Destra di Popolo.net

PARTITI, FINO A 150.000 EURO PER UN SEGGIO: IL TARIFFARIO DELLA DEMOCRAZIA IN VENDITA

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

LE CHIAMANO “EROGAZIONI LIBERALI”, IN REALTA’ SONO OBBLIGATORI IN FORZA DI SCRITTURE PRIVATE E ATTI NOTARILI: SE VUOI CANDIDARTI DEVI PAGARE… BIANCONI: “SI TRATTA DI ESTORSIONE”

Con 150mila euro il Pd è quello che, a conti fatti, propone il seggio al prezzo più caro. Segue la Lega, che ai suoi candidati ne chiede 145mila, poi i Cinque Stelle, 114mila euro più quanto avanzato della diaria (che versano però allo Stato).
Forza Italia, ormai in declino, si accontenta di 70mila euro.
Ecco il “tariffario” della democrazia in Italia, dove dal 2008 —   complice il Porcellum e i listini bloccati — tutti i partiti impongono ai propri candidati ed eletti una tassa sullo scranno in Parlamento, nei consigli regionali e nei comuni.
Le chiamano “erogazioni liberali” ma di libero, in realtà , hanno ben poco: quei “contributi” sono tanto obbligati da fungere come condizione stessa della candidatura e della permanenza nelle Camere in forza di scritture private, atti notarili e contratti. Da corrispondere anche in comode rate.
Chi non sottoscrive l’impegno decade dalla lista. L’eletto che non versa viene deferito alle “commissioni di garanzia” e non ricandidato al prossimo giro, salvo conguaglio. Così i partiti, senza eccezioni, si vendono i seggi alla luce del sole, così li vincolano poi in forza di statuti, regolamenti finanziari e perfino di pretesi “codici etici”.
Un pratica che non fa scandalo e non tramonta mai. Tanto che già  si preparano i nuovi “contratti” in vista delle prossime amministrative.
Il commercio delle candidature passa sotto silenzio. Non come la famosa “multa” da 150mila euro con cui i Cinque Stelle pensano d’imporre ai propri eletti il vincolo di fedeltà  per arginare transfughi e dissenzienti.
Quel “patto di candidatura” che viene proposto — senza eccezioni — da quasi dieci anni a questa parte non è però migliore: si fonda sempre sulla preventiva sottoscrizione di obbligazioni patrimoniali della persona, con l’aggravante (semmai) di agire non sul vincolo di mandato quanto sull’accesso dei cittadini all’esercizio democratico dell’elezione.
“E’ una pratica estorsiva”, arriva a dire l’ex tesoriere del Pdl Maurizio Bianconi che all’ultima tornata delle politiche stracciò assegni e contratti in via dell’Umiltà .
Di sicuro è un veleno altrettanto fatale per la vita democratica che incrocia, non a caso, analoghi dubbi di incostituzionalità .
Ma mica per ragioni “alte”, come può essere l’insindacabilità  del mandato elettivo: per la pretesa dei partiti di esentare dal Fisco le “restituzioni” dei loro eletti.
Beneficio che, manco a dirlo, hanno prontamente concesso (a se stessi). Per legge.
PD
Il benefattore n. 1 del Pd è l’onorevole Giuditta Pini. Nel 2013, con i suoi 28 anni, ha contributo allo svecchiamento dei deputati dem.
L’anno dopo ha ricambiato la cortesia versando alle casse del Nazareno un assegno da 58mila euro, cifra che la proietta in cima alla lista dei contributi dem che, insieme, hanno versato quell’anno 7,5 milioni. Sempre di “erogazioni liberali” si tratta, secondo lo statuto e i tesorieri che si sono succeduti negli anni. Partiamo da qui perchè nella speciale “boutique della democrazia” il Pd è il partito che propone il seggio al prezzo più caro: 150mila euro.
Come funziona? Il candidato deve sottoscrivere due obbligazioni. Una tra 30 e 50mila euro in base alla posizione nel “listino” da corrispondere anche a rate entro il termine della legislatura.
I soldi andranno alle federazioni. Per un seggio sicuro, solitamente, il pagamento è anticipato. Poi ci sono 1.500 euro da versare alle casse del Nazareno ogni mese. In tutto, un seggio del Pd può costare 140-150mila euro.
Per ripagare la sua elezione la giovane Pini, dunque, si è portata avanti: nel 2014 ha ricevuto 98.471 euro di competenze parlamentari e più della metà  le ha “girate” al partito che gliel’ha permesso. Di tasca sua, per quello scranno, aveva sborsato 196 euro in “spese di propaganda”.
“Questo è il punto”, dice Antonio Misiani, tesoriere dal 2009 al 2013, che non vuol sentir parlare di “commercio delle candidature”. Con il Porcellum, sostiene, sono venute meno le preferenze e le campagne elettorali “vengono fatte solo dal partito, non dai singoli candidati. Per questo chiediamo loro di contribuire, come fanno gli altri partiti. E’ un impegno politico verso la comunità  di cui l’eletto fa parte”. Tuttavia tutti i partiti hanno ricevuto dallo Stato fior di rimborsi a refusione di quelle spese, in forma di cinque euro per ogni voto espresso dagli elettori.
L’ultima volta, a fine 2015, si sono concessi altri 10 milioni aggirando anche, con la famosa legge Boccadutri (Pd), il visto di regolarità  della Commissione di vigilanza.
LEGA NORD
Cambiamo partito, la Lega Nord. Il Porcellum l’han scritto loro, va da sè che siano i più esperti in materia di “tassa sul seggio”.
Gli eletti tra le fila del Carroccio sono tenuti a versare nel salvadanaio di via Bellerio poco più del 40% del loro stipendio, tra i 2.000 e i 2.400 euro.
Non si paga, invece, il contributo una tantum per la campagna elettorale. Un seggio del Carroccio vale dunque 145mila euro. L’impegno viene sancito davanti a un notaio con una scrittura che vale come riconoscimento di “debito” e costituisce anche titolo per l’emissione di un decreto ingiuntivo, in caso di inadempimento.
Lo spiegò ai magistrati di Forlì l’ex segretaria della Lega Nadia Dagrada che insieme a Francesco Belsito custodiva la cassaforte del Carroccio. Si urlò alla scandalo, ci furono le note condanne su diamanti e quant’altro, ma la vicenda ebbe anche uno strascico a livello tributario e normativo tutt’ora pendente.
Gli onorevoli che contribuivano alla causa, bontà  loro, trovavano ingiusto pagare le tasse su quei versamenti. Il problema fu risolto allora alla radice, con un colpo di spugna in Parlamento benedetto da tutti i partiti.
Gli onorevoli Calderoli e Bisinella proposero un emendamento ad hoc alla legge che aboliva il finanziamento pubblico ai partiti — governo Letta, fine del 2013 — che dall’anno di imposta 2007 disponeva retroattivamente la “detraibilità  delle erogazioni in favore dei partiti”.
Il marchingegno aveva lo scopo dichiarato di sottrarre la generalità  dei parlamentari dal fare i conti col Fisco, facendo passare come “donazioni” e atti di liberalità  versamenti che in realtà  sono il prezzo di una candidatura certa. Inutile dire che passò a pieni voti.
La faccenda, come detto, non è chiusa. Alcuni senatori, nel frattempo, erano stati chiamati in giudizio di fronte alle commissioni tributarie provinciali e nei loro ricorsi hanno preteso di far valere il “salvacondotto” attrezzato per loro dai colleghi.
Alcune commissioni, in Piemonte ad esempio, hanno però ravvisato nella decisione del legislatore di allora una “contraddizione irragionevole” che hanno rimesso poi alla Corte Costituzionale. Il ragionamento: volendo abolire il finanziamento pubblico e regolare in modo trasparente le donazioni ai partiti, quella norma finiva di fatto per creare “un illegittimo privilegio che dovrà  essere rimosso dalla Corte, perchè non corroborato da ragioni oggettive che ne giustifichino la sussistenza”.
Detto altrimenti: quel decreto partito dai partiti (e destinato ai partiti) “non tutela esigenze di carattere generale bensì interessi del tutto particolari e personali”. Per questo, a settembre, la commissione tributaria di Biella ha rimesso la questione alla Corte, dove pende tutt’ora. Se un domani passasse quella linea, per i donatori forzati del Parlamento sarebbero dolori.
FORZA ITALIA
Sono passati quasi tre anni, lui ancora s’incazza. “Salgo le scale di via dell’Umiltà , al quarto piano vedo un impiegato con un banchetto. Con una mano fa firmare contratti ai candidati, con l’altra incassa assegni o contanti. Lo fermo, li prendo uno a uno e li faccio restituire. Nossignori, la democrazia non si vende!”.
Maurizio Bianconi è l’ex tesoriere del Pdl, una vita al fianco di Silvio Berlusconi e nel centro nevralgico del partito. Finchè, in occasione delle ultime politiche, s’è messo di traverso al commercio delle candidature.
Forse anche per questo siede oggi tra i banchi dei Conservatori riformisti, ma non ha cambiato idea. “Capite che questa roba è un’estorsione?”, urlò allora attirandosi attenzioni poco benevole in chi era arrivato coi soldi in mano a comprarsi il seggio e chi tenendo il cappello in mano già  faceva i conti dell’incasso.
“Ho fatto l’avvocato per 40 anni, so benissimo che questa cosa di pretendere soldi per una candidatura rasenta l’estorsione. Molti poi girarono i soldi direttamente, so anche di qualche bischero che lo fece senza poi essere eletto”.
Parliamo di quotazioni. Un seggio alle politiche 2013 veniva via per circa 25mila euro (Verdini ne chiedeva però 50 per un posto sicuro nel listino di Fi).
A differenza del Pd, devono essere versati immediatamente, all’atto della candidatura. Più un impegno, previsto dalla statuto, a versare 800 euro al mese al partito. Comprarsi lo scranno con Forza Italia, alla fine, costa circa 70mila euro.
Ciò nonostante non tutti pagarono, anzi.
Chi aggirò Bianconi alla fine raggirò Berlusconi. Ciclicamente, in questi tre anni, è venuto fuori il bubbone dei parlamentari inadempienti.
Quando il Pdl si è sciolto in Forza Italia si è aperto un buco nei conti da quasi 70 milioni, in parte dovuto proprio ai mancati “contributi” dei suoi parlamentari. Nelle casse dovevano arrivare circa 800mila euro al mese, ma il 40% degli eletti non aveva versato l’obolo.
CINQUESTELLE
I Cinque Stelle fanno delle “restituzioni” materia di vanto e un tratto distintivo. Ma anche queste sono imposte come vincolo a chi vuole esser “democraticamente eletto”. L’impegno, a conti fatti, vale almeno 114mila euro, una cifra non molto diversa dagli altri partiti ma con una differenza non da poco: gli altri versano la quota al partito, il M5S la restituisce allo Stato. Ecco i conti.
Ogni mese i parlamentari grillini possono percepire 5mila euro lordi, più gli altri benefit. E’ quanto prevede il “Regolamento” o codice di comportamento dei futuri parlamentari a Cinque Stelle comparso in occasione delle politiche 2013 sul blog di Grillo.
A conti fatti rinunciano quindi a 2.500 euro lordi, circa 1.900 netti. Più quanto riescono a non spendere della diaria da 8mila euro circa.
In un anno, mediamente, siamo intorno ai 114-130mila euro. Una cifra non così lontana dai candidati della Lega, un po’ inferiore di quella versata al Pd dai democratici. Anche in questo caso si parla di “contributi volontari” che in realtà  sono obblighi imposti dal codice di partito. In caso di mancanto versamento, infatti, scatta l’espulsione.
Danilo Puliani è il fiscalista che si occupa di compensi e restituzioni per i gruppi (e di circa il 70% dei parlamentari a Cinque Stelle).
Spiega che poco dopo l’elezione, tra fine aprile e inizio marzo 2013, ci furono diverse assemblee aventi ad oggetto il tema delle restituzioni.
Tra i più sentiti, il fatto che le tasse sul reddito dei parlamentari dovessero essere pagate per intero, pur percependo loro una parte soltanto dei compensi.
“Allora, di comune accordo, si decise di stabilire una sorta di agio per chi ha figli a carico o condizioni economiche più svantaggiate, consentendogli in via straordinaria di trattenere qualcosa di più dello stipendio in busta paga. Ma parliamo di piccole cifre”.
Quanto ai rapporti con il Fisco per le restituzioni “il problema non esiste”. Quei soldi vengono versati direttamente su un conto Tesoro per il microcredito. “Per questo ai parlamentari del M5S non si è mai posto il problema di fare un versamento e poi farlo rientrare sotto forma di detrazione”.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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UNIONI CIVILI, QUALI SONO I NUMERI IN AULA: SULLA CARTA I FAVOREVOLI 170-175

Febbraio 10th, 2016 Riccardo Fucile

AL PD QUASI COMPATTO SI DEVONO SOMMARE 18 VERDINIANI E UNA VENTINA DEL GRUPPO MISTO

Sulla carta, al netto di canguri e stop imprevedibili, il disegno di legge Cirinnà  sulle unioni civili avrebbe i numeri per farcela: da 170 a 175 sì anche con il controverso articolo 5 sulla stepchild adoption, “migliorato” con l’emendamento Lumia su cui il Pd non fa mistero di voler convergere, pure per convincere almeno una decina dei trenta senatori cattodem contrari all’adozione (su 112 totali).
Gli altri, come ha ricordato ieri in Aula Stefano Lepri, continuano a preferire la via dell’affido rafforzato.
Il pressing in casa democratica in queste ore viaggia dunque in due direzioni: da una parte raccogliere quanto più consenso possibile sulla stepchild, su cui sarà  comunque lasciata libertà  di coscienza; dall’altra invitare al non voto i contrari irriducibili, per non indebolire il Pd e il governo.
In soccorso del Pd non arriveranno gli alleati centristi: da Ap-Ncd l’unico che ufficialmente ha dichiarato di essere favorevole al ddl resta Paolo Bonaiuti, lo storico portavoce di Berlusconi poi trasmigrato tra gli alfaniani.
Ma qualcuno confida che altri 4-5 senatori potrebbero seguirlo.
Qui si complicano i giochi. Perchè se il sostegno dei verdiniani di Ala è praticamente assicurato, con 18 voti su 19 favorevoli pure all’adozione, come ha tenuto a chiarire Lucio Barani («Noi verdiniani siamo il salvagente di Renzi, senza di noi non si possono fare le riforme»), quello del M5S non è ritenuto altrettanto affidabile.
È vero che soltanto in due – Sergio Puglia e Ornella Bertorotta – si sono detti apertamenti contrari all’articolo 5, ma la tenuta degli altri 31 (due non votano perchè in maternità ) non è scontata. Soprattutto nel segreto dell’urna, con la libertà  di coscienza decisa da Beppe Grillo, la tentazione di tendere un agguato al Pd potrebbe essere forte.
Gli altri voti certi a favore dell’intero ddl sono 20 dal Misto (i senatori di Sel e gli ex M5S), una decina dalle Autonomie (che però contano 7 contrari) e qualcuno da Forza Italia: oltre alla vicepresidente vicaria del gruppo in Senato, Annamaria Bernini, che ha espresso in Aula il suo orientamento favorevole anche «per contenere un gap con il resto d’Europa», dovrebbero essere almeno altri 4 a sostenere il provvedimento, adozioni comprese.
Qualcuno, dal Pd, spera che siano addirittura più di una decina.
La pattuglia di chi non vuole sentir parlare di adozioni (tra Ap-Ncd, i fittiani di Conservatori e Riformisti, la Lega Nord, alcuni senatori del Misto e delle Autonomie) alla fine, compresi i 20 del Pd che potrebbero decidere di votare no all’articolo 5, si fermerebbe a 139.
Ma la geometria della maggioranza è troppo variabile per fare previsioni certe.
E in Aula, se domattina non andrà  in porto l’accordo Pd-Lega sugli emendamenti, tutti i finali restano aperti.

(da “il Sole24Ore”)

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RIFORMA DEL SENATO, ALLA FINE IL RISPARMIO SARA’ DI APPENA 46 MILIONI SU 540 DI SPESE

Febbraio 8th, 2016 Riccardo Fucile

TAGLI RISIBILI: IL CALCOLO DEL SENATORE-QUESTORE MALAN

“Via i senatori, un miliardo di tagli alla politica, a dieta le Regioni, legge elettorale anti larghe intese. Se si chiude, Italia #cambiaverso”, twittava il premier Matteo Renzi il 19 gennaio 2014. Ma quanto di questo miliardo di risparmi annunciati arriverà  effettivamente dalla riforma di Palazzo Madama forse il presidente del Consiglio non lo aveva ancora ben chiaro.
Calcolatrice alla mano, con la pignoleria dell’insegnante prestato alla politica, è adesso un senatore a fare due conti un po’ più precisi.
E non un parlamentare qualsiasi, ma un senatore-questore, cioè uno dei tre designati a tenere in mano e gestire conti e bilancio di Palazzo Madama: Lucio Malan, eletto nelle liste di Forza Italia.
“Risparmieremo più o meno 48 milioni di euro”, spiega a ilfattoquotidiano.it il senatore azzurro. Una sforbiciata dell’8,8% ai 540 milioni che, stando all’ultimo bilancio di previsione, il Senato spenderà  nel 2016 per assicurare il suo funzionamento.
Insomma, non proprio una cifra record. “Anzi, la definirei del tutto risibile”, sentenzia impietosamente Malan, bocciando l’intera riforma costituzionale che porta la firma della ministra Maria Elena Boschi anche sul fronte dei risparmi che dovrebbe produrre.
CONTI APERTI
Ma come si arriva ai 48 milioni stimati dal parlamentare di Forza Italia?
“Per effetto della riforma costituzionale, semmai dovesse entrare in vigore, i futuri 100 senatori saranno di fatto consiglieri regionali pagati dai rispettivi enti di provenienza — spiega —. Palazzo Madama non dovrà  quindi più versare le attuali indennità  parlamentari che oggi pesano sul bilancio del Senato per 42 milioni 135 mila euro”.
Ma attenzione: parliamo di una cifra lorda. “Sottraendo i circa 14 milioni che rientrano nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef — continua Malan — il risparmio netto ammonterà  a circa 28 milioni di euro”.
Poi ci sono altri 37 milioni 266 mila euro che Palazzo Madama attualmente sborsa per le spese sostenute dai senatori per lo svolgimento del mandato.
Dalla diaria (13 milioni 600mila euro) ad una lunga serie di rimborsi: per le spese generali (6 milioni 400mila), per la dotazione di strumenti informatici (600mila), per l’esercizio del mandato (16 milioni 150mila) e per ragioni di servizio (516mila).
“Con la riduzione da 315 a 100 del numero dei senatori, il risparmio si assesterà  intorno ai due terzi del totale perchè è ovvio che, anche ai nuovi senatori, uno straccio di supporto per lo svolgimento del proprio mandato bisognerà  darlo. E che siano le Regioni o Palazzo Madama a corrisponderlo poco cambierà  per il contribuente — chiarisce Malan —. In pratica si risparmieranno circa 25 milioni, ma anche in questo caso lordi dal momento che circa 5 rientrano attualmente all’erario attraverso la leva fiscale”.
TAGLI FANTOZZIANI
Insomma, un taglio netto di altri 20 milioni, euro più euro meno. Che sommati ai 28 milioni sforbiciati dalle indennità , portano il totale a 48 milioni di euro.
“Risparmi risibili frutto di una riforma fantozziana — accusa Malan —. Specie se raffrontati ai tanti regali distribuiti dal governo, a cominciare da quello fatto per esempio ai concessionari autostradali della Venezia-Trieste e dell’autostrada del Brennero che costeranno allo Stato 6 miliardi per i prossimi 30 anni, l’equivalente di 200 anni di risparmi che si totalizzeranno con la riforma Renzi-Boschi, per effetto della quale Palazzo Madama non pagherà  più l’indennità  ai senatori”.
Con un paradosso ulteriore, conclude il parlamentare azzurro. “Anche dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione, per effetto della cosiddetta norma salva-Napolitano, gli unici componenti non eletti, ossia i senatori a vita, manterranno l’attuale status giuridico e il relativo trattamento economico”.

Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RENZI DISTRIBUISCE POLTRONE: ORA NCD HA PIU’ MINISTRI CHE VOTI

Gennaio 28th, 2016 Riccardo Fucile

ESECUTIVO DA 56 A 64 MEMBRI, 4 NUOVE POLTRONE AL PARTITO DI ALFANO: ECCO I NOMI

La squadra di governo di Matteo Renzi sale da 56 a 64 membri e quattro sottosegretari cambiano ministero.
Il consiglio dei ministri di giovedì ha infatti dato il via libera al rimpasto dell’esecutivo e nominato i nuovi titolari di alcune cariche vacanti da mesi.
Tre degli otto freschi di nomina e cinque sui 12 coinvolti dal rimpasto sono del partito di Angelino Alfano.
“Dal manuale Cencelli al manuale Renzelli, con Ncd che ha più ministri che voti #rimpasto #todocambia”, ha commentato via Twitter il senatore bersaniano Miguel Gotor.
Teresa Bellanova (Pd) diventa viceministro allo Sviluppo economico, Gennaro Migliore (Pd) e Federica Chiavaroli (Ncd) sottosegretari al ministero della Giustizia, Antimo Cesaro (Scelta civica) e Dorina Bianchi (Ncd) alla Cultura, Enzo Amendola (Pd) sottosegretario agli Esteri, Antonio Gentile (Ncd) va allo Sviluppo economico, Mario Giro (ex Scelta civica, ora Democrazia solidale) agli Esteri con delega all’immigrazione.
Traslocano invece Ivan Scalfarotto (Pd), che passa da sottosegretario alle Riforme allo Sviluppo economico, Enrico Costa (Ncd), ora viceministro alla Giustizia, che diventa titolare degli Affari regionali con delega alla Famiglia e Simona Vicari (Ncd), ora sottosegretario allo Sviluppo, che passa alle Infrastrutture.
Enrico Zanetti (Scelta civica) viene promosso da sottosegretario a viceministro all’Economia.
Infine è ufficiale che Tommaso Nannicini, attuale consulente economico di Matteo Renzi, diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio, come il premier aveva annunciato la settimana scorsa.
Costa, relatore del lodo Alfano, agli Affari regionali vacanti da un anno
Il deputato Ncd Costa, ex berlusconiano e già  celebre per essere stato relatore del Lodo Alfano per garantire l’immunità  tra gli altri all’ex Cavaliere, passa dalla carica di viceministro alla Giustizia a quella di ministro degli Affari regionali.
Vacante dalle dimissioni di Maria Carmela Lanzetta (Pd), che il 25 gennaio 2015 lasciò il governo per andare a far parte della giunta regionale di Mario Oliviero in Calabria, salvo rinunciare due giorni dopo in polemica per la nomina di un altro consigliere sfiorato da un’indagine per voto di scambio.
La delega all’immigrazione va a Giro, ex consigliere di Riccardi
Mario Giro da sottosegretario agli Esteri viene promosso a viceministro. Dal 1975 è membro della Comunità  di Sant’Egidio dove è stato responsabile per le Relazioni internazionali. E’ stato consigliere del ministro Andrea Riccardi nel governo Monti.
Il leader di Scelta civica diventa vice di Padoan
A via XX Settembre, come rivelato da ilfattoquotidiano.it nei giorni scorsi, il sottosegretario Enrico Zanetti diventa viceministro. Per lui, però, non ci sarà  l’attesa delega al fisco e le sue competenze verranno definite più in avanti. La promozione del leader di Scelta civica modifica gli equilibri al Tesoro e rende meno salda la poltrona della direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, di cui Zanetti già  lo scorso autunno aveva chiesto le dimissioni.
Migliore, l’ex capogruppo di Sel convertito al renzismo
Sono due i nuovi sottosegretari alla Giustizia: Gennaro Migliore (Pd) e Federica Chiavaroli (Ncd). Il primo è l’ex capogruppo di Sel che a ottobre 2014 in diretta su Rai3 a Ballarò aveva annunciato il suo passaggio con Renzi. Pochi mesi prima aveva abbandonato il partito di Nichi Vendola dopo uno scontro con il leader sul decreto Irpef e il bonus di 80 euro. Chiavaroli, iscritta all’albo dei commercialisti, professione imprenditrice, è stata eletta senatrice nel 2013 nelle fila del Pdl. Pochi mesi dopo ha aderito al Nuovo Centrodestra, di cui è diventata vicecapogruppo a palazzo Madama.
Scalfarotto lascia la Boschi e passa allo Sviluppo
Ivan Scalfarotto, fino a oggi sottosegretario alle Riforme, lascia il dicastero di Maria Elena Boschi in cui è entrato alla nascita del governo Renzi per passare a quello di Federica Guidi. Scalfarotto, ex manager ed ex consigliere di circoscrizione a Foggia per i Verdi del Sole che ride, londinese d’adozione e fondatore del primo circolo di “Libertà  e Giustizia” all’estero, nel 2005 si è candidato alle primarie dell’Unione, arrivando sesto. Dal 2009 al 2013 è stato vicepresidente del Pd. Omosessuale dichiarato e attivista per i diritti gay, sostiene il ddl Cirinnà  sulle unioni civili.
Gentile, il “cinghiale ferito che ammazza tutti”
Insieme a Scalfarotto diventa sottosegretario allo Sviluppo Antonio Gentile. Colui che nel marzo 2014, agli albori del governo Renzi, fu per 72 ore sottosegretario ai Trasporti ma dovette dare le dimissioni travolto dall’accusa di aver fatto pressioni sul quotidiano Ora della Calabria che stava per pubblicare un articolo su un’inchiesta a carico del figlio Andrea, a cui la procura di Catanzaro contestava i reati di abuso d’ufficio, falso ideologico e associazione per delinquere in relazione a una vicenda di consulenze d’oro assegnate dall’Azienda sanitaria provinciale.
Il direttore Luciano Regolo si rifiutò di fermare il pezzo e a quel punto intervenne lo stampatore e presidente di Fincalabra Umberto De Rose che cercò di mediare con l’editore del giornale invitandolo a non pubblicare la notizia perchè “il cinghiale, quando viene ferito, ammazza tutti”.
Al posto della Barracciu l’Ncd Bianchi e Cesaro (Scelta Civica)
I due nuovi sottosegretari alla Cultura sono Dorina Bianchi e Antimo Cesaro. A ottobre 2015 si era liberato un posto dopo che la deputata Pd Francesca Barracciu aveva fatto un passo indietro perchè rinviata a giudizio per spese pazze in merito alla sua attività  di consigliera regionale. Bianchi, medico, eletta nel 2001 in Senato nel centrodestra, ha militato prima nel Ccd, poi nell’Udc.
E’ passata poi al centrosinistra (prima Margherita e infine Pd) per poi finire nuovamente nel centrodestra: Udc, Pdl e infine Ncd.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ECCO GLI ONOREVOLI CHE HANNO RICEVUTO PIU’ SOLDI

Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile

I FINANZIAMENTI DICHIARATI PER LA CAMPAGNA ELETTORALE SONO POCHI…TRA IMMOBILIARISTI, COSTRUTTORI E LOBBY VARIE… A DESTRA CHI HA FINANZIATO GASPARRI, BOCCHINO, SALTAMARTINI E LA MELONI

Nemmeno le campagne elettorali sono più quelle di una volta. Sono lontani i tempi in cui un signore delle preferenze come Pier Ferdinando Casini, nel lontano 1992 e con una Democrazia cristiana a un passo dell’abisso, riusciva a raccogliere quasi mezzo miliardo di vecchie lire (e 50 mila voti, secondo a Bologna solo ad Achille Occhetto). Davvero una bella somma se si considera che, secondo i parametri Istat, quella cifra ammonterebbe oggi a 400 mila euro.
Fra disaffezione crescente, portafogli sgonfiati dalla crisi e liste bloccate del Porcellum, l’ultima campagna elettorale è stata assai spartana: stando ai rendiconti depositati, gli eletti al Parlamento avrebbero ricevuto dai privati appena 3 milioni.
In realtà , stando ai dati della Tesoreria della Camera, sono molti di più.
Anche perchè solo 7 parlamentari su 10 hanno depositato il consuntivo come impone la legge e, di questi, il 41 per cento ha affermato di non aver ricevuto contributi. Disamore o meno, non tutti i candidati sono stati snobbati dagli elettori. Al contrario, una piccola pattuglia è riuscita a raccogliere cifre ragguardevoli, come mostra questa elaborazione dell’Espresso realizzata sulla base di dati Openpolis e di Montecitorio.
VIVA GLI SPOSETTI
Il candidato più sostenuto economicamente, con oltre 262 mila euro, è stato il senatore Pd Ugo Sposetti (che poi ne ha girati 40 mila al partito), per anni tesoriere dei Democratici di sinistra e attualmente dell’omonima Fondazione che amministra il milionario patrimonio immobiliare appartenuto al Pci e poi passato alla Quercia. L’assegno più sostanzioso (50 mila euro) lo ha staccato la Pca, una società  di brokeraggio dei fratelli Gavio, i costruttori piemontesi poi divenuti anche re delle autostrade del Nord-ovest grazie alle concessioni ottenute.
Altri 38 mila euro (8 mila per la stampa di materiale elettorale) sono arrivati invece dalla Federazione italiana tabaccai (Fit), che rappresenta gli interessi dei rivenditori di generi di monopolio e, come specifica sul suo sito , “segue con attenzione l’attività  dei due rami del Parlamento e del governo”.
La Fit, dal canto suo, ha erogato anche 10 mila euro al finiano (non eletto) Italo Bocchino.
Fra i finanziatori di Sposetti, con 10 mila euro, c’è pure la Cpl Concordia, la coop modenese coinvolta nell’inchiesta sulle presunte tangenti per la metanizzazione dell’isola d’Ischia. Stessa cifra è arrivata anche dalla Milano 90 del costruttore Sergio Scarpellini, da cui la Camera affitta (a suon di milioni) i vari palazzi Marini che ospitano gli uffici degli onorevoli.
CARO CANDIDATO
Vari nomi noti si ritrovano anche tra i finanziatori del presidente della commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre, secondo in graduatoria con 225 mila euro.
E particolarmente amato dagli immobiliaristi, a scorrere l’elenco dei sostenitori.
A cominciare dai 50 mila euro della holding Sorgente group, attiva nella finanza immobiliare e proprietaria, fra l’altro, della Galleria Alberto Sordi, a due passi da Palazzo Chigi e Montecitorio.
E ancora: 15mila euro dal gruppo Cepu e 30 mila dall’Isvafim dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo (concessionario della manutenzione e gestione del patrimonio pubblico in molte città ), altrettanti dalla Colonna prima (pure questa una società  immobiliare) e dal gruppo Navarra costruzioni (che ha erogato15 mila euro anche a Giorgia Meloni, un gradino fuori dalla top ten con quasi 60 mila euro raccolti).
Come Sposetti, anche Latorre dopo le elezioni ha versato 40 mila euro al partito. Probabilmente la parte restante dei contributi privati ricevuti.
Assai più “pop” la campagna elettorale di Enrico Letta, che ha potuto contare su molte sottoscrizioni da mille e duemila euro. Totale: 116 mila euro.
Dopo il voto, divenuto presidente del Consiglio, parte dei fondi raccolti e presumibilmente avanzati sono stati versati al partito (45 mila euro), mentre altri 47 mila euro sono andati   all’associazione 360 , uno dei think tank a lui riconducibili.
Il più generoso con Letta è stato Francesco Merloni, l’imprenditore fondatore della Indesit (con 35 mila euro). E nei mesi scorsi l’ex premier ha ricambiando, omaggiando l’imprenditore con la sua presenza alla festa per i suoi 90 anni .
Fra i tanti contributi, nell’elenco figurano anche 15 mila del patron dell’acciaieria Foroni e i 10 mila della Inergia spa, che ha realizzato e gestisce una dozzina di impianti eolici in Puglia.
FRA RINNOVABILI E MATTONI
E proprio le rinnovabili appaiono anche nella lista di contributi elettorali del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che – travolto dal tonfo dell’Udc – non è riuscito a essere eletto malgrado i 90 mila euro raccolti.
Ma il destino, ora che si occupa anche di green economy, lo ha portato comunque sulla strada di uno dei suoi principali finanziatori (con 20 mila euro): la Seci, colosso del gruppo Maccaferri, che ha in piedi un progetto da mezzo miliardo per trasformare i vecchi zuccherifici Eridania in produttori di energia da biomasse .
Un nome, quello della società  per azioni, che ritorna (con 30 mila euro) anche fra i supporter di un altro parlamentare bolognese della top ten: Luigi Marino, eletto con Monti e ora passato proprio con Ncd-Udc.
Buona parte del denaro ricevuto da Maurizio Gasparri è arrivato invece dalla Telit Communications (25 mila euro), da cui nel 2006 fu nominato amministratore non esecutivo un anno e mezzo dopo aver smesso i panni di ministro delle Comunicazioni. E ancora: l’Immobiliare Vittadello (15 mila), la società  di produzione Albatross Entertainment (15 mila), oltre a 5 mila a testa da Federfarma e Delta Petroli.
Come mostrano i casi di Sposetti e Latorre, il mattone resta comunque il ramo più attivo nei finanziamenti alla politica.
Erogazioni da questo campo spuntano infatti anche per la leghista Barbara Saltamartini. Per lei, 10 mila euro dalla Stile costruzioni, che nella capitale ha realizzato due hotel Hilton e uno degli Sheraton.
A guidarla, Luigi Rebecchini, figlio del sindaco della grande espansione (e cementificazione) di Roma negli anni ’50.
A favore dell’alfaniano Mario Dalla Tor vanno annoverati i 20 mila della Secis (ristrutturazione di immobili), i 15mila della Rossi Renzo Costruzioni e i 10 mila dell’armatore Giancarlo Zacchello, in passato presidente dell’autorità  portuale della Laguna.
E IO PAGO
Fra chi ce l’ha fatta e ora siede in Parlamento, tuttavia, non c’è solo chi prende. Ma pure chi dà . Di tasca propria. E le cifre, anche in questo caso, sono ragguardevoli.
L’ex ministro Ignazio La Russa, ad esempio, ha speso quasi 79 mila euro per la campagna elettorale. Tanto denaro si giustifica anche con gli eventi politici: l’addio al Pdl assieme a Giorgia Meloni e l’incognita delle urne dopo il varo di Fratelli d’Italia.
A seguire, con poco meno di 60 mila euro, Ilaria Borletti Buitoni, nominata sottosegretario alla Cultura in quota montiana da Letta e confermata da Renzi.
Ma si tratta di una inezia, a ben vedere: in campagna elettorale la manager ha staccato a favore di Scelta civica un mega-assegno da 710 mila euro. Un record, tanto da valerle il primato.

Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)

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NASCE IL TRIPARTITO, SUK AL SENATO: VERDINI OTTIENE TRE VICEPRESIDENZE DI COMMISSIONE

Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile

POLTRONE ALLA COSENTINIANA DI FERRO E AL FIGLIO DI UN BOSS UCCISO

A metà  mattinata, Lucio Barani, craxiano mai pentito, garofano rosso nell’occhiello ruggisce: “Coi numeri che abbiamo secondo il Cencelli dobbiamo avere almeno quattro vicepresidenti di commissioni. O una presidenza di Commissione”.
Barani ora è capogruppo di Ala, la pattuglia verdiniana, affamata di posti dopo mesi di fedeltà  a Renzi.
E dopo il voto sulle riforme costituzionali: “Senza i nostri 17 voti non c’era maggioranza”. Palazzo Madama pare un suk, il giorno in cui si rinnovano le presidenze delle commissioni.
Serve Denis Verdini, per trattare. La sua criniera bianca si vede entrare felpato nelle stanze del Pd a ora di pranzo, per parlare con Luigi Zanda.
Uomo di trattative, fa capire che, pagata moneta dei voti, vuole vedere cammello dei posti. Poche parole, Denis esce dalla stanza con un foglietto. Nero su bianco, ci sono i nomi che sanciscono la nascita del tripartito Renzi-Alfano-Verdini.
Eva, il primo nome. Destinata alla vicepresidenza della commissione Finanze.
Eva è la senatrice Eva Longo, una delle colonne del Pdl di Nicola Cosentino, approdata in Ala proprio su promessa di un incarico parlamentare.
Appagato l’appetito anche Vincenzo Compagnone e di Pietro Langella, altro campano eccellente.
Pietro Langella in una relazione per lo scioglimento del Comune di Boscoreale era considerato “esponente dell’omonimo clan”.
Omonimo perchè suo padre Giovanni, detto “il Paglietta”, era un boss trucidato nel 1991 per ordine della “cupola” agli ordini di Carmine Alfieri, capo della Nuova Famiglia. Langella, che diversamente da Cosentino non ha avuto problemi con la giustizia, da allora di carriera ne ha fatta approdando a palazzo Madama col Pdl e ora approdando alla vicepresidenza della commissione Bilancio.
Si chiede Roberto Speranza, leader della minoranza dem: “Forse è il caso che Renzi ci dica se esiste una nuova maggioranza politica che sostiene il governo con Verdini dentro. Se è così si apra un dibattito pubblico e in Parlamento”
La maggioranza invece c’è, ma non si dice. Si capisce dai posti: “Tre in quota Ala, una presidenza alle Autonomie, la Giustizia ad Alfano”.
È questo l’accordo raggiunto nelle stanze del capogruppo Zanda.
Tradotto dal politichese: il Pd, pur di trovare la quadra, rinuncia a una presidenza di Commissione, per compensare le Autonomie.
L’accordo prevedeva Antonio Fravezzi ai Lavori pubblici ma poi, una manovra delle opposizioni lo fa franare, consentendo di rimanere presidente ad Altero Matteoli, uno che con Denis Verdini ha sempre avuto rapporti eccellenti.
Il Pd, perno del tripartito, rinuncia a una commissione ma conferma tutte le altre.
Mentre Alfano incassa la commissione Giustizia per Nico D’Ascola, che ha rinunciato al posto di vice-ministro della Giustizia per non trascurare la l’attività  redditizia del suo studio privato, che ha visto in questi anni clienti eccellenti.
D’Ascola per anni è stato socio di Niccolò Ghedini nel suo studio romano ed è stato protagonista, nei tempi del berlusconismo, quando difesa politica e giudiziaria erano tutt’uno, della difesa di Claudio Scajola, ma soprattutto di Gianpaolo Tarantini in uno di processi sul giro di escort attorno a palazzo Grazioli.
Tra gli altri politici eccellenti difesi da D’Ascola, l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, condannato per abuso e falso a sei anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Il rinnovo delle commissioni è solo l’inizio della trattativa che si concluderà  col rimpastino del 28 gennaio, quando saranno riempite le caselle di governo vacanti da mesi: “Alfano — racconta una fonte di governo che segue il dossier – ha bisogno di posti perchè sennò Verdini gli svuota il partito”.
Per placare i calabresi, il grosso del gruppo al Senato, un posto al noto Antonio Gentile, che dovrebbe tornare sottosegretario alle Infrastrutture. E poi ha indicato il torinese Enrico Costa, attuale viceministro alla Giustizia, agli Affari regionali.
La contropartita è la rinuncia a presentare a Torino una lista contro Fassino che si giocherà  la partita con pochi voti.
La Boschi preferirebbe in quella casella Dorina Bianchi, diventata una sua amica. Una che, se venisse promossa, saprebbe comportarsi di conseguenza stando al suo fianco senza se e senza ma su ogni questione che riguarda Etruria, scandali e massoni.
E poi l’occhio vuole la sua parte, come ha fatto capire Michele Anzaldi parlando dell’importanza dell’estetica nei talk show nell’era renziana. Vale anche nel suk.

(da “Huffingtonpost”)

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CONTRORDINE ONOREVOLI, LA BARBERIA DELLA CAMERA RIMANE APERTA

Gennaio 16th, 2016 Riccardo Fucile

IL SERVIZIO VERRA’ RIDOTTO IN NOME DEI TAGLI

Rivoluzione alla barberia della Camera.
I deputati non dovranno rinunciare al servizio di coiffeur allestito nell’apposito salone in stile Liberty, al piano Aula di palazzo Montecitorio. Ma il servizio verrà  ridotto, in nome della spending review e soprattutto della razionalizzazione delle spese.
Soprattutto su impulso del questore di Scelta civica Stefano Dambruoso, il collegio dei questori della Camera ha deciso di ridurre il personale e gli orari di apertura della barberia.
Una soluzione che porterà  la Camera a spendere ogni anno circa 150 mila euro in meno per assicurare il servizio di parrucchiere interno.
Si spenderà  meno per assicurare un taglio a buon prezzo a deputati, giornalisti e assistenti parlamentari, ma la Camera in realtà  non risparmierà  rispetto alla spesa attuale.
Vediamo perchè.
Il progetto dei questori, che dovrebbe entrare in vigore da febbraio, prevede che i barbieri vengano ridotti dall’attuale formazione di 7 a 4 e che, di conseguenza, la barberia rimanga aperta meno ore a settimana, con la possibilità  ad esempio di chiusure pomeridiane.
I tre “figaro” che non faranno più parte dell’organico della barberia sono comunque personale assunto dalla Camera con regolare concorso e verranno rincovertiti in altre mansioni, come quella di commessi ai vari piani di Montecitorio.
Circostanza già  avvenuta ad esempio per gli ex addetti alla buvette.
I sette “figaro”, sia quelli che rimarranno che quelli che usciranno dalla barberia, manterranno comunque tutti il loro attuale stipendio (che cambia a seconda dell’anzianità  di servizio).
Questa “rivoluzione” sulle note del barbiere di Siviglia, quindi, poco modificherà  la spesa annua della Camera, che rimarrà  per lo più sempre la stessa.
L’”assalto” dei questori alla barberia è semmai un segnale di razionalizzazione della spesa, un segnale anche mediatico: spendiamo meno soldi per un servizio che in molti, fuori dal Palazzo, considerano un privilegio.
A marzo, quando girò voce in Transatlantico che i questori avrebbero potuto chiudere il coiffeur, il questore Dambruoso lo disse chiaro e tondo: “Una cosa è certa, come deputato di Scelta civica non potrò ripresentarmi ai miei elettori avendo avallato un servizio con circa 400mila euro di costi in perdita per le casse della Camera, vale a dire 400mila euro di tasse pagate dagli elettori stessi”.
Perchè, secondo i conteggi, il servizio di barberia (ora aperto anche a donne, collaboratori parlamentari e giornalisti non iscritti all’Asp), che è comunque un servizio a pagamento (18 euro per taglio e shampoo), costa alla Camera ogni anno circa 500mila euro, a fronte di un introito di circa 92mila euro.
Con i tagli a personale e orari invece, spiega il questore Paolo Fontanelli (Pd), si avrebbe “una minor spesa annua per il servizio di barberia pari a circa 150 mila euro annui”.
Con buona pace di Figaro.

(da “Huffingtonpost”)

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CAMERA, LO STRANO GRUPPO SUDAMERICANO CON UNA SOLA EMIGRANTE: COSI’ ARRIVANO I CONTRIBUTI

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

DEPUTATI PROVENIENTE DA VARI GRUPPI STANNO INSIEME IN NOME DELL’AMERICA LATINA: FONDI PREVISTI SOLO PER CHI ADERISCE A UNA COMPONENTE GIA’ PRESENTE ALLE ELEZIONI

Nello Formisano è stato eletto con il Centro democratico in Campania. Eugenia Roccella e Vincenzo Piso, invece, erano nelle liste Pdl nel Lazio (poi Ncd). Guglielmo Vaccaro è stato votato dai campani col Pd. Provenienze diverse.
Cosa ci fanno ora, alla Camera, nell’Unione sudamericana emigrati italiani?
Hanno trovato rifugio in Sudamerica, si potrebbe dire, dopo il divorzio con i rispettivi partiti di elezione.
L’Unione sudamericana emigrati (Usei) è una delle componenti del gruppo Misto della Camera. Presieduta da Renata Bueno, eletta, lei sì, nella circoscrizione estera del Sud America: doppia cittadinanza, brasiliana e italiana, candidata a Montecitorio proprio con l’Usei.
Formazione abbandonata a inizio legislatura per passare al Maie, ma resuscitata il 30 novembre scorso.
Lo scopo? «Evidenziare il contributo degli italiani all’estero», spiega. E aggiunge: «La componente è aperta a chi, in piena libertà  di coscienza, abbia volontà  nell’aiutarmi nell’impegno preso con i miei elettori: la mia personale lealtà  al governo Renzi, dimostrata in molte occasioni, potrà  così avere maggiore forza nel rispetto dei principi laici e progressisti».
L’America del Sud c’entra poco con l’adesione degli altri deputati.
Nella biografia di Vaccaro si legge che «adora i sudamericani Marquez e Borges». Ma è letteratura, la passione politica è orientata all’Europa. «Con la Bueno avevo lavorato nella precedente legislatura su una legge, Controesodo, per incentivi agli italiani all’estero», racconta lui. Che ha lasciato il Pd a maggio, in dissenso con la candidatura di De Luca in Campania, e ora è con Italia Unica.
«Con Bueno è nata l’idea della componente. Con Gaetano Quagliariello, poi, abbiamo avuto una convergenza sulla linea». Quella di smarcarsi dalla fedeltà  assoluta al governo.
Così sono arrivati Roccella e Piso, i centristi che, con Quagliariello, hanno lasciato Ncd proprio accusandolo di essere subalterno a Renzi. Tutti e tre si trovano, adesso, in un gruppo che rivendica «lealtà  a Renzi».
«Non vogliamo fondare un gruppo – spiega Roccella -, aderisco all’Usei per avere un minimo di voce. Se nel Misto non sei iscritto ad alcuna componente, è difficile anche presentare un emendamento, hai i tempi di parola contingentati».
«È solo un fatto tecnico, non c’è identità  politica», come ammette Nello Formisano. Lui, tornato a ottobre 2014 con l’Italia dei valori, il governo lo sostiene («anzi, Renzi dovrebbe considerare l’ingresso di un esponente idv in squadra»).
Ma perchè proprio gli emigrati sudamericani?
Alla Camera servono 10 deputati per una componente nel Misto. Ne bastano 3, però, se la componente è riconducibile a una lista che si sia presentata alle elezioni: «L’Usei c’era, l’Idv no», dice Formisano. L’importante è far parte di una componente, per non stare nel Misto da «freelance».
Il regolamento della Camera prevede per i gruppi «la disponibilità  di locali e attrezzature», oltre a «un contributo finanziario».
Per il gruppo Misto «dotazioni e contributi sono determinati con riguardo al numero e alla consistenza delle componenti politiche».
Come spiega il capogruppo del Misto Pino Pisicchio: «Rispetto agli “homeless”, chi ha un sottogruppo ha diritto di parola e possibilità  di fare emendamenti maggiori. Il Parlamento non è maggioritario: perfino gli spazi destinati alle componenti sono ripartiti proporzionalmente.
Così per il minimo di strumentazione economica fornita ai gruppi: nel Misto il budget va, proporzionalmente, ai sottogruppi, mentre sono esclusi i “freelance”».
«Non c’è nessun costo aggiuntivo per la Camera – precisa Vaccaro -. Se avremo local i e attrezzature? Vedremo».

Renato Benedetto
(da “il Corriere della Sera“)

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CHI FA LE LEGGI: OTTO SU DIECI SONO DEL GOVERNO

Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile

SONO 15.000 LE PROPOSTE MA SOLO 565 TAGLIANO IL TRAGUARDO

Neanche due settimane per ratificare il trattato sul fondo di risoluzione unica, quello – tanto discusso in questi giorni di proteste dei risparmiatori – su risanamento bancario e salvataggio interno (bail in).
Ben 871 giorni, invece, per licenziare il ddl sull’agricoltura sociale che ha impiegato quasi due anni e mezzo per diventare legge.
Nel mezzo ci sono da un lato lo svuota-carceri, i decreti   lavoro, fallimenti, missione militare Eunavfor Med, competitività  e riforma della pubblica amministrazione che hanno tagliato il traguardo con – al massimo – 44 giorni di tempo.
Dall’altro si piazzano Italicum, divorzio breve, ecoreati, anti-corruzione e affido familiare che oscillano tra i 664 e i 796 giorni necessari al via libera finale.
Leggi ‘lepre’. E leggi ‘lumaca’.
Per rimanere in tema: durante la consueta conferenza stampa di fine anno, il premier Matteo Renzi ha detto a proposito delle unioni civili che sì, il tema divide, ma che “nel 2016 queste vanno” necessariamente “portate a casa” perchè “a differenza di quello che avrei voluto, non siamo riusciti ad approvare nel 2015” il ddl Cirinnà  presentato in commissione a Palazzo Madama già  a marzo del 2013 e successivamente modificato.
“Purtroppo – ha poi aggiunto Renzi – non siamo riusciti a tenere il tempo. Da segretario del Pd farò di tutto perchè il dibattito che si apre al Senato” a fine gennaio “sia il più serio e franco possibile. Un provvedimento di questo genere non è un provvedimento su cui il governo immagina di inserire l’elemento della fiducia, bisognerà  lasciare a tutti la possibilità  di esprimersi”.
In fatto di leggi, tuttavia, i numeri appaiono chiari.
Sono 565 le norme approvate nelle ultime due legislature su un totale di oltre 14mila proposte. In percentuale, però, tra quelle che sono riuscite a completare l’iter, otto su dieci sono state presentate dal governo e non dal parlamento italiano nonostante – costituzionalmente – siano Camera e Senato a essere titolari del potere legislativo.
Vero è che nel corso degli anni, i governi, detentori di quello esecutivo, hanno ampliato il proprio raggio d’azione. Tanto che la percentuale di successo delle proposte avanzate da Palazzo Chigi è 36 volte più alta di quelle parlamentari.
Le cifre sono quelle analizzate (al 4 dicembre 2015) da Openpolis per Repubblica.it.
Secondo l’osservatorio civico, infatti, “ormai è diventata una prassi che la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal nostro parlamento sia di iniziativa del governo”. Nell’attuale legislatura, come nella scorsa, circa l’80% delle norme approvate è stato proposto dai vari esecutivi che si sono succeduti.
Ma cosa trattavano le oltre 500 leggi votate nelle ultime due legislature? E poi: nei pochi casi in cui l’iniziativa del parlamento è andata a buon fine, quali gruppi si sono resi protagonisti? Con che provvedimenti? Quanto ci vuole in media a dire sì a una legge?
Chi arriva in fondo.
Un’analisi sulla produzione legislativa del nostro parlamento non può che partire dai numeri. Dei circa 183 disegni di legge che vengono presentati ogni mese, solo sei raggiungono la fine del percorso. Di questi sei, nell’80% dei casi si tratta di proposte avanzate dal governo.
E mentre le iniziative di deputati e senatori diventano legge nello 0,87% delle volte, la percentuale sale al 32,02% quando si tratta del governo.
Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Fra i governi presi in considerazione, l’apice è stato raggiunto con il governo di Enrico Letta: in quel periodo il parlamento ha presentato soltanto l’11% delle leggi poi approvate.
I tempi.
In media, dal momento della presentazione a quello dell’approvazione finale trascorrono 151 giorni se si tratta di una proposta del governo. Ne passano 375 se si tratta di un’iniziativa parlamentare.
Non stupisce quindi che la top 10 delle ‘leggi lumaca’ sia composta per il 90% da ddl presentati da deputati e senatori, e che nella top 10 delle ‘leggi lepre’ vi siano soltanto quelle proposte del governo. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (poco più di 4 mesi), i membri del parlamento ne impiegano 408 (oltre 1 anno).
Nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto allo scorso quinquennato, quelle del parlamento risultano più veloci.
Tante ratifiche di trattati.
Un altro elemento analizzato è il contenuto di questi testi. Delle 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, il 36,28% erano ratifiche di trattati internazionali, il 26,55% conversione di decreti leggi. Questo vuol dire che 6 volte su 10 una legge approvata da Camera e Senato non nasce in seno al parlamento ma viene sottoposta all’aula per eventuali modifiche o bocciature.
Cambi di gruppo e instabilità .
Se da un lato la XVII legislatura ha confermato lo squilibrio fra governo e parlamento nella produzione legislativa, dall’altro ha introdotto una forte instabilità  nei rapporti fra maggioranza e opposizione.
Il continuo valzer parlamentare dei cambi di gruppo, con la nascita di tanti nuovi schieramenti (molti dei quali di ‘trincea’ fra maggioranza e opposizione) ha fatto sì che l’opposizione reale, dati alla mano, fosse composta solamente da tre gruppi: Fratelli d’Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Soltanto questi tre infatti, alla fine hanno votato nella maggiorparte dei casi in contrasto con il Partito democratico.
Pd in testa.
Dalle politiche del 2013, sono 30 le proposte di deputati e senatori che hanno completato l’iter parlamentare (su più di 5mila ddl di iniziativa parlamentare).
Protagonista assoluto è il Partito democratico, che ha presentato il 73,33% dei testi in questione. A seguire Forza Italia (10%), e poi 5 gruppi a pari merito: Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Per le Autonomie-Psie-Maie, Misto e Lega Nord.
I decreti.
A seguire nell’analisi, con un’altra fetta importante della torta, le conversioni in legge dei decreti emanati dai vari governi che si sono susseguiti. La conversione in legge dei decreti è una delle attività  principali del nostro parlamento.
Succede molto raramente che un testo deliberato dal Consiglio dei ministri non venga poi approvato da Camera e Senato.
Negli ultimi 4 governi, il più ‘efficiente’ è stato è stato quello a guida Letta, con soltanto il 12% dei decreti decaduti.
I decreti deliberati dal Consiglio dei ministri devono essere convertiti entro 60 giorni. Non sorprende quindi che il 90% delle leggi che rientra nella top 10 delle più veloci sia conversione di decreti. Fra le 10 più lente invece, tutte tranne una sono state proposte da membri del parlamento. La legge di iniziativa governativa più lenta è stata l’Italicum, che ha impiegato 779 giorni dal momento della presentazione per completare il suo iter.
Le Regioni.
Nelle ultime due legislature le Regioni italiane hanno presentato 119 disegni di legge. Di questi, solamente 5 hanno completato l’iter, e tutti nello scorso quinquennato.
Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato (in materia di sicurezza stradale), mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi.
Come si vota.
Un altro elemento fondamentale nell’approvazione delle leggi è il voto. Soffermandosi in particolare sull’attuale legislatura, l’analisi si è concentrata su chi ha contribuito, e in che modo, all’approvazione finale di questi provvedimenti.
Dalla percentuale di posizioni favorevoli sui voti finali dei singoli gruppi presenti in aula, alla consistenza della maggioranza nel corso della legislatura, passando per il rapporto fra voti finali e questioni di fiducia.
Se si prende il Pd come punto di riferimento in qualità  di principale forza politica all’interno della coalizione di governo, si è ricostruita la distanza (o vicinanza) dall’esecutivo degli altri gruppi parlamentari. Il primo dato che emerge è che su 435 votazioni finali, in 104 occasioni (23,01%), tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd.
Le opposizioni.
Il comportamento delle opposizioni nei voti finali regala molti spunti interessanti. Perchè se su carta alcuni schieramenti nel corso dei mesi si sono dichiarati in contrasto con gli esecutivi di Letta prima e Renzi poi, i dati raccontanto altro.
Nei voti finali alla Camera, ad esempio, Sel, gruppo di opposizione, ha votato il 52% delle volte in linea col Pd.
Al Senato, ramo in cui i numeri a favore dell’esecutivo sono più risicati, solamente due gruppi (Lega Nord e Movimento 5 Stelle) hanno votato nelle maggior parte dei voti finali (più del 50%) diversamente dal Pd.
Voto di fiducia: chi l’ha usato di più.
Per completare il quadro sulle votazioni, non si poteva non affrontare il tema delle questioni di fiducia sui progetti di legge. Due gli aspetti analizzati: da un lato il rapporto tra blindatura e leggi approvate, dall’altro le occasioni durante le quali lo strumento è stato utilizzato più di due volte sullo stesso provvedimento.
Non solo la maggior parte delle leggi viene proposta dal governo, ma emerge pure che l’approvazione richiede un utilizzo elevato delle questioni di fiducia.
In media, nelle ultime due legislatura, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti: il 45,13 per cento.
Ma quali sono stati i provvedimenti che hanno richiesto più voti di fiducia?
Al primo posto c’è la riforma del lavoro, governo Monti, che ha richiesto 8 voti di fiducia. Cinque voti di fiducia per il ddl anti-corruzione (sempre governo Monti) e ancora cinque per la Stabilità  2013.
Quattro voti di fiducia per il decreto sviluppo e la riforma fiscale (governo Monti), tre per la legge sviluppo 2008 (governo Berlusconi). Tre voti di fiducia per la Stabilità  2014 (governo Letta), tre anche per Stabilità  2015, Italicum, Jobs Act e riforma Pa (governo Renzi).
Voti finali alla Camera.
Uno dei modi per capire il reale posizionamento in aula dei gruppi parlamentari è vedere se il loro comportamento durante i voti finali è in linea o meno con quello del governo.
Questo esercizio permette anche di osservare come è variato il sostegno all’esecutivo con la staffetta Letta-Renzi. Se da un lato Forza Italia durante il governo Letta votava l’86% delle volte con il Pd (al tempo in maggioranza), con il governo Renzi – e il riposizionamento dei berlusconiani – la percentuale è scesa al 64,57 per cento.
Voti finali al Senato.
I numeri del governo a Palazzo Madama sono molto più risicati rispetto a quelli di Montecitorio. Non sorprende quindi che la maggior parte dei gruppi, per un motivo o per l’altro, spesso e volentieri abbia votato con il Pd nei voti finali dei provvedimenti discussi in aula. Da sottolineare come i fuoriusciti da Forza Italia, sia Conservatori e Riformisti (di Raffaele Fitto) che Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (di Denis Verdini), da quando sono nati hanno votato rispettivamente il 78,69% e il 78,13% delle volte in linea con il governo nei voti finali
Voti finali panpartisan.
Nel dibattito parlamentare può succedere che su determinati argomenti si arrivi ad una votazione panpartisan. Sono i casi i cui tutti i gruppi che siedono in aula votano a favore, con nessuno ad astenersi o votare contro.
Su 435 voti finali che si sono tenuti da inizio legislatura, è successo ben 104 volte (23,91%). Più ricorrente al Senato (28,10%) che alla Camera (20%). Trattasi principalmente, nel 74% dei casi, di ratifica di trattati internazionali.

Michela Scacchioli
(da “la Repubblica”)

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