Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
ROBA DA CHIEDERE ASILO POLITICO ALA REGINA
A poche ore dalla proclamazione dei risultati, in Gran Bretagna i tre leader sconfitti si sono dimessi e quello vittorioso ha già ricevuto l’incarico (reincarico, nel suo caso) dalla Regina.
Se fosse solo un problema di leggi, anche noi col brutale Italicum potremmo presto vantare lo stesso genere di chiarezza istituzionale.
In realtà le leggi contano molto meno dei caratteri e delle consuetudini.
Nemmeno il più perfetto dei sistemi metterà mai un italiano nelle condizioni di accettare l’esito del voto o indurrà gli sconfitti a dimettersi, dichiarandosi sconfitti anzichè «non vincitori».
E neanche la più straordinaria riforma costituzionale potrà bonificare la vergogna della composizione delle liste elettorali, che attingono a un personale politico scadente e spesso impresentabile.
L’infornata delle imminenti Regionali sembra un trattato sociologico sugli orrori della società : si va dal postfascista non pentito all’ex leghista che chiama i gay «culattoni», dal candidato in odore di camorra all’amico di Cosentino nella cui abitazione al momento dell’arresto fu trovato un fucile calibro 12.
Se poi si pensa che tutti questi begli esemplari convivono nello stesso partito e che questo partito è quello che esprime un presidente del Consiglio che ha messo la trasparenza e il merito ai primi posti del suo programma, ci sarebbe da chiedere asilo politico alla Regina.
O più banalmente da chiedere a Renzi di porre mano ai criteri di selezione della nuova classe dirigente, perchè un baraccone zavorrato da mediocri, riciclati e inquisiti rischia di mandare a fondo noi, ma anche lui.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Maggio 8th, 2015 Riccardo Fucile
LA SINISTRA PD E’ DECISIVA PER LA RIFORMA COSTITUZIONALE
Al Senato mancano i voti. Si è al limite tutti i giorni e su tutti i provvedimenti.
Sarà così, a maggior ragione, al momento di votare la riforma costituzionale.
Anche perchè per le leggi di modifica della Carta non basta la maggioranza relativa. Serve quella assoluta: 161 senatori sui 320 aventi diritto.
Per questo il governo continua a mandare segnali di apertura, soprattutto alla minoranza del Partito democratico.
«Discutiamo di tutto», dicono a Palazzo Chigi, senza entrare nel dettaglio.
Il ministro Boschi ha accennato al modello Bundesrat, in un’intervista al Corriere . Una forma elettiva dei consiglieri regionali. Ma la risposta dei dissidenti è decisamente negativa. «Dov’è l’apertura? In Germania c’è il proporzionale e poi il maggioritario per la Camera dei Laender. Qui avremmo due maggioritari. Non va bene», avverte il bersaniano Miguel Gotor.
Matteo Renzi la prende da lontano ma i timori di un inciampo sono grandi.
La maggioranza di governo alla Camera contava 400 deputati, 85 più del quorum.
A Palazzo Madama invece l’esecutivo combatte sul filo di 4-5 voti e la minoranza del Pd conta 24 dissidenti che hanno già disertato il voto sull’Italicum.
Ecco perchè l’apertura del premier può diventare inevitabile. «A meno che non decida di rivolgersi direttamente a Verdini e ai suoi senatori. Lo scopriremo presto».
È una mossa che non pochi nella sinistra dem attendono per “impiccare” Renzi all’accusa di voler creare un partito indistinto, il partito della Nazione che snatura il Pd.
Persino l’ipotesi di un’accelerazione sul conflitto d’interessi viene letta da due punti di vista diversi.
Un segnale ai ribelli democratici su un tema molto caro all’elettorato più a sinistra, cioè alla base potenziale di una nuova Cosa rossa.
E un messaggio nemmeno tanto subliminale agli spezzoni di una Forza Italia già esplosa. Se Verdini e Raffaele Fitto vogliono dare il colpo di grazia al Cavaliere e conquistarsi un posto al sole, hanno o avrebbero nella norma sull’incompatibilità uno strumento prezioso.
Comunque il premier si ritroverà presto davanti a un bivio se è vero che la riforma costituzionale arriverà in aula alla fine di giugno.
«Se vuole stare col Pd — dice Gotor — sa che la riforma deva cambiare, tanto più con questo Italicum. Tecnicamente sono possibili molti cambiamenti ma la decisione è solo politica. Deve prenderla Renzi».
Il gruppo dei dissidenti al Senato sembra molto più compatto di quello della Camera. E sa di essere decisivo.
«Ma vi immaginate i consiglieri regionali della Campania designati per fare i senatori — sottolinea Gotor -. Con le liste fatte da De Luca che Saviano definisce vicine a Gomorra? Si mettono intorno a un tavolo e dicono: io mi occupo di Asl, tu di fondi pubblici e tu vai al Senato perchè c’è l’immunità parlamentare».
Parole durissime, ma che possono cambiare in caso d’intesa tra minoranza e premier. Altrimenti il “Vietnam” per la riforma è più vicino e non ci sarà nemmeno bisogno dei grupi parlamentari autonomi a cui lavora Pippo Civati.
I senatori Pd dissidenti possono tranquillamente fare la loro battaglia rimanendo nel loro gruppo.
Decisivi, per entrambi i fronti, saranno i risultati delle regionali.
Li aspettano sia Renzi sia i ribelli per definire le strategie i termini di un’eventuale trattativa.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
TRA CAPILISTA NOMINATI E SIGNORI DELLE PREFERENZE, LA LEGGE SOMMA I DIFETTI DI QUELLE DEL PASSATO… E NEL PD SONO DECINE GLI ELETTI CHE RISCHIANO IL POSTO
Scaldate i motori dei trolley, che adesso c’è da girare davvero.
Mentre l’Italicum aspetta la benedizione firmata dal presidente Sergio Mattarella, a Montecitorio i figli di un dio minore si preparano alla loro guerra santa: tra nomi di bandiera (quei 100, pluricandidature incluse, capilista per ogni partito con il seggio assicurato) e capibastone con pacchetti da decine di migliaia di voti coltivati casa per casa, l’elezione con la nuova legge elettorale sarà più difficile che vincere alla lotteria.
Lo sanno bene in Parlamento.
Per questo già si ragiona sulle strategie di sopravvivenza. Qui non è questione di maggioranza o minoranza Pd, di nostalgici del Nazareno, di leghisti di successo, di grillini al secondo giro.
Qui c’è da mettere a fuoco una cosa: che l’Italicum riesce in un colpo solo a mantenere i guai del Porcellum (i nominati) e quelli delle preferenze (i cacicchi).
I 230 su piazza e la lotta fratricida
Il conto è presto fatto: il partito che otterrà il premio di maggioranza (che sia al primo turno o al ballottaggio) porta a casa 340 deputati.
Di questi, 100 vengono nominati: sono i capilista o i numeri 2 visto che sono possibili fino a dieci pluricandidature, cioè capilista identici in diversi collegi che alla fine dovranno optare per uno, facendo così eleggere chi stava in seconda posizione negli altri.
Restano quindi 230 posti. Che, suddivisi per i 100 collegi in cui sarà frazionata l’Italia, daranno una media di poco più di due eletti per lista.
Va ricordato che l’unico partito che manderà in Parlamento deputati scelti con le preferenze sarà probabilmente quello che vince le elezioni: gli altri si divideranno 290 poltrone e probabilmente eleggeranno solo i capilista (o poco più).
Tradotto: nomi scelti dalle segreterie nazionali.
Considerata la situazione politica attuale, dunque, i 230 eletti con le preferenze è plausibile che siano esponenti del Pd.
Così, tra i parlamentari democratici in carica, comincia a serpeggiare un’angoscia motivata: come sopravvivere nella morsa dei nominati dal partito e dei capibastone locali?
Per questo c’è da scaldare le ruote dei trolley: muoversi ora prima che sia troppo tardi. Ammette Ettore Rosato, capogruppo reggente del Pd, che bisognerà correre ai ripari: “Chi fa politica lo sa: le preferenze non si costruiscono in sei mesi o in un anno. Sul territorio bisogna tornare subito, è una novità che dovremo tenere in considerazione anche nel calendario dei lavori d’aula”. Ovvero: meno Roma, più casa. Altrimenti ci si ritrova alle elezioni coi posti già presi.
Voto di genere e regole nuove
Per la formazione delle liste si preannuncia una guerra nucleare.
I nomi papabili saranno al massimo sei, ma — come calcolavamo qui sopra — la vera posta in gioco è due.
Esattamente il numero di preferenze che si possono esprimere, salvo mettere la croce su un uomo e su una donna.
Il voto di genere, però, non è un obbligo. Così, per concentrare le preferenze, è facilmente immaginabile che nessuno farà campagna elettorale per i colleghi di lista: “Ai tempi della Prima Repubblica — spiega Pino Pisicchio, capogruppo del Misto — di preferenze se ne potevano dare 4: si faceva gioco di squadra, si concorreva per il bene della lista. Ora il nemico non sarà più fuori dal partito, ma dentro il partito”.
Mors tua, vita mea. Un sottotesto che, occhio e croce, non favorirà nemmeno l’alternanza di genere in Parlamento.
Ai parlamentari meno radicati sul territorio non resta che sperare nelle regole: già nel 2013, il Pd, escluse dalle candidature (salvo deroga) chi sedeva nelle assemblee regionali e provinciali.
E poi c’è l’ipotesi primarie: anche la volta scorsa, una parte delle liste democratiche nacque sulla base dei risultati di circoli e gazebo.
L’opinione diffusa, comunque, è che delle preferenze si sperimenterà il lato peggiore. Troppo pochi i posti in ballo per permettere una vera scelta dei cittadini.
Quei due posti liberi finiranno inevitabilmente nel carnaio dei cacicchi e dei potentati locali. Il trolley, come arma, pare un filo arrugginito.
Paolo Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
IL DISSENSO DEL PD È PIÙ GRANDE DEL PREVISTO… E AL SENATO PESERà€
Il numero chiave della giornata di ieri lo rimanda il tabellone dell’Aula di Montecitorio alle 18 e
20: 334.
Sono i voti con cui la Camera approva l’Italicum a voto segreto.
L’immagine, invece, è quella che fotografa un emiciclo vuoto per metà : assenti le opposizioni in blocco.
E poi, ci sono quelli che non applaudono: Pierluigi Bersani, che ha la testa appoggiata sulle mani, Rosy Bindi. Perchè c’è un altro numero chiave: 61.
Tanti sono i no. E la maggior parte arrivano dal Pd.
Alcuni hanno preso il microfono per annunciarli, Civati, il più giovane deputato di tutti, Enzo Lattuca che è intervenuto a nome dei dissidenti, Stefano Fassina, Marco Meloni (che, ironia della sorte, ha dovuto prendere in prestito il microfono del renzianissimo Carbone, perchè il suo non funzionava).
Tra loro ci sono pesi massimi, come Enrico Letta.
L’Italicum diventa legge grazie all’ “ostinazione” di Renzi (definizione del fedelissimo Marcucci), ma prende meno voti di quelli della maggioranza (403 sulla carta).
Passa un attimo dal sì finale che inizia la conta dei voti. Cantano vittoria tutti.
La Boschi (sobria, stavolta, negli abbracci) twitta alle 18 e 22: “Ci hanno detto ‘non ce la farete mai’. Si erano sbagliati, ce l’abbiamo fatta! Coraggio Italia, è #lavoltabuona”. Renzi le dà spazio.
Poi twitta alle 18 e 38: “Impegno mantenuto, promessa rispettata. L’Italia ha bisogno di chi non dice sempre no. Avanti, con umiltà e coraggio. È #lavoltabuona”.
Ai suoi chiarisce: “Ho vinto io. Oggi è un giorno storico. Ma adesso, dobbiamo andare avanti e ricucire”.
L’attenzione è tutta spostata su quei no. Non è un dato secondario quanti siano da attribuire alla minoranza dem: più grande è il dissenso, più può cercare di contare. L’ex capogruppo, Roberto Speranza e il vicesegretario, Lorenzo Guerini animano due capannelli paralleli in Transatlantico.
Se Speranza è pronto ad attribuire 55 no al Pd, Lorenzo Guerini ne dà per certi solo una quarantina. Tra questi, di sicuro vanno conteggiati i 38 che non hanno votato la fiducia al governo. Ma di quei 38, 4 non c’erano e 3 si sono astenuti: questo, per i ribelli, significa che “l’area Speranza” si sarebbe allargata.
In più c’è Lattuca. E poi, vanno aggiunti i 2 prodiani Zampa e Monaco.
La lettura dei dati, tra maggioranza e minoranza, diverge su un punto: i 9 ex Cinque Stelle, Alternativa Libera, secondo i renziani hanno detto no.
Per quelli che tengono il pallottoliere nella minoranza (Nico Stumpo in testa) hanno votato a favore.
Questo vorrebbe dire che nel segreto mancano ancora più Dem.
Guerini invita a non sottovalutare il dissenso centrista: 7 sarebbero i no da quell’area. A partire da Scelta Civica, che vuole il rimpasto (e infatti si affretta a dichiarare “siamo determinanti”).
Negli elenchi che circolano tra i renziani, ci sono i voti contrari di Massimo Corsaro (ex Fdi), Mauro Pili (ex Pdl), Luca Pastorino (ex Pd), Claudio Fava (ex Sel ora nel Psi) e Pino Pisicchio (ex Cd), tutti del gruppo Misto.
E Romano di Forza Italia, più la De Girolamo di Ncd.
Secondo questi conti manca di attribuire l’appartenenza di 6 o 7 voti.
O meglio: “Ce li abbiamo tutti in testa. Ma non li diremo mai, se no pare che abbiamo la lista di proscrizione”, spiega un autorevole dirigente dem. La lista di proscrizione c’è e come. Anche se per ora potrebbe portare più a offerte, che a punizioni. Matteo Orfini ammette che “il dissenso è pesante”.
E in un siparietto con Speranza, ex “compagno” della Figc, che è tutto uno scambio di reciproci complimenti (“Noi siamo due politici puri”, dice l’ex capogruppo; “Facciamo politici professionisti”, lo corregge il Presidente del Pd), gli chiede ancora una volta di ritirare le dimissioni.
A proposito di ricuciture. Perchè il punto adesso è che se ne fanno Bersani, Speranza & co. di quei voti: “C’è un area forte di dissenso. Li faremo pesare”, dice l’ex capogruppo.
Battagliero e ringalluzzito, parla già da leader alternativo. È un partito nel partito, quello che si è visto all’opera ieri.
Fino a dove è disposto ad arrivare? Sulla carta, in Senato i numeri per far cadere il governo ci sono. “Da oggi comincia un altra partita”, minaccia Miguel Gotor, ricordando i 24 dissidenti dem a Palazzo Madama.
Per adesso, il progetto non sembra questo. Nessuno vuol perdere il posto in Parlamento. Per adesso.
Ma parte un muro contro muro su ogni provvedimento, su ogni questione .
“Vado in piazza con gli insegnanti”, chiarisce Stefano Fassina. Il prossimo fronte parte già oggi, sulla scuola.
E Renzi? Conquistato l’Italicum cercherà il voto anticipato?
Se può evitare, no. “Adesso facciamo le cose che il paese ci chiede”, spiegano i fedelissimi del premier.
Si parte dalla scuola. La Commissione Cultura della Camera sta riscrivendo il ddl.
Il tentativo è quello di aprire abbastanza alle richieste da smontare la piazza e i sindacati.
Poi, c’è la questione riforma del Senato: si discute su alcune modifiche, alla ricerca di un patto con Berlusconi e minoranze.
E infine, il consueto modo di includere per dividere: la settimana prossima si eleggerà il nuovo capogruppo a Montecitorio.
Dovrebbe essere uno dei “responsabili”, quelli che si sono staccati dalla linea Speranza. Dopo le regionali entrano in gioco le presidenze delle Commissioni.
A Gianni Cuperlo Renzi ha ventilato la direzione dell’Unità . Ci sono i posti nelle prossime liste. Basterà ?
Il segretario-premier vuole andare avanti. Ma la legge elettorale adesso c’è.
Entra in vigore nel 2016, ma in caso di necessità si può intervenire a cancellare la clausola di salvaguardia.
Intanto, si aspetta la firma di Mattarella: potrebbe arrivare già oggi.
Con buona pace di chi gli chiede di rimandarla indietro.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
SE ALTRI DIECI PD AVESSERO AVUTO LE PALLE STASERA RENZI ERA A CASA….UMORISMO DELLA BOSCHI: “CE LO CHIEDEVANO GLI ITALIANI”, NESSUNO L’HA AVVISATA CHE IL 68% DEGLI ITALIANI E’ CONTRARIO ALL’ITALICUM
L’Italicum è legge. Con 334 voti a favore e 61 contrari l’aula della Camera ha dato il via libera al disegno di legge che riforma la legge elettorale, riforma voluta fortemente dal governo Renzi.
Il voto si è svolto a scrutinio segreto, su richiesta di Forza Italia, Lega e Fdi, e tutti i gruppi di opposizione, come preannunciato, non vi hanno partecipato, con l’eccezione di alcuni deputati rimasti nell’emiciclo per esprimere il proprio ‘no’.
Su Twitter esultano il premier Matteo Renzi e il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. “Impegno mantenuto, promessa rispettata”.
Nessuno li ha avvisati che il 68% degli italiani (sondaggio Ipsos) era contrario all’Italicum.
Nel voto segreto finale, il dissenso del Pd è cresciuto rispetto ai voti sulla fiducia della settimana scorsa, fino a delineare un’area di opposizione interna piuttosto rilevante, come avverte Pierluigi Bersani.
È un’area di cui Matteo Renzi dovrà tenere conto nei futuri passaggi parlamentari delle riforme, soprattutto in Senato, dove i suoi numeri corrono sul filo del rasoio.
Rispetto alla settimana scorsa, infatti, il fronte della minoranza del Pd contraria all’Italicum è cresciuto di una decina di deputati.
Tra i 61 contrari alla legge elettorale targata Renzi che hanno scelto, a differenza del resto dell’opposizione, di restare in aula al momento del voto finale vanno sottratti infatti i 13 che non appartengono ai Dem: si tratta di 9 esponenti di Alternativa libera (ex m5s), di Saverio Romano (fi), Massimo Corsaro (gruppo misto), Claudio Fava, Luca Pastorino (ex Pd ora candidato alla presidenza della regione Liguria).
Sarebbero 48 quindi i ‘no’ ascrivibili alla minoranza del Pd, dieci in più rispetto ai 38 che non hanno partecipato ai voti di fiducia la scorsa settimana.
Nel Pd ci sono anche 3 astenuti: Marilena Fabbri, Antonella Incerti e Donata Lenzi.
Si è astenuta anche Adriana Galgano di Scelta Civica.
Assenti tra le file Dem Francantonio Genovese, agli arresti, Michela Marzano, Francesco Monaco, Sandra Zampa e Davide Zoggia: 5 su 309.
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
TUTTI FUORI PER “NON FARE DA SPONDA” ED EVITARE QUALCHE TRADIMENTO
Forza Italia chiede lo scrutinio segreto per il voto finale sulla legge elettorale a Montecitorio e le opposizioni, probabilmente compatte, usciranno dall’Aula.
Non ci sarà Fi, ma nemmeno Lega Nord, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle.
Tutti fuori per “non fare da sponda” e tutti fuori per evitare che a qualcuno tra i parlamentari scappi la penna e i voti a favore siano più del previsto.
Ci saranno invece i critici del Partito democratico: “Resteremo e voteremo contro”, ha detto il bersaniano Alfredo D’Attorre.
Potrebbero essere 50 (massimo 80) i contrari tra i democratici, ma non basterà per affossare l’Italicum che a questo punto vedrà la luce con il sostegno dei soli renziani.
E’ stato Renato Brunetta il primo a invocare l’Aventino (“Nessuna delle opposizioni parteciperà al voto finale”), non seguito dal Movimento 5 Stelle che avrebbe preferito restare in Aula e votare contro: “Diciamo no all’Italicum in Aula, ma se c’è lo scrutinio segreto vuol dire che qualcuno di Forza Italia voterà a favore e quindi usciamo”.
Matteo Salvini non ha dato indicazioni precise ai suoi e ha lasciato carta bianca al gruppo parlamentare.
Brunetta, il cui partito al primo passaggio alla Camera aveva votato a favore della legge elettorale, ora attacca la riforma.
“Questa giornata”, ha detto, “è una violenza che Renzi e il suo governo, la sua maggioranza infliggono al Parlamento e all’intero paese. Si approvano, tentano di approvare, una riforma elettorale senza partecipazione alcuna da parte del resto dell’Aula. Lo fanno con colpi di maggioranza tra l’altro dichiarata incostituzionale dalla corte. Ricordiamo i 130 deputati del Pd dichiarati incostituzionali dalla sentenza della Corte di un anno e mezzo fa. Lo fanno grazie ai voti di fiducia, che hanno imposto la cancellazione di tutti gli emendamenti, insomma una violenza continua al Parlamento e alle regole del gioco della democrazia. Per questo noi non parteciperemo a questa giornata che consideriamo infausta e lasciamo al Partito democratico tutte le sue contraddizione, di chi è a favore, di chi è contro, di chi si astiene, di chi partecipa, di chi non partecipa”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DISSIDENTI DEM TRA NO E ASTENSIONE… M5S, FORZA ITALIA E SEL ORIENTATI A USCIRE
La strada è spianata, l’Italicum diventerà legge questa sera. 
Matteo Renzi ha dormito sonni tranquilli, anche l’ultimo pallottoliere riserverà pochi brividi sui numeri.
Le uniche incognite sono legate a quanti deputati della minoranza pd si spingeranno fino al voto contrario (sulla carta sarebbero tra 80 e 90, ma solo 38 hanno negato la fiducia nei giorni scorsi) e quale atteggiamento terranno le opposizioni.
Chiederanno o meno il voto segreto? Usciranno o no dall’aula?
I gruppi di Fi, Lega, M5s e Sel si riuniranno questa mattina per decidere appunto la strategia da seguire, per cercare di mettere quanto meno in difficoltà il governo nell’atto finale.
Ma sono poco più di duecento deputati e ognuno la pensa in maniera difforme dall’altro. L’ipotesi più probabile, raccontavano ieri sera dai vertici del gruppo forzista, il più consistente coi suoi 70 componenti, è che venga confermata la richiesta del voto segreto, accompagnata però dall’abbandono dell’aula in serata quando si voterà la legge.
Lo scopo è mettere a nudo le contraddizioni interne al Pd: consentire alla minoranza di prendere le distanze nel segreto dell’urna, nella speranza di veder lievitare i 38 dissidenti dem fino a 50 o addirittura 60.
Ma l’auspicio di Brunetta e altri di costringere Renzi ad approvarsi l’Italicum con una maggioranza che non raggiunga la soglia minima di 316 (la metà più uno dell’aula) è un miraggio.
Intanto, perchè non è detto che quei 38 che non hanno votato la fiducia si spingano tutti fino al voto contrario contro. E poi, perchè i numeri dicono altro: nella votazione da prendere come riferimento, anche perchè la più partecipata, quella della prima fiducia di mercoledì scorso sull’articolo 1 dell’Italicum, sui 393 su cui può contare la maggioranza (comprensiva di Ncd), a votare sì sono stati in 352, i 38 dissidenti pd hanno preferito uscire dall’aula. I no sono stati 207 e un astenuto.
Probabile che lo schema si ripeta. Anche la minoranza pd questa mattinata si riunirà per decidere che fare e allora — è la stima — altri dieci o venti di loro potrebbero decidere di non votare (o votare contro).
In quel caso i favorevoli scenderebbero a 340, magari 330. Ma è giusto un’ipotesi. Anche perchè Pier Luigi Bersani ha rimandato a stamattina appunto la scelta definitiva. Così anche Rosy Bindi, Guglielmo Epifani.
Lo stesso Gianni Cuperlo, ieri alla Festa dell’Unità di Bologna si è limitato a escludere il suo voto favorevole, non altro: «Ma tutto avverrà alla luce del sole, nessun agguato», promette.
Stefano Fassina invece voterà contro e a sorpresa anche Enrico Letta.
Intervistato dall’Annunziato a “In 1/2ora”, l’ex premier sostiene che l’Italicum è «parente stretto del Porcellum » e lui voterà no, «perchè non condivido il metodo, il percorso e i contenuti: nel 2015 criticammo duramente Berlusconi per come si arrivò al Porcellum a colpi di maggioranzae oggi è stato fatto lo stesso».
Un altro duro oppositore interno come Alfredo D’Attorre prevede che «l’orientamento prevalente » tra chi non ha votato come lui la fiducia è quello di «votare contro il provvedimento ».
Ma l’area riformista è composta anche da Dario Ginefra che invece vota a favore nella speranza, dice, che poi il governo accetti di rivedere la riforma costituzionale al Senato.
Silvio Berlusconi, interessato poco o nulla all’Italicum, intenzionato però al referendum abrogativo, dà già per scontato il sistema che porterà al ballottaggio tra le prime due liste.
Tanto che in una telefonata ai militanti di Taranto conferma il desiderio di lanciare i repubblicani in stile Usa: «Votare questo o quel partitino è una cosa di una stupidità inarrivabile, dobbiamo contrapporre una grande destra moderata a una sinistra che ha saputo raccogliersi dentro il Partito democratico ».
La grande incognita resta la Lega di Salvini per nulla attratta dal listone unico, perchè senza quella sarà assai difficile raggiungere il ballottaggio e sfidare i dem di Renzi.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile
LA REGIA DI BRUNETTA E DEI BERSANIANI PREPARA LA SORPRESA PER IL VOTO FINALE SULL’ITALICUM DI LUNEDI: OPPOSIZIONI FUORI, MINORANZA DEM DENTRO
La scena dovrebbe essere questa. 
Nella notte di lunedì (prossimo) seduti in Aula ci sono solo i deputati della maggioranza. Mentre tutte le opposizioni, fuori, urlano contro la “prepotenza e l’arroganza di Renzi”.
E dall’Aventino si appellano a Mattarella perchè “mai si è visto sulla legge elettorale una tale forzatura del governo”.
Dentro, nel voto segreto, compito della minoranza Pd è quello di “allargare” il numero dei contrari al provvedimento, oltre i 38 irriducibili.
Morale della scena: rendere plastica una situazione e un clima “senza precedenti”. Perchè senza precedenti è quello che è successo.
Ecco, è per proiettare questo film che i registi hanno cominciato a sentirsi in queste ore, dove i registi sono i capigruppo di Forza Italia Brunetta, quello di Sel Arturo Scotto, quello dei Cinque Stelle Toninelli e quello della Lega Fedriga.
Nel ruolo di regia della regia, i bersaniani duri, all’interno dei quali il mago dei numeri è unanimemente considerato Nico Stumpo.
L’ipotesi che le opposizioni facciano l’Aventino sul voto finale, mentre la minoranza resti in Aula a votare contro è assai concreta.
Anticipata già nella terza chiama sulla fiducia. In Aula, tra le opposizioni, ci sono solo i parlamentari di Fratelli d’Italia. il resto è fuori.
Una mossa, l’Aventino sul voto finale, che deriva da un moto di rabbia, dopo lo smacco di questi giorni, ma anche da un calcolo razionale.
Per capire il calcolo bisogna riprendere in mano il pallottoliere di quando sono state votate le pregiudiziali di costituzionalità . È lì che si capiscono molte cose.
Nel voto palese la maggioranza prende 360 voti, nel voto segreto 389. Significa che, nel voto segreto, Renzi può contare su un “soccorso”.
Anzi su un doppio soccorso: quello azzurro di Denis Verdini, che alla Camera conta 17 parlamentari, e quello di una pattuglia di Cinque Stelle.
È questa la sensazione di parecchi nel Pd: “A Grillo questa legge va bene, infatti ha fatto finta di fare opposizione. Ma quando gli ricapita una legge in cui ha il ballottaggio, dove può arrivare, e le liste bloccate?”.
Dunque, nel voto finale può accadere ciò che si è già verificato nelle pregiudiziali.
Nel voto palese di fiducia il governo si è attestato attorno a quota 350. Nel voto segreto rischia di salire.
E non ci vuole molta fantasia a immaginare i tweet di Renzi. Il combinato disposto di Aventino e voto contrario di un pezzo di Pd assume invece, secondo i ben informati, potrebbe far scendere la maggioranza sotto quota 350.
E soprattutto assume il significato di una dichiarazione di guerra, da parte della minoranza del Pd che sta gestendo l’operazione: “Ormai — dice un bersaniano di ferro — pure Bersani ha dismesso ogni prudenza. Quella dichiarazione in cui dice che la natura di Renzi non è una bella natura significa che si è passati dal conflitto politico all’odio antropologico”. Ed è solo l’inizio.
Unità di intenti sulle strategie d’Aula che potrebbe tramutarsi poi in un atto concreto fuori: promuovere una raccolta firme per dar vita a un referendum abrogativo sull’Italicum.
A lanciare per primi la proposta sono stati i grillini ma il fronte è destinato ad allargarsi, arricchendosi anche della presenza di Forza Italia e Sel.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile
RAZZI: “COS’E’? ME NE FREGO”…. ROTONDI: “SONO IGNORANTE”
La scena è questa: la giornalista Monica Raucci per La Gabbia (La7) interpella molti parlamnetari sulle differenze tra Triton, Mare Nostrum e regolamento di Dublino.
L’inviata intervista diversi esponenti politici proprio davanti a Montecitorio per sondare le loro conoscenze in merito.
Il bilancio è disastroso.
Tra i tanti, spicca il senatore di Forza Italia, Antonio Razzi, che cerca di dribblare la domanda, parlando in tedesco maccheronico.
Poi ammette: “Triton? Uascistass? E’ una parola difficile che a me non me ne può fregare, perchè non lo so“.
Altri politici rispondono di aver fretta perchè “si deve votare”, altri ancora confessano di non saperne nulla o di non ricordare.
E questi sarebbero coloro che dovrebbero risolvere il prolema dell’arrivo dei profughi nel nostro Paese, coniugando diritti e doveri.
Senza sapere neppure di cosa si tratta.
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