Destra di Popolo.net

LEGGE ELETTORALE: REFERENDUM, CHI LO VUOLE E CHI LO TEME

Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile

IN ATTESA DELLA PRONUNCIA DELLA CONSULTA, DIETRO IL QUESITO ELETTORALE SI GIOCA LA PARTITA DELLE ALLEANZE… IL PREMIER, PER EVITARE IL REFERENDUM, POTREBBE PUNTARE A ELEZIONI ANTICIPATE

“Pungolo” o “grimaldello” che sia, il possibile via libera al referendum elettorale che punta ad abolire l’ormai famigerato Porcellum per tornare al Mattarellum, apre scenari e interrogativi su quello che potrà  essere il nuovo sistema elettorale italiano.
E su chi ne beneficerà  maggiormente.
Infatti, se l’attuale Porcellum sarà  abolito e si ritornerà  al ‘Mattarellum’, gli ingranaggi della politica potrebbero rimettersi in movimento.
Anche perchè la legge elettorale è materia delicatissima.
Al punto che la caduta del governo Prodi arrivò proprio in occasione dei negoziati sulle nuove regole elettorali (con la conseguente rivolta dei partitini).
I promotori del referendum hanno consegnato le firme in Cassazione,   primo vaglio di validità , in attesa della pronuncia della Corte costituzionale.
Perchè è quella la spada di Damocle che incombe sull’iter referendario.
La possibilità  che la Consulta bocci il referendum dichiarandolo incostituzionale perchè porterebbe una vacatio legis del parlamento.
Nell’attesa, però, le grandi manovre sono già  in atto.
Partendo da due punti.
Il primo: il Mattarellum non piace al Pdl, alla Lega, all’Udc e anche a una parte del Pd.
Il secondo: la riforma elettorale è strettamente connessa alla precaria situazione politica.
E’ chiaro infatti che gli scenari che si aprono divergono a seconda della permanenza dell’attuale governo fino alla scadenza naturale della legislatura, della nascita di un nuovo esecutivo di larghe intese o dI elezioni anticipate.
Schierati a spada tratta per il ritorno al Mattarellum sono l’Idv di Di Pietro, Sel di Vendola, la Rete dei referendari di Segni, il Pli, Popolari (ex asinello).
La logica che si porta dietro il Mattarellum è quella delle grandi coalizioni (solo il 25% è proporzionale).
Ipotesi che a Di Pietro e Vendola piace.
Senza contare che i due hanno da tempo sposato l’onda lunga referendaria come nel caso dell’acqua pubblica.
Più complessa la posizione del Pd che, nelle settimane scorse, ha messo sul tavolo una disciplina che ricalcherebbe il sistema ungherese: in pratica un misto di maggioritario a doppio turno, proporzionale con diritto di tribuna.
Bersani, viste le divisioni interne, ha evitato di schierarsi apertamente a favore del referendum. Da una parte spiegando che “non tocca ai dirigenti di partito promuovere referendum” e ribadendo che la via maestra è quella parlamentare, dall’altra mettendo a disposizione le feste del Pd per raccogliere le firme.
Non è un mistero, però, che la freddezza del segretario sia anche legata alla nettà  contrarietà  dell’Udc nei confronti del referendum.
Del Mattarellum Casini non vuol sentire parlare anche perchè un sistema che privilegi le grandi coalizioni rischierebbe di mettere l’Udc (e in neonato Terzo Polo) in una situazione di marginalità .
Per questo i centristi chiedono da sempre un sistema proporzionale con ritorno alle preferenze anche se Casini, convinto che l’unica via di riforma possibile debba essere quella parlamentare, ha offerto una sponda a Bersani: “Noi siamo per il proporzionale alla tedesca ma possiamo, l’ho detto anche a Bersani, a discutere del loro disegno di legge”.
Apparentemente più netta la posizione di Fli: “Se il Pdl fosse tentato da una nuova legge elettorale contro il Terzo Polo si renderebbe inevitabile un’alleanza tecnica e costituzionale con il centrosinistra e con il Pd in tutti i collegi”.
Come dire: a mali estremi, estremi rimedi.
Eppoi c’è la Lega che, nei mesi scorsi, non ha chiuso le porte al ritorno al proporzionale anche perchè il Mattarellum obbligherebbe il Carroccio ad allearsi, in una fase in cui il dopo Pdl senza Berlusconi è tutto da disegnare.
Meglio avere le mani libere, dunque.
Chi invece non ha ancora scoperto le carte è il Pdl.
L’attuale legge ha permesso al centrodestra di poter godere su di una solida maggioranza parlamentare e, in passato il Cavaliere ha sempre detto che non aveva intenzione di cambiarla, ritenendolo un sistema in grado di garantire la governabilità  e il bipolarismo.
Adesso, però, qualcosa sembra muoversi.
Non a caso il neosegretario Alfano ha tratteggiato un abbozzo di proposta articolata su due punti: stop ai parlamentari nominati, ma il bipolarismo non si discute.
In pratica si tratterebbe di un’ipotesi che, pur mantenendo in vita l’attuale sistema nei suoi aspetti fondamentali, andrebbe incontro alle richieste di correzioni che sono state avanzate da più parti, a cominciare dall’esigenza di superare il sistema delle liste bloccate o comunque di consentire agli elettori di scegliere i propri rappresentanti.
Un altro punto sul quale intervenire potrebbe essere il premio di maggioranza e anche su questo aspetto la proposta studiata dal Pdl prevede un intervento che pur non accogliendo la richiesta di abolizione del meccanismo tuttavia lo corregge.
Ma anche in questo caso, come per il Pd, la nuova legge elettorale diventa uno strumento di dialogo con l’Udc. In particolare per chi, nel Pdl, punta ad un processo di “riunificazione del centrodestra”.
I centristi, per adesso, frenano: “Il Terzo polo andrà  da solo alle elezioni, perchè serve un’alternativa di serietà  “.
Ed è a questo punto che occorre fare un passo indietro e interrogarsi su quelli che potrebbero essere gli scenari politici.
A partire dal fatto che Berlusconi potrebbe far saltare il banco.
Lo dice, senza mezzi termini, il presidente lombardo Roberto Formigoni: “Siccome la legge elettorale che uscirebbe dal referendum è assolutamente contraria agli interessi nostri potremmo essere portati ad andare ad elezioni nel 2012”.
Con il Porcellum, che tante gioie ha regalato al Cavaliere.
E pazienza se, a dispetto di tante promesse, gli elettori si troveranno nuovamente a “scegliere” candidati imposti dall’alto.

Matteo Tonelli
(da “La Repubblica“)

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IL SALVAGENTE: MAGGIORANZA GRAZIATA 5.098 VOLTE DALLE ASSENZE DELLA OPPOSIZIONE IN PARLAMENTO

Ottobre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

DA ALITALIA ALLA MANOVRA, LE LEGGI APPROVATE SENZA IL PLENUM…LA RICERCA DI OPENPOLIS SULLA ATTUALE LEGISLATURA: INTERESSATA UNA LEGGE SU TRE.. TROPPE LEGGI SONO PASSATE PERCHE’ LA MINORANZA ERA LATITANTE

Facile farsi eleggere in Parlamento, difficile andarci tutte le mattine.
Se piove e se c’è il sole, se è estate o inverno, se si è felici e anche depressi.
Dopo l’elezione c’è il periodo di buio, una cornice down che annienta le forze soprattutto in chi dal voto è stato sconfitto e produce la meraviglia di una maggioranza che governa “grazie” all’opposizione, poggia la propria fiducia sulla stanchezza e in fin dei conti sulla sfiducia altrui.
Per 5.098 volte la maggioranza ha salvato i suoi commi e i suoi articoli in ragione delle defezioni dei propri competitori.
Il 35 per cento del totale dei provvedimenti approvati in questa legislatura scaturisce da questa funzione al contrario.
Dal 2008 una legge su tre è giunta sulla Gazzetta Ufficiale grazie alle assenze di chi (a parole) si era impegnato ad opporsi alla sua promulgazione.
Le statistiche sono guidate unicamente dai numeri e questi numeri, che Openpolis, l’associazione che monitora i comportamenti funzionali e puramente meccanici della classe politica, confermano e in qualche modo aiutano a spiegare il dato assoluto: l’opposizione troppo spesso, più del prevedibile verrebbe da dire, ha salvato il governo con le proprie assenze.
Certo, sviluppati sul versante opposto, gli stessi numeri porterebbero a dire che la maggioranza, fortissima, è risultata fragilissima nel voto parlamentare.
Ma questa debolezza, qui il punto, non ha determinato le conseguenze attese.
E c’è un perchè che i ricercatori (su www. openpolis. it ogni ulteriore ragguaglio statistico) ritrovano nel fatto che l’attività  parlamentare «si riduce ad essere una sorta di incombenza ben remunerata, da gestire come si può tra le altre».
La crisi della politica risiede appunto nella scarsa passione che i suoi protagonisti al più alto livello manifestano.
Impegno che viene sottovalutato o assommato ad altri.
Pesa e tanto l’abitudine, oramai consolidata a dispetto di ogni proclama e dichiarazione, ai doppi e tripli incarichi che segnano il cursus honorum di una parte cospicua degli eletti.
Sono ventidue i parlamentari che fanno anche i ministri (sottraendo così ogni presenza alle sedute d’aula), e trentuno che sono sottosegretari, e due che vestono anche la fascia tricolore di sindaci e dodici che si sono assicurati anche la poltrona di presidente di Provincia, undici quella di consigliere provinciale e quattro che sono anche assessori comunali.
La doppia poltrona fino a qualche anno fa era vietatissima, almeno nelle fila del centrosinistra.
Il tempo passa e le buone tradizioni si dimenticano.
Con gli anni la deregulation e la fuga in massa dalle proprie responsabilità .
Chi fa il parlamentare dovrebbe fare il parlamentare. Invece no.
Più spesso fa i propri affari in solitudine.
Sono in 134 a svolgere con regolarità  la professione di avvocato (e già  questi numeri producono sconforto e in parte spiegano l’indole ai continui microassalti ai codici). Altri 116 parlamentari erano imprenditori e continuano ad esserlo.
A Roma si va quando si può, se la fabbrica lo permette.
I danni sono cospicui.
E se il segretario del Pd Pierluigi Bersani volesse scorrere la lista dei colleghi che hanno mancato al proprio dovere non ritroverebbe – per giusta causa – solo il proprio nome in cima, ma quello di chi altro non avrebbe da fare, in teoria, che presenziare al voto.
Nomi di prima fascia (D’Alema, Fioroni, Franceschini, Livia Turco, Veltroni), raccolti intorno a una lunga lista di peones che hanno pochi impegni e però incredibilmente hanno performances mediocri.
Senza questa stanchezza così acuta la Finanziaria del 2009, approvata con 99 voti di scarto, sarebbe stata bocciata sotto i colpi dei 100 deputati dell’opposizione invece assenti.
E la legge che consegnò l’Alitalia alla cordata dei “patrioti” ce la fece per 23 voti di scarto (ventiquattro gli assenti).
Non brilla neanche il partito di Di Pietro e persino i radicali (spicca purtroppo l’andamento lento di Emma Bonino) hanno qualcosa da farsi perdonare.
Brunetta deve ringraziare il centrosinistra se la sua riforma è potuta divenire legge.
E chi aveva soldi all’estero li ha scudati perchè qualcuno di troppo nell’opposizione ha girato i tacchi e fischiettando è salito in auto ed è corso via da Roma.

Antonello Caporale
(da “La Repubblica“)

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RUMORI DI PANCIA: DOPO L’ADDIO DI VERSACE, NEL PDL PRONTE ALTRE FUGHE

Ottobre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ALLA CAMERA GLI “INSOFFERENTI” SAREBBERO UNA VENTINA TRA CUI SPICCANO SCELLI, SPECIALE, VESSA E SOGLIA: MOLTI POTREBBERO PASSARE ALL’UDC…AL SENATO GUIDA LA FRONDA PISANU: CON LUI DINI, SARO, ORSI, AMATO ED ALTRI

Dai veleni su Beppe Pisanu, “avvisato” dal suo partito di essere citato da un pentito di mafia, alle due fatali scosse di Giorgio Napolitano su Lega e legge elettorale, seguite a quelle di Confindustria e Chiesa, si scatena di nuovo la tempesta nella pancia del Pdl.
Sinora i voti su manovra, Milanese e Romano avevano ancito il paradosso della forza della maggioranza.
Ossia la somma di due debolezze: quella del Cavaliere che resiste nel bunker e quella dei parlamentari disperati che vogliono durare fino al 2013, non avendo garanzie sul futuro.
Ma l’ingresso dalla porta principale, grazie al referendum, della questione della legge elettorale ha risvegliato paure e inquietudini tra peones e non solo in vista di un voto anticipato nel 2012.
Nelle truppe del partito dell’amore dislocate tra Montecitorio e Palazzo Madama, la sensazione che il premier sia alla fine del suo ciclo è diffusissima.
Il punto è come sviluppare questa sensazione.
Lo strappo di Santo Versace, uscito dal Pdl per il voto che ha salvato il ministro Romano, ha ridato però coraggio e fiato ad aspirazioni individuali. Alla Camera il numero di questo tipo di insofferenti di destra sarebbe tra i diciotto e i venti.
Usciranno allo scoperto come Versace?
Il percorso di questa pattuglia sarebbe in due tappe: gruppo misto e poi Udc. Il partito di Casini è corteggiatissimo, in grado dI assicurare una sopravvivenza ai richiedenti che bussano, molto più di Fini e di Fli.
Su un foglietto circolano i nomi dei deputati in bilico.
Due sono noti.
Il primo è Maurizio Scelli, ex commissario straordinario della Croce Rossa.
Il secondo è il famigerato generale Speciale, comandante della Guardia di Finanza destituito dal governo Prodi.
Un’altra coppia è formata dgli imprenditori salernitani Pasquale Vessa e Gerardo Soglia.
Quest’ultimo è stato presidente del Pescara calcio, accusato poi di bancarotta fraudolenta.
Le manovre alla Camera incrociano quelle al Senato, dove ha creato scompiglio la colazione organizzata dal senatore frondista del Pdl Beppe Pisanu, da mesi sostenitore di un governo diverso.
I nomi certI dei partecipanti sono quelli di Lamberto Dini, Giuseppe Saro, Orsi, Amato.
Non c’erano invece altri tre sospettati: Zanetta, Boscetto, Baldini.
In compenso erano presenti l’ex governatore piemontese Ghigo e il friulano Antonione.
Ieri Pisanu ha anche avuto un lungo colloquio con Casini.
Il leader centrista dell’Udc ha manifestato la sua convinzione sulla legge elettorale: “Si vota nel 2012 con il Porcellum”.
Che è una delle due opzioni su tre che il centrodestra ha per sopravvivere. Questa riguarda il Cavaliere in persona e potrebbe provocare un fuggi fuggi generale dal Pdl, in previsione di una sconfitta certa e di un vistoso calo dei seggi.
Poi c’è l’ipotesi di una nuova legge elettorale che scongiuri il referendum e porti alla scadenza naturale del 2013 la legislatura.
Uno scenario che costituisce il tavolo di lavoro di Angelino Alfano, segretario del Pdl.
Complici le “scosse” di questi giorni, Alfano vorrebbe volgere a suo favore fughe e “rumori” interni per aumentare la pressione suL bunker del Cavaliere, accerchiato dal nuovo Caf: Casini, Alfano e Formigoni.
Un segnale fortissimo in questa direzione è arrivato ieri,dall’assemblea degli eletti del Pdl della Lombardia.
Proprio nell regione dove sono nati Berlusconi e il berlusconismo.
Primo: il premier non è andato alla convention.
Il fedele coordinatore regionale Mario Mantovani ha giustificato così l’Assenza: “Vuole che iniziamo a camminare con le nostre gambe a fianco di Alfano”.
Mantovani ha anche annunciato una mossa che potrebbe allontanare ancora di più i dubbiosi e gli insofferenti del Pdl: un referendum per ridurre il numero dei parlamentari.
Nel suo   intervento, Alfano ha gridato il debito di gratitudine verso il premier, ammettendo la debolezza attuale del Capo: “Lui ha fatto tanto per noi, adesso dobbiamo ricambiare difendendolo dagli attacchi cui è sottoposto. Per la prima volta in 17 anni dobbiamo aiutarlo. Faremo una squadra al suo fianco”.
Parole impensabili fino a qualche mese fa ma che non sciolgono il vero nodo del segretario del Pdl.
Da un lato concordare una via d’uscita con B. (altro governo per fare la legge elettorale, guidato proprio da Alfano), dall’altro riportare l’Udc nel recinto del centrodestra, con Casini che chiede un’autocritica del berlusconismo e soprattutto una legge elettorale che smantelli il bipolarismo.
Questa è la Rodi di Alfano e qui deve saltare.
Senza contare i falchi che ancora credono ciecamente nel Cavaliere.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’ULTIMA MINACCIA AL GOVERNO: LA FRONDA DI PISANU A PALAZZO MADAMA

Ottobre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA DA TEMPO SOSTIENE L’IPOTESI DI UN ESECUTIVO DI LARGHE INTESE, CONDIVISA DA OLTRE UNA DECINA DI SENATORI… ORA STA ACCELERANDO IL PROGETTO

Dopo un anno di battaglie sui numeri alla Camera, con compravendita di deputati e il parto dei Responsabili per avere garantita la maggioranza in aula a Montecitorio, il governo potrebbe scivolare nel più austero e apparentemente sicuro Palazzo Madama.
Al Senato il Pdl è in fermento.
Da settimane ormai Beppe Pisanu è in aperto contrasto con l’esecutivo e i vertici del partito cui è iscritto.
Toni polemici sull’operato del Consiglio dei ministri, tanto da spingersi fino a invocare un nuovo governo e soprattutto un “necessario” passo indietro di Silvio Berlusconi.
Da due settimane ormai gira tra i banchi dei senatori un documento redatto dal presidente dell’antimafia che invita gli animi cattolici e le voci critiche a unirsi per ridare dignità  alla politica e vita all’azione di governo.
Pisanu ha sempre smentito.
Così come ieri ha smentito di aver incontrato dodici seguaci raccolti e averli riuniti a tavola martedì 20 nella saletta riservata del ristorante La Capricciosa, come riferisce oggi il Corriere della Sera.
Le posizioni espresse di Pisanu sono serpeggiate per settimane sotto traccia, ma quando la Camera ha salvato Saverio Romano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, hanno preso forma e voce.
E trovato consensi.
Tanto che i colonnelli del Pdl si sono sentiti costretti a intervenire per tentare di porre dei paletti alla fronda.
La dichiarazione più sibillina è del vicepresidente del gruppo Pdl alla Camera, Osvaldo Napoli.
“Noi non crediamo alle parole del collaboratore Lo Verso nè quando accusa il ministro Romano, nè quando accusa Pisanu ritenendolo il fornitore delle notizie a Cuffaro e Aiello”, un messaggio fin troppo chiaro.
Che Napoli definisce ulteriormente: “E cosi come non abbiamo chiesto le dimissioni al ministro Romano, non le chiediamo al presidente della Commissione antimafia anche se quest’ultimo, cosi come dispone la legge, potrebbe essere iscritto nel registro degli indagati per favoreggiamento aggravato a causa di questa accusa”.
La dichiarazione suona palesemente come una sorta di minaccia.
Ma non sembra al momento aver ottenuto l’esito sperato, perchè con il passare delle ore continua a crescere il numero degli scontenti dall’azione politica del governo che condividono le preoccupazioni di Pisanu e, pur di scongiurare il voto anticipato, invitano Berlusconi a inaugurare presto una fase di transizione che gestisca l’emergenza del momento.
In molti rievocano gli anni di Tangentopoli, convinti che sarebbe “un errore chiudersi nel bunker per difendersi dall’assedio quotidiano dei pm”, perchè poi “il ciclone giudiziario travolse tutti e tutto comunque”.
Ora, riferiscono fonti pidielline, per evitare di “commettere gli stessi sbagli del passato”, sarebbe meglio pensare a una “maggioranza più ampia” che eviti il “burrone delle urne”.
Il senatore Giuseppe Saro, tra i più attivi in questi giorni, conferma le “grandi manovre” in corso ma esclude “complotti”, “tradimenti” e “documenti” ai danni del Cavaliere : “Tra i parlamentari del Pdl si sta facendo una riflessione sulla situazione politica. In tanti ritengono che ora sia necessaria una fase di transizione che abbia come protagonista in primis il presidente Berlusconi”.
Un periodo di transizione, spiega Saro, “eviterebbe che un casus belli o un’azione esterna possa far precipitare tutto verso delle elezioni anticipate devastanti, innanzitutto per la coalizione attuale e per il fatto che si bloccherebbe il processo di riforme”, assolutamente necessario per uscire dall’impasse attuale.
Saro cita Mani Pulite: “Io sono di estrazione socialista, Berlusconi teme di fare la fine di Craxi. Io non voglio certo che faccia la fine di Bettino, ma per evitarlo serve subito una soluzione politica”.
Il senatore avverte: “Bisogna trovare una maggioranza più ampia che possa affrontare la difficile crisi economica e consenta di avviare le riforme costituzionali e la legge elettorale”.
I senatori delusi rifiutano l’etichetta di dissidenti e ribelli.
Del resto ci sono diverse anime: gli scajoliani Franco Orsi e Gabriele Boscetto, i toscani Paolo Amato e Massimo Baldini, e poi Valter Zanetta e Paolo Scarpa Bonazza Buora.
Saro conferma l’incontro a La Capricciosa con Pisanu e una decina di senatori.
Ma assicura: “Non è stata certo una cena di carbonari, non c’è nessun complotto, si ragiona solo sulla necessità  di avviare una fase di transizione. Lo dico nella speranza che tutti gli altri parlamentari che fanno queste riflessioni solo in privato escano allo scoperto”.
Nessuno, spiegano altri senatori che per ora non vogliono uscire allo scoperto, “vuol tradire Berlusconi, perchè tutti gli sono grati, ma per il suo bene è meglio pensare a una soluzione politica diversa ed evitare le urne”.
Lamberto Dini ufficialmente non si esprime ma uomini vicini all’ex premier fanno sapere che il presidente della commissione Affari esteri di Palazzo Madama ha partecipato alla cena ma non vuol sentir parlare di complotti e ribelli o di documenti di dissidenti contro Berlusconi.
Il senatore, riferiscono le stesse fonti, è stato invitato all’incontro perchè i suoi colleghi sapevano che era reduce da un viaggio a New York e volevano conoscere giudizi e prospettive sull’Euro e la situazione economica dell’Italia.
E per aggiornarlo sulla situazione italiana.
In particolare l’intervento di Bagnasco che Pisanu ha detto di condividere come i 12 senatori condividono il suo documento: “Dalla a alla z”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MA L’OVETTO NO

Ottobre 1st, 2011 Riccardo Fucile

LO STRANO PAESE DOVE CHI PRELEVA SETTE PIETRE SUL LITORALE VIENE ARRESTATO, MENTRE I MILANESE RESTANO LIBERI E I ROMANO MINISTRI

Sicilia. Bartolo è un giovane di 23 anni e fa il pescatore a Sant’Agata di Militello, provincia di Messina.
L’altro giorno è stato arrestato dai carabinieri perchè “colto in flagrante” mentre prelevava sette pietre dal lungomare e le caricava su un furgone per fissare le sue reti da pesca sul fondale marino.
Tradotto in caserma, vi ha trascorso la notte, in attesa del processo per direttissima.
Il giorno prima la Camera negava l’autorizzazione all’arresto dell’on. Marco Milanese per rivelazione di segreti, corruzione e associazione per
delinquere.
Qualche giorno dopo, a Taranto, si apriva il processo a Donato, un ragazzo di 20 anni, imputato per il furto di un ovetto Kinder in un chiosco di dolciumi e per le ingiurie rivolte al venditore.
Prelevato dai carabinieri e interrogato alle 2 di notte, Donato è finito sotto processo perchè il venditore pretendeva 1.600 euro per chiudere la faccenda.
Il giorno prima, la Camera respingeva la mozione di sfiducia contro l’on. Saverio Romano, imputato per mafia, che dunque rimane ministro.
Domenica abbiamo raccontato la storia del giovane etiope rinviato a giudizio per aver colto qualche fiore di oleandro in un parco di Roma.
Ieri, sul Corriere, Luigi Ferrarella ricordava altri tragicomici precedenti.
Il processo a Milano contro un tizio imputato di truffa per aver scroccato una telefonata da 0,28 euro.
E quello contro due malviventi sorpresi a fare da palo a una terribile banda dedita al furto di alcuni sacchi della spazzatura in una bocciofila.
Ma anche i 169 ricorsi presentati in Cassazione da altrettanti utenti Enel (avanguardie di un esercito di 60 mila persone) che chiedono un risarcimento di 1 euro a testa.
Basta raffrontare l’entità  dei reati con i costi del processo (indagini della polizia giudiziaria e del pm, un giudice per la convalida del fermo, un gup per l’udienza preliminare, uno o tre giudici più un pm per il primo grado, tre giudici più un pg per l’appello, cinque giudici più un pg più un cancelliere per la Cassazione, con l’aggiunta di cancellieri ed eventuali periti) per rabbrividire.
O per sbertucciare la magistratura, che obbedisce semplicemente a leggi sempre più folli o infami.
Gli unici colpevoli sono i politici che hanno governato l’Italia in questi 17 anni: cioè tutti.
Questa giustizia impazzita l’han costruita loro con le loro manine sporche e/o incapaci.
Anzichè dare risposte serie alla domanda di giustizia in continuo aumento, che non trova sbocco se non in tribunale, depenalizzando i reati minori e creando un sistema serio di sanzioni amministrative, hanno seguitato a inventarsi una caterva di reati inesistenti (come l’immigrazione clandestina) per solleticare la pancia degli elettori più beceri e decerebrati e per allattare un termitaio di avvocati (230 mila contro i 20 mila del Giappone che ha il doppio della popolazione italiana: ha più avvocati la città  di Roma dell’intera Francia).
E intanto depenalizzavano, di diritto o di fatto, i reati dei potenti, cancellandoli o rendendoli impossibili da scoprire e processare.
Eppure, sui giornali e in tv, si continua a dipingere una giustizia che trascura “i veri criminali” per colpire i reati dei politici (ovviamente inventati).
Ora Napolitano ricorda che “in passato un leader separatista fu arrestato”.
Non sappiamo se si riferisca anche ai leghisti a suo tempo imputati a Verona per le camicie verdi (e armate) della “Guardia nazionale padana”.
Il processo s’è estinto perchè l’anno scorso — come denunciò il Fatto nel silenzio generale, anche del Quirinale — il ministro Calderoli depenalizzò il reato di “associazione militare a scopo politico” con un codicillo nascosto in un decreto omnibus.
Da allora, per mandare in fumo un processo che all’inizio vedeva imputati anche i ministri Bossi, Maroni e naturalmente Calderoli, chi fonda bande paramilitari fuorilegge non commette reato.
Chi invece ruba un fiore, o una pietra, o un ovetto per te, è un delinquente.
Ma solo perchè nessun ministro ha ancora rubato fiori, pietre e ovetti.
Non resta che aspettare, fiduciosi.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL SENATO CAMBIA IDEA: “RIDURRE LA CASTA? MEGLIO PRENDERE TEMPO E BLOCCARE TUTTO”

Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile

PALAZZO MADAMA HA RINVIATO A NOVEMBRE L’ISTITUZIONE DELLA COMMISSIONE CHE DOVREBBE RIFORMARE L’ART 81 DELLA COSTITUZIONE PER IL PAREGGIO DI BILANCIO E L’ABOLIZIONE DELLE PROVINCE…LEGA E PD SI METTONO DI TRAVERSO, IL TERZO POLO NON PARTECIPA AL VOTO

La riduzione dei parlamentari? Non è urgente.
L’istituzione di una Commissione speciale con il compito di elaborare testi di riforma costituzionale che prevedano, tra le altre cose, la riformulazione dell’articolo 81 della Costituzione ai fini del perseguimento del pareggio di bilancio e l’abolizione delle Province? Rimandata a novembre.
A decidere, l’aula del Senato.
E così la Casta ha perso l’ennesima occasione per dimostrare di voler davvero diminuire i costi della politica.
Ieri a Palazzo Madama si è discusso di questo, in una seduta fiume, con dichiarazioni surreali, evidentemente tese più ad ottenere il mantenimento dello status quo, salvando la faccia, che ad avanzare di qualche millimetro sull’abbattimento dei costi della politica.
È il vicepresidente vicario del gruppo Pd, Luigi Zanda, a illustrare la mozione con cui si chiedeva la costituzione di una Commissione, chiarendo anche che questa non doveva interferire con l’esame dei disegni di legge riguardanti la riduzione del numero dei parlamentari.
Tutti d’accordo sulla carta.
Ma tanto per cominciare il ministro Calderoli mette altra carne al fuoco, annunciando un disegno di legge di riforme costituzionali che arriverà  in aula la prossima settimana.
Non senza dichiarare di non essere d’accordo con nessuna delle mozioni presentate dall’opposizione.
Commenta Zanda: “L’iniziativa del ministro Calderoli di presentare una vasta proposta di revisione della Costituzione ha tutta l’aria del tentativo sterile di restituire un senso politico a un governo in agonia”.
È Rutelli, che parla a nome del Terzo Polo, a trovare l’escamotage: nessun voto sulla Commissione, ma prendere tempo per valutare esattamente il progresso delle modifiche costituzionali.
Prende la palla al balzo Gaetano Quagliariello, capogruppo del Pdl: per non bocciare la Commissione, chiede una sospensione di 40 giorni per verificarne utilità  e competenze.
E così è, Commissione rimandata.
Allora è il capogruppo dell’Idv, Felice Belisario a lanciare un altro sasso nello stagno, chiedendo la procedura d’urgenza per l’esame dei disegni di legge atti a ridurre il numero dei parlamentari.
Il che vuol dire portare subito l’esame (che ora è nella Commissione Affari costituzionali) in aula. “Non ritengo di poter andare più veloce di così e dunque non voto la dichiarazione d’urgenza”, dice il presidente della Commissione Affari costituzionali Vizzini (lo stesso che aveva dichiarato al Fatto Quotidiano alla fine di agosto: “Questa volta se i parlamentari non li riduciamo, è meglio che emigriamo”).
E’ Rutelli a dare la linea al Terzo polo: “Non parteciperemo a una votazione che ci pare incomprensibile e totalmente priva di senso”.
Morale della favola? Pdl e Lega si astengono (in Senato vale voto contrario), il Terzo Polo non partecipa al voto.
Sintetizza Belisario: “L’intento di maggioranza e governo è quello di tenere tutto bloccato”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MAFIACITORIO: ALTRO CHE CASTA, QUESTA E’ UNA COSCA

Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

ORMAI E’ TUTTO UN INCROCIARSI DI RICATTI, AVVERTIMENTI, MINACCE, MESSAGGI TRASVERSALI….”SE NON SEI RICATTABILE NON PUOI FARE POLITICA, PERCHE’ NON SEI DISPOSTO A FAR FRONTE COMUNE”

Legalizzare la mafia sarà  la regola del Duemila”, cantava De Gregori nel 1989.
Finalmente ci siamo. I politici di governo parlano come i mafiosi.
Altro che casta, questa è una cosca.
L’altro giorno abbiamo segnalato il contributo del molto intelligente Ferrara alla mafiosizzazione del linguaggio politico, quando il tenutario di Radio Londra ha fatto un uso criminoso della tv pagata coi soldi di tutti per spiegare che B., versando centinaia di migliaia di euro a Tarantini e Lavitola, non ha pagato il pizzo al racket: si è solo garantito “la protezione”.
Gli ha subito fatto eco il suo padrone con tutta la corte, fulminando il ministro Tremonti, reo di non aver votato per salvare dal carcere il fido Milanese, accusato solo di associazione a delinquere e altre robette.
Ma come: la cosca si presenta compatta alla Camera per strappare un compare dalle grinfie degli sbirri, e uno dei boss se ne va all’estero?
E dire che lo stesso Milanese, secondo il Corriere (mai smentito), l’aveva avvertito: “Se vado in galera, non ci andrò da solo”.
Paniz era stato ancora più chiaro: “Se arrestano lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi”.
È tutto un incrociarsi di ricatti, avvertimenti, minacce, messaggi trasversali.
E non nelle intercettazioni, che al confronto sono roba da educande.
Ma nelle dichiarazioni pubbliche.
Del resto l’aveva detto il molto intelligente Ferrara a Micromega nel 2002: “Se non sei ricattabile, non puoi fare politica, perchè non sei disposto a fare fronte comune”.
Dunque il compito del ministro dell’Economia non è salvare il salvabile (ammesso che ci sia ancora qualcosa di salvabile) al Fmi, al G20 e in altri consessi internazionali: è fare il palo e tenere il sacco al compare di turno. “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”, diceva Provenzano ai suoi picciotti secondo l’ultimo pentito di mafia.
Infatti ora Tremonti è visto con sospetto, come il padrino che diserta i summit e qualcuno insinua che stia diventando “sbirro”, che stia trescando con la polizia.
“Tremonti è immorale”, schiuma il boss del Consiglio: “Non essere venuto a votare per il suo amico, mentre noi ci mettevamo la faccia, è una cosa indegna”.
Milanese: “Mi ha nauseato, io sono qui sulla graticola al posto suo e lui scappa”.
La Santanchè: “Dobbiamo essere uniti nella buona e nella cattiva sorte”.
Gli house organ della banda esultano nella migliore tradizione mafiosa perchè un altro l’ha fatta franca.
Libero: “Manettari scornati”. Il Giornale: “La maggioranza tiene, niente carcere per Milanese”.
Poi mitragliano il traditore. “Tremonti scappa”, titola don Olindo.
E Giordano, degno allievo: “Il coniglio dei ministri va in fuga. Mentre la maggioranza fa quadrato per salvare il suo collaboratore, lui taglia la corda”. Anche la scelta dei vocaboli è illuminante.
Sono i manigoldi di tutte le risme che dicono “tagliare la corda”.
Del resto sono 17 anni che il Parlamento condivide le stesse preoccupazioni delle bande criminali: come fuggire alle manette, alle intercettazioni, ai magistrati, ai processi, alle indagini, alle perquisizioni, agli interrogatori, ai pentiti, ai testimoni.
E legifera di conseguenza. B. a Lavitola: “Te l’avevo detto che ci intercettavano”. B. al suo domestico Alfredo venuto a portagli tre telefonini peruviani appena omaggiati da Lavitola: “Ma guarda un po’, queste cose le fanno i mafiosi” (infatti cominciò subito a usarli).
Lavitola a Tarantini: “Lo mettiamo in ginocchio… con le spalle al muro… alle corde… e lui ci dà  tutti i soldi che vogliamo”.
La D’Addario alla Montereale: “Mo’ voglio fare uscire fuori un po’ di cose”.
E l’altra: “Sì, puoi fargli il culo come ha fatto Noemi, quella puttana”.
A furia di frequentarle, il presidente del Consiglio ha rovinato anche le mignotte.
Alla prossima festa della Polizia, i membri del governo si daranno alla fuga di massa. “Arriva la Madama”. “Ci hanno beccati”. “Oddio, la Pula”, “Metti in moto”. “Passami il piede di porco”. “Tagliamo la corda”.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA BUVETTE DEL SENATO ALZA I PREZZI, SPARISCE LA META’ DEI CLIENTI

Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LE POLEMICHE SUI PRANZI A PREZZI IRRISORI DI CUI GODEVANO I SENATORI, ORA UN PASTO E’ PASSATO A COSTARE 25-30 EURO…E I SENATORI VANNO A MONTECITORIO DOVE IL PREZZO E ANCORA MINIMO

«Sa cosa sta succedendo? La stessa cosa della barberia: finchè era gratis c’era chi ci andava anche due volte al giorno, ora che si pagano 15 euro nessuno ha più bisogno di barba e capelli…», sospira il senatore dipietrista Stefano Pedica, prevedendo la sorte del ristorante di Palazzo Madama. Causa un’ondata di indignazione generale, da settembre il costo di un pasto tra stucchi e velluti è stato più o meno triplicato: per gli avventori del Palazzo è finito il tempo della scelta tra primi a un euro e sessanta o del pesce spada a 3 e 55.
Decisione tempestiva del Collegio dei questori, solerti ad arginare la rivolta anti-Casta: adesso per un primo piatto si sborsano sei euro, per gli spaghetti all’ astice anche 15-18, per un pasto completo tra i 25 e i 30.
E il primo effetto dell’adeguamento al costo della vita dei comuni mortali si è fatto subito sentire: crollo delle presenze e degli incassi di circa il 50% rispetto a luglio, quando ancora si banchettava allegramente con pochi euro.
«Si parla di un centinaio di persone in meno al giorno», calcola il senatore questore Angelo Maria Cicolani, del Pdl. «Ma è troppo presto per fare un bilancio», predica, dall’innalzamento dei prezzi sono passati pochi giorni «ed è stata una settimana particolare, con il voto di fiducia e quindi l’attività  delle Commissioni sospesa. Mi auguro che non ci sarà  nessun calo».
Qualche senatore si è risentito per questo intervento sui prezzi, sentendosi poco tutelato: «Non hanno protetto i nostri diritti: il ristorante è un servizio, non un privilegio», sbuffa qualcuno.
«Il ristorante serve: è un luogo di aggregazione dove spesso si continua a lavorare in modo informale. E poi se ne servono ospiti in visita, ministri stranieri, personalità : è importante avere un posto decoroso dove accoglierli a pranzo», spiega Cicolani.
«In pochi giorni il ristorante s’è svuotato», valuta Pedica.
«Ho sentito colleghi cominciare a lamentarsi del cibo, del servizio. Ma è da paragonare a un buon ristorante: perchè lamentarsi se si pagano 25 o 30 euro quando fuori sono disposti a pagarne 50?».
La soluzione però c’è: intanto, il ristorante di Montecitorio, a pochi minuti a piedi, almeno per ora costa meno.
E poi ci sono già  gruppi parlamentari che stanno cercando accordi e convenzioni con ristoranti esterni, per pagare 15 euro o giù di lì.

Francesca Scianchi
(da “La Stampa“)

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IL POKER TRUCCATO DELLA CASTA MARZIANA

Settembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

L’ATTESA DEL VOTO SU MILANESE IERI ALLA CAMERA TRA PROTAGONISTI E CONVITATI DI PIETRA

Verde, verde, verde!”.
Il tabellone lampeggia in attesa del voto, tutte le lucine sono accese, si sente un affollarsi di grida isolate: “Verde! Verde! Verde!”.
Sono quelli del Pdl, e vogliono dire: luce verde, Milanese assolto.
E poi c’è lui, l’onorevole Marco quello che davanti ai magistrati si era fantasticamente autodefinito così: “Io sono il postino”.
Voleva dire: il postino del potere, l’uomo che trasmette messaggi e raccomandazioni dalle caselle della sottopolitica a quelle del paraStato, il postino delle promozioni e dei buoni affari.
Guardi Milanese dalla tribuna e lo vedi con le mani spalancate sul banco davanti a sè, che tambureggiano nervose.
Guardi Milanese e ti pare un pianista o un giocatore di poker. Verde è il colore del tavolo da gioco, ma verde è anche il colore del fallimento, quello che a Montecitorio arriva come un’onda, trascinato dalla quotazione disastrosa dello spread.
Il mondo di fuori. Anzi: il mondo vero, visto dalla luna.
Che strano paradosso, questo voto.
È il voto migliore del governo dalla crisi del 14 dicembre, quello che dovrebbe dare un segnale di fiducia e di solidità  parlamentare, dire che una maggioranza c’è.
Eppure è un voto che non attenua il tormento della maggioranza.
È un voto che porta a 13 il vantaggio del governo sull’opposizione, ma quella cifra deve essere aumentata di altre 7 voti.
Sono 7 gli assenti nel Pdl, compreso Tremonti. Già , Tremonti, il convitato di pietra.
È lui il protettore di Milanese, è lui il beneficiato dell’affitto da 8 mila euro nella casa di via Campo Marzio.
Ma il suo nome, curiosamente, nello stenografico di Montecitorio, domani non apparirà .
Tutti sanno che questo è un voto su di lui, ma nessuno lo cita. E così c’è sconcerto, fra gli stessi deputati del Pd, per l’incredibile scelta del gruppo.
Non parla Pier Luigi Bersani, non parla Massimo D’Alema, non parla Dario Franceschini.
L’uomo che rappresenta il principale partito di opposizione in questo scontro che dovrebbe far tremare il governo è l’onorevole Ettore Rosato.
Persona degnissima, per carità , ma non è anche questo un segnale per dire che non si sta mica giocando la partita della vita?
Le parole più dure, in un interstizio di dibattito le sento da un’altra deputata del Pd, Anna Rossomando: “In questo voto i cittadini per voi diventano sudditi”.
Seguo per tutta la mattina, invece, gli arabeschi geometrici che Marco Milanese disegna nel Transatlantico.
Sembrano quei disegnini della Settimana Enigmistica, “Cosa apparirà ”? C’è sempre una lingua dei corpi che spiega meglio delle parole la lingua della politica.
Milanese, con il metodo del professionista, agguanta con passo imperioso i renitenti, i dubbiosi, i potenti.
Agguanta il relatore della Lega Nord, Luca Rodolfo Paolini, alla buvette: “Vedi, quello che tu devi dire…”.
Pensi che prima dell’estate, il povero Alfonso Papa (che ieri si rallegrava dalla cella) girava come un appestato tra i divanetti, con uno scatafascio di carte sotto il braccio, sudato, come un appestato.
Pensi a Papa che in aula citava la moglie (soavemente cornificata) e i figli, con la tipica prosa sottoterrona del piccolo notabile meridionale che si vuole far compatire.
E invece Milanese sembra un ufficiale che passa in rassegna le truppe prima della battaglia, con al fianco la scorta alata ed elegante di Melania Rizzoli, una delle deputate più carismatiche del Pdl, una che a metà  del suo gruppo parlamentare prescrive persino il colore dei calzini.
Ecco, in questo Parlamento al verde, che diventa un tavolo da gioco, Milanese non sembra il maldestro avvocato di se stesso che fu Papa, ma piuttosto il croupier che distribuisce le fiches.
E mentre la pallina gira nella roulette — “verde, verde, verde!” — che grande spettacolo di teatranti, in quest’aula.
Che talento drammaturgico l’onorevole Maurizio Paniz: “Il 20 luglio abbiamo votato l’arresto di Alfonso Papa, il suo banco è qui a tre metri da me, vuoto!!!”.
Il Pdl si spella le mani, Paniz, dà  il meglio di sè: “Dopo 63 giorni possiamo chiederci se quella magistratura inquirente, che ancora reclama un’altra vittima, ha fatto buon uso della nostra grave decisione!”.
Ma dove sono finiti gli 8 mila euro pagati per la casa di via Campo Marzio? Chi parla delle nomine e delle promozioni? Perchè nessuno cita le vanziniane vacanze di Natale a New York, nella stanza da 8 mila euro a notte?
Denis Verdini mi arpiona nel cortile con il suo sorriso ferrato da duro di Marsiglia, contestandomi un pezzo di due giorni fa: “Hai scritto che sono un ex macellaio ed è una bischerata! Io ho lavorato in una ditta che commercia carni, ma ‘un sono un beccaio, capito!?’”.
Il sorriso si chiude: “Potete sbracciarvi quanto volete, qui Silvio ha vinto un’altra volta. Qui non si passa. Il governo ‘un lo tira giù nessuno capito?’”.
E forse ha ragione lui, a Montecitorio, sul pianeta Marte, mentre i titoli di Stato italiani sulla terra vanno al tracollo, conta il sorriso radioso con cui Domenico Scilipoti irrompe eccitato nella buvette: “Che dite? Che dite?”.
Guido Crosetto, il sottosegretario extralarge mostra il suo miglior sorriso piemontese e sogna come se fosse anche lui marziano, ma nel senso di Flaiano: “Sapete che cosa accadrebbe se il congegno che garantisce il voto segreto si rompesse e ci facesse vedere la vera immagine di questa votazione? Uscirebbe la fotografia di un Parlamento a macchia di leopardo”.
Ecco, la recita si compie, e anche Silvio Berlusconi si adatta al teatrino: “Arrabbiato io? Io non sono mai arrabbiato. Anzi sono sereno, sono sempre sereno perchè non ho mai fatto niente di male in vita mia. Anzi, quando posso faccio il bene degli altri!”.
E sarà  pure vero. Ma siccome anche su Marte arrivano notizie dal mondo reale, quando esce dall’aula la sua mascella pare pietrificata, e il suo sorriso di cipria pare colpito da paresi.
Gli chiedi cosa pensa del voto, e lo sguardo che ti regala, quando si gira, pare quello della Medusa.
La faccia di pietra di Berlusconi e il passo marziale di Milanese, che si alza dal tavolo da gioco di Montecitorio, come un pokerista con le tasche piene, si incontrano nella stanza dei ministri, sul lato dell’aula.
Verde, verde, verde.
Oggi Montecitorio ha il colore del bluff.
Luca Telese blog

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