Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
GRANATA DICHIARA CHE FUTURO E LIBERTA’ SOSTERRA’ I QUESITI REFERENDARI…POCO DOPO BOCCHINO LO SMENTISCE E SI ALLINEA A CASINI PARLANDO DI “VIA PARLAMENTARE” PER LE MODIFICHE… ANCHE NEL PD FRATTURA TRA BERSANI E FRANCESCHINI…DIO CI SALVI DAGLI ETERNI PRUDENTI (E INCONCLUDENTI)
Si allarga il fronte del referendum abrogativo della legge elettorale. 
E arriva a spaccare, dopo il Pd, anche Fli.
Mentre Pierferdinando Casini imbocca decisamente con la sua Udc la via parlamentare, invitando Pier Luigi Bersani a discutere lì della cancellazione del Porcellum, a partire dalla proposta di legge Pd.
Ma tra i democratici si allargano di ora in ora le fila di chi vorrebbe un sostegno esplicito del partito ai quesiti.
E Dario Franceschini, nella riunione del coordinamento, chiederà al segretario di cambiare rotta: «Lanciamo tutto il Pd nella battaglia referendaria».
Le divisioni tra i finiani sul fronte elettorale emergono in serata.
Al termine di una riunione dell’ufficio politico, Fabio Granata dichiara infatti che Fli «sosterrà » i quesiti.
Ma il deputato viene a stretto giro corretto dal vicepresidente Italo Bocchino, che spiega che tra i dirigenti sono emerse «posizioni diversificate».
E aggiunge che «c’è il convincimento» che il Porcellum vada cambiato, ma «non è il referendum lo strumento più adatto in una materia dove partiti e Parlamento dovrebbero prendersi le proprie responsabilità ».
Su quest’ultimo punto non ha dubbi l’Udc, che non ci pensa proprio ad avallare l’abolizione referendaria del Porcellum e tornare così al Mattarellum.
«Stiamo parlando del nulla – taglia corto Pier Ferdinando Casini – la Consulta non potrà mai accettare un referendum con questa impostazione».
Il leader Udc abbraccia dunque la via di una riforma parlamentare della legge elettorale.
E offre una sponda a Bersani, dichiarando la disponibilità del suo partito a discutere nelle commissioni di Camera e Senato la proposta presentata dal Pd
Perplesso sul referendum anche Massimo D’Alema, che definisce la proposta parlamentare del Pd «un buon punto di partenza».
La posizione del Pd sarà comunque discussa e definita domani, in una riunione del coordinamento del partito.
Bersani ancora ieri si è detto convinto che sul referendum bisogna «lasciare lavorare la società civile».
Ma Dario Franceschini ribatte che «nessuno capirebbe una prudenza del Pd ad appoggiare un’iniziativa che vuol restituire ai cittadini il diritto di scegliersi chi deve rappresentarli».
Dunque il capogruppo alla Camera, deciso a firmare i quesiti, chiederà al segretario di lanciare da subito l’intero partito nella campagna referendaria.
Ma sul punto i democratici sono divisi, perchè se Piero Fassino oggi fa seguire la sua firma a quelle di Romano Prodi e Walter Veltroni, c’è chi, come i fioroniani, chiede invece di seguire la via parlamentare.
Intanto Antonio Di Pietro, che i banchetti referendari li ha inaugurati da settimane, usa l’arma dell’ironia: «Ringraziamo le grandi personalità che finalmente hanno apposto le loro firme del giorno dopo, però vengano a raccogliere con noi le altre 499.999 sottoscrizioni necessarie».
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
SIAMO UN POPOLO DI CONSERVATORI CHE SI VERGOGNA DI ESSERLO, CHE INVOCA LE RIFORME NELLA SPERANZA CHE FALLISCANO E CHE IN OGNI CASO NON RIGUARDINO LA PROPRIA CATEGORIA
Un tempo, quando ero giovane e liberista, venni catturato nel transatlantico di Montecitorio
dall’onorevole Ciriaco De Mita. Mi prese sotto braccio e attaccò: «Mi dicono che lei sogna un Paese con gli impiegati pubblici dimezzati, le aziende statali interamente privatizzate e le professioni interamente liberalizzate. E’ vero?»
«Certo!», esclamai con la sfrontatezza fanatica dell’utopista.Più merito e meno sprechi, più competizione e meno raccomandazioni…»
«Sono assolutamente d’accordo», mi interruppe De Mita. «Però le devo precisare che per realizzare le riforme che lei ha in mente non bastano le leggi. Ci vogliono i carri armati. Infatti l’unico che le ha messe davvero in pratica è stato il Cile di Pinochet».
Sono trascorsi più di vent’anni da quel colloquio istruttivo.
Io sono diventato un liberista pentito, mentre l’Italia mi sembra rimasta sostanzialmente la stessa democristiana di allora.
E chiunque provi a governarla in altro modo si espone a figure barbine.
La Manovra d’Agosto è stata l’ennesima autobiografia della nazione. Uno spettacolo d’arte varia ai confini dell’ assurdo, recitato da una compagnia di improvvisatori che, se manovrasse un aereo come sta facendo con i conti dello Stato, ci farebbe morire di paura per i continui vuoti d’aria.
Dopo aver provato a spiegare le marce e retromarce del governo a un giornalista tedesco, mi sono sentito rispondere: «Anche da noi si discute fino allo sfinimento sulle decisioni da prendere. Ma, una volta prese, si applicano e basta».
In Germania, forse.
Qui funziona diversamente: la decisione annunciata da una gola profonda del ministero ai giornali, affinchè facciano un titolo smentibile dal ministero il giorno dopo, è solo il primo atto della commedia.
A cui segue il secondo: la decisione viene proclamata ufficialmente dal Presidente e dal Ministro in una solenne conferenza stampa.
Ma neanche questo è un momento definitivo. Bisogna infatti aspettare le reazioni dei sondaggi.
E’ il loro responso, assai più del voto delle Camere, che garantisce al provvedimento il semaforo verde.
Se la categoria tartassata dalla legge non si lamenta, la legge passa.
Se invece si lamenta, invitando il governo a dirottare la scure su un’altra categoria, la legge viene cambiata in modo da colpire la categoria suggerita dai contestatori.
Un po’ come quando un giocatore indica all’arbitro quale avversario andrebbe ammonito al posto suo.
A questo punto saranno i nuovi tartassati a lamentarsi e a mostrare al governo il prossimo obiettivo.
Un esercizio che agli italiani riesce benissimo: ognuno da noi, infatti, ha una persona o un gruppo che invidia e con cui si sente in competizione. L’unica produzione italiana in crescita è quella dei capri espiatori.
A proposito di crescita: è stato l’altro mantra di agosto. «Non bastano i tagli, servono provvedimenti per la crescita». Già , ma costano.
E quelli che non costano fanno sicuramente arrabbiare qualcuno, rimettendo in moto il meccanismo infernale.
«Sono assolutamente d’accordo sulla necessità di liberalizzare le professioni», mi ha detto un notaio. «Tassisti, medici, giornalisti, avvocati…».
«Notai», mi sono permesso di aggiungere. «Ah no! I notai no. E non lo dico per interesse personale, figuriamoci. E’ che il notaio è un ufficiale pubblico, una figura di garanzia che…».
Perchè la verità è che siamo un popolo di conservatori che si vergogna di esserlo e invoca le riforme nella segreta speranza che falliscano e, soprattutto, che non lo riguardino.
Magari fra un mese l’Europa fischia la fine della ricreazione e al posto di questo carrello di bolliti ci impone un governo di algidi tecnocrati che per stroncare la nostra febbre da cavallo ci farà ingurgitare due scatole di antibiotici in un colpo solo.
Ma lasciatemi almeno il beneficio del dubbio: non è che nel tragitto fra la farmacia e il nostro stomaco gli antibiotici si tramuteranno nella solita aspirina?
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
ORA SPUNTA UN CONDONO FISCALE DA 4 MILIARDI…LA NUOVA SANATORIA FISCALE E’ STATA GIA’ DISCUSSA DA CALDEROLI CON ALFANO E SACCONI… OGGI IL PREMIER SCAPPA A PARIGI
Dice che su questo “pasticcio” lui non vuol “mettere la faccia”.
Che la risolvano Tremonti e Calderoli e Sacconi, al più presto, la grana dei conti che non tornano.
Che lui da ieri sera e per tutta la giornata di oggi si occuperà “solo di Libia”, tentato perfino dal disertare il Consiglio dei ministri di stamattina.
D’altronde deve volare a Parigi per la conferenza internazionale in programma nel pomeriggio.
Per Silvio Berlusconi l’accordo valido è quello siglato a casa sua lunedì scorso. Certo, fatta salva la norma-boomerang sul riscatto degli anni universitari e del servizio militare.
È stata cancellata con tutta fretta ieri mattina dallo stesso artefice della trovata, il ministro del Welfare, al termine del faccia a faccia avuto col collega leghista Calderoli.
Emerge adesso che al vertice di lunedì Sacconi aveva fatto sapere che i beneficiari sarebbero stati non più di 3-4 mila e che sulla disposizione c’era la copertura di Cisl e Uil.
Si è scoperto martedì mattina che coloro che avevano riscattato laurea e militare erano qualcosina in più: appena 600 mila. E che i sindacati (tutti) erano pronti alla rivolta.
Marcia indietro, dunque.
Ma tanto è bastato per allargare la falla dell’ammanco, passato dai 5-6 miliardi stimati informalmente dalla Ragioneria dello Stato dopo la riscrittura della manovra, ai 7-8 di ieri.
Dato che, dal congelamento del riscatto ideato ad Arcore, il governo stimava di ricavare almeno 1,5 miliardi di euro. Spariti anche quelli.
Ecco perchè a fine giornata, chiuso a Villa San Martino e parecchio infastidito dal disordine generale sulle cifre e dalle polemiche in libertà dei suoi, il Cavaliere lascia intendere che l’ipotesi di innalzare di un punto l’Iva, addirittura di 1,5, resta sullo sfondo, come extrema ratio.
Quasi un monito all’indirizzo del ministro dell’Economia Tremonti, che di un intervento sull’imposta sul valore aggiunto continua a non voler sentire parlare.
Allora provveda lui in altro modo, è quanto gli manda a dire il presidente del Consiglio. Sulla testa di tutti i ministri resta la spada di Damocle di un ulteriore giro di vite sui bilanci dei ministeri, già al momento spazzolati per 6 miliardi di euro.
La riunione di governo di questa mattina sarà dedicata ad altro, si affretta ad anticipare Palazzo Chigi per disinnescare tensioni e aspettative della vigilia. Quel che tutti sanno è che di manovra invece si parlerà , eccome, al termine del cdm, quando Tremonti, Calderoli, Maroni, Nitto Palma e Sacconi dovrebbero essere raggiunti da Alfano.
E in testa all’agenda c’è la misura messa a punto nelle ultime 36 ore da Roberto Calderoli.
Il ministro della Semplificazione ne avrebbe discusso al telefono con Tremonti e con il segretario Pdl.
A sentire i pidiellini ci sarebbe un sostanziale via libera.
Si tratterebbe di un inasprimento delle norme antievasione, con un aggravio di pena per i reati fiscali gravi, fino al carcere.
Il tutto camminerebbe di pari passo con una sorta di concordato: il recupero delle migliaia di contribuenti che hanno fatto i furbi in occasione dell’ultimo condono fiscale varato da un governo Berlusconi, quello del 2003.
In quell’occasione, tanti evasori hanno pagato la prima rata per bloccare il procedimento penale.
Salvo poi disertare tutti i successivi step col fisco.
Ebbene, la macchina del Tesoro metterebbe ora nel mirino quei piccoli-grandi evasori per recuperare – stando alle prime stime – circa 4 miliardi di euro.
Il tutto, tramite una maggiorazione delle rate già previste. E col divieto assoluto, per i “condonati”, di aderire in futuro a ulteriori condoni.
Al lavoro, gli uffici tecnici del Tesoro e di Palazzo Chigi.
Per tutta la giornata, sulla scia del caos e della ricerca forsennata di soluzioni, si è parlato con insistenza anche di un nuovo condono tombale.
Perfino di un condono edilizio-blitz all’orizzonte.
Voci tuttavia smentite in serata dai ministri che stanno lavorando al restyling del decreto: colpi di spugna che garantirebbero solo entrate una tantum e con pessimo ritorno di immagine.
Sarebbero invece allo studio altre misure minori per recupero di centinaia di milioni sulle voci di bilancio più disparate.
Perfino un nuovo redditometro sui beni di lusso.
Ma è una corsa contro il tempo. Anche perchè l’Italia è sotto la lente di ingrandimento di Bruxelles, dove è già rimbalzata l’eco del caos di questi giorni sul risanamento dei conti.
Questa mattina il presidente della commissione Ue Barroso avrà un incontro informale con i vertici del gruppo Pdl all’Europarlamento.
Vuol vederci chiaro. Gli emendamenti che il governo avrebbe dovuto depositare ieri in commissione Bilancio al Senato sono ancora in cantiere, preannunciati per questa mattina. Il presidente del Senato, Renato Schifani, convocando ieri nel suo studio La Russa, il sottosegretario Casero, i capigruppo Gasparri e Quagliariello ha avvertito che bisogna necessariamente provvedere entro oggi. Non oltre.
E preferibilmente senza fiducia. Così, trapela, gradirebbe soprattutto il Colle. “La verità è che nessuno sa nulla e forse neanche nelle prossime ore gli emendamenti saranno pronti” confidava in serata il repubblicano Francesco Nucara lasciando la sede Pdl di via dell’Umiltà dopo aver incontrato Alfano.
Non è un caso se a Palazzo Madama in pochi, nella maggioranza, sono pronti a scommettere ormai sull’approvazione del testo in commissione entro domani. Più probabile lo slittamento a lunedì.
Poi, da martedì in aula, il maxiemendamento viaggerà quasi certamente blindato dalla fiducia.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
“BERSANI NON DOVREBBE FARE UN PASSO INDIETRO, MA BUTTARSI A MARE”…”IL PERICOLO ORA E’ CHE QUESTA CLASSE DIRIGENTE FACCIA UN GOLPE PER EVITARE LA GALERA”
Due squilli e il ricevitore si alza. Poi non fai nemmeno in tempo a concludere una domanda —
sulla questione morale a sinistra — che la risposta è questa: “Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole”.
Dall’altra parte, l’accento cuneese di Giorgio Bocca, scrittore e firma di Repubblica e dell’Espresso. Che, con il tono mite di un neo 91enne, aggiunge il seguente siluro: “Soprattutto nulla di nuovo rispetto a Craxi”.
Vede analogie tra il Pd e i tempi d’oro del Psi piglia-tutto
Macchè analogie. Vedo un’assoluta identità .
Perchè?
Craxi diceva: i mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà .
Ce lo spieghi meglio.
C’è poco da spiegare: rubano tutti. Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi. La via è comune.
Nella sua similitudine tra Pd e Psi non torna solo la lungimiranza. Il partito di Craxi fu annientato dagli scandali. Il Pd vuol fare la stessa fine? Non è vero che la storia insegna?
Historia magistra? Mah. Guardi, le dico questo: alla fine della Guerra io e altri partigiani pensavamo che il Partito socialista avrebbe cambiato il modo di fare politica in Italia. Nel giro di pochi anni tutte le persone per bene e oneste sono state cacciate da quel partito. Dove sono rimasti solo i furbi e i ladri. Vuol farmi dire che la politica è cambiata? Non lo penso.
Non voglio farle dire nulla: le chiedo come può la dirigenza del Pd essere così miope.
Non c’è nessun disegno politico, questa è la cosa grave. C’è l’istinto, in chi fa politica, di usare i mezzi più facili.
Quali sono?
Mettere le mani sul denaro e corrompere. Non mi pare si tratti di altro.
Tangentopoli non è servita.
Vista dal punto di vista di uno storico no. Andiamo ancora più indietro. Che ha fatto Giulio Cesare quando aveva consumato il suo patrimonio? S’è fatto mandare in Spagna, dove ha rubato talmente tanto che è tornato a Roma ricchissimo. Ha armato un esercito e si è impadronito del potere. Le dinamiche sono abbastanza chiare.
Bersani dovrebbe fare un passo indietro, considerando i suoi rapporti stretti con Penati?
Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare.
Ci sono stati tempi in cui la politica era diversa?
Forse solo nelle grandi emergenze, durante le guerre, si sono visti politici onesti e disposti anche a farsi fucilare per la libertà . Ma quando la politica diventa amministrazione scade, di solito, a un livello bassissimo. Non conosco oggi un politico che sia stimabile come persona privata. Un uomo come me, che a vent’anni comandava una divisione partigiana, aveva tutte le opportunità di impegnarsi in politica. Ma ho capito immediatamente che era un rischio da non correre. E non me ne sono pentito. Mai.
Così non c’è scampo.
Come si fa a sperare? Io non vedo segni di cambiamento.
Non dappertutto è così. Nella maggior parte dei Paesi a regime democratico l’etica pubblica è un valore.
Dove si sono stabilite — almeno in minima parte — le regole del gioco, il codice viene rispettato. Noi le avevamo stabilite, ma le abbiamo anche mandate all’aria. Dopo la guerra partigiana e la Liberazione dell’Italia, l’onestà è stata, per quasi mezzo secolo, un valore condiviso. Allora i partiti rubavano, ma lo facevano con cautela e vergognandosene quando venivano scoperti. Ora si ruba senza nemmeno vergogna.
È una questione statistica. Essere indagati o imputati, per i politici, fa quasi curriculum…
Sì, è un metodo. Un sistema: lo diceva oggi (ieri, ndr) nel suo articolo sul Fatto Nando Dalla Chiesa, una persona che stimo, come del resto stimavo molto suo padre. Però anche lui non scrive a chiare lettere: lì c’è gente che ruba. Con i nomi e i cognomi.
Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Diventa un reato fare certe affermazioni prima dei processi.
Sì, ma mi ha stupito il tono di Dalla Chiesa, troppo leggero. Oggi è impossibile dire a un politico che ha rubato “hai rubato”. Ma allora cos’è questo giro di affari, soldi, tangenti?
Bersani, all’alba della vicenda Penati, minacciò querele a destra e a manca.
È vero, infatti mi sono ben guardato dallo scrivere articoli sull’argomento. Le querele volano e i giornali nemmeno ti sostengono. Un tempo mi sarei lanciato nella discussione, stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura.
Al di là dell’opportunità , secondo lei dire “faremo una class action contro i giornalisti” è un discorso politico?
La classe politica rivendica il diritto di far paura alla stampa.
Più che politica è arroganza.
I potenti dicono: state zitti perchè comandiamo noi.
Non sono comportamenti molto diversi da quelli dei partiti di governo.
Berlusconi è più moderno, ha capito che con il denaro si risolve tutto. La sua calma si legge così: io li compro e tanti saluti. Gli altri, semplicemente, non hanno abbastanza soldi. E hanno delle preoccupazioni d’immagine. Ma come fa Penati a difendersi?
I democratici si sentono — e si professano — molto diversi dal centrodestra.
Certo che si dicono diversi. Lo fanno perchè agli occhi della pubblica opinione non vogliono apparire uguali agli altri. Uguali ai ladri.
Vede pericoli?
L’unico pericolo è che questa intera classe dirigente, per non andare in galera, faccia un golpe.
Un loro azzeramento no?
Proveranno a tirare avanti, come han fatto fino a ora. Chi ha i soldi se la cava. Cesare è ricordato come uno dei più grandi uomini politici della romanità ed era uno che confessava candidamente di aver rubato. Però potrebbe arrivare anche un moto d’ira popolare che li manda tutti a casa. Mi trovo di fronte a un’umanità incomprensibile. Un politico che ruba, sa di essere al di fuori dell’etica. Eppure lo fa. Io veramente non li capisco.
Crede che la prudenza dei vertici del partito sulla questione Penati vanificherà il successo delle amministrative e dei referendum?
Mi pare che ci sia un fraintendimento su questo nuovo interessamento alla politica. Lo scambiamo per un cambiamento morale. Ma è più che altro una moda.
Ha compiuto 91 anni tre giorni fa…
… quindi posso dire tutto, anche le sciocchezze?
No, le chiedevo cosa direbbe a un ragazzo italiano di vent’anni.
Gli direi: “Non rubare”. Si vive meglio da onesti. L’onestà è l’unica riserva per sopportare questa vita terrena, che è piena di insidie e porcherie.
Evangelico.
Certo. Sono sempre più cattolico.
Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO GIOCA ALLE TRE TAVOLETTE…SUI SALDI FINALI PESANO ANCHE L’INCOGNITA CRESCITA E L’AUMENTO DEGLI INTERESSI SUI TITOLI DI STATO
I conti non tornano. 
Quelli dell’economia globale, dell’Europa, dell’Italia, della manovra bis.
L’esercizio politico di spostare le poste come birilli ha forse preservato il consenso dei rispettivi elettorati, meno i saldi di un provvedimento d’urgenza richiesto dalla Bce per anticipare al 2013 il pareggio di bilancio.
Il rischio è che, a breve, quei conti si debbano riaprire per un terzo, doloroso, intervento.
Tre manovre in tre mesi, l’Italia come la Grecia, è il pericolo da scongiurare a tutti i costi.
I sintomi, però, ci sono tutti.
Il vertice di Arcore di lunedì ha, di fatto, aperto un primo “buco”, stimato dall’opposizione ma anche da studiosi ed economisti in almeno 5 miliardi: tolto il contributo di solidarietà (3,8 miliardi di euro in tre anni), concessi 2 miliardi di minori tagli agli enti locali (diventano 3 se uno si storna dall’introito della Robin Hood tax), le compensazioni paiono evanescenti.
La stretta sulle società di comodo, la scure sulle Coop, il gettito dell’evasione passato in gestione ai Comuni, sul pallottoliere della contabilità pubblica per ora valgono zero.
Così come le riforme costituzionali (abolizione delle Province e dimezzamento dei parlamentari).
Poi i dubbi di costituzionalità aperti dal caso supertassa, rimasta per pensionati e statali, e dal caso pensioni, che comunque forniranno introiti solo a partire dal 2013 (500 milioni), fanno pensare ad un’altra falla da riempire.
Infine, la delega fiscale da 20 miliardi, corposa ma ancora nebulosa, che nasconde l’aumento dell’Iva.
Poi c’è il contorno.
Fatto di stime sulla crescita in forte ribasso (lo diceva lunedì il Fondo monetario internazionale per il mondo e l’Italia, ieri l’Istat e anche la Banca d’Italia).
Interessi sui titoli di Stato italiani che lievitano a vista d’occhio (gli spread con i Bund tedeschi hanno ripreso a correre).
Numeri che i mercati sanno leggere benissimo e che, inevitabilmente, cambieranno le condizioni italiane per aver deficit zero nel 2013.
“Le stime sul Pil dell’Fmi possono anche peggiorare, perchè calcolate senza tenere ancora in conto l’effetto comunque depressivo delle due manovre estive”, dice Mario Baldassarri, economista e senatore Fli.
“Al momento la minore crescita, da qui al 2013, è stimata in due punti in meno. Ovvero un punto in più di deficit. Ovvero 15 miliardi nel 2013. Il pareggio, nei numeri non c’è più. Servirà una manovra ter da 25-30 miliardi che non ci possiamo però permettere. A che titolo la Bce continuerà a comprare i nostri titoli?”.
Tra una ventina di giorni il governo presenterà il nuovo Def, con il Pil rivisto.
“Il punto è correggere i conti, subito, ma con misure strutturali”, dice Nicola Rossi, economista, gruppo misto.
“Questa manovra bis, così sbilanciata sulle entrate, ne avvicina una terza. Sì, sembra proprio l’iter greco”.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
TOLGONO IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ MA ATTACCANO LE PENSIONI E I DIRITTI ACQUISITI, MENTRE GLI ONOREVOLI SI PRIVANO SOLO DI SPICCIOLI… IL GIOCO DELLE TRE CARTE E DEI TRE FALSARI
Tagli di carta, più che di casta.
Il governo ha usato le forbici contro la sua stessa manovra, la versione ferragostana varata il 13: niente abolizione per le Province con meno di 300mila residenti, niente accorpamento per i Comuni sotto i mille abitanti (solo servizi condivisi).
Salve 50mila poltrone dorate, molte di potere e tanto, tanto leghiste.
Il pranzo di Arcore vale soltanto due buoni propositi, pura fantasia per una legislatura al tramonto e un governo a brandelli: un disegno di legge costituzionale per cancellare le Province (107 enti) e per dimezzare il numero dei parlamentari (945 in totale).
La rinascita dei presidenti di Provincia ha del miracoloso.
A ferragosto 37 di loro erano praticamente disoccupati, ovviamente al prossimo turno elettorale.
Una settimana fa, conteggiando la scomparsa dei gonfaloni provinciali con l’estensione del territorio, i mal capitati erano 26.
Adesso sono zero.
Il sacrificio di casta rinforzava la manovra con 1,5 miliardi di euro di tagli, subito.
Non c’è una cifra definitiva.
Perchè il testo del governo più che una riforma era un proclama, dunque la relazione dei tecnici del Senato si è fermata all’evidenza: “Non è possibile quantificare i benefici”.
Il ministro Roberto Calderoli ha provocato la resurrezione dei politici locali da quel di Rimini, tra le tavole rotonde di Comunione e Liberazione: “Castronerie. Comuni e Province hanno già dato tanto”.
Stavolta la mira di Tremonti-Berlusconi, la coppia scoppiata per eccellenza, punta altissimo: via le Province, tutte.
Quando? Chissà .
Un Parlamento virtuoso può modificare la Costituzione in un paio di anni — dicono il Pd e l’Idv — qui la situazione è un po’ diversa e i tempi sono lunghi, ma davvero lunghi.
In teoria, il governo promette risparmi per 4 o 5 miliardi: in pratica, la speranza è già troppa.
Anche i paesini sono risorti, capitanati dal combattivo Osvaldo Napoli (Pdl), presidente facente funzione Anci e primo cittadino di Valgioie, paesino di 700 abitanti in provincia di Torino.
L’unificazione coatta di mille e cinquecento campanili era possente come un soffio: decine di milioni di euro, non di più.
Con il volontariato per quei consiglieri e assessori che guadagnano un gettone di presenza di 20 euro.
Senza toccare la burocrazia amministrativa con un dipendente comunale ogni cento abitanti.
L’Italia dei Valori propone di concentrare la macchina di spesa dei centri inferiori ai 20mila abitanti, allora il saldo — per dirla con Calderoli — sarebbe evidente: 3 miliardi di euro.
Il comunicato stampa di Arcore crea un po’ di panico tra deputati e senatori: confermato il contributo di solidarietà .
Che può diventare, secondo preferenze, un obolo per sedare i cittadini o una presa in giro di un paio di giorni.
Tolta la tassa per i redditi oltre i 90mila euro, resta il prelievo con aliquota doppia ai parlamentari con un’indennità che supera i 90mila euro (10%) o i 140mila (20%).
Escluse diaria e rimborsi, veri e propri stipendi, la spuntatina all’indennità su base mensile pesa dai 2mila ai 5mila euro l’anno per una volta sola.
Un buffetto addolcito con la promessa impossibile di ridurre gli scranni di Montecitorio e palazzo Madama per via costituzionale.
Le intenzione erano chiare già con la tassa per i parlamentari con doppio lavoro: chi ha uno stipendio superiore al 15% dell’indennità , comprese le altre entrate parlamentari, intasca metà indennità .
L’ipotetica rinuncia, che non colpisce nessuno, sarebbe intorno ai 2mila euro.
La manovra ha prodotto abbondanza di cavilli e articoli per intimorire i politici, peccato che nei fatti sia innocua.
C’è un comma tra i tanti che obbliga i parlamentari a volare in classe economica.
Sarà così.
Anche perchè i voli nazionali non prevedono posti di pregio. Solo privilegi.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
UNA MANOVRA DEPRESSIVA SUL PIANO DEI REDDITI, DEI CONSUMI, DEGLI INVESTIMENTI E DELL’OCCUPAZIONE…E I CONTI NON TORNANO: CHE DIRA’ L’EUROPA?
Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola.
“Ho messo da parte le bottiglie per brindare all’accordo”, ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore.
Dopo oltre sette ore l’intesa è arrivata.
Ma dall’estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una “manovra-champagne”.
All’apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato.
La verità è ben diversa.
L’unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi.
“Non metto le mani nelle tasche degli italiani”, aveva tuonato il premier.
In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà sui redditi superiori ai 90 mila euro.
Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile.
Era l’unico obiettivo che gli stava a cuore. L’unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C’è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese.
La “manovra-champagne” è solo un’altra, clamorosa occasione mancata. È confusa nè più nè meno di quelle che l’hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura.
Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c’è una sola misura di stimolo.
E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell’occupazione.
D’altra parte, non poteva non essere così.
Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell’Economia aveva annunciato una prima manovrina all’acqua di rose a giugno, spiegando che l’Italia era a posto sul debito e sul deficit.
Travolto dalla crisi europea e dall’ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che “in cinque giorni tutto è cambiato”.
Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d’emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread.
Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato “toccato”: è stato totalmente distrutto.
Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà , saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni “padane”. Non ha spuntato niente.
La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche.
Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare.
A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro.
La rinuncia al contributo di solidarietà (congegnato in modo iniquo perchè non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse.
L’aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale.
La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà l’aumento delle addizionali Irpef e l’abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L’intervento sulla previdenza è solo un’altra “tassa sul pensionato”, ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi.
Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già la seconda manovra tremontiana.
Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società di comodo?
Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all’evasione? Nessuno lo sa.
Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all’ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista.
Gli enti locali, per i quali restano tagli nell’ordine dei 7 miliardi.
I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà , oltre tutto non più deducibile.
E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità di vantaggio.
Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato “selezionato” per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella “sua” manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine.
Il contributo di solidarietà solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari.
Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico.
Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai).
Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la “casta” che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
La “manovra-champagne” la puoi far ingoiare a un po’ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli.
Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un’altra storia.
I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell’Unione Europea, sono la moderna “società degli apoti” di Prezzolini: loro non la bevono.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
MANOVRA RISCRITTA, BOSSI E TREMONTI SBUGIARDATI… BUCO NERO SUI NUMERI: MANCHEREBBERO 20 MILIARDI PER FAR QUADRARE I CONTI
È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi. 
Quasi di soppiatto, da sconfitto.
Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà , che resterà solo per i parlamentari, non ci sarà alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà dalle pensioni, la cassa si farà tutta da lì.
Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi.
È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità .
Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente.
E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop.
La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto.
Con un’unica eccezione, quella di Maroni.
Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali.
Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.
Ma soprattutto, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia.
“Per la prima volta — ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto — non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”.
Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla.
Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”.
Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.
Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà , ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà ”.
Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.
Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti — che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio — ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi.
Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima.
Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta.
È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato.
Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula.
Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto.
Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”:
“Non vedo come possano quadrare questi conti”.
Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20.
Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.
Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”.
Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini.
Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.
“Berlusconi — commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria — ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”.
Forse.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
DUE NUOVI APPALTI DI CAMERA E SENATO PER LA STAMPA DEGLI ATTI LEGISLATIVI MENTRE DA ANNI IL GOVERNO SI VANTA DELLA SVOLTA DIGITALE
Foreste di tutto il mondo, tremate.
Arriva la tempesta perfetta, la passione per la carta dei 630 deputati italiani che, nei prossimi cinque anni, dovranno consultare 3 miliardi 850 milioni di fogli se il prezzo fosse di un centesimo ciascuno.
Una fatica mostruosa, una punizione esemplare che Montecitorio paga con un appalto di 38,437 milioni di euro.
L’impresa fortunata è la Carlo Colombo di Roma: dovrà stampare blocchi interi di atti parlamentari, elaborare pagine per il sito, trascrivere gli interventi in aula.
Al bando potevano partecipare anche le aziende europee, ma soltanto in due (e italiane) hanno risposto al richiamo dei 38,437 milioni di euro in cinque anni.
E la Carlo Colombo ha vinto di nuovo.
Ma gran parte dei 3 miliardi e 850 milioni di fogli andrà al macero.
La Camera taglia a mano chiusa e aggiunge a mano aperta: a luglio staccava un assegno di quasi 40 milioni di euro per la stampa, ad agosto il questore e deputato Francesco Colucci (Pdl) annunciava risparmi per 50 milioni di euro.
Forse i fannulloni con la memoria corta dimenticano, eppure il ministro Renato Brunetta, ormai tre anni fa, condannava a morte la burocrazia: eliminiamo la carta nella pubblica amministrazione entro 18 mesi, anche le pagelle scolastiche saranno consultabili solo in rete. Sono trascorsi 36 mesi, ancora niente.
Sfidando la canicola agostana di Roma, combattivi nel coinvolgere la Casta nel forcone chiamato manovra, due senatori dell’Udc declamavano la rivoluzione di Palazzo Madama: “Dobbiamo fermare il retaggio dei documenti cartacei, così avremo una riduzione non inferiore al 50 per cento nel capitolo di uscita ‘Comunicazione istituzionale’, per un importo effettivo di 5,1 milioni di euro”. Giusto.
Non sapevano, però, che il Senato ha pubblicato un bando di gara per fare l’esatto contrario: “Procedura ristretta per l’affidamento in appalto dei lavori di stampa degli atti parlamentari e del servizio di riproduzione di documenti per il Senato della Repubblica”.
Al costo di 6,5 milioni di euro più Iva per tre anni.
Con un governo precario e un Parlamento spesso in vacanza, i tecnici di Palazzo Madama prevedono una pioggia di carta istituzionale, caterve di volumi per rendere immortale il lavoro dei senatori: “Produzione di un numero base annuo di 67 milioni di pagine stampate o riprodotte. Circa 40 milioni in bianco e nero”.
Quasi 7 centesimi di euro per un foglio formato A4, il più piccino e nemmeno a colori.
Qui non rischia il diritto allo studio dei parlamentari, così ansiosi di rivedere su carta le leggi in discussione o già approvate, ma la credibilità di chi illustra sacrifici e poi raddoppia gli sprechi. Perchè deputati e senatori, uno a uno, vantano già un’imponente dotazione di carta e stampanti negli uffici (che si riferisce a un’altra voce di spesa).
I due appalti di Montecitorio e Madama valgono insieme 45 milioni di euro, prevedono miliardi di fogli che andranno nel cestino o verranno dimenticati nei vari palazzi che lo Stato affitta per il Parlamento: poca utilità pratica, semplice da sostituire con il digitale.
Il deputato Roberto Marmo del Pdl ha stupito i colleghi in Commissione, soprattutto quelli del suo partito.
Ex presidente della Provincia di Asti, Marmo è tornato a Montecitorio tre mesi fa e, per la prima volta, è intervenuto con un ordine del giorno: “Nel progetto di bilancio sono previsti ancora 800mila euro per rimborsi spese per deputati cessati dal mandato; le spese previste per le locazioni di immobili ammontano a oltre 35 milioni di euro; nonostante l’affermarsi delle nuove tecnologie, la diffusione dei più moderni strumenti informatici e l’introduzione della posta elettronica certificata, le spese relative per servizi di stampa degli atti parlamentari e di atti vari ammontano a oltre 8 milioni di euro; un migliore utilizzo delle tecnologie digitali non solo potrebbe determinare una maggiore produttività dell’apparato amministrativo, ma dei benefici economici”.
Troppo tardi, la Camera ha appena stipulato un contratto di cinque anni e di 38,5 milioni di euro per dichiarare guerra alle foreste di tutto il mondo.
Tremate.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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