Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
SARA’ UN INCENTIVO A REALIZZARE SUPERLISTE
Però il numero magico di Matteo Renzi è rimasto: 40 per cento – come lo stabiliante successo alle Europee del 2014, come il livello della diga dei Sì nella pur devastante sconfitta del Referendum del 4 dicembre 2016, e ora, come la soglia minima per ottenere il premio di maggioranza nella versione della legge elettorale licenziata dalla Consulta. Un filo di percentuali di consensi per il premier, che rende certamente non casuale la scelta del 40 per cento nella scrittura della prima versione dell’Italicum.
Questa cifra è, come appare in queste ore, una percentuale di consensi altissima per un sistema che sembra andare verso uno spappolamento dei partiti e del maggioritario?
O non è, invece, proprio uno dei segreti motori dell’indicazione fornitaci dalla scelta della Consulta?
In effetti, la decisione della Corte vista nel suo complesso, e al netto delle future letture e modifiche, sembra consegnarci uno strumento di forte ambiguità – un proporzionale che, come ha notato Tomaso Montanari nel suo più recente post per HuffPost, mantiene “il cuore plebiscitario della legge: l’abnorme premio di maggioranza che mette il Parlamento nelle mani di 4 italiani su 10”.
Sembra una contraddizione, ma è in effetti forse, nella sua ambiguità , un meccanismo che tiene insieme l’incredibile spappolarsi dei partiti e l’aspirazione politica a un sistema a leadership forte.
Una doppiezza, in senso letterale, che può fortemente determinare la ricostruzione della politica nelle prossime settimane
La parte proporzionale introduce un elemento rassicurante per le sfilacciate organizzazioni che combattono per la loro sopravvivenza oggi (basterà solo un 3 per cento) e guardano alle alleanze post elettorali per un loro ruolo.
Al proporzionale guardano con simpatia infatti anche le sfere pensose dello Stato, che vedono nelle alleanze un modo “soffice” per incanale il consenso, una sorta di sostituzione della partecipazione.
E vi pensano infatti come toccasana (al momento almeno) contro ogni sorta di populismo, in particolare quello M5S, e anche ogni tentazione da “uomo forte”, come quella di Renzi. Ma se il diavolo fa le pentole e non i coperchi, anche la Consulta sa fare il proporzionale, ma senza proprio escludere il maggioritario.
Troviamo qui infatti, dentro la decisione della Consulta, un secondo motore del meccanismo: quel 40 per cento, che visto dalle numerose organizzazioni in crisi sembra un traguardo impossibile, è invece, visto dal punto di vista di un ambizioso leader, la vera occasione.
Quanto facile può apparire questa sfida a quel Renzi che il 40 per cento lo ha toccato, altrettanto facile può apparire ai pentastellati, galvanizzati essi stessi dai loro risultati. Aggiungiamo che, conoscendo i due, Grillo e Renzi, questo assalto al cielo è esattamente quello che intendono fare. E perchè no? È il loro progetto da quando sono apparsi sulla scena politica.
Così mentre già ci addentriamo nelle alchimie delle liste (a destra, a sinistra-sinistra, nel Pd, etc) si profila un secondo aspetto che potrebbe essere alla fine dominante nel definire la politica dei prossimi mesi.
L’incentivo ad arrivare alla soglia minima per il premio di maggioranza può essere uno stimolo fortissimo per la creazione di superliste, confluenze spurie di uomini e di idee – ma tenute insieme dal miraggio della vittoria assoluta.
Con un’impronta a forte leadership, consolidata dalla permanenza dei capilista bloccati, strumento che lascia nelle mani del capo del partito le leve di definizione principale degli eletti.
È davvero impossibile ipotizzare che nell’area Pd potrebbe scattare una vasta trattativa per recuperare tutte le correnti in cambio di posti eletti, e di aggiungere nel frattempo alla raccolta le aree “limitrofe” come Ncd, quel che resta di Scelta Civica, i verdiniani, e tutto quel che può essere ulteriormente aggregato a destra e sinistra?
Parallelamente i pentastellati potrebbero fare la stessa operazione aggregando a destra senza disdegnare un’ampia fetta di sinistra che neanche morta andrebbe con il Pd, soprattutto se a guida renziana.
Difficile invece pensare a una mossa del genere in area berlusconiana, la cui capacità di attrazione nei confronti dei moderati e della destra appare molto esile. Ma la minaccia di queste megaliste come quelle che stiamo descrivendo potrebbe provocare qualche reazione.
I segni di questa tendenza ci sono comunque tutti – la battaglia già iniziata nel Pd sui tempi del Congresso (farlo subito o no?) ha a che fare proprio con la cruciale forza che resta nelle mani di Renzi, in quanto segretario, nella sua funzione della formazione delle liste.
I segnali che Grillo invia sono ancora più espliciti.
La soglia del 40 per cento per il premio di maggioranza lasciata in campo apre insomma alla possibilità delle “megaliste”, che sono una forma di fatto di “coalizione” fatta “prima” del voto al fine di ottenere la maggioranza assoluta, piuttosto che tentare di formare faticose coalizioni fra partiti “dopo” il voto.
In fondo, si può sostenere che dentro le forme del proporzionale come ci viene indicato pulsa un meccanismo che favorisce il rientro dalla finestra di un maggioritario di fatto, che tiene aperta la strada per un governo del leader.
Come dire: quanto di più italiano ci possa essere. Per ipocrisia e sottigliezza.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
IL MECCANISMO DEI CAPILISTI PERMETTE SIA A RENZI CHE A BERLUSCONI DI DISTRIBUIRE UGUALMENTE I POSTI SICURI
La Corte, di fatto, ha sfornato una nuova legge elettorale, con una sentenza, come recita il comunicato, “suscettibile di immediata applicazione”.
Un Verdetto, dunque, che ha un forte valore (e un forte impatto) politico. Perchè sancisce un ruolo di supplenza a un Parlamento incapace di prendere una iniziativa politica in materia, dopo che è franato un disegno di riforma costituzionale a cui era legato l’Italicum. E, al tempo stesso, accorcia la durata della legislatura.
O meglio, assicura quel finale ordinato della legislatura auspicato dal capo dello Stato.
Dalla sentenza della Consulta viene fuori una legge elettorale proporzionale alla Camera, con un premio di maggioranza per la lista che raggiunge il al 40 per cento (un elemento maggioritario che però difficilmente può scattare con gli attuali rapporti di forza), soglia di sbarramento al tre per cento, senza obbligo di coalizione.
Scontata la rottamazione del ballottaggio, che in verità l’hanno fatta gli elettori il 4 dicembre, perchè inservibile in un sistema bicamerale e non monocamerale.
Pensato come una legge per un sistema con una sola Camera, con due comporta il rischio di maggioranze diverse.
Al Senato c’è il cosiddetto Consultellum, ovvero la legge che viene fuori dalla precedente sentenza della Consulta sulla legge elettorale di Calderoli (a testimoniare la perdurante incapacità del Parlamento in materia): è un proporzionale puro, con uno sbarramento all’8 per chi va da solo e al tre per cento per le liste nelle coalizioni.
Due leggi elettorali che non sono perfettamente “armoniche”, anzi non lo solo per nulla: al Senato non c’è premio e ci sono le coalizioni, alla Camera c’è il premio ma non ci sono le coalizioni.
Il punto però e che, sia pur non armonica per i due rami, una legge c’è. Spiegava Orfini in Parlamento: “Anche l’8 al Senato si può considerare un principio maggioritario. La legge è utilizzabile”.
Ecco il punto, tutto politico. La legge che esce dalla Corte consente, sulla carta, la forzatura a Renzi e al partito del “voto a giugno”.
Due minuti dopo la sentenza della Corte dice Ettore Rosato, capogruppo del Pd: “Vedo di una disponibilità a discutere di legge elettorale da parte del M5S, se riguarda anche il Mattarellum bene se no una legge elettorale c’è. Quanto tempo diamo al Parlamento per valutare il Mattarellum? Se non c’è il Mattarellum abbiamo i Consultellum”.
Poco dopo, Renzi fa filtrare: “Basta Melina, Mattarellum o voto”. Dunque, un tentativo sul Mattarellum, poi basta. E si vota. Come chiede anche l’M55 e la Lega, insomma un bel pezzo di Parlamento. Almeno nelle intenzioni.
Il punto chiave che consente la forzatura sono i capilista bloccati, che la Corte non mette in discussione. I famosi “cento capilista” che i partiti si possono nominare. Facciamo un esempio.
Con questa legge Berlusconi, che prende meno di cento seggi alla Camera, si nomina tutto il suo gruppo parlamentare. Renzi ne prende attorno ai 200, dunque ne nomina mezzo. Il grosso della Camera è di nominati.
Proprio il criterio di nomina aiuta il tentativo di un blitz sulle elezioni anticipate. Perchè produce un riflesso d’ordine con gli aspiranti nominati che hanno paura di essere fuori dalle liste, saldamente nelle mani di Renzi.
Che potrà distribuire posti sicuri pur di ottenere lo scioglimento. Dice un alto in grado del Pd: “A questo punto Renzi distribuirà posti sicuri per blindare l’accordo con le correnti, da Orlando a Franceschini”. Nè questa dinamica è intaccata dall’intervento della Corte sul meccanismo dei capilista plurimi, per cui è stato introdotto un criterio che non è l’arbitrio.
Insomma, la sentenza mette agli atti che l’Italicum era una cattiva legge con profili di incostituzionalità .
La boccia, ma al tempo stesso indica una via d’uscita, consentendo di tornare al voto a una classe politica incapace di produrre buone leggi elettorali da diversi lustri.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
UNA POLITICA INCAPACE DI DECLINARLO IN MODO APPENA GUARDABILE
Il maggioritario muore di tradimento, e non da parte della Consulta ma di una politica incapace di declinarlo in modo appena appena costituzionale e guardabile.
La Corte infatti ci riporta al proporzionale come scelta obbligata, dovuta alla necessità di non poter ammettere un maggioritario sciatto e arruffato dove anche con tre voti ci si aggiudica il cinquantacinque per cento dei seggi.
Lo aveva fatto in modo grossolano il Porcellum, e lo ha fatto poi in modo ugualmente grottesco l’Italicum.
Si era provato a segnalarlo sin dall’inizio ma la sordità di governo e di una tetragona e servizievole maggioranza fu totale.
Che dovesse finire così lo si sapeva quindi dal giorno in cui con la forzatura del super-canguro (ve lo ricordate l’ineffabile senatore Esposito?) fu approvata una legge che bellamente ignorava quel che la Corte costituzionale aveva appena detto sul Porcellum.
Perchè come era stato facile prevedere anche ieri su queste colonne, se c’è una cosa certa è che la Consulta (come tutte le Corti costituzionali) dà continuità alle proprie recenti e motivate pronunce.
Ma le mani un po’ saccenti che scrissero l’Italicum, non vollero nemmeno leggere quella sentenza pur fresca di stampa, nè tanto meno capirla nei suoi inequivocabili principi. E consiglieri sempre troppo ossequiosi in attesa di ricompense, omettevano di segnalarlo.
Non c’è nessun vincolo costituzionale a fare una legge elettorale proporzionale, aveva detto e ripetuto la Corte, aggiungendo pure che la governabilità è senz’altro un valore non inferiore a quello della rappresentanza; ma aveva aggiunto la correzione maggioritaria non può essere fatta completamente a casaccio come anche un bambino rileverebbe.
E allora se è all’evidenza necessario stabilire un quorum di voti minimi per prendere il premio, non è che se poi fai due turni sempre senza quorum hai risolto granchè. Piuttosto sei ricaduto nello stesso medesimo pasticcio. Lo dicemmo, invocammo pronte correzioni approfittando del tempo a disposizione; ma fu come urlare nel deserto.
La cosa era così grossolana che se mai ci avrebbe dovuto pensare la Presidenza della Repubblica.
E però Napolitano ne fu persino fautore senza farne mistero; mentre al momento del varo Mattarella era troppo fresco di nomina (pochi giorni) per esordire con un clamoroso rinvio alle Camere di una norma che, in una generale corrività , veniva sbandierata come la “migliore del mondo” e che ci verrà “copiata dagli altri paesi” (sic!). Pensa che fregatura avrebbe preso se lo avessero fatto.
Così maggioritario e governabilità muoiono di tradimento da sciatteria (e buona dose di arroganza) da parte degli stessi che se ne dicevano assertori.
Mentre la Consulta non ne è in alcun modo preconcetta avversaria, come anche ieri ha dimostrato validando la soglia e il premio del primo turno, pur ancorati ad una soglia (del 40%) ben al di sotto di quella a suo tempo stabilita da una legge bollata come “truffa”.
Sicchè ora teoricamente tutte le strade sarebbero aperte e pienamente costituzionali anche quella di una legge maggioritaria purchè minimamente ben fatta su base nazionale o di collegio come fu il Matarellum.
Nè ha senso dire che non attaglierebbe al tripolarismo quanto è proprio la frammentazione a suggerire leggi maggioritarie, purchè dignitosamente congegnate.
Ma ovviamente è illusorio che lo facciano; allora non resta che lasciare l’impianto che la Consulta è stata costretta a ritagliare, però con la necessaria accortezza che si dovrebbe avere, di ridurre collegi enormi (al Senato sono persino regionali) che in combinato con le appiccicose preferenze ci danno una legge obbligata per la Corte ma ben brutta per gli elettori.
Sarebbe inoltre l’occasione per superare l’ulteriore pasticcio dei capilista bloccati e la mortificazione del sorteggio che pure i giudici hanno dovuto imporre.
La correzione uninominale quindi, fermo il residuato impianto proporzionale, è il minimo che si possa pretendere dopo tanto tempo così assurdamente perduto.
Almeno questo lo avremo?
Gianluigi Pellegrino
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
PROPORZIONALE PURO A PALAZZO MADAMA, CON UNA SOGLIA SU BASE REGIONALE DELL’8% PER COALIZIONI O I PARTITI CHE CORRONO DA SOLI… A MONTECITORIO PREMIO ALLA SINGOLA LISTA CHE SUPERA IL 40%
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale Camera e Senato si ritrovano con un sistema elettorale che
diverge su più punti.
A Montecitorio è immediatamente applicabile, come non poteva non essere, mentre quello di Palazzo Madama è lo stesso uscito dalla precedente sentenza della Consulta (n 1 del 2014), chiamato nel linguaggio giornalistico Consultellum proprio perchè scritto dai 15 giudici costituzionali.
Quella sentenza dichiarò illegittimi alcuni punti del Porcellum lasciandone in vita altri.
Il Parlamento ha poi approvato nel maggio 2015 una nuova legge elettorale per la sola Camera (l’Italicum), da cui la Corte ha oggi espunto il ballottaggio.
Ecco i due sistemi che sono oggi in vigore.
Senato
Sistema proporzionale puro, con una soglia su base regionale dell’8% per le coalizioni o i partiti che corrono da soli, e del 3% per i partiti all’interno delle coalizioni. È prevista la preferenza unica. Ogni collegio ha ampiezza regionale, anche nelle Regioni più popolose (Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia, ecc) il che rende difficile e onerosa la caccia alle preferenze.
Camera
È un sistema proporzionale ma con un premio alla singola lista che supera il 40% (il premio non scatta per le coalizioni). In caso di mancato raggiungimento di questa soglia, si passa al riparto proporzionale tra tutti i partiti che hanno superato il 3%.
Una volta stabiliti quanti deputati spettano complessivamente a ciascuna lista, attraverso un complicato algoritmo i numeri vengono proiettati su 100 collegi plurinominali, in ciascuno dei quali vengono eletti tra i 5 e i 7 candidati.
In ogni collegio i partiti presentano dei listini di 5-7 nomi: il primo candidato è bloccato (viene cioè eletto automaticamente se per quel partito scatta il seggio), mentre per gli altri c’è la preferenza.
L’elettore ha a disposizione due preferenze, ma solo se vota un uomo e una donna, altrimenti si deve accontentare di una sola preferenza.
Ci si può candidare come capolista in più collegi (fino a dieci). Se si viene eletti in più di un collegio, verrà tirato a sorte quello in cui il candidato viene dichiarato eletto.
Omogeneità
Alcuni sostengono che i due sistemi non sono omogenei — come ha chiesto il presidente Mattarella — perchè per il Senato è un proporzionale puro, mentre per la Camera viene reso maggioritario attraverso il premio.
Inoltre per il Senato sono previste le coalizioni, cosa non previste nel sistema della Camera (anche se una lista può essere composta da più partiti che si presentano insieme sotto un unico simbolo, come fu per l’Ulivo, rinunciando al proprio). Altri sottolineano invece che entrambi hanno un impianto proporzionale, e che al premio della Camera corrisponde in Senato la soglia dell’8%.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
“LEGGE GIA’ APPLICABILE”
Italicum, la Consulta boccia il ballottaggio e salva il premio di maggioranza. No anche ai capilista bloccati e alle pluricandidature.
Sul premio di maggioranza, dunque, la Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità . Sono le attese decisioni dei giudici della Corte Costituzionale.
Che, aggiungono, con questa sentenza “la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Si potrebbe, dunque, votare subito.
Quindi il premio di maggioranza per il partito che ottiene il 40% dei voti è legittimo.
I rilievi eraqno contenuti in cinque ordinanze giunte dai tribunali di Messina, Torino, Perugia, Genova e Trieste. A promuovere i ricorsi un pool di avvocati: tra loro Felice Besostri, che fu già al centro dell’azione contro il Porcellum (video), poi dichiarato incostituzionale nel 2014. Giudice relatore è Nicolò Zanon. Fra le parti, figura il Codacons rappresentato dal suo presidente Carlo Rienzi. A difesa della legge impugnata, l’Avvocatura dello Stato con Vincenzo Nunziata, in rappresentanza della Presidenza del consiglio dei ministri.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2017 Riccardo Fucile
E’ TUTTO GIA’ SCRITTO NELLA DECISIONE N.1 DEL 2014 EMESSA SUL PORCELLUM… E LA CORTE NON SI DISCOSTA MAI DAI PRECEDENTI

“Ecco perchè hanno vinto i pooh”: si era ancora alla vigilia di una nota edizione del festival di Sanremo e tra il serio e il faceto uscii il facile e vincente pronostico.
Ebbene oggi alla vigilia del verdetto della Consulta sull’Italicum il pronostico è ben più facile, non già per strani vaticini, ma per salde ragioni istituzionali.
Ed infatti, pur sempre ricordando Gianni Brera che ammoniva come i pronostici non li sbaglia solo chi non li fa, se c’è una cosa prevedibile sono le sentenze dei giudici costituzionali in materie su cui hanno già di recente statuito.
Perchè è proprio una caratteristica delle Corti quella di dare piena e ribadita continuità alle proprie decisioni.
È un imperativo enormemente più forte di qualsivoglia composizione del momento. Ciascuno dei giudici potrà pure avere le sue personali idee ma quando gli uffici gli sciorinano davanti i recentissimi precedenti, ogni velleità capitola salvi i rari casi in cui possa parlarsi di mutamenti di società , costumi, cultura, diritto internazionale.
E non è certo questo caso. La politica sempre se ne dimentica e così dà spazio a polemiche, falsi interrogativi, climi di attese nervose che in realtà non hanno ragione di essere.
Perchè tutto o quasi è sostanzialmente già scritto.
Un ultimo vistoso esempio? La legge Severino. La Consulta aveva più volte detto che è senz’altro legittima una norma di cautela che tiene lontani gli eletti dalle cariche pubbliche pure in presenza di pronunce di primo grado; sicchè non c’era nessuna ragione di dubitare delle legalità pure della Severino.
Si è voluto ugualmente imbastire un can can per più di due anni sino a quando la Consulta con poche lapidarie parole ha semplicemente detto: ma perchè vi agitate se è da tempo che ripeto che trattasi di norme sicuramente costituzionali.
E così, sia pur di segno opposto ma ugualmente scontata (salvo clamorosi quanto impossibili colpi di scena) è la decisione sulla legge elettorale, perchè sostanzialmente tutto è già scritto nella decisione n. 1 del 2014 emessa sul porcellum.
Quindi per sapere già oggi quel che domani dirà la Corte basta mettere in fila i sei interrogativi cui deve dare riscontro e prendere le risposte già scritte nella recentissima sua sentenza.
1. Dalle decisione di domani uscirà una legge applicabile? SI obbligatoriamente.
Gli interrogativi che sul punto si agitano in queste ore (Salvini su tutti) sono assolutamente oziosi. La Corte ha già più volte evidenziato (e da ultimo nella sentenza sul porcellum) che le leggi elettorali sono “costituzionalmente necessarie” nel senso che il paese non può stare nemmeno un giorno senza una legge elettorale applicabile sicchè dalle sue pronunce scaturisce sempre e comunque una norma di pronta applicazione.
2. La questione di costituzionalità su una legge elettorale prima della sua applicazione è ammissibile? SI ha già detto la Consulta occupandosi del porcellum; perchè hanno spiegato i giudici è ammissibile sollevare la questione nell’ambito di un giudizio volto ad accertare i connotati del diritto di voto messi in discussione da una legge sospettata di incostituzionalità
3. Il ballottaggio dell’Italicum è legittimo? NO ha già detto la Consulta perchè non si può dare un premio di maggioranza senza la garanzia del raggiungimento di una determinata soglia di voti; e siccome al ballottaggio si accede per il solo fatto di essere primo o secondo partito e poi uno dei due si prende il premio anche se vanno a votare solo in tre elettori, ecco che in piana e immediata applicazione di quanto già statuito sul porcellum la Consulta non può che bocciare quel ballottaggio.
In questo quadro la circostanza che il sistema sia ancora bicamerale (per il no referendario alla riforma costituzionale) è solo un elemento rafforzativo nell’inammissibilità di un premio senza soglia che non trova nemmeno la giustificazione di una governabilità non raggiungibile in presenza di un Senato eletto con sistema diverso.
4. Il premio al primo e unico turno è legittimo con la soglia del 40%? SI.
Nella sentenza sul porcellum la Consulta aveva censurato l’assenza di una soglia. Quella del 40 per cento appare quanto meno ragionevole e la Corte non dovrebbe avere voglia di apparire come il Cerbero censore di qualsivoglia correzione maggioritaria. In ogni caso il problema è relativo perchè al 40% da soli non arriva nessuno.
5. L’attribuzione alla lista e non alle coalizione è legittima? SI.
Già nella sentenza del porcellum la Corte ha dato atto di come spetti al legislatore la scelta se favorire coalizioni o liste senza apparentamenti, nessuna delle due essendo un’opzione costituzionalmente obbligata.
6. I capilista bloccati sono legittimi? NO sulla scorta della sentenza sul porcellum che esclude che il voto dell’elettore possa essere deformato e “rubato”.
L’inganno dell’Italicum è che da un lato prevede le preferenze ma se poi tutti gli elettori di un partito esprimono una scelta per un candidato, poi però viene eletto (se mai soltanto) quello voluto dal partito in barba alle preferenze espresse dagli elettori. Qui si può discutere di come i giudici civili abbiano sollevato la questione: ma se la Consulta la ritiene ammissibile senz’altro travolge anche i capilista insieme alla loro arbitraria opzione tra più collegi dopo il voto.
In definitiva potranno oscillare dettagli ma da domani come era ampiamente prevedibile avremo anche per la Camera una legge proporzionale con preferenze e possibile premio di maggioranza alla lista che (molto improbabile) da sola raggiunga il 40% dei voti.
Del ritorno al passato (proporzionale e appiccicose preferenze) non ha certo colpa la Corte che si limita a rattoppare i buchi più grossi ed evitare ferite al principio di democrazia.
La soluzione più rapida e di buon senso sarebbe quella di lasciare tale impianto ma riducendo i collegi ad ambito uninominale come era per il vecchio Senato; legge proporzionale ma uninominale garantendo così rappresentatività e rapporto elettori-eletti. Semplice buon senso.
Avrebbero già potuto farlo. Ma aspettano, aspettano, aspettano….
Gianluigi Pellegrino
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 3rd, 2017 Riccardo Fucile
UN SISTEMA TRIPOLARE E’ DESTINATO A NON AVERE UNA MAGGIORANZA SENZA L’ACCORDO TRA DUE PARTITI
La tentazione è la Grande Coalizione.
Monica Guerzoni sul Corriere di oggi racconta che nei palazzi della politica si cominciano a immaginare gli scenari futuri che il nuovo Parlamento dovrà affrontare dopo un voto che si preannuncia sanguinoso per le parti in campo e che rischia, a seconda della scelta della legge elettorale, di lasciare sul campo morti e feriti ma non vincitori e vinti.
Perchè il rischio che nella notte dello spoglio nessuno riesca ad arrivare a una maggioranza nei due rami del parlamento è molto concreto, talmente concreto da lasciar immaginare scenari interessanti per le coalizioni che verranno.
Silvio Berlusconi, sempre sul Corsera, conferma di puntare a un proporzionale con sbarramento e disegna una maggioranza che poggi su due pilastri.
Se in Germania la Merkel ha dovuto accordarsi due volte con i liberali e una con i socialdemocratici, lui ha in mente un nuovo Nazareno: «Vedo come soluzione un patto tra Pd e FI».
E in effetti è proprio questo lo scenario più probabile per il dopo voto: in uno scenario tripolare due poli si alleano per mandare all’opposizione il terzo polo, ovvero i voti di Forza Italia, che si candiderà in coalizione con Meloni e Salvini, serviranno successivamente ad assicurare un nuovo governo a guida diversa da quella dei candidati alle elezioni e necessariamente “tecnico”:
L’ex presidente della Camera sosterrebbe senza imbarazzi un nuovo patto del Nazareno.
«Ma il dibattito sulla data del voto è demenziale – avverte Casini –. Se continuiamo a fare errori la possibilità che la sommatoria tra Grillo, Salvini e Meloni raggiunga il 50% non è remota».
I timori
Federico Fornaro, minoranza dem, lo dimostra coi numeri: «Alla Camera se il Pd prendesse il 30% e Forza Italia il 12%, difficilmente si arriverebbe ai 316 seggi di maggioranza, anche se Ncd superasse uno sbarramento del 3%».
Gaetano Quagliariello è preoccupato. Per l’ex ministro di Letta, teorizzando la grande coalizione a partire dalla legge elettorale «si creano i presupposti per una situazione weimariana, in cui le forze antisistema conquistano la maggioranza ma non costruiscono una coalizione».
Eppure i centristi del Pd continuano a tessere la loro tela.
«Per la complessità italiana servono coalizioni che affrontino le emergenze», sostiene Beppe Fioroni e indica due strade: una legge che consenta la coalizione prima del voto grazie al premio di maggioranza, oppure un’alleanza che si formi in Parlamento dopo il voto, «come dice la Costituzione».
Ncd tifa per il modello tedesco e non solo perchè le larghe intese hanno consentito ad Alfano di battere ogni record di longevità come ministro.
«Noi siamo nati sulla responsabilità – ricorda Maurizio Lupi –. E sono contento che torni la coscienza di una nuova stagione in cui ci si rimbocca le maniche e si lavora assieme».
Purchè, ammonisce, non si commetta il «grande errore» di illudersi che gli scenari futuri si disegnino con le leggi elettorali. La divergenza tra i (tanti) fan della grande coalizione è tutta qui.
Partire dal sistema di voto, oppure aspettare il verdetto delle urne?
Il ministro Gian Luca Galletti risponde al volo: «Meglio partire dal proporzionale. Serve un governo forte e con il maggioritario fai fatica a centrare l’obiettivo».
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
CON I VOTI DEL 2013 NESSUNO AVREBBE LA MAGGIORANZA…LE QUATTRO SIMULAZIONI DEL SISTEMA
La legge elettorale è da rifare e il Pd rilancia il Mattarellum, con cui si è votato dal ’94 al 2001.
Ma cosa succederebbe se si votasse con quel sistema?
E il risultato sarebbe diverso rispetto a un modello proporzionale?
Stime precise non sono possibili, ma simulazioni sì, tenendo presente alcune variabili. Innanzitutto il passaggio da un sistema bipolare ad uno tripolare, che vede oggi i 5Stelle in campo accanto a centrosinistra e centrodestra.
Inoltre rispetto al Porcellum (con cui si votò nel 2013) il Mattarellum (75% di maggioritario, 25% di proporzionale) introduce fattori in grado di spostare consensi: la capacità attrattiva dei candidati di collegio, la necessità di coalizzarsi.
Ecco quattro diverse simulazioni del Mattarellum elaborate da Salvatore Vassallo, docente di
Scienza politica all’università di Bologna, sulla base della distribuzione territoriale del voto 2013 (escluse Valle d’Aosta e estero)
La prima riporta i consensi di quella tornata nei collegi uninominali ipotizzando, sulla base dei flussi stimati alle Europee 2014, che i voti di Scelta Civica (Monti) vadano per il 40% al centrosinistra (Pd+Sel) e per il 60% al centrodestra (FI+Lega+Fratelli d’Italia).
Risultato: nessuno dei tre poli ottiene una maggioranza autosufficiente.
Il centrodestra è la prima forza con 291 seggi alla Camera (ne servirebbero 316) e 154 al Senato (contro 161 necessari).
Visto il rifiuto dei pentastellati a stringere alleanze solo un accordo tra centrodestra e centrosinistra potrebbe far nascere un governo.
Nella seconda tabella i 5Stelle arrivano ai livelli massimi dei sondaggi: il 31% alla Camera, dove otterrebbero 189 seggi, 73 al Senato, a scapito degli altri.
Ma neanche loro avrebbero la maggioranza
Nella terza simulazione il centrosinistra supera il 37% alla Camera (il Pd alle Europee toccò il 40%).
Sfiorerebbe così la maggioranza a Montecitorio con 307 seggi e la conquisterebbe per un soffio al Senato (161 seggi); per governare avrebbe comunque bisogno di una intesa (almeno con un pugno di parlamentari).
Ma se uno dei poli arriva invece intorno al 40% conquista la maggioranza: è l’esempio della quarta tabella, dove il centrodestra tocca il 39% e prende 357 seggi alla Camera e 184 al Senato. 
«Questo dimostra che la Mattarella, se i tre poli sono più o meno equivalenti fotografa la situazione, ma se l’elettorato predilige nettamente uno dei tre si riattiva la dinamica maggioritaria», sostiene Vassallo
Al contrario un proporzionale come il Consultellum «in nessuno di questi quattro scenari emergerebbe una maggioranza autosufficiente e omogenea ». Le larghe intese quindi sarebbero l’unica alternativa ad un ritorno alle urne.
Quanto alla proposta di un proporzionale corretto da un premio, Vassallo avverte che si correrebbe un rischio non da poco: «Con un sistema bicamerale e una struttura tripolare dell’offerta politica si rischia il paradossale risultato di avere premi attribuiti a forze antagoniste alla Camera e al Senato. Forse — è il suo suggerimento – un Mattarellum rivisitato, che mischi sistema tedesco e spagnolo, potrebbe essere la soluzione. Nel 2007 Veltroni e Berlusconi ci andarono vicini ».
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
SOLO PD E LEGA FAVOREVOLI… BERLUSCONI HA ALTRE IDEE
I numeri dicono che sommando a palazzo Madama i 113 senatori del Pd (ammesso che sul tema siano tutti compatti) e i 13 della Lega, più qualche volenteroso, la maggioranza sulla legge simbolo del bipolarismo all’italiana (che fu) è assai lontana.
Perchè di altri favorevoli, all’orizzonte, non se ne vedono.
Nè i Cinque Stelle nè Verdini. Neanche Sel.
Addirittura i ben informati raccontano che anche Angelino Alfano, ascoltata la relazione di Matteo Renzi all’Ergife, abbia avuto un moto di sorpresa e rabbia: “Per noi — diceva Fabrizio Cicchitto in Transatlantico — quella legge è un suicidio”.
Ecco, il ballo del Mattarellum è iniziato, grande anticipo della notte di San Silvestro, con le sue danze e suoi tic trac.
Nel Palazzo, soprattutto nel Pd che pure ha proposto il Mattarellum per bocca del suo segretario, l’interpretazione che va per la maggiore è questa: “Renzi ha fatto una mossa perchè vuole votare presto e i sondaggi dicono che il paese vuole andare al voto. La legge di Prodi, dell’Ulivo è una mossa politica, per compattare i suoi e stanare gli altri, ma è il primo che sa che fino a che non si pronuncia la Corte costituzionale è solo tutta tattica”.
Le Camere riapriranno il 12 di gennaio, dopo la pausa natalizia e a quel punto siamo già a ridosso della sentenza della Consulta.
È ragionevole pensare che, prima di quella data, difficilmente si farà sul serio.
Certo continueranno a emergere le posizioni, tra chi vuole il Mattarellum puro come negli anni Novanta e chi col 50 di proporzionale.
E chi inizierà a posizionarsi su una legge più proporzionale, immaginando che lì porterà la Corte.
E se c’è una chiave per interpretare l’attivismo sul tema — sia pur senza convinzione – più che alle technicalities del merito bisogna rivolgere l’attenzione alla manovra.
Politica tutta politica. Raccontano che il centralino di Arcore sia stato preso dall’assalto da tutto lo stato maggiore di Forza Italia, perchè quella di Salvini è suonata come un’Opa ostile.
E tale, effettivamente, è: “Si vuole prendere il centrodestra”, “polarizza con Renzi e attrae un pezzo dei nostri evocando il blocco del Nord”.
L’intervista in cui Giovanni Toti, al Corriere, invitava ad andare a vedere le carte è apparsa una conferma in tal senso.
A palazzo Madama, già nei giorni scorsi, i senatori azzurri di tutto il sud, su sollecitazione dei campani, si sono riuniti per fissare un’invalicabile linea del Piave: il proporzionale, punto. Un’iniziativa che ancora non confluisce in un documento ma che rende complicato spostare il gruppo su altre posizioni.
Al fondo, però, la variabile più importante per Berlusconi si chiama tempo.
Tempo perchè è chiaro che approvare una legge elettorale significa poi andare a votare il minuto dopo, e certo non è pronto.
Tempo perchè la sua testa, in questi giorni, è in altre faccende concentrata (vai alla voce: Vivendi). Tempo, per la solita questione di Strasburgo.
L’avvocato Ghedini è convinto che il benedetto ricorso non sarà discusso prima di maggio del prossimo anno. E, racconta chi ha parlato con lui, sul tema non trasmette chissà quale ottimismo.
Una fonte degna di questo nome spiega: “Sono ricominciate le chiacchiere su una trattativa con Renzi e su uno scambio tra legge elettorale e Strasburgo. Bah… A Strasburgo il parere del governo è affidato a una relazione tecnica dell’avvocatura dello Stato sull’applicabilità della Severino.
Tutto può essere, ma l’avvocatura dello Stato per ‘aiutare’ Berlusconi dovrebbe fare una relazione che dice: la Severino non deve essere retroattiva.
È come sperare che il governo smonti la Severino. Complicato”.
Detto in modo sbrigativo: la bussola di Berlusconi è che non vuole votare e, chiaramente, ha bisogno di una legge elettorale che lo renda indispensabile per un’alleanza post voto.
Meno maggioritaria è meglio è.
Anche lui attende la Corte, sottraendosi al grande ballo di fine di fine anno.
(da “Huffingtonpost”)
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