Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
LA CASTA TENTA IL BLITZ: UNA LEGGE PER ISTITUIRNE 5 NUOVI E 20 ALBI…UN GIORNO VOGLIONO TOGLIERLI, UN ALTRO VOGLIONO AUMENTARLI
Medici, architetti, commercialisti. Ingegneri, avvocati, giornalisti.
Tutti tutelati da un ordine professionale.
E allora perchè non crearne uno anche per i fisioterapisti, le ostetriche e i radiologi?
Detto fatto, ci pensa il Senato.
Perchè nonostante l’Unione europea ci chieda continuamente di liberalizzare l’accesso alle professioni, la Casta preferisce mantenere le tutele esistenti e, se possibile, crearne altre.
Ieri mattina ha rischiato di essere approvato sotto silenzio un disegno di legge che prevedeva l’istituzione di cinque ordini e venti nuovi albi professionali sulle professioni sanitarie.
Presentato da Pdl e Lega, il provvedimento aveva anche l’appoggio di alcuni parlamentari Idv e ha ottenuto l’unanimità in commissione Sanità .
Insomma, tutti d’accordo a creare ulteriori gabbie per i professionisti. In palese contrasto con la prima bozza della manovra correttiva, quella entrata in Consiglio dei ministri il 30 giugno, che vedeva l’abolizione di almeno 4 ordini, compreso quello dei medici.
Progetto naturalmente disatteso dopo le pressioni dei professionisti di cui è costellato il Parlamento .
Ma nel testo arrivato ieri in aula, oltre il danno c’è la beffa: la gestione dei nuovi ordini sarebbe provinciale.
Sì, proprio legata a quelle istituzioni che la stessa manovra prevede di abolire.
In più, in ogni capoluogo di Regione, per ciascuno degli ordini professionali, verrebbe costituita una Consulta regionale degli ordini provinciali, composta da rappresentanti degli ordini professionali.
Ovvero, in piena crisi, quando si discute su come risparmiare tagliando posti e poltrone inutili, se ne aggiungono di nuove, moltiplicandole.
La giustificazione dei sostenitori è che le professioni sanitarie hanno bisogno di “controllo e tutela” contro gli abusivi.
Ma i preesistenti “collegi”, e più controlli, sarebbero dovuti bastare.
Il provvedimento ha dell’incredibile anche dove prevede il riscatto degli anni di studio (sì, sempre una delle cose che la manovra voleva abolire), addirittura per chi alla fine non consegue il titolo di studio.
Realizzate le contraddizioni, il leader dell’Api, Francesco Rutelli, intervenendo in aula ha costretto i colleghi a una riflessione su ciò che stava accadendo: “Mi chiedo come sia compatibile una scelta del genere con l’orientamento assunto dal governo che ha detto, scritto e approvato con la manovra su cui ha posto la questione di fiducia che proprio l’accesso alle professioni deve diventare il primo tagliando per la crescita.
Ma qui non stiamo facendo il tagliando per la crescita. Piuttosto stiamo dando un altro taglio alla crescita”.
L’intervento di Rutelli ha scatenato la polemica, soprattutto dentro il Pd, tra chi aveva votato il provvedimento e chi, come alcuni membri della Commissione bilancio, lo riteneva fuori luogo, almeno per adesso. Il cammino della legge si è momentaneamente bloccato, col rinvio in Commissione.
Ma c’è davvero chi è convinto che l’Italia in questa legge sia necessaria:
“Dopo l’articolato dibattito e le dichiarazioni del senatore Rutelli — ha dichiarato la vicepresidente dei senatori Pdl, Laura Bianconi — ho ritenuto opportuno chiedere una sospensione all’esame del provvedimento, per evitare che venga archiviato come vorrebbero Rutelli e pochissimi altri colleghi. Mi sembra assurdo che non comprendano le esigenze di oltre 500 mila professionisti che chiedono di non essere confusi con i numerosi abusivi. Pertanto, sono certa che una volta chiariti alcuni punti soprattutto sulle sanzioni saremo in grado di farlo ricalendarizzare dalla Conferenza dei capigruppo e di approvarlo in tempi rapidi”.
Così anche gli audioprotesisti e gli ortottisti avranno il loro albo “d’oro”.
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
“AVREI MESSO LA PATRIMONIALE, A DESTRA NON CI STANNO I MILIONARI”…”SI SONO PERSI DI VISTA I VALORI DEL CENTRODESTRA”…”IL TEMPO CI STA DANDO RAGIONE: LE COSE CHE AVEVAMO DENUNCIATO NEL PDL SI STANNO TUTTE AVVERANDO”… ”MENTRE SARKOZY E CAMERON ERANO IN LIBIA, BERLUSCONI ERA A PALAZZO GRAZIOLI RIUNITO CON I SUOI LEGALI”…”SALVACONDOTTO PER IL PREMIER? NON SIAMO AL MERCATO”…”I GIOVANI PRECARI VANNO AIUTATI A STABILIZZARSI”
Quello di Gianfranco Fini è un vero ritorno in campo.
È apparso così il presidente della Camera durante la trasmissione Otto e mezzo condotta da Lilli Gruber, puntata giustamente intitolata “Un anno dopo”.
E Fini parte proprio da quel momento ribadendo che le cose dette allora si sono dimostrate vere.
I principali punti di criticità messi in evidenza un anno addietro si sono rivelate aderenti alla realtà , soprattutto sull’esistenza di un governo a trazione leghista e sull’aver taciuto circa la gravissima situazione economica e occultata nonostante i diversi avvisi che giungevano da una parte della maggioranza e dal mondo economico.
Gli elettori di Silvio Berlusconi, ha spiegato, sono profondamente delusi «non solo per le tasse ma anche perchè sono stati persi di vista i valori del centrodestra».
Un Fini altrettanto soddisfatto sulle vicende giudiziarie di Berlusconi che coinvolgono anche Valter Lavitola, «soggetto che notoriamente di occupa di bassi servizi e che ha una frequentazione assidua con Berlusconi».
Anche questo, ha ribadito la terza carica dello Stato, dimostra «che il tempo ha dato ragione» e che questo è lo specchio di un Italia «fatta di faccendieri e donnine».
Su Berlusconi e i suoi fatti scottanti Fini ha confermato che l’Italia ha perso credibilità .
Un esempio concreto?
«Mentre Sarkozy e Cameron erano in Libia, il presidente del consiglio era a Palazzo Grazioli riunito con i suoi legali» per affrontare le vicende giudiziarie.
Su Futuro e libertà , che almeno nei sondaggi non gode di ottima salute, Fini ha ammesso che «qualche errore c’è stato», «c’è chi in Italia sostiene di essere infallibile, io no».
E parla anche di contenuti: nella manovra finanziaria, «fosse dipeso da me io la patrimoniale l’avrei messa perchè c’è da capire che il centrodestra non è una categoria di soli milionari e gli elettori avrebbero compreso e apprezzato la scelta di ricorrere a quel tipo di imposta.
Si è anche parlato di una possibile exit strategy per Berlusconi e su questo Fini ha smentito, seppure indirettamente, Italo Bocchino che giorni addietro in un’intervista aveva ipotizzato una sorta di perdono.
Non sono ipotizzabili, si comprende dalle parole del presidente della Camera, salvacondotti giudiziari e simili.
«Non siamo al mercato», queste le parole del leader di Montecitorio.
C’è, ancora attuale dopo Mirabello, il tema delle dimissioni dalla presidenza della Camera richieste da parte della base.
Secondo Fini sono soprattutto i giovani a chiederlo e, in un certo senso, questo è «un atto d’amore» di chi lo vorrebbe in campo.
Perchè è giusto che soprattutto i giovani siano «i protagonisti di un paese che pretende di cambiare».
Secondo Stefano Folli a Futuro e libertà manca una guida forte.
Il progetto di Fli è nell’ambito del Terzo polo e «vogliamo presentare all’Italia un altro tipo di paese».
Da parte del nuovo polo — spiega Fini — ci deve essere la capacità di presentare proposte convincenti, come quella fatta recentemente di rivedere il sistema pensionistico o quella di rendere più pesante la busta paga di un lavoratore a tempo determinato rispetto a chi ha la fortuna di un tempo indeterminato.
E ancora in tema di contenuti Gianfranco Fini è stato netto sulla riforma della legge elettorale per ridare il diritto di scelta agli italiani: «Ben venga il referendum».
Alla domanda sui probabili interlocutori Fini ha innanzitutto sgombrato il campo da equivoci invitando Angelino Alfano a dimostrare di essere il reale segretario del Pdl «e non la persona che Berlusconi ha pregato di occuparsi del partito».
Al di là di questo Fini ne fa unicamente una questione di argomenti: «Si dialoga con chi ha a cuore i valori della legalità e giustizia sociale».
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Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
RESPINTA LA RICHIESTA DELLA PROCURA NEI CONFRONTI DELL’EX BRACCIO DESTRO DI TREMONTI PER 11 VOTI A 10… ORA IL 22 SI ESPRIMERA’ L’AULA: LEGA E UDC LASCERANNO LIBERTA’ DI COSCIENZA, MA BOSSI NON VUOLE NESSUNO IN GALERA, QUINDI NEMMENO I DELINQUENTI
La giunta per le autorizzazioni di Montecitorio ha detto no all’arresto dell’ex braccio destro di
Giulio Tremonti, Marco Milanese.
E’ stata infatti approvata per 11 voti a 10 la proposta del relatore Fabio Gava (Pdl) contraria alla richiesta della Procura di Napoli nei confronti del deputato del Pdl.
Si sono invece espressi per il sì il Pd, l’Udc, Fli e l’Idv.
Il parere sarà ora sottoposto al voto dell’Aula di Montecitorio giovedì 22 settembre a mezzogiorno.
La Lega, che in giunta ha votato contro l’arresto, lascerà libertà di coscienza in Aula, dove l’esito della votazione è più incerto.
“Non credo ci saranno sbandamenti”, ha detto Rodolfo Luca Paolini, commissario del Carroccio in giunta.
E il leader Umberto Bossi è tornato ad esprimersi contro la detenzione: “Devo ancora sentire il gruppo, ma i miei mi dicono che è un po’ una forzatura”, ha detto al suo arrivo alla Camera.
Anche l’Udc lascerà i suoi liberi di decidere in Aula: “Su una scelta così delicata è giusto che i componenti del nostro gruppo si esprimano secondo coscienza. I primi due, che sono componenti anche della Giunta per le autorizzazioni, hanno detto che secondo coscienza voteranno a favore dell’arresto”, ha affermato il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, intervenendo a “La Telefonata” di Maurizio Belpietro,Intanto, l’opposizione chiede il voto palese.
“Siamo contrari al voto segreto perchè il voto deve essere palese rispetto agli italiani e tutte le forze politiche devono assumersi la responsabilità di ciò che fanno”, dice Pierluigi Mantini dell’Udc.
Dal Pd Marilena Samperi osserva che “se ci sarà il voto segreto ognuno deciderà secondo quello che ritiene giusto e meglio fare”.
Se verrà chiesto, aggiunge, essendo previsto da regolamento, “sarà indispensabile darlo.
Anche se noi speriamo nel voto palese perchè la politica deve riprendersi in mano le redini di questa deriva rischiosa. E’ un problema di responsabilità “.
Ieri l’ex collaboratore vicino a Tremonti si è difeso a lungo nella sua audizione davanti alla giunta.
“Sono disposto ad accettare il processo anche subito, ma non l’arresto perchè non ci sono i presupposti per la custodia cautelare”, ha detto il deputato del Pdl, prima di lamentare contro di lui un “massacro mediatico”.
Milanese ha respinto più volte le accuse mossegli dall’imprenditore “Paolo Viscione: “Ha agito per rancore personale perchè non avevo voluto appoggiare la candidatura di suo figlio a sindaco di Cervinara”.
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Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL SINDACATO DI POLIZIA COISP: COSI’ SI OTTERREBBE LO SGOMBERO DI CERTI RISTORANTI”….UNA PROVOCAZIONE PER FAR RIFLETTERE ANCHE SULL’USO DEI LACRIMOGENI IN DOTAZIONE ALLE FORZE DELL’ORDINE
L’annuncio è di quelli da far venire i brividi a qualsiasi democrazia: “Viene voglia di venire sotto Palazzo Madama e Montecitorio e spararvici all’interno i nuovi lacrimogeni in dotazione”.
A pronunciare queste frasi, non certo pacifiche, non sono stati estremisti violenti o black bloc anti casta.
È stato il sindacato di polizia Coisp, “Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia”, un’organizzazione che conta circa settemila aderenti in tutta Italia (e quindi non estremamente rappresentativo).
n un comunicato apparso sul sito internet alla vigilia di Ferragosto, la segreteria nazionale scrive al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a proposito dei ristoranti di Montecitorio e Palazzo Madama, dove “con poco più di tre euro” si possono consumare un primo e un secondo.
Sono i giorni, infatti, in cui tutti i cittadini vengono a scoprire, attraverso i giornali, che i parlamentari possono mangiare a prezzi stracciati lamelle di spigola con radicchio e mandorle (tre euro e 34 centesimi) o risotto con rombo e fiori di zucca (stessa cifra).
L’ennesimo affronto anche per una categoria, quella dei poliziotti, vessata da anni dai tagli indiscriminati.
“I poliziotti guadagnano mediamente 1500 euro al mese, che raggiungono faticosamente includendovi l’indennità di servizio esterno, i turni festivi e notturni e qualche ora di lavoro straordinario, quando viene pagata”, scrive il Coisp. Recriminazioni condivise da tutti i sindacati, che da qualche anno scendono in piazza contro il governo.
Eppure la missiva non si ferma alla consueta protesta, va parecchio oltre: “Viene voglia di venire sotto Palazzo Madama e Montecitorio e spararvici all’interno i nuovi lacrimogeni in dotazione, così si coglierebbero due piccioni con una fava, ovvero si otterrebbe lo sgombero immediato di certi ristoranti da politici mediocri e si testerebbero su quest’ultimi gli effetti dei nuovi artifici lacrimogeni in dotazione alle forze di Polizia, la cui lesività nonostante le numerose interpellanze parlamentari, è sempre stata tenuta nascosta da Lor Signori”.
Chi è dell’ambiente sa che il Coisp — i cui iscritti non sono certo di sinistra — non è nuovo a un certo tipo di provocazione: sia l’anno scorso che quest’anno ha portato sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia le sagome dei poliziotti pugnalati alle spalle.
“Non sono parole peggiori di quelle pronunciate tante altre volte — si difende infatti il segretario nazionale, Franco Maccari — e sono comunque meno gravi rispetto a quelle usate da esponenti del governo, come La Russa, Brunetta o lo stesso Maroni, che non sono stati certo delicati nei nostri confronti. Io li censuro spesso, perchè dovrebbero dare l’esempio e non lo fanno. Ma più delle parole pesano i fatti, feroci e dannosi per la società , non soltanto per noi”.
Maccari, segretario generale da cinque anni, è un uomo del Veneto, abituato ad essere pragmatico: “Quattro anni fa ho subito un provvedimento di destituzione perchè, secondo loro, avevo offeso l’amministrazione dicendo che è meglio girarsi dall’altra parte che lavorare così. I classici metodi sovietici che si usavano una volta. Ho fatto ricorso e l’ho vinto. Ci chiamano i “Nocs” del sindacalismo”
Il sindacato, al di là della battaglia (reale o virtuale) anti-casta, pone in realtà anche una questione seria: “Da un anno chiediamo che i nuovi lacrimogeni in dotazione alle forze di polizia vengano testati e che ci venga detto se mettiamo in pericolo la salute dei cittadini. Ci sono state anche alcune interrogazioni parlamentari al riguardo, ma nessuno si è mai degnato di rispondere. C’è qualcosa da nascondere? Ed è più criminoso usare una parola forte per destare le coscienze o mettere a repentaglio la salute dei manifestanti?”.
I lacrimogeni contengono una sostanza definita “Cs”, cioè Orto-cloro-benzal malonitrile, che secondo alcuni studi produrrebbe effetti nocivi sull’organismo.
Tutti i sindacati di polizia, non soltanto il Coisp di Maccari, vorrebbero saperne di più: “È dal G8 di Genova che chiediamo che ne venga sospeso l’utilizzo — spiega Claudio Giardullo, segretario nazionale del Silp Cgil —, anche solo di fronte all’eventualità che faccia male. Bisogna investire sulla ricerca per individuare sostanze diverse”.
Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, invece ridimensiona un po’ il gesto: “È servito ad attirare l’attenzione, a sottolineare i problemi di un comparto che stridono con i privilegi della casta. Non c’è nessun pericolo per la democrazia, non è una minaccia, ma una provocazione”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano” – foto dal blog Diksa53a )
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Settembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
I RISCHI DELL’INTERROGATORIO PRESSO I PM DI NAPOLI CHE IL PREMIER HA VOLUTO EVITARE…SE TARANTINI CAMBIASSE VERSIONE, PER BERLUSCONI SI PROFILEREBBE IL REATO DI FAVOREGGIAMENTO DELLA PROSTITUZIONE
È giudiziariamente stretto il crinale su cui si muove Berlusconi.
Un passo, una svista, un minimo errore e… oplà , dall’estorsione si precipita nella corruzione di un testimone. Il premier nelle vesti di chi dà i soldi al imprenditore barese Tarantini per garantirsi una versione favorevole sulla vicenda delle escort.
Estate 2008, notti calde a Roma e in Sardegna.
Una versione in cui risulti che solo lui, il medesimo Tarantini, pagava le donne, mentre il capo del governo non ci ha messo una lira.
Pensava, questo finora ha raccontato Tarantini ed è scritto nei verbali di Bari, che le ragazze erano «amiche sue» e non escort di professione.
Versione preziosa, un salvavita per il Cavaliere.
Se Tarantini cambiasse versione e dicesse che Berlusconi sapeva tutto e ha pagato, si aprirebbero subito due porte: quella dell’incriminazione per favoreggiamento della prostituzione e quella delle dimissioni da palazzo Chigi.
È con il fantasma del caso Mills, dell’avvocato londinese David Mills per cui il premier è accusato di corruzione, che il Cavaliere si sveglia e va a dormire in questi giorni.
E sta qui la ragione, tutta giudiziaria e non politica, che ha spinto i suoi consiglieri giuridici a metterlo in guardia e a guidarlo verso il rinvio dell’interrogatorio di martedì.
Nel quale, lui da solo di fronte ai pm senza i fidi Ghedini e Longo, sarebbe bastata mezza parola in più per precipitarsi in un nuovo caso Mills.
Dal quale, merita ricordarlo, il presidente del Consiglio non è ancora uscito.
Anzi, cerca viuzze legislative, tipo processo lungo, per bloccare una possibile condanna per corruzione.
La stessa subita da Mills, ben quattro anni e sei mesi.
S’innesta in questa paura – l’estorsione che può diventare corruzione – la decisione, pure questa “made in Ghedini”, di addossare alla procura di Napoli e di conseguenza denunciare la fuga di notizie sull’inchiesta Lavitola-Tarantini, attraverso un’interpellanza urgente firmata da Costa e Contento, ma anche dal vice capogruppo Pdl Baldelli.
Quindi espressione dei vertici Pdl a Montecitorio.
Attenzione, perchè lo snodo è delicato.
Dicono ottime fonti Pdl: «Berlusconi è vittima di un’estorsione, ma la procura fa uscire carte che lo presentano e lo sputtanano come colpevole».
Colpevole di che? Giust’appunto di una possibile corruzione.
Ecco i verbali della fedele segretaria Marinella Brambilla, interrogata senza avvocato e senza aver ottenuto copia del suo verbale, sui versamenti di denaro a Lavitola.
Tanti soldi, sempre cash, con un’evidente violazione delle regole sul contante.
Ecco interrogare Tarantini e farci cader dentro una risposta di un precedente interrogatorio dell’avvocato Perroni, dal quale risulta che Berlusconi gli ha imposto di difendere l’imprenditore barese che gli procurava le escort.
Stesso avvocato, stessa versione.
O comunque controllo sulla versione possibile.
Ecco la telefonata del 24 luglio con Lavitola, scoperta dall’Espresso, in cui gli si dice di non tornare in Italia.
Tutte carte che possono generare domande assai imbarazzanti per Berlusconi.
Del tipo. Perchè procurava e pagava un avvocato, il suo stesso avvocato, per Tarantini.
Era, o non era un modo per avere la certezza che il manager della sanità pugliese finito in carcere per un anno, non lo avrebbe mai tradito.
E ancora. Tanti, troppi soldi.
A quale scopo? Estorsione o corruzione?
Tutto propende per la seconda ipotesi, soprattutto a sentire quanto rivela Tarantini.
Quando, come se nulla fosse, nell’ultimo interrogatorio, rivela ai pm una frase del Cavaliere: «Io sono dispiaciuto, comprendo che la tua situazione è avvenuta per cause indirette, per cause mie, perchè sono coinvolto con te».
Proprio così, «coinvolto con te».
In che cosa gli avrebbero chiesto i pm.
E allora meglio rinviare.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
AMMORBIDITE LE NORME SULLA INCOMPATIBILITA’: LA CASTA VENDE FUMO E SI TIENE L’ARROSTO
Sorpresa: l’emendamento del governo che rafforza l’entità della manovra, con l’aumento
dell’Iva, e la sua equità , con il contributo sui super-ricchi e l’anticipo della pensione a 65 anni delle donne, fa anche un bello sconto a ministri, deputati e senatori.
In attesa del promesso disegno di legge costituzionale per il dimezzamento del numero dei parlamentari, che forse non arriverà neanche oggi sul tavolo di Palazzo Chigi, l’articolo 13 della manovra sui costi della politica è stato abbondantemente rivisitato.
Con una bella riduzione del taglio delle indennità dei membri di Camera e Senato, almeno sei volte di meno rispetto a quanto previsto nel testo originario, e l’ammorbidimento dell’incompatibilità del loro mandato con gli altri incarichi pubblici.
Tanto per cominciare, il taglio delle retribuzioni o delle indennità di carica dei componenti degli organi costituzionali (il 10% per la parte eccedente i 90 mila euro, il 20% su quella che supera i 150 mila), non si applicherà più da domani e per sempre, ma solo per quest’anno, il prossimo, e il 2013.
E dalla sforbiciata, grazie alla modifica approvata ieri con il voto di Palazzo Madama, vengono fatti salvi «la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale».
Cosa che ha fatto infuriare il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, contro i «boiardi» della Consulta e del Quirinale, che ha risposto per le rime.
Spiegando che il Colle è estraneo alla formulazione della norma, che è il governo che semmai deve dare chiarimenti, e che, in ogni caso, ai dipendenti della presidenza della Repubblica «già si applica il contributo di solidarietà a suo tempo introdotto per la pubblica amministrazione».
Che, per onor di cronaca, è pari alla metà : il 5% oltre i 90 mila euro, il 10% oltre i 150 mila.
Nessuna parola, nè da Castelli, nè dagli altri quasi mille rappresentanti della Camera e del Senato, sull’alleggerimento dei tagli all’indennità parlamentare, che pure l’emendamento prevede.
Se un deputato o un senatore fa anche un altro mestiere e incassa più di 9.847 euro netti, l’indennità di carica di 5.486 euro mensili netti (cui poi si sommano tra diaria e rimborsi spese altri 7.193 euro, che non vengono toccati), non sarà più tagliata del 50% come prevedeva il testo originario.
La sforbiciata si farà sul totale annuo percepito a titolo di indennità , e sarà pari al 20%, ma solo per la quota eccedente i 90 mila euro, e al 40% per quella che supera i 150 mila euro.
Non bastasse, anche il regime dell’incompatibilità dei parlamentari, prima ferreo con l’impossibilità di ricoprire «qualsiasi altra carica elettiva pubblica», viene notevolmente annacquato.
Nella nuova versione del testo, infatti, l’incompatibilità è circoscritta alle altre cariche elettive «di natura monocratica» e relative a «organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore ai 5 mila abitanti».
Traduzione: i parlamentari potranno continuare a fare i sindaci nei Comuni piccoli e medi.
Ma potranno anche avere l’incarico di assessore in tutti i municipi, compresi quelli delle grandi città .
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Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile
NELLA QUINTA VERSIONE DEL DECRETO PERLOMENO I CONT TORNANO… ALLA FINE LA SINTESI E’ “PIU’ TASSE PER TUTTI”… MANCANO MISURE PER LA CRESCITA E LO SVILUPPO
Se non li puoi convincere, confondili. È la legge di Truman. 
Berlusconi e Tremonti, ormai svuotati di spessore politico, la applicano alla manovra con rigore scientifico.
Dopo quattro tentativi miseramente falliti in appena due mesi, spunta ora la quinta versione del decreto anti-crisi.
Già questa abnorme bulimia quantitativa sarebbe sufficiente a giudicare disastrosa l’azione del governo.
Ma quello che stupisce, e indigna di più, è la totale schizofrenia qualitativa delle misure messe in campo.
A giugno Tremonti aveva garantito che, d’accordo con l’Europa, l’Italia non aveva bisogno di una vera e propria manovra di bilancio, e per questo aveva annunciato una modesta leggina di minima “surplace” contabile.
Ai primi di luglio abbiamo scoperto che eravamo sull’orlo dell’abisso.
Così è cominciata la folle teoria estiva dei decreti usa e getta.
Prima la stangata del contributo di solidarietà sui ceti medio-alti.
Poi la batosta sulle pensioni d’anzianità cumulate con il riscatto della laurea e della naja.
Poi ancora la finta caccia agli evasori fiscali a colpi di “carcere & condono”.
Trovate estemporanee di questo o quel ministro, frustate casuali all’una o all’altra categoria.
Senza logica politica, senza tenuta economica.
Non solo i cittadini allibiti e gli speculatori affamati, ma l’intero establishment interno e internazionale ha fatto giustizia di tanta irresponsabile approssimazione.
L’Unione Europea e la Bce, la Banca d’Italia e la Confindustria. Da ultimo, addirittura il Capo dello Stato, che con il suo intervento ufficiale di due giorni fa ha compiuto un passo senza precedenti, fin dai tempi della Prima Repubblica.
Ha imposto la linea non solo sui tempi, ma persino sui contenuti della manovra.
Alla fine, dopo molte figuracce penose esibite sul mercato politico e molti miliardi bruciati sul mercato finanziario, il governo si è dovuto arrendere.
L’ennesima, radicale riscrittura della manovra non cancella le storture di fondo.
Con l’aumento dell’Iva e la reintroduzione della supertassa sui redditi oltre i 300 mila euro si fa persino più massiccio il ricorso alla leva fiscale, che già occupava quasi il 70% del menù dei provvedimenti varati nelle stesure precedenti.
Svanisce così, ormai anche sul piano simbolico, la ridicola promessa del Cavaliere: “Non mettiamo le mani nelle tasche dei contribuenti”, aveva giurato il premier, che ora invece in quelle tasche ci entra non solo con le mani, ma con tutte le scarpe.
Si anticipa il giro di vite sull’età pensionabile delle donne, e si rinuncia così a qualunque ambizione riformatrice più generale sul capitolo della previdenza.
Resta la drammatica carenza di misure concrete per la crescita e lo sviluppo.
Resta la plastica evidenza di un governo che non ha una visione sulla società italiana di oggi, nè una soluzione per quella che vuole costruire domani.
Tuttavia la quinta manovra, per quanto iniqua e sgangherata, almeno un pregio ce l’ha: i saldi contabili sono finalmente più solidi, come la stessa Commissione di Bruxelles ha già puntualmente riconosciuto.
È certo il gettito in aumento dell’imposta sul valore aggiuntivo, il “male minore” invocato da tempo dalla Banca d’Italia e osteggiato per puro puntiglio dal ministro del Tesoro.
È certo l’incasso a regime dell’intervento sulle pensioni delle donne, suggerito da Confindustria e ostacolato per puro ideologismo dal leader della Lega.
È certo, per quanto risibile, il maggior introito del mini-tributo di solidarietà per i ceti più abbienti, inopinatamente preferito a una seria imposta sui grandi patrimoni per puro opportunismo elettorale.
Dunque, almeno sulla copertura integrale dei 45 miliardi, la manovra risulta oggettivamente migliorata.
Anche se rimane la sua irrimediabile inefficacia, rispetto alle esigenze di equità sociale e alle urgenze di rilancio del Pil.
E anche se rimane la sua probabile insufficienza, rispetto agli impegni sottoscritti in Europa sul pareggio di bilancio e alle aspettative delle società di rating e della business community
Quella di ieri, in definitiva, è solo una tardiva “riduzione del danno”.
I problemi dell’Italia sono tutt’altro che risolti.
Nel momento in cui aggiusta la manovra, il governo certifica paradossalmente la sua fine. Berlusconi, Bossi e Tremonti si acconciano a continui compromessi al ribasso, ormai logorati dentro una convivenza da separati in casa, che li spinge a camminare a tentoni nella buia notte calata su Eurolandia.
Il governo non c’è più.
Lo sostituisce Napolitano, lo commissaria la Banca d’Italia, lo etero-dirigono i mercati.
La stessa coalizione di centrodestra ne è tanto consapevole, che si vede costretta all’ultimo sfregio alle istituzioni: la richiesta del voto di fiducia, su una manovra che lo stesso Pd era pronto a non votare ma a non ostacolare, sembra più un atto di forza interno al centrodestra che non un atto di sfida rivolto al centrosinistra.
In queste condizioni si può tamponare un’emergenza congiunturale, ma non si può affrontare una crisi globale.
Lo scrive ormai anche la grande stampa mondiale, dal “Wall Street Journal” al “Financial Times”: l’Italia è unanimemente considerata la zavorra che rischia di affondare l’euro.
Per questo, ancora una volta, l’unica via d’uscita da questa tempesta imperfetta è l’approvazione rapida del decretone, e poi le dimissioni immediate del governo. Sarebbe l’ultimo, e forse l’unico gesto di responsabilità compiuto dal presidente del Consiglio.
Con la quinta manovra si recupera un po’ di attendibilità aritmetica, ma non si ricostruisce la credibilità politica.
Quella, per il Cavaliere, è perduta per sempre.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL DECRETO DI LUGLIO TAGLIAVA LA CILINDRATA DELLE AUTO BLU… PERO’ ADESSO ARRIVANO ALTRE 60 BERLINE SUPERLUSSO
“Abbiamo ridotto gli stipendi dei parlamentari, abbiamo ridotto il numero delle auto blu e
anche la loro cilindrata. Se uno vuole andare forte si compri la Ferrari, ma con i suoi soldi. Io ho l’Audi, ma l’ho comprata con i miei soldi e non mi hanno fatto lo sconto anche se mio figlio è un pilota ufficiale dell’Audi”.
Questa serie di dichiarazioni risalgono a dieci giorni fa e sono di Umberto Bossi.
Il ministro forse non sa che, mentre annuncia il raggiungimento di questi obiettivi, è ancora in corso la gara bandita dalla Consip il 22 febbraio 2010 per cui la pubblica amministrazione acquisterà nel biennio a venire sessanta “berline grandi” di cilindrata compresa tra 2200 e 3000.
Sessanta, un numero forse eccessivo se si pensa che la manovra finanziaria di luglio aveva ristretto l’uso di auto (nuove) di cilindrata superiore ai 1600 cc “al Capo dello Stato, ai Presidenti del Senato e della Camera, del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Corte costituzionale”.
Insomma, si dovesse dar retta al decreto di luglio, sarebbero bastate una decina di vetture.
Invece compriamo 60 “ultimi modelli” (nel bando di gara è chiarito che se escono dei nuovi modelli della vettura che si era deciso di fornire, va sostituita).
Saranno in uso “fino alla loro dismissione o rottamazione” per poi – nelle intenzioni – “non essere” sostituite.
È l’ultimo paradosso di una vicenda fatta di molti annunci e pochi numeri.
Il 3 agosto, ad esempio, lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlò alla Camera di “una forte riduzione delle auto blu”.
Quello stesso giorno, l’anfiere dei tagli annunciati dal governo, il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, tuonò: “È pronto il Decreto del presidente del Consiglio che dimezzerà le auto blu”.
Sarà anche pronto ma nessuno l’ha presentato, nemmeno nella manovra correttiva di agosto.
Così, per adesso, le auto restano quelle che lo stesso Brunetta ha conteggiato: 86.000, di cui 5.000circa di “rappresentanza” e con autista dedicato (lui le chiama “blu-blu”), 10 mila sempre con autista (almeno due per vettura), destinate ai più alti dirigenti dell’amministrazione pubblica (lui le definisce solo “blu”).
Le altre 71mila, senza autista dedicato, secondo questo calcolo, sarebbero a disposizione degli uffici.
Quali siano quelle da tagliare ancora non si sa.
Citiamo un dato ufficiale: nel maggio 2010, delle 33.388 autovetture registrate successivamente al 2001 al Pra dalle pubbliche amministrazioni, il 22% (circa 7300) era di cilindrata superiore a 1600.
Può essere un dato utile per vedere se almeno in futuro qualcuno terrà conto del decreto di luglio.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
LISTINO RIVOLUZIONATO DOPO LE POLEMICHE: ORA I PASTI SARANNO A PREZZI DI MERCATO…NIENTE PIU’ FILETTO DI ORATA A 5,23 EURO, PREVISTI RITOCCHI ANCHE ALLA BUVETTE… CI SARA’ IL FUGGI FUGGI NEI BAR LIMITROFI?
L’ondata di polemiche per i prezzi irrisori dei ristoranti del Parlamento ha sortito i primi
effetti.
Gli spaghetti all’astice non avranno più il prezzo «politico» di 5 euro circa e il filetto di Orata non costerà più 5,23 euro.
Ieri infatti il collegio dei Querstori del Senato ha allineato i prezzi del ristorante di palazzo Madama a quelli di mercato, o quasi.
Ironia della sorte la formalizzazione del rincaro è arrivata proprio all’ora di pranzo e a darla è stato Angelo Maria Cicolani (Pdl) al termine della riunione mattutina del collegio.
Dando seguito all’ordine del giorno votato a inizio estate, all’attenzione alla materia mostrata dal presidente del Senato, Renato Schifani, e soprattutto al malcontento dell’opinione pubblica, che ha identificato nei prezzi «popolari» del ristorante di palazzo Madama uno dei più deprecabili privilegi della Casta, i questori, ha raccontato Cicolani, hanno «portato i prezzi del ristorante a un livello tale da coprire circa l’80% dei costi» (era ora n.d.r.)
Ecco allora il nuovo listino.
Per un antipasto, che fino a oggi costava da 1,5 a 3 euro, chi siederà ai tavoli del ristorante dovrà sborsare dai 5 ai 10 euro.
Stesso discorso anche per i primi: si andrà dai 6 euro circa per un piatto base fino a 21 euro per una pasta asciutta di fascia alta.
Ritocchi anche per i secondi piatti: il listino salirà , a fronte di un costo massimo attuale di 5,50 euro circa a portata, a una forchetta compresa tra 10 e 24 euro per piatto.
Rialzo «record» perfino per i contorni, che passeranno dai 1,3 euro attuali, saliranno fino a 5 e 6 euro.
Insomma, rincari anche oltre il 100 per cento in vista dalla prossima settimana per i frequentatori di un ristorante che, sempre secondo i dati forniti da Cicolani, ha servito lo scorso anno circa 20.000 pasti in tutto.
Una decisione dei questori quasi obbligata e presa «insieme» che, ha riconosciouto ancora Cicolani, potrebbe avere «leggere ripercussioni sull’afflusso al ristorante».
Ma chi pensa di potersi rifugiare alla buvette, anch’essa una sorta di tavola calda caratterizzata da prezzi più che scontati, avrà una amara sorpresa: la scure si abbatterà anche su quella, che vedrà a breve il proprio listino ritoccato al rialzo.
Quel che è peggio, però, è che verranno rivisti, e sempre al rialzo, anche i prezzi della mensa riservata al personale di palazzo Madama, che si vedrà portare il ticket pasto, sempre a detta di Cicolani, attorno ai 5 euro.
Il tutto, ha spiegato il questore, «per non creare sperequazioni».
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