Settembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 2015 GIA’ ESAURITO IL FONDO DA 9,6 MILIONI
Il festoso annuncio con cui Matteo Renzie il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, hanno
festeggiato l’esplosione degli introiti dal 2 x mille che i contribuenti possono devolvere ai partiti nella dichiarazione dei redditi (5,5 milioni quest’anno) riporta l’attenzione sui bilanci dei partiti.
A guardarli coi nuovi numeri si scopre che “spese fiscali”e“erogazioni liberali” non stanno affatto colmando il buco della morte progressiva del finanziamento pubblico(0 euro dal 2017).I partiti dovranno dimagrire e molto: forse l’unico che potrà permettersi una qualche forma di struttura è il Pd, per il resto rimarranno in piedi comitati elettorali molto snelli, i partiti sul territorio saranno i loro eletti, i funzionari solo fundraiser. Il 900 e il suo partito di massa sono storia.
Le cifre sul 2xmille che Il Fatto rivela in questa pagina non sono ufficiali: il Tesoro non le ha rese pubbliche, perchè non ha quelle definitive.
Si tratta di proiezioni sull’acconto del 30% arrivato ai partiti in questi giorni e basate sui modelli 730 (chi presenta Unico ha tempo fino al 31 settembre).
Il Tesoro ha peraltro fatto sapere ai partiti (tranne M5S, che rifiuta il 2xmille) che il plafond 2015 da 9,6 milioni è già esaurito: tutti avranno un taglio del 10% circa rispetto alle scelte totali.
PD
Il 2xmille fa il botto: si passa dai 199 mila euro da 10.157 donatori del 2014 ai 5,5 milioni presunti per quest’anno (da 549.196 donatori).
Cifra notevole — merito anche del lavoro di uno staff apposito di quattro persone che ha sollecitato iscritti e simpatizzanti- che però non riuscirà a compensare il calo del finanziamento pubblico: si passerà dai 14 milioni dello scorso anno ai circa 8 del 2015 per scendere attorno ai 2 l’anno prossimo (zero dal 2017).
Il Partito democratico ha chiuso il bilancio 2014 in sostanziale equilibrio grazie ai soldi pubblici, a tagli dolorosi e al fatto di aver potuto “scaricare”temporaneamente molti dipendenti nelle istituzioni o al governo.
Dice l’ex tesoriere del Pds Ugo Sposetti: “Finchè hai il premier segretario che sta in tutti i Tg è facile. Puoi risparmiare sulla propaganda”.
NCD
Nel 2014 non ha avuto accesso al 2à—1000 (ritardo nel presentare i documenti), la cifra comunicata ieri è 140 mila euro da 14.500 donatori.
Il totale , in realtà , era 164 mila euro, ma il Tesoro ha già comunicato la decurtazione del 10%. Il partito è un po’ come una srl messa male: 7 dipendenti e un passivo da 900 mila euro e più.
Il bilancio di previsione 2015, redatto da poco, stimava entrate per 3 milioni, già riviste al ribasso: non si andrà oltre i due,che sommati ai 2,7 milioni di donazioni non compensano le uscite (oltre 5 milioni nel 2014).
SCELTA CIVICA
L’incremento del 2à—1000 vale anche per quel che resta del partito che fu di Mario Monti: 92 mila euro in tutto (da 8mila donatori) contro i 7.000 (da 156 donatori) del 2014.
Il partito ha chiuso il bilancio dell’anno scorso in attivo, seppur di poco , ma quest’anno dovrà fare i conti col dimezzamento del contributo elettorale: da 2 milioni a 1,1 (nel 2016 si scenderà a 500 mila). Si spera nelle donazioni.
LEGA
Silenzio sul 2xmille da via Bellerio. Anche qui, però, la cifra è prevista in crescita rispetto ai 28.140 euro (versati da 1.839 persone) dello scorso anno.
Il partito ha chiuso il bilancio 2014 con un deficit di 8 milioni di euro (nel 2013, superava i 15).
Per coprire le perdite sono stati intaccati i depositi (sia bancari che postali) e da quest’anno i lumbard cominceranno a vendersi il patrimonio immobiliare visto che i soldi pubblici scenderanno da 2,6 a 1,1 milioni (600 mila euro nel 2016).
Per evitare il dissesto la Lega ha tagliato brutalmente i costi, a partire dal personale: 71 gli esuberi.
FORZA ITALIA
Se fosse un’azienda avrebbe già portato i libri in tribunale. I dati sul 2xmille non sono stati comunicati, ma nessuno si aspetta granchè: “Non abbiamo fatto nessuna campagna”, spiega una fonte al Fatto. I bilanci sono da dissesto. Solo l’intervento di Berlusconi ha evitato il crac: 90 milioni per azzerare gli “oneri finanziari verso le banche”, ma nonostante il soccorso dell’uomo di Arcore, il disavanzo complessivo è aumentato da 83,5 milioni nel 2013 a 95 lo scorso anno. I contributi elettorali passeranno da 15 milioni a quasi niente.
SEL
È l’altro partito che festeggia un numero insperato proveniente dal 2xmille: 900 mila euro. La struttura del partito di Vendola, peraltro, è leggerissima e il bilancio è in attivo nonostante i contributi passeranno da 1,3 milioni a circa 700 mila euro quest’anno.
Carlo Di Foggia e Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 16th, 2015 Riccardo Fucile
LA MORAL SUASION DEL PRESIDENTE NON INTACCA ANCORA I DUE FRONTI PD
I contatti ci sono, informali, riservati. 
Anche in questi giorni di vacanza, Il Capo dello Stato sta tessendo la sua tela per arrivare all’appuntamento di settembre con le riforme costituzionali in un clima meno burrascoso di quello delle ultime settimane.
Nei due fronti Pd, renziani e minoranza, la moral suasion del Quirinale trova ampie conferme.
Ma per ora non sgretola le distanze, le due fazioni restano arroccate sulle proprie posizioni. E interpretano gli inviti al dialogo come un sostegno implicito alle proprie tesi.
Il ruolo di arbitro di Mattarella viene riconosciuto da tutti, così come la sua terzietà . I due Pd, dunque, si fidano dell’inquilino del Quirinale. Ai vertici del Nazareno, l’invito alla “stabilità ” che arriva dal Colle viene letto da un renziano di prima fascia come “un auspicio a concludere il percorso delle riforme istituzionali, a non buttare il lavoro fin qui svolto”. E dunque, un invito alla minoranza dem a “non compromettere il cammino”, a un sussulto di “responsabilità ”.
Dal fronte della minoranza, invece, si ricorda il profondo rispetto del Capo dello Stato per il “ruolo del Parlamento, tanto più se si tratta di una riforma della Costituzione”.
E si sottolinea che la nuova presidenza, “a differenza della precedente non intende avere un ruolo di regia sul quadro politico, ma solo di arbitro”.
Un ruolo terzo, dunque, anche nel caso in cui Renzi dovesse chiedere le elezioni anticipate.
“E’ una fase politica completamente diversa da quella di Napolitano”, spiegano.
“Il presidente Mattarella ha già spiegato che in Italia non esiste un uomo solo al comando”. “Nella sua cultura politica hanno molto valore i contrappesi e gli equilibri della Costituzione”.
I bersaniani, se dovesse passare una modifica che riguarda l’elettività del Senato, sono convinti che il Colle rimanderebbe il governo alla Camere per la fiducia. “E in quel caso noi la fiducia la voteremmo senza alcuna remora”, assicura ad Huffpost Miguel Gotor. “Davanti a noi non c’è alcun baratro. Renzi deve capire che la riforma del Senato è cosa altra rispetto alla vita del governo”.
“L’obiettivo fondamentale delle riforme costituzionali era e rimane il superamento del bicameralismo paritario: su questo punto nessuno vuole tornare indietro, neppure di un millimetro”, insiste il ribelle dem Federico Fornaro, convinto che “le posizioni sono meno distanti di quello che qualcuno vuol far apparire”. Il ritornello della minoranza dunque è la ricerca di “un accordo dentro il Pd”.
Ed è anche una risposta alle accuse di voler sabotare l’esecutivo.
Sul fronte renziano invece scarseggia la fiducia nella lealtà della minoranza. Si ricordano le parole del Capo dello Stato il 30 luglio sui “decenni di tentativi non riusciti” sul terreno delle riforme costituzionali. E l’auspicio affinchè il cammino riformatore, questa volta, “vada al più presto in porto”.
Parole che vengono vissute come una spinta dell’arbitro nella “direzione giusta”.
Del resto, anche al Colle è ben chiaro che la tenuta del Pd è indispensabile per la tenuta del governo e anche perchè l’Italia possa far sentire più forte la propria voce in una Unione europea “sempre più in affanno”.
Ma è un obiettivo ancora lontano dal traguardo. Per questo, nelle prossime settimane, la moral suasion del Quirinale pare destinata a crescere di intensità .
Sempre a livello informale, senza moniti o appelli pubblici. Finora, complici le vacanze di Ferragosto, i due Pd restano distanti. E tuttavia entrambi molto sensibili al discreto pressing presidenziale.
Come se la fiducia nell’equilibrio del nuovo inquilino del Colle fosse rimasta come l’unico elemento di garanzia per tutto il Pd.
L’unico interlocutore di cui, in una guerra senza prigionieri, tutti continuano a fidarsi.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 10th, 2015 Riccardo Fucile
UNA NUOVA LEGGINA RENDE MENO SEVERE LE INCOMPATIBILITA’
Fatti due conti, avrebbe i numeri per costituire un gruppo autonomo alla Camera (venti deputati) e
gli mancherebbero solo due senatori per fare lo stesso a Palazzo Madama.
È il partito dei parlamentari con il doppio incarico, quelli che hanno conquistato la poltrona a Roma, ma che non vogliono rinunciare alla poltroncina nel loro comune. Anche se spesso non riescono a garantire un impegno full time.
Sindaci, assessori, semplici consiglieri, un partito trasversale di cui fanno parte tutte le principali forze politiche: Pd, Udc, Ncd, Sel, Forza Italia, Lega, Psi, fittiani e persino un verdiniano.
Mancherebbero solo i Cinque Stelle, che sui doppi ruoli sono intransigenti.
Eppure nell’elenco dei 28 onorevoli ce n’è anche uno che è stato eletto col Movimento di Grillo.
Un Consiglio per tutti
Tra i tanti peones, spiccano i nomi dei «big» come Francesco Boccia (Pd), che oltre a presiedere la commissione Bilancio della Camera si è anche fatto eleggere a Bisceglie («risultando il più suffragato nelle liste del centrosinistra» si legge, testuale, sul suo sito). Oppure Dorina Bianchi: la deputata Ncd, in odore di ministero, trova anche il tempo di fare il consigliere comunale a Crotone.
E poi c’è Felice Casson (Pd): sindaco mancato a Venezia, ha deciso di battersi in Consiglio comunale. Ma di restare anche in Senato.
Il record è a Olbia, dove tra i banchi del consiglio spiccano ben due deputati: Gian Piero Scanu del Pd e Settimo Nizzi di Forza Italia.
Il ruolo di consigliere, va detto, non è incompatibile con quello di parlamentare.
E allora perchè mai avrebbe dovuto lasciare il suo posto ad Abano Terme la neodeputata Vanessa Camani (Pd), subentrata alla Camera ad Alessandra Moretti in occasione del suo approdo a Bruxelles?
Da registrare la curiosa storia di Ivan Catalano.
Nel 2011 si è candidato al Comune di Busto Arsizio, provincia di Varese, con il M5S. Non ce l’ha fatta, ma due anni dopo si è riscattato con gli interessi ed è stato eletto deputato.
Poi la rottura con Grillo, il passaggio al Partito Liberale, quindi l’approdo a Scelta Civica. Nel frattempo l’ex collega Giampaolo Sablich, dopo la rottura col M5S, per coerenza aveva lasciato il seggio in consiglio.
E chi era il primo dei non eletti? Catalano, che ha subito accettato, incassando la seconda poltrona conquistata grazie al Movimento di cui non fa più parte.
Sfuggita al doppio incarico per un pelo il sottosegretario Francesca Barracciu: a maggio si era candidata come consigliere a Sorgono, in Sardegna.
Interpellata in campagna elettorale, aveva detto di non temere il doppio ruolo: «Ritengo che l’impegno da consigliere semplice a Sorgono sia compatibile nei tempi e nei modi con quello di sottosegretario a Roma. Certo, la mia vita sarà più faticosa. Ma la fatica non mi ha mai spaventata». Si è dimessa subito dopo l’elezione.
Parlamentari per giunta
C’è poi il capitolo degli onorevoli-assessori, raddoppiati dopo il rimpasto nella giunta Marino.
Marco Causi e Stefano Esposito sono entrati a far parte della squadra di governo capitolina, ma di lasciare il seggio in Parlamento (deputato il primo e senatore il secondo, entrambi del Pd) non se ne parla.
La legge lo permette e nel caso in cui qualcosa vada storto c’è sempre un salvagente.
Insindacabili
Un discorso a parte meritano i sindaci. Sono otto in totale, alcuni guidano comuni con meno di 5.000 abitanti (come il deputato civatiano Luca Pastorino, che pure si era candidato governatore in Liguria), soglia sotto la quale non ci sono mai stati dubbi di incompatibilità .
Per altri è sorto qualche problema, come a San Marco in Lamis (13.000 abitanti), dove Angelo Cera (Udc) è stato prima sospeso e poi reintegrato al termine di una lunga battaglia legale.
Nell’estate 2011 il governo Berlusconi aveva infatti fissato la soglia di incompatibilità per i sindaci dei Comuni sopra i 5.000 abitanti.
Ma nel 2013 il governo Letta aveva detto che la norma non valeva per chi era già stato eletto prima dell’agosto 2011.
Qualcuno era dunque rimasto nel limbo. E per sciogliere ogni dubbio il Parlamento nel 2014 ha elevato la soglia a 15.000 abitanti.
Salvando capra, cavoli e sindaci onorevoli.
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
APERTURA DI FORZA ITALIA, MA LA MINORANZA PD RESISTE
Tra i senatori eletti «dai» consigli regionali (testo ddl Renzi-Boschi) e i senatori «eletti dai cittadini su base regionale in concomitanza con l’elezione dei consigli regionali» (emendamenti minoranza pd), c’è una terza via che a settembre è destinata a prendere forma con un emendamento della relatrice Anna Finocchiaro.
È un ibrido, un’«elezione semidiretta»: «Un punto di incontro a metà strada per non farsi male a vicenda», secondo una simmetria del sottosegretario Luciano Pizzetti. Un compromesso, insomma.
Che consentirebbe al governo di non arretrare su posizioni troppo remote mentre i 30-31 dissidenti dem potrebbero avanzare sì di qualche metro ma non strappare il suffragio universale per il nuovo Senato.
Tra i due estremi, elezione di secondo grado ed elezione diretta, salta fuori allora il «listino bloccato a scorrimento» che consente al cittadino di «concorrere» nella scelta dei consiglieri regionali destinati ad entrare nel nuovo Senato dei 100.
Compromesso
In pratica, quando l’elettore voterà per il consiglio regionale troverà sulla scheda i nomi già stampati dei candidati che, se eletti nell’ente territoriale, andranno a far parte del Senato.
Se il primo del «listino» non ce la fa, scatta il secondo e così via.
Fermo restando che l’ordine di partenza lo stabiliscono i segretari dei partiti.
La formula del compromesso ha molti ispiratori. La presidente Finocchiaro, il capogruppo Luigi Zanda, il sottosegretario Luciano Pizzetti e il ministro Maurizio Martina, Gaetano Quagliariello di Ncd.
Tutti nella veste di «pontieri» che non hanno mai chiuso il dialogo con la minoranza dem a patto che non fosse messa in discussione la «connessione» tra la figura del consigliere regionale e quella di senatore dell’assemblea delle autonomie territoriale.
Articolo 2
Per non correre il rischio di dover modificare l’articolo 2 del ddl Boschi-Renzi (quello che stabilisce la composizione e l’elezione del Senato), i fautori del «listino» pensano di aggirare l’ostacolo introducendo nell’articolo 10 della legge costituzionale (il procedimento legislativo) un principio secondo il quale sarà la legge ordinaria a stabilire poi come farà nel dettaglio il cittadino a «concorrere» nella scelta dei consiglieri regionali degni di varcare il portone di Palazzo Madama.
«Niente scorciatoie»
L’«elezione semidiretta», che bolle in pentola da tempo, non piace alla minoranza dem: «Sul Senato elettivo si scelga la via maestra e non inutili scorciatoie», avverte Federico Fornaro. Mentre Miguel Gotor spiega che «così i senatori saranno indicati dai segretari rafforzando la tendenza dell’Italicum che consentirà a chi vince il premio di maggioranza di eleggere anche organi di garanzia come il presidente della Repubblica e i giudici costituzionali».
Pure Nicola Morra (M5S) respinge l’elezione semidiretta.
Invece, la proposta Zanda-Finocchiaro si incastra con il lodo Quagliariello (Ncd) e non fa a cazzotti con gli emendamenti di FI e della senatrice Cinzia Bonfrisco (Progressisti riformatori). Dice l’azzurro Lucio Malan: «Siamo aperti a varie soluzioni».
Ma il nuovo lodo non spazza via il rischio di un voto sull’articolo 2 concesso in Aula che potrebbe unire la «strana maggioranza» pronta a minare la linea Boschi-Renzi.
Intanto, sono oltre 150 i dipendenti del Senato che hanno rinunciato alle ferie per occuparsi degli emendamenti. Il presidente Piero Grasso li ha ringraziati.
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 9th, 2015 Riccardo Fucile
“NON E’ VERO CHE AVREMO UNA SEMPLIFICAZIONE, CI SARA’ UN CONFLITTO AL GIORNO TRA LE DUE CAMERE”
“Questa riforma? È un gran caos, un pasticcio da non credere”.
Inizia così la telefonata con Gianluigi Pellegrino, avvocato amministrativista.
Non prosegue molto meglio: “Anche se a vedere uno come Calderoli — padre del Porcellum — che presenta migliaia di emendamenti si sarebbe tentati di votarla. E pure a guardare quello che sta combinando la sinistra del Pd. Non dimentichiamo che la riforma è a questo stadio — terminale, direi — perchè la minoranza del Partito democratico l’ha votata. E uno si domanda: perchè l’hanno fatto e adesso sono contro?
Perchè allora anche la sinistra Pd negoziava… con Renzi.
E a noi— che all’epoca dicevamo: attenzione è una grande schifezza! — loro rispondevano ‘tanto poi la cambieremo’. Ma ‘poi’, quando? Oggi Renzi ha gioco facile quando dice: ‘perchè dovrebbe essere cambiata una riforma costituzionale che ha già avuto una lettura doppia conforme?’”.
Entriamo nel merito. L’elettività è il punto più dibattuto: i sostenitori del nuovo Senato, composto da sindaci e consiglieri regionali, invocano l’esempio dei Là¤nder tedeschi, che esercitano la potestà legislativa. Che ne pensa?
È costituzionalmente criminale attribuire alle Regioni italiane la possibilità di costituire uno dei due rami del Parlamento. I Là¤nder sono la conferma dell’errore: rappresentano una cultura e una tradizione che ha fatto nascere popoli e sensibilità regionali. Laselezione della classe politica locale lì è anche migliore di quella nazionale. Cosa che, certo, non si può dire alle nostre latitudini: in Italia il disegno regionalista è tragicamente fallito. Le Regioni sono diventate centri di potere e di irresponsabilità politica. Se lei domanda al cittadino di un piccolo Comune chi è il suo sindaco, lui le risponderà che lo conosce. E così se domanda chi è il premier. Ma se chiede chi è l’assessore all’urbanistica della sua Regione, difficilmente saprà risponderle. Questo per dire che i membri delle Giunte regionali hanno molto potere senza dover rispondere agli elettori del loro operato. Il risultato sono i Fiorito, le decine e decine diconsiglieriregionalisotto inchiesta: i centri di potere senza controllo diventano centri di malaffare.
Ora, se la riforma va in porto, questi signori diventeranno la nostra Camera alta.
Come spiegò benissimo Gustavo Zagrebelsky, mentre i Là¤nder tedeschi sono realtà che nascono dal basso e sono quindi la proiezione alta dei popoli regionali, qui per il fallimento del regionalismo, la classe politica locale costituisce il riflesso degradato di quella nazionale. Abbiamo dunque una politica nazionale che degrada in politica regionale e una politica regionale che, con un ulteriore rilancio verso il basso, forma la politica nazionale. Altro che Camera alta.
Dicono: così si snellisce l’attività legislativa.
Ma la riforma non persegue affatto quest’obiettivo! La riforma prevede dodici procedimenti diversi per la formazione delle leggi, in base alle materie. Vogliamo riformare il Titolo V della Carta per via dei conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni,oracisarà unconflitto al giorno tra Camera e Senato sulla scelta del procedimento legislativo. Se avessimo voluto perseguire la semplificazione normativa, allora avremmo dovuto avere il coraggio di scegliere un vero monocameralismo, ovviamente prevedendo adeguati contrappesi e bilanciamenti. Invece stanno facendo questa guerra interna al Pd — tutta autoreferenziale — per passare da un bicameralismo che almeno è collaudato a un bicameralismo diffus
I nuovi senatori faranno due lavori part-time. In più c’è il tema della durata dei consigli regionali.
Nasceranno tantissimi problemi. Questo Senato che riflette le vicissitudini delle Regioni, sarà una porta girevole continuamente in funzione. Praticamente un albergo a ore, in base alle singole vicende dei ‘senatori’o alle vicende dei Consigli Regionali, le cui elezioni, peraltro, vengono spesso annullate o contestate.
Previsioni?
C’è da augurarsi che il progetto muoia. Bene che vada ci sarà un grave peggioramento della situazione istituzionale. Più che un rischio autoritario, io vedo un rischio confusionario: c’è un pressappochismo terribile in questa riforma. È vero che il meglio è nemico del bene, ma è anche vero che al peggio non c’è mai fine.
Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 4th, 2015 Riccardo Fucile
IL NEOLOGISMO CHE UNISCE LE PAROLE ROTTAMAZIONE E LOTTIZZAZIONE
Il direttore del Tg La7 torna a criticare Matteo Renzi sulla questione Rai.
Dopo l’elezione dei sette consiglieri di nomina parlamentare che andranno a comporre il nuovo Consiglio di amministrazione dell’azienda del servizio pubblico televisivo, Enrico Mentana scrive un breve post sul suo profilo facebook.
Breve ma esaustivo: “Ora si chiama rottizzazione”.
Un “neologismo” che unisce le parole rottamazione e lottizzazione.
Da un lato, quindi quel processo che il premier Renzi si è ripromesso (almeno a parole) di portare avanti.
Dall’altro la lottizzazione, quel processo per i quali i partiti si spartiscono le caselle negli incarichi pubblici attraverso la designazione di persone a loro “gradite” e in base al peso politico.
Enrico Mentana qualche giorno fa in un’intervista al Fatto Quotidiano aveva già criticato l’operato del governo Renzi sulla Rai: “La riforma della Rai? È una Gasparri 2.0. La rottamazione di Renzi si è fermata davanti ai cancelli di viale Mazzini”.
“Si sarebbe dovuto mettere le mani non solo sulla governance – aggiunse al FQ – ma anche su tutto il resto: struttura, contenuti, ruolo del servizio pubblico. E mettere una distanza tra la politica e l’azienda. Ma questa è una richiesta impossibile da fare ai politici, Renzi compreso. Perchè la politica non ha alcun interesse a tirarsi fuori dalla Rai. Perchè mai dovrebbe farlo?”.
L’elezione del nuovo cda sembra non aver smentito le convinzioni del direttore del Tg La7.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
FINISCE 121 A 118 UN EMENDAMENTO SULLA RAI: SU 10 VERDINIANI SETTE ASTENUTI E DUE CONTRARI
“Governo battuto a Palazzo Madama su riforma Rai. Verdiniani o non verdiniani maggioranza non c’è più. Good morning Vietnam-Senato. Ciao Renzi”. Firmato Renato Brunetta.
Che ha riassunto così, su Twitter, una battuta d’arresto che per il premier è risicata nei numeri, ma assai significativa nel contenuto e nella forma.
Perchè la stampella del nuovo gruppo Ala di Denis Verdini ha subito assunto le sembianze di un vuoto a rendere.
Oggi la prima conferma, durante il voto al ddl Rai.
Il governo, infatti, è stato battuto al Senato, dove è stato approvato un emendamento all’articolo 4 della riforma: cancellata la delega all’esecutivo per la revisione del canone (che riguardava anche la disciplina del finanziamento dell’emittenza locale). La soppressione dell’articolo era stata avanzata dalle opposizioni (Fi, M5s, Lega e Sel, ma anche dalla minoranza Pd) con vari emendamenti identici.
Governo e relatori avevano posto parere contrario, ma l’aula si è espressa in senso diverso con 121 sì e 118 no. Applauso in Aula, sguardi tesi tra i banchi della maggioranza.
Guerini: “Andar sotto può capitare. Determinanti gli assenti
Tre voti di differenza, quindi: distanza minima a livello algebrico, ma peso specifico importantissimo dal punto di vista politico.
E non tanto per i 18 senatori della minoranza Pd che hanno votato l’emendamento soppressivo (12, invece, i dem che non hanno votato proprio) quanto per il comportamento di Ala, il nuovo gruppo di fuoriusciti da Forza Italia che fanno capo all’ex braccio destro di Berlusconi Denis Verdini.
Che a Palazzo Madama può contare su 10 esponenti: di questi, 2 hanno votato contro il governo e sette erano assenti.
Un messaggio assai chiaro al governo Renzi.
Soddisfazione e sentimento di rivalsa in Forza Italia, con le parole di Renato Brunetta sintomatiche di una situazione non facile per l’esecutivo a matrice democratica.
Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini ha cercato di sminuire la questione, ma non ha potuto non sottolineare il peso che hanno avuto le assenze: “Può capitare ed è capitato in altre occasioni di andare sotto su qualche emendamento, è successo in tutti i provvedimenti, è fisiologico — ha detto Guerini — Anche in questo caso la differenza l’hanno fatta gli assenti: 121-118. Tra l’altro l’emendamento è su un punto non importante. Se necessario lo correggeremo alla Camera“.
Orfini contro la minoranza interna: “Così si smonta il Pd”
Contro la minoranza interna, invece, la presa di posizione di Matteo Orfini: “Quanto accaduto oggi al Senato è incomprensibile. Se il voto in dissenso dal gruppo diventa non un’eccezione limitata a casi straordinari ma una consuetudine, significa che si è scelto un terreno improprio per una battaglia politica” ha detto iil presidente del Pd, secondo cui “così non si lavora per rafforzare un partito ma per smontarlo. Dispiace che a farlo sia proprio chi ha predicato per anni il valore dell’unità interna“.
Ancor più duro il senatore Salvatore Tomaselli: “Che ci siano senatori del Pd che gioiscano in Aula e sui media per aver battuto il proprio Governo è semplicemente ignobile”.
“Prime crepe a nuovo patto del Nazareno”
Dopo la soppressione dell’art.4 del ddl Rai e dopo una breve sospensione, il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, ha comunicato di aver verificato che è possibile procedere comunque con l’esame del provvedimento.
Alla ripresa dei lavori, sono intervenute le opposizioni, che hanno suggerito di fermarsi “un attimo” (Alberto Airola del M5s) chiedendo di rimandare la nomina del cda.
“Non stiamo facendo una cosa seria, c’è un’approssimazione davvero impressionante” ha spiegato invece Loredana De Petris (Sel).
“Si rinvii l’esame a settembre quando discutere una riforma vera della Rai”, ha spiegato ancora De Petris.
“C’è un stato di confusione del governo” che “versa in uno stato di schizofrenia”, è la posizione di Anna Cinzia Bonfrisco (Cri) che ha poi chiesto che “entro domani la commissione di Vigilanza Rai sia regolarmente costituita” anche perchè c’è il rischio che le sua decisioni siano impugnate.
Il grillino Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha spostato l’asticella già più in là : “L’accordo sul nome del nuovo presidente Rai c’è già , magari è un accordo di do.
Do ut des”. “Il canone ha ragione di essere solo se c’è un servizio pubblico indipendente e autorevole — ha aggiunto Roberto Fico — Questo è il motivo per cui i cittadini pagano il canone. Senza questo motivo il canone non ha più ragione di essere e va bene non pagarlo se la Rai diventa un’azienda lottizzata”.
Il commento più caustico, però è a firma del fittiano Bruni: “Nonostante la campagna acquisti il governo Renzi mostra tutta la sua debolezza. La maggioranza è allo sbando e il soccorso di Verdini non è stato sufficiente. Il patto del Nazareno mostra già le prime crepe come dimostra la bocciatura della delega al governo al finanziamento della Rai”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
RIVOLUZIONE IN BUVETTE DOPO L’AFFIDAMENTO A UNA DITTA ESTERNA
Addio alla macchina del caffè, alle pentole, allo shaker dei cocktail, per passare alla cornetta del telefono: quattro dei diciotto addetti alla buvette di Montecitorio lasceranno quanto prima il bar della Camera riservato ai deputati che si affaccia sul Transatlantico e a una decina di passi dall’Aula.
Saranno trasferiti al centralino della Camera, sulla base di una delibera dell’Ufficio di presidenza, che “trasformerà ” in commessi i restanti 14.
Alla fine di maggio i questori di Montecitorio Stefano Dambruoso (Sc), Paolo Fontanelli (Pd) e Gregorio Fontana (Fi) avevano deciso di avviare la procedutra per il “passaggio di professionalità d’ufficio” per tre cuochi (“coordinatori del reparto Cucina”) e quindici banconisti (“coordinatori dei servizi di ristoro” che prestano servizio alla buvette, uno dei luoghi simbolo della Camera, il bar per i deputati i cui prezzi ora sono sostanzialmente in linea con quelli di qualsiasi bar del centro di Roma.
“Tale decisione — ha spiegato all’ufficio di presidenza Laura Boldrini chiedendo di avallare il trasferimento dei dipendenti della buvette ad altra mansione — discende dall’impossibilità di assicurare un efficiente funzionamento dei servizi di ristorazione a gestione diretta a causa di una rapida riduzione dell’organico registrata a partire dal secondo semestre 2014″, un “fuggi fuggi” scatenatosi quando già si presagiva l’arrivo del tetto alle retribuzioni di tutti i dipendenti della Camera.
La buvette fino ad ora era l’unico punto di ristoro gestito direttamente dalla Camera: il ristorante dei deputati e le mense, infatti, sono state da tempo affidate ad una ditta esterna.
La delibera approvata prevede, in particolare, che le 18 unità di personale interessate al passaggio di professionalità “siano destinate, sulla base dell’attitudine rilevata, alla professionalità di assistente parlamentare” (con la corrisponente qualifica), nonchè “in un numero massimo di quattro al centralino trelefonico, con la corrispondente qualifica di coordinatore di reparti”.
L’atto approvato prevede, poi, che si tenga conto per il trasferimento della “propensione manifestata da ciascun dipendente interessato al cambio di professionalità ”, che sarà comunque sottoposto ad colloquio.
Per accertare l’attitudine di un banconista abituato da decenni a fare caffè e a servire cocktail, bevande e tramezzini a rispondere al telefono ed a trasferire le “onorevoli chiamate”.
Roberto Grazioli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2015 Riccardo Fucile
PROPOSTO DALL’ENTE INDIPENDENTE PER LA TRASPARENZA UN ADEGUAMENTO DEL 10%,,, CAMERON: “LE BUSTE PAGA DEI DIPENDENTI PUBBLICI SONO CONGELATE DA ANNI, LA POLITICA DIA L’ESEMPIO”
Mentre in Italia ci sdegniamo per l’oscenità di Mafia Capitale — ennesimo affondo alla reputazione del Paese, già percepito come uno tra i più corrotti in Europa (a pari merito con Romania, Grecia e Bulgaria), in Uk la polemica del giorno è ben più prosaica: si discute, e animatamente, di una proposta di aumento del 10% dello stipendio base dei parlamentari.
Parliamo qui dei soli membri della Camera dei Comuni, visto che i membri della Camera dei Lords non ricevono uno stipendio ma soltanto un gettone di presenza che varia dalle 150 alle 300 sterline al giorno.
L’aumento del 10% è stato proposto come parte di un pacchetto di riforme, che prevede anche una revisione di pensioni, rimborsi spese e buonuscita, dall’Ipsa, Independent Parliamentary Standards Authority, un ente indipendente istituito per garantire equità e trasparenza nella regolamentazione e gestione di stipendi e rimborsi dei parlamentari.
Ipsa, dopo un attento esame e varie consultazioni pubbliche ha infatti stabilito che lo stipendio base dei parlamentari dovrebbe aumentare dalle attuali 67,060 sterline annue a 74,000 sterline.
Oltre allo stipendio, i parlamentari che ricoprono incarichi particolari ricevono compensi aggiuntivi che variano dalle 14,876 sterline per il Presidente di una Commissione Parlamentare alle 75,000 sterline aggiuntive per il Primo Ministro.
E c’è da dire che gli stipendi a Westminster non sono frugali come quelli dei parlamentari spagnoli ma sembrano comunque sotto la media internazionale .
Inoltre tutti i parlamentari hanno diritto a un rimborso per vitto e alloggio e per spese d’ufficio.
Tutti i dati storici relativi ai rimborsi sono pubblicati sul sito di Ipsa che rivela i dettagli di tutte le spese dei parlamentari mese per mese.
Un’innovazione recente, nata dopo le polemiche su alcuni abusi scoperti nel 2009 e che ora garantisce trasparenza e permette lo scrutinio costante di giornalisti e cittadini.
Il nodo della questione? I parlamentari questo aumento di stipendio non lo vogliono assolutamente.
Il Primo Ministro si è appellato a Ipsa chiedendo che la proposta venga ritirata perchè l’aumento di circa 7000 sterline sembra davvero “fuori luogo” visto sopratutto che gli stipendi dei dipendenti pubblici sono congelati da anni.
Esponenti di spicco dei partiti di opposizione come la Laburista Yvette Cooper e il Liberal Democratico Tim Farron hanno dichiarato di voler rifiutare l’aumento e molti altri parlamentari incluse Harriet Harman, leader dei Laburisti e Nicky Morgan, Ministro dell’Istruzione, affermano che l’aumento è ingiustificabile e se non potranno rifiutarlo daranno la somma in beneficienza.
Non passa giorno che un parlamentare più o meno in vista non chieda un microfono per esprimere sdegno, in aula è tutto un susseguirsi di impegni formali al rifiuto e su twitter i parlamentari non esitano a definire quelle 7000 sterline di aumento “semplicemente immorali”.
No, i politici britannici non sono tutti probi martiri del servizio pubblico animati da grande spirito di sacrificio, ma sanno benissimo che se è vero che il loro salario è inferiore a quello di medici di famiglia (circa 90,000 sterline all’anno), presidi (circa 79,000 sterline) e giudici (circa 132,000 sterline) è anche vero che i costi della politica, in Uk come nel resto d’Europa, sono i più indigesti per i contribuenti.
Gli elettori, infatti, nonostante risarcimenti volontari, dimissioni eclatanti e impegno a una maggiore trasparenza, non hanno ancora perdonato ai parlamentari gli abusi venuti a galla nel 2009, che in realtà erano spesso frutto di poca chiarezza nelle linee guida più che di dolo.
Fin ora soltanto due parlamentari si sono espressi apertamente in favore dell’aumento. Ed è probabile che pochi altri correranno il rischio di venire criticati duramente da stampa ed elettori visto che già esistono gruppi che monitorano le dichiarazioni e le intenzioni in merito dei parlamentari.
Alcuni commentatori però fanno notare che per Parlamento e governo sarebbe moralmente e costituzionalmente sbagliato interferire nelle decisioni di un ente la cui indipendenza è fondamentale al buon esercizio delle sue funzioni.
Gli economisti dell’Ipsa in fondo stanno solo facendo il loro lavoro: giustificano la proposta con comparazioni accurate agli stipendi medi per ruoli con un livello di responsabilità equiparabile a quello dei parlamentari e assicurano che vista la riforma delle pensioni e i nuovi limiti ai rimborsi, i costi della politica non aumenteranno di un solo penny.
E’ difficile prevedere come si risolverà la faccenda. E’ chiaro però che sarà Ipsa, in totale autonomia, ad avere l’ultima parola sull’attuazione in toto o meno del pacchetto di riforme proposte e, in effetti, basta guardare i numeri per constatare che davvero il costo dei parlamentari per i contribuenti non aumenterà .
Ciò che però rende quasi impossibile per i parlamentari accettare l’aumento senza protestare non è soltanto la memoria viva dello scandalo dei rimborsi, ma soprattutto il timore di danneggiare ulteriormente il filo sottile di fiducia che li lega agli elettori. Se è vero che l’economia britannica è in via di ripresa, è altrettanto vero che il reddito di molti in termini reali è rimasto fermo ai livelli pre-crisi e il programma di drastici tagli alla spesa pubblica continua.
Inconcepibile quindi continuare a chiedere sacrifici e pazienza agli elettori mentre si accetta di buon grado un aumento di stipendio: potrebbe essere il preludio a un suicidio reputazionale che la classe politica britannica non si sognerebbe mai di rischiare.
Alice Pilia Drago
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Parlamento | Commenta »