Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile
LA SITUAZIONE E’ GRAVE MA NON E’ SERIA
Ci scrivono molti elettori Pd, soprattutto renziani pentiti: “Perchè nessuno dice e fa niente?”,
“L’avesse fatto Berlusconi, saremmo tutti sotto la Camera e il Quirinale”. C’è la stanchezza che pervade molti alla sola idea di tornare a mobilitarsi, dopo l’illusione che, uscito B. da Palazzo Chigi, tornasse ipso facto la democrazia.
C’è l’incredibile servilismo di stampa e tv, mai così compatte nell’occultare le vergogne del nuovo Capo.
C’è l’impresentabilità degli avversari di Renzi, sua unica vera assicurazione sulla vita: se a contrastare l’Italicum sono la minoranza Pd e FI che l’avevano votato due volte, il bulletto può campare cent’anni.
C’è il silenzio indecente di Mattarella, Grasso e Boldrini alle esequie della democrazia parlamentare.
E c’è il nanismo dei protagonisti di governo e di opposizione: ogni loro parola, anche la più impegnativa e altisonante, diventa subito barzelletta.
Chi può allarmarsi se uno sfigato grida al fascismo?
Chi può credere che Renzi sia come Mussolini?
Sull’Italicum sta facendola stessa cosa del Duce sulla legge Acerbo, ma il pericolo — pure grave — non lo prende sul serio nessuno. E in questa tragicommedia flaianesca (“la situazione è grave ma non seria”), conta anche il linguaggio.
Che, come la storia, è sempre appannaggio dei vincitori.
Prendiamo il verbale datato 22 aprile dei deputati questori inviato alla Boldrini per processare alcuni protagonisti degli scontri alla Camera sul Jobs Act e sulla riforma del Senato.
Una prosa di rara comicità .
Il 24-11-2014 i 5Stelle beccano un pianista forzista, Di Stefano, che vota più volte al posto del collega Gallo. Confessano entrambi, ma promettono di non farlo più.
I questori propongono “una lettera di forte censura” e “auspicano che i gruppi si facciano parte attiva nel contrastare tale fenomeno”, cioè che il cappone si lanci nella padella per il cenone di Natale.
Tarallucci e vino.
L’11-1-2015 inizia la seduta-fiume sulla riforma costituzionale.
Ore 22.35: Grimaldi e Giorgetti (Lega) danno dello “zerbino” a Pizzolante (Ap-Ncd), che risponde: “Speculazioni di bassa Lega”. Battutona. Leghista Molteni: “Coglione”. Rissa leghisti-centristi, anzi “contatto” — scrivono pudichi i questori — seguìto da “scambio di apostrofi”.
Ecco, si son tirati addosso segni di interpunzione e caratteri tipografici: punteggiatura. Ore 23.10: si entra nell’alta strategia militare.
Un manipolo M5S “scende nell’emiciclo in protesta verso la Presidenza. Un cordone di assistenti parlamentari postisi dinanzi ai banchi del governo impediva ai deputati di sopravanzare, ostacolando il tentativo del Vacca di raggiungere la Presidenza aggirando lo schieramento degli assistenti”.
“La Presidente (Boldrini) esclamava: ‘Ritornate ai vostri posti!’… Fischi e ‘Serva! Serva! Serva!’”. Tre volte, non una di meno, non una di più.
I 51 reprobi, individuati dalla prova tv come scanditori del triplice sanguinoso epiteto, saranno processati. Incluso il M5S Sibilia che “si poneva alle spalle della Presidente di turno Sereni e mimava gesti gravemente irriguardosi (incapacità di intendere, ripetutamente, e gesto delle manette)”.
E che dire del “lancio di fogli di carta all’indirizzo della Presidenza”?
Non c’è più religione, signora mia. Il 13-2-2015, ore 0.05, si rischia il golpe alla Tejero. “Dai banchi del gruppo M5S si scandiva ‘Onestà ! Onestà !’”, due volte. Il presidente di turno Giachetti prontamente “espelleva Ruocco, Bonafede e Di Battista (M5S)”.
La Ruocco, uscendo, “sarebbe stata oggetto di gravi offese da parte del deputato Sanna (Pd) che le avrebbe ‘dato più e più volte della donna di strada’ — per non dire altre parole”. Ma Sanna, interrogato, ha “contestualizzato l’episodio: ha utilizzato una locuzione mutuata da un’espressione gergale sarda (‘Zacc’a strada’) che può essere resa in lingua italiana come un invito ad allontanarsi (‘Ti invito ad allontanarti in gran fretta’).
Tale locuzione non assume una connotazione offensiva o sessista”. Ignara delle locuzioni, la Ruocco ha sentito “zoccola”, mentre il Lord Brummel di Iglesias stava solo suggerendole di uscire, cosa che lei peraltro già stava facendo.
Assolto per insufficienza di locuzione.
Intanto però i 5Stelle “continuavano a battere (senza offesa, ndr) ritmicamente sui banchi e a scandire: ‘Onestà ! Onestà !’” e un povero forzista “dichiarava di non riuscire a parlare”. Avessero gridato “Disonestà ! Mazzette! Nipote di Mubarak!” si sarebbe sentito a casa sua, ma la locuzione “Onestà !” suonava davvero offensiva e sessista.
Gran finale, ore 0.30: rissa, pardon “contatto tra i deputati Sel e Pd”. Botte da orbi fra Minnucci (Pd) e Farina (Sel), “caduta della deputata Simoni”, “Airaudo scavalcava alcune file di banchi ponendosi in piedi e inveiva”, espulsione di Mannucci e Airaudo. E intanto i 5Stelle sempre lì a “scandire ritmicamente ‘Onestà ! Onestà !’”.
“Ore 2.50, la Presidente Boldrini, dopo averli invitati a desistere dal predetto comportamento, provvedeva all’espulsione” per onestà reiterata, recidiva e anche molesta.
Ora sono convocati in 67 (quasi tutti M5S, più qualche Sel e un paio di Pd) per discolparsi: “turbativa della libertà di discussione”, “comportamenti ingiuriosi”, soprattutto “contatti”.
Nessun profilo disciplinare invece per l’“aggressione fisica e verbale che avrebbe subìto Marisa Nicchi (Sel) in sala fumatori da Lavagno (Pd)”.
Lei sostiene che lui l’ha menata. Ma lui si dice “frainteso” e “mal interpretato”: voleva solo “richiamarla verbalmente per essersi rivolta in modo poco gentile a una collega”. Così “l’ha toccata su un braccio”, ma solo verbalmente. I questori se la bevono d’un fiato: “l’episodio si colloca nel contesto di scambi fra deputati connotati da una certa tensione in considerazione del clima generale” attizzato da quei cori criminogeni “Onestà ! Onestà !”.
Caso archiviato per sufficienza del contesto.
Se Pd e Sel si prendono a cazzotti, è colpa dei 5Stelle.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
BAGARRE ALLA CAMERE TRA CRISANTEMI, URLA DI “COGLIONE”, “FASCISTI” E “VAI A FARE IN CULO”…RENZI: “MI MANDINO A CASA SE VOGLIONO”
Le opposizioni sono esplose in un moto di protesta quando il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi ha annunciato che il governo avrebbe posto a questione di fiducia sull’Italicum.
“Ci prendiamo la nostra responsabilità — ha replicato il presidente del Consiglio con un paio di tweet — La Camera ha tutto il diritto di mandarmi a casa, se vuole”.
In precedenza l’Italicum aveva superato i primi ostacoli, ma al governo non è bastato. Non è bastato a Renzi.
Ha voluto evitare rischi e ha voluto fare presto. Aveva promesso di chiudere la partita senza ferite entro le elezioni regionali, piccolo crinale della storia sia del Pd con il nuovo dna renziano sia del governo stesso.
Così l’esecutivo ha impiegato pochi minuti per riunirsi e dare il via libera a quello che sembrava “l’eventuale impiego” della fiducia.
Anzichè eventuale, è stato effettivo: la Boschi, appena uscita dalla riunione, si è presentata nell’Aula di Montecitorio e ha chiesto di porre la fiducia.
Fin lì l’Italicum aveva superato tutte le prime prove, alcune delle quali con il voto segreto: 4 pregiudiziali di costituzionalità , tre questioni di merito, la questione sospensiva. Tutti aspetti tecnici che però avevano mostrato una certa solidità della maggioranza.
La decisione del governo ha scatenato le proteste delle opposizioni, come prevedibile.
Dai banchi del M5s qualcuno ha urlato “Fascisti!“.
Maurizio Bianconi, fittiano di Fi, da sempre contrario al Patto del Nazareno, ha gridato “Vergogna” ed è stato richiamato all’ordine dalla presidente Laura Boldrini che ha fatto non poca fatica a mantenere l’ordine.
Alcuni deputati di Sel hanno lanciato crisantemi in Aula: “E’ il funerale della democrazia“, ha spiegato il capogruppo Arturo Scotto.
“Non consentiremo il fascismo renziano — ha aggiunto, gridando, il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta — faremo di tutto per impedirlo, dentro e fuori questa Aula. Non consentiremo che questa Aula sia ridotta a un bivacco di manipoli renziani”.
“La gente — ha aggiunto il capogruppo Massimiliano Fedriga (Lega Nord) — si sta svegliando e ha capito che siete un bluff”.
Ma il dibattito è presto degenerato.
Si è arrivati presto all’insulto e la miccia è stato l’intervento di Ettore Rosato, vicecapogruppo vicario del Pd (il più alto in grado dopo le dimissioni di Roberto Speranza).
“Vergogna, vergogna!”. “Elezioni, elezioni!” hanno urlato i Cinque Stelle.
Di nuovo alla Boldrini c’è voluto del bello e del buono per riportare la calma: “Questa è un’Aula parlamentare bisogna lasciar parlare. E’ questione di rispetto”.
I deputati dei Cinque Stelle hanno distribuito insulti prima a lui (“coglione”, “vai a fare in culo”) poi alla presidente della Camera Laura Boldrini: “Collusa!” ha urlato Diego De Lorenzis.
“Lei — ha replicato la Boldrini — non può esprimersi in questi termini sulla presidenza. Ne dovrà rispondere”.
Parole che scatenano proteste cui Boldrini replica: “Contrastate le spiegazioni con gli insulti. Insultate, insultate pure. Complimenti…”.
La presidente della Camera aveva appena finito di spiegare come la questione di fiducia possa essere posta anche sulla legge elettorale (al contrario della vulgata).
La presidente della Camera ha citato l’articolo 116 comma 4 del regolamento dell’assemblea di Montecitorio che esplicita i casi in cui non si può porre la fiducia (e la legge elettorale non è tra questi).
Per contro il M5s cita una violazione dell’articolo 72 della Costituzione sulla formazione delle leggi. Ma la Boldrini ha citato una serie di precedenti, spiegando che “ci vorrebbe una esplicita modifica del regolamento della Camera, senza il quale la esclusione della possibilità di porre la fiducia sarebbe arbitrario”, ha concluso la presidente.
In questo modo passa in secondo piano, almeno per il momento, la lotta interna al Pd e l’atteggiamento che terrà la minoranza del partito.
Barbara Pollastrini parla della fiducia come di “strappo incomprensibile”.
Pippo Civati ha invece annunciato che voterà no alla fiducia e ha votato contro il governo quando si è trattato di pronunciarsi sulle pregiudiziali di costituzionalità .
Per il resto silenzio di tomba.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 15th, 2015 Riccardo Fucile
POSSIBILI CONVERGENZE FORZA ITALIA-MINORANZA PD SUL PREMIO DI LISTA
Un sistema che preveda, al posto dei capilista bloccati e delle preferenze per gli altri in lista come
scritto nell’ultima versione dell’Italicum, un 25% di listino bloccato e un 75% di preferenze per tutti i partiti.
E, in più, la possibilità di apparentamenti di liste tra il primo turno e l’eventuale secondo turno (il ballottaggio previsto dall’Italicum scatta soltanto se la prima lista non supera il 40%).
A queste due modifiche all’Italicum renziano, o almeno alla prima di esse, la minoranza del Pd ha appeso quella che appare in queste ore la battaglia delle battaglie politiche.
Il ragionamento – ripetuto in più occasioni da autorevoli esponenti della minoranza a cominciare dall’ex leader Pier Luigi Bersani – è che con il sistema dei capilista bloccati le preferenze varrebbero solo per il primo partito (al momento appunto il Pd) mentre i partiti minori, che naturalmente eleggeranno meno deputati, avranno una rappresentanza fatta quasi completamente di eletti scelti dalle segreterie dei partiti e non dai cittadini.
A parte la maliziosa osservazione fatta la scorsa settimana dalla ministra per le Riforme Maria Elena Boschi che anche se ci fossero solo preferenze i candidati verrebbero comunque scelti dalle segreterie dei partiti, il ragionamento ha la pecca di non considerare che in presenza della possibilità di candidature multiple (elemento chiesto dal Nuovo centrodestra) il numero degli eletti con le preferenze sarà di una certa consistenza anche per i partiti minori.
Per il semplice fatto che il plurieletto, dovendo scegliere un solo collegio, lascerebbe gli altri ai candidati del suo partito che avranno preso più preferenze.
Ma hanno le loro ragioni Bersani e gli altri esponenti della minoranza a far notare che la maggiore presenza di “nominati” va a cadere proprio su quei partiti (al momento il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega) che in diversa misura non hanno un meccanismo democratico di selezione delle candidature e della leadership.
Se a questo si somma il fatto che la riforma costituzionale prevede l’abolizione del Senato elettivo, per la minoranza si corre il rischio di avere un Parlamento fatto in gran parte da “nominati” (da qui,anche, la richiesta collaterale di cambiare il Ddl Boschi ora all’esame del Senato).
Tuttavia il sistema alternativo proposto non prevede le preferenze per tutti bensì il meccanismo del listino bloccato per il 25% e delle preferenze per il restante 75%.
Facile controbattere che sempre di “nominati” si tratta, anche se complessivamente in misura minore.
L’altra questione, quella degli apparentamenti tra liste, ha a che fare con una concezione diversa del partito.
Per la maggioranza renziana l’Italicum ha il pregio di esaltare la vocazione maggioritaria del Pd e di evitare di sottostare ai ricatti dei “cespugli”, per la minoranza va invece salvaguardata la possibilità di coinvolgere nella responsabilità di governo le formazioni a sinistra del Pd.
Ora il punto è capire su quali di queste modifiche potrebbe coalizzarsi nel segreto dell’urna una maggioranza trasversale in grado di ribaltare l’Italicum e mettere in seria difficoltà il governo.
Sul primo punto, quello della lotta contro i capilista, a ben vedere l’interesse è solo della minoranza del Pd, che con i listini bloccati potrebbe contrattare una quota fissa di suoi eletti (niente di scandaloso: è accaduto a parti invertite alle scorse elezioni).
I capilista bloccati sono stati imposti a suo tempo da Silvio Berlusconi e sono graditi anche ai centristi della maggioranza.
Bisogna poi tener conto che dal 2006, da quando cioè si è votato con il Porcellum, i parlamentari non sono più abituati a fare campagna elettorale. E per di più la campagna elettorale con le preferenze è molto costosa.
Diverso è il discorso sugli apparentamenti o sulla reintroduzione del premio alla coalizione invece che alla lista (su questo Fi ha già preannunciato emendamenti): è evidente che il premio alla lista e il divieto di apparentamenti favorisce il Pd e sfavorisce il centrodestra, che su questo punto potrebbe sommare i suoi voti a quelli della folta pattuglia della minoranza del Pd.
Vero è che il premio alla lista favorisce di contro il Movimento 5 Stelle, che non ha alleati, ma l’atteggiamento oppositivo e ostruzionistico dei grillini lascia intendere che saranno pochi tra loro a fare “giochini” nel segreto dell’urna.
Anche in base a queste considerazioni nelle prossime ore Matteo Renzi e i suoi prenderanno la decisione più politica di tutte: se mettere o no la fiducia sull’Italicum.
Perchè con la fiducia, va ricordato, decadono tutti gli emendamenti.
Emilia Patta
(da “il Sole24ore”)
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Marzo 11th, 2015 Riccardo Fucile
UN PARLAMENTO DI PAVIDI E RICATTATI APPROVA LA LEGGE TRUFFA
La scena penosa di centinaia di deputati che approvano per viltà la controriforma costituzionale Boschi-Verdini pur giudicandola sbagliata e pericolosa resterà a lungo negli annali delle vergogne parlamentari.
Per trovare l’ultimo precedente (di una lunga serie) bisogna risalire al 5 aprile 2011, quando la Camera approvò la mozione Paniz su Ruby nipote di Mubarak.
Ma allora la maggioranza era di centrodestra e il suo voto ebbe l’unica conseguenza di coprire vieppiù di ridicolo l’Italia.
Questa volta invece il Pd e il Ncd mette la seconda pietra tombale (su quattro) sulla Costituzione, fino a stravolgerne — dice Rodotà — la forma repubblicana.
E lo fa sotto il ricatto di un premier mai eletto, su un progetto costituzionale mai sottoposto agli elettori, ma nato nelle segrete stanze del Nazareno in base a un misterioso patto privato con un pregiudicato.
Il quale s’è poi sfilato in extremis, lasciandolo votare da due soli partiti, che alle ultime elezioni non superarono il 30% dei voti e oggi, nei sondaggi, rappresentano meno del 40%.
Ma sono padroni della Camera grazie a un premio di maggioranza dichiarato illegittimo dalla Consulta.
Eppure nemmeno quei numeri estrogenati sarebbero bastati a far passare la schiforma, se il premier non avesse minacciato i deputati esplicitamente di tornare a votare e implicitamente di escludere i dissenzienti dalle liste, per imporre una riforma di squisita competenza parlamentare: quella che cambia la Costituzione per ingigantire i poteri del governo a scapito di tutti gli organi di controllo.
Cioè Parlamento, Consulta, Quirinale, magistratura, informazione e cittadinanza attiva.
Renzi, bontà sua, annuncia il referendum: come una gentile concessione e non un obbligo costituzionale.
I pigolii e i balbettii della cosiddetta minoranza Pd, buona a nulla ma capace di tutto, aggiungono un tocco di surrealismo alla tragicommedia.
L’impavido Bersani: “Se non ci saranno modifiche nè alla legge elettorale, nè al ddl costituzionale, d’ora in poi non voterò più a favore, perchè nel caso del referendum vorrò stare dalla parte dei cittadini. Non c’è più il Nazareno: il paradosso è che dobbiamo rispettare un Patto che non c’è più”.
I temibili Bindi, Cuperlo e D’Attorre: “Questo è il nostro ultimo atto di responsabilità ”.
L’avevano detto tante altre volte.
Ma la loro ultima volta è sempre la penultima.
La loro responsabilità , trattandosi della Costituzione e non di un regolamento condominiale, è un ossimoro.
E i loro ultimatum (“se il governo rifiutasse di riaprire il confronto sulle ipotesi di miglioramento avanzate da più parti, ciascuno si assumerà le proprie responsabilità : ci riserviamo fin d’ora la nostra autonomia di giudizio e azione”) sono penultimatum. L’opposizione è rinviata a data da destinarsi.
Del resto, se davvero pensano — come scrivono — che “col ddl Boschi siamo davanti a uno slittamento del potere legislativo dal Parlamento all’esecutivo… in assenza di contrappesi necessari e con una spinta verso un presidenzialismo di fatto che non ha corrispettivi nel resto d’Europa”, perchè mai hanno votato sì?
Anzichè far pesare il loro voto senza vincolo di mandato, tradiscono la Costituzione e i loro elettori, poi brandiscono pistole a salve e fuciletti a tappo: le “modifiche alla riforma costituzionale” che fingono di invocare e che la Boschi finge di assecondare (“è giusto anche approfondire ulteriori elementi, avremo occasioni nelle riunioni del partito per confrontarci”) sono parole vuote: dalla terza lettura non ci sarà quasi più spazio per gli emendamenti, si voterà sì o no in blocco.
L’ultima chance di fermare la deriva autoritaria era quella di ieri, e se la sono fumata come tutte le altre.
Hanno fatto mille distinguo, hanno espresso terribili sofferenze, hanno fatto le faccette malmostose, hanno avvertito “tenetemi, sennò faccio un macello”, qualcuno ha votato su un piede solo, e alla fine sono scattati sull’attenti, come sempre, davanti al nuovo padrone d’Italia.
Sono come il ragionier Ugo Fantozzi che, pestato a sangue da una gang di teppisti che gli sventrano pure la Bianchina, fra un ceffone e una testata, esala: “Badi, signore, che se osa ancora alzare la voce con me…”. Poi perde i sensi.
Ps. Danilo Toninelli dei 5Stelle ha letto in aula il discorso di un deputato datato 20 ottobre 2005: “Oggi voi del governo della maggioranza vi state facendo la vostra Costituzione, avete escluso di discutere con l’opposizione, siete andati avanti solo per non far cadere il governo, ma le istituzioni sono di tutti, della maggioranza e dell’opposizione”.
Quel deputato era Sergio Mattarella.
Ci è rimasto soltanto lui, volendo.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
BASTERA’ IL 40% DEI VOTI PER AVER IL 54% DEI SEGGI… ALL’EVENTUALE BALLOTTAGGIO PUO’ VINCERE ANCHE UNA LISTA CHE RAPPRESENTI UNA MINORANZA ESIGUA
L’aspetto più controverso della nuova legge elettorale in discussione non è quello dei capilista «bloccati»
e delle preferenze, bensì il meccanismo di attribuzione del «premio». Al primo turno basterà il 40 per cento, il che vuol dire che il 54 per cento dei seggi potrà andare a un solo partito non scelto e magari fieramente avversato dal 60 per cento dei votanti.
All’eventuale secondo turno vincerà chi otterrà più voti, perchè le liste in competizione saranno solo le due più votate, in qualunque misura, al primo turno.
Ma la competizione sarà falsata dal fatto che tutte le altre liste saranno escluse dal voto; e quindi gli elettori che le hanno scelte al primo turno non potranno esprimere più un voto di lista «libero».
La maggioranza assoluta dei seggi potrà andare a una lista che gode della fiducia di una anche ridotta minoranza degli elettori (ad esempio il 25 o il 30 per cento), essendo al secondo turno precluso ogni apparentamento e «vietato» esprimere una scelta diversa da quelle che (magari per pochi voti) sono risultate prima e seconda al primo turno.
Inoltre, è possibile che al secondo turno non votino, perchè non si sentono rappresentati dalle due liste in campo, molti elettori che pure si erano espressi al primo turno, e che quindi la maggioranza assoluta dei seggi venga attribuita ad una lista che nè al primo, nè al secondo turno abbia ottenuto la fiducia della maggioranza di coloro che hanno partecipato al voto.
Il premio, insomma, sarebbe assegnato anche se la vittoria nel secondo turno (che non richiede alcun quorum di partecipazione) fosse frutto del voto espresso da una parte ridotta dell’elettorato non astensionista, e quindi di una «non maggioranza».
Si dice: ma questa è la logica del «ballottaggio».
In realtà è equivoco persino parlare di ballottaggio.
Questo, classicamente, è un sistema adottato per eleggere una singola persona (come ad esempio il sindaco, o come il deputato – unico – di un singolo collegio nei sistemi uninominali).
Poichè uno solo è il seggio da coprire, alla fine il ballottaggio è necessario per eleggere chi fra i contendenti gode del maggiore favore dell’elettorato.
Ma qui si tratta di eleggere un’assemblea, non una carica monocratica: un’assemblea che dovrebbe riflettere e rappresentare i diversi orientamenti dell’elettorato.
Per questo servono i partiti, che elaborano e avanzano le diverse proposte (collettive). Non è detto (e non è così oggi in Italia) che i partiti, e perfino gli orientamenti politici di fondo, siano solo due: dunque rappresentare l’elettorato non può voler dire attribuire senz’altro la maggioranza dell’assemblea ad uno solo di essi, anche minoritario, così che questo possa impadronirsi del governo.
Per di più non è detto che l’alternativa secca proposta al secondo turno fra le due liste più votate esprima davvero la più significativa ed esauriente contrapposizione fra le forze che rappresentano gli orientamenti fondamentali dell’elettorato, come per esempio centrodestra e centrosinistra.
Potrebbe accadere che gli elettori si trovino un giorno a poter scegliere solo fra il Pd e una formazione di tipo estremistico come l’attuale Lega, oppure solo fra il Pd e il Movimento 5 Stelle, oppure addirittura fra un centrodestra «estremizzato» e il Movimento 5 Stelle.
Non vale invocare l’obiettivo della cosiddetta governabilità .
In regime parlamentare, il governo è espressione della maggioranza delle Camere, non necessariamente formata da un unico partito (anche la vecchia Dc quasi mai governò da sola, per fortuna) e nemmeno necessariamente da un unico schieramento (di qui anche la possibilità delle «grandi coalizioni»).
Le maggioranze possono nascere in Parlamento, sulla base delle convergenze e anche dei compromessi che si realizzano sui programmi.
Non si può, in nome di un’esigenza di governabilità , disattendere e tradire la fondamentale esigenza di rappresentatività del Parlamento (è questo anche il senso della sentenza della Corte costituzionale che ha censurato la legge elettorale del 2005), pretendendo che in esso debba necessariamente dominare uno e un solo partito, anche se non esprime la maggioranza del Paese.
Il Parlamento è assemblea, cioè voce collettiva della nazione, e non luogo di ratifica di decisioni prese al di fuori, nè semplice tribuna di un dibattito pubblico predeterminato nell’esito.
Per questo servono i partiti, e servono il confronto e anche le convergenze fra di essi.
In realtà , dietro queste scelte sulla legge elettorale, si rivela la tesi (già vittoriosamente contrastata nel referendum del 2006, ma ancora riaffiorante) secondo cui agli elettori deve rimettersi in sostanza solo la scelta dell’unico leader, capo dell’esecutivo, di cui la maggioranza parlamentare è una sorta di appendice (non a caso si parla di «sindaco d’Italia»).
E si rivela l’altro assioma, per cui il sistema politico dovrebbe articolarsi fondamentalmente solo in due partiti, ciascuno dei quali propone un unico leader.
Il bipartitismo è (quando lo è: oggi non lo è, non solo in Italia) il risultato della storia, non di una ingegneria elettorale.
Valerio Onida
Presidente emerito della Corte costituzionale
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
NEL PD SOLO UNA DECINA DI DEPUTATI NON VOTA
“E’ un giorno difficile, vi chiedo di restare uniti”. L’ordine di votare “no” al ddl Boschi non è bastato, Silvio Berlusconi ha dovuto scrivere ai suoi e implorarli di non abbandonare il partito proprio nel giorno in cui la Cassazione decide se confermare l’assoluzione nel processo Ruby o rinviare all’appello per un nuovo giudizio.
Mentre a Montecitorio sono state approvate in seconda lettura le riforme costituzionali (357 i sì e 125 i no), l’ex Cavaliere ha in mente solo le sue vicende giudiziarie.
Nelle scorse ore i suoi parlamentari si erano spaccati sulla posizione da tenere in Aula, ma oggi, dopo le preghiere del leader, tutti sono tornati sull’attenti.
“Berlusconi”, ha detto la deputata Daniela Santanchè che solo ieri sera si era detta pronta a disobbedire, “ci ha chiesto un gesto di lealtà “.
Intanto però 17 parlamentari, i più vicini all’uomo delle riforme Denis Verdini, hanno firmato un documento in cui esprimono il loro dissenso e in cui ribadiscono di essere tornati sui loro passi solo per “affetto”.
Presenti a Montecitorio erano tutte le opposizioni tranne il Movimento 5 Stelle.
Solo Gianfranco Rotondi ha votato “sì” alle riforme costituzionali tra i deputati di Fi. Non hanno partecipato al voto 3 deputati azzurri (4 se si considera anche Galan) mentre non figurano astensioni e solo 1 deputata azzurra è in missione: Lorena Milanato.
Malumori nella minoranza Pd: otto deputati non hanno partecipato al voto e in tre si sono astenuti (Angelo Capodicasa, Carlo Galli e Guglielmo Vaccaro).
Non hanno votato Francesco Boccia, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Ferdinando Aiello, Paola Bragantini, Massimo Bray, Luca Pastorino, Michele Pelillo.
Altri 7 dem non hanno votato ma avevano comunicato al gruppo l’assenza: Carrozza, Battaglia, Becattini, Casati, Folino, Genovese e Martelli. Nessun deputato Pd ha votato contro il ddl.
“Gli onesti stanno fuori”, ha detto Danilo Toninelli entrato solo per le dichiarazioni di voto. “E’ davvero doloroso per me essere qui oggi ma lo faccio con l’orgoglio di chi ha il compito di testimoniare la contrarietà al tentativo di rovinare la Costituzione imposto con metodi fascisti”.
L’Aula, quella stessa che poche settimane fa era rimasta semivuota davanti ai parlamentari del Pd che votavano gli emendamenti al ddl Boschi da soli, ha dato il via libera al provvedimento in seconda lettura.
Il testo dovrà poi tornare per le ultime letture al Senato e alla Camera. Infine ci sarà il referendum confermativo, così come previsto da Renzi.
A firmare il documento dei dissidenti di Forza Italia sono tra gli altri Massimo Parisi, Luca D’Alessandro, Daniela Santanchè, Laura Ravetto, Monica Faenzi, Ignazio Abrigani, Luca Squeri, Basilio Catanoso, Antonio Marotta, Giovanni Mottola, Giuseppe Romele, Marco Martinelli, Carlo Sarro, Gregorio Fontana, Giorgio Lainati, Gianfranco Rotondi e Paolo Russo.
E’ lontano insomma il tempo del patto del Nazareno, quando il soccorso azzurro sempre compatto si schierava a fianco di Matteo Renzi.
Dopo la rottura per il mancato accordo sull’elezione del presidente della Repubblica, Berlusconi impone ai suoi di stare all’opposizione, ma il partito accetta a fatica.
In prima linea per il no, c’era il capogruppo di Fi Renato Brunetta: “Lei, signor presidente del Consiglio che non c’è”, ha detto, “ha tradito la nostra fiducia, per il potere. Questa riforma si è trasformata in un fantasma che si aggira nella nostra democrazia, una democrazia trasformata in una democratura”.
Gli ha risposto poco dopo il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Non capiamo il passo indietro di Forza Italia, ma l’Italia non può più aspettare”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
DOMANI IL VOTO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE, MARGINE DI 60 VOTI… COME AL SOLITO LA MINORANZA PD NON AVRA’ IL CORAGGIO DI ROMPERE E VERDINI FARA’ DA RUOTA DI SCORTA
“Fuori torna a splendere il sole. Ma uscire di casa e mettersi in cammino dipende solo da noi”. Prende in prestito il meteo, Matteo Renzi per lanciare un avvertimento a tutti, a Berlusconi, ma soprattutto al Pd.
Formula prescelta, la E-news. La settimana si preannuncia complicata: domani l’Aula della Camera deve dare il voto finale alla riforma costituzionale.
Una votazione posticipata, date le tensioni che ne hanno accompagnato il passaggio a Montecitorio, con le opposizioni fuori dall’Aula, e la maggioranza che si votava da sola il cambio della Costituzione.
Ieri Berlusconi ha chiarito la sua posizione.
Stavolta Forza Italia non uscirà , ma dirà no.
A sancire che il Patto del Nazareno è morto e non è possibile resuscitarlo, nonostante i tentativi dei renziani. “Ci avevamo creduto fino in fondo, ma è stato Renzi a tradire”, chiarisce B.
E allora, per l’ex Cavaliere, sedotto e abbandonato, le Regionali sono il momento per far ripartire una coalizione di centrodestra con la Lega.
Perentorio Salvini: “Se FI vota contro, come normale, poi ragioniamo fra opposizioni”.
Succede quello che il premier, stringendo alleanza con l’amico Silvio, voleva evitare: la minoranza Pd diventa determinante.
Non a caso il vicesegretario Guerini si preoccupa di dire a B. che sta facendo “un errore politico”.
Il premier aveva già in programma la E-news di ieri, ma l’ha tarata dopo le parole dell’ex Cavaliere.
Il metodo è il consueto. Renzi parte sottolineando la ripresa del quadro economico per sfidare chiunque a prendersi la responsabilità di non far passare le riforme.
E poi, referendum, l’ultima parola d’ordine tirata fuori una volta chiarito che cambiare la Carta a grande maggioranza (come lo stesso premier aveva sbandierato per mesi) è un miraggio ormai sfumato: “Puntiamo al referendum finale (perchè per noi decidono i cittadini, con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario)”.
Nessuna concessione sull’Italicum. Manca l’ultima lettura alla Camera. E non si cambia. Nonostante le barricate annunciate dalla minoranza dem.
Annunciate, appunto. Bersani, D’Attorre, Gotor & co. stanno dicendo ormai da mesi che la legge elettorale così com’è non la voteranno.
Manterranno la promessa? C’è tempo fino a maggio, quando arriverà nell’Aula di Montecitorio, per capirlo.
Anche il cammino della riforma costituzionale potrebbe essere molto accidentato in Senato, dove senza FI il Pd tutto è determinante.
Se ne parla sempre a maggio. I prossimi passaggi di riforma costituzionale e Italicum a questo punto saranno dopo le Regionali.
Evidentemente una scelta: Renzi spera che i risultati diano un’altra botta a tutti gli oppositori interni e esterni.
Ma in realtà , anche il voto di domani a Montecitorio non è così liscio: la maggioranza può contare su 375 voti (poi ci sono una trentina di deputati iscritti ai vari gruppi misti).
Questo vuol dire che con una sessantina di voti contrari dal Pd la riforma inizierebbe a vacillare. Basterebbero 60 assenti o 60 astenuti visto che servono 316 voti, la maggioranza assoluta dell’Assemblea (non dei presenti).
Nessuno tra i renziani crede davvero che questo accadrà . E poi si spera nel soccorso di qualche parlamentare azzurro, garantito da Verdini.
Le minoranze fanno il punto stasera per capire come comportarsi domani in Aula.
L’idea è quella di trovare una strategia per esprimere dissenso. Senza prendersi la responsabilità di affossare l’iter delle riforme. Perfetto stile di questi mesi.
Intanto, stamattina da segretario ha convocato i gruppi al Nazareno: appuntamento alle 10. Alla riunione precedente, il 27 febbraio non c’era praticamente nessuno. Sarà un altro flop?
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO GATOR SUGLI APPARENTAMENTI AL BALLOTTAGGIO POTREBBE TORNARE DI ATTUALITA’
Chiudere la pratica della legge elettorale è il prossimo obiettivo di Matteo Renzi. «L’Italicum non cambierà di una virgola e alla Camera farà il suo ultimo passaggio. Per carità , davvero tutto è migliorabile. Ma abbiamo già raggiunto un’intesa e poi non voglio ricominciare sempre daccapo».
Sarà questo il terreno di scontro con la minoranza del Pd nelle prossime settimane e il banco di prova per vedere se la rottura con Berlusconi è momentanea o definitiva.
A Montecitorio la maggioranza ha numeri molto ampi anche senza Forza Italia, ma nello stesso ramo del Parlamento si annidano altre trappole per il premier.
Queste trappole hanno nomi e cognomi.
Sono quelli dei dissidenti del Pd, del capogruppo di Fi Renato Brunetta e della presidente della Camera Laura Boldrini.
A Palazzo Chigi sono convinti che la terza carica dello Stato, dopo le dure critiche al Jobs Act, tornerà a essere imparziale.
«Ha usato il ruolo del Parlamento per contestare Matteo. Ci può stare», dicono i renziani. Ma ciò non toglie che l’inedita uscita politica della Boldrini abbia allarmato i vertici del Pd e dell’esecutivo.
Si capisce che la presidente è decisa ad assumere un ruolo più visibile nel confronto quotidiano e c’è un pezzo della sinistra che pensa a lei come possibile contraltare a Renzi. Molto più che a Landini o a Cofferati.
Se la legislatura andrà avanti fino al 2018, Boldrini rimarrà nei ranghi del suo compito istituzionale.
Ma se dovessero esserci prima degli strappi, «se si apre una partita a sinistra», allora potrebbe decidere di esporsi di più.
E l’affondo sui decreti delegati della riforma del lavoro e l’accusa dell’uomo solo al comando potrebbe rivelarsi solo una prova generale di un maggioreimpegno.
I dissidenti del Pd si preparano all’arrivo del testo dell’Italicum a Montecitorio cercando un terreno comune con gli azzurri.
Un terreno impossibile da trovare sulle preferenze.
La scelta dei capolista bloccati resta il cuore del patto del Nazareno, una via obbligata per Berlusconi che punta a confermare i fedelissimi e può usare le liste anche per la battaglia interna, soprattutto contro Raffaele Fitto.
È su questo pilastro della legge che il premier confida di ritrovare un’asse con Arcore.
Ma c’è un altro punto su cui invece la minoranza dem e Forza Italia possono trovare un’intesa.
Già nell’emendamento Gotor, bocciato al Senato, era previsto l’apparentamento al ballottaggio. I due partiti vincenti al primo turno potevano fare alleanze al secondo con altre forze, sul modello della norma che vale per eleggere il sindaco e i consigli comunali. Un modo per resuscitare le coalizioni e attenuare gli effetti del premio alla lista, che sta a cuore a Renzi per affermare un sistema davvero bipolare.
A Palazzo Madama la maggioranza delle riforme si salvò in extremis sull’emendamento Gotor. Quasi trenta senatori Pd uscirono dall’aula e furono determinanti le mosse di Denis Verdini e Paolo Romani per bocciare la proposta di modifica.
Alla Camera il “soccorso azzurro” è molto più a rischio.
Per la presenza di Brunetta, per un buon numero di deputati fittiani e perchè il patto si è rotto.
La maggioranza, con Pd, centristi e Ncd ha lo stesso i numeri per vincere il match, proprio com’è successo per la riforma costituzionale.
Ma i dissidenti dem sono oggi più agguerriti. I licenziamenti collettivi varati nel Jobs Act hanno frantumato un tacito accordo che si era realizzato nel Partito democratico al momento in cui fu votata la legge delega.
Circa quaranta deputati firmarono un documento contro il provvedimento ma alla fine, partendo da Pier Luigi Bersani, votarono sì. Lo fecero anche Guglielmo Epidani e Cesare Damiano, ex Cgil, attirandosi la furia degli ex com- pagni di sindacato.
Ma avevano avuto garanzie, raccontano, che nei decreti sarebbero sparite le norme più controverse e sarebbe stato rispettato l’ordine del giorno della direzione democratica.
Non è andata così, tanto che Stefano Fassina ha detto: «Ha vinto Sacconi».
Questo precedente lascia immaginare che la minoranza, sull’Italicum, non farà sconti, anche perchè non ci sono prove di appello: se la Camera approva il testo del Senato, diventa legge.
Sono 80-90 i deputati Pd pronti a votare contro il governo.
Uniti ai 70 forzisti rischiano di mettere in crisi le certezze di Renzi.
Dopo il Jobs Act, il clima interno è peggiorato. I mediatori della riforma del lavoro (e tra loro lo stesso Damiano) sono adesso accusati di non aver ottenuto il risultato sperato.
E le mediazioni sulla legge elettorale sconteranno il passaggio sul lavoro, i pontieri avranno molto difficoltà a far accettare compromessi.
Per questo oggi ci sono le condizioni per far nascere un nuovo patto del Nazareno.
Che può rallentare l’Italicum, costringerlo a un altro rischioso iter al Senato. Esattamente quello che Renzi vuole evitare.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA MINORANZA PD: “NON SI VOTANO LE RIFORME CON UN’AULA MEZZA VUOTA, OCCORRE DIALOGO NON PROVE DI FORZA”… E IN FORZA ITALIA C’E’ CHI NON CONDIVIDE IL MURO CONTRO MURO
“Deriva autoritaria”, “vedrete i sorci verdi” e “votatevi da soli questo obbrobrio di riforme”.
Le forze dell’opposizione – Fi, M5s, Lega, Sel, FdI ed ex 5 Stelle – annunciano l’abbandono dell’aula mentre la maggioranza è determinata ad andare avanti ad oltranza sul nuovo Senato.
Il Pd però si spacca, come anche Forza Italia.
Di fatto, imploso il patto del Nazareno, le tensioni sulle riforme non fanno altro che portare a galla le divisioni interne alle due forze politiche.
Nella minoranza dem c’è chi appoggia l’Aventino e fa sapere che non parteciperà alle votazioni. E’ il caso di Pippo Civati e Stefano Fassina che si chiamano fuori.
Sul ddl Boschi è ancora scontro a Montecitorio.
Frasi durissime arrivano da Renato Brunetta, capogruppo a Montecitorio di una Forza Italia che al Senato questa riforma l’ha già approvata: “Denunciamo – dice invece oggi – la deriva autoritaria che, nel metodo e nel merito, la riforma costituzionale e la legge elettorale hanno assunto in questa fase della vita politica del Paese. Un colpo mortale alla democrazia parlamentare”.
E poi: “Abbiamo deciso di non partecipare ai lavori dell’aula. Altro che Aventino, vedranno i sorci verdi”.
Ma nel partito non tutti sono d’accordo, e le insoddisfazioni emergono all’istante: in via di costituzione un fronte di deputati a favore del rientro in aula.
Pare, peraltro, che anche alla riunione dei deputati Fi ci sia stata una discussione particolarmente accesa.
Tra i deputati ‘pro confronto’, Saverio Romano, Maria Stella Gelmini, Elena Centemero e Stefania Prestigiacomo.
“Piuttosto che non farle, le votiamo da soli”, replica in un primo momento il capogruppo democratico alla Camera, Roberto Speranza, a pochi minuti dall’assemblea del partito alla quale interviene anche Matteo Renzi, salvo poi ritentare una mediazione dinanzi a un muro contro muro che avrà come effetto d’impatto un emiciclo parzialmente vuoto.
Renzi continua a parlarsi allo specchio: “Qui c’è un derby tra chi vuole cambiare l’Italia e chi vuole rallentare il cambiamento”.
Parole che stoppano sul nascere le richieste di una fetta del partito.
Soltanto poco prima, infatti, era stato il dissidente dem Alfredo D’Attore ad anticipare la linea della minoranza: le riforme non si possono fare a colpi di maggioranza – aveva detto -, sì al dialogo col M5s.
Ecco perchè, durante l’assemblea con Renzi, a ribadire il concetto espresso da D’Attorre è il deputato Gianni Cuperlo che propone di aprire alla richiesta del Movimento 5 Stelle di votare a marzo l’articolo 15 del ddl Boschi, quello sul referendum. “Non possiamo votare le riforme – ha spiegato Cuperlo – con l’aula mezza vuota”.
A riunione conclusa, gli fa eco Fassina: “E’ inaccettabile votare” le riforme “da soli, abbiamo fatto il capolavoro politico di ricompattare tutte le opposizioni”.
Ed è a questo punto che Speranza ci riprova con un appello al M5s collocandosi con le sue dichiarazioni a metà strada tra la posizione del premier e quella della minoranza dem: “Non siamo soddisfatti – sottolinea il capogruppo -, un’aula con i banchi vuoti non è l’aula che vogliamo. Abbiamo i numeri per andare avanti anche da soli, ma penso che sia un errore”. Tra i banchi delle opposizioni è rimasto un deputato per gruppo per non far decadere gli emendamenti delle minoranze.
Le quali, nel frattempo, decidono di rivolgersi pure al capo dello Stato.
L’iniziativa la prende il forzista Brunetta che contatta il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, per sondare la disponibilità di Sergio Mattarella a ricevere una delegazione di deputati ‘scontenti’.
E’ sempre Brunetta a far sapere che, bontà sua, alla fine il presidente della Repubblica ascolterà le opposizioni, gruppo per gruppo, da martedì.
(da “La Repubblica“)
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