Settembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
“TUTELANO LA PERSONA DEL PREMIER, NON LA CARICA”
La Camera dei deputati non ha alcun rispetto per le funzioni istituzionali, ma vuole solo proteggere Silvio Berlusconi.
E sul caso Ruby è andata anche contro la Costituzione.
È scritto, con parole a tratti più sfumate ma inequivocabili, nel ricorso del procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, contro il conflitto di attribuzioni sollevato dai deputati alla Corte costituzionale.
Un conflitto che nel luglio scorso, come sempre in questi casi, la Consulta ha dichiarato ammissibile ma che giudicherà nel merito nei prossimi mesi.
Si legge nella memoria firmata dal professor Federico Sorrentino, che rappresenta la procura: ”Il dubbio sollevato dalla Camera sulla possibile natura ministeriale di una delle condotte contestate al presidente del Consiglio è tutto fuorchè ‘ragionevole’ e pone in luce la sua tendenza a proteggere la persona del presidente del Consiglio piuttosto che la sua funzione.
Se non altro perchè è basato su una supposizione, l’essere cioè Karima El Mahroug parente dell’ex capo di Stato egiziano (Mubarak, ndr), pacificamente infondata. Sicchè non vi è alcuno spazio per affermare che il presidente del Consiglio abbia agito per la difesa del supremo interesse dello Stato”.
Non a caso nella memoria vengono ricordati i fatti: il fermo di Ruby, a Milano, il 26 maggio 2010, la telefonata di Berlusconi in questura per chiedere il rilascio della “nipote di Mubarak”, l’affidamento formale a Nicole Minetti, ma in realtà , alla prostituta Michelle.
La ricostruzione di quanto accaduto porta la Procura di Milano a una critica feroce alla Camera: “Con una decisione che la stessa Presidenza ha evidenziato essere senza precedenti, anzichè pronunciarsi sull’autorizzazione alla perquisizione (degli uffici del cassiere di B., Giuseppe Spinelli, ndr)… deliberava di restituire gli atti all’autorità giudiziaria, ritenendola incompetente in considerazione del possibile riconoscimento della qualificazione come reato ministeriale del reato di concussione’”.
È riportato l’intervento del deputato Pdl, Maurizio Paniz: “Poichè il presidente del Consiglio – disse – asserisce di aver agito ritenendo che la ragazza fermata fosse davvero la nipote di Mubarak, il reato di concussione si configurerebbe come reato ministeriale in quanto commesso nell’esercizio delle funzioni governative per la tutela del prestigio internazionale dell’Italia e delle relazioni internazionali del nostro Paese” .
Parole, quelle, ridicolizzate: “Sebbene – prosegue la memoria – nel suo ricorso il difensore della Camera cerchi di sorvolare questo passaggio, non si può omettere di considerare che, per quanta possa apparire risibile, è il nucleo fondante della tesi sostenuta dalla maggioranza della Camera. Una tesi, invero, che urta contra il comune buon senso e contro ogni evidenza dei fatti”.
La Procura di Milano accusa la Camera anche di aver violato la Costituzione poichè “Si è arrogata il potere di interferire con l’esercizio del potere giudiziario al di fuori di qualsiasi previsione costituzionale” e osserva che ha sovrapposto “una propria valutazione giuridica a quella del giudice, quando invece a essa spetta – in materia di reati ministeriali – solo una valutazione politica sull’operato dei membri del govemo, restando ben fermo il fondamentale principio costituzionale dell’indipendenza del giudice nella sua attività interpretativa…”.
Ma – si legge ancora – il quesito che deve esaminare la Consulta, “a quanto è dato intendere” non è se il reato imputato a Berlusconi sia ministeriale o comune, ma se “ogni volta che sia iniziato un procedimento penale a carico di un ministro o del presidente del Consiglio” il magistrato debba investire il Tribunale dei ministri che poi deve rivolgersi alle Camere per l’autorizzazione.
La tesi viene respinta.
Nel ricorso si citano leggi e sentenze della Cassazione per sostenere che non c’è alcun obbligo di investire il Tribunale dei ministri qualora un magistrato ritenga che il reato sia comune, come per il caso Ruby.
Secondo i pm, il giudice per le indagini preliminari che ha disposto il giudizio immediato e il tribunale che sta processando Berlusconi, la concussione eventuale è stata commessa nella “qualità ” di presidente del Consiglio e non nella “funzione”.
Ora Bruti Liberati chiede alla Corte costituzionale che dichiari, nel merito, “inammissibile o, in subordine, infondato, il conflitto”.
Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
LA LEGA COSTRETTA A SALVARE MILANESE PER NON PERDERE LE POLTRONE DI ROMA LADRONA E PUNTELLARE IL GOVERNO… E IL PAVIDO MARONI SI ALLINEA
“Voteremo a favore della richiesta della Giunta per le Autorizzazioni e diremo no all’arresto senza se e senza ma”.
La dichiarazione più attesa della giornata arriva alle 20 e 45, per bocca del capogruppo della Lega alla Camera, Marco Reguzzoni, che così sintetizza la posizione del Carroccio sul voto su Marco Milanese dopo una riunione del gruppo durata solo un quarto d’ora.
Poche parole, ufficiali.
Che significano poche semplici cose: Umberto Bossi ancora una volta non ha intenzione di aggravare la posizione di Berlusconi (“Voto no per non far cadere il governo”) e Roberto Maroni a sua volta non se la sente di spaccare il partito, imponendo una linea diversa o insistendo per “la libertà di coscienza”.
E infatti il ministro dell’Interno non parla: “Ha detto tutto Bossi”.
A questo punto, il salvataggio di Milanese sembra decisamente vicino.
Anche se poi, nel segreto dell’urna, chissà .
In perfetta linea con la confusione della sua maggioranza, il capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto in mattinata aveva chiesto di andare al voto con le palline, sistema che, secondo lui, avrebbe garantito la segretezza, più di quello elettronico (quando si è votato per Alfonso Papa i deputati che volevano ostentare il loro sì hanno usato solo l’indice).
Cosa che non si può fare per regolamento a meno che non ci sia il malfunzionamento del sistema elettronico.
Che poi la segretezza giovi all’esito sperato dalla maggioranza di cui Cicchitto è esponente, è tutto da dimostrare.
Anche perchè i voti di scarto sono 10-12 e i franchi tiratori sono previsti un po’ da tutte le parti.
E molti dicono che l’ex consigliere di Tremonti ha fatto piaceri a tutti. “Oggi qua non parla nessuno. Difficile capire pure cosa pensino i colleghi”.
Alle 4 del pomeriggio a fotografare l’atmosfera di una vigilia strana, tesissima, in cui si rincorrono le voci non solo su quello che succederà oggi in Aula, ma anche su quale significato politico assumerà il voto, è Maria Teresa Armosino, deputata e presidente della Provincia di Asti, che dal 2001 al 2006 è stata Sottosegretario del ministero dell’Economia.
Dunque con Tremonti. Ma è una giornata in cui si moltiplicano le implicazioni, i testi, i sotto-testi, le chiacchiere.
C’è il Pdl che ufficialmente dirà di no, anche se molti – approfittando della segretezza – sono tentati di votare per l’arresto. E per le scarse simpatie che gode lo stesso Milanese nel partito, e per dare un segnale politico che così non si può continuare. Nessuno ha il coraggio di dirlo in chiaro.
Emblematica la reazione di Santo Versace, che smentisce a brutto muso dichiarazioni fatte il giorno prima al Fatto quotidiano, in un luogo pubblico (la buvette) e riportare in maniera assolutamente fedele (difficile inventare frasi così precise): “Querelo il Fatto Quotidiano per avermi attribuito parole e significati che non mi appartengono. Chiederò un risarcimento da devolvere interamente in beneficienza. Quanto a Milanese avevo deciso, prima della pubblicazione dell’articolo di votare contro il suo arresto”.
Di più: “Alla luce di quanto accaduto ho deciso di fare un invito personale ai deputati della maggioranza perchè votino compattamente contro la richiesta di arresto”.
Viene da chiedersi quanto debbano essere state fatte pesare le dichiarazioni in questione (tra le altre: Su Milanese? Forse neanche ci vengo a votare”).
In una giornata di nervi a fior di pelle arriva a inizio pomeriggio la notizia che Berlusconi andrà da Napolitano.
A fine giornata si chiarisce che i due hanno parlato soprattutto di economia e che Berlusconi ha ribadito di avere tutte le intenzioni di restare.
Prima dell’incontro al Colle, comunque Milanese si autosospende dal gruppo. Intanto, i deputati fanno avanti e indietro dall’Aula.
A un certo punto esce Maroni, accompagnato da Cota. Va alla buvette. I due parlano prima un po’ con Walter Veltroni. Poi, più a lungo con Pier Luigi Bersani, che dopo rimane in colloquio solitario con il ministro dell’Interno.
Vista da lontano, la scena sembra quella di uno (il segretario Pd) che cerca di convincere l’altro a far qualcosa (evidentemente a portare i suoi sul sì all’arresto), e l’altro che si giustifica.
In serata arriva pure una dichiarazione decisamente algida di Tremonti: “Ho sempre avuto e ho fiducia nella giustizia. Penso che l’accusa e la difesa, i fatti, il diritto e infine il giudizio possano e debbano essere separati dalla politica”.
Mentre lui a lasciare neanche ci pensa, intanto lo molla l’esperto americano di sicurezza Luttwak: “Berlusconi è bollito, già da tempo, e difeso solo da servitori, come Alfano.”
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“, vignetta da diksa53a)
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Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
FINI HA RESPINTO LA RICHIESTA DEL PDL DI VOTARE CON LE PALLINE…IL TIMORE DEL PDL E’ CHE NON SIA GARANTITA LA SEGRETEZZA DEL VOTO
Non dovrà ripetersi giovedì per Marco Milanese quello che accadde con Alfonso Papa. 
I deputati si esprimeranno con voto elettronico sulla richiesta di arresto del parlamentare del Pdl, braccio destro di Tremonti, ma dal presidente della Camera è arrivato un appello «al senso di responsabilità » di tutti affinchè «sia garantita la segretezza».
La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha discusso a lungo della questione, dopo che il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, aveva chiesto che si votasse con le palline.
L’obiettivo era impedire che, come successe il 20 luglio, i deputati potessero usare l’indice della mano sinistra per rendere palese la loro posizione.
Fini non ha accolto la richiesta perchè, ha ricordato, l’articolo 55 del regolamento della Camera stabilisce «che si possa votare con le palline solo in caso di malfunzionamento del dispositivo elettronico» e ha inoltre fatto notare come il voto con sistema elettronico permetta sia la segretezza del voto, ma non vieta a chi lo voglia dire di esprimere la propria preferenza «prima o dopo il voto»
Fini ha anche respinto la tesi del Pdl sul «plenum» e ha affermato che l’aula della Camera è legittimata a votare sul caso Milanese, anche in mancanza di Alfonso Papa, il deputato del pdl agli arresti nel carcere di Poggioreale.
Durante la conferenza dei capigruppo, Fini ha ricordato che la Costituzione riconosce alle Camere il diritto di pronunciarsi sulla restrizione della libertà dei suoi membri, restrizioni che inevitabilmente producono «effetti» sulla composizione dell’assemblea. Secondo quanto hanno riferito alcuni partecipanti alla riunione dei capigruppo, Fini ha rimarcato che , se passasse la tesi che senza Papa non ci sarebbe il plenum dell’aula, «finirebbe per travolgere tutte le votazioni, comprese quelle sulla fiducia al governo e sull’approvazione della manovra».
Critico Cicchitto: «Avevamo chiesto che fosse realmente garantita la segretezza del voto con il ricorso alle palline», ha riferito, «dopo la stupefacente modifica di orientamento dei gruppi che avevano contestato lo scrutinio segreto su Papa. Vogliamo che sia assicurata la segretezza e non si ripeta una votazione teleguidata dalle indicazioni di Franceschini su come collocare il dito nel dispositivo».
Tuttavia, «Fini ha avuto un orientamento diverso che non abbiamo condiviso», ha concluso Cicchitto.
Per Franceschini, si tratta di una polemica senza fondamento. «L’altra volta fu una scelta volontaria dei deputati del Pd per tutelarsi dopo che da giorni venivano sospettati di votare contro l’arresto», ha sottolineato.
Comunque, ha aggiunto, «non darò nessuna indicazione nè in Aula nè al gruppo sulle modalità di voto, mentre è chiaro che voteremo per l’arresto».
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
PASSANO A MONTECITORIO GLI EMENDAMENTI DELL’OPPOSIZIONE, VIENE BOCCIATA LA RICHIESTA DELLA MAGGIORANZA DI RINVIARE IL PROCEDIMENTO IN COMMISSIONE… COLPO DI SCENA SULL’ART. 2: IL CARROCCIO VOTA CONTRO SE STESSO…PISANU: “IL GOVERNO NON REGGE”….FINI: “ESECUTIVO DEBOLISSIMO”
Pomeriggio difficile per il governo.
Battuto per ben cinque volte sulla legge sullo sviluppo degli spazi verdi urbani, alla fine alza bandiera bianca e si rimette all’Aula su tutti gli emendamenti al testo, “evidenziando che si vota qualcosa che non ha copertura finanziaria”.
Ad ammettere la resa è stato il sottosegretario all’Ambiente Elio Belcastro dopo l’ennesima sconfitta della maggioranza, andata sotto per ben quattro volte sugli emendamenti di Pd e Radicali e battuta anche al momento di votare la richiesta di rinvio del testo in Commissione avanzata dal relatore, il leghista Angelo Alessandri.
A permettere il blitz dell’opposizione, le assenze nei banchi della maggioranza e lo stato di confusione che regna nel centrodestra che neppure la richiesta di sospensione di Alessandri è riuscita a risolvere.
Le correzioni al testo chieste da Pd e Radicali sono relative ad aspetti giudicati poco “pesanti”, vista anche la materia della legge all’esame di Montecitorio, ma l’aspetto clamoroso di quanto accaduto oggi pomeriggio in Aula è che sul secondo articolo della legge, comunque approvato, ha votato contro solo il gruppo della Lega.
Una circostanza che il democratico Roberto Giachetti ha commentato così. “Visto che il relatore del testo è della Lega, vuol dire che nella Lega ci sono problemi”.
E che la maggioranza non sia più in grado di reggere alle pressioni economiche e giudiziarie è tornato ribadirlo anche un esponente di spicco del Pdl come Giuseppe Pisanu.
“Nel nostro paese – ha detto – si è stabilito un intreccio perverso tra la crisi economica e la crisi politica, l’una alimenta l’altra”.
L’ex ministro dell’Interno, dopo aver chiesto già nei giorni scorsi un segnale di rottura da parte della maggioranza, ha spiegato che “a mio avviso la debolezza politica è dovuta al fatto che abbiamo un governo che non è in grado di reggere il peso dei problemi che incombono e abbiamo un Parlamento che non è in grado di cambiare un governo che pur avendo la maggioranza numerica” non è in grado di tenere la situazione.
“L’Italia non è stata mai stata così a rischio”.
Un giudizio condiviso dal presidente della Camera Gianfranco Fini che cita proprio quanto accaduto oggi a Montecitorio.
Il presidente Pisanu, ha confermato Fini, “fotografa un dato di realtà . Il governo è debolissimo ed è stato battuto quattro volte (poi diventate cinque, ndr) in Aula”.
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
L’INTERESSATO: “NON CONFERMO E NON SMENTISCO”, MA IL PASSAGGIO E’ COSA FATTA…ERA STATO DATO IN PRESTITO DAL PDL AI RESPONSABILI PER POTER RAGGIUNGERE LA QUOTA MINIMA RICHIESTA
Un segnale che invertirebbe la tendenza degli ultimi mesi. 
La maggioranza che perde un deputato, l’opposizione che guadagna un parlamentare.
Anche in vista dei delicati passaggi delle prossime settimane e dei rischi numerici che la maggioranza si potrebbe trovare ad affrontare nel caso in cui qualche deputato decidesse di non sostenere più il governo.
Il deputato in questione è Gerardo Soglia, Pdl salernitano e attualmente ‘in prestito’ nella componente dei Responsabili (Popolo e territorio), in tempi non sospetti già critico con il Popolo della libertà .
Soglia è prossimo ad annunciare il suo passaggio a Fli e al gruppo parlamentare che fa riferimento a Gianfranco Fini.
Di fatto, riferiscono fonti parlamentari, il passaggio è cosa fatta, sancito da diversi contatti con i vertici finiani.
Lui però non si sbilancia. “Non confermo e non smentisco”, si limita a dire.
Di certo c’è che il segnale è importante, perchè segna l’inversione di un trend e assottiglia il margine già ridotto del centrodestra a Montecitorio.
E se la situazione precipitasse altri sono pronti a lasciare la barca che affonda.
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA DICE SI’ ALLA PATRIMONIALE…”IL GOVERNO FACCIA LE RIFORME O VADA A CASA”
«L’Italia è un paese serio e siamo stufi di essere lo zimbello internazionale».
Salgono i toni di Emma Marcegaglia dopo il taglio al rating dell’Italia.
La presidente di Confindustria chiede ormai con regolarità quotidiana al governo le riforme che consentano al Paese di evitare il baratro.
« Ci siamo resi disponibili ad accettare nuove tasse sui patrimoni e altre cose purchè si abbassino le tasse su lavoratori e imprese per recuperare competitività e capacità di crescita» ha detto Marcegaglia parlando a una platea di imprenditori a Bologna.
Marcegaglia ha raccontato del malessere dell’imprenditori italiani quando vanno all’estero con i loro prodotti «di vederci considerati con il sorrisino perchè siamo gente seria che vuole essere giudicata su quello che fa e sui prodotti» che presenta.
«Non vogliamo essere derisi – ha concluso la presidente di Confindustria – per colpe che non abbiamo. Non va bene per l’orgoglio nazionale e non va bene neanche per le esportazioni e la nostra capacità di vendita».
O il governo vara «riforme serie e impopolari» nell’immediato «oppure questo governo deve andare a casa: non ho paura di dirlo, è evidente che è così» ha insistito Marcegaglia.
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL FILO ROSSO TRA ACCOMPAGNAMENTO COATTO E L’ARRESTO DELL’UOMO DI TREMONTI
Come per Bettino Craxi. Ecco l’incubo del Pdl.
Difficile dire che cosa in queste ore sia temuto di più nel centrodestra: da una parte Silvio Berlusconi costretto a testimoniare davanti ai giudici di Napoli.
Dall’altra il Parlamento chiamato a salvarlo con un voto che rischia di scatenare l’opinione pubblica.
L’unica via di fuga si aprirebbe se il Riesame di Napoli decidesse di attribuire a un altro Tribunale la competenza dell’inchiesta.
Roma, per esempio, come hanno chiesto gli avvocati del premier.
A Napoli intanto si attende.
Potrebbe essere sentito di nuovo Gianpaolo Tarantini, mentre è attesa l’udienza del Riesame (la sentenza sulla competenza arriverà entro pochi giorni).
Domenica è scaduto “l’ultimatum” della Procura che aveva chiesto a Berlusconi una data per la testimonianza. Ma ormai è certo: il premier non verrà , almeno spontaneamente.
I pm partenopei allora hanno deciso di attendere la decisione sulla competenza. Poi, se l’inchiesta resterà a Napoli, si penserà all’accompagnamento coatto. I tempi allora per Berlusconi potrebbero essere stretti. Molto stretti.
Perchè la procedura è semplice, questione di giorni, al massimo di settimane.
In un clima come questo, di fatto, manca solo il botto finale.
Che cioè, come dicono i deputati Pdl, allo “show mediatico” delle intercettazioni si unisca il momento in cui “la vittima designata (Berlusconi, ndr) viene accompagnata in modo coatto nella trappola tesa da una procura più brava di altre, nel senso che è riuscita a sviluppare un ingegno portentoso” e a mettere il Cavaliere con le spalle al muro.
Uomini di Berlusconi, alla Camera, raccontavano di un premier in preda “all’arrabbiatura più feroce”, ma anche alla paura più nera; il timore è che l’eventuale richiesta di accompagnamento coatto possa arrivare alla Camera proprio giovedì, giorno del giudizio finale per Marco Milanese, per giunta con un voto segreto temuto sia dal Cavaliere — per via dei malumori contro Tremonti interni al partito — che nella Lega.
Che potrebbe spaccarsi definitivamente in due.
Insomma, un corto circuito per la maggioranza che ha mosso tutto il Pdl a far quadrato intorno a Berlusconi con Cicchitto a suonare la carica.
Perchè, di fatto, si tratta di una dichiarazione di guerra: “Se i magistrati di Napoli chiederanno l’accompagnamento coatto di Silvio Berlusconi — ecco le parole del capogruppo alla Camera — noi lo rimanderemo subito indietro; sarebbe un atto gravemente irresponsabile e marcatamente destabilizzante, ma se questo accadesse, tutto il Parlamento dovrebbe rispondere. In ogni caso non credo che verranno a prenderlo i Carabinieri, non siamo ancora ai tempi di Pinochet”.
Una scena che, comunque, qualcuno deve aver rappresentato al Cavaliere se ieri, parlando con i figli a pranzo dopo l’udienza Mills, ha parlato chiaramente della “voglia matta” di “abbattere i pm” che lo stanno stringendo in una morsa.
“Non mi avranno mai, nè ora, nè dopo, una richiesta come quella di Napoli è aberrante…”.
La paura, però, è tanta, ma se dovesse accadere il peggio “io chiederò un voto della Camera — avrebbe detto Berlusconi — in modo da respingerli con perdite; non ce la faranno mai”.
Dichiarazioni forti che però nascondono una paura: in questo momento, è poi così certo che un eventuale voto di Montecitorio per “salvare” il soldato Silvio dall’aggressione dei pm darebbe un risultato così ampio in positivo?
Visto come si sta logorando la tenuta della maggioranza, di qui a un mese lo scenario potrebbe essere radicalmente diverso.
E poi, appunto, come reagirebbe l’opinione pubblica?
Dal Quirinale, intanto, continuano a osservare l’evoluzione della faccenda, non senza preoccupazione.
Anche ieri Giorgio Napolitano avrebbe sentito Gianni Letta per capire quali sono ancora i margini per trovare un accordo con la procura.
La risposta, com’è evidente, è stata negativa.
Sara Nicoli e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
FERRARA E MINZOLINI COME I RISERVISTI MANDATI AL FRONTE QUANDO ORMAI LA BATTAGLIA E’ PERSA… ADESSO NESSUNO PIU’ SOGNA, NEL BUNKER NON SI RESPIRA
Assediato in casa, chiuso nel bunker, braccato: povero Silvio.
Guardi sovrapporsi sullo schermo della serata informativa del Tg1 il faccione solare e tonitruante di Giuliano Ferrara e i tentativi di lettura del gobbo, tentati dal diafano Augusto Minzolini.
Ferrara è pirotecnico, Minzolini sempre accompagnato da un che di vagamente dislessico.
Ferrara chiama alla battaglia per la difesa del voto popolare con la lingua fluente e gli occhiali inforcati per recitare Lincoln; Minzolini è lugubre, con gli occhi in giù, la fronte corrugata, e le parole che si sfarinano in bocca, assieme agli enjambement stentati di una lettura da dettato di scuole elementari.
Guardi Minzolini e Ferrara, nella loro stupefacente complementarità , come i riservisti mandati al fronte a fine battaglia.
Capisci che i due editoriali sono scritti con la carta carbone del mantra rassicurante: “Berlusconi non si deve dimettere”.
Li guardi, in questa fine epoca catodica. E capisci che le due interpretazioni divergenti si annullano al grado zero.
Un tempo gli editoriali sparati dalle corazzate orientavano le masse a difesa del leader, come dei manzoniani squilli di tromba: adesso sembrano accompagnare la sua disfatta con il contrappunto dell’adrenalina e rendere visibile il suo accerchiamento.
Il premier è solo, gli manca l’aria.
Il voto sull’autorizzazione a procedere di Marco Milanese trasformerà ancora una volta Montecitorio in una roulette russa al cardiopalma, in cui il tamburo gira con un colpo in canna.
Guardi anche quello che nessun tg riesce più a occultare.
C’è un sindaco del nord che dice: “Se passa questa manovra il governo porterà i comuni al fallimento”.
Non è un primo cittadino del Pd, ma il sindaco di Verona Flavio Tosi.
C’è un altro uomo in fascia tricolore che grida: “Roma è in pericolo, è un errore se Berlusconi si ricandida!”.
Non si tratta di Walter Veltroni o di Francesco Rutelli, ma di Gianni Alemanno.
C’è un presidente di Regione con i capelli brizzolati che si indigna: “Così non va, con queste risorse saremo costretti a tagliare i servizi per giovani e anziani”.
E chi è, Vasco Errani? Macchè, è Roberto Formigoni, un altro che ha già archiviato l’era del Cavaliere .
C’è un importante banchiere che dice: “Attenzione, non c’è da scherzare: per l’Italia c’è un rischio default”.
Eppure non è il banchiere prediletto della Quercia, Giovanni Consorte, ma l’amministratore delegato del più importante istituto di credito italiano, Corrado Passera (numero uno di Banca Intesa San Paolo).
C’è una donna che grida: “È stata minata la credibilità dell’Italia!”. E non è mica Susanna Camusso, nè una dama con palloncino rosa del comitato di “Se non ora quando”, ma la confindustriale Emma Marcegaglia.
Poi ci sono i giornali internazionali (tutti), poi ci sono le procure che vogliono processare il premier e quelle che lo vogliono ascoltare come testimone (e lui deve rifuggire da entrambe).
Poi il processo Mills che ritorna incombente perchè il collegio ha accettato di tagliare i testimoni superflui, vanificando la grottesca controriforma de “il processo lungo”. Curiosa beffa: promulgare una legge che compromette mezzo milione di processi, per salvarne uno solo.
E per giunta senza riuscirci.
Ogni giorno che passa, in questo infinito, iridato e feroce tramonto dell’età azzurra, un frammento del blocco di consenso che costituiva il cuore del berlusconismo si sgretola.
C’è la Banca d’Italia che rifà i conti con la matita rossa e blu, c’è la Banca centrale europea che detta ultimatum via lettera, ci sono alleati pulviscolari che pongono veti, c’è Umberto Bossi che proclama per l’ennesima volta la fine dello Stato nazione (il fatto che sia una panzana non diminuisce la gravità e la comicità dei vaniloqui secessionistici), e ci sono i dioscuri di un tempo, oggi annichiliti.
Il sorriso da faina di Denis Verdini, che fu spacciato per l’emblema di un banchiere mediceo, e per l’orgoglio di un solido capo di partito, è tornato il ghigno un ex macellaio prestato alla politica.
L’eminenza cotonata di Gianni Letta, che fu celebrata come il vessillo di un illuminato di Palazzo, e tornata oggi invisibile; l’eroe dei due mondi Guido Bertolaso si è tolto il maglioncino inutilmente a girocollo, ha finito di dare lezioni agli Usa, e si è accoccolato nel silenzio delle proprie strategie difensive.
L’iracondia dentata di Renato Brunetta prima raccoglieva solo applausi, adesso catalizza solo pernacchie. Il ciuffo bianco di Giulio
Tremonti ieri si era ammantato di carisma profetico, quando il suo best-seller da aspirante sciamano,
La paura e la speranza, scalava le classifiche.
Adesso la speranza si è spenta nel balbettio delle paghette versate a Milanese per pagare appartamenti con soffitti affrescati.
È rimasta solo la paura.
Finire braccato vuol dire correre da Giorgio Napolitano trafelato per annunciare un decreto risolutivo che il capo dello Stato non firmerà mai.
Significa perdere il sonno per inseguire il segnatempo delle intercettazioni a orologeria, passare ore ad approntare inverosimili ricostruzioni difensive, significa vivere senza leggerezza, senza più sorrisi, senza il conforto delle guasconate che facevano incazzare mezza Italia e sognare l’altra.
Adesso nessuno più sogna, nel bunker non si respira, il tono orgoglioso del ghe-pensi-mi si è virato nello spettro di una sopravvivenza commissariata a Palazzo Chigi. Povero Silvio.
Quando tutto il senso di quello che hai voluto essere si dissolve nel suo contrario, la permanenza senza prospettiva diventa solo un doloroso male di vivere.
Luca Telese blog
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Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI AGITA LO SPETTRO DELLA SEPARAZIONE DEL NORD ATTRAVERSO UN REFERENDUM… L’ENNESIMA PALLA LEGHISTA: IL CARROCCIO SAREBBE SONORAMENTO SCONFITTO ANCHE IN VENETO E IN LOMBARDIA, LO DICONO I DATI
Umberto Bossi, ieri, a Venezia ha concluso la manifestazione che, da 15 anni, celebra la secessione padana.
Il mito che mobilita e fornisce identità alla Lega e ai suoi militanti. L’ha fatto invocandola, puntualmente. La secessione. Unica via di uscita per una democrazia in pericolo.
Dove, anzi, “il fascismo è tornato con altri nomi e altre facce”.
Parole sorprendenti, in bocca al ministro delle Riforme istituzionali per il Federalismo.
Al leader di un partito che governa da 10 anni, salvo una breve pausa – meno di due anni.
La “Lega di governo”, ben insediata a Roma. Soggetto forte della maggioranza e alleato affidabile di Berlusconi, anche in tempi cupi come questi.
Bossi torna ad agitare lo spettro della secessione, per via democratica. Attraverso un referendum. Ma abbiamo motivo di dubitare che alle parole seguiranno fatti concreti. Che davvero la Lega possa e voglia perseguire la secessione – seppure per via democratica.
In primo luogo, perchè rischierebbe di trovarsi da sola, con poche persone al seguito. Come avvenne nel settembre del 1996, quando la marcia per l’indipendenza padana, promossa dalla Lega, andò largamente deserta.
Poche decine di migliaia di militanti. Un po’ pochi per marcare il “confine naturale” del Nord padano.
D’altronde, basta ragionare sui dati elettorali (come ha fatto ieri Francesco Jori su Il Piccolo e su altri quotidiani del Nord).
Nel 1996, quando la Lega raggiunse il risultato più ampio fino ad oggi, nelle regioni del Nord padano si fermò, comunque, al 23%.
Nel 2008 al 19%.
Alle Regionali del 2010 nel Lombardo-Veneto, dove è più forte e radicata, si è attestata al 30% (dei voti validi. Cioè, molto meno se si considera la popolazione intera).
In ogni caso: una “larga minoranza” dei cittadini del Nord – e pure del Lombardo-Veneto.
Tuttavia, ricondurre “tutti” gli elettori leghisti al verbo secessionista è improprio e, anzi, largamente sbagliato.
Basti pensare a quel che avvenne dopo il 1996, quando la Lega, da sola, proseguì nel progetto indipendentista.
Riducendosi a poco più del 3% alle Europee del 1999. Ciò che la indusse a rientrare a casa. Meglio: nella Casa delle Libertà . Accanto a Berlusconi.
D’altronde, ancora nel 2006, la Lega raggiungeva appena il 4% in Italia, ma restava di poco sotto al 10% nel Nord.
Il fatto è che il successo della Lega dipende da ragioni che poco hanno a che fare con la secessione.
Come dimostrano numerosi sondaggi condotti sull’argomento.
In un’indagine recente 3 (Atlante Politico di Demos, giugno 2011), la quota di elettori che si dice d’accordo con l’affermazione: “Il Nord e il Sud dovrebbero dividersi e andare ciascuno per conto suo” è del 12% in Italia, sale al 14% nel Nord Ovest e al 26% nelle regioni del Nord Est (esclusa l’Emilia Romagna, altrimenti il dato medio si abbasserebbe).
Fra gli elettori leghisti risulta elevata: intorno al 40%.
Cioè, di nuovo, una “larga minoranza”. Che resta, però, minoranza.
Per contro, l’85% degli elettori del Nord padano e oltre il 70% di quelli leghisti considerano l’Unità d’Italia una conquista “molto o abbastanza positiva” (Demos per Limes, marzo 2011).
Mentre oltre l’80% degli elettori del Nord (padano) e della Lega si sentono “orgogliosi di essere italiani”.
Infine, più di otto persone su dieci, tra gli italiani ma anche fra gli elettori del Nord, ritengono che fra 10 anni l’Italia sarà ancora unita.
E fra i leghisti questa convinzione appare solo un po’ meno diffusa: 77%.
Insomma, la “via democratica alla secessione” non porterebbe lontano la Lega.
Perchè non piace al Nord ma neppure alla maggioranza degli elettori leghisti, che si sentono molto più italiani che padani.
Allora perchè Bossi continua a richiamarla, come un mantra?
Anzitutto, per contrastare il malessere dei suoi elettori.
I più fedeli e, a maggior ragione, quelli “tattici”, molto numerosi nelle aree economicamente più dinamiche. I quali la votano per manifestare contro Roma e il Sud. Contro l’inefficienza dello Stato e la pressione fiscale, troppo alta.
Contro i privilegi della casta e del sistema politico. “Romano”.
La usano, cioè, come una sorta di sindacalista del Nord. Che oggi, però, rischia di risultare inefficace.
Altri dati di sondaggi recenti (Demos, settembre 2011 4) dicono, esplicitamente, che la manovra finanziaria del governo non piace nè al Nord (circa 70% di giudizi negativi e 23% positivi) nè ai leghisti (49% di giudizi negativi e 42% positivi).
Agli elettori leghisti, in particolare, non piace Berlusconi, grande alleato della Lega e di Bossi.
Solo un terzo di essi ne valuta l’operato con un voto “sufficiente”.
Insomma, la “Lega di governo” è in difficoltà di fronte al suo elettorato, fedele e “tattico”.
Cerca, per questo, di riproporre le parole d’ordine della “Lega di protesta”. E secessionista.
Anche se fa specie che sia il Ministro delle Riforme istituzionali a presentarsi come portabandiera dell’opposizione.
Ma il leader della Lega agita la minaccia secessionista anche per sopire le divisioni che attraversano i dirigenti del suo partito. Coinvolti, com’è stato osservato, assai più che dalla “secessione”, dal tema della “successione”.
Che vede in Roberto Maroni il candidato più accreditato. Ma anche il più osteggiato. Esempio più evidente e recente di queste tensioni: il servizio appena pubblicato da Panorama, dove si accusa la moglie di Bossi di “guidare” il partito insieme a un “cerchio” ristretto di uomini fedeli al Senatur.
Raccoglie voci note da tempo. Con la differenza – e la novità – che a rilanciarle è un periodico della galassia editoriale di Berlusconi.
Il che suggerisce quanto le tensioni siano, ormai, ineludibili. Indifferibili. Nella Lega e nel Centrodestra.
Da ciò, l’ultima spiegazione.
La Secessione, come la Padania, è un mito fondativo, una sorta di orizzonte proiettato lontano nel tempo.
Mentre la manovra finanziaria, che appare a 8 italiani su 10 inaccettabile, è reale. Attuale. Come il crollo di consensi che ha travolto il governo e, anzitutto, il Presidente del Consiglio.
La Lega e Bossi, in primo luogo, potrebbero staccare la spina. Se volessero fare Lega d’opposizione. Proporre altri candidati premier. Oppure nuove elezioni (com’è avvenuto in Spagna).
In questo caso, però, dovrebbero rinunciare alla posizione dominante che il Carroccio occupa nel governo e in molte amministrazioni.
Rischiare l’emarginazione, come dopo il 1996. Ma, soprattutto, se Berlusconi uscisse di scena, Bossi potrebbe seguirne la sorte. E senza Bossi nella Lega si aprirebbe una guerra di successione. Dall’esito incerto.
Anche per la Lega, di cui Bossi costituisce tuttora l’Icona Unificante.
Per cui sempre meglio minacciare e poi rinviare. La crisi di governo, le elezioni. Meglio, tanto meglio, invocare la Secessione. La Padania.
Ma più in là . Domani è un altro giorno. Si vedrà .
Ilvo Diamante
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, governo, la casta, LegaNord, Parlamento, Politica, radici e valori | Commenta »