il voto di preferenza «relegato ad un ruolo subordinato rispetto ai capolista, riguardando esclusivamente la lista che vincerà  conseguirà  il premio».

(da agenzie)

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NUOVO SENATO: SE I CONTI SUI RISPARMI NON TORNANO

Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile

PER LA BOSCHI IL RISPARMIO SAREBBE DI 80 MILIONI, IN REALTA’ E’ SOLO DI 46

C’era da aspettarselo, ma forse non così in anticipo sui tempi.
Mentre tre deputati di Sinistra Italiana lanciano una proposta di legge per rendere pignorabili diarie e indennità  dei parlamentari abrogando una norma del 1965, mettendosi così in sintonia con l’umore dei tempi, a quattro mesi dal referendum ecco già  scodellata con tanto di numeri e dettagli una polemica sul vero risparmio per i costi della politica del nuovo Senato che uscirà  dalla riforma.
A testimoniare il tentativo di arginare l’argomento principe del governo che tanta presa può avere sul fronte dell’antipolitica.
Il primo tempo l’altro giorno in aula, quando Sinistra Italiana ha chiesto conto e ragione al governo del miliardo di risparmi sbandierato a titolo previsionale. Questione poi ripresa da un senatore solitamente molto occhiuto nei riguardi del governo, come il forzista Lucio Malan.
Che fa le pulci ai conti della Boschi, che nel question time alla Camera citava appunto un minor costo di quasi mezzo miliardo di euro grazie alla sua riforma, dopo il taglio di un terzo dei parlamentari eletti e pagati dallo stato.
Ecco le minute fornite invece da Malan sul suo sito web, voce per voce.
La ministra citava una riduzione del 33 per cento del costo delle indennità  con un risparmio di circa 80 milioni.
Ebbene, in realtà  calcolando le tasse non riscosse, il risparmio sarebbe dimezzato, sostiene Malan.
«Questo perchè la sostituzione dei 315 senatori elettivi con i 100 regionali comporterebbe un risparmio netto di circa 26 milioni al netto dell’Irpef che oggi pagano sui loro emolumenti. E altri 20 milioni verrebbero dalla riduzione dei rimborsi al netto delle imposte minime che gravano sulle spese che li originano».
E poi, scrive Malan, ai 100 senatori “regionali” occorrerebbe in ogni caso pagare la diaria.
Senza dire che “una parte dei rimborsi è spesa per collaboratori dei senatori, dove l’incidenza dei contributi e delle imposte è molto alta”, il che comporterebbe un mancato gettito per lo Stato.
Dunque dagli 80 milioni vantati dal ministro si passa a 46, sostiene il senatore azzurro.
Che contesta pure il risparmio citato dalla Boschi di 70 milioni sui rimborsi ai Gruppi e alle commissioni, «poichè queste voci pesano oggi per 26 milioni sul bilancio del Senato. Si può ottimisticamente pensare a un risparmio del 50% dell’attuale spesa, cioè 13 milioni».

Carlo Bertini
(da “la Stampa“)

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