Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
L’ASSOCIAZIONE DI DESTRA GAYLIB: “DOPO L’AFFOSSAMENTO, MOLTI VOTI POTREBBERO ANDARE A FLI”
Dopo la delusione, la voglia di rispondere: nelle urne. 
Il giorno dopo la bocciatura della legge anti-omofobia, affondata alla Camera da Pdl, Lega, Udc ed ex Responsabili, le varie anime della comunità sono concordi: nelle prossime elezioni, chi si è opposto a quelle norme pagherà il conto.
Perchè i voti dei gay pesano, eccome.
Anche a destra, come ricorda Enrico Oliari, presidente di GayLib, l’associazione delle “persone omoaffettive di centrodestra”.
Oliari è chiaro: “Il Pdl è inesistente sul tema dei diritti dei gay, e martedì ha dimostrato di non tutelare le libertà , anche se le richiama nel nome. La verità è che non hanno approvato la legge, anche se fatta di norme minime, perchè non vogliono riconoscere l’esistenza degli omosessuali”.
E allora, i gay che votano a destra potrebbero cambiare partito.
“Penso che diversi voti potrebbero spostarsi verso Fli — spiega Oliari — perchè, ad eccezione di tre deputati, ha votato contro le pregiudiziali che hanno affossato la legge anti-omofobia. Avrebbe votato contro anche Fini, come ha detto lui stesso. E poi dei diritti dei gay Fli parla sin dalla sua fondazione, in tutti i suoi convegni: la dimostrazione che non tutto il centrodestra è monolitico su questi temi”.
Ma GayLib potrebbe sostenere ufficialmente il partito di Fini?
Oliari frena: “Siamo sempre stati trasversali, e vogliamo rimanerlo. Certo, molti dei nostri associati militano in Fli, anche a livello locale. Inoltre, Ronchi ha lasciato il partito: viste le sue posizioni molto chiuse, mi sembra un altro buon segnale”.
Il no alla legge fa discutere anche a sinistra, perchè il veto dell’Udc rende più impervia una possibile alleanza con il Pd, promotore del testo.
Fabrizio Marrazzo, coordinatore del Gay Center di Roma, non si appassiona al tema (“Non mi interessano le alleanze, ma quello che i partiti propongono e approvano”).
Su un punto però è chiarissimo: “Noi abbiamo già lanciato il boicottaggio di tutti i politici che hanno approvato le pregiudiziali. L’obiettivo è di non farli eleggere, in qualsiasi elezione in cui si presentino. Naturalmente poi terremo conto dei programmi dei partiti, e della loro credibilità . Ma si partirà dai nomi in lista e dal loro curriculum”.
Un parametro per evitare brutte sorprese.
Marrazzo cita un chiaro esempio: “Scilipoti era stato eletto con l’Idv, favorevole alla legge. Ma martedì ha votato contro. Non è certo l’unica cosa che ha combinato ultimamente, però colpisce ugualmente”.
Sullo sfondo, un altro possibile effetto del no alla legge: “L’astensione tra i gay potrebbe crescere sensibilmente, anche se io non la reputo la scelta giusta”.
Viene da chiedersi l’esatto peso elettorale del voto degli omosessuali.
Numerosi sondaggisti, interpellati dal Fatto, hanno schivato la domanda (“Impossibile valutarlo, non esistono studi precisi”).
Franco Grillini, consigliere regionale dell’Idv in Emilia Romagna, risponde così: “I voti dei gay pesano molto quando c’è un candidato che sa farli pesare, ossia che sa attrarli con le sue idee e il suo impegno. Penso a nomi come Gianni Vattimo o come Stefano Rodotà , pur eterosessuale”.
Grillini però ammette: “In Francia, Germania o negli Stati Uniti, il voto degli omosessuali pesa di più, perchè esistono comunità -rifugio in alcune grandi città . Penso a New York, dove la comunità gay è riuscita a far approvare la norma sui matrimoni omosessuali a un parlamento conservatore. In Italia la comunità più forte è quella di Milano. Ma bisogna ricordare che i due precedenti sindaci, Albertini e Moratti, non ne hanno neppure voluto ricevere i rappresentanti. Ora con Pisapia c’è stata una svolta positiva”.
Ma molto resta da fare. “Servono figure di spicco, che sappiano dire parole chiare su questi temi, coinvolgendo anche il voto laico” ribadisce l’esponente dell’Idv.
Intanto dalla commissione Ue ricordano: “L’omofobia è una palese violazione della dignità umana, incompatibile con i principi base della Ue”.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
DURA LETTERA DEL PRESIDENTE: “APERTURA SENZA NEMMENO UN DECRETO IN GAZZETTA UFFICIALE, IMPENSABILE UNA CAPITALE DIFFUSA, C’E’ ROMA”….PER BOSSI “RESTANO LI'”: A PERENNE MEMORIA DEI PATACCARI PADANI
Intervento di rara durezza nella lettera che Napolitano ha inviato al governo sul caso dell’apertura delle sedi distaccate dei Ministeri al Nord.
“Una apertura che confligge con la Carta costituzionale – dice il presidente – e il Quirinale che è garante dell’Unità ” deve intervenire”.
Oltretutto Napolitano sottolinea che l’inaugurazione è stata fatta “senza nemmeno che vi fosse un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale”, dunque senza che esista una legge operante.
E aggiunge: “Non è pensabile una capitale diffusa, c’è Roma”.
E Silvio Berlusconi, in apertura del Consiglio dei ministri, ha rivolto un invito “pressante – si legge in una nota di Palazzo Chigi – a tenere in debito conto le osservazioni formulate dal presidente della Repubblica sulle recenti istituzioni di sedi periferiche di strutture ministeriali, ed ha quindi chiesto a tutti i ministri di tenere comportamenti conseguenti”.
Il testo della lettera
“La pur condivisibile intenzione di avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini non può spingersi al punto di immaginare una ‘capitale diffusa’ o ‘reticolare’ disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di capitale della città di Roma, sede del governo della repubblica” scrive Napolitano. Che si rivolge a Berlusconi: “Ho ritenuto doveroso prospettarle queste riflessioni di carattere istituzionale al fine di evitare equivoci e atti specifici che chiamano in causa la mia responsabilità quale rappresentante dell’unità nazionale e garante di princìpi e precetti sanciti dalla Costituzione”.
Bossi aspetta solo un giorno, poi risponde secco alle preoccupazioni del Quirinale per l’operazione delle sedi di quattro ministeri al Nord: “Napolitano non si preoccupi, le sedi restano lì”.
Una risposta che spazza via tutte le mediazioni che Berlusconi aveva avviato – anche attraverso Letta – per trovare una soluzione al conflitto aperto con il Colle.
Le reazioni.
“La risposta di Umberto Bossi al presidente Napolitano è un comportamento irresponsabile” dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
“Vogliamo presentare una mozione di sfiducia formale nei confronti dell’intero esecutivo, ma per farlo occorrono almeno sessantatre firme, dunque facciamo appello alle altre forze politiche e ai deputati che ancora hanno una dignità affinchè si uniscano alla nostra battaglia a salvaguardia della democrazia e delle istituzioni” dice Antonio Di Pietro.
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL MALUMORE NEL PARTITO DEL PREMIER, MA ANCHE NELLA LEGA EMERGONO DUBBI SULLA SCELTA…LA BERNINI VERSO LE POLITICHE COMUNITARIE
Musi lunghissimi nel Pdl. 
Tra i tanti che, in questi tre anni di legislatura, si sono occupati tutti i giorni di giustizia.
Sorpresa, meraviglia, sconcerto, e alla fine, soprattutto per alcuni, anche fastidio. All’insegna di un “… ma Nitto Palma chi?”.
Le impressioni non cambiano se si passa tra i banchi della Lega.
Dove più di un deputato racconta – non per averlo sentito dire, ma per testimonianza diretta – delle liti, praticamente quotidiane, tra lo spigoloso e altezzoso Francesco Nitto Palma e il ministro dell’Interno Bobo Maroni.
Il Carroccio, dicono gli uomini più vicini al Cavaliere, sarebbe “indifferente” a questa nomina. La verità è che di un Nitto Palma Guardasigilli, dopo che fino al giorno prima è stato sottosegretario al Viminale, avrebbero fatto volentieri a meno.
È un fatto.
Dopo un mese di tam tam sui possibili candidati-aspiranti allo scranno che fu di Palmiro Togliatti adesso si può cogliere, passeggiando in Transatlantico, un senso di delusione.
Tra chi avrebbe potuto avere quel posto prevale, ufficialmente, il savoir faire e l’undestatement. Nessuna dichiarazione. Molti mugugni.
In tubino di sangallo bianco fatale tace Anna Maria Bernini, candidata ormai alle Politiche comunitarie, tant’è che un collega ci scherza e le dice “ma lo sai che in Europa il bianco non va?”.
È silente Donato Bruno, il presidente della commissione Affari costituzionali, che è stato a un passo dall’aggiudicarsi la poltrona di Alfano.
Parlano gli altri, molti deputati basiti da questa scelta.
Che in coro dicono: “Ma è vero? È proprio lui? Uno che per tre anni è stato del tutto assente dal dibattito sulla giustizia? Uno che non ha difeso una sola delle leggi per Berlusconi? Uno che s’è preso il posto di sottosegretario e poi è sparito?”.
Eh già . Ma proprio questo è, adesso, uno dei “meriti” portanti di Nitto Palma.
Ecco come ne descrive le doti, dal suo punto di vista ovviamente, uno degli uomini più vicini a Berlusconi che ha lavorato per questa soluzione: “Innanzitutto non è un ministro. E questo non può che far piacere al Quirinale che nell’ultimo incontro con il presidente del Consiglio aveva chiesto di evitare un giro di valzer che somigliasse troppo a un rimpasto. È un parlamentare. E anche questo aveva chiesto il Colle tracciando un possibile identikit. Ha un buon rapporto con Ghedini. Che lo stima. E col quale potrà discutere serenamente. In questi anni non ha fatto o detto nulla che ha poi generato tensioni e scontri. È un magistrato, ma di quelli con le idee che piacciono a Berlusconi. Si batterà per la separazione delle carriere e del Csm, e sarà importante che a farlo non sia un avvocato o un politico, ma uno che per mestiere porta la toga”. Di Nitto Palma si vuol fare il grimaldello per scatenare contraddizioni tra i magistrati. I quali potrebbero d’ora in avanti avere incertezze prima di pensare a uno sciopero.
I dubbi e la delusione di tanti parlamentari del Pdl che adesso si sentono scavalcati?
A via del Plebiscito lasciano intendere che, alla fin fine, questo potrebbe anche essere un “ministero breve”, inteso di breve durata, e che molti altri non sarebbero stati disponibili per questo incarico.
Nitto Palma, invece, non ha nulla da perdere.
E guadagnerà un ritratto ad olio nel corridoio del secondo piano del ministero, giusto davanti al suo prossimo ufficio.
Man mano che il pomeriggio corre, si fa avanti un’altra notazione tra i berlusconiani di casa a palazzo Grazioli.
Questa: “Avete visto? Stiamo mettendo in imbarazzo il Pd e tutta l’opposizione. Di fronte al nome di Nitto Palma non parla nessuno. Loro, di solito così pronti all’aggressione, questa volta se ne stanno zitti. Incastrati. Contro di lui non c’è una sola dichiarazione contraria. Semplice, ha un curriculum impeccabile. Non ha macchie. Solo boatos. Non sarà facile aggredirlo e lavorare contro questo Guardasigilli”.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
PROCESSO BREVE E LUNGO RINVIATI A SETTEMBRE, MA SILVIO CI RIPROVA CON IL BAVAGLIO
Non ci sono più le leggi ad personam di una volta. 
Quelle dove il Parlamento intero rispondeva compatto al volere del Cavaliere di salvarsi dai processi.
Adesso c’è una Lega divisa e molto meno complice ed è diventato davvero più complicato — sondaggi alla mano- far digerire all’elettorato del “partito degli onesti” nuovi strappi sul fronte dell’impunità di Berlusconi.
Per non parlare del capo dello Stato, che ha fatto chiaramente intendere di non aver alcuna intenzione di firmare qualcosa che possa riaprire il conflitto tra politica e magistratura.
Con un’unica eccezione, forse; la nuova legge sulle intercettazioni, che andrà in aula giovedì prossimo alla Camera.
A meno che, anche lì, non si fermino prima.
Pessimo panorama per il Cavaliere. Il processo breve è ancora impantanato in commissione Giustizia del Senato, con il presidente Filippo Berselli che non riesce da settimane a dare il via alla presentazione degli ultimi emendamenti; prima di ottobre non se ne parla di arrivare a un voto.
E dopo c’è il processo lungo, che andrà in aula mercoledì in Senato, ma orbato della norma “salva Ruby” (depennata dalla commissione Giustizia già tre settimane fa) e comunque modificato rispetto al testo uscito dalla Camera, dunque dovrà tornare a Montecitorio e sarà già novembre.
E chissà per l’epoca quale sarà il quadro politico, anche se l’allarme resta alto.
L’approvazione definitiva dell’articolato sarebbe una mano santa per garantire in modo assoluto la prescrizione dei processi Mills, Mediaset e Mediatrade, con ripercussioni micidiali; la sola possibilità di poter chiamare un numero illimitato di testimoni manderebbe in tilt l’intera macchina della giustizia.
Gli interrogativi su cosa potrebbe avvenire sono angosciosi: “Che cosa vuol dire il “processo lungo — si chiede Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione vittime della strage di via dei Georgofili, a Firenze — che se il processo Tagliavia non fosse finito, chiuso il dibattimento, la difesa della mafia con questa eventuale nuova norma, avrebbe potuto dilatare il processo chiamando a testimoniare nuovamente tutti quanti sono stati già sentiti nel processo di Firenze per le stragi del 1993? Saremmo arrivati al grottesco, a un “colpo di Stato” verso le vittime di torti inauditi come quelli perpetrati dalla mafia”.
È un grottesco che è giusto dietro l’angolo.
Mercoledì comincerà il dibattito fino all’approvazione prevista per i primi giorni d’agosto .
Poi di nuovo alla Camera. “È davvero da irresponsabili — ha tuonato Di Pietro — questi non hanno ancora capito che 27 milioni di italiani hanno detto che è ora di smetterla, che è l’ora di andare a casa. Ma contro questo modo recidivo di usare il Parlamento per leggi ad personam, credo che sia venuto il momento di chiamare una manifestazione di piazza per disarcionare per sempre Berlusconi e il suo governo”.
La piazza, dunque.
E all’ultimo punto all’ordine del giorno della Camera di giovedì 28 c’è la legge sulle intercettazioni. “È necessario inasprirla ulteriormente sul fronte della pubblicazione degli atti non direttamente legati al processo — sostiene un avvocatone del premier come Maurizio Paniz del Pdl — ma se non sarà possibile, allora tanto varrà approvarla così com’è tornata dal Senato; meglio quella che nulla”.
Anche alla Camera, però, il Carroccio ha fatto sapere che sul fronte intercettazioni potrebbe tenersi le mani libere.
Ecco perchè, si diceva ieri in tarda serata a Montecitorio, in caso di incertezza sui numeri, il Pdl potrebbe anche decidere di rinviare tutto a settembre.
Quando per Berlusconi potrebbe essere già troppo tardi.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
COME SI ENTRA GRATIS ALLO STADIO E A TEATRO, COME NON SI PAGANO LE MULTE PER ECCESSO DI VELOCITA’…COME SI INCASSA IL GETTONE DI PRESENZA ANCHE RESTANDO A CASA: BASTA DIRE CHE SI ERA A UN CONVEGNO
Carlo Monai è il nostro Virgilio, che ha accettato di guidare l'”Espresso” nella selva di privilegi e benefit di cui gode la Casta.
Il suo viaggio riparte dai vantaggi economici per gestione dell’auto privata del deputato. «Abbiamo un pass per andare ovunque, e se prendiamo una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità c’è l’ufficio “Centro servizi” dove possiamo chiedere agli addetti di fare ricorso al prefetto: se ci sono ‘giustificate esigenze di servizio’, la multa va a farsi benedire».
A Fiumicino un mese al parking silos “E” costa agli italiani 293 euro, ai parlamentari 50. «Anche in Friuli pagavo, grazie al tesserino da consigliere, poco più di 40 euro: se hai la tessera “Fly Very Good” la vita è davvero più facile», aggiunge ironico l’avvocato.
Un privilegio, quello del parcheggio gratis o quasi, che riguarda quasi tutti i consiglieri comunali d’Italia: a Milano, per esempio, i neoeletti beneficiano di alcuni posti gratuiti nel parcheggio di Linate, senza dimenticare la convenzione con il posteggio di piazza Meda, dietro Palazzo Marino.
Inoltre l’Atm ai consiglieri fa uno sconto del 50 per cento sui mezzi pubblici, e dà un pass per mettersi gratis sulle strisce, blu o gialle che siano.
Se i parking a sbafo fanno aggrottare la fronte, è il capitolo “auto blu” quello che fa scandalizzare le masse.
In Italia se ne contano 86 mila, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, per un costo (tra autisti e parco macchine) superiore ai 3 miliardi di euro l’anno.
Assessori, consiglieri, ministri, sottosegretari, funzionari di ogni livello sono i beneficiari principali.
In Parlamento sarebbero appannaggio esclusivo dei presidenti dei gruppi, in tutto una ventina.
Ma a queste vetture vanno aggiunte quelle dei servizi di scorta: in tutto sono 90, tra parlamentari e uomini di governo, più 21 tra sindaci e governatori regionali.
«Alcuni colleghi» racconta Monai «finiscono per avere l’auto blu dopo alcune minacce o presunte tali, arrivate in seguito a decisioni politiche discutibili: penso a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ex dell’Idv che sono passati con la maggioranza».
La casta non può fare a meno nemmeno dei voli blu, quelli effettuati con aerei di Stato: nell’ultima legislatura, rispetto a quella del governo Prodi, le ore di volo di ministri e sottosegretari sono cresciute del 154 per cento.
«Mi hanno raccontato pure che i deputati chiedono un passaggio a qualche imprenditore che possiede un aereo privato», dice il deputato: «Questa è una delle cose più deprecabili, perchè non bisogna mai essere ricattabili».
Ma tant’è, la vita della casta è una vita a scrocco. Ci si fa l’abitudine.
Il nostro Virgilio ci mostra la tessera del Coni, che dà accesso a quasi tutte le manifestazioni sportive. «Quando ero consigliere in Friuli, se volevi assistere ai match dell’Udinese o della Triestina bastava segnalare i desiderata alla società , che hanno interesse a mantenere buoni i rapporti con la politica. Il posto è assicurato».
In tribuna vip, naturalmente.
I parlamentari possono usufruire anche di uno sconto per il Teatro dell’Opera di Roma e in alcuni musei, mentre a Trieste il nostro peone aveva sempre a disposizione un palchetto al Teatro Verdi.
I vantaggi non sono un’esclusiva romana.
A Milano i consiglieri comunali possono chiedere il rimborso di pranzi di lavoro (e se mangiano in Consiglio, una cena gli costa 1,81 euro), hanno diritto a biglietti gratis per San Siro (partite o concerti), e due palchi riservati alla Scala per gli appassionati di lirica.
Mentre i consiglieri regionali del Piemonte godono ancora dell’autocertificazione per fantomatici impegni durante sabati, domeniche e festivi: si può intascare il gettone di presenza (122,5 euro) anche in quei giorni di riposo, a patto che dicano (senza pezze d’appoggio) di aver partecipato a convegni ed eventi.
In Sicilia e Campania la lista dei privilegi comprende di tutto.
All’Ars dell’isola le missioni all’estero sono la norma, non l’eccezione (un deputato regionale, Giuseppe Gennuso, nel 2009 ha trascorso quasi tre giorni su quattro fuori dell’Assemblea), mentre fino a pochi mesi fa anche coloro che avevano finito il mandato continuavano a prendere un “aggiornamento professionale” di 6.400 euro annui.
E se un deputato regionale morisse avrebbe diritto a un sussidio di 5 mila euro per le esequie.
Anche nella indebitatissima Campania s’è sfiorato il ridicolo.
Lo scorso novembre una delibera è stata revocata prima che creasse una rivolta popolare: prevedeva che ogni consigliere potesse avere in ufficio televisione, tre poltrone in pelle, telepass e a scelta un computer fisso, un portatile o l’iPad.
Il frigobar era invece appannaggio solo di presidenti, vice e capogruppo.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO NON AVALLERA’ MAI RIBALTONI”…IMPASSE SUL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA: PER LA SUCCESSIONE DI ALFANO SALE DONATO BRUNO
Il Cavaliere ha letto l’intervista di Gianfranco Fini a Repubblica, quella disponibilità del Terzo polo a votare un governo guidato da Roberto Maroni, e ha tirato un sospiro di sollievo. “Berlusconi ritiene che Fini – spiega un dirigente del Pdl in contatto con villa Certosa – abbia fatto uscire Maroni allo scoperto. L’ha costretto a smentire brutalmente ogni velleità di ribaltone e così ci ha fatto un favore”.
La relativa sicurezza con cui il premier guarda ai prossimi appuntamenti parlamentari, al di là delle parole di Fini su Maroni, poggia inoltre sulla convinzione che il Quirinale, in questa fase, sia un guardiano molto attento alla stabilità dell’esecutivo.
“Napolitano – ha riferito Berlusconi la scorsa settimana, dopo l’ultimo colloquio con il capo dello Stato – non avallerà mai manovre di palazzo che possano mettere a rischio l’Italia e la collocazione dei titoli di Stato. Se le agenzie di rating fiutano il sangue per noi è finita e questo sul Colle lo sanno bene”.
Sperando che non si verifichi l’annunciata ondata di richieste di arresto alle Camere, il premier conta quindi di traghettarsi almeno alla fine dell’anno.
Proprio per evitare incomprensioni con Napolitano, alla vigilia della sua partenza per le vacanze, il Cavaliere sta calibrando altre due mosse per andargli incontro.
La prima riguarda il “processo lungo”, alias ddl Lussana, in dirittura d’arrivo al Senato, la seconda la difficile scelta del Guardasigilli.
Se fino a venerdì sera sembrava del tutto certo che proprio nel “processo lungo” sarebbe stata inserita anche la norma battezzata blocca-Ruby, quella che obbliga il giudice a sospendere il processo in presenza di un conflitto di attribuzione pendente, da ieri l’indicazione è esattamente opposta.
In Sardegna ne ha riparlato con Berlusconi il consigliere giuridico e suo avvocato Niccolò Ghedini per farlo riflettere e spingere sul freno.
Il ragionamento dell’avvocato del premier sarebbe stato questo: ormai siamo troppo avanti, tempo qualche mese e si saprà cosa decide la Corte, rischiamo uno scontro politico, senza risultati significativi dal punto di vista giudiziario.
E poi proprio il Quirinale non vedrebbe di buon occhio la norma che limita l’autonomia del giudice nel decidere se fermare oppure no il processo.
Non bastasse questo, anche dal fronte leghista sarebbero arrivato un nuovo invito alla prudenza. Del tipo: non possiamo mandare in carcere Papa e poi votare una norma che viene letta in chiave pro-Cavaliere.
Ma non c’è solo la frenata sulla blocca-Ruby a riempire i conversari tra Berlusconi e Ghedini. C’è anche l’ormai inevitabile stretta sul nome del Guardasigilli.
Che ufficialmente dovrebbe essere scelto domani, in un incontro del vertice pidiellino a via del Plebiscito.
Anche su questo il presidente del Consiglio sta cercando di non contrariare il Colle, ben sapendo quanto tenga al pedigree di chi occupa la poltrona di via Arenula.
Per certo vuole evitare diatribe tipo quelle avute in passato su Brancher o su Romano.
In queste ore si starebbe ragionando su due nomi, il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta e il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma.
Ma entrambi hanno una controindicazione.
Il primo è già nell’esecutivo e Napolitano ha detto proprio allo stesso Berlusconi che non è questo il tempo per complicati giri di valzer.
Il secondo, nel ’99 quando era applicato a Reggio Calabria dalla procura nazionale antimafia, è stato testimone di nozze dell’attuale presidente dell’Anm Luca Palamara.
Per carità , un caso, ma che può pesare in questa delicata fase dei rapporti tra politica e giustizia. Alla fine potrebbe risultare vincente Donato Bruno, attuale presidente della commissione Affari costituzionali della Camera.
Intanto, sempre sul terreno della giustizia, dopo il colpo portato da Roberto Maroni su Alfonso Papa, il prossimo a smarcarsi potrebbe essere Gianni Alemanno.
Il sindaco di Roma avrebbe infatti scelto, dopo la polemica contro la Lega, proprio la questione morale come il terreno più adatto per ritrovare una centralità nel dibattito politico e far dimenticare le vicende di parentopoli.
Ieri, nel lungo incontro a porte chiuse della Fondazione Nuova Italia, Alemanno ha iniziato a impostare la nuova strategia, chiedendo ai suoi di sostenere Alfano a patto che il segretario del Pdl porti davvero avanti “la rivoluzione” annunciata, a partire dal “partito degli onesti”.
Quanto al ministro dell’Interno, dopo l’offensiva dei giorni scorsi adesso ha deciso di fermarsi per un po’.
“Prima di fare altre mosse – spiega uno dei suoi – vuole prendere il controllo del partito attraverso i congressi della Lega in Veneto e in Lombardia
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
UN PARLAMENTARE ACCOMPAGNA UN GIORNALISTA NEI PRIVILEGI DI MONTECITORIO…SI LAVORA POCO, SI COMPRANO AUTO SCONTATE E SI ACCUMULANO PUNTI PER PORTARE LA FAMIGLIA IN VACANZA
Carlo Monai è l’unico, dopo sette tentativi andati a vuoto, che ha accettato di raccontare a
“l’Espresso” com’è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta.
E’ un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell’Idv al primo mandato parlamentare.
Uno dei peones, a tutti gli effetti.
Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità , vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi in cui sguazzano politici di ogni risma.
Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà ulteriori sacrifici.
«Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».
L’incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio.
Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l’aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».
Anche in commissione l’assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l’impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».
La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l’indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro.
Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni.
E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente.
Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l’eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all’incirca).
In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica.
Monai inizia il suo viaggio.
«Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».
Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230).
«Non c’è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l’anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati “Tim Top Business Class”, destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro».
Anche quand’era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c’è pure un indennizzo forfettario per l’utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza».
Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.
Già . I trasporti gratis sono un must dei politici.
Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s’è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».
Ogni parlamentare ha una tessera che gli consente di non pagare l’autostrada, i treni e gli aerei (sempre prima classe) e le navi, in modo da potersi spostare liberamente sul territorio nazionale. «Tutto gratis, anche se devo andare al compleanno della nonna», chiosa l’onorevole. «Dovrebbero essere pagati solo i viaggi legati al nostro incarico pubblico».
Oltre a questi soldi è previsto un ulteriore rimborso mensile per taxi e varie che va, a secondo della distanza tra l’abitazione e l’aeroporto, da 1.007 a 1.331 euro al mese.
Questa è una cosa nota.
Pochi sanno però che quasi tutti i deputati, per comprare i biglietti aerei, fanno riferimento esclusivamente all’agenzia americana (con sede in Minnesota) Carlson Wagonlit.
«A loro noi chiediamo sempre di volare con Alitalia, che è la più cara di tutte. Nessuno ci vieterebbe, però, di scegliere compagnie low cost».
I politici se ne guardano bene: da un lato il prezzo di un biglietto low cost lo devi anticipare tu (mentre con Alitalia anticipa il Parlamento), dall’altro perderesti i punti per la carta fedeltà “Millemiglia”.
«I punti li giriamo a mogli e figli, ma in genere i deputati li usano per andare gratis all’estero: perchè tranne qualche missione coordinata con il presidente della commissione», ragiona Monai, «i viaggi all’estero dobbiamo pagarceli di tasca nostra».
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
ALLA CONVENTION DEL TERZO POLO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA CRITICO ANCHE SULLA MANOVRA: “RINVIA I NODI STRUTTURALI”
«Dobbiamo dare atto a Casini di averlo capito qualche tempo prima: dar vita ad alleanze coatte rischiava di imprigionare le energie più sane della società e di cancellare una vera democrazia dell’alternanza di cui il Paese ha bisogno».
Lo ha detto il leader di Fli Gianfranco Fini nel suo intervento all’auditorium della Conciliazione per la convention del Terzo polo, di fronte a 1.300 persone, con in prima fila Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Raffaele Lombardo.
Fini ha sottolineato che ciò che unisce Udc, Fli, Api e Mpa «è la volontà di archiviare un bipolarismo primitivo, unico in Occidente che non sa individuare valori comuni anche se riguardano l’interesse nazionale. Un interesse – ha aggiunto – che invece non è la bandiera del centro, della destra o della sinistra ma degli italiani orgogliosi della propria storia, una bandiera che deve essere la stella polare di una politica consapevole che archiviare il bipolarismo non significa cancellare una democrazia dell’alternanza basata su valori condivisi».
Su un nuovo assetto della politica italiana che immagini il dopo-Berlusconi, Fini ha poi detto che «la maggioranza debba indicare un nuovo premier e il Terzo polo, in questo caso, non si tirerà indietro».
E ha proseguito: «La maggioranza ha il diritto-dovere di indicare un nuovo premier, sulla base di un’agenda di 2 o 3 cose da fare al più presto. Serve un uomo che archivi il libro dei sogni e serve un governo serio che si presenti in parlamento e si rivolga alle opposizioni le quali, credo, si assumeranno le loro responsabilità . Il Terzo polo – ha concluso Fini – non si tirerebbe indietro, non guarderebbe dall’altra parte».
Nel corso del suo intervento alla convention del Terzo Polo il leader di Futuro e Libertà ha criticato anche la manovra economica che «rinvia alla prossima legislatura la definizione dei nodi strutturali, mentre fa pagare oggi ai cittadini costi che rischiano di non poter pagare alla luce del drammatico impoverimento delle famiglie denunciato dall’Istat».
Fini ha sottolineato però che «se la casa brucia le opposizioni non fanno un ostruzionismo che non verrebbe capito dalla gente» ma ha anche aggiunto che «se dovranno esserci in futuro altri momento di coesione questa prova non dovrà essere chiesta soltanto alle opposizioni. Noi in questa circostanza – ha concluso Fini – abbiamo dimostrato di amare l’Italia più di quanto contrastiamo l’attuale governo».
Tranchant anche sul disegno di legge Calderoli: «L’Italia non ha bisogno del ddl Calderoli che assomiglia più a un volantino per le feste padane che non al testo del governo per ridisegnare l’architettura costituzionale», ha detto Fini.
argomento: Casini, Fini, Parlamento, Politica, radici e valori | 1 Commento »
Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
TRA CONDANNE, PRESCRIZIONI E PROCESSI SUGLI SCRANNI C’E’ LA BANDA DEI DISONESTI…DALLA CORRUZIONE ALLA MAFIA UNA SERIE DI REATI INFAMANTI: DA GENNAIO SONO STATE BEN NOVE LE RICHIESTE DI ARRESTO
Se non sono i numeri del parlamento di tangentopoli, poco ci manca. 
Quella che ha spedito in carcere il deputato del Pdl Alfonso Papa è stata la nona richiesta di arresto sul tavolo della giunta per le autorizzazioni a procedere dall’inizio della legislatura.
Tra il 1992 e il 1994, gli anni in cui le inchieste dei pm terremotarono la Prima Repubblica, furono 28.
Se però si scorre l’elenco di deputati e senatori attualmente in carica che hanno pendenze con la giustizia, allora si scopre che i numeri di oggi non sono poi così lontani da quelli della stagione di Mani Pulite.
Tra Montecitorio e Palazzo Madama siedono, in questo momento, 84 parlamentari sotto inchiesta, già con sentenze di condanna sulle spalle, in attesa di processo oppure rinviati a giudizio.
E tra questi, ben 34 risultano condannati per reati che vanno dalla diffamazione fino all’associazione mafiosa o per una cattiva gestione di fondi pubblici di cui ora devono rispondere di tasca propria.
Altri nove legislatori sono stati beneficiati dalla prescrizione dei reati.
La lista.
E’ una lunga teoria che racconta un pezzetto di storia d’Italia.
Un elenco nel quale si può trovare la radicale eletta nelle liste del Pd, Rita Bernardini, condannata per aver distribuito marijuana durante una manifestazione per la liberalizzazione delle droghe leggere (pena estinta con l’indulto), ma soprattutto un nutrito drappello di rappresentanti del popolo con ben più gravi condanne di primo e secondo grado sul groppone: c’è, per esempio, il ministro delle Riforme e leader della Lega Umberto Bossi (condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta sulla maxi-tangente Enimont) e c’è il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri che i giudici di Palermo hanno condannato in primo grado a nove anni, e in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Del resto, è proprio il Pdl – quello che il neo segretario Angelino Alfano ha dichiarato di voler trasformare nel “partito degli onesti” – il gruppo parlamentare con il maggior numero di eletti alle prese con vicende giudiziarie.
E poi? Da chi è composta la poco lusinghiera classifica delle fedine penali sporche?
Il partito degli onesti.
Un anno fa chi aveva provato a mettere in colonna i numeri degli inquisiti non era riuscito a contarne più di 24: oggi i parlamentari del Pdl nei guai con la giustizia sono 49.
Più che raddoppiati.
Ventinove alla Camera e 20 al Senato.
Il drappello lo guida ovviamente Silvio Berlusconi, con sei processi in corso.
Ma oltre al leader, a ministri in carica e non, a ex presidenti di Regione e coordinatori regionali, ci sono anche i peones dell’avviso di garanzia o del rinvio a giudizio.
Giulio Camber è un senatore che nel 1994 ottenne 100 milioni di lire dalla banca Kreditna dicendo che poteva comprare i favori di pubblici ufficiali e evitare il commissariamento dell’istituto: condannato a otto mesi per millantato credito. Fabrizio Di Stefano, invece, è stato eletto in Abruzzo e proprio ad aprile scorso i magistrati hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione nel processo che riguarda la realizzazione di un impianto di bioessicazione di rifiuti a Teramo.
Claudio Fazzone, che siede anche lui a Palazzo Madama, ex presidente del consiglio regionale del Lazio è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio: gli contestano di aver raccomandato, via lettera, alcuni suoi amici a un manager della Asl.
A Montecitorio, invece, tra i banchi Pdl c’è Giorgio Simeoni rinviato a giudizio per truffa all’Ue nell’inchiesta sui corsi di formazione fantasma nella Regione Lazio.
Per tacere, infine, del deputato Giancarlo Pittelli che, oltre a essere coinvolto nell’inchiesta sugli ostacoli posti alle indagini dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, deve rispondere in tribunale di lesioni e minacce dopo avere aggredito un suo collega avvocato.
Spiccano, poi, l’ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale condannato in appello a 18 mesi per peculato (è accusato di essersi fatto arrivare un carico di spigole nel paesino trentino in cui era in vacanza) e Luigi Grillo condannato a un anno e 8 mesi per reati bancari.
E gli altri.
Dal gruppo del Pd è appena uscito Alberto Tedesco, il senatore pugliese indagato per corruzione e salvato dagli arresti domiciliari grazie al voto di Palazzo Madama, ma l’elenco dei democratici sotto inchiesta o con condanne comprende comunque quattro senatori e sette deputati.
Numeri che però raccontano di reati più lievi: l’accusa di diffamazione che pende sul capo del senatore Giuseppe Lumia, querelato dal suo ex addetto stampa, per esempio. Però fra i democratici c’è anche chi deve fare i conti con contestazioni più gravi: Antonio Luongo è stato rinviato a giudizio per corruzione nell’inchiesta su affari e politica a Potenza, mentre Maria Grazia Laganà – la vedova di Fortugno – è a processo per falso e abuso d’ufficio ai danni della Asl di Locri.
Nino Papania, senatore siciliano, patteggiò nel 2002 una condanna a due mesi per aver scambiato regali con assunzioni.
Ma anche la Lega che in questi giorni si lacera sulla questione morale annovera quattro deputati e due senatori inquisiti.
L’Udc ne ha cinque.
Per carità : il calcolo delle probabilità penalizza i gruppi parlamentari più numerosi. Sorprende invece l’alta incidenza di deputati e senatori con problemi giudiziari in formazioni più piccole: i “responsabili”, per esempio, su 29 esponenti alla Camera contano un condannato (Lehner, diffamazione nei confronti del pool di Mani Pulite), un rinviato a giudizio per truffa (il piemontese Maurizio Grassano che venne arrestato nel 2009 per una truffa al comune di Alessandria e che oggi è sotto processo) e due sui quali pende una richiesta di processo per mafia e camorra (il ministro Romano e il deputato campano Porfidia).
argomento: Costume, denuncia, la casta, Parlamento, Politica, radici e valori | Commenta »