Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile
OGNI DEPUTATO PRENDE 3.600 EURO PER ASSUMERE UN COLLABORATORE, MA SOLO UN TERZO FA UN CONTRATTO REGOLARE… SOLITAMENTE PAGANO IN NERO 1.000 EURO E SI TENGONO IL RESTO DELLA SOMMA
Ce n’è uno che ha dovuto scrivere le partecipazioni di nozze per conto del suo onorevole,
prossimo al matrimonio.
Ce n’è un altro che ha supervisionato l’allaccio delle utenze nella casa romana del parlamentare, prima che fosse inaugurata.
E ce n’è un terzo che viene spedito ogni giorno a fare la spesa, con la lista delle vivande da acquistare scritta dalla moglie del senatore.
E poi c’è chi si ribella.
Come il misterioso “SpiderTruman” – pseudonimo di un sedicente ex portaborse che ha raccolto centinaia di migliaia di seguaci raccontando su Facebook piccoli e grandi privilegi dei parlamentari.
Tecnicamente i portaborse si chiamano “collaboratori parlamentari”, da non confondersi con gli “assistenti parlamentari” che sono dipendenti della Camera e del Senato, insomma i “commessi” con la coccarda tricolore al braccio.
I “collaboratori” invece sono figure indefinite, prive di un vero riconoscimento e inesistenti dal punto di vista dell’inquadramento professionale.
E pertanto soggetti spesso ad abusi ed angherie.
Come quelli denunciati nel 2009 da Celestina, già portaborse della parlamentare del Popolo delle Libertà , Gabriella Carlucci, che dopo anni di sfruttamento si è rivolta alla magistratura e ha vinto: la Carlucci è stata condannata a risarcire la ex collaboratrice che – pur svolgendo di fatto mansioni da dipendente — riceveva un rimborso di soli 500 euro mensili, rigorosamente in nero.
E così adesso un altro portaborse ha deciso di seguire le tracce di Angelina: è uno dei collaboratori di Domenico Scilipoti, che si è appena rivolto all’Ispettorato del Lavoro, per denunciare – presentando una cospicua mole di documenti – le pessime condizioni di lavoro e il misero trattamento economico ricevuto dal suo ex capo.
Ma per un paio di portaborse che si rivolgono alla magistratura, tutti gli altri tacciono. O parlano in modo riservato con Emiliano Boschetto, che si è assunto la briga di provare a risolvere i problemi quotidiani dei suoi colleghi ed è ora portavoce del Co.Co.Parl., il coordinamento dei collaboratori parlamentari.
Spiega Boschetto: «Ogni deputato prende, in busta paga, 3.690 euro sotto la voce “fondo spese rapporto eletto-elettore”.
Questa cifra viene erogata dalla Camera indipendentemente dalla rendicontazione della spesa che il parlamentare ne fa.
E’ questa la voce cui teoricamente attingono i parlamentari per coprire le spese dello staff.
Ma la media dei compensi dei collaboratori parlamentari è di circa mille euro mensili lordi, quindi esiste di fatto un gap fra quanto intascato dai parlamentari e la cifra realmente destinata al collaboratore.
Molti onorevoli dicono di utilizzare gli altri 2.600 euro per tenere in attività le loro segreterie sul territorio, ma quasi sempre è una balla, anche perchè con l’attuale legge elettorale il rapporto locale fra l’eletto e gli elettori è molto blando».
Ma i problemi non sono finiti: «L’altro punto da sottolineare», dice Boschetto, «è che quella voce in busta paga viene erogata indipendentemente dall’intercorrere o meno di regolari contratti di lavoro tra il collaboratore ed il parlamentare».
In altre parole, il deputato si prende tutti i 3.600 euro, poi però non è tenuto a fare un contratto a nessuno, se non vuole.
Infatti alla Camera dei Deputati – i dati del Senato non sono noti – solo un terzo dei collaboratori parlamentari ha un regolare contratto.
Gli altri, tutti pagati in nero.
In pratica, due terzi dei parlamentari violano le leggi sul lavoro e sono correi di evasione fiscale.
Per i portaborse non avere un contratto regolare non è solo un problema economico.
E’ anche un ostacolo pratico, perchè senza contratto non viene loro dato alcun badge di ingresso alla Camera, quindi tutte le mattine sono fatti entrare come “ospiti”.
Senza dire che non tutti i badge sono uguali: «C’è quello bianco, ambitissimo, che consente di entrare ovunque, anche in Transatlantico, tranne che in aula. Quello verde invece non consente l’accesso al Transatlantico e quello marrone vale solo per la sede dei gruppi parlamentari», spiega Gianmario Mariniello, collaboratore di Italo Bocchino.
Cristina Cucciniello
(da “L’Espresso“)
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Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
ALLA CAMERA E’ FINITA 319 A 293, AL SENATO 151 A 127…TENSIONI TRA I PARLAMENTARI CHE VENGONO QUASI ALLE MANI, RECIPROCHE ACCUSE AL SENATO
La maggioranza dei deputati ha detto sì all’arresto dell’onorevole del Pdl, Alfonso Papa.
Su 612 presenti hanno votato a favore 319 deputati. I voti contrari sono stati invece 293.
Non si è dunque realizzato il «salvataggio» che secondo molti sarebbe stato attuato grazie all’adozione del voto a scrutinio segreto, richiesto dal gruppo del Pdl e da quello di Popolo e Territorio (gli ex Responsabili).
Determinante la scelta della Lega: dopo il tira-e-molla dei giorni scorsi, con posizioni diversificate e a volte contrastanti annunciate di volta in volta dallo stesso Umberto Bossi, il Carroccio si è espresso formalmente per il sì all’arresto, lasciando comunque libertà di coscienza ai propri parlamentari
A scrutinio segreto, la Camera ha accolto la proposta favorevole all’arresto avanzata dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.
Il voto segreto era stato chiesto dai gruppi Pdl dei Responsabili Moffa.
Le opposizioni avevano chiesto senza successo la rinuncia al voto segreto.
A favore dell’arresto si erano dichiarati in aula i gruppi Pd, Terzo Polo, Idv e Lega. Contro Pdl e Responsabili.
Scende il gelo in Aula alla Camera quando il presidente della Camera, Gianfranco Fini, proclama la votazione.
Nessun commento nè dalla maggioranza nè dall’opposizione ma un silenzio tombale che tradisce quasi uno stupore per il risultato apparso sul tabellone luminoso.
Papa si è alzato immediatamente dal proprio banco e ha lasciato l’Emiciclo. Ad avvicinarlo il deputato del Pdl Renato Farina che lo ha salutato e abbracciato.
Immobile al suo posto il premier Silvio Berlusconi che lo ha guardato quasi incredulo.
La rissa In Transatlantico
Il deputato del Pdl, Enzo D’Anna ha fermato il collega dell’Udc, Angelo Cera, e gli ha chiesto: «Guarda che nelle carte di Bisignani è citato più volte il nome di Cesa (il segretario dell’Udc, ndr). Quando arriverà la richiesta per lui come voterete?».
A quel punto Cera si è innervosito e si è lanciato contro il collega.
Sono intervenuti i commessi e nello stesso momento è arrivato anche Pier Ferdinando Casini che ha trascinato via il deputato del suo gruppo. «Casini, imparagli l’educazione a questo qua», lo ha apostrofato D’Anna.
Prigioniero politico
Alfonso Papa si sente un «prigioniero politico».
Il deputato pdl si dice «sereno», spiega che continuerà la sua «battaglia per la verità », ma aggiunge: «Le responsabilità politiche se le assumerà chi ha preso la responsabilità di questo voto…».
Oggi, aggiunge, «c’è stata la vittoria del giustizialismo».
L’ira di Berlusconi
«Sono pazzi» è tutta una follia, pur di colpire me e buttare giù il governo rinnegano principi che dovrebbero difendere nel totale disinteresse per le persone, si è sfogato Berlusconi con i suoi.
Il capo del governo si è scagliato soprattutto contro Pier Ferdinando Casini (è una vergogna, una cosa inaccettabile quello che ha fatto, ha detto) ma anche contro i Radicali e in particolare l’ex radicale Benedetto Della Vedova ora in Fli che a suo dire sono sempre stati garantisti e ora hanno cambiato idea.
Forse si è dimenticato di rivolgere un pensiero al suo sodale Bossi…
Disordini dopo il voto fra Gramazio e il senatore del pd Giaretta. E D’Anna (pdl) e Cera (udc) vengono quasi alle mani.
Oltre al caso Papa era infatti in discussione al Senato anche una richiesta analoga per Alberto Tedesco, senatore del Pd passato al gruppo Misto, indagato dalla Procura di Bari per la sanità pugliese.
Ma in questo caso l’Aula si è espressa per il no, nonostante lo stesso esponente democratico poco prima dell’inizio della seduta avesse chiesto ai colleghi di Palazzo Madama di votare sì al suo arresto.
Anche al Senato il voto è avvenuto a scrutinio segreto: i no sono stati 151, a fronte di 127 sì e 11 astenuti.
E’ però giallo sulla paternità dei voti: il Pd dice di essersi espresso per il sì e che sono stati in realtà molti senatori leghisti, con il voto segreto, a graziare tedesco per poi scaricare l’accusa di incoerenza sul centrosinistra.
Accusa quest’ultima respinta al mittente dal Carroccio.
Tedesco, dopo il voto, ha annunciato che non rassegnerà le proprie dimissioni, come paventato da più parti: «Lasciando il mio incarico – ha puntualizzato – avrei dato ragione alle tesi dei pm che dicono che la mia posizione è potenzialmente criminogena».
Ha tuttavia chiesto un «processo rapido» e annunciato la propria intenzione di rinunciare alla prescrizione affinchè l’iter di giudizio non si interrompa.
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Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
PER UNA COINCIDENZA VOLUTA, OGGI SI VOTA SULL’ARRESTO DEL DEPUTATO PDL E DEL SENATORE PD…LA LEGA SI DICHIARA PER LA LIBERTA’ DI COSCIENZA, BERSANI PER IL SI’…. MA IL VOTO SEGRETO NASCONDE TANTI NO
Tra Palazzo Madama e Montecitorio, i più pessimisti manifestano uno spiccato senso per la
storia: “Sarà una giornata campale e se finirà due a zero per la casta, il vento dell’antipolitica rischia di spazzare via tutto, come nel ’93 con l’autorizzazione negata a Craxi”.
Il derby delle manette comincerà oggi pomeriggio alle sedici.
Al Senato, si voterà per l’autorizzazione agli arresti domiciliari del Pd ex socialista Alberto Tedesco: un tormentone che va avanti da cinque mesi.
Alla Camera, stesso orario, si decideranno invece le manette per il pidiellino della P4 del faccendiere Luigi Bisignani: Alfonso Papa.
Il Papa Tedesco Day è frutto di un colpo di scena maturato ieri.
Protagonista, il senatore già dalemiano del Pd Nicola Latorre. Il voto su Tedesco era previsto per domani, se non per la prossima settimana.
Per arginare quindi le fitte voci su un possibile scambio di favori bipartisan contro le manette, Latorre d’accordo con la capogruppo Anna Finocchiaro ha chiesto e ottenuto di anticipare il voto: “Abbiamo chiesto il voto per domani pomeriggio (oggi per chi legge, ndr) in modo da allontanare anche il pur minimo sospetto che su vicende di questo genere, tenuto conto che la Camera si pronuncerà su Alfonso Papa, possano esserci miseri scambi politici o qualunque tipo di strumentalizzazione”.
Insomma, meglio giocare in contemporanea le due “partite”, come accade nell’ultima giornata di campionato.
Ma la mossa di Latorre ha generato anche un giallo alla Camera, dove Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, non avrebbe digerito la scelta dei colleghi di partito di Palazzo Madama.
Motivo: la grande paura democratica per un doppio voto contro gli arresti, coperto dallo scrutinio segreto, che scatenerebbe la piazza contro il Palazzo.
Di qui i paletti fissati ieri dal segretario Pier Luigi Bersani, in una fase in cui il Pd è in risalita nei sondaggi e punta al voto anticipato dopo la riforma elettorale: “Noi ci opporremo sia alla Camera sia al Senato al voto segreto, e siamo favorevoli a che sia concessa l’autorizzazione all’arresto di Papa e di Tedesco. Noi terremo ferma questa posizione su cui il Pd è compatto i problemi sono dall’altra parte come capisce chi mette l’orecchio a terra”.
E chi mette “l’orecchio a terra” sente il frastuono delle divisioni nella Lega, decisive per il destino del premier.
Nel Carroccio stanno scoppiando le contraddizioni partorite dall’ambigua formula del partito di lotta e di governo.
E adesso che “soffia il vento dell’antipolitica” il Senatur dimezzato dalle ambizioni di Roberto Maroni tenta disperatamente di rianimare la Lega di lotta, dal no al decreto rifiuti per Napoli alla sceneggiata su Papa (sì, poi no, di nuovo sì), tenendo aperto un costante fronte di guerra con il Cavaliere.
Anche per questo, ieri a Montecitorio, si ricordava il precedente del ’93 dell’autorizzazione negata a Craxi.
Il sospetto di molti è sempre stato che la Lega nel segreto dell’urna votò tatticamente contro per poi approfittarne in termini di consenso e sfascio del sistema.
Oggi, chi potrebbe fare un calcolo simile non è Bossi ma il ministro dell’Interno, che ormai controlla la maggioranza del gruppo dei deputati leghisti.
Sui maroniti girano due previsioni di segno opposto.
Da un lato potrebbero votare a favore dell’arresto di Papa. Dall’altro no, per poi accelerare la caduta di Bossi all’interno del partito, nel quadro di una “Lega ladrona che salva la casta”.
Ufficialmente, la Lega per bocca del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del cosiddetto “cerchio magico” del Senatur, ha fatto sapere che dirà sì all’arresto “pur mantenendo la libertà di coscienza”.
Accusati poi di volersi nascondere dietro al voto segreto, i leghisti hanno aggiunto che non saranno loro a chiederlo.
Ci penseranno, forse, i Responsabili di Domenico Scilipoti.
L’incognita sul voto, palese o segreto, sarà sciolta solo oggi a Palazzo Madama e Montecitorio. E questo non fa che moltiplicare gli scenari.
Un voto segreto su Papa potrebbe attirare una quarantina di franchi tiratori “garantisti” nell’opposizione, tra Pd e Udc, compensati però da “traditori” leghisti e del Pdl. Ancora più incerto il destino di Tedesco.
Il Pd voterà per l’autorizzazione ma cosa faranno Lega e Pdl? In base ai numeri, e al voto palese, Tedesco dovrebbe “salvarsi”, ma cosa accadrebbe se il Pdl uscisse dall’aula?
Al momento le previsioni più ricorrenti parlano di un due a zero per la casta.
La sensazione è che oggi possa essere una giornata decisiva non per la legislatura ma per tutta la Seconda Repubblica.
Come dimostra l’annuncio-minaccia di Rosy Bindi, presidente del Pd: “Se domani si dovesse verificare la negazione all’arresto di Papa e Tedesco, il Pd compierà dei gesti eclatanti, estremi”.
Nulla comunque è scontato, lo si è già visto nell’iter che ha portato ai due voti di oggi in Parlamento.
Nel caso Tedesco, cinque mesi di giravolte non sono serviti a chiarire la posizione ufficiale del Pd.
È vero che la relazione del Pdl Balboni è stata bocciata in giunta, ma non perchè diceva no all’arresto: tra i democratici solo qualcuno era a favore del sì, altri credevano fosse meglio aspettare la decisione del Riesame, altri ancora non giudicavano abbastanza gravi i reati di cui è accusato Tedesco: concussione negli appalti della sanità pugliese, che seguiva come assessore.
Così, quando il Riesame è arrivato (e ha sostituito il carcere con i domiciliari) maggioranza e opposizione hanno deciso di presentarsi in aula (oggi) solo con una relazione “tecnica”, che non prevede una posizione di merito.
Con Papa aveva provato a fare la stessa cosa il Pdl. Il relatore Francesco Paolo Sisto sosteneva di non avere gli elementi per decidere, l’opposizione gli ha imposto una scelta.
Ma nessuno si aspettava l’astensione della Lega che ha così indirettamente appoggiato il sì all’arresto proposto dall’Idv Federico Palomba.
Stamattina, giusto per non perdere l’allenamento, in Giunta sono di nuovo alle prese con un altro caso, quello di Marco Milanese.
Fabrizio d’Esposito e Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
HA AVVIATO UNA CAUSA CONTRO AN PER MOBBING…LA MOGLIE: “E’ QUALCUNO A NOI VICINO”… SONO MOLTE LE ANALOGIE
Tutti lo cercano. Tutti lo vogliono. Tutti gli fanno domande.
Ma lui non risponde.
In Transatlantico i parlamentari continuano a chiedersi chi possa essere. «Spider Truman», l’anonimo che prima con una pagina su Facebook poi con un blog minaccia di pubblicare, giorno dopo giorno, «tutti i segreti della casta», continua a raccogliere consensi (virtuali) e opinioni.
In soli tre giorni quasi trecentomila iscritti al social network hanno premuto il tasto «Mi piace» alla pagina «I segreti della casta di Montecitorio ».
In tanti hanno mostrato tutta la loro rabbia nei confronti degli «sprechi » da parte dei politici, scrivendo commenti e insulti.
Ma più aumenta la notorietà , più cresce la curiosità sull’identità del protagonista degli ultimi giorni.
Perchè, dopo tutto questo clamore, di lui, «Spider Truman», non si hanno molte notizie. Insomma, un giallo.
Anche se, navigando sulla stessa piattaforma, si scopre che la storia del blogger «licenziato dopo 15 anni di precariato» somiglia molto alla vicenda di un altro precario, questa volta con un nome e cognome.
Si chiama Leonida Maria Tucci, ha 41 anni, due figlie e più di quattordici anni «da precario » al Senato.
Tucci ha lavorato prima all’ufficio stampa di Alleanza nazionale (a partire dal novembre 1994), quindi nel gruppo del Pdl (anche se per pochi mesi).
Ha smesso di prestare servizio a Palazzo Madama nell’aprile del 2008 e da lì è iniziata una vicenda processuale contro il partito.
L’ex precario chiede i danni per mobbing e il riconoscimento della differenza contributiva e retributiva.
La moglie di Leonida, Giulia Ruggeri, ha creato una pagina Facebook per denunciare la situazione del marito.
Ed è qui, da questa denuncia finita sulla Rete, che iniziano le somiglianze.
Che ci sia il marito dietro a «Spider Truman»? La diretta interessata smentisce.
«Me lo chiedono in molti – dice –, ma non siamo nè io, nè mio marito ».
La donna, però, aggiunge anche altro.
«Può darsi che l’autore sia una persona a noi vicina, magari un parente o un amico che ha preso a cuore la nostra situazione».
Di più: «Magari è un ex collega di Leonida che, nella stessa situazione, ha deciso di denunciare quello che succede ai precari di Camera e Senato».
Altri elementi, la moglie, non ne fornisce.
Anche se è la prima a notare che, in effetti, «tra la storia di “Spider Truman” e quella di mio marito ci sono troppe somiglianze ».
L’unica differenza, se proprio la si vuole trovare, è nel palazzo di riferimento.
Perchè Leonida ha prestato servizio al Senato. «Spider Truman» alla Camera dei deputati.
«Ma cambia poco», continua la signora.
«In entrambi i posti succedono le stesse cose, almeno a sentire quello che mi ha raccontato mio marito ».
Insomma, il mistero continua.
Ma in fondo al tunnel (del web) si vede una luce.
Leonard Berberi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile
NEGLI STATI UNITI IL SENATO LAVORA IL 54% IN PIU’ CHE IL NOSTRO PARLAMENTO E L’ASSENTEISMO E’ DIECI VOLTE PIU’ BASSO…OGNI AMERICANO SPENDE 5,10 EURO PER MANTENERLO, OGNI ITALIANO 27,4 EURO…I RIMBORSI ELETTORALI AI PARTITI IN NOVE ANNI SONO AUMENTATI IN ITALIA 27 VOLTE IN PIU’ DEL NORMALE STIPENDIO DI UN IMPIEGATO
No, non possono chiedere ai cittadini di fidarsi ancora. 
Se Gianfranco Fini si dice «certo», in una lettera a il Fatto quotidiano, che «entrambe le Camere faranno la loro parte» e che i tagli ai costi della politica saranno «votati in Aula prima della pausa estiva» non può pretendere che gli italiani gli credano sulla parola.
Sono stati già scottati troppe volte. Carta canta.
Le promesse, le rassicurazioni e gli impegni non bastano più.
Il presidente della Camera, nella sua prima intervista dopo l’insediamento, convenne che «il primo dei buoni esempi che devono dare i parlamentari è quello della presenza» perchè «il vero costo che produce la “casta” è quello della improduttività ».
E ammonì: «I parlamentari devono essere presenti e lavorare da lunedì a venerdì, non tre giorni a settimana».
Risultato? Prendiamo quest’anno: dal 1° gennaio a oggi, su 28 venerdì in calendario, quelli con sedute in Aula sono stati 2.
Non sarà certo colpa sua, ma è così.
Quanto a palazzo Madama, Renato Schifani si prese mesi fa lo sfizio, nel corso della seduta imposta per varare la riforma universitaria voluta dal governo, di bacchettare i soliti criticoni: «Oggi, 23 dicembre, antivigilia di Natale, siamo qui a lavorare».
Ciò detto, diede appuntamento a tutti al 12 gennaio 2011: 20 giorni dopo.
Da allora, l’Aula è stata convocata 68 giorni su 198 e mai (mai!) di venerdì.
Come del resto era successo in tutto il 2010: mai.
C’è il lavoro in commissione? Anche a Washington. Eppure lì, dice uno studio di Antonio Merlo della Pennsylvania University, il Senato lavora in media 180 giorni l’anno: il 54% in più.
Con un assenteismo 10 volte più basso.
Quanto ai costi, la Camera e il Senato Usa nel 2011 pesano insieme sulle pubbliche casse circa cento milioni meno dei nostri.
Ma in rapporto alla popolazione, ogni americano spende per il suo Parlamento 5,10 euro l’anno, ogni italiano 27,40: cinque volte e mezzo di più.
Diranno: ma poi lì ci sono i parlamenti statali.
Vero: ma in California c’è un parlamentare locale ogni 299mila abitanti, in Lombardia ogni 124mila. Nel Molise ogni 10.659.
Questo è il quadro.
C’è poi da stupirsi se una pagina di Facebook aperta domenica mattina da un anonimo ex dipendente della Camera deciso a vuotare il sacco sotto il titolo «I segreti della casta di Montecitorio», alle otto di sera aveva 135 mila «amici»?
L’impressione netta è che, mentre chiedono ai cittadini di mettersi «una mano sul cuore e una sul portafoglio», per usare un antico appello di Giuliano Amato riproposto da chi aveva seminato l’illusione di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, quelli che Giulio Einaudi chiamava «i Padreterni», non si rendano conto che il rifiuto di associarsi a questi sacrifici rischia di dar fuoco a una polveriera.
Come possono imporre «subito» i ticket sanitari fino a 45,5 euro a operai e impiegati rinviando a «domani» (quando?) l’inasprimento del costo a carico dei parlamentari dell’assistenza sanitaria integrativa?
Come possono imporre «subito» un taglio alla rivalutazione delle pensioni oltre i 1.400 euro rinviando a «domani» (quando?) quello dei vitalizi loro, che nel 2009 hanno pesato per 198 milioni di euro e pochi mesi fa sono stati salvati con voto plebiscitario dalla proposta che voleva trasformarli in pensioni «normali» soggette alle regole comuni?
Come possono imporre «subito» il raddoppio della tassa sul deposito titoli che colpirà i piccoli risparmiatori rinviando a «domani» (quando?) l’abolizione di quell’infame leggina che consente a chi regala denaro ai partiti di avere sconti fiscali 51 volte più alti di quelli concessi a chi dona soldi alla ricerca sulle leucemie infantili?
Nessuno contesta la necessità di provvedimenti anche duri.
È irritante subirli dopo aver sentito e risentito che «la crisi è già alle spalle» (Renato Brunetta, agosto 2008), che occorreva «finirla con i corvi del malaugurio» (Claudio Scajola, febbraio 2009) e che chi diffidava dell’ottimismo era un «catastrofista» che alimentava, come tuonò Silvio Berlusconi nel maggio di due anni fa, «una crisi che ha origini soprattutto psicologiche».
Ma è così: quando la casa brucia, va spento l’incendio.
Costi quel che costi.
Ma il golpe notturno che, con un paio di emendamenti pidiellini, ha stravolto all’ultimo istante la manovra di Tremonti che prevedeva l’adeguamento delle indennità dei parlamentari italiani a quelle dei colleghi europei, non è solo un insulto ai cittadini chiamati a farsi carico della crisi.
È una scelta che rischia di delegittimare la stessa manovra delegittimando insieme la classe dirigente che la propone al Paese.
Non è più una questione solo economica: è una questione che riguarda il decoro delle istituzioni. La rappresentanza. La democrazia stessa.
Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione sono certi di essere nel giusto e che quanto prima metteranno mano sul serio ai costi della politica?
Mettano da subito tutti i costi in piazza, su Internet.
Tutto pubblico: stipendi, prebende, assunzioni, distribuzione delle cariche, consulenze, curriculum dei prescelti, voli blu, passeggeri a bordo, tutto.
Barack Obama, pochi giorni fa, ha rivelato che i suoi più stretti collaboratori alla Casa Bianca prendono al massimo 172.200 dollari lordi: 118.500 euro.
Cioè 15 mila in meno di quanto poteva guadagnare quattro anni fa un barbiere del Senato.
Hanno o non hanno diritto, anche i cittadini italiani, a essere informati?
È stupefacente, oltre che offensivo, che in un momento di difficoltà qual è questo, una classe politica obbligata a farsi «capire» da un Paese scosso, impoverito, spaventato, non capisca la drammatica urgenza di una svolta.
Ed è sconcertante che ancora una volta, a chi chiede conto dell’arroccamento in difesa delle Province o dei rimborsi elettorali cresciuti fra il 1999 e 2008 addirittura 26 volte di più del parallelo aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici (per non dire di quelli privati…) risponda rinviando tutto a una riforma complessiva ormai entrata nel mito come l’«Isola che non c’è» di Peter Pan.
Una riforma che, in un futuro rosa pastello, vedrà finalmente ricomporsi in un magico e perfetto equilibrio la Camera e il Senato, il Quirinale e le città metropolitane, le province e le circoscrizioni e i bacini imbriferi montani.
Un mondo meraviglioso dove tutti vivremo finalmente felici e contenti.
Con Biancaneve, Pocahontas, Cip e Ciop.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile
TRA CAMERA E SENATO CI SONO TREDICI FORMAZIONI, OGNUNA CON PERSONALE PROPRIO E SPESE DI SEGRETERIA CHE INCIDONO PER IL 69,5% SUI COSTI DI FUNZIONAMENTO….MONTECITORIO SPENDE 35,3 MILIONI DI EURO L’ANNO
Casta, stipendi parlamentari e privilegi a non finire. 
Dopo la manovra che non taglia niente ai parlamentari ma impone pesanti sacrifici ai cittadini scatta una nuova ondata anti-casta con l’Italia intera che attraverso la rete invoca a gran voce una rivoluzione totale.
Ma attenzione perchè forse è meglio che nulla cambi, che tutto continui all’insegna della “l’immobilità parlamentare”.
Perchè ogni lite, ogni discussione o distinguo rischia solo di generare nuovi costi sulle spalle dei contribuenti.
Lo rivela Il Sole24Ore che ha messo sotto la lente il costo dei Gruppi parlamentari e delle singole formazioni che ne fanno parte.
Il conto è salatissimo.
I gruppi pesano sulle tasche degli italiani 35,7 milioni di euro e ogni volta che ne nasce uno nuovo arriva a costare da solo tre milioni di euro.
Ogni gruppo, infatti, ha un suo personale, sue spese di segreteria che incidono complessivamente per il 69,5% sui costi per il funzionamento.
Per ospitare un nuovo gruppo bisogna trovare nuovi uffici o adibire i vecchi a nuovi “ospiti”: sposta di qua, trova nuovi spazi di là , non è stupefacente il fatto che solo per l’affitto di uffici al centro di Roma Montecitorio spenda 35,3 milioni di euro all’anno. Alla fine dei conti la sola Camera spende ogni anno 57mila euro a deputato, aggiuntivi rispetto alle indennità e ai rimborsi vari.
La loro conflittualità , infatti, costa cara ai cittadini.
Resta una domanda di fondo: ma la legge elettorale non doveva mettere un freno alla proliferazione di partiti, sigle e partitini? Doveva, in teoria.
Alle ultime politiche, infatti, i gruppi a Montecitorio erano solo cinque ma neanche due anni dopo sono diventati tredici.
Con un costo aggiuntivo di 24 milioni di euro per i cittadini.
Il perchè è presto detto.
La legge elettorale ribattezzata “Porcellum” che porta la firma di Roberto Calderoli ha imposto sbarramenti al 4% dei voti a livello nazionale alla Camera e all’8% su base regionale al Senato.
La legge ha quindi bloccato la “mobilità in entrata”, lasciando sulla soglia del Parlamento le minoranze e con esse buona parte della rappresentanza del Paese (ad esempio tutta la sinistra e la destra radicale).
Ma non quella interna all’aula che si traduce in una proliferazione senza freni di nuove formazioni da parte degli eletti.
Deputati e senatori, una volta occupato il loro legittimo scranno su mandato degli elettori, decidono di sedere su un altro.
Così, complici i cambi di maggioranza, le scissioni si assiste al walzer dei gruppi e alla nascita di nuove sigle e siglette.
Ogni gruppo ha un suo personale, sue spese di segreteria che incidono complessivamente per il 69,5% sui costi per il funzionamento.
In pratica la Camera spende ogni anno 35,7 milioni di euro per il funzionamento dei gruppi: si tratta di 57mila euro a deputato, aggiuntivi rispetto alle indennità e ai rimborsi vari.
Ma questo pare interessare poco gli eletti, che non si lasciano imbrigliare dai costi e perseguono (ad ogni costo) i loro principi.
Infatti i casi di scissione e nuova formazione sotto altre spoglie sono numerosi e stanno a destra e manca.
Prima l’esodo di singoli nel Gruppo Misto, poi la diaspora dei finiani in Futuro e libertà e la nascita dei Responsabili, rispettivamente causa ed effetto del voto pro Berlusconi del 14 dicembre.
A questi però vanno aggiunti i sottogruppi del misto (all’interno ci sono, per esempio, i Repubblicani azionisti e Liberaldemocratici) che comprendono anche l’Api di Francesco Rutelli fuoriusciti dal Pd.
Se il quadro nazionale è questo bisogna poi verificare gli effetti a valle delle scissioni a monte.
Perchè se a Roma nasce un nuovo gruppo, facilmente questo si ritroverà a sedere su altre poltrone anche in regioni e province.
Con effetti “moltiplicatori” dei costi che spesso sono stupefacenti.
Sempre il quotidiano di Confindustria stigmatizza la situazione della Basilicata dove la popolazione conta circa 600mila abitanti (metà di quella milanese) e in consiglio regionale siedono in 30, divisi però in ben 11 gruppi.
Uno, in particolare, segna il massimo della coesione interna: Popolari Uniti, infatti, sono uniti davvero perchè il loro gruppo è composto da un solo consigliere che è ovviamente capogruppo e lo stesso accade a Io amo la Lucania, a Per la Basilicata, oltre a Sel, Idv, Psi, Api ed Mpa.
Così gli 11 capigruppo ai 6.529,49 euro al mese che compongono l’indennità e i rimborsi del consigliere senza stellette possono aggiungere 667 euro al mese per il grado di capogruppo.
Più generoso l’extra dei capigruppo nel Lazio (813 euro), e in Piemonte e Veneto (mille euro).
La riprova che a trainare le scissioni e i nuovi gruppi sia il vil denaro arriva dal Molise dove non sono ammessi per statuto extra per i capigruppo.
Qui il tempo si è fermato: la geografia dei gruppi è rimasta la stessa del 1994 con i gruppi di Forza Italia, Alleanza Nazionale, i Ds, la Margherita, lo Sdi e l’Udeur.
Nel consiglio regionale molisano ci sono ancora tutti, e convivono serenamente con le ultime novità in fatto di partiti (c’è il Fli, oltre all’Mpa) e con le sigle locali (Per il Molise, Progetto Molise e Molise Civile).
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
IL SETTIMANALE TEDESCO DEDICA LA COPERTINA AL NOSTRO PREMIER E AL “DECLINO DEL PAESE PIU’ BELLO DEL MONDO”…NEL LUNGO SERVIZIO “CIAO BELLA” SI SPAZIA DAL BUNGA BUNGA ALLA CRISI ECONOMICA
Silvio Berlusconi gondoliere tra due sirenette escort a seno nudo, con un piatto di spaghetti e una pistola al centro dell’Italia.
Questa la copertina del settimanale tedesco Der Spiegel. ‘Ciao bella!’ è il titolo, in italiano, dedicato al presidente del Consiglio e al “declino del paese più bello del mondo”.
Nel sommario si legge: “I mercati finanziari internazionali hanno perso la fiducia nell’Italia. Dopo 17 anni di Berlusconi, il Paese è pesantemente indebitato e maturo per un cambio di governo. Uno dei paesi fondatori dell’Unione europea appare paralizzato dall’incapacità del suo premier, che è occupato innanzitutto dai suoi affari personali”.
All’interno, lo speciale si intitola “Basta.” (in italiano), e copre 11 pagine del settimanale, incluso un grafico con le differenze in termini di pil pro capite e tassi di disoccupazione nelle varie zone d’Italia (il Sud e le isole al di sotto della media nazionale, il centro nord al di sopra).
Il piatto di spaghetti con revolver ai piedi del Berlusconi-gondoliere, che nel disegno del pittore americano Dan Adel è adagiato proprio sulla Campania, in realtà richiama la storica copertina dello Spiegel del 1977, accompagnata allora dal sottotitolo “Rapimenti, estorsioni, furti in strada. Il paese delle Vacanze, Italia”, che tanto scalpore fece nell’Italia di quegli anni.
Del servizio di questo numero si sono occupati tre giornalisti del settimanale di Amburgo: la neo-corrispondente da Roma, Fiona Ehlers, che ha girato il paese, assieme agli ex corrispondenti dalla Capitale, Alexander Smotczyck e Hans Juergen Schlamp.
Il lungo articolo comincia proprio con l’apertura del processo contro Silvio Berlusconi, il 16° contro il premier italiano dall’inizio degli Anni Novanta e “finora il più spettacolare”.
Il Cavaliere peccatore beccato con le mani nel sacco: non solo il tribunale milanese, l’intera l’Italia di nuovo deve occuparsi delle “buffonerie” del suo capo di governo e “in un momento in cui il paese va a fuoco, in cui è in gioco la sopravvivenza dell’economia italiana e da cui dipende anche il futuro del progetto europeo, se la terza economia dell’Eurozona viene governata con scrupolo e capacità “.
“Nel 150° anniversario la Repubblica italiana – scrive lo Spiegel – è profondamente spaccata a metà , la sua Costituzione denigrata e logorata dai suoi stessi organi”.
E ancora: “Il capo di governo all’estero viene deriso e coperto di disprezzo a causa del Bunga-Bunga, della duratura crisi di governo e dell’indebitamento. Parole pesanti, che solo i media stranieri sembrano in grado di pronunciare.
“Ciao Bella” (in italiano), un paese non più modello, ma sempre apprezzato, si allontana dalla prima fila: la crescita economica nel 2009 è crollata del 5%, nel 2010 è aumentata di pochissimo”.
Citando i rimproveri dell’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, il quale – secondo il celebre settimanale tedesco – si è rivolto a tutti coloro che vogliono dire “Basta” alle “orge nell’harem del presidente del Consiglio, alla crisi economica sempre più drammatica, alla cronica debolezza dell’opposizione, al disprezzo per i giudici”.
“Basta soprattutto con gli onnipresenti ghigni, il make up-cerone e i vistosi trapianti di capelli di colui che da 17 anni sta cercando di plasmare il paese a sua immagine. Basta (in italiano) Silvio Berlusconi”.
“Rimane sempre di meno dell’Italia degli Anni Settanta e Ottanta, che guardava all’Europa con speranza, simpatia e alle volte invidia – bacchetta lo Spiegel – Il paese è spaccato in ulteriori pezzi. In tv le donne continuano a essere ridotte a chiappe sculettanti, molti comuni orgogliosi del nord si sono trasformati in roccaforti della Lega nord. Il mito di Cinecittà è diventato l’impero del cattivo gusto, il conglomerato dei media di Berlusconi Mediaset”.
Il Belpaese lascia il posto al “Malpaese” (in italiano): “Non può essere la colpa di un unico uomo. Ma Berlusconi ha promosso tutto questo”.
Nel lungo servizio i tre corrispondenti passano dall’abolizione dell’Ici lanciata da Berlusconi per vincere le elezioni del 2008, che ha svuotato le casse dei comuni italiani, alla caduta del ministro Tremonti e allo scandalo del suo consigliere Marco Milanese.
La stagnazione, i tagli e via di seguito.
La politica economica di Berlusconi, scrive lo Spiegel, è un “mix di interventismo e laissez-faire”, “tutto è possibile, se nell’ultimo sondaggio si parla di una sua possibile debacle”.
“Questa non è politica, è democrazia dell’intrattenimento”, sentenzia il settimanale, che cita numerosi opinionisti e giornalisti di casa nostra, da Francesco Sisci a Giuliano Ferrara, da Flores d’Arcais al professore esperto di “autocrati” alla Columbia University Mark Lilla, nonchè Ruth Stirati, una romana che ha fatto la sua fortuna fondando un’agenzia per trovare casa agli italiani “in esilio” a Berlino”.
Dalle “papi girls” – tra Ruby Rubacuori incinta, Nicole Minetti e Lele Mora – alla criminalità organizzata e la Salerno-Reggio Calabria, l’articolo dà molto spazio anche alla Lega nord che regna nelle zone ricche dell’Italia settentrionale, dove in occasione del 150esimo anniversario della Repubblica italiana è “impossibile comprare un tricolore”…
“Diciassette anni Berlusconi ha dominato l’Italia.
Il Berlusconismo è stata un dolce veleno, prima piacere poi vizio.
“Ci vorranno molti anni – conclude il settimanale – prima di disabituare questo meraviglioso paese”.
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
UN MOSTRO CHE CI COSTA 646 EURO A TESTA L’ANNO… IN GRAN BRETAGNA I PARLAMENTARI DEVONO SPIEGARE ON LINE AI CITTADINI TUTTE LE LORO SPESE… ACCORPARE I COMUNI MINORI PORTEREBBE A FORTI RISPARMI
Più che una casta è una grande città , popolata da oltre un milione e 300mila abitanti. Tanti sono oggi gli italiani che vivono, direttamente o indirettamente, di politica: ministri, parlamentari, assessori, consulenti, membri delle municipalizzate.
Un esercito che costa circa 24 miliardi di euro l’anno.
Dove tagliare? Un esempio: se si accorpassero gli oltre 7.400 comuni al di sotto dei 15mila abitanti, si risparmierebbero 3,2 miliardi di euro l’anno.
E l’abolizione delle Province? Porterebbe nelle casse dello Stato altri 7 miliardi.
Facile a dirsi, meno a farsi.
Fa testo il caso di Ischia. Un’isola, sei Comuni: Barano, Casamicciola Terme, Forio, Ischia, Lacco Ameno e Serrara Fontana.
Poco meno di 63mila abitanti, sei sindaci, sei giunte, sei consigli comunali.
Ma guai a parlare di fondersi.
Al referendum del 6 giugno si è presentato neanche un elettore su tre.
Perchè in Italia a “campare di politica” sono in tanti.
Partiamo da chi è chiamato ogni anno ad approvare la legge finanziaria: i parlamentari.
Quanto guadagnano? Oltre 11mila euro al mese.
Più di tedeschi (7mila) e francesi (6.800), molto più degli spagnoli (2.921 euro).
Non solo. Il parlamentare italiano gode di una serie di rimborsi per trasferte in Italia e all’estero, taxi, bollette telefoniche, spese mediche.
“Sono tante le voci da sommare e il calcolo non è facile – conferma l’ex vicedirettore dell’Istituto Cattaneo, Gianfranco Baldini, che insegna “Partiti e gruppi di pressione nella Ue” all’Università di Bologna – altrove hanno optato per una maggiore trasparenza”.
Un caso per tutti: “In Gran Bretagna dopo lo scandalo dei rimborsi gonfiati, hanno messo tutto per iscritto sul sito della Camera dei comuni. Un parlamentare inglese guadagna 65mila sterline l’anno e oggi deve rendere conto on line delle spese effettivamente sostenute per il soggiorno a Londra e per le eventuali trasferte. Noi invece in Europa ci distinguiamo per il trattamento dei nostri europarlamentari: i più pagati e i più assenti, almeno fino alla scorsa legislatura. Ma gli sprechi non vengono solo dal parlamento, la vera giungla è il mondo delle municipalizzate”.
I parlamentari sono infatti la punta dell’iceberg.
Oggi, stando a una recente analisi Uil, sono oltre 1,3 milioni le persone che campano, in un modo o nell’altro, di politica.
A partire dai 145mila parlamentari, ministri e amministratori locali, di cui: 1.032 parlamentari nazionali ed europei, ministri e sottosegretari; 1.366 presidenti, assessori e consiglieri regionali; 4.258 presidenti, assessori e consiglieri provinciali; 138.619 sindaci, assessori e consiglieri comunali.
A questi vanno aggiunti gli oltre 12mila consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole città capoluogo); 24mila membri dei consigli d’amministrazione delle 7mila società , enti e consorzi a partecipazione pubblica; quasi 318mila persone che hanno un incarico o una consulenza presso una qualche amministrazione.
E ancora: la massa del personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto dei ministri, sottosegretari, presidenti di regione e provincia, sindaci, assessori; i direttori delle Asl; i componenti dei consigli di amministrazione degli Ater.
E le spese?
Ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a circa 18,3 miliardi di euro, a cui occorre aggiungere i costi derivanti da un “sovrabbondante sistema istituzionale”, quantificabili in circa 6,4 miliardi.
In totale fa 24,7 miliardi.
Una somma che equivale al 12,6% del gettito Irpef, pari a 646 euro medi annui per contribuente.
Qualche voce: per il funzionamento degli organi dello Stato centrale, secondo il bilancio preventivo dello Stato, quest’anno i costi saranno di oltre 3,2 miliardi di euro. Per le società pubbliche o partecipate nel 2010 si sono spesi 2,5 miliardi di euro.
E per le consulenze?
Il costo nel 2009 è stata di ben 3 miliardi di euro.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
PER LA GIUSTIZIA RIPRENDE QUOTA BRUNETTA, RESTA IL PROBLEMA DEL DECRETO RIFIUTI CHE LA LEGA NON VUOLE VOTARE…”IN ATTO IL TENTATIVO DI COMMISSARIARE IL MIO RUOLO”
“Confronto e condivisione”, è la rotta dalla quale non ci si potrà più allontanare e sulla quale il
capo dello Stato Napolitano tornerà a insistere nel faccia a faccia convocato per questa mattina con il presidente del Consiglio Berlusconi.
Il momento è dei più delicati, la manovra passa proprio in queste ore alla prova dei mercati, attraverso le forche caudine delle borse.
Una manovra che comunque il premier presenterà al Colle come un successo politico del suo governo al quale, ribadirà , “numeri alla mano, non c’è alternativa”.
Il Cavaliere fa riferimento ai “34 voti di scarto” incassati venerdì alla Camera, anche per allontanare implicitamente ogni ipotesi di governo tecnico sulla quale in tanti in queste ore sono tornati alla carica, dai leader dell’opposizione Casini, Bersani, Veltroni, all’economista Nouriel Roubini.
Il Colle tiene nella massima considerazione intanto la salvaguardia dei conti.
Dunque, la priorità è evitare ogni contraccolpo politico, ogni segnale di instabilità , polemiche, scontri istituzionali.
Il vertice matura nell’arco del pomeriggio, Berlusconi è in beato relax a Villa Certosa quando gli viene comunicato da Gianni Letta l’invito.
Niente processo Mills a Milano, che pure era in agenda per questa mattina, potenziale scenario di nuovi affondi contro la magistratura dopo la sentenza sul lodo Mondadori. La convocazione al Quirinale – racconta chi ha avuto modo di sentirlo – non è stata accolta nel modo migliore dal premier.
Proprio dalla ripresa di oggi dopo la parentesi dell’emergenza-manovra, si era riproposto di tornare “in partita”, superando quello che in privato ha bollato nè più nè meno che come un “commissariamento” nei suoi confronti.
Ma la presidenza della Repubblica non ha alcuna intenzione di travalicare i confini della moral suasion, nè di entrare nel dibattito politico, come ha sottolineato Napolitano.
L’invito sarà piuttosto quello di continuare a lavorare per quanto possibile sul filo della “coesione”, che ha funzionato nei giorni neri della scorsa settimana.
C’è da ragionare anche in vista dei leader dei paesi Euro per giovedì. E poi del decreto rifiuti sull’emergenza Napoli, che da oggi torna in discussione alla Camera e che ha visto la maggioranza spaccarsi e la Lega di traverso.
Anche su questo l’attenzione del capo dello Stato è massima.
Berlusconi sa bene che alla Vetrata non si parlerà solo di manovra e crisi finanziaria, che il presidente si attende una parola chiara sul successore di Angelino Alfano al ministero della Giustizia, dicastero tra i più delicati, per mille ragioni.
“Fino a poche ore fa il premier ci spiegava che è intenzionato a sponsorizzare a spada tratta la candidatura di Brunetta, ritiene Renato la scelta migliore per via Arenula” riferisce un uomo di governo.
Il Cavaliere pensa al ministro della Pubblica amministrazione – già protagonista di campagne che hanno fatto insorgere le toghe, come quella sui tornelli nei tribunali – quale ideale testa d’ariete per portare avanti le battaglie sperate su intercettazioni e riforma della giustizia.
Ma non sarà facile ottenere il disco verde dalla più alta carica dello Stato, al contempo presidente del Consiglio superiore della magistratura.
Congelata l’opzione Frattini, archiviate per diverse ragioni quelle di Lupi e Donato Bruno, nelle ultime ore si è tornato a parlare dell’outsider Anna Maria Bernini, che non dispiacerebbe a La Russa, oltre che di Enrico La Loggia, le cui chances però sarebbero calate.
Quel che è certo è che da domani Angelino Alfano dovrebbe – come chiede da giorni al premier – prendere in mano il partito, con tanto di vertice già convocato a Palazzo Grazioli coi coordinatori regionali. Il neosegretario dovrà affrontare il nodo spinoso del voto di mercoledì in aula sull’arresto di Alfonso Papa e sarà preferibile per lui evitare di farlo da Guardasigilli ancora in carica.
Il rientro a Roma stamattina del premier lasciava presagire un rinvio del vertice di stasera ad Arcore con Bossi.
Tanto più che, con il Senatur, Berlusconi era convinto di aver chiarito già al telefono, due giorni fa, la questione che più gli premeva: scongiurare il voto favorevole della Lega sull’arresto di Papa, pur caldeggiato dall’ala maroniana del partito.
Ma è bastata la retromarcia di ieri sera del leader del Carroccio, tornato a dirsi favorevole all’arresto, per convincere l’entourage del premier che forse oggi sarà il caso di rientrare a Milano e confermare il vertice con Umberto.
Ecco, il caso Papa, appunto.
Da Palazzo Chigi danno per scontato che nel faccia a faccia di oggi al Quirinale sarà chiesto quale sarà l’indirizzo del governo e della maggioranza sulle richieste di arresto di Papa e Milanese.
Berlusconi proverà a tenere il punto.
Come pure si attendono che il presidente Napolitano chieda conto di come il governo intenda affrontare la richiesta di rinvio a giudizio per mafia del ministro Saverio Romano.
Il Colle aveva messo perfino per iscritto tutte le sue riserve.
Adesso il nodo viene al pettine e su Romano incombono tre mozioni di sfiducia individuale.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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