Ottobre 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’ASSENZA DEL VINCOLO DI MANDATO E’ DIVENTATA UNA FOGLIA DI FICO
I parlamentari italiani non sono soggetti al vincolo di mandato. Piaccia o no, questa è la regola:
finchè esisterà , un eletto dal popolo sarà libero di passare da uno schieramento all’altro. Intendiamoci, non c’è niente di scandaloso nel fatto che una persona possa modificare le proprie idee politiche.
«Solo i morti e gli stupidi», ha detto James Russell Lowell, «non cambiano mai opinione»
Se non fosse che nel nostro parlamento i travagli ideologici sono così frequenti e concentrati in alcuni precisi momenti da risultare più che sospetti.
C’è poco da dire: quando si cambiano trecento casacche in due anni significa che le convinzioni personali non c’entrano proprio nulla.
Di personale, qui, non c’è niente altro che il calcolo e la convenienza.
E qui si sconfina in un campo diverso, del tutto estraneo alla politica sana. Un campo arato purtroppo a fondo in questa cosiddetta «seconda repubblica».
Basterebbe ricordare come nei pochi mesi che precedettero le elezioni del 2006, per cui i sondaggi davano ampiamente vincente il centrosinistra, ben 126 politici del centrodestra passarono dall’altra parte con reciproca soddisfazione.
Oppure come nel dicembre del 2010 il governo di Silvio Berlusconi fu salvato dal tempestivo soccorso di una pattuglia di Responsabili, alcuni dei quali vennero prontamente ricompensati con poltrone di vario calibro, fino a quella di ministro.
Per non parlare dell’ex senatore Sergio De Gregorio: nel suo caso il tormento che lo indusse a traslocare da Romano Prodi a Berlusconi mettendo in crisi il governo di centrosinistra, sarebbe stato alleviato secondo una sentenza del tribunale da tre milioncini di euro.
E si potrebbe andare avanti, citando i voltafaccia registrati alle recentissime elezioni regionali della Campania.
Così, in un sistema nel quale il ceto politico appare in gran parte ripiegato sui tornaconti individuali, l’onesta regola dell’assenza di un vincolo di mandato finisce per essere solo una penosa foglia di fico.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 13th, 2015 Riccardo Fucile
ECCO COME FUNZIONERA’
È arrivato il «giorno X». Oggi il Senato ha dato il via libera al ddl che segnerà la più importante modifica della Costituzione dalla sua nascita, ponendo fine al bicameralismo paritario.
Non è il via libera definitivo del Parlamento, perchè ci vorranno altri tre passaggi. Saranno votazioni formali: la sostanza del testo – salvo imprevisti – non verrà toccata.
Il vero scoglio arriverà tra un anno, quando i cittadini diranno la loro votando al tanto atteso referendum.
Rispetto alla versione iniziale, il testo è molto diverso e gli ultimi ritocchi – in particolare sulla semi-elettività dei senatori – sono frutto dell’accordo che ha riportato la pace nel Pd. Avremo un Senato composto da sindaci e consiglieri, con funzioni limitate, un’unica Camera che legifera e vota la fiducia.
Più poteri al governo, che potrà chiedere tempi certi per l’approvazione dei suoi ddl. Capitolo risparmi: resteranno molti costi fissi, circa l’80%, che nemmeno questa riforma potrà abbattere.
«Finisce il bicameralismo paritario»: che significa?
Oggi Camera e Senato hanno le stesse, identiche, funzioni. Con la riforma, la Camera continuerà a votare le leggi e a svolgere le funzioni di indirizzo e di controllo politico – per esempio votando la fiducia al governo -, ma lo farà in maniera esclusiva.
E il Senato cosa farà ?
Non voterà più la fiducia e la sua funzione legislativa sarà drasticamente ridotta. Non avrà più competenza sulle leggi ordinarie. Potrà solo chiedere delle modifiche, ma il suo parere non sarà vincolante. Resta la competenza concorrente, tra Camera e Senato, in alcune materie specifiche, come le leggi elettorali, le leggi costituzionali e la ratifica dei trattati dell’Ue. Avrà una funzione di raccordo tra lo Stato e gli enti locali. Per questo sarà composto da amministratori: 74 consiglieri regionali e 21 sindaci. Ci saranno poi 5 cittadini nominati dal Presidente della Repubblica.
Saranno i cittadini a eleggere i 95 senatori?
La risposta è «nì». Durante le elezioni regionali, i cittadini esprimeranno la loro preferenza, indicando chi vorranno mandare in Senato (una legge ordinaria, ancora da approvare, regolerà questo meccanismo). Ma poi saranno i consigli regionali ad eleggere i futuri senatori, in proporzione alla loro composizione politica.
I senatori avranno un’indennità ?
No, riceveranno solo quella da sindaco o da consigliere. Avranno però l’immunità .
Quanto risparmierà il Senato con la riforma?
Non è facile dirlo. Ma proviamo a fare due calcoli: nel 2014 le spese del Senato ammontavano a 501 milioni di euro. Di questi, circa 98 milioni vanno ai senatori (41 milioni per le indennità , 36 milioni per i rimborsi spese e 21 milioni per i contributi ai gruppi parlamentari). Altri 9 milioni vanno al personale addetto alle segreterie particolari. Questi costi saranno praticamente azzerati. Ci sono poi le spese di funzionamento, che oggi pesano per 44 milioni: qualcosina si risparmierà anche da qui, ma certamente non tutto.
A spanne, restano ancora circa 380-390 milioni…
Eh sì, perchè ci sono alcuni costi che non potranno essere azzerati. Almeno non nell’immediato. Parliamo per esempio delle pensioni degli ex senatori (80 milioni), del costo del personale (151 milioni) e delle pensioni degli ex dipendenti (120 milioni).
Cos’altro cambia con il ddl?
Cambia il Titolo V della Costituzione: sono state definite in modo più netto le materie di competenza legislativa dello Stato da quelle delle Regioni. È stato anche rivisto il quorum per i referendum (si abbassa se aumenta il numero di firme presentate) e sale il numero di firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare (da 50 mila a 150 mila). Vengono inoltre aboliti definitivamente il Cnel e le Province.
Chi eleggerà il Presidente della Repubblica?
I deputati e i senatori in seduta comune. Per i primi tre scrutini servono i due terzi dei componenti; dal quarto si scende ai tre quinti degli aventi diritto; dal settimo basterà la maggioranza dei tre quinti dei votanti.
Cosa succede adesso?
Ora il testo della riforma dovrà tornare alla Camera. In caso di via libera senza modifiche si concluderà la prima lettura. Poi dovrà essere nuovamente approvata dal Senato e infine ancora della Camera. A quel punto, come annunciato, ci sarà il referendum.
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Ottobre 12th, 2015 Riccardo Fucile
LA SIMULAZIONE SULLA BASE DEGLI ATTUALI CONSIGLI REGIONALI
Un monocolore del Pd. Con una maggioranza solida, autonoma, schiacciante. 
Se entrasse in vigore oggi, il nuovo Senato si presenterebbe così.
Con 55 senatori del partito di Renzi, a cui se ne aggiungerebbero altri cinque dei partiti autonomisti (tre del Trentino Alto Adige e due della Valle D’Aosta), già schierati coi dem sul territorio.
E magari pure i cinque nominati dal Presidente della Repubblica: in totale fanno 65 senatori.
E il centrodestra, che oggi guida Liguria, Lombardia e Veneto? Totalmente ininfluente (29 seggi) e dominato dalla Lega (14 senatori).
I Cinque Stelle? Quasi azzerati, con solo sei esponenti in quello che sarà il nuovo assetto di Palazzo Madama.
A meno che i grillini non decidano di scendere a compromessi con gli altri partiti (poi vedremo il perchè).
MINORANZE A SECCO
Sulla base della composizione politica degli attuali consigli regionali, abbiamo provato ad effettuare una simulazione, tenuto conto del numero di senatori che spettano a ciascuna regione: 95 in totale, di cui 74 consiglieri regionali e 21 sindaci, uno per regione (le province autonome di Trento e Bolzano ne hanno uno a testa).
L’articolo 2 del ddl costituzionale dice che «i Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori».
Questo vuol dire che nell’assegnazione dei senatori-consiglieri bisognerà rispettare la proporzionalità tra gli schieramenti in consiglio, mentre il sindaco-senatore «andrà sempre alla maggioranza», conferma il costituzionalista Stefano Ceccanti.
Dunque nelle dieci regioni che eleggeranno due soli senatori, saranno entrambi esponenti della maggioranza. Con tanti saluti alla tutela della minoranze.
Prendiamo la Liguria, per esempio. Le spettano due senatori: quello espressione del consiglio sarà probabilmente il governatore Giovanni Toti, ma chi si aspetta un posto per il primo cittadino del capoluogo Genova resterà deluso.
Marco Doria non andrà in Senato. La legge consente alla maggioranza di sceglierseli entrambi: uno andrà a FI, uno alla Lega.
TRATTATIVE E INCIUCI
Torniamo alla simulazione. Per assegnare i vari consiglieri-senatori abbiamo tenuto conto della composizione degli attuali schieramenti.
Ma molto dipenderà da come si comporteranno le opposizioni, da quali trattative riusciranno a intavolare.
Perchè anche alleanze «contro natura» potrebbero dare i loro frutti.
Facciamo un esempio: al Veneto spettano 7 seggi, un sindaco e 6 consiglieri.
Abbiamo suddiviso l’assemblea veneta in tre schieramenti: maggioranza (Forza Italia e Lega) e tre opposizioni (Pd, Cinque Stelle e centristi-tosiani).
Esattamente come si sono presentati alle elezioni nella scorsa primavera. Con questo assetto (applicando il metodo D’Hondt per l’assegnazione dei seggi), ai sostenitori di Zaia andrebbero 4 senatori (oltre al sindaco) e gli altri due al Pd. Tosiani e grillini a secco.
Se invece le opposizioni facessero cartello e puntassero tutti sulla stessa lista di candidati, riuscirebbero ad eleggerne tre, togliendone uno alla maggioranza.
A chi andrebbe? Dipenderà tutto dalla trattativa e dagli accordi che, inevitabilmente, si incroceranno con quelli in altre regioni.
CITTADINI SENZA VOCE
E dunque, alla fine, non saranno gli elettori a scegliere i senatori, ma sarà tutto un gioco tra i partiti? La risposta è sì, perchè i cittadini avranno probabilmente potere di «influenzare» i consigli sui nomi (il modo lo capiremo solo dopo l’approvazione della legge che ne regolerà il meccanismo), ma la spartizione sarà una conseguenza degli accordi tra i partiti.
Come da sempre accade in politica.
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Ottobre 7th, 2015 Riccardo Fucile
TRA LORO IL CAPOGRUPPO ROMANI E MARIA ROSARIA ROSSI
Il Senato ha ripreso a lavorare sul ddl Boschi e la maggioranza regge nonostante in alcuni casi abbia vacillato.
È successo nei primi voti segreti di giornata (sugli emendamenti all’articolo 12) quando il conto è sceso sotto quota 150, precisamente a 143 e 144, tra i risultati più bassi da quando si è cominciato ad esaminare il testo.
Un campanello d’allarme parzialmente rientrato con le successive chiamate che hanno portato all’ok degli articoli 12,13, e 14 con numeri più ampi.
CHE FA FORZA ITALIA?
Le opposizioni intanto continuano a protestare stamattina hanno anche scritto una lettera al presidente Mattarella.
Ma nel primo pomeriggio arriva una mossa a sorpresa: 30 senatori di Forza Italia hanno votato con la maggioranza esprimendo parere contrario all’emendamento all’articolo 17.
Voti che, seppur non determinanti per la tenuta della maggioranza stessa, pesano e forse aprono nuovi scenari.
Scorrendo i tabulati infatti, risultano 29 i senatori azzurri che hanno votato contro, tra cui il capogruppo Paolo Romani e la fedelissima del Cavaliere, Maria Rosaria Rossi. Un senatore di FI si è astenuto ma a Palazzo Madama l’astensione equivale a voto contrario, quindi in tutto i voti azzurri sono 30
LA TREGUA DELLA MINORANZA PD
Di fatto in mattinata la maggioranza è arrivata a soli 12 voti dal veder approvato un emendamento del M5S sull’articolo 12.
Ma il calo, in parte, è fisiologico. Ieri si era votato fino a tarda sera e quindi stamane in Aula non c’era il pienone e le assenze erano parecchie.
Nei successivi voti a scrutinio palese i numeri della maggioranza sono risaliti stabilmente sopra i 160 voti, sfiorando a volte anche i 170.
Resta dunque una differenza sensibile, fino a oltre venti unità , tra i voti segreti e quelli palesi. Intanto c’è una “tregua” della minoranza Pd.
Il senatore Miguel Gotor ha annunciato il ritiro degli «emendamenti miei e del senatore Chiti all’articolo 21 (sull’elezione del Presidente della Repubblica, ndr) e invito le opposizioni a non ripresentarli».
LE OPPOSIZIONI SCRIVONO A MATTARELLA
Mentre in Aula la maggioranza va avanti sul filo dei voti, le opposizioni (M5S, Sel, Forza Italia e Lega Nord) alzano il tiro contro la riforma costituzionale e scrivono una lettera al presidente della Repubblica Mattarella per ribadire la «mancanza di confronto» imposta da governo e maggioranza.
«Questa riforma nasce e si conclude tutta all’interno di un solo partito» e consegnando «a una singola lista un’ampia maggioranza in Parlamento» e delineando «un possibile deficit democratico».
Le opposizioni rilevano «inoltre il venir meno del ruolo di arbitro super partes del presidente del Senato». Infine, per le opposizioni, il Ddl è «non privo di errori materiali, incongruente nelle sue diverse parti e in aperta contraddizione» con i principi fondamentali richiamati dalla Consulta.
LE PREOCCUPAZIONI NEL GOVERNO
Ma quello che agita di più i piani alti del Pd è la tenuta della maggioranza per stare sopra quota 160 nell’interminabile tour de force di votazioni a oltranza: dove gli imprevisti sono sempre in agguato.
Tanto più che pure se «nei voti segreti un calo è fisiologico», dice il Pd Marcucci, i segnali di allarme non mancano: già ieri nel secondo voto segreto di giornata all’articolo 10 la maggioranza era scesa a 153 sì e la minoranza è salita a 131.
Prima dell’ok dell’aula con 165 sì, l’altro scrutinio segreto era finito 154 a 136, solo 18 voti di scarto.
Franchi tiratori messi in conto meno di una decina, nel mirino finiscono i dissidenti Pd: perchè l’emendamento per aumentare le competenze legislative del Senato era stato presentato da loro, poi ritirato e fatto proprio dai grillini.
E ci finiscono pure gli ortodossi Ncd: perchè fanno muro contro le unioni civili, definiscono «una provocazione inaccettabile» mandarle in aula nell’intervallo tra la riforma del Senato e la legge di stabilità .
(da “La Stampa“)
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Ottobre 7th, 2015 Riccardo Fucile
LETTERA AL COLLE DELLE OPPOSIZIONI: “GRASSO NON E’ PIU’ SUPER PARTES”
“Abbiamo assistito ad un progressivo irrigidimento da parte del Governo, che ha costantemente rifiutato ogni confronto e ha già portato, alla Camera, all’approvazione di un testo votato solo dalla maggioranza. L’attuale lettura al Senato, che ha preso il via con il solo Relatore di maggioranza, non confermando il relatore di minoranza, sin dai lavori in commissione non ha visto svolgersi una reale discussione sulle proposte emendative”.
Inizia così la lunga lettera di cui si sta discutendo in queste ore nei corridoi del Senato. La bozza di una missiva su cui le opposizioni non hanno ancora trovato la quadra, ma che stanno limando proprio in questi minuti.
Alle 14 i vari gruppi si riuniranno per mettere a punto le strategie. Il destinatario è di quelli importanti, e il suo indirizzo corrisponde al colle più alto di Roma: il Quirinale.
“Il sistematico parere contrario del governo, quasi pregiudiziale, su tutte le proposte emendative con l’eccezione di quelle frutto di un accordo politico interno al Partito Democratico, ha evidenziato che questa Riforma nasce e si conclude tutta all’interno di un solo partito”, si legge nel testo indirizzato a Sergio Mattarella.
Gli estensori sottolineano l’unilateralità nel procedere a modificare la costituzione: “In assenza di un indispensabile contributo delle opposizioni, il combinato disposto di questa revisione costituzionale unilaterale e di una legge elettorale che consegna ad una singola lista una ampia maggioranza in Parlamento, delinea un possibile deficit democratico”.
Poi sottolineano le violazioni del regolamento: “Per agevolare un percorso senza intrusioni delle opposizioni – sono state perpetrate diverse violazioni in sede regolamentare, pur nella consapevolezza che la conferenza dei capigruppo del 24 settembre aveva fissato al 13 ottobre il voto finale sul testo, annullando così ogni possibilità di ostruzionismo”.
Ma il passaggio più duro è senza dubbio quello che coinvolge Pietro Grasso: “Dobbiamo rilevare il venir meno del ruolo di arbitro super partes del presidente del Senato che, esprimendosi costantemente a favore delle istanze della maggioranza, ha portato a gravi violazioni del regolamento in merito alla presentazione e votazione degli emendamenti in particolar modo di quelli sottoposti a voto segreto sulla delicata materia delle minoranze linguistiche, pregiudicando così la corretta gestione dell’aula”.
Intanto a Palazzo Madama è ripreso l’esame del provvedimento: al vaglio dell’assemblea l’articolo 12 del ddl.
Respinti i due emendamenti all’articolo 12 di M5s a voto segreto con il margine più stretto raggiunto fra i favorevoli e i contrari nelle votazioni sul ddl con le riforme istituzionali.
Il primo voto ha avuto 130 sì, 143 no e 4 astenuti, mentre il secondo 131 sì, 144 no e 4 voti: 17 voti di scarto considerando che in senato l’astensione viene considerata come voto negativo.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI HANNO RINUNCIATO ALL’OSTRUZIONISMO, MA I 161 VOTI CHE RAPPRESENTEREBBERO LA MAGGIORANZA NON CI SONO PIU’, NONOSTANTE LE TRUPPE CAMMELLATE DI VERDINI
Dopo l’approvazione ieri dell’articolo 6 del ddl Boschi sale di nuovo la tensione a Palazzo Madama tra maggioranza e opposizione.
In tarda mattinata è stato approvato l’art.7, quello relativo ai titoli di ammissione dei componenti del Senato. La norma è passata con 166 sì, 56 no e 5 astenuti. Un’approvazione in tempi rapidi grazie alla decisione di Lega e Forza Italia di ritirare tutti gli emendamenti in cambio della disponibilità del governo ad affrontare nel merito punti più caldi della riforma come, ad esempio, l’art.10.
Il Senato ha iniziato l’esame dell’articolo 10 sul procedimento legislativo, dato che gli articoli 8 e 9 sono stati approvati dalla Camera senza modifiche rispetto alla prima lettura di Palazzo Madama.
Il presidente Pietro Grasso ha sospeso la seduta per consentire contatti fra i gruppi e anche l’esame delle ammissibilità . Ha poi ammesso tre scrutini segreti (di cui uno parziale) su tre emendamenti: due di Roberto Calderoli (Lega) sulle minoranze linguistiche e uno di Giovanni Endrizzi (M5s) su minoranze linguistiche e rapporti civili ed etico-civili.
Alla prima votazione ha tenuto la maggioranza: 169 voti contrari, 106 favorevoli e un astenuto. La maggioranza tiene anche sul voto su un emendamento della minoranza Pd – poi ritirato, ma fatto proprio dai 5 Stelle – ma scende a quota 154 con 113 sì e 3 astenuti. L’emendamento mirava a modificare la funzione legislativa del Senato, riattribuendo alla Camera della autonomie più competenze.
A fronte della posizione assunta dal governo le opposizioni avevano rivolto un “ultimo appello” all’esecutivo e alla maggioranza per aprire un confronto e un dialogo su alcune modifiche da apportare al testo del ddl riforme.
La seduta è stata sospesa alle 13,30. Doveva riprendere alle 15 ma è stata ritardata di un’ora su richiesta delle opposizioni, i cui capigruppo di sono riuniti per trovare una linea comune da tenere rispetto al dibattito sul testo Boschi.
In un primo momento si pensava a un Aventino, ossia a un’uscita dall’aula dell’opposizione ma la decisione è poi virata su un’azione di “resistenza passiva”: “Non faremo ostruzionismo ma resistenza passiva, non prenderemo la parola se non in dichiarazioni di voto sull’articolo 10. In questo modo simboleggiamo il fatto di ritrovarci ostaggi della maggioranza”.
Alla ripresa delle votazioni la maggioranza supera il primo voto segreto ma scende ancora e perde altri voti: per la prima volta arriva a quota 153 il numero dei senatori contrari all’emendamento del leghista Roberto Calderoli sulle minoranze linguistiche. I voti a favore sono stati 131, gli astenuti 3. La differenza è di soli 25 voti.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
UN COMUNE CITTADINO AVREBBE RISCHIATO UNA CONDANNA BEN PIU’ SEVERA… SE POI AVESSERO TROVATO UNO CON LE PALLE I 5 GIORNI SE LI FACEVANO AL PRONTO SOCCORSO
Aver mimato con un gesto il sesso orale e aver indicato i propri genitali rivolti ai banchi dei grillini è costato ai senatori verdiniani Lucio Barani e Vincenzo D’Anna 5 giorni di sospensione da Palazzo Madama.
Fuori per un giorno invece il collega M5S Alberto Airola, accusato di aver insultato alcuni esponenti del governo e della segreteria d’Aula.
I parlamentari rischiavano al massimo 10 giorni di squalifica.
“Gli episodi accaduti”, ha detto il presidente Pietro Grasso, “sono stati di tale gravità che hanno offeso persone e senatori e hanno minato la credibilità delle istituzioni”.
Il consiglio ha deciso anche una censura nei confronti del capogruppo M5S Gianluca Castaldi per essersi avvicinato con forza verso i banchi del governo e per il gruppo della Lega Nord per aver sventolato in aula dei soldi per denunciare la “compravendita dei senatori verdiniani” che ci sarebbe stata, secondo loro, per il ddl Boschi.
L’Ufficio di presidenza del Senato, a tre giorni di distanza dal dibattito che ha imbarazzato il Parlamento, ha fatto un processo con video, resoconti e testimonianze per decidere le sanzioni ai parlamentari.
Il Movimento 5 Stelle aveva chiesto che fosse comminata la pena massima:
“Spero”, aveva scritto su Facebook il vicepresidente M5S della Camera Luigi Di Maio, “che li sospendano per il massimo dei giorni previsti dal regolamento, ma soprattutto con decorrenza immediata. Non è accettabile che gli si consenta di scontare le sanzioni tra un mese, permettendogli intanto di modificare indisturbati la Costituzione”.
Tra i precedenti c’è quello di Massimo De Rosa, deputato grillino che a inizio 2014 disse alle parlamentari Pd: “Siete qui solo perchè siete brave a fare dei pompini”.
In quel caso l’ufficio di presidenza aveva deciso di sospenderlo per 3 giorni e di inviargli una lettera di biasimo.
L’incontro, iniziato alle 13, è stato interrotto per alcuni minuti perchè non erano presenti tutti i rappresentanti dei gruppi.
All’appello mancava il referente dei fittiani (Conservatori e riformisti) e i verdiniani (Ala), di cui fa parte proprio Barani.
Dopo alcune telefonate, sono arrivati Ciro Falanga per Ala e per i Conservatori e riformisti Cinzia Bonfrisco.
La seduta d’aula di Palazzo Madama, convocata per le ore 15, è stata rinviata per due volte a causa del protrarsi della discussione dell’ufficio di presidenza.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2015 Riccardo Fucile
RIFORMA FUORILEGGE TRA FIRME FALSE E CONSULENZE PROMESSE A PARENTI… LE RICHIESTE DI VERDINI
La Costituzione ridotta a una carta straccia e sporca.
Sull’orrenda riforma Boschi si addensano ormai sospetti che sono nubi nerissime, nemmeno si trattasse di un maxi-appalto dell’Expo o del sistema Grandi Opere dei lavori pubblici.
Nel ’47, Benedetto Croce invocò lo Spirito Santo per i lavori della Costituente, oggi a Palazzo Madama si invocano i magistrati.
Da Calamandrei a Roberto Cociancich, il balzo è nel giallo, più che nel buio.
Grida nell’aula di buon mattino, il senatore Sergio Divina, leghista: “Sto scongiurando l’evenienza di dover ricorrere agli inquirenti, a cui non potrebbe essere negato l’accesso agli atti. Non ci obbligate a ricorrere a prassi che non sono di quest’aula e che noi stessi non vogliamo. Vorremmo soltanto avere una copia dell’atto in questione”.
L’atto in questione è il fatidico emendamento-killer Cociancich,dal nome di un anonimo senatore del Pd.
Il mandante Aquilanti e la nullità del ddl
È l’emendamento di cui si parla da tre giorni e che nessuno ha visto. E che in ogni caso avrebbe una firma falsa.
Maurizio Gasparri, che del Senato è anche vicepresidente, dice che il mandante è il segretario generale di Palazzo Chigi, Paolo Aquilanti, una sorta di commissario del governo.
Si chiede ancora il leghista Divina: “Cosa accadrebbe se risultasse che il documento non esiste o è falso? Trascinerebbe in nullità tutto l’articolo 1 e farebbe crollare l’intera riforma che stiamo approvando”.
La Costituzione di Renzi e Verdini basata un falso.
A guidare il Senato, peraltro, c’è un magistrato, Pietro Grasso, che le sue indagini già le ha fatte: “Il documento esiste, è intestato, è sottoscritto”.
Gli ribatte Gian Marco Centinaio, altro leghista: “Ma è falso”. Grasso: “Il presidente ne è garante”.
Interviene pure il verdiniano Ciro Falanga: “L’atto con il quale un senatore presenta un emendamento è un atto di natura esclusivamente privata fin quando non viene approvato. Quindi già dobbiamo escludere l’intervento di inquirenti che sarebbero competenti soltanto se si trattasse di falso in atto pubblico”.
Lo sfogo dei trasformisti su uno smartphone
Dalle accuse di falso a quelle clamorose di Gasparri sulla compravendita in atto, lungo la direttrice di Denis Verdini, ex berlusconiano oggi renziano, e di Luca Lotti, factotum del premier.
Ieri mattina a Omnibus, l’ex ministro di An, oggi forzista, ha rivelato l’esistenza di registrazioni sul passaggio di altri azzurri alla formazione renziana di Verdini.
Queste le sue parole: “Il bar Ciampini è pieno di senatori da comprare. Bisogna liberare questo bar del centro da parlamentari che mettono le cimici sotto il tavolo, con registrazioni che potrebbero saltare fuori”.
Il bar Ciampini è a Roma in piazza San Lorenzo in Lucina ed è il quartier generale di Verdini.
Il primo protagonista è il pugliese Francesco Maria Amoruso, un tempo legato allo stesso Gasparri. All’insaputa di Amoruso, un suo collega di Forza Italia avrebbe registrato con lo smartphone uno sfogo del senatore trasformista e che tirerebbe in ballo sia Verdini sia Lotti.
Questa la denuncia di Gasparri una settimana fa in aula: “Vorrei che restasse agli atti del Senato — mi assumo la responsabilità di quello che dico — che il suo passaggio, come quello di altri, non è dovuto a sofferenze culturali; ad Amoruso del patto del Nazareno, a cui ha dedicato una nobile dichiarazione l’altroieri, non gliene è mai fregato niente: gli interessavano le consulenze per i familiari, probabilmente. Ma su questo torneremo”.
Sulla base di queste parole, il Movimento 5 Stelle ha fatto un esposto alla Procura di Roma.
Chi si vende e chi no. La banda dei falsari
Dice Gasparri: “Le registrazioni girano. Io pure ho delle telefonate in cui mi raccontano le offerte, qualcuno che si è venduto altri no. Ma io sono un signore. Mica posso far ascoltare telefonate private. Sono qui dentro, in questo telefono”.
Oltre ad Amoruso, ci sarebbe anche la voce di Domenico Auricchio, altro neoverdiniano ex azzurro, che avrebbe risolto i suoi problemi familiari come Amoruso.
Sintesi di Stefano Candiani, terzo leghista da citare: “Renzi riscrive la Costituzione utilizzando emendamenti falsi con il supporto dei verdiniani che si sono venduti per un piatto di trippa. Ci troviamo di fronte a una banda di falsari e di mascalzoni”.
La processione da Denis e le cambiali al governo
Il presunto mercimonio riformista sulla pelle (carta) della Costituzione è stato visibile anche ieri nell’aula del Senato.
Stavolta il confessionale di “Denis” non è stato da Ciampini. Una processione centrista a flusso continuo. I fittiani, i calabresi di Ncd, pure il ministro Angelino Alfano, spaventato dall’attivismo verdiniano.
Uno spettacolo che avrebbe indignato persino i renziani dallo stomaco forte.
Ed è per questo che si racconta di un “Denis” momentaneamente cupo a causa di un richiamo dello stesso Lotti, per la serie: “Devi per forza venire qui a fare queste cose?”.
Un alfaniano di Ncd parla poi di un apposito “registro Lotti”, in cui segnare tutte le richieste veicolate da Verdini.
Nomine e consulenze, perlopiù.
Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 3rd, 2015 Riccardo Fucile
LA MINORANZA PD VOTA A FAVORE
Il Senato ha approvato l’articolo 2 del ddl Boschi, il cuore della riforma, che definisce la composizione
del futuro Senato. I sì sono stati 160, i no 86, 1 si è astenuto. L’articolo 2 stabilisce che il futuro Senato sarà «composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica».
A eleggere i futuri senatori saranno i Consigli regionali scegliendoli «tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori».
Ma la scelta dei Consigli Regionali, per quanto riguarda i senatori-consiglieri, dovrà essere «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge» elettorale che dovrà essere varata successivamente.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni sarà «in proporzione alla loro popolazione», e nessuna Regione potrà avere meno di due senatori, come due ne avranno le Province autonome di Trento e Bolzano.
In precedenza il Senato aveva approvato l’emendamento di Anna Finocchiaro all’articolo 2 che recepisce gli accordi interni al Pd e nella maggioranza, sulla legittimazione popolare dei futuri senatori-consiglieri regionali.
I sì sono stati 169, i no 93, 3 gli astenuti.
L’articolo 2 stabilisce che i Consigli regionali eleggeranno i futuri senatori tra i propri membri, e che «la durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti».
L’emendamento di Anna Finocchiaro aggiunge che l’elezione dei senatori da parte dei Consigli regionali deve avvenire «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge» elettorale che dovrà essere successivamente varata.
Ieri, prima che si scatenasse il putiferio per il gestaccio del senatore verdiniano nei confronti di una senatrice del M5S, era suonato un campanello d’allarme per la maggioranza, scesa per la prima volta sotto quota 161 voti, vale a dire la maggioranza assoluta: un emendamento dei Conservatori e riformisti, infatti, era stato bocciato con 157 «no» contro 105 «sì» e 4 astensioni.
Ma oggi è andato tutto liscio: «Giornata storica», dice la senatrice Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato. Significativo l’abbraccio tra la presidentessa della Commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro, e la ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi.
«Soluzione adeguata e coerente con l’impianto riformatore del disegno di legge», dice l’Italia dei valori. «Abbiamo restituito agli italiani il potere di eleggere i futuri senatori», esulta Area Popolare.
«La Costituzione non sarà più di tutti», critica invece il senatore Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia. La seduta a Palazzo Madama è ripresa alle 9.30 per concludersi alle 13.
«C’è un fatto che non può essere disconosciuto: nel testo della riforma approvato dalla Camera i cittadini non avevano alcun ruolo nell’elezione del nuovo Senato; ora, invece, grazie anche alla determinazione della minoranza Pd, gli elettori potranno scegliere i senatori-consiglieri regionali in occasione delle elezioni regionali», confermano i senatori della minoranza Pd Federico Fornaro, Miguel Gotor, Doris Lo Moro e Carlo Pegorer.
«È ora necessario – proseguono – che si approvi rapidamente la legge elettorale applicativa di questo principio costituzionale e che la norma transitoria sia modificata in modo chiaro e inequivocabile per garantire questo diritto di scelta dei cittadini».
In particolare, le opposizioni, con M5S e Lega in testa, chiedono che si possa modificare l’articolo 39 del ddl riforme, ovvero la norma transitoria che regola le modalità di elezioni e di scelta dei futuri senatori.
Nonostante l’unità ritrovata al momento del voto, non si placano comunque i malumori nella minoranza Pd per l’appoggio dei verdiniani alle riforme.
«Barani, Verdini & c. meglio perderli che trovarli. Renzi ha detto che vuole unire il Pd. Bene. La prima cosa da fare è smetterla di amoreggiare con certi personaggi», scrive, in un post su Facebook, l’ex capogruppo alla Camera ed esponente della minoranza Pd Roberto Speranza.
Mentre Francesco Boccia scrive su Twitter: «Costituenti 1946: Terracini, De Gasperi, Saragat. Aspiranti Costituenti 2015: Barani, Verdini, DAnna. Su riforme qualcosa non torna…».
(da Agenzie)
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