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ALFANO, VERDINI & TOSI: “IL PD E’ LA NOSTRA CASA”

Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile

IL PARTITO DELLA NAZIONE E’ ORMAI COSA FATTA: “RESTANO SOLO POSTI IN PIEDI”

Sul suk renziano di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri sfodera una battuta fulminante che presuppone un gioco di parole: “Non vorremmo che girassero verdoni per convincere qualche scettico”.
È scontato infatti passare dai verdoni al loro diminutivo. E cioè Verdini, il famigerato Denis che da berlusconiani è diventato guerriero del premier sulle riforme costituzionali.
Gasparri promette “nomi e cognomi di questi turpi traffici”, ma nel frattempo la turpitudine trasformista non si ferma.
Nemmeno con le voci di un accordo unitario nel Pd. Ormai il grande treno del Partito della Nazione è partito e l’eterno cossighiano Paolo Naccarato da ore ripete il suo mantra preferito: “Se continua così, per entrare in maggioranza bisognerà  accontentarsi solo di posti in piedi!”.
Sembra di sentirlo il banditore-capostazione Renzi, rivolto esclusivamente al centro e alla destra:“Venghino signori, venghino”.
Gli ex berlusconiani   di Denis l’inquisito
La mutazione genetica del Pd è la pietra angolare su cui possia l’edificio della nuova Carta. È qualcosa che va oltre il semplice opportunismo del momento.
A partire da giovedì scorso, è scattata una corsa ad assicurarsi le file migliori nel Partitone centrista del futuro.
Assicurano in coro i verdiniani: “Matteo ha detto a Denis che per i bersaniani non ci sarà  mai più posto”.
È il modello Previti del berlusconismo anni novanta, quello che non faceva prigionieri. I verdiniani di Ala, Alleanza liberal popolare per le riforme, scommettono comunque sulle rottura. Sostiene Vincenzo D’Anna, che di Ala è il portavoce: “I bersaniani possono pure votare la riforma Boschi e poi? Sulle tasse, sull’Imu, sull’economia che succederà ? Noi abbiamo scelto di stare con Renzi, oggi e domani. Poi questa strada può anche fallire ma è una strada, l’unica che abbiamo. Tra Renzi, Grillo e Salvini da semplice cittadino voterei Renzi sempre”.
I verdiniani sono una creatura multiforme, tra socialisti, sicilianisti di Raffaele Lombardo, ex cosentiniani nel senso di Nicola.
Senza dimenticare i processi e le inchieste in cui è coinvolto Verdini, da imputato e da inquisito . In ogni caso questo è il primo pilastro di un progetto che Renzi aveva in testa sin dal 2012, quando a Verona partì con la campagne per le primarie (quelle che perse con Bersani) senza simbolo di partito e puntando ai “delusi del centrodestra”. In questa fase sono i “delusi” parlamentari che vanno da lui.
Gli ex leghisti del sindaco di Verona
Flavio Tosi fino a qualche anno fa veniva descritto dai quotidiani come il sindaco di Verona che girava con una tigre al guinzaglio e se la prendeva con “zingari e negri”.
Oggi che ha rotto con Matteo Salvini è diventato un altro piccolo capo moderato e può contare su un drappello di tre senatrici ex leghiste. E anche Tosi, come i verdiniani, pone una condizione per andare nel Partito della Nazione: la rottura con la minoranza.
Lo ha detto ieri in un’intervista a Libero: “Con Renzi, fermo restando che deve liberarsi dalla zavorra della minoranza Pd, non escludo nulla a priori”.
Tosi ragiona per esclusione, come i suoi colleghi ex berlusconiani. Tra due che “fanno solo casino” come Grillo e Salvini non resta che Renzi.
Ancor prima di Verdini e Tosi, a recitare l’atto di fede nel renzismo è stato un altro ex azzurro di rango: Fabrizio Cicchitto, ideologo di un nuovo centrosinistra.

Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)

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AL SUK DI PALAZZO MADAMA TRA OFFERTE, SOSPETTI E TANTI TROLLEY

Settembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

LA MAGGIORANZA CERCA ARRUOLATI, MA OGGI SI SMOBILITA, E’ VENERDI

Scivolano verso l’estinzione, nel suk che non si vede ma si respira.
Mercato dove non si bada alla forma, “perchè tutti i voti sono buoni”, come riassumeva sul Corriere della Sera di ieri Maria Elena Boschi, ministra alla Riforme renzianissime.
Il Senato del giovedì è un palcoscenico dove molti recitano a soggetto.
Si celebra la discussione generale sulla riforma che dovrebbe ammazzare il bicameralismo perfetto, e buonanotte ai senatori eletti.
In pubblico, i parlamentari recitano discorsi di prammatica, litigano un po’, poi riempiono i divanetti e impilano trolley: tanti.
Negli angoli del palazzo, ma soprattutto altrove, trattano. E lo schema è sempre quello: voti in cambio di posti, cariche, favori.
Sui volti, voglia di mare e noia conclamata “perchè la partita vera inizia la settimana prossima”.
E poi, “ alla fine quello la spunterà , in troppi temono che cada il governo”.
Quello è Renzi, che in aula incassa le prime due votazioni in scioltezza: 171 no e solo 99 sì, che affondano le pregiudiziali di costituzionalità  e la richiesta di rinvio del disegno di legge in commissione, esautorata dal Pd.
Ma la battaglia vera deve ancora arrivare, e sui numeri non vi può essere certezza. Così Renzi e i suoi cercano altri voti, ogni giorno, su più fronti.
La caccia parte dal gruppo misto. E guarda il caso, ieri proprio dal Misto arrivano sorrisi al premier.
Quattro ex M5S si astengono nel voto sulle pregiudiziali di costituzionalità .
A non premere il bottone Alessandra Bencini e Maurizio Romani, toscani, appena sbarcati nell’Italia dei Valori che appoggia la riforma (per l’orrore del fondatore Di Pietro). Ma pure Luis Orellana e Cristina De Pietro, ex Cinque Stelle, a un passo dall’abbracciare il rottamatore.
Orellana è lo stesso che nell’ottobre del 2014 salvò il governo su una risoluzione sul Def, il Documento di economia e finanza. Il suo voto fu decisivo per non mandare a gambe all’aria la maggioranza.
I Cinque Stelle gli dissero di tutto, lui replicò serafico: “Ho votato secondo coscienza”. Dalla coscienza ai numeri, ieri si sono astenute anche le tre senatrici di Fare!, il gruppetto dell’ex leghista Flavio Tosi, sindaco di Verona.
Renzi l’ha ricevuto a Palazzo Chigi due giorni fa, e l’intesa è stata perfetta. Logico che traboccasse in astensioni: di fatto, voti in più per il premier. A margine, un dissidente dem anonimo : “A una senatrice del Misto avevano spiegato che se la riforma non passa ci avremmo rimesso milioni di fondi delle Ue, e ci aveva pure creduto”.
Si passa a Sel, dove c’è nervosismo sulla rotta politica, varco in cui gli sherpa dem speravano di infilarsi.
Il 30 agosto scorso su Repubblica Dario Stefà no si disse pronto a lasciare il partito “se si smarrisce la rotta di centrosinistra” (ma ribadì il no alla riforma).
Ovvero, non vuole che Sel si presenti da sola alle amministrative. Soprattutto, Stefà no e almeno altri due senatori temono lo scioglimento di Sel in una “cosa rossa” con Stefano Fassina e magari Maurizio Landini.
Il senatore pugliese, il suo collega Luciano Uras e il sindaco di Cagliari Massimo Zedda ne hanno parlato a cena in un ristorante romano, tre giorni fa.
Ma sul no alla riforma tengono. “Il suk in Senato c’è, eccome, ma noi siamo solidi-giura la capogruppo Loredana De Petris — Magari dal Pd fanno credere altre cose, ma è propaganda”.
Si torna in Senato. I Cinquestelle provano a battere un colpo. Alzano la voce in aula, si dimettono in blocco “e a tempo indefinito” dalla commissione Affari Costituzionali. “Il disgusto era troppo forte, e poi cosa restavamo a fare se neanche possiamo lavorare?” sostiene Nicola Morra.
Un’altra 5 Stelle, Laura Bottici, posta su Facebook la foto dei trolley accatastati: “Sono tutti pronti ad andarsene, venerdì (oggi, ndr) non si vota e non c’è diaria da incassare” .
Il dem Francesco Russo le risponde: “I trolley erano i vostri, come i banchi vuoti”.

Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RIFORME IN AULA SENZA ESCLUSIONE DI COLPI: IL GIORNO PIU’ LUNGO DELLA LEGISLATURA

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL DDL BOSCHI IN AULA MA GRASSO NON SCIOGLIE LE RISERVE SULL’ART. 2

È stato il giorno più difficile dalla ripresa dopo la pausa estiva. Il giorno dei colpi di scena sulle riforme costituzionali.
Il giorno di riunioni e contatti febbrili per ottenere quella certezza: il governo può contare su 155-165 voti in aula al Senato, dicono da Palazzo Chigi.
E ora che Matteo Renzi ha ottenuto quello che gli premeva di più in questo momento, cioè portare il ddl Boschi al ‘sicuro’ in aula senza passare dal voto (insicuro) in commissione, non gli resta che aspettare la decisione di Pietro Grasso sugli emendamenti all’articolo 2, quello sull’elettività  dei senatori preso di mira dalla minoranza Pd.
Ma in vista di quel momento, non prima della prossima settimana, Renzi ha già  deciso la sua strategia.
Se Grasso ammetterà  gli emendamenti all’articolo della discordia, una delle conseguenze più immediate saranno le dimissioni della presidente della Prima Commissione Anna Finocchiaro, che si sentirebbe smentita dal presidente del Senato, visto che lei in commissione non li ha ammessi.
Sarebbe stata la stessa Finocchiaro a parlarne in un vertice con il capogruppo Luigi Zanda e il ministro Maria Elena Boschi al Senato intorno all’ora di pranzo.
Se invece Grasso non ammetterà  modifiche, allora, dice il premier ai suoi, un minuto dopo si fa l’accordo con il Pd.
Se poi il governo dovesse andare sotto in aula, non c’è altra via che le elezioni anticipate, ha spiegato Renzi ai capigruppo di maggioranza.
Una chiacchierata al volo stamattina, a margine della riunione mensile con tutti i capigruppo del Parlamento istituita a luglio per fare il punto sulla sicurezza del paese per via dell’emergenza immigrazione.
Ma in questi giorni tutte le riunioni sono occasione per mettere a punto la tattica sulle riforme, l’ostacolo più alto che Renzi si trova davanti prima della legge di stabilità .
E’ per questo che stamattina ha preso anche la decisione di riunire la direzione del Pd per lunedì prossimo. Decisione che era nell’aria già  da ieri, per la verità .
Il segretario vuole fare il punto con il suo riottoso partito. Ma non solo sulle riforme. Parlerà  anche della legge di stabilità , come gli chiede da giorni Pier Luigi Bersani.
E chissà  che questo tema non risulti ponte di dialogo con l’ex segretario, che in fondo i renziani hanno sempre considerato il più ‘ragionevole’ tra gli interlocutori della minoranza Dem.
Non così i senatori bersaniani. Scatenati in vista del voto in aula.
Renzi conta però di convincere almeno 6 di loro, se non addirittura 10 che si smarcherebbero così dai 28 firmatari delle richieste di modifica all’articolo 2.
“Era già  tutto organizzato — dice Loredana De Petris di Sel — E’ arrivato ieri il diktat di Palazzo Chigi di fare così e loro hanno obbedito. La presidente della commissione Finocchiaro ha dichiarato ieri l’inammissibilità  degli emendamenti per far trovare Grasso davanti al fatto compiuto…”.
Ora l’opposizione non si aspetta alcun aiuto da Grasso. Ma Renzi non sa ancora come agirà  il presidente.
Confida che alla fine non ammetterà  gli emendamenti all’articolo 2, non riaprirà  il ‘vaso di Pandora’ che il premier considera già  archiviato, non più modificabile in quanto approvato negli stessi termini nelle precedenti letture.
“Doppia conforme”, si dice in gergo. E quella preposizione cambiata alla Camera (“nei” al posto di “dai”), ripetono i suoi, non cambia il senso dell’articolo.
Se Grasso non ammetterà  gli emendamenti, un minuto dopo si fa l’accordo nel Pd, è certo Renzi. Perchè a quel punto, in altri articoli emendabili perchè non in ‘doppia conforme’, verrebbe introdotto un listino da affiancare alla scheda dei consiglieri regionali. Così gli elettori saprebbero i nomi dei consiglieri che saranno anche senatori. Barlume di elezione diretta.
Ma quel momento è ancora lontano. La riforma inizia domani il suo cammino in aula. Ma solo mercoledì 23 scadrà  il termine degli emendamenti.
E Grasso dirà  la sua solo quando la discussione arriverà  al punto dell’articolo 2.
Fino ad allora Renzi si sforzerà  di dare altri argomenti ai media. Aggiungendo appuntamenti alla sua agenda.
Domani, per dire, oltre alla cena già  annunciata con Francois Hollande a Modena, il premier andrà  a Piacenza per visitare i luoghi colpiti dall’alluvione di qualche giorno fa.
E alla direzione Pd, non solo riforme, ma anche legge di stabilità : nel tentativo di inquadrare un nuovo argomento che possibilmente non lo porti ad un nuovo cortocircuito con la minoranza Dem.

(da “Huffingtonpost“)

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ECCO I CALCOLI DI RENZI SUL VOTO IN AULA: I NUMERI CI SONO

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

TUTTI I NOMI DEI SOSPETTATI DELL’AIUTINO AL GOVERNO

La riforma costituzionale deve andare direttamente in aula, senza voto in commissione. Altrimenti non si rispettano i tempi, non si riesce ad approvare il tutto prima della sessione di bilancio che parte il 15 ottobre sulla legge di stabilità .
A Palazzo Chigi è già  pronto il pallottoliere sul Senato: si contano 150 tra assenze vere e tattiche, la maggioranza calcola di ottenere dai 155 ai 165 voti.
Non c’è un numero magico preciso dunque, ma questa forbice è il risultato di un puntiglioso calcolo degli apporti che arriveranno alla maggioranza di governo.
I numeri e gli schemi che girano a Palazzo Chigi sui fogliettini degli appunti di Renzi sono il risultato di un lungo lavoro di scouting tra i senatori di Palazzo Madama. Incontri e colloqui continui per assicurare l’ok alla riforma costituzionale e bypassare così l’opposizione interna al Pd.
Per dire, stamattina Renzi e Maria Elena Boschi hanno partecipato ad una delle riunioni mensili con i capigruppo del Parlamento sulla sicurezza del paese, una consuetudine inaugurata dal premier a luglio per via dell’emergenza immigrazione. C’erano anche il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, il sottosegretario con delega ai Servizi, Marco Minniti. C’è stata la relazione di Angelino Alfano.
Ma, a margine, la riunione è servita anche per un faccia a faccia molto laterale tra il ministro Boschi e il presidente dei senatori verdiniani Lucio Barani, con tanto di fogliettini per appuntare i calcoli.
E anche per Renzi è stata l’occasione per una chiacchierata con i capigruppo di maggioranza. Tanto per ribadire, ancora una volta, che, se sulla riforma costituzionale la maggioranza va sotto, l’unica strada sarebbe quella del voto. Ma il premier è sicuro di avere i numeri.
Un po’ più tardi, sempre in mattinata, a Palazzo Chigi si è affacciato l’ex leghista Flavio Tosi, che al Senato conta 3 senatori della sua area.
Il sindaco di Verona è stato ricevuto da Renzi e non sembra proprio che abbiano parlato della mancata visita del premier sabato scorso a Verona, quando il capo del governo a sorpresa ha deciso di volare a New York per la finale degli Usopen, annullando l’iniziativa nella città  dell’Arena e alla Fiera del Levante di Bari.
Insomma, al netto di tutto, mentre il Senato ribolle del nuovo scontro con l’opposizione, mentre si approfondisce la frattura interna al Pd, a Palazzo Chigi il quadro sembra chiaro sul voto in aula.
I conti son presto fatti. Dei 112 senatori del Pd, il governo pianifica di poter contare su 90 voti favorevoli, confidando nel fatto che almeno 6 dei 28 firmatari del documento di minoranza sull’articolo 2 si sfileranno.
Quanto a Ncd, su 35 senatori, in 30 voteranno col governo. Secondo i calcoli di Palazzo Chigi, ne sfuggiranno 5.
Cifra alla quale corrispondono anche dei nomi e dei cognomi negli appunti del premier: Andrea Augello (che però alla fine potrebbe votare col governo), Antonio Azzollini, Carlo Giovanardi, Roberto Formigoni, Francesco Colucci. Gruppo autonomie: su 19 senatori, 15 staranno col governo.
E veniamo all’opposizione. Renzi sa di poter contare su tutti i 10 voti del gruppo di Denis Verdini, quelli di ‘Al-a’ (Alleanza liberal-popolare Autonomie).
Ma il senatore ex berlusconiano avrebbe promesso a Renzi di riuscire a portarsi dietro altri senatori da Forza Italia. Una prospettiva che, secondo i calcoli di Palazzo Chigi, farebbe lievitare i numeri dei verdiniani da 10 a 15.
Per esempio, starebbe passando da Forza Italia ad ‘Al-a’ Francesco Maria Amoruso, finora vicino a Maurizio Gasparri.
E poi tra Misto, Gal e Idv, dovrebbe arrivare un’altra decina di voti: tra cui Benedetto Della Vedova, l’ex berlusconiana Manuela Repetti, Salvatore Margiotta, il sottosegretario Angela D’Onghia, Paolo Naccarato, Alessandra Bencini dell’Idv.
Sulla base di questi calcoli, la maggioranza in aula c’è.
Se i calcoli saranno quelli giusti.

(da “Huffingtonpost”)

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“A SENATO’, CHE TE SERVE?” INCARICHI, PROMESSE, POSTI

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

LA FRENETICA ATTIVITA’ DI LOTTI E VERDINI IN VISTA DELLA CONTA

Tutto in questi giorni è “politica”, da leggere in chiave di voto sulla riforma del Senato. Dalle mosse d’Aula alle “compravendite” individuali di senatori.
Parecchio affollata – c’erano almeno una decina di malpancisti – la cena organizzata da Maurizio Lupi al ristorante Parmaroma, pochi metri dal Senato: “Il punto – racconta uno dei presenti – è che Alfano si è consegnato a Renzi. C’è un altro pezzo di Ncd che vuole tornare nel centrodestra. E il voto sulle riforme sarà  il segnale”.
E i segnali della conversione al renzismo dell’ex delfino di Berlusconi (“senza quid”) passano dalla Sicilia dove si discute dell’ingresso di Ncd in Giunta la prossima primavera, alla grande spartizione delle presidenze di commissione.
A Montecitorio le presidenze di commissione che si rinnovano dopo due anni e mezzo di legislatura sono state giù rinnovate. Al Senato, neanche a dirlo, sono sospese, in quanto preziosa merce di scambio sulle riforme.
Il duo Lotti-Verdini ha promesso già  una presidenza pesante ad Andrea Augello di Ncd, quella lasciata libera da Azzollini dimessosi quando si votò l’arresto.
È il giusto premio per il lavoro svolto in commissione Affari costituzionali, dove Augello – con mezzo partito che ribolliva – si è schierato senza se e senza ma sulla linea del governo: subito le riforme in Aula.
Anche alla senatrice Chiavaroli, altra pasdaran delle riforme renziane, è stato promessa una presidenza e un posto di governo.
Mentre Verdini ha suggerito, per far rientrare il gruppo calabrese, di ridare a Tonino Gentile il posto da sottosegretario da cui fu costretto a dimettersi e mai rioccupato da nessuno: “Venite con me – ripete Verdini – che conterete di più”.
E c’è forse qualcosa di vero nella battuta che circola tra i forzisti: “Ma Woodcock stavolta sta in vacanza?”. Perchè il suk di palazzo Madama, prima ancora che quello di Algeri, evoca la compravendita che portò alla caduta di Prodi.
O la famosa conta del 14 dicembre 2010, quando nacquero i responsabili di Razzi e Scilipoti. Allora, come oggi, la regia era di Denis Verdini.
È solo cambiato il committente. Da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi.
E c’è qualcuno, tra i nuovi responsabili, che ha già  fatto stirare il vestito buono in attesa di un incarico promesso.
Ciro Falanga ha avuto da Verdini assicurazioni che diventerà  sottosegretario alla Giustizia, e per questo ha aderito al suo gruppo, lasciando Fitto.
Mentre Eva Longo è pronta a diventare presidente della commissione Infrastrutture (al posto di Matteoli).
Longo e Falanga, vicini a Nicola Cosentino, anzi sue colonne ai tempi dei fasti del Pdl di Nick ‘o merikano, sono anche molto attivi nell’avvicinare e blandire gli indecisi, in vista della grande conta sulle riforme.
Al momento pare che le offerte non abbiano fatto breccia tra i fittiani, anche se il telefono della capogruppo Bonfrisco bolle di telefonate provenienti dal governo.
E invece ballano le senatrici tosiane.
Matteo Salvini che martedì sera era riunito al ristorante Grano, vicino al Pantheon, non ha risparmiato battute su Patrizia Bisinella le altre tre senatrici molto corteggiate dal duo Lotti-Verdini.
Un suk nel suk è il gruppo misto.
Alessandra Bencini e Maurizio Romani, ex Cinque stelle, hanno risuscitato al Senato l’Italia dei Valori, con la benedizione di Lotti dichiarandosi favorevoli alle riforme.
E ora il corteggiamento è verso i verdi Bartolomeo Pepe e Paola De Pin, altra micro-componente del misto.
Nel suk un “incarico”, una “compensazione territoriale”, un “posto in lista” non si nega a nessuno. E Verdini ha rassicurato: “I numeri ci sono, ci sono. Matteo la conta la vince”. Ci azzeccò anche nel 2010. Per Berlusconi fu l’inizio della fine.

(da “Huffingtonpost”)

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ALLA CAMERA E’ TEMPO DI TRANSUMANZA: ECCO CHI E’ PRONTO A CAMBIARE CASACCA

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

DA NCD A SEL SONO IN MOLTI CHE PENSANO A UN TRASLOCO… VERDINI FA CAMPAGNA ACQUISTI… E FITTO SI ALLEA CON TOSI

Ci sono le difficoltà  del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano ormai ad un bivio: convertirsi al renzismo per salire sulla scialuppa di salvataggio delle liste del Partito democratico alle prossime politiche o rischiare l’estinzione cui i sondaggi sembrerebbero condannarlo?
Poi ci sono le manovre dell’ex plenipotenziario di Forza Italia, Denis Verdini, che le sta tentando tutte per rafforzare sua pattuglia senatoriale con l’obiettivo di portare i suoi pretoriani dagli attuali 10 ad almeno 20.
E quelle dell’altro ex azzurro Raffaele Fitto che spera di contare di più dopo l’accordo con il sindaco di Verona Flavio Tosi.
Ma c’è anche la minoranza del Partito democratico in eterno fermento mentre nel Vietnam del Senato torna in agenda la bomba ad orologeria delle riforme costituzionali. Per non parlare di Sinistra Ecologia e Libertà  che rischia di perdere altri pezzi, a cominciare dal senatore Dario Stefà no.
Uno scenario esplosivo dagli esiti incerti che rischia di innescare una nuova ondata di cambi di casacca, come se non bastassero i 217 (che secondo Openpolis salgono a 290 se si tiene conto dei parlamentari che hanno all’attivo più di un passaggio da un partito all’altro) registrati da inizio legislatura ad oggi.
Una tendenza che su cui giocoforza rischia di influire anche l’accelerazione di Renzi sulle riforme, con il governo che rischia di non avere i numeri al Senato.
Il vecchio “vizio” della transumanza, insomma, che da sempre affligge la politica italiana, sembra a breve destinato a riaffacciarsi sulla scena. E su larga scala.
Angelino addio.
Lo spettro di una emorragia senza fine agita il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Fra chi è già  uscito allo scoperto, come Nunzia De Girolamo, e chi sta meditando di abbandonare la barca (10-15 senatori), a breve il ministro dell’Interno rischia di ritrovarsi senza i numeri per garantire al premier l’approvazione dell’agognata riforma costituzionale.
Il che farebbe saltare il progetto messo in piedi da Renzi e dallo stesso Alfano: quello di garantire, alle prossime elezioni, una quindicina di posti sicuri nelle liste del centrosinistra ai parlamentari di Area popolare (Ncd più Udc).
C’è un però. Conti alla mano, infatti, il gruppo allinea oggi 69 fra deputati e senatori. Con l’accordo stretto fra il numero uno di Palazzo Chigi e Alfano ne rimarrebbero a spasso fra i 54 e i 59.
Ovvio che molti di loro non l’abbiano presa bene.
Durante la pausa estiva, per esempio, l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, è tornato a calcare il terreno di Villa Certosa, residenza estiva di Berlusconi.
Anche l’ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, si è detto contrario alla svolta a “sinistra” del partito.
Mentre Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi hanno già  fatto sapere che, senza sostanziali modifiche, non voteranno il ddl Boschi.
Ma, come detto, il mal di pancia ha contagiato parecchi e si lega, fra l’altro, al malcontento causato dalla riforma della legge elettorale che, nell’attuale formulazione, mette in forse l’esistenza stessa di Ncd.
Al punto che uno dei big del partito come Gaetano Quagliariello, ha avvertito il premier: “O il governo accetta di rimettere mano all’Italicum o ci saranno conseguenze per le riforme perchè nessuno riuscirà  a convincere i senatori dissidenti di Ncd a non votare contro”.
Così il fronte dei possibili “fuggiaschi” sembra destinato ad allargarsi.
Da Ulisse Di Giacomo a Guido Viceconte, passando per Antonio Azzollini, Francesco Colucci, Piero Aiello, Nico D’Ascola, Tonino Gentile e Giuseppe Esposito, tutti si scaldano per giocare un tiro mancino ad Alfano prima di dargli il benservito.
Colpo d’ala
Anche perchè, ragionano molti degli “alfaniani” delusi, le alternative non mancano.
Forza Italia (FI), che pure deve fare i conti con la fuoriuscita di “fittiani” e “verdiniani”, riaccoglierebbe volentieri alcuni dei parlamentari che nel 2013, dopo l’implosione del Pdl, scelsero di seguire il numero uno del Viminale.
Come, del resto, ha fatto chiaramente sapere il presidente dei deputati azzurri, Renato Brunetta.
Ma anche Fitto e Verdini sono in fermento. L’ex ras toscano di FI sta cercando di allargare le file della sua Ala, il nuovo gruppo che a Palazzo Madama conta già  10 senatori che lui vorrebbe portare a 20 per garantire stabilità  a Renzi in cambio di una lauta ricompensa (un ministero o un sottosegretariato).
Il pressing di Verdini è diventato estenuante. Tra telefonate ed sms compulsivi che hanno visto negli ultimi giorni destinatari, tra gli altri, anche il senatore ex M5S Bartolomeo Pepe e Michelino Davico.
Obiettivo: annettere ad Ala l’intero gruppo Gal al Senato.
Anche l’ex governatore della Puglia, leader dei Conservatori e Riformisti, non sta certo con le mani in mano.
Tanto da aver già  formalizzato un accordo con il sindaco di Verona e numero uno di Fare!, Flavio Tosi, per unire le forze sia alla Camera sia al Senato.
“Non sarà  un unico movimento politico”, spiega a ilfattoquotidiano.it un deputato vicino a Fitto, ma “un accordo che avrà  come denominatore comune l’opposizione a Renzi e che potrebbe vedere il coinvolgimento di parlamentari provenienti da Nuovo centrodestra e Forza Italia”.
Per il momento, dunque, alla Camera i tre “tosiani” (Matteo Bragantini, Roberto Caon ed Emanuele Prataviera) andranno a dare manforte ai 15 “fittiani”, in modo da formare il prima possibile un vero e proprio gruppo (c’è bisogno di arrivare a 20).
Al Senato, invece, Raffaella Bellot, Patrizia Bisinella ed Emanuela Munerato confluiranno nella già  strutturata compagine “fittiana”, ridotta al minimo sindacale dopo gli addii di Ciro Falanga ed Eva Longo (passati con Verdini).
Se ne saprà  di più in settimana, mentre il prossimo weekend, a Cortina, si svolgerà  un convegno nel corso del quale dovrebbe essere annunciata ufficialmente la nascita della compagine a Montecitorio. Alfano è avvisato.
Minoranza PD al bivio
Nel Pd, invece, ogni mossa è rimandata a dopo l’approvazione della riforma costituzionale.
A Palazzo Madama la minoranza resta in fermento e non crede alle proposte di mediazione arrivate negli ultimi giorni da esponenti vicini al premier. Ma nessuno vuole parlare di “scissione”.
Anche perchè il rischio, spiega off the record un senatore della minoranza dem, è quello di prestare il fianco al progetto originario di Renzi: approvare il ddl Boschi anche senza i vari Gotor, Mineo, Chiti, eccetera per poi accompagnarli alla porta.
“Noi vogliamo una discussione nel merito — spiega ancora il dissidente del Pd — loro no. Questa riforma costituzionale è pessima e perciò resteremo fermi sulle nostre posizioni”. Poi si vedrà . Insomma, nessuno lo dice apertamente, ma la bordata lanciata sabato scorso dal palco della festa dell’Unità  di Firenze, cioè dalla “tana” di Renzi, da Gianni Cuperlo, lascia intendere invece che, a seguire le orme di Pippo Civati e Stefano Fassina potrebbero essere in molti.
“Restare in questo partito — ha detto l’ex sfidante alla segreteria dem — non è un destino, è una scelta che devo rinnovare ogni giorno: se il Pd dovesse diventare il ‘Partito della Nazione’ di ispirazione centrista potrebbe non essere più la casa per tanti di noi”.
E il combinato disposto tra la riforma costituzionale e l’Italicum, portate indigeste per l’intera minoranza del Partito democratico, potrebbe accelerare la diaspora. Si parla già  di almeno una trentina di eletti pronti all’addio.
Sinistra in libertà 
Anche Sel rischia di andare incontro ad una nuova emorragia. Dopo l’abbandono dei deputati Gennaro Migliore, Sergio Boccadutri, Titti Di Salvo, Ileana Piazzoni, Fabio Lavagno, Alessandro Zan, Nazzareno Pilozzi, Martina Nardi, Luigi Lacquaniti, Ferdinando Aiello e Michele Ragosta, tutti confluiti nel Pd, e Claudio Fava e Antonio Mattarelli, accomodatisi nei banchi del Misto, ora anche al Senato Dario Stefà no potrebbe andare a rafforzare le file del Partito democratico. P
otrebbe, perchè il presidente della giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama per ora professa cautela: non c’è “nessuna trattiva” giacchè “il legame con Vendola è forte, di reciproco rispetto e lealtà ”.
Però “non approvo che viva questa fase in maniera defilata”. Insomma, una presa di distanze dalla linea del partito dettata dal coordinatore nazionale Nicola Fratoianni, che ha invitato ad una sorta di “tutti contro Renzi” alle prossime amministrative.
Una rotta che, Stefà no a parte, potrebbe non essere condivisa anche da altri esponenti di Sel: alla lista dei richiedenti asilo tra i banchi del Pd o di altri gruppi politici ci sono infatti anche i senatori Massimo Cervellini e Luciano Uras.
Per non parlare dei contraccolpi sul territorio.
Dove, per l’ammutinamento, potrebbero alla fine optare il sindaco di Genova, Marco Doria, quello di Cagliari, Massimo Zedda, e il vice presidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio.

Antonio Pitoni e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL PD SI ROMPE AL SENATO, RENZI E GRASSO AI FERRI CORTI

Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile

RENZI ACCELERA: TESTO SUBITO IN AULA, MA GRASSO LO LASCIA AL BUIO…. LA MARCHETTA DI CALDEROLI PER SALVARSI DALLA MESSA IN STATO D’ACCUSA

La scelta di Denis Lo Moro di abbandonare il tavolo del Pd sulle riforme costituzionali in Senato è stata vissuta come una “liberazione” nella cerchia di Matteo Renzi.
Infatti, se c’è una cosa sulla quale il premier e i suoi sono d’accordo con la senatrice di minoranza Pd è che il confronto con l’opposizione interna è a un punto morto da giorni.
Ai tavoli di studio si parlano due lingue diverse: la minoranza vuole modificare l’articolo 2 sul Senato non elettivo, il governo non vuole assolutamente ritoccare quello che considera l’architrave della riforma. Stop.
Tanto vale smetterla e passare all’azione. Che per Renzi e per il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi vuol dire saltare a piè pari il passaggio in Prima commissione e portare il testo direttamente in aula.
Un’accelerazione decisa con un obiettivo preciso: stanare il presidente del Senato Pietro Grasso. Il quale però per ora non scopre le sue carte: buio completo su Palazzo Chigi.
E’ per questo motivo che una giornata tutto sommato sonnacchiosa in Senato si trasforma nell’occasione più ghiotta per Renzi per ingranare la quarta sulle riforme. Il premier coglie la palla al balzo.
A Palazzo Madama si riunisce subito il direttivo del Pd, una sorta di comitato quasi d’emergenza composto dalla stessa Boschi, il capogruppo Luigi Zanda, la presidente della Commissione Affari Costituzionali Anna Finocchiaro, i senatori renziani Andrea Marcucci, Francesco Verducci, Franco Mirabelli e Federico Fornaro della minoranza Pd.
E’ da questa riunione che Zanda emerge con la richiesta a Grasso di convocare una conferenza dei capigruppo per mandare al più presto il ddl in aula, forse già  questa settimana, subito dopo il voto sulle missioni militari internazionali previsto per domani pomeriggio.
Ma Grasso non è in Senato, vi fa ritorno in tutta fretta nel pomeriggio, abbandonando i lavori di un convegno per questioni, dice anche lui, “d’emergenza”.
E non nasconde la sua irritazione per quello che anche gli stessi renziani effettivamente descrivono un “clima pesante” nei rapporti tra governo e presidenza del Senato.
La capigruppo alla fine sarà  convocata per le 15 di domani. Ma ciò non toglie che per tutta la giornata dal quartier generale del Pd hanno tentato di avere un contatto con il presidente: senza riuscirvi. E adesso i rapporti sono davvero ai ferri corti.
Perchè a sera nessuno, nè il premier, nè la Boschi, nè Zanda, nessuno sa che idee ha Grasso sull’articolo 2.
Quali decisioni prenderà  il presidente in aula?
Ammetterà  gli emendamenti all’articolo che il governo considera intoccabile oppure no? Certo, confidano nella cerchia del premier, Grasso non potrà  opporsi alle ragioni della Finocchiaro che in commissione non ha ammesso gli emendamenti all’articolo della discordia. Sarebbe un “conflitto istituzionale, Grasso non lo farà ”, confida il costituzionalista Stefano Ceccanti.
Ma fino alla scelta del presidente “si naviga a vista nelle sabbie mobili”, dice una fonte renziana. E anche dopo sarà  così, qualora davvero si riaprisse la votazione sull’articolo 2.
Lo stesso Pier Luigi Bersani, intervistato a ‘Di martedì’ su La7, torna a escludere la scissione ma ammette: “Capirei chi votasse contro”.
In questo caso, Renzi è deciso a trarre le conseguenze fino in fondo.
Se Grasso ammettesse gli emendamenti, “l’incidente sarebbe dietro l’angolo”, discutono i suoi in Senato, calcolando di poter portare a più miti consigli solo una decina dei 28 senatori di minoranza Pd firmatari delle proposte di modifica per introdurre l’elezione diretta dei senatori nell’articolo 2.
Gli altri faranno mancare i voti al governo: ormai nella cerchia del premier questa è una certezza. Ma se l’incidente si verificasse, se l’impianto della riforma uscisse snaturato, il presidente del Consiglio non avrebbe dubbi: dimissioni per andare al voto anticipato, nella convinzione che senza il suo Pd i numeri per formare un governo alternativo non ci sono.
Checchè ne pensi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
E’ questo lo scenario che Renzi mette sotto il naso di Grasso, stringendolo in un assedio come mai prima, un pressing che irrita la seconda carica dello Stato fin dall’inizio intenzionata a tirarsi fuori dalla mischia, determinato a chiedere un accordo politico che non c’è stato.
E forse gli attori in campo sapevano fin dall’inizio che l’intesa non si sarebbe prodotta.
Del resto, anche la scelta di andare direttamente in aula senza voto in commissione era un po’ annunciata.
I numeri della Prima Commissione infatti non sono favorevoli per la maggioranza di governo: 14 a 13 ma dei 14 ben tre sono di minoranza Pd.
Qui l’incidente era certo, non dietro l’angolo. Insomma, la scusa ufficiale è che la Lo Moro ha abbandonato il tavolo. L’altra scusa ufficiale è la mole di emendamenti presentati da Roberto Calderoli. Ma in Senato la realtà  dei numeri è sotto gli occhi di tutti: matematica non mente.
Resta nel vago il motivo per cui Calderoli abbia deciso di non ritirare gli emendamenti in commissione. Avrebbe potuto fare un gesto di ‘generosità ‘, ben sapendo che in questo modo avrebbe costretto la maggioranza a misurarsi con i numeri per uscirne probabilmente sconfitta. Poteva essere un punto a favore nella strategia di una forza di opposizione come la Lega. E invece non è successo.
Nel Pd in Senato c’è chi lega la scelta di Calderoli ad uno scambio con la maggioranza.
Domani infatti l’aula di Palazzo Madama voterà  sulla messa in stato d’accusa del senatore leghista per le offese all’ex ministro Cecile Kyenge.
Per chi non ricorda: le diede dell’orango. Per il Pd l’indicazione che arriva da Palazzo Chigi è di votare contro, salvando Calderoli che comunque — si fa notare — ha chiesto scusa a suo tempo e lo rifarà  in aula.
Ma nella minoranza c’è chi storce il naso, è possibile che il Pd perda voti anche in questa votazione e di sicuro c’è chi adombra il sospetto: Calderoli non ha ritirato i suoi emendamenti salvando di fatto la maggioranza in commissione per essere a sua volta salvato sul caso Kyenge.
Intrighi, accordi veri o falsi, trattative vere o di facciata, il ddl Boschi è sempre più una matassa ancora molto intrecciata.
Che solo Grasso può sbrogliare: ormai anche questa è una certezza. Il premier da parte sua si limita a segnare il suo punto di arrivo finale: “Riforma approvata entro il 15 ottobre”, quando al Senato si aprirà  la sessione di bilancio sulla legge di stabilità , spiega secco nelle pieghe della conferenza stampa con il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini sui nuovi 20 direttori dei musei statali.
Ufficialmente non una parola di più. Anzi si diverte a tenere in sospeso i giornalisti: “Vi vedevo che volevate chiedere della Lo Moro e invece mi sa che questa bellissima sala vi ha messo in soggezione…”.
Glielo si chiede a margine, ma lì nella bellissima Sala della Crociera del Mibact anche lui evita: no comment.

(da “Huffingtonpost”)

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PAGNONCELLI: IL 73% DEGLI ITALIANI VUOLE IL SENATO ELETTIVO

Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile

IL BICAMERALISMO VA SUPERATO PER DUE ITALIANI SU TRE

Nei mesi estivi abbiamo assistito ad un dibattito molto aspro sulla riforma del Senato: le posizioni dei partiti e all’interno del Pd permangono molto distanti, soprattutto sul tema riguardante la nomina dei senatori
Nel complesso i cittadini sembrano avere le idee molto chiare sulla riforma e hanno sostanzialmente mantenuto le stesse opinioni rispetto all’estate dello scorso anno, a dispetto dei toni del confronto politico e nonostante una maggiore conoscenza dei contenuti della riforma: il 39% infatti dichiara di conoscere nel dettaglio o almeno a grandi linee i contenuti della riforma contro il 31% del luglio 2014.
Insomma, ne sanno di più ma non cambiano opinione.
Permane un largo dissenso rispetto alla nomina dei senatori da parte dei consigli regionali: come lo scorso anno il 73% preferirebbe che i senatori fossero eletti direttamente dai cittadini.
Si tratta di una sorta di «riflesso condizionato» dell’opinione pubblica da attribuire sia alla disaffezione nei confronti della politica sia alla volontà  di scegliere e di poter «contare».
Lo abbiamo registrato con l’Italicum (i capilista bloccati sono invisi a due italiani su tre) e troviamo conferme ogni qual volta si riduce la possibilità  degli elettori di potersi esprimere sui candidati
Il dissenso prevale tra tutti gli elettorati, con punte più elevate tra quelli della Lega (90%), del M5S (86%), delle liste di centro (83%) e tra gli astensionisti (75%).
Gli elettori del Pd appaiono più divisi: i contrari rappresentano il 50% e i favorevoli il 46%
Gli altri punti della riforma che abbiamo testato incontrano un largo consenso, a partire dalla riduzione del numero dei senatori (da 315 a 100) che ottiene un plebiscito: il 95% si dichiara molto o abbastanza d’accordo (+2% rispetto al 2014), ovviamente senza grandi distinzioni tra gli elettori dei diversi partiti.
Inoltre, il superamento del bicameralismo paritario risulta apprezzato da due italiani su tre (il 67% è molto o abbastanza d’accordo).
Anche in questo caso il favore prevale tra gli elettori di tutti i partiti, sebbene tra i leghisti e i grillini all’incirca due su cinque si mostrino in disaccordo
Ed è proprio quest’ultimo aspetto che rende accettabile agli occhi dei cittadini l’intera riforma: la prospettiva di semplificare e accelerare l’iter di approvazione delle leggi.
Il 64%, infatti, ritiene che sebbene la riforma non sia perfetta sia giunto il momento di superare il bicameralismo; al contrario il 18% è del parere che sia meglio mantenere la situazione attuale e un altro 18% non ha un’idea in proposito.
Si conferma la grande trasversalità  delle opinioni sia pure con valori più contenuti tra gli elettori dei partiti di opposizione, soprattutto Lega (52%) e M5S (64%), mentre tra quelli del Pd (89%) e delle liste di centro (83%) sembrano esserci pochi dubbi. Sembra quindi che il dissenso all’interno del Pd abbia poca presa tra gli elettori del partito che ritengono necessario chiudere il percorso, superando le perplessità  pur di avere una semplificazione degli iter parlamentari.
A proposito del dissenso di una parte degli esponenti del Pd, il 53% ritiene che si tratti di un modo per far sentire la propria voce ma che alla fine si allineeranno con il partito mentre il 24% prevede che andranno fino in fondo e renderanno difficile l’approvazione della riforma.
E tra gli stessi elettori Pd uno su tre è di questo avviso.
Dal sondaggio odierno emergono quindi due indicazioni di un certo interesse.
La prima riguarda la relativa impermeabilità  delle opinioni dei cittadini rispetto al dibattito politico recente e, soprattutto, alla fiducia nei confronti del governo che ha fatto registrare una significativa flessione rispetto al 2014: a differenza di quanto osservato con l’Italicum (i sondaggi fecero registrare profondi cambiamenti nelle valutazioni degli elettori nel volgere di pochi mesi), sulla riforma del Senato gli atteggiamenti sono rimasti sostanzialmente gli stessi rilevati poco più di un anno fa.
La seconda indicazione riguarda il giudizio complessivo sulla riforma del Senato e può essere utile in previsione del referendum confermativo: come si diceva, nonostante il malumore provocato dalla nomina dei senatori da parte dei consigli regionali al posto dell’elezione da parte dei cittadini, prevale nettamente il consenso alla riforma, per lo sfoltimento dei senatori e, soprattutto per il superamento del bicameralismo.
Molto spesso, infatti, la delusione e la sfiducia dei cittadini sono generate da processi legislativi astrusi, difficilmente comprensibili ai più, e dall’elevata distanza temporale dal momento dell’annuncio di un provvedimento, alla sua approvazione definitiva, all’attuazione e alla percezione degli effetti concreti.
Tutto ciò alimenta la convinzione, largamente diffusa, che nel nostro Paese non cambi mai nulla e che i politici siano capaci di fare solo annunci.

Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)

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SENATORI ALL’ULTIMO STADIO: ATTENDONO LA FINE

Settembre 10th, 2015 Riccardo Fucile

UNA SPECIE POLITICA SCOMPARE

Non c’è fila, bresaola per tutti. Il menu del ristorante del Senato è più fornito di quello di un ospedale ma la malinconia è la stessa e identica la lieve, percettibile depressione che unisce i tavoli e i corpi.
Le sedie di destra, per un involontario riscatto della logica oltre che dell’algebra, sono occupate da maschi in età  avanzata, cravatte in via di dismissione, senatori che con ogni probabilità  non vedranno la rielezione.
Mario Mauro, politico professionista con un cursus honorum di tutto rispetto,oggi nella più acuta fase recessiva, illustra le forze in campo: “Nonostante le ferite e le cicatrici che porto cerco ogni giorno di convincere i colleghi a resistere.
Ma quelli non sentono più, sono atarassici.
Il senatore accondiscendente ai voleri di Renzi si divide in due categorie.
C’è chi come Pier Ferdinando Casini pensa che la via del Paradiso è sempre dietro l’angolo e attende che passi la buriana.
Non esserci, scomparire, non prendere posizione è la virtù massima da coltivare.
C’è sempre un futuro, e chissà  che nel 2018…
Poi esistono i colleghi che pongono il voto come la fine della loro vita e accolgono con un sospiro di sollievo ogni azione che possa distanziarli dalla morte civile, economica e politica.
Quindi accettano di tutto, anche di imbucare la Costituzione in un tritovagliatore”.
Passa Linda Lanzillotta, silenzio. È imputata del reato di cui al capo a: correre in soccorso del vincitore per salvare l’anima e una candidatura.
Saluti tiepidi ad Anna Finocchiaro, imputata di un reato più grave: favoreggiamento continuato in favore di Renzi.
E lei cosa vuol fare? Mirava al Quirinale, lascerà  sicuramente la politica. È magistrato, può occupare sia la poltrona di giudice costituzionale che quella di consigliere al Csm. Lei sì che si è messa in salvo. Che invidia ma anche quanto veleno tra i resistenti!
Eccolo qui Corradino Mineo: “Mi sono rovinato opponendomi a queste schifezze. Ma nel Pd è più forte l’idea che la democrazia non sia una questione di forme, di regole. È la vecchia scuola comunista che accetta supina di stare dalla parte del Capo, chiunque egli sia. Ascoltano alle feste dell’Unità  alcuni beoti che ingiungono di andare avanti, cambiare il mondo, svoltare, vincere perdio!E’ la nostra riforma, dicono.E tornano al Senato persuasi che il silenzio è il meglio che si possa opporre a questa porcheria”.
È la specie dei suicidatori, sicuramente la più numerosa oggi al Senato.
Senatori all’ultimo stadio, ex arditi, combattenti afflosciati che contabilizzano il trapasso nell’età  della pensione. Le cose vanno storte? Silenzio. Per Altero Matteoli poi, figurarsi. Neanche la Juve riesce a donargli un sorriso: “Fin quando c’è Allegri, che è pure livornese…”.
Oppure degli esperti in dribbling, come il lucano Guido Viceconte, fuggito da Forza Italia per trovare nuova vita nella scialuppa dell’Ncd e ora dato in fuga. Si sono accorti, lui come altri 14 senatori, che Angelino Alfano forse li stia fregando, che il computo dei cooptati da Renzi nelle liste per la Camera non superi la metà  degli eletti accampati nell’Ncd.
E quindi chi sopravvive? Chi passa? Chi invece trapassa? Ieri riunione carbonara a Palazzo, essendo purtroppo anche deceduta la sede ufficiale del partito, quella in via in Arcione, chiusa per problemi di quattrini. È il segno dei tempi, l’Udc — per dire — ha dovuto accettare la degradazione degli uffici, prima disposti in dieci stanze in via Tomacelli, all’ingresso di piazza di Spagna, ed ora ridotti in un ampio mezzanino al piano terra del palazzo. Sfollati, appunto.
Si passa, oppure si attende di trapassare.
Il suicidatore è colui che deraglia perfino dalla scelta definitiva del suicidio.
Mitraglia la piazza prima di spararsi. In questo caso fa fuoco sulla Costituzione: “In commissione, dove siedo, una volta ho chiesto     — racconta Mauro — Sapete dirmi quanti articoli della Carta stiamo cambiando? Niente, non ricordavano. Ho letto alcune modifiche. Alcune sono senza senso logico, senza la minima compiutezza lessicale”.
La Costituzione a che serve? “Nella percezione del nostro popolo viene dopo il lavoro. La democrazia non è più sentita come un valore assoluto. Noi vorremmo fare di più, potremmo fare di più se la gente ci seguisse. Ma non troviamo sponde, forze della società  attive”.
Andrea Cioffi, il capogruppo del M5S, trova nell’assopimento generale la chiave di lettura.

Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano”)

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