Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 2013 LO VOLEVANO GIACHETTI, SEL E M5S, TRE MESI FA LA MINORANZA PD… DI COSA SI TRATTA?
Il Mattarellum è tornato di moda. 
Quando a proporre di ripristinarlo era stato Roberto Giachetti, che per portare avanti alla sua battaglia si era sottoposto a un estenuante sciopero della fame di pannelliana memoria, il Partito Democratico aveva nicchiato votando contro alla Camera.
Unici sostenitori della proposta erano stati i deputati di Sel e del Movimento 5 Stelle. Oggi, invece, è Matteo Renzi a proporre il ritorno al sistema elettorale del 1993.
È una scelta che raccoglie un’eredità importante, con cui Renzi ricolloca il suo progetto di Pd nel solco dell’Ulivo.
A proporre negli ultimi giorni il ritorno al Mattarellum, infatti, era stata Sandra Zampa (deputata e vicepresidente del Pd), storica portavoce di Romano Prodi. E proprio Prodi è stato il primo beneficiario del Mattarellum, con cui è riuscito a battere Berlusconi nel 1996 e portare la sinistra unita al governo per la prima volta.
Bisognerà vedere, adesso, se Movimento 5 Stelle e Sel continueranno a essere favorevoli al ritorno al Mattarellum (o, al posto loro, le diverse formazioni di centrodestra in Parlamento).
Ma intanto, come funziona?
Il Mattarellum, in vigore tra il 1994 e il 2005, è un sistema misto, che alla Camera prevede l’elezione del 75% dei deputati con collegi uninominali (in ogni collegio ogni lista presenta un solo candidato per collegio e vince chi prende più voti) e il 25% con un sistema proporzionale.
La soglia di sbarramento, per la parte proporzionale, è fissata al 4%.
Il voto per la Camera viene espresso attraverso due schede, una per il voto nel collegio uninominale e una per il scegliere tra le liste bloccate che concorrono per il 25% di seggi assegnati su base proporzionale.
A questi due meccanismi si aggiunge poi il cosiddetto scorporo dei voti, cioè un sistema per riequilibrare la distribuzione dei seggi che, per la parte uninominale, tende a svantaggiare i partiti più piccoli.
Lo scorporo consiste nel sottrarre a una lista (nella parte proporzionale) i voti ottenuti dai candidati collegati alla stessa lista e già eletti nella parte uninominale.
In questo modo, almeno nella parte proporzionale del Mattarellum, si dà più ossigeno ai partiti più piccoli, riducendo l’impatto di quelli più grossi già avvantaggiati con il sistema uninominale.
Per quanto riguarda il Senato, anche qui il Mattarellum si divide in un 75% maggioritario e un 25% proporzionale, con una sostanziale differenza per quest’ultimo.
L’assegnazione dei seggi del Senato, a differenza della Camera, avviene su base regionale e con un sistema di ripescaggio dei migliori candidati bocciati alla prova dell’uninominale (anche qui premiando, quindi, i candidati minoritari).
Il Mattarellum 2.0
Va notato che, oltre alla proposta Giachetti (bocciata in Aula nel 2013, ai tempi c’era il governo Letta) e a quella pressochè identica della Zampa, nei mesi scorsi era stata la minoranza del Pd a parlare di un Mattarellum 2.0 come alternativa all’Italicum.
Si sarebbe trattato di riprendere la vecchia legge elettorale arricchendola di un premio di maggioranza di massimo 90 seggi.
L’idea dei bersaniani era di scongiurare con questo premio di maggioranza lo stallo registrato nel 1994, quando Berlusconi non aveva abbastanza voti al Senato e aveva messo in piedi un governo con l’aiuto dei senatori a vita e l’uscita dall’Aula si un gruppo di senatori eletti con la Lista Segni.
Problemi di ieri e di oggi
Il fatto curioso è che nel 1994 il Mattarellum non funzionò come si sperava perchè l’Italia del dopo Mani Pulite si trovava a confrontarsi con uno scenario politico inedito: il bipolarismo aveva ceduto il passo a un accenno di tripolarismo, diviso tra il centrodestra di Berlusconi, la sinistra di Occhetto e il centro di Segni.
Oggi il tripolarismo, come noto, si è addirittura accentuato e, per quanto a destra la situazione sia fluida (per non dire confusa), la sfida non può esaurirsi a uno scontro diretto tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle (con l’Italicum, per dire, ci si sarebbe arrivati solo con il ballottaggio).
Da questo punto di vista la proposta dei bersaniani avrebbe senso per permettere all’Italia di avere un Parlamento in grado di produrre una maggioranza il giorno dopo le elezioni.
Del resto, come aveva rilevato alcuni mesi fa il professor Roberto D’Alimonte in una simulazione basata sui voti delle elezioni politiche del 2013 (quando il centrosinistra era al 29,5, il centrodestra al 29,1 e M5s al 25,5) e sui sondaggi degli ultimi mesi, il Mattarellum preso e applicato oggi rischierebbe di riportarci alla casella da cui siamo partiti tre anni fa: un Parlamento spaccato, M5S che non fa alleanze e una grossa coalizione Pd-Forza Italia per avere un governo
Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)
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Dicembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DEL DEPUTATO TROVA CONSENSI: TENERE FERMI I PUNTI CARDINE DELL’ITALICUM ED ELIMINARE IL BALLOTTAGGIO
L’idea è quella di estendere l’Italicum al Senato ma prevedere che il premio di maggioranza (55% dei seggi) scatti solo se una lista o un partito ottengono almeno il 40% dei voti – a livello nazionale – sia alla Camera che al Senato.
Ma se nessun partito dovesse toccare quota 40%, il premio di maggioranza non scatta e la redistribuzione dei seggi avviene sulla base di un meccanismo proporzionale.
Questa l’idea dell’on Lauricella che depositerà presto la proposta in commissione alla Camera.
Il “lodo Lauricella” fino ad ora ha il pregio di non essere stato bombardato subito e questo per una legge elettorale, in un momento così delicato e con un governo nato con questo primo obiettivo, è già un risultato.
Lui, Giuseppe Lauricella, parlamentare del Partito democratico, il giorno dopo la presentazione del suo “Italicum corretto”, cucito su Camera e Senato e con una base di partenza proporzionale, spiega che la soluzione “tiene insieme diverse esigenze” ma allo stesso tempo “non avvantaggia nessuno” tenendo conto del “contesto politico attuale”. Caratteristiche che ricevono sguardi d’interesse per una proposta che partendo da un impianto già esistente, corregge quelle parti che rischiano la bocciatura dei giudici costituzionali e che risultavano più indigeste ai più come il ballottaggio (che per Lauricella è buono solo per i sistemi monocamerali), le pluri candidature (che da dieci consentite diventano tre).
L’altro vantaggio è che prova a rendere le maggioranze più omogenee possibili sia alla Camera sia al Senato, elemento che insieme con gli altri potrebbe andare incontro anche al giudizio pendente della Corte Costituzionale che sul “vecchio” Italicum il 24 gennaio dovrà emettere il suo verdetto.
Oggi anche la presidente di Montecitorio ha detto che sulla legge elettorale, con l’obiettivo di “ottenere un consenso allargato, il Parlamento può già cominciare a lavorare”.
Se il gioco d’anticipo non sarebbe lesivo nei confronti della Consulta che comunque decide su un sistema che, dopo la bocciatura del referendum non è applicabile così com’è, e allo stesso tempo può essere una tentazione per chi ha manifestato l’esigenza di andare alle urne prima possibile.
La lista è lunga: primo il Movimento 5 Stelle ma anche Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega e anche Renzi e i suoi fedelissimi costretti a cedere alla nascita del nuovo governo ma indisponibili a dargli troppi margini di manovra.
“Per noi meglio aspettare la Consulta ma far incontrare Italicum modificato e, per il Senato, i resti del Porcellum, non è una cattiva idea” spiega il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta.
La base proporzionale non dispiace così come l’altro paletto piantato dagli azzurri, ovvero che “il cuoco della nuova legge dovrà essere il Parlamento e non il governo”.
Per tutta l’opposizione il “Lauricellum” ha certamente il vantaggio che il premio di maggioranza scatta solo se la soglia del 40 per cento viene raggiunta dalla stessa lista in entrambe le Camere, risultato non facilmente raggiungibile in questa fase politica.
Tutti però se la possono giocare e infatti anche dal fronte governativo per ora non ci sono reazioni negative.
Nonostante nel Pd in tanti abbiano già firmato per una riedizione del Mattarellum, la legge che ha il marchio dell’attuale inquilino del Colle ha però il limite di essere poco amata nel campo dell’opposizione, oltre a essere una legge disegnata per una competizione politica bipolare e dunque troppo stretta.
In un giro d’orizzonte nella galassia Dem, la minoranza di sinistra lo giudica un contributo “equilibrato”, per altri dalla pattuglia ex lettiana si tratterebbe di un intervento “minimale” che però rappresenta un primo passo possibile.
Se “il cuoco sarà il parlamento” e non il governo, l’esecutivo avrà comunque il ruolo di dare i pareri nel percorso di commissioni e aula e dunque la nuova ministra delle riforme Anna Finocchiaro è il primo punto di riferimento istituzionale.
Con Giuseppe Lauricella è in ottimi rapporti ed è difficile che il lancio del sasso del parlamentare siciliano, sia avvenuto a sua insaputa.
Con gli opportuni interventi chirurgici e l’estensione per il Senato, l’Italicum “post referendum” potrebbe diventare anche da Palazzo Chigi un buon punto di partenza su cui sistemare il tavolo per un ampio consenso tra le forze politiche.
Con una base proporzionale che piace anche ai centristi, è nelle mani del Movimento 5 Stelle il destino del Lauricellum.
“Le modifiche dei giudici all’Italicum applicate anche al Senato e poi subito al voto” dice Danilo Toninelli l’esperto della materia per i 5 Stelle.
Se dunque la Corte Costituzionale dovesse fare le sue correzioni all’Italicum, sovrapponibili a questo sistema, la strada della nuova legge elettorale potrebbe sgombrarsi all’improvviso e accelerare così la fine della legislatura come, almeno a parole, in tanti dicono di desiderare.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 14th, 2016 Riccardo Fucile
TRA RENZI E VERDINI E’ SEMPRE TUTTO CONCORDATO
Alle 13,30, appena finito il discorso di Paolo Gentiloni, Giuseppe Ruvolo vecchio democristiano siciliano in quota Verdini, vede il cronista e consegna la frase tombale: “Interrogato, il morto non rispose… Quindi usciamo dall’Aula e non votiamo la fiducia. Conti 18 senatori in meno”.
Il morto, nella metafora, è il governo. La non risposta riguarda i posti.
Riavvolgendo la pellicola del film.
Poche ore prima a via, Poli sede del partito verdiniano, va in scena lo sfogatoio: “Denis, fai quel che vuoi con Renzi. Lo devi aiutare a far cadere il governo? Bene, ma nel frattempo prendiamoci qualche posto, entriamo come sottosegretari e viceministri”.
I campani , ma anche i siciliani Scavone e Compagnone sono un fiume in piena.
Mesi e mesi a fare la stampella. E ora, nessuna ricompensa. Volano parole grosse. Qualcuno minaccia di “andarsene”. Sembrano già in uscita gli ex Scelta civica, Zanetti, Donghia, Della Vedova. Con Zanetti che si è offerto a “titolo personale”, per continuare a fare il viceministro.
Servono almeno sei posti. Quella vecchia volpe di Verdini asseconda, dice che ci sta provando, fa l’arrabbiato col governo, minaccia sfracelli.
La sostanza è che l’abbuffata sognata diventa un digiuno.
Vecchio cronista, Augusto Minzolini, ha fiutato l’aria: “Mi pare di capire – dice ordinando un caffè – che sono divisi in tre: quelli che sono rassegnati, quelli che vogliono posti e chissà se restano dentro, quelli che assecondano Verdini nel suo gioco”.
Gioco neanche troppo raffinato, per chi lo conosce.
Ecco Maurizio Gasparri: “Maddai, lo sai come è Denis. Vale più un posto all’Eni quando il governo farà le nomine che un sottosegretario. Scusa, ti devo ricordare che Denis ha messo Rocco Girlanda, l’ex sottosegretario, alle relazioni esterne dell’Anas? A lui che gliene frega del seggio, farà il lobbista, pensa al dopo e cura il rapporto con Renzi”.
Si aggiunge al siparietto anche un altro storico ex An, Altero Matteoli, toscano: “Solo chi non conosce il rapporto tra Verdini e Renzi può prendere sul serio questa sceneggiata. Questo è un dispetto a Mattarella e un modo per dire a Gentiloni ‘stai sereno’ quando sarà “.
Cioè in primavera, stando alle dichiarazioni del ministro Poletti a palazzo Madama. Per evitare il jobs act
È il paradosso del gran bazar di palazzo Madama, nel giorno della fiducia.
Lo spiega il senatore dem Federico Fornaro: “A voler essere cattivi si può dire che oggi i posti veri si promettono a chi è disposto a farlo cadere il governo, non a sostenerlo… L’aria è questa: i responsabili, diversamente dal passato, sono quelli che aiutano ad andare presto al voto”.
Gli altri, di segno opposto, sono i disponibili che sguazzano nella palude del Senato per rimanere quanto più a lungo possibile a palazzo Madama.
Eccoli all’arrivo di Luca Lotti, stretta di mano, anche un po’ ossequiosa: Serenella Fuxia, Maurizio Romani, Lorenzo Battista.
Sono gli ex grillini che vogliono una poltrona più vellutata. Poi arrivano le dichiarazioni di sostegno al governo degli ex Sel, in rotta col gruppo, Dario Stefà no e Luciano Uras: “Abbiamo ricevuto assicurazioni dal governo sul Mezzogiorno”.
Ci sono i posti da sottosegretari, quelli da viceministri, la vicepresidenza del Senato (lasciata libera dalla fedeli), la presidenza della commissione Affari Costituzionali (lasciata libera dalla Finocchiaro).
Ma c’è, soprattutto, la paura di andare a casa a non tornare mai più.
Paolo Naccarato, ex cossighiano oggi nel Gal, indossa una cravatta per lui storica, con quattro gatti, la cravatta che ironicamente Cossiga fece fare ai tempi dell’Udr.
Il suo ragionamento incarna l’anima di fondo del redivivo Senato: “Ho appena detto a Paolo Gentiloni che anche questa volta gli straccioni di Valmy rendono il proprio servizio al paese votando la fiducia al governo. Ora però, voi giornalisti dovete invertire il ragionamento, altrimenti il paese non capisce: in questa legislatura al Senato non esistono 161 senatori in grado di approvare una mozione di sfiducia. Cioè se uno presenta una mozione di sfiducia non ce la fa a farla approvare. Questa è l’ultima legislatura prima dell’uragano”.
A metà pomeriggio, il pallottoliere segna quota 169.
Come la prima fiducia del governo Renzi. La navigazione quotidiana è un’altra cosa. Riecco Ruvolo: “Figlio mio, li voglio vedere a qualche votazione delicata, quando nel Pd ci sono gli assenti, la sinistra Pd che li fa ballare. Sarà un Vietnam, fidati. L’ha scritta la frase del morto che non rispose? Mi dirà che avevo ragione”.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA ARRIVA DA 128 PARLAMENTARI CHE OVVIAMENTE LO FANNO PER “SENSO DI RESPONSABILITA'”
Un esercito di 128 parlamentari invoca un esecutivo purchè duri fino all’autunno prossimo.
Meglio ancora fino alla scadenza naturale, febbraio 2018.
Con sfumature differenti i ramoscelli dell’arco costituzionale che gravitano in orbita centrista si metteranno in fila, parleranno con il Capo dello Stato Sergio Mattarella e gli faranno più o meno un ragionamento di questo tipo: «Sì, alla modifica della legge elettorale, no a un Renzi-bis, sì a un profilo politico che rispetti le scadenze europee e che rilanci l’economia».
D’altronde, per dirla con Nicola Latorre, senatore di peso del Pd, «in Parlamento cresce ora dopo ora la consapevolezza di un forte senso di responsabilità anche da parte di chi invoca le elezioni anticipate».
«Responsabilità », appunto, è la parola d’ordine che impazza passando da un capannello all’altro del Transatlantico.
Vincenzo D’Anna è uno dei senatori di Ala, il partito di Denis Verdini che fra Montecitorio e Palazzo Madama annovera 34 membri.
D’Anna non si recherà da Mattarella ma svela alla Stampa la strategia degli ex berlusconiani: «Il Renzi-bis si deve escludere perchè l’ex premier perderebbe la faccia. Chiederemo un esecutivo con un larga maggioranza guidato da un Guerini o da un Orlando. Queste due figure potrebbero traghettare il governo e avere come obiettivo un programma sei-sette punti».
Per D’Anna le urne sono l’ultima cosa a cui pensare: «Al massimo – ripete – si può immaginare di tornare al voto in autunno prossimo».
Sotto voce prende forma un esecutivo che guardi al 2018: «Se un governo inizia, poi dura. Chi avrebbe il coraggio di far cascare un governo così».
Paolo Naccarato, senatore del Gal con un passato da stretto collaboratore di Francesco Cossiga, è fra coloro che invocano la stabilità : «Siamo assolutamente impegnati a facilitare il gravoso impegno del Capo dello Stato. La legislatura deve proseguire fin dove è necessaria senza perdere di vista la scadenza naturale».
A taccuini chiusi qualcuno azzarda una previsione sul futuro premier: «In pole position vedo Paolo Gentiloni».
Anche Lorenzo Cesa, che varcherà l’ingresso del Quirinale in nome dell’Udc, afferma con chiarezza che «se ci fosse una responsabilità comune si potrebbe dar vita a un governo politico che duri fino a fine legislatura».
Pino Pisicchio, presidente del gruppo misto di Montecitorio, pronto a rappresentare le ragioni di ben 52 parlamentari, invoca «un governo vero che possa rassicurare i mercati internazionali e che ricompatti il Paese in queste settimane scollato dal referendum».
Tra i realisti Luigi Compagna, uno che in questa legislatura ha già cambiato quattro casacche, e oggi milita nel gruppo di Raffaele Fitto, Conservatori e riformisti: «Le rispondo dalla Macedonia, voglio solo osservare che il governo a termine non è previsto dalla Costituzione e che dunque l’Italia necessità di un governo. Ad esempio, un governo guidato da Paolo Gentiloni non sarebbe un esecutivo a scadenza». Altrimenti, ironizza prima di chiudere il telefono, «non essendoci più Giovanni Leone, il Capo dello Stato Sergio Mattarella potrebbe pensare a un governo Compagna. Ho un abito grigio per salire al Quirinale».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 6th, 2016 Riccardo Fucile
SECONDO VOI SI VOTERA’ PRIMA DI QUELLA DATA?
A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina, è la celebre frase generalmente (ma
erroneamente) attribuita a Giulio Andreotti.
Parole che tornano attuali in questi giorni di forte instabilità politica dopo l’annuncio di dimissioni del presidente del Consiglio.
Già si parla di “voto anticipato”. Per questo sono diverse le voci nei Palazzi che invitano a mantenere la calma.
Ora che lo spettro delle elezioni anticipate è dietro l’angolo, il voto in primavera (prima finestra elettorale utile) avrebbe un peso notevole per molti parlamentari.
Un peso sostanzialmente economico: niente vitalizio.
Secondo le norme approvate nel 2012 che hanno introdotto il calcolo su base contributiva, per tutti i parlamentari alla prima legislatura i requisiti per la “pensione” sono ancora lontani dall’essere maturati.
Il traguardo da raggiungere sono i quattro anni, sei mesi e un giorno di lavoro di Aula. Dal momento che il Parlamento italiano si è insediato il 15 marzo del 2013, il calcolo è presto fatto: per avere il vitalizio la legislatura non dovrà terminare prima del 16 settembre 2017.
Altro che primavera.
Nella XVII Legislatura sono 580 i neo-eletti su un totale di 945 parlamentari (410 alla Camera e 170 al Senato).
Ben il 60% di coloro che hanno un seggio alla Camera e al Senato non avevano mai varcato, prima di marzo 2013, la soglia di Montecitorio e Palazzo Madama.
Al momento dell’elezioni si trattava senza dubbio del Parlamento più giovane e con il maggior numero di donne della storia.
Nel 2012, dopo le delibere dei presidenti di Camera e Senato di allora, Gianfranco Fini e Renato Schifani, le norme per l’accesso al vitalizio sono state modificate. Lo si legge sul sito della Camera dei deputati:
Con deliberazioni del 14 dicembre 2011 e 30 gennaio 2012 l’Ufficio di Presidenza della Camera ha operato una profonda trasformazione del regime previdenziale dei deputati con il superamento dell’istituto dell’assegno vitalizio – vigente fin dalla prima legislatura del Parlamento repubblicano – e l’introduzione, con decorrenza dal 1° gennaio 2012, di un trattamento pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, sostanzialmente analogo a quello vigente per i pubblici dipendenti.
I deputati devono versare un contributo pari all’8,8% della loro indennità parlamentare lorda. Va tenuto conto che percepiscono un’indennità netta pari a circa 5000 euro (pari a 10400 circa lordi).
“I deputati cessati dal mandato – si legge ancora sul sito della Camera – indipendentemente dall’inizio del mandato medesimo, conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi”.
Cinque anni che si trasformano in quattro anni, sei mesi e un giorno di esercizio di mandato perchè sarà da allora che l’intera legislatura sarà acquisita ai fini pensionistici.
“Per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per il conseguimento del diritto è diminuita di un anno, con il limite all’età di 60 anni”, si legge ancora sul sito.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 26th, 2016 Riccardo Fucile
“PREFERISCO DARE IL 20% AI SENZATETTO DI TRIESTE, LA MIA CITTA'”… “C’E’ BISOGNO DI SOBRIETA’, LA POLITICA COSTA, MA DECIDIAMO UNA VOLTA PER TUTTE QUANTO”
Mille euro al mese alla Caritas, dodicimila euro l’anno .
Dall’inizio della legislatura (2013) Francesco Russo, triestino, 46 anni, senatore del Pd alla prima esperienza in Parlamento si applica un taglio dello stipendio del 20 per cento, una battaglia autoimposta contro gli eccessi della politica.
Russo si presentò subito attaccando un mostro sacro della sinistra come Livia Turco la quale, terminato il mandato alla Camera dopo decenni di servizio, aveva avuto un incarico retribuito dal Pd, in attesa del vitalizio. “Livia pensi prima agli esodati e poi a se stessa”, disse Russo in direzione beccandosi l’accusa di essere un dem-grillino.
Ma alla fine ebbe soddisfazione: la Turco lavorò gratis.
Dunque, ha ragione Grillo sul dimezzamento dello stipendio?
“Stare nelle istituzioni non significa solo lanciare proposte popolari, come fa Di Battista. Che poi ha solo il 50 per cento di presenze in aula”.
E lei, quante volte è presente?
“Il 98 per cento delle volte”.
Però a differenza dei suoi colleghi si è dato una regola di autoriduzione.
“Ho pensato che fosse importante, in attesa del taglio dello stipendio dei parlamentari, un segno di sobrietà . Guardi, che molti politici hanno la stessa consapevolezza e il desiderio di andare in questa direzione. Non sono solo”.
Lei cosa fa?
“Dò il 20 per cento del mio stipendio, dell’indennità di base di 5000 euro, a iniziative benefiche. Ho cominciato con Banca Etica che ha promosso un suo fondo per appoggiare giovani imprenditori in terra di mafia. Nell’ultimo anno, invece, dopo un attacco della destra della mia città , li verso alla Caritas di Trieste per un progetto per i senza tetto, italiani o stranieri. La neogiunta di centrodestra ha pensato bene di perseguitare questa idea togliendogli gli spazi. Io la difendo e la finanzio”.
Allora il taglio è giusto, si può fare e vivere bene lo stesso.
“Sono per fare chiarezza, per dare un segnale spero definitivo. Bisognerebbe anche spiegare che la politica ha già fatto molto. Ha cancellato quelli che erano considerati giustamente dei privilegi. Molti di noi, quelli alla prima legislatura e siamo tanti, non avranno nessun vitalizio, mai. Ma credo che sia importante valorizzare e premiare professionalità , competenza e merito”.
Così è il gioco dell’oca.
“No. La proposta di legare lo stipendio alla presenze, per esempio, stimola un parlamentare a farlo bene. La legge proposta dai grillini, al contrario, avrebbe penalizzato allo stesso modo chi sta 13 ore al Senato, come me, e chi come Ghedini ha lo 0,1 per cento di presenze. A proposito di partecipazione, i grillini dovrebbero guardare in casa loro”.
In concreto quale può essere una proposta alternativa?
“Stipuliamo un nuovo patto tra cittadini e politica: decidiamo una volta per tutte l’investimento che vogliamo fare per avere una classe politica di qualità .I rimborsi siano a pie’ di lista, i cosiddetti portaborse vengano pagati direttamente dalle Camere così i soldi per le spese non passeranno direttamente dalle tasche dei parlamentari. Stabiliamo così la cifra che serve per fare la politica il meglio possibile. Senza demagogia, ma anche senza gli eccessi di un tempo”.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA GIUNTA PER LE IMMUNITA’ E L’AIUTINO ALL’EX SINDACO DI MILANO: “COMPORTAMENTO INSINDACABILE IN QUANTO SENATORE ANCHE SE NON LO ERA ANCORA”
“Insindacabile”, anche se quando ha accusato il magistrato Alfredo Robledo l’ex sindaco di Milano
Gabriele Albertini non era ancora senatore.
Alla fine l’ha spuntata proprio lui, l’esponente alfaniano, che alla maggioranza ha posto un aut aut: “O mi date l’insindacabilità oppure io non voto più con voi”
Nella Giunta per le autorizzazioni di palazzo Madama, alle otto di sera, va in scena il voto che salva Albertini, già condannato a Brescia per calunnia, e che realizza una singolare alleanza tra Pd e centrodestra.
Il comportamento dell’ex sindaco non era “sindacabile” in quanto senatore, anche se senatore in effetti non era, visto che i fatti sono del 2012 e lui è entrato a palazzo Madama l’anno dopo.
Lo teorizza la relatrice del Pd Rosanna Filippin, che ipotizza per Albertini una sorta di scudo perenne, in quanto da senatore ha ripetuto molte volte le sue accuse contro l’ex procuratore aggiunto di Milano Robledo, accusato sostanzialmente di perseguitare con varie inchieste giudiziarie la sua giunta.
Alla fine votano assieme il centrodestra, Forza Italia, Lega, Ncd e il socialista Buemi, ma anche tutto il Pd presente.
Si oppongono M5S e il senatore Felice Casson. Due assenti tra i Dem, l’ex relatore Giorgio Pagliari, che invece era contrario all’insindacabilità e per questo ha dovuto farsi da parte, e Doris Lo Moro.
Casson lascia la seduta visibilmente furibondo: “Stasera la Giunta per le autorizzazioni ha raggiunto il livello più basso immaginabile, e mai raggiunto prima. Con il voto su Albertini e la concessione dell’insindacabilità è stato clamorosamente disapplicato l’articolo 68 della Costituzione (che regola appunto la protezione per i parlamentari, ndr.). All’ex sindaco è stata garantita una copertura nonostante i fatti e le carte giudiziarie parlino chiaro, visto che il capo di imputazione per Albertini chiarisce che le accuse rivolte al magistrato milanese risalgono al 2012, quando non era ancora parlamentare”.
Inutilmente Casson ha chiesto alla Giunta e alla relatrice Filippin di acquisire la documentazione giudiziaria sulla querelle Albertini-Robledo.
Lo stesso Robledo, difeso dall’avvocato milanese Caterina Malavenda, ha inviato documenti alla Giunta, che però sono stati respinti
Ha prevalso un nuovo teorema in materia di concessione dell’insindacabilità .
Una sorta di scudo perenne. A costruirlo proprio il Pd che si è trovato alle strette per le rimostranze di Albertini, in una situazione politica, come quella del Senato, in cui notoriamente i numeri in aula sono sempre in bilico per la maggioranza.
Per questo, sul caso Albertini, il Pd improvvisamente cambia fronte.
Il primo relatore Pagliari si pronuncia contro l’insindacabilità , forte anche del no del Parlamento europeo che, mentre Albertini era a Strasburgo, gli aveva già negato lo scudo proprio in quanto la sua polemica con Robledo era legata alla sua attività di sindaco, e non a quella di parlamentare.
Albertini protesta e fa capire che voterà contro la maggioranza. A questo punto il Pd cambia idea. Pagliari è costretto a lasciare, gli subentra Filippin, che invece teorizza lo scudo totale.
In Giunta si arriva al paradosso che Forza Italia, con Bruno Alicata, accusa i senatori Democratici di comportarsi in modo ondivago, a seconda dell’interesse politico.
“Pur in presenza di comportamenti simili, voi salvate quelli che stanno dalla vostra parte come Albertini e che vi fa comodo salvare, mentre date l’autorizzazione per gli altri, com’è accaduto per Giovanardi”.
Niente da fare, le accuse forziste non fanno breccia, il Pd va avanti e vota. Albertini è salvo grazie al cartello Pd, Fi, Ncd, la leghista Stefani, il socialista Buemi.
Il presidente della Giunta Dario Stefà no, com’è prassi, non ha votato. Contro Casson e M5S. Adesso tutto passa in aula dove, col voto segreto, sicuramente Albertini conquisterà definitivamente lo scudo.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
I GRILLINI L’HANNO PROPOSTA MA LA TEMONO, ALTRI NON LO DICONO MA LA VORREBBERO
In questi giorni c’è un gran viavai davanti al ristorante Al Moro.
Nel locale dietro fontana di Trevi ha un tavolo fisso Denis Verdini (padre dell’Italicum prima versione).
Tra una portata e l’altra il senatore spiega ai suoi commensali — tutti prima o poi ci finiscono a tavola: renziani, berlusconiani, leghisti, solo i bersaniani preferiscono incontrarlo lontano da occhi indiscreti — la sua ultima passione in tema di legge elettorale. La cara, vecchia proporzionale.
Vista come unico antemurale all’avanzata dei Cinquestelle verso Palazzo Chigi.
Ma siccome il Verdini ha la passione dell’ingegneria elettorale e non si accontenta di riproporre semplicemente la legge con cui gli italiani hanno votato dal 1948 al 1994, quello che sta venendo fuori è un inedito. Un ibrido.
Via il ballottaggio, resterebbe il premio di maggioranza, ma per aggiudicarselo una coalizione o lista dovrebbe raggiungere almeno il 40 per cento dei voti.
Altrimenti tana libera tutti, i seggi verrebbero distribuiti con la proporzionale.
E la somiglianza, se le indiscrezioni fossero confermate, sarebbe in fondo più con la legge truffa del ’53 che con i vari maggioritari sperimentati dopo.
E’ chiaro a quel punto che la grande coalizione post-voto sarebbe obbligata, con un governo Pd-Forza Italia-Ncd-Ala.
Una sorta di nuovo arco costituzionale che terrebbe fuori solo le forze antisistema, grillini e salviniani sovranisti.
E in questo c’è tutto il paradosso della vicenda italiana.
La proporzionale, legge ufficialmente sponsorizzata dai Cinquestelle (nella loro versione detta Democratellum), viene studiata dagli avversari per tenerli lontani dal governo.
E gli stessi grillini, pur dicendo di volerla, sotto sotto sperano che resti l’Italicum con il ballottaggio che li farebbe vincere.
Quando si parla di legge elettorale tuttavia il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e, per un’eterogenesi dei fini, chi si fa una legge per suonare di solito finisce suonato. Capitò alla Dc con il Mattarellum, pensato dopo il referendum Segni del ’93 per arginare la Lega, che portò alla vittoria di Berlusconi del 1994.
Accadde con il Porcellum, escogitato dal governo Berlusconi alla fine del 2005 ma che l’anno successivo consegnò Montecitorio a una larga maggioranza di centrosinistra (ben 70 seggi di scarto), nonostante soli 24 mila voti di differenza, pari allo 0,07 per cento. Senza dimenticare in quello stesso 2006 la figura eroica di Mirko Tremaglia, che si battè tutta la vita per far votare gli italiani all’Estero e poi, quando finalmente ci riuscì, gli elettori scelsero la sinistra.
Insomma, la legge elettorale è una brutta bestia da cavalcare.
Perchè quando si sceglie l’ortopedia elettorale per raddrizzare un sistema politico, usciti dall’ospedale capita spesso di realizzare che a essere ingessata è la gamba sbagliata.
Francesco Bei
(da “la Stampa”)
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Settembre 20th, 2016 Riccardo Fucile
E’ L’UNICO SISTEMA CHE PERMETTE A TUTTI DI ESSERE RAPPRESENTATI… E IN ITALIA, COI MEGALOMANI CHE GIRANO AI VERTICI DEI PARTITI, CI MANCA PURE DARE TROPPO POTERE A CHI SI CREDE NAPOLEONE
“L’Italicum va cancellato tout court in quanto non è una legge migliorabile perchè è antidemocratica e
incostituzionale. Il Governo Renzi sembra composto da un gruppo di dilettanti allo sbaraglio perchè non è stato neanche in grado di scrivere una buona legge elettorale, dopo la bocciatura del Porcellum da parte della Consulta. Non ci piace l’Italicum, a prescindere dal fatto che possa farci vincere le elezioni o meno, perchè a noi sta di più a cuore l’interesse dei cittadini, che devono essere adeguatamente rappresentati in Parlamento sia alla Camera che al Senato”.
E’ quanto affermano i deputati M5S della commissione Affari costituzionali della Camera, commentando il testo della mozione M5S sull’Italicum, depositato questa mattina
“Secondo noi deve essere adottato un sistema elettorale con formula proporzionale – si legge nel testo della mozione – da applicarsi in circoscrizioni medio-piccole in quanto, oltre a garantire rappresentatività e vicinanza agli elettori, favorisce l’aggregazione fra le forze politiche piccole e medio-piccole, spingendole a mettere insieme le loro idee, se conciliabili, dentro forze politiche più grandi ma coese e favorisce l’omogeneità interna dei partiti e dei movimenti, disincentivando frantumazioni e scissioni. La legge elettorale per il Parlamento italiano deve essere, anzitutto, rappresentativa dei cittadini e, allo scopo, occorre adottare un sistema proporzionale senza alcun premio di maggioranza”.
“Per queste ragioni chiediamo al Parlamento – concludono – di approvare in tempi rapidi una nuova legge elettorale con formula proporzionale, in circoscrizioni medio-piccole e modalità di espressione della preferenza da parte degli elettori”.
(da agenzie)
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