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LEGGE ELETTORALE, ECCO PERCHE’ LA BARUFFA ITALIANA E’ UNICA AL MONDO

Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile

DUE LIBRI METTONO A CONFRONTO LE NORMATIVE ELETTORALI DELLE PRINCIPALI DEMOCRAZIE, EVIDENZIANDO L’ORIGINALITA’ DELLA VICENDA ITALIANA

Da 12 anni a questa parte il problema che più angustia i principali leader (disamorando gli italiani), è fare e disfare la legge elettorale, ritagliandola a proprio uso e consumo: tutto cominciò nel 2005 quando il governo Berlusconi escogitò una riforma, ribattezzata “Porcellum”, che fosse in grado di annacquare la probabile vittoria della coalizione guidata da Romano Prodi nelle elezioni fissate per il 2006.
Un atteggiamento che ha fatto scuola: nel 2014 anche il governo Renzi ha ritenuto che fosse il caso di impostare una legge elettorale (poi ribattezzata “Italicum”) ritagliata sulla propria misura.
Due leggi elettorali fatte così male che la Corte Costituzionale ha bocciato prima il “Porcellum” e poi l’”Italicum”.
Per confrontare le nostre leggi elettorali e quelle delle principali democrazie occidentali, ma anche per capire tutti i segreti e i “trucchi” di una normativa così importante, un contributo significativo arriva da due libri scritti da Federico Fornaro e Pino Pisicchio, parlamentari di diverso orientamento ma dotati di caratteristiche infrequenti nell’attuale classe politica: padronanza della materia elettorale e una sperimentata attitudine alla saggistica storico-politica.
Nel suo “Come funzionano le leggi elettorali” (Giubilei Regnani Editore), Pino Pisicchio, presidente del Gruppo misto della Camera, già  presidente della Commissione Giustizia, evidenzia due peculiarità  dell’Italicum: la legge attualmente in vigore meriterebbe «l’Oscar per la velocità  di durata: si tratta dell’unica legge elettorale al mondo destinata a essere rimossa prima ancora di venire mai provata sul campo», ma poichè è molto probabile che sia presto cambiata, «nel giro di soli 24 anni ci avvieremmo alla quinta riforma elettorale: una situazione unica nel mondo democratico, dove i sistemi sono in vigore da tempi immemorabili».
Altre peculiarità  della normativa italiana sono evidenziate nel suo “Elettori ed eletti” (Epokè) da Federico Fornaro, senatore di Articolo 1, già  autore di saggi sulla storia del socialismo e della Resistenza.
Molto interessanti in particolare le elaborazioni di Fornaro sulla “sovrarappresentazione” del primo partito nelle diverse realtà  europee, mettendo a confronto i voti ottenuti in percentuale e la percentuale in seggi.
Al primo posto di questa particolare “classifica” c’è l’Ungheria, dove il primo partito ha ottenuto (nel 2014) il 44.1% dei voti che si sono trasformati nel 66,8% di seggi, con una differenza seggi-voti di +22,7%.
Al secondo posto di questa graduatoria europea sull’effetto-doping conferito dal premio di maggioranza c’è l’Italia col Porcellum, la legge che ha eletto l’attuale Parlamento.
Nel 2013 il Pd col 25,4% dei voti, si ritrovò col 46,3% dei seggi, con un salto del 20,8%.
Ecco la “notizia”: il Porcellum riusciva a produrre un effetto maggioritario persino superiore a quello del più classico dei sistemi maggioritari, quello inglese.
Nel Regno Unito, nel 2015, i Tories ottennero nei collegi un 36,8% dei voti che produssero il 50,8% dei seggi, con un premio del 14 per cento.
Un super-premio, del tutto fuori scala rispetto al resto del mondo, quello garantito dal “Porcellum” ma anche dall’”Italicum”: una striscia iper-maggioritaria che sta per produrre, quasi come nemesi, il ritorno al sistema proporzionale.
Come capita spesso, quando si esagera: da un eccesso all’altro.

Fabio Martini
(da “La Stampa”)

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DOPPIO TURNO E PREMIO ALLA LISTA CHE ARRIVA AL 37%: LA SOLITA LEGGE TRUFFA SPONSORIZZATA DA PD E M5S

Aprile 7th, 2017 Riccardo Fucile

PRIMO TURNO CON SOGLIA AL 40%, SECONDO TURNO RISERVATO SOLO A CHI AL PRIMO HA SUPERATO IL 20%… E CHI ARRIVA AL 37% AL SECONDO TURNO PREMIO CHE LO PORTA AL 51%, COSI’ UNA MINORANZA GOVERNA DA SOLA

C’è una tavola imbandita per le trattative sulla legge elettorale attorno al quale però nessuno degli invitati osa sedersi per primo. Perchè ognuno aspetta che lo faccia l’altro. M5S e Pd parlano così, a distanza, con contatti informali, colloqui lampo nei corridoi, abboccamenti, dichiarazioni a microfoni spenti.
C’è un punto però su cui i 5 Stelle e Matteo Renzi sembrano essere d’accordo: in un Paese di gente che non ama perdere, nessuno dei due vuole morire impiccato al proporzionale.
Entrambi vorrebbero chiarezza sul vincitore e un sistema più semplificato che non subisca il ricatto dei piccoli partiti.
E allora ecco spiegato quanto dice una fonte del M5S che consiglia di spulciare le diverse proposte di legge sepolte in commissione Affari costituzionali alla Camera e di guardare a una sopra tutte.
È firmata Pd ed è quella che più delle altre piace a Renzi. E soprattutto risponde all’esigenza dei grillini perchè contiene un premio ragionevole alla lista che, come raccontato dalla Stampa la settimana scorsa, è la richiesta con la quale il M5S è pronto a cedere a una trattativa vera.
Anche perchè c’è un fattore che pesa sul destino dei grillini ai vertici, come Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista: sanno che questa è la loro occasione, perchè il M5S non è mai stato dato così favorito per la vittoria, ma sanno anche che è l’ultima occasione. Perchè incombe la regola “massimo due mandati” e o vanno al governo ora o mai più. E per andarci, con l’attuale sistema, un proporzionale puro se nessuno raggiunge il premio di maggioranza al 40%, è probabile che dovranno scendere al compromesso di un’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia.
La legge che tenta il M5S porta la firma del deputato Gian Mario Fragomeli, ma è stata rilanciata da due testimonial renziane: Alessia Rotta e Simona Malpezzi.
Insegue il sogno del maggioritario ma lascia un’opzione proporzionale.
È un doppio turno, senza ballottaggio, a cui possono accedere tutti i partiti che superano la soglia del 20% alla prima consultazione.
«In questo modo rispecchiamo anche la vicinanza, nei consensi, tra le tre principali forze in campo, Pd, M5S e centrodestra» spiega Fragomeli.
La legge mantiene, per il primo turno, la soglia al 40% per accedere al premio di maggioranza, come prevede l’Italicum anche dopo la bocciatura della Corte Costituzionale.
Si abbassa al 37%, al secondo turno: chi lo raggiunge si becca un premio, non sproporzionato, che porta al 52%.
È un premio alla lista, con un traguardo più abbordabile, 37% e non 40%: esattamente quanto chiedono i 5 Stelle, che infatti si mostrano incuriositi e possibilisti.
«Non ci esprimiamo più, è la settima proposta che sento da parte del Pd – dice Danilo Toninelli, l’uomo delle riforme elettorali del M5S – Dobbiamo essere concreti, per andare al voto una legge c’è già ».
È il Legalicum, l’Italicum rivisitato dalla Consulta. Vale solo per la Camera e il M5S propone di estenderlo al Senato.
Nel balletto estenuante dei negoziati, Renzi non ha mai escluso questa prospettiva, anche se preferirebbe, come i 5 Stelle, una legge maggioritaria.
Intanto, per lanciare segnali di pace, attraverso i suoi parlamentari ha fatto sapere di essere pronto a far saltare i capilista bloccati.
Un boccone irrinunciabile per i grillini da sbandierare come un successo con i propri elettori: «Allora eliminiamoli», continua Toninelli.
Il deputato ribadisce la posizione ufficiale ma non dice di no alla legge col marchio di Renzi. Se l’ex premier concedesse le liste senza nominati di partito, i grillini infatti potrebbero votare un sistema che premia il primo partito, con doppio turno, dove farebbero leva sulla logica del voto utile per polarizzare la sfida, come hanno fatto con successo al referendum.
«Noi contro di loro»: è il campo che prediligono. E anche se il 4 dicembre scorso è stata una sventura per Renzi, è dove si sente portato anche lui, desideroso di misurare la sua forza e di neutralizzare gli avversari interni al Pd, sia chi è rimasto dentro, sia chi è uscito.
La legge in discussione, in più, ha una doppia faccia, perchè si lascia aperta la possibilità  del proporzionale, se nessuno raggiunge il 37% al secondo turno: «E prevediamo il quorum di validità , pari al 50% più uno degli aventi diritto – spiega Fragomeli – Perchè consideriamo il secondo turno una scelta di governo, in senso maggioritario». Il deputato Pd conferma l’interessamento del M5S: «E sa perchè? Perchè anche loro vogliono governare e non morire di proporzionale. Sfidiamoci e vediamo a chi tocca».

Ilario Lombardo
(da “La Stampa“)

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LA MINACCIA DI MINZOLINI: “VOGLIO TORNARE A FARE IL GIORNALISTA”

Marzo 28th, 2017 Riccardo Fucile

OGGI FA FINTA DI DIMETTERSI “PER COERENZA”, MA LE DIMISSIONI SCATTANO SOLO QUANDO IL PARLAMENTO LE VOTA…INFATTI VENGONO SEMPRE RESPINTE E MINZOLINI RESTERA’ A PRENDERE LO STIPENDIO FINO ALLA SCADENZA

“Quello che ho fatto l’ho fatto per coerenza. Mi sono dimesso oggi perchè l’ho voluto io e non perchè me lo hanno chiesto altri. Adesso voglio tornare a fare il giornalista”. Lo ha detto il senatore dimissionario, Augusto Minzolini, prima che venisse discussa la sua posizione davanti al tribunale di sorveglianza di Roma.
I suoi difensori chiederanno che la pena a due anni e sei mesi a cui è stato condannato per peculato venga scontata presso la Comunità  di Sant’Egidio.
“Ho raccolto in questi giorni la solidarietà  e la vicinanza di più colleghi parlamentari — ha aggiunto l’ex direttore del Tg1 — anche di altri schieramenti. Ho presentato le dimissioni e adesso il Senato faccia quello che deve. Io intendo tornare al mio antico amore, il giornalismo. Fermo restando che considero importante e molto interessante l’esperienza vissuta da parlamentare”.
Quello che Minzolini non dice però è che fino a quando il Parlamento non voterà  le sue dimissioni, lui continuerà  a percepire il relativo stipendio.
E la prassi è che vengano respinte anche tre e più volte.
Insomma arriverà  al 2018 e a fine legislatura.
Tanto per non essere presi per i fondelli…

(da agenzie)

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LA SQUALLIDA FIGURA DEL PARLAMENTO ITALIANO CHE OFFENDE LE VITTIME DI LONDRA

Marzo 24th, 2017 Riccardo Fucile

I DEPUTATI CHE URLANO “NO” AL MINUTO DI SILENZIO CHIESTO PER LE VITTIME PERCHE’ AVEVANO FRETTA DI USCIRE

“Noo!”: è l’urlo che si sente nell’Aula della Camera quando la presidente Laura Boldrini annuncia di accingersi a tenere “una commemorazione” delle vittime dell’attentato di Londra prima dell’ultima votazione della giornata.
Un attimo prima di indire la votazione finale sul DL terremoto, Boldrini dice: “Ora dobbiamo fare una commemorazione…”.
Ma in tanti, spazientiti, non la lasciano finire e urlano “noo!”, probabilmente non avendo capito che si stavano per ricordare le vittime di Londra.
Boldrini reagisce duramente: “Chiedo rispetto”, dice la presidente della Camera, che dopo inizia la commemorazione, chiusa da un minuto di silenzio e da un corale applauso dell’Assemblea.
La figuraccia è di quelle epocali e poco importa che probabilmente nessuno sapesse che la Boldrini stava annunciando la commemorazione per Londra: quale che sia la cerimonia da effettuare alla Camera, i deputati non possono comportarsi come gli alunni di una scuola quando la professoressa chiede loro di trattenersi cinque minuti dopo la lezione, anche perchè, a differenza degli scolari, sono profumatamente pagati per rappresentare il Paese.

(da “NextQuotidiano”)

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RAZZI COLPISCE ANCORA: DOPO IL SELFIE DELL’ORRORE, L’ORRORE ORTOGRAFICO

Marzo 21st, 2017 Riccardo Fucile

NON BASTAVA LA FOTO CON UN CRIMINALE, RAZZI REPLICA MA INCIAMPA IN UN ERRORE ORTOGRAFICO

Antonio Razzi colleziona contatti pericolosi.
Da anni considera il dittatore nordcoreano Kim Jong-un un amico personale, ora si fa un selfie con Bashar al-Assad, il leader siriano che mezzo mondo considera un genocida.
Il senatore di Forza Italia, componente della commissione Esteri di Palazzo Madama celebre per l’imitazione di Maurizio Crozza e per le sue esternazioni spesso accompagnate da errori grammaticali, viene subissato di critiche per quei sorrisi con l’uomo forte di Damasco. E replica da par suo.
“Il talk fesso offende solo le menti”, replica Razzi su Twitter a chi si dice indignato per quei sorrisi “con il genocida”.
Poi il senatore offre una lettura geopolitica della missione, ma inciampa sull’italiano: “L’incontro con Assad può servire ha costruire un ponte di pace”.

(da agenzie)

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CASO MINZOLINI, INTERVISTA AL COSTITUZIONALISTA D’ANDREA: “IL SENATO HA VIOLATO LA LEGGE, LA PALLA ORA TORNA ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA”

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

“DECISIONE DISTORSIVA DEL PRINCIPIO DI LEGALITA'”…”VA SOLLEVATO CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DI POTERI DELLO STATO”

“Il Senato della Repubblica oggi ha agito non secondo, ma contro la legge”.
Salvato Augusto Minzolini dalla decadenza gli onorevoli di Palazzo Madama hanno di fatto votato anche per la non applicazione della legge Severino, che pure ha voluto e approvato.
E ora che succede?
Lo chiediamo al costituzionalista Antonio d’Andrea che, in tempi non sospetti, aveva segnalato il rischio di “effetti distorsivi al principio generale di legalità ” derivanti proprio dalla sindacabilità  della legge ad opera dei parlamentari.
Alla fine il colpo di spugna alla Severino è arrivato
E’ evidente che la decisione di oggi su Minzolini da parte dell’aula del Senato allarga il conflitto di poteri tra magistratura e politica, alimentato da Parlamento che si discosta dall’osservanza degli effetti necessari e obbligatori della condanna.
Perchè siamo arrivati a questo punto?
Perchè quando si è discusso della Severino e delle sue interpretazioni e applicazioni c’era chi ne dava una lettura molto restrittiva, quasi autopplicativa, e chi voleva creare uno spazio di interferenza politica rivendicando maggiore sindacabilità  nell’applicazione delle legge.
In base a cosa il Parlamento si arroga il diritto di interferire con gli effetti di una legge?
I parlamentari fanno leva su un tema costituzionale legato all’art. 66 relativo alla “verifica dei poteri” che comporta per chi ha lo status di parlamentare una competenza camerale, giuntale prima e dell’aula. Una sorta di giurisdizione “speciale “esercitata direttamente dalle Camere. Il principio è giusto, ma la sua applicazione pratica realizza una declinazione dell’autodichia pesantemente distorsiva del principio di legalità  generale per cui le regole che valgono per tutti hanno una riserva, in questo caso perfino quando il procedimento penale è concluso.
Cosa pensa sia accaduto realmente oggi?
Che il Senato abbia esercitato un potere che non gli compete. Mi spiego. Quando le camere sono chiamate a svolgere sia pure nel novero dell’autodichia funzioni che gli derivano da una competenza costituzionale non possono ignorare la legge. E’ vero che le Camere fanno da “giudici speciali” quando deliberano sulla verifica dei poteri, quando convalidano le elezioni o si pronunciano sulla decadenza legata a pronunciamo degli organi giudiziari. Ma devono agire secondo legge, non contro la legge.
Potevano agire in maniera più “lineare”?
Certo, se i parlamentari dubitavano della legge avevano tutti gli strumenti per bloccarla o modificarla. Potevano non votarla, e una volta approvata avevano modo di attivare l’incidente di costituzionalità  presso la Corte.
Cosa può succedere ora?
Politicamente parlando poco. Solo il giudice ha una strada maestra, quello delle esecuzioni penali potrebbe sollevare il conflitto di attribuzioni. Non può che essere l’autorità  giudiziaria a sollevare il conflitto tra poteri dello Stato perchè non è che alla Corte arrivi così. Bisogna capire se l’autorità , deprivata della sua sfera costituzionale nel veder garantite e osservate le sentenze che ha pronunciato da questo voto, ha la volontà  di porre il problema alla Corte. Può una delibera di decadenza al Senato spingersi fino a vanificare il pronunciamento giudiziario?
Subito Forza Italia e non solo dicono che la Severino non vale più
Non è così, anche se certamente quella pretesa oggi ha trovato conferma addirittura in una votazione che sostanzialmente vanifica gli effetti della legge. E’ accaduto anche con Berlusconi, quando all’applicazione delle legge si è tentato di rispondere con distinguo e eccezioni non previsti di natura squisitamente politica e non collegata agli argomenti strettamente giudiziari.
Come se ne esce?
Il problema da impostare giuridicamente è la relazione che intercorre in questi casi tra l’autorità  giudiziaria penale che conclude gli accertamenti con sentenza di condanna che comporta come naturale conseguenza la decadenza e l’intervento dell’organo parlamentare che dovendo per Costituzione prendere atto senza alcuna valutazione in realtà  utilizza la discrezionalità  per vanificare il pronunciamento. Il nodo, alla fine, è tutto qui.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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QUANDO MATTARELLA DISSE: “NON VOTARE LA DECADENZA DI UN PARLAMENTARE INTERDETTO E’ ABERRANTE”

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

L’INTERVENTO A MONTECITORIO SU PREVITI: “LA FUNZIONE DI DEPUTATO E’ UN PUBBLICO UFFICIO E NON GLI E’ PIU’ CONSENTITO DI RICOPRIRLO. LA CAMERA DEVE DISPORNE LA DECADENZA SALVO VIOLARE LA COSTITUZIONE E LA LEGGE”

Un parlamentare interdetto dai pubblici uffici? “Decade dal suo mandato ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione”.
Chi dispone della sua decadenza? La Camera d’appartenenza,”salvo violare le regole della Costituzione e della legge”, che sono “chiare e stringenti”.
E in caso contrario? “Significherebbe che un parlamentare, qualunque fosse il reato da lui commesso, sarebbe comunque inamovibile, conclusione infondata ma anche aberrante“.
Sembra un commento a caldo di un parlamentare d’opposizione, dopo che il Senato ha salvato Augusto Minzolini, per il quale la giunta per le Autorizzazioni aveva deliberato la revoca del mandato parlamentare.
E invece è il parere — chiaro, netto e documentato — fornito da Sergio Mattarella, l’attuale presidente della Repubblica che dieci anni fa era intervenuto alla Camera su un caso simile a quello dell’ex direttore del Tg1.
Era il 31 luglio del 2007 e l’aula di Montecitorio doveva votare la decadenza da parlamentare di Cesare Previti, condannato in via definitiva nel processo Imi — Sir e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici.
“Quello che oggi in questa aula celebriamo non è un giudizio nel merito delle accuse formulate nei processi all’onorevole Previti. Non ci compete. Siamo chiamati a prendere atto di una decisione formulata dalla magistratura in tre gradi di giudizio, e passata in giudicato con la pronunzia della corte di Cassazione. Ne dobbiamo prendere atto e assumerci la responsabilità  delle conseguenti decisioni che competono soltanto a questa Camera”, era stato l’incipit di Mattarella, che nel 2007 era parlamentare della Margherita. All’epoca, ovviamente, non esisteva la legge Severino. Montecitorio, però, doveva esprimersi sulla decadenza di Previti da parlamentare, perchè dopo la condanna in via definitiva   e l’interdizione dai pubblici uffici aveva perso i diritti elettorali attivi e passivi.
Un caso quasi identico a quello di Minzolini, condannato in Cassazione per peculato e interdetto a sua volta, seppur soltanto per due anni e mezzo.
“Non è possibile in alcun modo, con nessun argomento, complicare la realtà  dei fatti che è, al contrario, estremamente semplice — aveva detto Mattarella — Un cittadino interdetto in perpetuo dai pubblici uffici non è più titolare dei diritti elettorali, non può più votare e di conseguenza non può più essere eletto, e se è già  stato eletto ed è parlamentare decade dal suo mandato ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione”.
Da costituzionalista esperto, l’ex ministro della Difesa ricordava che “l’articolo 66 della Costituzione, sopra la quale non vi è null’altro — sottolineo nulla — attribuisce alla Camera il compito di decidere sulle cause sopraggiunte di ineleggibilità  dei deputati, e l’onorevole Previti è divenuto, dopo le elezioni, ineleggibile. L’interdizione perpetua dai pubblici uffici comporta — come è noto — la perdita della titolarità  dei diritti elettorali. Chi ne è colpito non può essere più nè eletto nè elettore, e difatti l’onorevole Previti è stato cancellato dalle liste elettorali. È sempre la Costituzione all’articolo 56, che dispone che può essere deputato soltanto chi può votare, e ciò non è più consentito all’onorevole Previti per effetto di quella interdizione”.
Sul voto relativo alla decadenza, poi, secondo il futuro capo dello Stato, la Camera non aveva più opzioni.
“La funzione di deputato — diceva —   è appunto indiscutibilmente un pubblico ufficio, e non gli è più consentito di ricoprirlo. Soltanto la Camera, attraverso il voto dei suoi componenti, può disporne la decadenza o accertarne le dimissioni, e noi siamo chiamati a farlo, salvo violare le regole della Costituzione e della legge, norme che esistono — colleghi — diversamente da quanto si è detto, norme che esistono, chiare e stringenti“.
Mattarella parlava di dimissioni perchè poco prima dell’inizio del dibattito parlamentare, Previti aveva fatto pervenire alla Camera la sua disponibilità  a dimettersi in extremis (al contrario di Minzolini, che lo ha fatto solo dopo essere stato “salvato” da Pd e Fi).
Gli altri esponenti di Forza Italia, però, avevano comunque provato a salvare lo storico avvocato di Silvio Berlusconi, con interventi alle quali il futuro inquilino del Colle aveva replicato. “Vi sono stati nel dibattito odierno alcuni abili, talvolta acrobatici tentativi di formulare argomentazioni volte a contestare la decadenza e le conclusioni della giunta, o addirittura volte a sostenere l’impossibilità  di decadenza di un parlamentare, senza riflettere che ciò significherebbe che un parlamentare, qualunque colpa abbia commesso, qualunque fosse il reato da lui commesso, qualunque responsabilità  abbia di qualunque natura, sarebbe comunque inamovibile, conclusione infondata ma anche aberrante. Si tratta di tentativi che si infrangono contro la chiarezza di quelle due norme della Costituzione”.
È per questo motivo che alla fine Mattarella aveva invitato i colleghi a votare per le dimissioni di Previti, perchè si trattava “semplicemente della verità  dei fatti e di adempiere al dovere di rispettare le regole poste dalla Costituzione e dalla legge”. Dieci anni dopo, in Parlamento sarebbe accaduto esattamente il contrario.
E adesso che siede sul colle più alto di Roma, Mattarella potrebbe facilmente commentare quanto successo in Senato.
Al presidente basterebbe stampare una copia del suo stesso discorso senza cambiare quasi nessuna parola.
D’altra parte lo ha detto lui stesso poche ore fa incontrando gli studenti al Quirinale: “Io sono un arbitro non silenzioso ma discreto, intervengo quando il meccanismo si inceppa“.
Ecco presidente: si è inceppato.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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E’ BOOM DI PARTITINI: DA 4 LISTE PRESENTATE NEL 2013 A 18 GRUPPI

Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile

E’ IL RECORD DEI CAMBI DI CASACCA

Tra gruppi e sottogruppi se ne contano ben 18 alla Camera e 19 al Senato.
Solo negli ultimi venti giorni sono nati quattro nuovi partiti dentro e fuori il Parlamento: il Movimento Democratico e Progressista dei fuoriusciti del Pd, la Destra sovranista di Alemanno e Storace, i Centristi per l’Europa di Casini, mentre Sel ha definitivamente completato la trasformazione in Sinistra Italiana.
E non è finita qui, perchè l’11 marzo Giuliano Pisapia battezzerà  ufficialmente il suo “Campo Progressista”, mentre il 18 Angelino Alfano lancerà  il Polo dei moderati sciogliendo definitivamente Ncd.
La voglia di proporzionale spinge a dividersi.
Dopo la bocciatura dell’Italicum da parte della Corte costituzionale, ultimo atto di un progressivo sgretolamento del bipolarismo, nel mondo politico è esplosa la voglia di proporzionale.
Protagonisti della Prima e della Seconda Repubblica si dividono e si rincontrano, abbandonano partiti piccoli e grandi per dare vita a nuovi soggetti in un crescendo che ha segnato l’intera legislatura.
Basti pensare alla Camera   dei 12 gruppi, tra cui il Misto diviso in 7 sottogruppi, solo quattro corrispondono alle liste elettorali in corsa nelle politiche del 2013.
Si tratta, come rileva Openpolis, di Pd, 5Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia.
Al Senato poi si riducono a tre. In mezzo c’è stata l’implosione del Pdl (che ha dato vita a ben sei nuovi gruppi a partire da Forza Italia), il dissolvimento di Scelta Civica, i movimenti in entrata e in uscita dal Pd, l’emorragia di parlamentari grillini
Cambi di casacca, e boom.
E i cambi di casacca toccano nuovi record: dall’inizio della legislatura, calcola ancora Openpolis, ce ne sono stati 447, per un totale di 373 parlamentari.
Vale a dire che quasi il 40 per cento (39,26%) di chi siede in Parlamento ha cambiato almeno una volta gruppo politico (ma non sono pochi quelli che lo hanno fatto ripetutamente).
Si tratta di un aumento di oltre il 50 per cento rispetto alla precedente legislatura (2008-2013) quando i parlamentari protagonisti di almeno un cambio di casacca furono 180, per un totale di 261 passaggi da un gruppo all’altro.
Un movimento tellurico che sembra destinato a proseguire, e che si sta intensificando man mano che ci si avvicina all’orizzonte delle elezioni politiche.
Perchè il sistema elettorale con cui andremo a votare, anche se non ancora definito, avrà  comunque un impianto proporzionale.
E questo basta per far partire la corsa al posizionamento di partiti e partitini ansiosi di far valere il loro peso politico, reale o presunto, quando si tratterà  di stringere alleanze. Comunque inevitabili prima o dopo il voto.

Lavinia Rivara
(da “La Repubblica”)

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LA CONSULTA: “PREMIO 40% NON IRRAGIONEVOLE, MA NON CON IL BALLOTTAGGIO. ORA GARANTIRE MAGGIORANZE OMOGENEE”

Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile

LEGGE ELETTORALE, DEPOSITATA LA SENTENZA DELLA CONSULTA SULL’ITALICUM

Il premio di maggioranza del 40 per cento non è irragionevole. Il ballottaggio è da cancellare perchè non garantisce la rappresentatività .
E ora comunque servirà  una legge elettorale che assicuri maggioranze parlamentare omogenee. Sono i punti principali delle motivazioni della Corte Costituzionale sull’Italicum, dopo la pronuncia di incostituzionalità  parziale del 31 gennaio scorso. Le motivazioni sono raccolte in 99 pagine.
Del giudizio è stato relatore il giudice Nicolò Zanon. La sentenza è firmata dal presidente della Corte, Paolo Grossi.
La Consulta, si legge tra l’altro, “non può esimersi dal sottolineare che l’esito del referendum ex art. 138 Cost. del 4 dicembre 2016 ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità  di posizione e funzioni delle due Camere elettive”, è la premessa. In tale contesto, prosegue la Corte, la Costituzione “se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”.
Quanto all’incostituzionalità  del ballottaggio la motivazione è “non comprimere eccessivamente il carattere rappresentativo dell’assemblea elettiva e l’eguaglianza del voto“.
La Consulta spiega nelle motivazioni che con l’Italicum “una lista può accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo, e ciononostante ottenere il premio, vedendo più che raddoppiati i seggi che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno. Le disposizioni censurate riproducono così, seppure al turno di ballottaggio, un effetto distorsivo analogo a quello che questa Corte aveva individuato nella sentenza n.1 del 2014, in relazione alla legislazione elettorale previgente”.
Tradotto: l’effetto distorsivo del premio di maggioranza ottenuto al ballottaggio (al quale si può accedere con qualsiasi percentuale) è uguale a quello che regolava il premio del Porcellum censurato tre anni fa.
Per la Corte costituzionale, dunque, “ben può il legislatore innestare un premio di maggioranza in un sistema elettorale ispirato al criterio del riparto proporzionale di seggi, purchè tale meccanismo premiale non sia foriero di un’eccessiva sovrarappresentazione della lista di maggioranza relativa”.
In questo caso, però, la Corte ravvisa una “lesione” della Costituzione per le “concrete modalità  dell’attribuzione del premio attraverso il turno di ballottaggio” laddove “prefigura stringenti condizioni che rendono inevitabile la conquista della maggioranza assoluta dei voti validamente espressi da parte della lista vincente”.
Capitolo pluricandidature, anche queste cancellate dalla sentenza: “L’assenza nella disposizione censurata di un criterio oggettivo, rispettoso della volontà  degli elettori e idoneo a determinare la scelta del capolista eletto in più collegi, è in contraddizione manifesta con la logica dell’indicazione personale dell’eletto da parte dell’elettore”. La Corte ha individuato come criterio da applicare quello del sorteggio, “che restituisce, com’è indispensabile, una normativa elettorale di risulta anche per questa parte immediatamente applicabile all’esito della pronuncia”.
“Ma appartiene con evidenza alla responsabilità  del legislatore sostituire tale criterio con altra più adeguata regola, rispettosa della volontà  degli elettori”, avverte la Corte.
Infine i capilista bloccati che molti (tra questi M5s e sinistra Pd) vorrebbero eliminare perchè farebbero di una quota di parlamentari un gruppo di nominati. Il sistema dei capilista bloccati previsto dall’Italicum è legittimo, dice la Corte Costituzionale, in quanto l’elettore ha comunque la possibilità  di scegliere i candidati nell’ambito di liste brevi ed esprimendo fino a due preferenze.
“Mentre lede la libertà  del voto un sistema elettorale con liste bloccate e lunghe di candidati, nel quale è in radice esclusa, per la totalità  degli eletti, qualunque indicazione di consenso degli elettori, appartiene al legislatore — spiegano i giudici della Consulta — discrezionalità  nella scelta della più opportuna disciplina per la composizione delle liste e per l’indicazione delle modalità  attraverso le quali prevedere che gli elettori esprimano il proprio sostegno ai candidati”.
“Alla luce di tali premesse”, le norme contenute nell’Italicum “non determinano una lesione della libertà  del voto dell’elettore, presidiata dall’articolo 48, secondo comma, della Costituzione.
Il sistema elettorale previsto” dalla legge all’esame della Corte “si discosta da quello previgente per tre aspetti essenziali: le liste sono presentate in cento collegi plurinominali di dimensioni ridotte, e sono dunque formate da un numero assai inferiore di candidati; l’unico candidato bloccato è il capolista, il cui nome compare sulla scheda elettorale (ciò che valorizza la sua preventiva conoscibilità  da parte degli elettori); l’elettore può, infine, esprimere sino a due preferenze, per candidati di sesso diverso tra quelli che non sono capilista”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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