Ottobre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
UN VOTO IN MENO SOTTO LA MAGGIORANZA ASSOLUTA: ORMAI E VERDINI-DIPENDENTE
Il governo supera indenne il voto segreto sull’articolo 2 della riforma costituzionale, e può dunque
tirare un sospiro di sollievo.
I nodi più spinosi di questo secondo passaggio a palazzo Madama del ddl Boschi sono quasi tutti alle spalle, e l’obiettivo di portare a casa il provvedimento prima della data fissata per il 13 ottobre sembra a portata di mano.
Ma il bicchiere è mezzo vuoto per diverse ragioni: la prima sono i numeri.
Nelle votazioni palesi, la maggioranza è rimasta per tutta la giornata sopra i 170, con punte più alte, ma nel voto segreto a un subemendamento Calderoli (sul tema delle minoranze linguistiche) i sì si sono fermati a 160, un voto sotto la maggioranza assoluta (161) e nonostante il robusto apporto dei verdinani e la tenuta del Pd, dopo che il patto tra renziani e minoranza dem sull’elezione semi-diretta dei senatori.
Il numero due del gruppo Pd Giorgio Tonini parla di una “prova di grande tenuta della maggioranza” e ricorda come il gruppo delle Autonomie (dove siedono i rappresentanti delle minoranze linguistiche), che pure fa parte della compagine di governo, abbia votato a favore dell’emendamento Calderoli.
E tuttavia i numeri indicano una situazione in bilico, e una prospettiva assai incerta per il prossimo e definitivo passaggio in Aula della riforma, che avverrà in primavera. In quel caso, infatti, sarà necessaria una maggioranza qualificata di 161 voti, che ad oggi è solo sfiorata.
I nervi sono stati molto tesi tra i banchi del governo.
Per tutta la giornata Luca Lotti è rimasto in Senato per controllare la situazione da vicino. Poco prima del voto segreto, il ministro Boschi ha annunciato che il governo si sarebbe “rimesso all’Aula”.
Un modo per mettere le mani avanti nel caso in cui la maggioranza fosse andata sotto. E invece la votazione finisce 160 a 116. Sono 44 voti di differenza. “Un buon margine”, per il renziano Marcucci. Ma in quei minuti sui banchi del governo tutti hanno tenuto il fiato sospeso temendo un incidente.
La giornata è stata segnata da una forte tensione al mattino, quando le opposizioni hanno nuovamente contestato l’emendamento Cociancich, votato giovedì, che ha consentito di bypassare un’enorme mole di emendamenti.
Calderoli ha chiesto una “perizia calligrafica” per verificare la firma del senatore dem in calce all’emendamento (l’accusa delle opposizioni è che il vero autore sarebbe Paolo Aquilanti, segretario generale di palazzo Chigi), Cociancich si è assunto la “totale paternità ” del testo e lo stesso concetto ha ribadito il presidente Pietro Grasso: “Il documento esiste ed è sottoscritto dal senatore Cociancich”.
Nel pomeriggio l’ostruzionismo cala di tono, le votazioni iniziano a scorrere con un certo ritmo, ma poco prima delle 18 scoppia, inatteso, il “caso Barani”.
Il senatore ex Pdl ed ex Gal, e ora capogruppo dei verdiniani, mima il gesto del sesso orale all’indirizzo della collega del M5s Barbara Lezzi. In Aula scoppia il caos: urla, insulti. “Porco, maiale”, grida la grillina Barbara Lezzi, che lascia il suo posto per correre sotto i banchi della presidenza.
“Sulla mia onorabilità io non ho fatto nessun gesto. ho dato la parola al senatore Falanga. Se loro interpretano il gesto in maniera maliziosa…”, si giustifica Barani, craxiano mai pentito passato per Berlusconi e ora approdato con Verdini.
La giustificazione non convince, la tensione sale ancora.
Le donne di tutti i partiti insorgono. Erika Stefani (Lega) interviene: “Io il gesto di Barani l’ho visto, non offende solo la senatrice Lezzi ma tutte le donne qui dentro, Questi sono gesti volgari che devono essere allontanati da quest’aula”.
La fittiana Cinzia Bonfrisco è durissima: “Barani si deve vergognare. E’ un poveraccio. Si tolga quel garofano dal taschino, i socialisti si rivoltano nella tomba…”. Dalla minoranza dem Cecilia Guerra interviene per chiedere di fare piena luce su un fatto che “offende tutte le senatrici”.
E la vicepresidente Valeria Fedeli (Pd) chiese una riunione del consiglio di presidenza, per valutare “gesti e parole che in quest’aula vengono spesso ripetuti e che sono offensivi per le donne”.
Grasso sospende la seduta per un quarto d’ora, poi annuncia che lunedì 5 ottobre il consiglio di presidenza, dopo aver visto i filmati, prenderà gli adeguati provvedimenti. Barani non si ripresenta nell’emiciclo, il forzista Paolo Romani e Renato Schifani di Ncd lo invitano a “non partecipare ai lavori almeno per oggi”.
Parte un lungo dibattito che si allarga sui tanti episodi di insulti e scorrettezze visti in Aula in questa legislatura.
Luigi Zanda, Pd, chiama in causa direttamente Grasso: Quest’aula è diventata l’anticamera di una stazione ferroviaria. Dall’inizio della legislatura ci sono stati molti tumulti e i toni si sono alzati troppo. Chiedo anche a lei, presidente, un’applicazione molto rigorosa del regolamento perchè non è possibile che vengano tollerate in quest’aula continue infrazioni che impediscono che si svolgano i lavori del Parlamento”.
Tutti sembrano concordare sulla necessità di cambiare verso, almeno nei toni. Ma dal gruppo dei verdiniani partono altre accuse verso i grillini: “Una scostumatezza si può riparare con le scuse, la vostra ipocrisia no. Anche dare le persone in pasto al web è inammissibile”, tuona Vincenzo D’Anna.
Alla fine di una giornata tesissima per Ncd, con Alfano costretto a sostare per ore in Senato per tenere a bada i suoi, anche Ncd tira un mezzo sospiro di sollievo: “Nelle votazioni di oggi il gruppo di Area popolare al Senato ha dimostrato compattezza e tenuta a dispetto di quelle tante ‘Cassandre’ che da settimane predicono scissioni, divisioni e spaccature”, dice Schifani.
Poco prima delle 21, Grasso sospende le votazioni. Per chiudere l’articolo 2, e mettere quindi il ddl Boschi definitivamente al riparo, bisognerà aspettare almeno fino a sabato mattina, quando l’Aula (eccezionalmente) si riunirà per proseguire i lavori.
Sul tavolo ci sono ancora tre voti importanti, tutti a scrutinio palese: un emendamento Calderoli che prevede di utilizzare il Consultellum per votare il nuovo Senato, il testo Finocchiaro, figlio dell’intesa dentro il Pd, che prevede per i nuovi senatori una elezione da parte dei consiglieri regionali “in conformità ” a quanto deciso degli elettori e il voto finale sull’articolo 2.
Paolo Romani di Forza Italia fa in tempo ad annunciare il suo no al testo Finocchiaro, bollato come “un accordicchio dentro il Pd”.
Ma col voto palese ormai i brividi per il governo sembrano alle spalle.
Salvo sorprese, dunque, sabato mattina Renzi potrà tirare un sospiro di sollievo.
Ma palazzo Madama -e i numeri lo dimostrano – resta la trincea più difficile per il governo dei rottamatori.
Nonostante l’abbraccio con Verdini.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
IL GESTO DEL VERDINIANO FA SCATENARE IL CAOS: “PORCO MAIALE” LA REPLICA DELLA TAVERNA… GRASSO APRE INCHIESTA
Il Senato discute su come cambiare la Costituzione del 1948, quella nata dall’antifascismo e dalla
Resistenza, e si trasforma in una bettola.
La probabile fine della storia dell’assemblea di Palazzo Madama per come si è conosciuta in questi quasi 70 anni rischia di finire triviale.
Il merito è del senatore Lucio Barani, l’ultimo craxiano in Parlamento, ex sindaco di Aulla che per il suo Bettino eresse anche una statua nella piazza del suo paese in Lunigiana.
Ora è capogruppo del verdiniano Alleanza liberalpopolare per le autonomie, quindi sostenitore delle riforme istituzionali e quindi sogna — con i suoi colleghi — di entrare nella maggioranza di governo.
Barani, durante l’ennesimo scambi di insulti, grida e epiteti durante il dibattito sulle riforme, ha guardato la collega Barbara Lezzi, del Movimento Cinque Stelle, e ha mimato un rapporto orale.
A raccontarlo non sono solo i senatori grillini, ma Aldo Di Biagio, eletto con Scelta Civica e ora passato in Area popolare, cioè il gruppo che riunisce Ncd e Udc, quindi in maggioranza.
Barani nega, smentisce, giura che è stato un equivoco, che faceva il gesto di un microfono. Ma tra gli altri senatori non ce n’è uno che gli dia credito.
Dopo il gesto osceno esplode la protesta di larga parte dell’Aula del Senato.
Paola Taverna, chiede subito a Grasso di intervenire contro Barani e fargli chiedere scusa. “Mi vergogno a rifarlo” dice la Taverna, gridando al microfono, mentre denuncia il comportamento del collega senatore. “Porco maiale” aggiunge per farsi capire bene da Barani, se fosse disattento.
Così Grasso — come se si fosse alle medie a cercare chi ha nascosto il gesso della lavagna — chiede spiegazioni a Barani e lui, noto quasi solo perchè va in giro con il garofano nel taschino, nega, fa il vago, cerca di toccarla in corner: “Io ho solo detto che dopo che avevano interrotto il senatore Falanga, ora lo abbiamo fatto parlare. Se loro lo vogliono interpretare male… Vogliono buttarla in rissa. Se è stato interpretato male io mi scuso”.
Ma è come buttare carbonella, la Lezzi è furibonda: “E’ stato un gesto volgare e scurrile, non è stato male interpretato. Noi vogliamo che Lucio Barani venga espulso. E chiediamo che chieda scusa altrimenti non si può andare avanti”.
Ma non sono solo i Cinque Stelle a protestare.
Anche altre senatrici di altri gruppi si lanciano contro Barani.
La leghista Erika Rossi dice di aver visto il gestaccio e invita con fermezza a chiedere scusa. Ma Barani, niente, non ne vuole sapere, si trincera dietro la propria “onorabilità “:
“Non ho fatto alcun gesto”, ripete. Ma non ci crede nessuno, almeno al Senato.
Cinzia Bonfrisco, che come Barani è un’ex berlusconiana (ora è capogruppo dei fittiani) e prima ancora un’ex socialista, non molla un centimetro: “L’Aula deve essere difesa — scandisce rivolgendosi a Grasso — non deve essere un bivacco. Io prego il senatore Barani di chiedere formalmente scusa per questo gesto inqualificabile. E si tolga quel garofano che fa rivoltare nella tomba i socialisti. Togliti quel garofano che sei un pagliaccio”.
C’è tensione come su un ring, Grasso sospende la seduta, subito dopo la richiesta di Valeria Fedeli (Pd, vicepresidente vicario di Palazzo Madama) di convocare un consiglio di presidenza.
Grasso lo fissa per lunedì 5: lì saranno decise le sanzioni per Barani.
“Chiedo la collaborazione di tutti i senatori per l’autodisciplina — dice Grasso — Chiedo ai capigruppo di fare opera nei rispettivi gruppi per prevenire, per evitare provvedimenti rigorosi che possono arrivare a togliere la possibilità di partecipare ai lavori d’aula. Chiedo la massima collaborazione per ripristinare l’ordine e poter usare l’Aula per la funzione per cui è stata pensata, discutere e votare”.
Il problema è che Barani è lui stesso un capogruppo.
Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 1st, 2015 Riccardo Fucile
CRONACA DI UNA GIORNATA DI PASSIONE A PALAZZO MADAMA
Si sono appartati intorno alle 19. Pietro Grasso, Maria Elena Boschi e lo staff. 
Nel frattempo, i senatori tornati dalla Camera dopo la fumata nera della seduta comune del Parlamento sull’elezione dei giudici costituzionali, aspettavano l’inizio della seduta. Fissata appunto per le 19. E’ iniziata con quasi venti minuti di ritardo.
E il risultato è stato tanto strabiliante da mandare l’opposizione su tutte le furie.
In sostanza, dopo l’incontro con il ministro, il presidente del Senato riduce i voti segreti che lui stesso aveva dichiarato ammissibili ieri.
E’ l’effetto del fiato del governo sul ddl riforme: pressante, presente, continuo.
Pare che oggi a Palazzo non abbiano visto il segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti, vero autore degli emendamenti che dovrebbero risolvere i problemi di ostruzionismo e voti segreti.
Come quello firmato da Roberto Cociancich e approvato oggi sull’articolo 1, liberato così da tutte le altre proposte di modifica.
Ma pur senza la presenza di Aquilanti – che invece ieri si è affacciato anche in aula – la sostanza non cambia.
Il governo non perde di vista nemmeno per un attimo il suo ddl riforme. L’obiettivo è evitare assolutamente i voti segreti, che terrorizzano l’esecutivo perchè troppi sono i fronti di malcontento distribuiti in vari gruppi.
Si teme la saldatura, si teme la catastrofe.
E’ per questo che oggi pomeriggio c’è stata anche una vivace discussione in seno al governo sul dafarsi.
Prima, l’idea di presentare un emendamento (il governo lo può fare in qualsiasi momento) per ‘mangiare’ i voti segreti. Ipotesi poi accantonata: troppe polemiche.
Poi la scelta: se rimettersi all’aula oppure affrontare la tempesta e dare indicazione di voto contrario, sfidando tutti i venti che infuriano al Senato, come sempre.
Per la prima opzione, più cauta, il sottosegretario Luca Lotti.
La seconda opzione, quella della sfida totale, è invece caldeggiata dal ministro Boschi e dal suo sottosegretario Luciano Pizzetti.
Poi la trovata: incontrare Grasso, parlarci a quattr’occhi, cercare una via d’uscita da quel labirinto oscuro di voti segreti ammessi dal presidente. Troppi. Errore.
La richiesta è stata: vanno tagliati. Troppo pericolosi.
E’ per questo che Grasso si è presentato in aula con il seguente programma: inammissibilità della votazione segreta salvo riformulazione di 3 dei 6 emendamenti sui quali lo scrutinio segreto era stato invece concesso (due della Lega e uno di Sel). Mentre due emendamenti della Lega, sempre ammessi a votazione segreta, saranno sottoposti a scrutinio non palese per parti separate, e precisamente solo la parte che riguarda la tutela delle minoranze linguistiche.
Si tratta di emendamenti che mirano a reintrodurre l’elezione diretta dei senatori. Pericolosi nella sostanza e anche nella votazione.
Perchè il governo teme la saldatura delle minoranze presenti nel gruppo del Gal (che in maggioranza vota di solito col governo ormai), nel gruppo Per le autonomie (anche se qui il capogruppo Zeller ha fornito rassicurazioni alla Boschi, ma non si sa mai) e nel gruppo Misto insieme con gli scontenti di Ncd (sempre presenti a ogni votazione su qualsiasi cosa) e chissà chi altri.
Insomma, di questi tempi, col voto segreto può venire fuori di tutto e il governo può andare sotto. L’allarme è alto.
Da qui, l’intervento di Boschi a gamba tesa su Grasso.
Roberto Calderoli ci va diretto. “Mi auguro che lei non abbia incontrato in questi venti minuti il governo o rappresentanti di alto livello del governo. Dopo che ha dichiarato ammesso un voto segreto non può ribaltare la decisione ad esclusivo interesse della maggioranza”.
Paolo Romani di Forza Italia: “Grasso si smentisce, è gravissimo!”.
Loredana De Petris del gruppo Misto-Sel contesta a Grasso di aver “aperto l’aula con 19 minuti di ritardo per dirci dell’inammissibilità proprio su quei voti segreti: qui non c’è certezza del diritto nemmeno per qualche ora! Ci lasciamo in un modo e ci ritroviamo in un altro…”.
Il capogruppo del M5s Gianluca Castaldi: “Quella di Renzi e Verdini è una riforma ‘prostituzionale’!”.
Da parte sua Grasso si difende sostenendo che gli emendamenti in questione andavano “riformulati”, che contenevano delle inesattezze sulla durata del mandato dei senatori eletti dalle minoranze linguistiche: “Ne vogliamo fare dei senatori a vita? E’ una riformulazione non una inammissibilità completa…”.
Alla fine, il presidente concede che un voto segreto “ci sarà e non per scelta del presidente ma perchè è ammissibile”.
Esattamente, si terrà su un subemendamento all’art. 2 presentato da Calderoli.
Ad ogni modo, un’altra seduta va a vuoto. Stasera non si vota nulla. Se ne riparla domani.
In due giorni, il Senato è riuscito a superare solo l’articolo 1, con il metodo Cociancich.
Pardon: Aquilanti.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 1st, 2015 Riccardo Fucile
ROTTA, RICHETTI E SCALFAROTTO IMBARAZZATI ALLA BUVETTE
Il “giardino” con Verdini inizia a puzzare. Alessia Rotta, iper renziana, è alla bouvette. Quasi le va di traverso il panino: “Ma chi lo vuole Verdini nel Pd… È un’ipotesi che non c’è. Vota le riforme, però, insomma, no”.
Finalmente: qualcuno che dice che è impresentabile? E dunque mai nemmeno alleati? A quel punto svicola: “Finisco il panino”.
L’olezzo degli “impresentabili” è nel sondaggio anticipato dall’HuffPost: il Pd che ora è al 32 per cento, perderebbe 7 punti con il gruppo di Verdini, anche in un’alleanza. Più l’ex plenipotenziario di Berlusconi si avvicina, più gli elettori fuggono dal giardino.
Ecco Richetti, renziano della prima ora: “Sì, il sondaggio l’ho visto. Il giorno che vedrò uno come Verdini fare una campagna elettorale con noi, dichiaro che non ho capito nulla della politica. Sono certo che quel giorno non arriverà ”.
Sono arrivati però i giorni in cui le truppe dell’ex braccio destro (e sinistro) di Berlusconi, rinviato a giudizio in processi pesanti — dalla bancarotta alla P3 — vota le riforme. E non solo.
Vincenzo D’Anna, uomo di punta della compagine verdiana, è uno che si definisce amico di Nicola Cosentino. Una volta dichiarò: “Cosentino è un brav’uomo, Saviano invece si è arricchito sulla camorra”.
A palazzo Madama, oggi ha scandito: “Il nostro leader non può che essere Renzi. Proseguiamo lungo la strada che può portare i moderati ed i liberali che si sentono estranei a questa cultura politica, all’interno di un nuovo schieramento che non può che scegliere Matteo Renzi come leader”.
Scusi, Richetti, dopo il sondaggio ha letto D’Anna? Silenzio. Imbarazzo.
Perchè gli impresentabili si sentono già nel giardino. E, tra i renziani, nessuno si sente di dire: “Non ti vogliamo”.
Lui, invece, Verdini si muove da capo. Telefona, rastrella parlamentari.
Domenica scorsa a Salerno, durante il convegno in cui è intervenuto alla festa di Scelta civica, ha bloccato Giacomo Portas, titolare di una lista di centrosinistra, I Moderati: “Giacomo, tu sei uno bravo. Dobbiamo metterci assieme. Tu hai la lista, ci metti la faccia, io sto dietro. Le risorse? Ci sono, non c’è problema”.
Offerta declinata. Poi dal palco Verdini ha attaccato il “camorrismo giornalistico”.
E non sono arrivate censure dal mondo renziano.
Valentina Paris è su un divanetto con la copia dell’Unità in mano. Formazione dalemiana, ora giovane turca.
“Guarda, ho appena riletto il discorso di Reichlin su Ingrao e la sinistra. Mi occupo di cose più alte rispetto a Verdini”.
Filtra su Dagospia che il cattivo odore del nuovo giardino sia arrivato a palazzo Chigi. Dove Lotti avrebbe chiesto a Verdini, con cui ha una consuetudine quotidiana, di non votare la riforma perchè ora i numeri ci sono e la situazione si sta facendo imbarazzante.
Ma Verdini avrebbe risposto che col cavolo che si mette da parte: ora vota e poi arriva il conto quando si rinnovano le commissioni.
Racconta Roberto Speranza: “Per i nostri Verdini e Cosentino sono roba dell’altro mondo. I volti più discutibili del berlusconismo. L’altro giorno ero a Livorno, alla Festa dell’Unità . Quando ho detto ‘mai con loro’ è venuta giù la sala. Te lo giuro, non sto esagerando. In giro vedi che quando li nomini escono i cuochi e i volontari dalle cucine incazzati neri”.
Ma i renziani svicolano sulla consuetudine che già c’è tra Verdini e Lotti, come se ci fosse un non detto.
Pure Graziano Delrio ha confessato a più di un parlamentare amico che questo è uno dei motivi che lo ha spinto ad allontanarsi da palazzo Chigi: l’inscalfibilità dell’asse toscano con Denis.
Francesco Boccia non riesce a capacitarsene: “L’abbraccio di Verdini è la rottamazione della rottamazione. Ora: ragioniamo. Questa roba che Verdini entra nel Pd è ovvio che non c’è. È come se uno decidesse di farsi esplodere una bomba in casa. E Renzi lo sa, mica è pazzo. Ma non sta in questi termini la questione. La questione è che nessuno risponde a una domanda: noi alle prossime elezioni pensiamo di essere alleati di una lista con questi? E alle amministrative Verdini e i suoi saranno degli alleati nostri? Io non li voglio. E una prospettiva del genere andrebbe discussa in un congresso. C’è un evidente problema di igiene politica”.
Svicolano i renziani. Ivan Scalfarotto spiega che “Verdini ha già votato le riforme, e quindi che male c’è”. E prevede: “Andremo da soli, come Pd. E la campagna elettorale sarà un voto su ciò che ha fatto il governo. Nè con Verdini, nè con Alfano”. Renzi, insomma, li userebbe e poi li getterebbe.
I confini tra la speranza e la certezza però sono labili.
Sentite Saverio Romano, ex ministro di Berlusconi ora con Verdini: “L’ipotesi su cui stiamo lavorando è una lista, i Moderati per Renzi, alleata del Pd”.
Perchè Verdini va raccontando che il premier cambierà , a quattro mesi dal voto, la legge elettorale.
Ma la domanda resta senza risposta: un sodalizio così forte finora con uno come Verdini si può rompere come se nulla fosse.
O questi mesi di consuetudine sono già troppo ingombranti? E la domanda, nel Palazzo è senza risposta.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 1st, 2015 Riccardo Fucile
CLIMA TESO IN SENATO: SI DUBITA PERSINO DELLA ORIGINALITA’ DELLA FIRMA DI COCIANCICH
Al Senato la maggioranza porta a casa le prime due battaglie parlamentari sulle riforme istituzionali. L’Aula ha infatti approvato il cosiddetto “emendamento canguro“, presentato da Roberto Cociancich (Pd), che, oltre ad avere l’effetto di far decadere tutte le altre proposte di modifica all’articolo 1 del disegno di legge, diventa anche il cuore del nuovo articolo 55 della Costituzione.
Approvato, con 172 sì, 108 no e tre astenuti, anche l’articolo 1 del testo di riforma della Costituzione, che ridefinisce le funzioni e la natura della nuova assemblea di Palazzo Madama.
L’articolo segna la fine del Bicameralismo perfetto e ripristina, grazie all’emendamento Cociancich, molte funzioni del Senato, abolite nel passaggio alla Camera.
Fine del bicameralismo perfetto
Sarà la sola Camera (i deputati rimarranno 630) a essere titolare del rapporto di fiducia con il governo e ad esercitare “la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del governo”.
L’emendamento Pd, che recepisce l’accordo di maggioranza e che ha riscritto tutto l’articolo, prevede che il Senato oltre a fare da raccordo con le “istituzioni territoriali” eserciterà “funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”.
Il Senato, inoltre, tornerà a “valutare” (rispetto a quanto era stato deciso dalla Camera) le politiche pubbliche e “l’attività delle pubbliche amministrazioni” e verificherà “l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori”. Infine, concorrerà “ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato”.
Ok all’emendamento che fa cadere gli emendamenti
La proposta di modifica di Cociancich è stato approvato con 177 sì, 57 no e 2 astenuti, a sottolinare la tenuta della maggioranza che sostiene il testo di legge firmato dal ministro Maria Elena Boschi.
Hanno votato contro la proposta (approvata dalla maggioranza), e quindi in dissenso rispetto al gruppo, i senatori Corradino Mineo e Walter Tocci.
Felice Casson si è invece astenuto, ma al senato l’astensione vale voto contrario. Tutto questo mentre è vicino l’esame dell’articolo 2, in particolare alle proposte di modifica al comma 5, per alcune delle quali è previsto il voto segreto, potenzialmente rischioso per la maggioranza.
Voto a rilento, ostruzionismo delle opposizioni
Il voto procede a rilento (il presidente del Pd Matteo Orfini parla di “straordinario ostruzionismo”) soprattutto perchè le opposizioni chiedono a ripetizione al presidente Piero Grasso di convocare la giunta per il regolamento, soprattutto sull’ammissibilità degli emendamenti.
L’ennesimo capitolo, infatti, si è aperto con la presentazione a sorpresa da parte delle opposizioni di un subemendamento che avrebbe modificato l’emendamento Cociancich dopo l’approvazione dell’Aula. Venti senatori, soprattutto della Lega e del Movimento 5 stelle, facendo riferimento al comma 5 dell’articolo 100 del regolamento, hanno presentato una proposta di modifica al cosiddetto “mini canguro”. Ma la richiesta è stata respinta da Grasso (sempre a norma di regolamento), perchè è “preclusa” in quanto un subemendamento avrebbe dovuto essere votato prima. dell’approvazione.
Al netto della comprensibilità dello scontro su commi e cavilli, resta che si sono scatenate le proteste delle minoranze (i più scatenati come al solito grillini e leghisti). “Il Pd ha fatto pressioni indegne sul presidente Grasso — dice il senatore del Carroccio Raffaele Volpi — la riforma costituzionale è materia parlamentare quindi i quattro bambini che sono al governo devono smetterla di minacciare il parlamento agitando lo spauracchio della fiducia. C’è Lotti, presente al Senato dall’inizio dell’Aula che probabilmente segue i nostri lavori dal televisorino per controllare come si comportano i vari parlamentari”.
Leghisti sventolano banconote ai verdiniani
Dai banchi leghisti si è levata una colorita protesta: durante il dibattito sul ddl Boschi, i senatori del Carroccio hanno sventolato banconote rivolgendosi agli scranni su cui siedono i colleghi verdiniani. Immediata la risposta del capogruppo, Lucio Barani: “Contrariamente a quanto volgarmente sostenuto dai senatori della Lega Nord nei miei confronti, io un lavoro ce l’ho ed è anche ben remunerato. Li invito, pertanto, a tenersi ben strette le banconote che hanno sventolato nell’Aula del Senato, perchè in futuro quei soldi serviranno certamente più a loro che a me”.
Ancora più caustica la replica di D’Anna: “Confido che la prossima volta i leghisti possano mostrare al capogruppo Barani carta moneta autentica, magari anche presa in prestito dall’ex tesoriere della Lega Francesco Belisito o dal figlio di Umberto Bossi”.
Forza Italia mette in dubbio la paternità dell’emendamento Cociancich
In Aula, infatti, a rappresentare il governo c’è il sottosegretario a Palazzo Chigi e braccio destro di Matteo Renzi, Luca Lotti.
E anzi, da Forza Italia continuano le accuse secondo le quali l’emendamento Cociancich (poi approvato) sia stato scritto direttamente nella sede della presidenza del Consiglio: “Manca una firma — interviene Maurizio Gasparri — quella del segretario generale della presidenza del Consiglio, Paolo Aquilanti, è lui che ha scritto l’emendamento. Il senatore Cociancich è incolpevole”.
Per oltre un’ora l’Aula ha discusso per l’appunto della paternità (o meno) dell’emendamento Cociancich tanto che Roberto Calderoli ha chiesto la verifica sulla firma autografa citando anche l’eventualità di un possibile “falso in atto pubblico”. Grasso ha tuttavia spiegato che la prassi prevede che “fino a prova contraria, tutte le firme apposte sugli emendamenti si considerano autentiche fino a quando non ci sia qualcuno che disconosca la sua firma”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
ROMANI: “LI HANNO COMPRATI CON POCO”
Si chiamino un po’ come si vuole, i «neo-responsabili», i «compravenduti», o i verdiniani: sono
creature del parlamentarismo, che, a dirla con Domenico Auricchio, «come tutti non hanno proprio voglia di andarsene a casa».
Prendiamo lui, Auricchio, detto Mimì. Ha lasciato Forza Italia. E’ alla prima legislatura, ripescato in Campania dopo il passaggio di Alessandra Mussolini a Bruxelles.
Domanda: lo sa che l’accusano di voler arrivare al 2018 per assicurarsi la penrsione? Risposta (digrignando i denti): «Ma qua’ pensione. Io sono un guerriero dei voti. Questi qui invece sono tutti nominati. Se lo faccia dire da un commerciante, un Auricchio, ha presente il provolone?».
Mimì, un posticino nel cuore di Silvio Berlusconi sogna di averlo ancora: dopotutto fu lui ad aver registrato il nome “Pdl” prima della svolta del predellino.
Gelosamente, conserva come reliquie le registrazioni della viva voce dell’ex Cavaliere che lo ringrazia.
«A Berlusconi voglio bene più dell’anima mia. Ma la classe dirigente del partito non c’è più». Addirittura, Auricchio teorizza di non aver mai lasciato Fi: «Perchè, quelli di Verdini che sono, non sono tutti forzisti?».
Alla Camera, intanto, altri sei deputati di fede verdiniana hanno lasciato gli azzurri. Ignazio Abrignani, Luca d’Alessandro, Monica Faenzi, Giuseppe Galati, Giovanni Mottola, Massimo Parisi.
Al Senato con Auricchio e Francesco Amoruso da Fi, e Peppe Ruvolo da Gal, nel nuovo gruppo di Verdini sono in 13.
L’esodo si annuncia senza fine e il capogruppo dei senatori Paolo Romani liquida la faccenda così: «Li hanno comprati a poco…».
Sarà , ma la riunione di oggi alla presenza di Berlusconi è stata annullata. Il senatore Barnabò Bocca è più fuori che dentro. Mentre Franco Carraro smentisce di aver pronti i bagagli: «Sulle riforme faccio quello che fa Fi. Per me la coerenza sta nelle cose: sapevo che questa sarebbe stata la mia prima e ultima legislatura».
Ma proprio per il motivo opposto confessa di «comprendere le ragioni» di quei colleghi che vogliono continuare con la politica: «E poi, se Renzi toglie l’Imu sulla prima casa…come fai a non votare con lui…».
Riccardo Villari (ex Cdu, ex Udeur, ex Pd) invece non ha ancora deciso.
Diverse volte lo hanno dato arruolato con Verdini: «Ma il clima dopo l’accordo nel Pd si è alleggerito. E’ anche ormai inutile parlare di compravendita. Cosa compreresti ora? Un voto che non serve a niente»
Si chiamino un po’ come si vuole, i «neo-responsabili», i «compravenduti», o i verdiniani: sono creature del parlamentarismo, che, a dirla con Domenico Auricchio, «come tutti non hanno proprio voglia di andarsene a casa». Prendiamo lui, Auricchio, detto Mimì. Ha lasciato Forza Italia. E’ alla prima legislatura, ripescato in Campania dopo il passaggio di Alessandra Mussolini a Bruxelles. Domanda: lo sa che l’accusano di voler arrivare al 2018 per assicurarsi la penrsione? Risposta (digrignando i denti): «Ma qua’ pensione. Io sono un guerriero dei voti. Questi qui invece sono tutti nominati. Se lo faccia dire da un commerciante, un Auricchio, ha presente il provolone?». Mimì, un posticino nel cuore di Silvio Berlusconi sogna di averlo ancora: dopotutto fu lui ad aver registrato il nome “Pdl” prima della svolta del predellino. Gelosamente, conserva come reliquie le registrazioni della viva voce dell’ex Cavaliere che lo ringrazia. «A Berlusconi voglio bene più dell’anima mia. Ma la classe dirigente del partito non c’è più». Addirittura, Auricchio teorizza di non aver mai lasciato Fi: «Perchè, quelli di Verdini che sono, non sono tutti forzisti?».
Alla Camera, intanto, altri sei deputati di fede verdiniana hanno lasciato gli azzurri. Ignazio Abrignani, Luca d’Alessandro, Monica Faenzi, Giuseppe Galati, Giovanni Mottola, Massimo Parisi. Al Senato con Auricchio e Francesco Amoruso da Fi, e Peppe Ruvolo da Gal, nel nuovo gruppo di Verdini sono in 13.
L’esodo si annuncia senza fine e il capogruppo dei senatori Paolo Romani liquida la faccenda così: «Li hanno comprati a poco…».
Sarà , ma la riunione di oggi alla presenza di Berlusconi è stata annullata. Il senatore Barnabò Bocca è più fuori che dentro. Mentre Franco Carraro smentisce di aver pronti i bagagli: «Sulle riforme faccio quello che fa Fi. Per me la coerenza sta nelle cose: sapevo che questa sarebbe stata la mia prima e ultima legislatura». Ma proprio per il motivo opposto confessa di «comprendere le ragioni» di quei colleghi che vogliono continuare con la politica: «E poi, se Renzi toglie l’Imu sulla prima casa…come fai a non votare con lui…».
Riccardo Villari (ex Cdu, ex Udeur, ex Pd) invece non ha ancora deciso. Diverse volte lo hanno dato arruolato con Verdini: «Ma il clima dopo l’accordo nel Pd si è alleggerito. E’ anche ormai inutile parlare di compravendita. Cosa compreresti ora? Un voto che non serve a niente».
Ilario Longobardo
(da “La Stampa”)
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Settembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
“FORZA ITALIA E’ IN DECLINO, NON E’ PIU’ SPENDIBILE”
«Berlusconi? Non offre più alcun progetto. Io almeno non lo vedo. Assistiamo giorno dopo giorno al declino di un partito che per anni è stato il riferimento dei moderati italiani, declino per incapacità di rinnovare una leadership non più spendibile, perchè il board è passato a figure francamente modeste, per la cessione di sovranità a Salvini. Io mi riprendo libertà di parola e di azione ».
Saverio Romano è solo l’ultimo ex ministro di Fi a dire addio al Cavaliere (prima di lui Fitto).
Lo fa con una lettera con cui, assieme al collega deputato Pino Galati e al senatore Giuseppe Ruvolo, saluta il leader «con affetto» ma «non ci piace un partito non partito».
Perchè passate con Verdini? Che progetto offre invece lui?
«Con altri colleghi di Fi abbiamo condiviso il disagio, quindi l’esigenza di rappresentare i nostri territorio in un’area di centro di ispirazione riformista ».
Volano accuse di compravendita
«Le accuse infamanti e senza prove qualificano chi le muove. Denis ha avuto il merito di costruire un percorso di alleanza istituzionale per dare continuità e slancio a una legislatura altrimenti destinata all’esaurimento».
Insomma, è una polizza assicurativa per arrivare a fine legislatura?
«No, è un progetto credibile per il futuro dei moderati. Verdini, nonostante Berlusconi abbia rotto il patto per le riforme, sta difendendo quell’intesa con coerenza. E da questa intuizione nasce un’opportunità per la riaggregazione del centro»
Perchè ha rotto con Fitto?
«Non si può coltivare uno spazio politico che abbia come king maker Salvini, a meno che non si scelga di essere subalterni alla Lega populista. Io e i miei amici sinceramente non siamo interessati»
Con l’accordo nel Pd, Verdini e i suoi non saranno determinanti sulla riforma.
«In apparenza no. Politicamente a quel progetto però diamo sostanza. Non è la vocazione al soccorso che ci ha spinto».
No? E cosa?
«Una prospettiva politica che costruiremo giorno dopo giorno».
Già , ma ora chi vi ricandida?
«Il cammino verso il 2017, se non 2018, è ancora molto lungo».
(da “La Repubblica“)
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Settembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
DAL BICAMERALISMO PERFETTO AL BICAMERALISMO CAZZARO
Evviva evviva, c’è l’accordo sul Senato. Merito del lodo Tonini, anzi del lodo Violante, pardòn del lodo
Boschi, o meglio del lodo Finocchiaro, senza dimenticare il lodo Zanda, no! È il lodo Tatarella, che però è morto così diventa lodo Renzi, che invece è vivo.
Siccome purtroppo nessuno di questi lodi è mai stato scritto nero su bianco, ma solo annunciato e tramandato di bocca in bocca secondo la tradizione orale (lodo Omero), non si capisce cos’abbiano da esultare gli strateghi renziani e i calabraghe della sinistra Pd, visto che nessun contraente conosce i termini del patto.
Poi, se resta tempo, ci sarebbero gli elettori che vorrebbero sapere cosa ne sarà di loro il giorno delle elezioni.
Per tentare una risposta,non resta che interpellare gli aruspici. I quali, con l’ausilio delle viscere di civetta (gufino, please) mescolate a zampe di gallina, previa disamina dei fondi di caffè e delle maree nelle notti di plenilunio, sono giunti alle seguenti conclusioni.
Per mettere d’accordo le minoranze che vogliono il Senato eletto dal popolo e il trio Renzi-Boschi-Verdini che lo vuole nominato dai consigli regionali, cioè dalle segreterie dei partiti, i senatori saranno “designati” dagli elettorie“ratificati”dalle Regioni secondo le loro leggi elettorali (che sono 21: una per regione, più le province autonome di Trento e Bolzano).
Il modello è la legge “Tatarellum” per le elezioni regionali, che non esiste più: funzionò una sola volta, alle Regionali del 1995.
Stabiliva l’elezione diretta dei presidenti, che però non era prevista dalla Costituzione, che però non s’era fatto in tempo a modificare; dunque la prima volta si procedette alla designazione dei governatori, poi ratificati dai consigli regionali.
Oggi ne resta intatta la parte peggiore: i governatori si portano in Consiglio un pugno di fedelissimi che mai e poi mai verrebbero votati dai cittadini, infatti non sono eletti, ma stanno in un listino a parte ed entrano in Consiglio se il candidato governatore vince, se no ciccia.
È la norma che ha promosso a consigliera regionale della Lombardia la nota igienista dentale Nicole Minetti nel listino di Formigoni, che ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma B. no.
Ecco: trapiantando quella porcheria nel comma 5 dell’articolo 2 del d-dl Boschi (l’unico votato in modo difforme da Senato e Camera dunque, per il governo, il solo ancora modificabile), l’elettore si ritroverà in mano, alle elezioni regionali, una scheda, anzi un lenzuolo, con tre liste per partito.
1) La lista dei favoriti e delle favorite dell’aspirante governatore. 2) La lista dei candidati consiglieri regionali. 3) La lista degli aspiranti-consiglieri-regionali-che-faranno-anche-i-senatori.
L’elettore voterà tre volte: 1) il candidato governatore che, in caso di vittoria, si porterà appresso tutto il listino; 2) i candidati consiglieri regionali (con le preferenze, il cui numero varia da regione a regione); 3) i candidati-consiglieri-regionali-che-faranno-anche-i-senatori (come al punto 2).
Si dirà : ma così i senatori li eleggiamo noi, vittoria! Eh no, troppo comodo, ‘cca nisciuno è fesso.
Prima del comma 5 (modificabile, per Renzi) dell’articolo 2, c’è il comma 2 (intoccabile per Renzi, perchè già votato dalle due Camere con “doppia conforme”), che dice tutt’altra cosa: “I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno,tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”.
Il “metodo proporzionale” vuol dire che i consiglieri-senatori devono rispettare i rapporti di forza fra i partiti rappresentati in Consiglio.
Ma chi vota gli aspiranti consiglieri-senatori del suo partito mica può sapere quanti ne usciranno in consiglio regionale, dunque non accadrà mai che in Consiglio regionale i consiglieri-senatori rispettino la proporzione del totale dei consiglieri dei singoli partiti. In ossequio al principio di proporzionalità (comma 2), il Consiglio dovrà eliminare qualche consigliere-senatore designato dagli elettori, a sua discrezione: tu vai in Senato perchè sei biondo, tu non ci vai perchè sei antipatico, cose così. Bella “designazione”, bella “ratifica”.
E tanti saluti alla designazione popolare (comma 5). Se invece un Consiglio vorrà rispettare il principio di designazione popolare (comma 5), dovrà violare quello di proporzionalità (comma 2).
E così i padri ricostituenti — per salvare la faccia a Renzi che non vuol darla vinta a Grasso e alla minoranza sull’emendabilità del comma 2 — già prevedono che la nuova Costituzione dovrà essere obbligatoriamente violata. Dunque è incostituzionale.
C’è poi un altro problemino da niente: siccome sette consigli regionali sono stati appena eletti e scadono fra cinque anni, mentre gli altri molto prima, che si fa?
Si azzera tutto e li si vota tutti insieme, anche quelli appena eletti?
O si parte con la nuova regola per quelli che muoiono prima e intanto gli altri si nominano i consiglieri-senatori come pare a loro, senza “designazione” dei cittadini? O tutti i Consigli nominano chi vogliono all’insaputa degli elettori designatori?
Ci pensa la “norma transitoria”, già votata con doppia conforme: il primo Senato lo nominano i Consigli regionali, senza interpellare gli elettori.
Quindi: o il primo Senato sarà incostituzionale, perchè viola il comma 5, oppure salta il totem della doppia conforme sulla norma transitoria (e allora non si vede perchè non riscrivere daccapo, e bene, tutta la riforma).
Il bicameralismo perfetto non andava bene: meglio il bicameralismo cazzaro.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
MA SE QUELLO CHE FA RENZI LO AVESSE FATTO BERLUSCONI?
Ma se le stesse cose le facesse Berlusconi? Il nostro titolo di ieri è uno dei ritornelli più ricorrenti,
nelle conversazioni di chi ancora parla di politica.
La risposta è sottintesa: se al posto di Renzi ci fosse B., verrebbe meritatamente lapidato, insultato e bruciato in effigie dal popolo della sinistra e anche da chi di sinistra non è, ma semplicemente tiene alla Costituzione e a un minimo di decenza istituzionale.
Però forse la domanda è mal posta, perchè B.ha già fatto le stesse cose — dall’abolizione dell’articolo 18 al bavaglio alla schiforma della Costituzione — che Renzi sta semplicemente rifacendo: solo che a B. non furono consentite da una mobilitazione dell’opinione pubblica, orientata e incanalata dalla stampa progressista, che invece oggi tace o acconsente, permettendo allo Spregiudicato di completare l’opera lasciata a metà dal Pregiudicato.
Ieri Il Tempo ha raccolto una strepitosa antologia di quello che si diceva e si scriveva nel dicembre 2010, quando B. comprava senatori un tanto al chilo per rimpiazzare i finiani in fuga, esattamente come sta facendo Renzi per riempire il vuoto della sinistra Pd con verdiniani, fittiani, tosiani, alfaniani, ex grillini e gruppimisti, promettendo rielezioni future e poltrone attuali (la stessa merce di scambio usata da B. cinque anni fa).
Con l’aggravante che oggi il mercato delle vacche avviene sulla riforma della Costituzione, non su leggi ordinarie.
“Libero voto in libero mercato”, titolava l’Unità dell’11.12.2010: “Una maggioranza rabberciata con il voto di fiducia di alcuni deputati venduti non ha nulla a che vedere con i principi della buona politica”.
E tre giorni dopo: “Governo Scilipoti”. Va detto che l’Unità era ancora un giornale, diretto da una giornalista, Concita De Gregorio.
Oggi è il bollettino parrocchiale di Palazzo Chigi, infatti titola: “Stagione di riforme” e “Renzi: i numeri ci sono” (su come li ha raccattati, zitti e mosca), col contorno di Berja-Staino che tenta disperatamente di far ridere con la consueta vignetta-marchetta: un cane dice a Dio “Se ci pensavi un po’ il mondo lo facevi meglio”, e Dio risponde“Se davo retta alla minoranza, ero ancora lì a pensarci” (Dio naturalmente è Renzi).
Famiglia Cristiana definiva la compravendita berlusconiana dei senatori “peggio di Tangentopoli”. Oggi invece tace.
Di Pietro, dopo il trasloco di Razzi & Scilipoti, sporse denuncia e la Procura di Roma aprìunfascicolo.Oggi a nessuno viene neppure l’idea, Di Pietro è stato rottamato (così impara: era contro le larghe intese).
E quel che resta dell’Idv è in Senato con gli ex 5 Stelle Romani e Bencini, pronti a saltare sul carrorenziano.
“Scandalo in Parlamento”, tuonava Repubblica irridendo ai “Cicchitto e i Verdini, i Bondi e gli Alfano” che gabellavano il mercimonio per“libera dialettica parlamentare”.
Oggi i Cicchitto, i Verdini, i Bondi e gli Alfano stanno tutti con Renzi e a Repubblica va benissimo così.
Neppure la minaccia, prima fatta filtrare con apposita velina dai soliti “retroscenisti” e poi furbescamente smentita, di trasformare il Senato in un museo sordo e grigio, fa alzare un sopracciglio ai Mauro Boys.
I titoli di ieri sono una trionfale cavalcata delle Valchirie in onore dei Renzi Boys: “Renzi sul Senato: accordo possibile”, evvai. “I conti del premier: ‘Stavolta ci siamo’”, wow! “Da Verdini sì alla riforma: entriamo in maggioranza”, e sono belle soddisfazioni.
“Senato, sull’articolo 2 spunta una mediazione” (Repubblica la annuncia da due mesi e non s’è mai vista, però Repubblica insiste). “Primi sì in aula, Pd unito”,ahahahah.“I lpremier apre: intesa possibile ma senza ricominciare daccapo” (cioè nessuna intesa possibile). “L’ultima sfida di Anna: ‘Sopporto i sospetti con cristiana virtù’” (dove Anna è la Finocchiaro, santa subito, e pure martire).
Della compravendita, su Repubblica, non c’è traccia, a parte un colonnino pudicamente intitolato: “Quei trenta indecisi dell’opposizione pronti al soccorso”. Ecco: “soccorso”, mica “mercato delle vacche” o “vergogna” o “scandalo” come ai tempi di B.
Dipende da chi è il compratore.
“Niente inciuci con Renzi, solo consulenza”, precisa l’ex leghista leghista Flavio Tosi nell’apposita, rassicurante intervista, e pazienza se dopo l’incontro a Palazzo Chigi è passato dall’opposizione alla maggioranza, almeno sul Senato.
Tutto bene, dunque, nessuna compravendita: al massimo soccorso, o consulenza.
Anche Raffaele Cantone è indignato per “l’immoralità del mercato in Parlamento”, o meglio lo era quando lo faceva il Caimano. Oggi parla d’altro.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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