Dicembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
PIU’ CASALINGO CHE ESOTICO, TRA MONTAGNA E PANETTONE: DOVE PASSANO LE FESTE NATALIZIE I POLITICI ITALIANI
Un classico “Natale con i tuoi”. Poi, per Capodanno, qualche puntatina in montagna o in un centro benessere, oppure mini-trasferte in Svizzera o al più in Francia.
E dire che di tempo a disposizione ne hanno parecchio, vista la lunga assenza dalle Aule parlamentari che si sono regalati.
Eppure, per queste feste natalizie, i politici nostrani hanno optato (quasi) tutti per vacanze a chilometro zero, o poco più.
Una scelta di sobrietà o ipocrisia? Di fatto, a sentir loro, quest’anno trionfa il low profile: tutti in famiglia, tutti a casa, salvo blitz dell’ultimo momento con annessa paparazzata.
Ne sa qualcosa il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, che l’estate scorsa, a fine agosto, ha sorpreso tutti concedendosi una vacanza a Formentera con il suo amico (ed ex fidanzato) Francesco Bonifazi, soprannominato ormai “il re delle serate fiorentine”.
Per loro è stato impossibile mantenere la discrezione, le foto di lei nel locali più in dell’isola hanno cominciato a circolare in un secondo su social e media.
Per queste vacanze natalizie però, vista la vicenda della Banca Etruria, il clima è cambiato: Natale in famiglia, lontana il più possibile dai riflettori.
Tutti la aspettano per la Messa nella Chiesa di Laterina: piccolo paese, poche strade, una piazza, dove il ministro è cresciuto e dove è conosciuta da tutti come la “madonnina del presepe”.
Discrezione massima, anche per motivi di sicurezza, sulla meta delle vacanze del presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Anche per lui un Natale in famiglia a Pontassieve e poi… chissà . Non è esclusa una capatina a Capodanno in montagna.
Lo scorso anno scelse le piste di Courmayeur, non riuscendo a sfuggire nè ai flash nè alle critiche dei 5Stelle che lo attaccarono per aver usato il volo di Stato per gli spostamenti suoi e della sua famiglia.
Su quelle stesse montagne, il presidente del Consiglio potrebbe anche rischiare di incontrare Ignazio La Russa, un habituè della zona. È invece già a Cortina il senatore dell’Udc Pier Ferdinando Casini.
Ora che è tornato in possesso del suo passaporto, potrebbe andare ovunque.
Ma Silvio Berlusconi non sembra intenzionato a fare quel famoso viaggetto nella sua villa ad Antigua di cui parla da tempo. Per lui, tradizionale pranzo di Natale ad Arcore con famiglia e vertici aziendali.
Niente di deciso per Capodanno ma certamente, se avesse voglia di disintossicarsi dalle beghe di Forza Italia, di residenze in giro per il mondo tra cui scegliere ne avrebbe in abbondanza.
E a proposito di scontri, anche i due (ex?) litiganti, Renato Brunetta e Paolo Romani, trascorreranno le vacanze in famiglia. L’uno a distanza di chilometri dall’altro.
Il capogruppo azzurro del Senato sarà nella sua Lombardia, quello della Camera non tornerà nel natìo Veneto ma passerà le feste a Roma dove ormai vive da quando si è sposato.
Dovrebbe trascorrere Natale e Capodanno tra Roma e la Sicilia il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Ma anche in questo caso, per motivi sicurezza, non è possibile saperlo con precisione.
A Palermo andrà , come ogni anno, il presidente della Senato Pietro Grasso. Così come sta trascorrendo il Natale nel capoluogo siciliano il Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
La presidente della Camera, Laura Boldrini, è nella sua casa di famiglia nelle Marche e il 30 dicembre invece sarà a Scampia per un’iniziativa di solidarietà .
Darà soddisfazioni sugli sci, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, grande amante della montagna, che approfitterà di queste feste per dedicare un po’ di tempo, vicenda banche permettendo, alla sua passione.
Qualche giorno in montagna dopo Natale se lo dovrebbe concedere anche il leader della Lega, Matteo Salvini. La sua meta: Bormio, alpi lombarde. Niente sci, però, perchè non è un tipo particolarmente sportivo.
Per lui qualche passeggiatina, mentre il 28 dicembre è atteso alla tradizionale Berghem fecc leghista. Evento al quale, il giorno successivo, prenderà parte anche Umberto Bossi. Per lui vacanze natalizie in famiglia, a Gemonio, anche se, come da abitudine, non mancheranno puntatine qui e lì nel varesotto per iniziative politiche.
Primo Natale da mamma per il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che trascorrerà le feste a Roma, la sua città , insieme al compagno e ai gemellini Francesco e Lavinia.
Natale con bebè anche per il leader dei Conservatori e Riformisti, Raffaele Fitto. Appena diventato papà per la terza volta, trascorrerà le vacanze a Maglie, in Puglia. “Sarò tutto casa e panettone, stando attento a non ingrassare”, scherza.
Feste speciali inoltre per Ernesto Carbone, della segreteria dem. “Quest’anno, vacanze rigorosamente in famiglia. Da un giorno all’altro nascerà Giovanni, il figlio di mia sorella, il mio secondo nipote”, esclama felice il deputato Pd mentre sta per lasciare Roma diretto a Cosenza. Tra Natale e Capodanno non è escluso che Carbone si sposti a Messina, dove è commissario del partito e “dove – dice – c’è sempre molto lavoro da fare, nonostante i giorni di festa”.
Tornando al centrodestra, Denis Verdini, dopo il Natale in Toscana dovrebbe invece regalarsi qualche giorno in Svizzera.
La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, si è da poco concessa un viaggio a New York con il fidanzato: quindi per Natale nessun volo in programma, ma soltanto qualche giorno con i suoceri in brianza.
Azzarda quasi l’esotico e si spinge lontano, la coppia Boccia-De Girolamo: il presidente del commissione Bilancio e la deputata tornata in Forza Italia andranno in Vietnam.
Niente viaggi in altri continenti, invece, per l’altra coppia bipartisan del Parlamento, quella formata da Laura Ravetto e Dario Ginefra.
Dopo la celebre litigata via Twitter tra i due sembra essere tornato il sereno: dopo un Natale trascorso a Cuneo dai genitori di lei, è in programma qualche giorno in una Spa in Piemonte. “Così possiamo farci belli per il matrimonio”, commenta la deputata azzurra.
Nella galassia 5Stelle, mantiene il massimo riserbo invece Alessandro Di Battista, fotografato da poco in compagnia della sua fidanzata.
Roberto Fico non esita a dire che sarà a Napoli: “Nella mia bellissima città , con la mia famiglia”. Alessio Villarosa, dopo essersi dedicato alla battaglia parlamentare contro il decreto ‘Salva banche’, si concederà qualche giorno di riposo e un pizzico emozionato dice: “Vado in Veneto. È il primo Natale con i genitori della mia fidanzata”.
A sinistra invece il capogruppo di Sinistra italiana, Arturo Scotto, andrà in Francia dai suoceri.
Tutti in famiglia, quindi, e tutti per lo più a casa. Almeno ufficialmente.
Ma i flash dei paparazzi sono sempre pronti a immortalare i politici davanti a un cocktail o in costume dall’altra parte del mondo.
(da “Hufffingtonpost”)
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Dicembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
“MI SENTO VICINA A RENZI MA NON ADERISCO AI DEM”
Sandro Bondi e la compagna Manuela Repetti lasciano il gruppo misto e aderiscono al gruppo Ala di Verdini, con loro, direttamente da Forza Italia, un altro senatore, Enrico Piccinelli.
Sono solo i primi tre nomi del nuovo esodo che avrà il suo clou a gennaio.
In rampa di lancio tra i berlusconiani i senatori Franco Cardiello, Sante Zuffada, Riccardo Villari. Altri seguiranno.
Senatrice Repetti, lei e il senatore Bondi da tempo sostenete le scelte del governo. Oggi aderite ad Ala. Perchè? E’ l’ingresso ufficiale in maggioranza?
«La verità è che io e il mio compagno siamo usciti da Forza Italia quando Ala ancora non esisteva, eravamo al gruppo misto. Nella sostanza le motivazioni dell’uscita da Fi degli amici di Ala sono le stesse nostre. Ci accomuna l’aver creduto e aderito ad un progetto liberale, laico e riformista che oggi per essere portato avanti non vede alternativa all’appoggio al governo Renzi e alle sue riforme. Pur non trattandosi di un ingresso formale in maggioranza».
Perchè a questo punto non aderire proprio al Pd?
«Innanzitutto tengo a precisare che il mio compagno Sandro Bondi ritiene definitivamente conclusa la sua esperienza politica. Quanto a me, la mia scelta è anche di profondo rispetto dei dirigenti, militanti ed elettori del Pd. Partito cambiato con l’arrivo di Matteo Renzi e al quale oggi mi sento molto vicina, ma che tuttavia sta ancora vivendo un lungo travagliato cambiamento. Per cui, sia per me che per il Pd, ritengo sarebbe stata inopportuna una mia adesione».
Cosa vi ha convinto del progetto politico di Verdini? Fino a qualche tempo fa lei sembrava più vicina all’Ncd di Alfano.
«Ricordo che Denis Verdini è stato, se non il protagonista, sicuramente uno dei principali artefici del Patto del Nazareno che prevedeva un sostegno da parte di Fi al governo Renzi sulle riforme. Scelta lungimirante. È stata una grande delusione, oltre che un errore politico, il cambio di posizione di Fi. Dunque non c’è stato bisogno di alcun convincimento. Per quel che riguarda Alfano, persona e ministro che stimo, dico che questa legislatura costituente la si deve proprio alle sue scelte coraggiose. Ma alcune questioni, a cominciare da quelle di natura etica, unioni civili e fine vita, mi separano da Ncd».
D’accordo, ma che ne sarà di Ala nel 2018? Pensate di confluire nel listone Pd o cosa? L’Italicum non lascia molti margini.
«Ala può svolgere un ruolo politico molto più importante della sua attuale consistenza numerica, che peraltro sta aumentando costantemente. Credo ci sia uno spazio affinchè forze come Ala, Ncd, Fare di Tosi, e magari anche Fitto, creino un movimento alleato con il Pd di Renzi. La forma di questo progetto è l’ultimo problema».
Siete fuori da Fi da tempo, come valuta il processo di dissoluzione? E la progressiva supremazia della leadership di Salvini?
«Purtroppo Fi è divenuto un partito ininfluente e, con la scelta di allearsi con Salvini, ha perso ogni capacità di presentarsi come un’opposizione seria e credibile. E la destra nazionalista di Salvini ingloberà sempre di più ciò che resterà di Fi».
In cosa ha sbagliato Berlusconi?
«Devo essere sincera? Non riesco a dare una spiegazione razionale alle ultime scelte di Berlusconi».
Altri senatori forzisti sembra che seguiranno il vostro percorso. Cosa resterà attorno a Berlusconi, oltre al suo cerchio magico?
«C’è un grande malessere e un diffuso disagio tra le file di Fi. Credo dunque che le voci di altre uscite siano assolutamente fondate. Per il resto, ho paura che di Fi resterà solo una speranza tradita».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
ASSICURANO LA TENUTA DEL GOVERNO MA VENGONO USATI SOLO COME STAMPELLA, INCIDONO POCO E NULLA
Da quando ha fatto il suo ingresso alla Camera, la deputata Pd Cinzia Maria Fontana non ha perso un colpo: in quasi tre anni è riuscita a non mancare nemmeno a una delle oltre 14 mila votazioni elettroniche d’Aula.
Mai un’influenza, un imprevisto, un ritardo l’ha tenuta lontana dal suo scranno. Nessuno è stato più assiduo di lei, nell’emiciclo di Montecitorio.
Eppure, a fronte di tale impegno stacanovista, questa ex sindacalista Cgil ha una produttività che è la metà rispetto a quella dei suoi colleghi.
Risultato: è relegata nella parte bassa della classifica, alla posizione numero 408.
Giuseppe Guerini siede sulla sua stessa fila, a pochi banchi di distanza. Anche lui del Pd, anche lui lombardo, anche lui diligentissimo.
Di votazioni ne ha saltate due soltanto: lo scorso 24 novembre, durante la quarta lettura della riforma costituzionale firmata Maria Elena Boschi.
Eppure – malgrado il 99,99 per cento di presenze in Aula lo collochi al secondo posto – anche lui ha un indice di efficacia molto al di sotto della media e in classifica è solo 323esimo. Come anche il terzo sul podio Tino Iannuzzi, pure lui Pd , 260esimo.
È la triste vita del peone del Partito democratico, messa in luce dal nuovo dossier dell’associazione Openpolis dedicato alla produttività parlamentare e presentato in anteprima dall’Espresso.
Un indice calcolato in base alla partecipazione ai lavori, alla presentazione di atti, all’approvazione di propri progetti di legge o alla capacità di raccogliere su di essi un consenso trasversale, con l’assegnazione di diversi punteggi. Il risultato è un valore che consente di valutare la capacità di incidere sulla legislazione di ogni singolo deputato e senatore.
Che dimostra, ad esempio, proprio il ruolo negletto di tanto sconosciuti deputati del Pd, ridotti a schiaccia-pulsanti per conto del governo: fondamentali per assicurarne la tenuta, compensare le assenze negli altri partiti della maggioranza e convertire i decreti di Palazzo Chigi ma dall’influenza scarsa o nulla. Soprattutto alla Camera.
Un male che però non sembra affliggere i senatori democratici, tutti nella parte alta della classifica.
Come spiegare questa differenza? Innanzitutto col fatto che a Palazzo Madama i parlamentari sono la metà e quindi è più agevole influire sul processo legislativo.
Ma anche perchè al Senato il Pd ha “solo” 112 onorevoli (contro i 302 di Montecitorio) e quindi è più facile diventare relatore di qualche disegno di legge e guadagnare punteggio.
Con un Parlamento ridotto da anni a propaggine del governo di turno, il risultato è comunque che tantissimi onorevoli democratici si limitano a fare presenza.
Un pacchetto di mischia buono per strappare l’ovale all’avversario ma spesso incapace di fare meta.
Fra i primi 50 deputati per tasso di partecipazione ai lavori d’Aula, ad esempio, quelli del Pd sono 45 ma navigano per lo più nella parte bassa della classifica.
E i loro colleghi meno assidui non fanno meglio: nel complesso tre quarti degli eletti dem (ben 226) non raggiungono la sufficienza.
Solo Forza Italia fa peggio. Musica simile a Palazzo Madama: fra i 20 più presenti, 17 sono del Partito democratico ma il 60 per cento dei senatori del gruppo (ovvero 67) risultano al di sotto della media di produttività . Insomma, col pallino in mano al governo, pochi riescono a ritagliarsi uno spazio.
Il Pd in Parlamento, insomma, deve assicurare la tenuta del governo, in particolar modo al Senato dove i numeri sono più risicati.
Con un paradosso: essendo alla Camera a un soffio dalla maggioranza assoluta (grazie al generoso premio di maggioranza assegnato dal bistrattato Porcellum) questo sforzo i democratici a Montecitorio lo reggono quasi da soli.
E malgrado i tanti posti-chiave nell’esecutivo, i deputati di Area popolare (Ncd-Udc) non brillano affatto per zelo: più della metà sono sempre assenti.
La lezione è chiara: in Parlamento pesa solo chi ha un ruolo istituzionale.
Che sia la presidenza di una commissione o un incarico da capogruppo. Solo così si può sperare nell’approvazione di emendamenti a propria firma o su un incarico di relatore per i provvedimenti più delicati. In questo modo, anche senza essere un presenzialista dell’Aula, è possibile scalare la vetta della produttivit�
Lo dimostra il caso del deputato Francesco Paolo Sisto, l’ultrà berlusconiano che Forza Italia vorrebbe far eleggere alla Corte costituzionale. Presidente della commissione Affari costituzionali fino alla scorsa estate, è stato correlatore dell’Italicum e della riforma Boschi ed è il primo in classifica alla Camera.
Malgrado abbia un tasso bassissimo di presenze: il 27 per cento appena.
Proprio come un altro forzista doc: il presidente della commissione Giustizia del Senato, Nitto Palma, relatore del ddl Anticorruzione e di quello sul voto di scambio mafioso, che ha partecipato solo al 38 per cento delle votazioni.
Sisto e Palma non sono soli.
La terza classificata alla Camera, Donatella Ferranti, presiede la commissione Giustizia e ha partecipato solo a 1 votazione su 3.
Ma ci sono anche eccezioni lodevoli, di parlamentari che concepiscono il loro lavoro anche sotto il profilo della presenza ai lavori.
La prima classificata al Senato, Loredana De Petris (Sel), è capogruppo sia in Aula che in commissione Affari costituzionali e ha un tasso di partecipazione dell’84 per cento.
Ancora più diligente Giorgio Pagliari (Pd), che al terzo posto per produttività aggiunge il 96 per cento di presenze.
(da “L’Espresso“)
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Dicembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO 32 FUMATE NERE FINISCE LA TELENOVELA CON IL SUICIDIO CINQUESTELLE: DOPO AVER DETTO CHE NON AVREBBERO MAI VOTATO IL PD BARBERA, LO FANNO E IN CAMBIO PASSA IL LORO CANDIDATO MODUGNO…SOLO BERLUSCONI RESTA CON UN PUGNO DI MOSCHE
Dopo trentuno fumate nere, il Parlamento definito “irresponsabile” a turno dai presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera, ha sbloccato l’impasse per l’elezione dei tre giudici mancanti della Corte Costituzionale.
Da una parte il Pd ha deciso di mollare Forza Italia dopo la lite pubblica tra Renzi e Brunetta sulle banche e dall’altra ha retto l’intesa con il Movimento 5 Stelle, che ha accettato il compromesso senza passare dalla ratifica della rete: così il 32esimo voto in seduta comune ha sancito l’elezione della terna Augusto Barbera (quota Pd, 581 voti ) – Franco Modugno (quota M5S, 609 voti e il più votato) — Giulio Prosperetti (quota centrista, 585 voti) che vanno a sostituire Luigi Mazzella, Paolo Napolitano e Sergio Mattarella.
Che siano stati i rimproveri del trio Mattarella-Grasso-Boldrini o l’incubo delle convocazioni dell’Aula a oltranza o la minaccia di ritardare le vacanze di Natale, alla fine i partiti sono riusciti a trovare una mediazione.
Insomma, fine della figuraccia per quello che sarà ricordato come lo stallo più “assurdo” (per parola dei suoi stessi protagonisti) della storia del Parlamento: “Una figura di merda”, aveva detto in mattinata Matteo Renzi a Rtl.
A cambiare l’aria è stata la decisione del Pd di abbandonare Forza Italia (e quindi il suo candidato Francesco Paolo Sisto, già avvocato di Verdini e Berlusconi) e cercare la mediazione con il Movimento 5 Stelle, che per una delle prime volte ha deciso di accettare il candidato in quota democratica Barbera a patto che passasse il “loro” Modugno.
Lo scatto decisivo al meccanismo ingolfato è arrivato dopo che Renzi ha litigato apertamente nell’Aula della Camera con il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta.
Chi non ha digerito però l’intesa ritrovata è naturalmente Forza Italia.
“E’ un fatto grave”, ha detto l’ex Cavaliere Silvio Berlusconi con uno dei suoi ritornelli preferiti, “questo premier estende i suoi interventi ovunque e pone i suoi uomini dovunque mentre noi lasciavamo sempre una percentuale di nomine alle opposizioni”.
A cambiare le carte in tavola è stata anche la decisione dei 5 stelle di accettare di sedersi al tavolo con il Pd. Se fino a pochi giorni fa erano contrari al nome di Barbera, oggi i parlamentari grillini si sono riuniti e a maggioranza hanno votato per ingoiare il rospo.
La novità è che i grillini hanno abbandonato l’opposizione a tutti i costi e persino il “metodo Sciarra“, ovvero la decisione di chiedere alla rete di accettare o meno la mediazione: nell’autunno 2014 furono proprio gli iscritti M5S ad acconsentire il voto per Silvana Sciarra al Consiglio superiore della magistratura, in cambio dell’elezione di Zaccaria.
Certo, per tutto il giorno c’è stato chi ha ricordato ancora le parole del M5s su Barbera, come quelle di Luigi Di Maio, per dire che quello del giurista non era un nome credibile perchè “è stato troppo sbilanciato sulla questione anche dell’Italicum e delle riforme costituzionali”.
Il capogruppo di Sel alla Camera Arturo Scotto, per esempio, ha commentato: “Rimango colpito dalla spregiudicatezza del Movimento Cinque Stelle che per settimane ha considerato Barbera un candidato non votabile e oggi hanno cambiato posizione senza nessuna spiegazione e si predispongono a condividere il più renziano dei candidati. Non si può lottizzare la Consulta”.
Fuori dagli schieramenti Raffaele Fitto, leader dei Conservatori e Riformisti, ha infierito: “Resta lo stesso metodo sbagliato, l’unica novità è che ora anche il M5s si siede a tavola. Non si dolga chi ha tentato l’inciucio finora senza riuscirci… (Forza Italia, ndr) Resta lo stesso metodo, gli stessi sms. Tutto sbagliato. Cambia solo un commensale…”.
Polemica analoga a quella sollevata anche da Sinistra Italiana: “Il M5s si appresta a prendere il posto di Forza Italia al banchetto della lottizzazione della Consulta e addirittura a votare a favore del più renziano dei candidati, il professor Barbera”, ha detto Alfredo D’Attorre. “A questo punto tanti cittadini potranno valutare la coerenza di un movimento che passa dagli strepiti e dalla mozione di sfiducia alla Boschi all’inciucio con Renzi per spartirsi i membri della Corte Costituzionale”.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
AUMENTA IL GRUPPO MISTO, PERDONO FORZA ITALIA, M5S E LEGA…COME SONO SPESI? IL 70% SERVE A PAGARE IL PERSONALE
Più di 50 milioni di euro l’anno. Tanto costano a Camera e Senato i gruppi politici che oggi, da
sinistra a destra, compongono i due rami del parlamento (dove la riforma costituzionale è ancora in discussione).
Montecitorio e Palazzo Madama, infatti, nel solo 2014 hanno stanziato rispettivamente 32 e 21,3 milioni di euro per le formazioni elette dai cittadini alle politiche.
Deputati e senatori.
Da inizio legislatura – marzo 2013 – il totale calcolato sui due anni è di 106,7 milioni di euro. Soldi che vanno ad affiancarsi ai rimborsi elettorali destinati ai partiti a ogni chiamata alle urne. A fine 2014, sette gruppi parlamentari hanno chiuso il bilancio in negativo: tra questi, la Lega. E Forza Italia al Senato.
Ma come viene diviso questo denaro? E come viene speso?
Di sicuro c’è che il numero elevato di cambi di casacca – di passaggi, cioè, da un gruppo politico all’altro – influisce di gran lunga sulla ripartizione della cifra.
Ciascun gruppo, infatti, riceve un contributo destinato al proprio funzionamento che viene calcolato, fra le altre cose, sulla base della propria composizione: più è grande – dunque più parlamentari vi risultano iscritti – e più soldi riceverà .
Ciò significa che l’acquisizione o la perdita di esponenti non sarà soltanto un ‘dato’ politico ma influenzerà pesantemente anche l’ammontare dei fondi a disposizione. Secondo i dati Openpolis per Repubblica.it, è stato possibile valutare l’apporto fornito da ciascun parlamentare iscritto proprio a partire dal contributo annuo stanziato da Camera e Senato.
Si tratta di circa 50mila euro a deputato e di oltre 67mila euro a senatore.
“Sono stime – precisa Openpolis – che permettono di capire quanto si perda o si guadagni attraverso il valzer dei cambi di casacca”.
Sulla base di tali stime, tra Camera e Senato il Pd oggi riceverebbe circa 1,3 milioni di euro in più grazie ai 23 parlamentari entrati nel corso della legislatura.
Sempre per gli stessi motivi, l’implosione del Pdl a fine 2013 con la genesi del Nuovo centrodestra e la ‘rinascita’ di Forza Italia farebbe sì che nei bilanci dei berlusconiani vengano a mancare grosso modo 5 milioni di euro.
Certo, il trasformismo in parlamento è fenomeno che fa parte da sempre del nostro assetto costituzionale ma che in questi ultimi anni, complici le spaccature interne a tutti i partiti, ha raggiunto nuove dimensioni.
Di sicuro, deputati e senatori sono costituzionalmente liberi (articolo 67) di cambiare gruppo senza dover renderne conto.
E se nel 2010 sono stati proprio improvvisi cambi di gruppo – e di schieramento – a salvare il governo guidato da Silvio Berlusconi (vedi i casi di Domenico Scilipoti e Antonio Razzi), più recentemente si è assistito al proliferare di espulsioni sommarie (come nel caso del Movimento 5 Stelle), scissioni interne (dopo il Pdl, anche la rottura dentro Fi a opera dei fittiani e dei verdiniani) e la fine di esperimenti politici, tipo Scelta civica.
Basti pensare che oggi alla Camera il terzo partito più grande, addirittura più di Forza Italia, è il gruppo Misto.
Con 59 deputati (contro i 53 azzurri) si propone come un approdo sempre più accogliente. Dalla nuova creatura di Denis Verdini (Ala) a quella di Raffaele Fitto (Conservatori e riformisti) passando per Pippo Civati, alla fine in tanti a Montecitorio si sono iscritti al Misto pur di non scomparire.
Ma chi ha vinto e chi ha perso dopo oltre 300 cambi di casacca?
Il Misto è tra coloro che incasserebbero di più (2,1 milioni in aggiunta), sorpassato soltanto da Area popolare (Ncd più Udc) al quale andrebbe quasi il doppio. A cedere, oltre Fi, anche Lega, Sel e M5s.
Tutti i gruppi, inoltre, spendono la parte principale del loro budget per il personale: in media il 70% del totale. In questa voce rientrano i dipendenti, i collaboratori e anche le consulenze.
Al netto dei consulenti, di cui non viene fornito il dettaglio, nel 2014 hanno lavorato per i gruppi parlamentari oltre 500 persone, con un rapporto di 1 ogni 2 eletti a Palazzo Madama e Montecitorio.
Non rientrano nel conteggio gli assistenti dei singoli parlamentari che fanno invece parte dello staff personale.
I bilanci 2013-2014 dei gruppi parlamentari
Area popolare (Ncd più Udc).
I dati del gruppo, che inizialmente si chiamava Nuovo centrodestra, sono fortemente influenzati dalla sua nascita, avvenuta dopo le elezioni politiche del 2013. Per questo motivo sia il contributo ricevuto sia, più in generale, le risorse impiegate, hanno subìto forti variazioni nel corso della legislatura.
Fratelli d’Italia.
Il gruppo è presente solamente a Montecitorio. La sua consistenza nei due anni di riferimento non è variata, e quindi il maggior contributo è dovuto ai maggiori mesi di attività del parlamento. E’ uno dei pochi gruppi in cui il rapporto personale-deputati è di 1 a 1.
Forza Italia.
Il gruppo, ex Pdl, è fra quelli che ha subìto le perdite maggiori (numero di iscritti) da inizio legislatura. Ad oggi risulta avere 35 deputati in meno alla Camera e 48 senatori in meno al Senato, per una tendenziale contrazione del contributo ricevuto pari a 5 milioni di euro l’anno.
Lega Nord.
Da inizio legislatura le entrate del gruppo, presente sia alla Camera sia al Senato, sono state pari a 4,6 milioni di euro. Una percentuale molto alta, oltre l’11% a Montecitorio e il 12% a Palazzo Madama, è stata spesa in comunicazione. Nessun altro gruppo in parlamento raggiunge le percentuali del Carroccio.
Movimento 5 Stelle.
Da inizio legislatura, le entrate del gruppo, presente sia alla Camera sia al Senato, sono state pari a 13,4 milioni. Entrambi gli anni di legislatura sono stati chiusi con un avanzo di gestione. Dopo Forza Italia, il M5s risulta essere il gruppo politico che ha perso più membri dalle scorse politiche (e che non si è sciolto). Ad oggi, la sua perdita tendenziale annua sarebbe pari a 2 milioni di euro.
Misto.
Le entrate del gruppo Misto sia alla Camera sia al Senato sono fortemente legate agli esborsi per il personale (circa l’80%). Nei continui cambi di gruppo dell’attuale legislatura però, il gruppo Misto ha visto i suoi numeri salire fortemente, segnando un +23 alla Camera e un +14 al Senato. Ad oggi, la crescita tendenziale del suo contributo sarebbe pari a 2 milioni l’anno.
Partito democratico.
In entrambi i rami del parlamento, il Pd è il gruppo più numeroso. Da inizio legislatura ha avuto entrate pari a 38,5 milioni di euro, finendo tanto il 2013 quanto il 2014 con un avanzo di bilancio. Il crescente numero di parlamentari iscritti al Pd, sia alla Camera sia al Senato, non farà che aumentare il contributo che riceve il gruppo, un incremento tendenziale ad oggi pari a 1,3 milioni di euro l’anno.
Scelta civica.
Dopo Forza Italia e il Movimento 5 Stelle, è il terzo gruppo maggiormente in perdita da inizio legislatura. Completamente sparito al Senato, alla Camera ha ad oggi un saldo negativo di 22 deputati, per una perdita tendenziale di contributi da parte di Montecitorio pari a 1,1 milioni di euro l’anno. Dopo Sel, è il gruppo alla Camera che ha speso di più nell’acquisto di beni in relazione ai suoi iscritti: circa 438 euro per deputato in due anni.
Sinistra ecologia e libertà .
Il gruppo è presente solamente a Montecitorio. In due anni ha ricevuto quasi 3 milioni di euro. E’ uno dei gruppi che ha potuto sopportare una chiusura del 2014 in negativo, grazie all’avanzo di bilancio ereditato dal 2103. Ben 12 le perdite all’interno del gruppo alla Camera, con un calo tendenziale ad oggi di 609mila euro l’anno.
Spese per il personale.
Circa il 70% delle risorse a disposizione dai gruppi parlamentari viene impiegato per pagare il personale: si tratta di circa 70 milioni di euro da inizio legislatura. Cifre e numeri importanti se si considera che questi non includono gli assistenti nè i collaboratori personali dei parlamentari stessi. “La Camera e il Senato – sottolinea Openpolis – hanno regole piuttosto stringenti che disciplinano l’assunzione di personale dipendente da parte dei gruppi. I quali, anche per non incorrere in questi vincoli, hanno aumentato nel tempo l’attivazione di collaborazioni temporanee e di consulenze esterne. Una libertà di azione e di rendicontazione che ha portato alla pubblicazione – da parte dei gruppi – di informazioni poco omogenee ed esaustive. Se da un lato quindi, il ‘quanto’ viene speso è riportato in maniera chiara, non si può dire altrettanto per altre questioni. Per fare un esempio: accanto alla cifra stanziata per le spese di consulenza, spesso e volentieri non segue un dettaglio. Mettere insieme il numero esatto di collaborazioni e consulenze non è quindi sempre evidente”.
Nonostante le difficoltà nel ricostruire il dato, dunque, nel 2014 sono state contate oltre 560 persone (dipendenti e collaboratori) che lavoravano per i gruppi parlamentari di Montecitorio e Palazzo Madama, con un rapporto di 1 a 2 rispetto ai parlamentari. Alla sola Camera dei deputati nel 2014 sono state impiegate dai gruppi, tramite varie forme contrattuali, 380 persone.
Due gruppi a Montecitorio a fine 2014 avevano più personale che membri effettivi del gruppo stesso: Per l’Italia-Centro Democratico e Misto.
Fra tutti, il gruppo con il rapporto più basso, era il Movimento 5 Stelle (0,49).
Acquisto di beni e comunicazione.
Nonostante la mole di denaro sia notevolmente inferiore rispetto a quella dedicata al personale, nei bilanci dei gruppi ci sono altre due voci che assumono rilevanza.
Sono le spese per l’acquisto di beni (carburante, cancelleria, stampanti, libri e pubblicazioni) che ammontano a quasi 200mila euro, e quelle per il supporto all’attività politica (studio, editoria e comunicazione) che superano i 4,6 milioni.
Da un lato quindi si tratta di denaro utilizzato per la quotidianità del gruppo, dall’altro di soldi che hanno lo scopo di “pubblicizzare” l’attività portata avanti in parlamento. Feste di partito comprese.
Nel merito dell’acquisto di beni, in due anni i gruppi di Palazzo Madama hanno stanziato 81mila euro.
In media, a senatore, sono stati spesi 374,93 euro: un dato molto più alto rispetto alla Camera e fortemente trainato dal gruppo Misto che in due anni ha speso oltre mille euro per senatore, tre volte la media dell’aula.
In particolare, 7mila euro all’anno in carburante. Salta all’occhio anche il dato 2013 per il Movimento 5 Stelle, con 28mila euro utilizzati per l’acquisto di beni strumentali, portando il gruppo a totalizzare la più alta spesa assoluta in due anni, oltre 30mila euro.
Michela Scacchioli
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
BOCCIATI PITRUZZELLA, SISTO E BARBERA… SI VA VERSO SEDUTE A OLTRANZA
Ventisette fumate nere dopo, il Parlamento riprova ad eleggere i tre giudici che mancano alla
Corte costituzionale e fallisce ancora una volta.
Proprio come una settimana fa, la maggioranza (Pd-Ap) e Forza Italia si è presentata con la solita terna “politica” già bocciata dall’Aula. Augusto Barbera, Giovanni Pitruzzella e Francesco Paolo Sisto sono i candidati che l’assemblea ha bloccato per la seconda volta.
Il quorum necessario era di 571 voti, ma i tre si sono fermati rispettivamente a 545, 470 e 527.
Il deputato di Conservatori e riformisti Rocco Palese ha annunciato che è stata inviata una petizione ai presidenti di Camera e Senato perchè ci siano sedute a oltranza: “Mi vergogno ad uscire fuori e dire che non riusciamo ad eleggere i giudici”, ha commentato in Transatlantico.
Il capogruppo Pd Ettore Rosato intanto ha annunciato che i democratici andranno avanti con il nome di Barbera: “E’ a un passo dal quorum. Vediamo cosa dicono gli altri, ma per noi si può andare avanti con questo schema. Del resto siamo sì alle 28esima votazione ma solo alla seconda con questi tre nomi”.
A cambiare le carte in tavola questa volta avrebbe potuto essere la Lega Nord che in un primo momento sembrava tentata di sostenere i nomi dell’accordo.
I parlamentari del Carroccio Fedriga e Calderoli però hanno subito smentito: “Nessuna intesa, ognuno vota liberamente”.
“Se lo fanno è un inciucio”, aveva commentato nel primo pomeriggio il deputato M5S Danilo Toninelli.
“Ciò che fa più schifo è che a comportarsi così è un partito il cui leader va nelle piazze ad inveire contro il governo. Quindi se oggi passerà anche uno solo della terna frutto dell’inciucio Pd-Fi significa che al tavolo della spartizione si è seduto anche Salvini. Ditelo in giro a chi vede in questo partito qualcosa di diverso”.
I 5 Stelle hanno contestato le tre scelte e hanno continuato a sostenere il loro nome Franco Modugno.
E’ circa un anno e mezzo che il Parlamento continua a fallire nell’occuparsi delle tre poltrone vacanti, tanto da essersi guadagnato i rimproveri del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dei presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso.
La settimana scorsa l’accordo maggioranza-centristi-Fi sui nomi si è sfilacciato e alla prova dell’urna nessuno dei tre candidati ha raggiunto il quorum necessario di 571 voti.
Questa mattina, sia il Pd che Fi (il presidente del partito Silvio Berlusconi ha fatto inviare un sms a tutti i parlamentari azzurri, affinchè siano presenti in aula), hanno confermato la scelta.
I prescelti sono tutti molto vicini al mondo della politica e tutti e tre, come fatto notare dal Corriere della Sera, hanno in passato più o meno esplicitamente espresso la loro opinione positiva sull’Italicum.
Questo non è un dettaglio: presumibilmente entro la fine dell’anno la Corte costituzionale dovrà esprimere il suo parere preventivo sulla nuova legge elettorale. Francesco Paolo Sisto, deputato di Forza Italia e avvocato di Berlusconi, è stato presidente della commissione Affari costituzionali e relatore del ddl Riforme.
Scelta civica sostiene invece Giovanni Pitruzzella: presidente dell’Antitrust ed ex collaboratore di Totò Cuffaro, nei giorni scorsi il gip di Catania ha chiesto che sia indagato per corruzione in atti giudiziari.
Il Pd infine sponsorizza Augusto Barbera, professore ed ex membro della commissione dei saggi voluta da Letta per le riforme costituzionali.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
I CONTRATTI DI COLLABORAZIONE VANNO STIPULATI SECONDO LE NUOVE REGOLE, MA FINORA BEN POCHI PARLAMENTARI HANNO PROVVEDUTO
Quando, esattamente un anno fa, la Camera dei deputati approvò il Jobs act (in un’Aula semivuota per l’assenza critica di opposizioni e sinistra Pd), dalla maggioranza e dal governo si levarono grida di giubilo sulla “storica riforma”.
Dodici mesi dopo, in pochi a Montecitorio sembrano ricordarsi di quel provvedimento che avrebbe dovuto cambiare la vita di milioni di lavoratori.
Almeno a giudicare dalla lettera che nei giorni scorsi il collegio dei Questori ha inviato a tutti i deputati. Proprio per ricordare loro di rispettare la nuova normativa coi portaborse.
Il secondo decreto attuativo della riforma, varato sei mesi fa, ha infatti cancellato collaborazioni occasionali e cocopro, che dal 25 giugno non possono più essere stipulati.
Circostanza che dal 1° gennaio 2016 si estenderà anche a tutti i contratti firmati prima di tale data, che dovranno essere rescissi per essere riscritti con le nuove regole, più favorevoli al collaboratore, che avrà maggiore libertà di determinare tempo e luogo della prestazione. In alternativa, gli onorevoli potranno ricorrere ai contratti di lavoro subordinato a tutti gli effetti. Oppure, se proprio vorranno dimostrare la loro magnanimità , stipulare fino a fine legislatura il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti introdotto proprio dal Jobs act.
Più impegnativo economicamente ma anche con più garanzie rispetto alle altre tipologie.
È la strada seguita, ad esempio, dal gruppo del M5S alla Camera, che ha “stabilizzato” 25 collaboratori.
Una decisione che ha suscitato l’ironia del Partito democratico, alla luce del giudizio pessimo sul provvedimento e delle barricate alzate in Parlamento dai Cinque stelle. Ai quali, coerenza o no, va riconosciuto di aver rispettato la legge.
Al contrario di molti altri, almeno per ora: a quanto risulta all’Espresso, allo stato attuale solo una minima parte ha provveduto a trasformare i contratti.
Per questo il collegio dei Questori (formato dal democratico Paolo Fontanelli, il forzista Gregorio Fontana e il montiano Stefano Dambruoso) è intervenuto con una lettera ufficiale che – spiega una fonte qualificata – “è anche una sollecitazione a osservare il dettato normativo”. Anche se con un certo ritardo, visto che il Senato ha inviato una analoga comunicazione a inizio settembre.
Di certo, nessuno potrà dire di non essere stato messo in condizione: per districarsi nella giungla normativa e venire incontro ai parlamentari, sia Montecitorio che Palazzo Madama hanno predisposto un apposito servizio di assistenza con consulenti del lavoro per informazioni e chiarimenti, disponibile su appuntamento due giorni a settimana.
Resta solo da vedere quanti parlamentari si atterranno effettivamente a una legge che loro stessi hanno votato. E soprattutto, se questo consentirà di sradicare casi-limite come quello del nero, dei portaborse costretti a pagare le bollette o inquadrati come colf per versare meno contributi.
L’Associazione che riunisce i collaboratori parlamentari (Aicp), sorta per rivendicare i propri diritti, ha già annunciato l’intenzione di vigilare sull’effettiva applicazione delle nuove norme.
Un proposito che però rischia di restare una pia illusione se finirà come l’“auto-censimento”, pensato per avere un’idea del lavoro nero a Palazzo: quando ha chiesto ufficialmente di sapere quanti badge fossero stati rilasciati agli assistenti degli onorevoli, sulla base dei contratti di lavoro registrati e depositati, gli uffici di Questura non hanno mai fornito un numero preciso.
Tutela della privacy, l’immancabile risposta.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)
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Novembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
PER ORA RESTANO I TRE NOMI, MA QUOTA 570 E’ LONTANA SENZA ACCORDI CON M5S
La sospirata elezione arrivi, o si andrà avanti con scrutini a oltranza. 
Dopo che mercoledì il Parlamento in seduta comune ha fallito anche il 28esimo tentativo di eleggere i giudici della Corte Costituzionale, ora «pretendiamo che il nostro Parlamento e la politica possano finalmente dare una risposta», dice il presidente del Senato, Pietro Grasso: «Abbiamo dato fino a martedì perchè maggioranza e opposizione possano trovare delle soluzioni», cioè fino al 1° dicembre, data in cui è fissata una nuova votazione; altrimenti, fa sapere il presidente, «si può ritenere che sia venuto il momento di scrutini a oltranza».
I giudici che mancano sono tre: mercoledì scorso, l’accordo tra Pd e Fi prevedeva di eleggere Augusto Barbera, Francesco Paolo Sisto e Giovanni Pitruzzella.
Nessuno ha raggiunto il quorum di 570 voti, nonostante sulla carta ci fosse un margine di un centinaio di voti in più.
Colpa di mal di pancia sparsi, leggono il risultato in Transatlantico, forse nei partiti della maggioranza sono segnali lanciati in vista di future nomine di governo, o forse hanno pesato le tensioni nel Pd provocate dalle discussioni sulle primarie per le amministrative (ieri i dem di Napoli hanno smentito l’ipotesi di un candidato Ncd alle primarie, dopo che l’ipotesi aveva causato polemiche).
Fatto sta che gli unici a gioire sono i grillini: «Il vincitore morale è il M5S», esultano i parlamentari sul blog di Grillo.
«Stiamo lavorando per riuscire a eleggerli martedì, siamo ottimisti», taglia corto il capogruppo dem Ettore Rosato.
La terna di candidati, garantiscono, rimarrà quella messa alla prova mercoledì.
Per riuscire a eleggerla, da qui al 1° dicembre si cercherà di recuperare almeno una parte dei malumori.
E anche di aggiungere all’accordo un’altra forza politica: spetta a Forza Italia tentare di coinvolgere la Lega, che l’altroieri ha votato scheda bianca perchè «abbiamo appreso i nomi dai giornali», come si sfoga un eletto del Carroccio, ma non pone veti su nessuno dei tre nomi.
Se arrivasse il loro ok, si tratterebbe di 28 voti. Ma se Barbera che ha ricevuto già 536 preferenze sembra a un passo dal traguardo, più difficile appare la partita per gli altri due candidati.
«L’eterno inciucio» denuncia il M5S, ora «se i partiti non vogliono continuare a fare pessime figure devono passare dal Movimento 5 Stelle, o meglio dal suo metodo», scrivono sul blog di Grillo.
Il deputato Toninelli insiste sul fatto che «se il Pd vuole votare i nomi migliori deve venire a bussare al M5S», ma prevede invece un «mercimonio di voti, un turbinio di incontri e telefonate con chissà quali promesse, pur di raccattare un voto in più». L’intenzione del Pd è proseguire sulla strada dell’accordo con Fi, ma se i tre dovessero venire bocciati nell’urna di nuovo, chissà .
Per il momento non sarà coinvolta nemmeno Sinistra italiana: dopo aver votato l’altroieri scheda bianca, martedì proporrà una sua rosa di nomi.
Tra loro ci sarà la costituzionalista Lorenza Carlassare, ma anche probabilmente Franco Modugno, il candidato proposto dal M5S.
Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)
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Ottobre 21st, 2015 Riccardo Fucile
QUAGLIARELLO ACCELERA: CI SONO I NUMERI PER UN GRUPPO IN SENATO
Mai vista prima d’ora una scissione così poco pubblicizzata dagli stessi suoi promotori. 
E per quanto strano sia, è proprio ciò che accade dentro Ncd.
Dal giorno in cui Quagliariello ha rotto con Alfano, i «congiurati» giocano a nascondino. Se si domanda quanti saranno in Senato, dove il pallottoliere conta, cercano di depistare: «Non abbastanza per creare problemi al governo…».
Salvo scoprire poi che è tutta una finta, perchè in realtà procedono molto determinati e, anzi, sono più numerosi di quanto vorrebbero far credere.
Tanto da riportare le lancette dell’orologio politico indietro di qualche mese, quando Verdini non era ancora entrato in azione.
Quella dozzina di voti che Denis ha recato in dote al premier con tanta fatica rischia ora di venire vanificata dalla crisi Ncd. Sotto questo profilo, Quagliariello e i suoi meritano in pieno l’etichetta di «azzeratori»: bilanciano l’apporto di Verdini ma nello stesso tempo lo rendono più indispensabile a Renzi, e dunque ancora più ingombrant
I senatori Ncd lanciati nella nuova avventura sono sicuramente sette: Augello, Compagna, Giovanardi. Poi D’Ascola, Di Giacomo, De Poli…
In bilico ce ne sono almeno altri due, di cui vengono tenuti top secret i nomi. A questi si unirebbero i tre ex leghisti di Tosi, forse uno da Gal e a quel punto oplà , ecco superata la soglia minima richiesta a Palazzo Madama per formare l’undicesimo gruppo parlamentare.
Se tutti questi personaggi scansano i riflettori è per non essere avvistati dalla contraerea renziana che si metterebbe subito alla caccia dei dissidenti nel tentativo di recuperarne qualcuno. I nomi degli arruolati verranno resi pubblici solo a cose fatte.
L’obiettivo è di raccoglierne le firme la prossima settimana, in modo da ufficializzare l’addio a Ncd entro il 4 novembre, data patriottica
L’altro aspetto curioso è che, nella selezione degli adepti, i dissidenti si permettono di fare gli schizzinosi.
Di dire a questo o a quello «non ti vogliamo».
Per esempio, il pugliese Azzollini (salvato dall’arresto con molti voti Pd) è sulla loro «black list»: qualora chiedesse di aderire, riceverebbe una porta in faccia.
Idem Formigoni, che peraltro di andarsene da Ncd non ci pensa nemmeno.
Lo stesso dicasi per Bilardi e per un plotoncino di senatori calabresi che con la giustizia hanno alti e bassi: «Se li tenga Alfano», è la sfida, «noi possiamo farne a meno».
Con Angelino i rapporti sono a zero. Dal ministro dell’Interno aspettavano un segnale, mai arrivato.
E quando due giorni fa Cicchitto ha teorizzato che Ncd dovrebbe trasformarsi in un partito di centro, alleato di Renzi alle prossime elezioni, Quagliariello & C hanno deciso di tagliare corto.
«Mai a sinistra» è il destino che li unisce.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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