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LA FORZA A SINISTRA PUO’ ARRIVARE AL 9% MA GLI ELETTORI “SICURI” SONO IN CALO

Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile

UN TERZO VUOLE ROMPERE CON IL PD… TRA I DEM L’80% GIUDICA LO SCONTRO “PERSONALISTICO”

A conclusione della settimana più difficile dei suoi quasi dieci anni di vita, il Partito democratico si appresta ad affrontare molte incognite, dalla forza della leadership di Renzi alla tenuta del governo Gentiloni.
Il vivace confronto che ha accompagnato l’assemblea di domenica scorsa, non sembra aver fatto chiarezza riguardo ai motivi che hanno determinato la scissione guidata da alcuni esponenti di primo piano della minoranza del partito.
Uno scontro «lontano
Due italiani su tre (64%) ritengono che si sia trattato di uno scontro personalistico, senza un vero e proprio progetto politico alternativo, mentre il 23% ritiene che la scissione sia la conseguenza di visioni politiche e di programmi differenti.
Tra gli elettori del Pd le opinioni sono ancora più nette: per quattro su cinque prevalgono le motivazioni personali su quelle programmatiche.
La pensano così tutti gli elettorati, con l’eccezione di coloro che intendono votare per il nuovo soggetto di sinistra che si dividono tra le due motivazioni.
D’altra parte si tratta di una reazione comprensibile dato che i temi che stanno a cuore agli elettori e le grandi questioni che attraversano il Paese sono risultati sullo sfondo nel dibattito di queste settimane, quando non del tutto assenti.
Non si è parlato di occupazione, crescita economica, protezione sociale, migranti, rapporto con l’Unione europea. Al centro della discussione c’erano questioni politiche interne al Pd, non sempre comprensibili per gli elettori.
La leadership
Secondo la maggioranza degli intervistati (58%) la leadership di Renzi esce indebolita da questa vicenda, sia perchè non ha saputo tenere unito il partito, sia perchè permangono posizioni distanti tra alcuni esponenti rimasti nel partito.
Al contrario il 14% ritiene che Renzi si sia rafforzato perchè potrà  contare su un partito più coeso e il 28% sospende il giudizio.
Anche tra gli elettori del Pd è largamente diffusa la convinzione che Renzi si sia indebolito (53%) mentre uno su tre è di parere opposto.
La nuova forza per il 43% dovrebbe rompere definitivamente con il Pd anche a costo di far cadere il governo Gentiloni.
Più che una previsione sembrerebbe un auspicio, dato che è fortemente presente tra gli elettori dell’opposizione, in particolare M5S (61%) e Forza Italia (54%).
Tra gli elettori del partito di sinistra il 34% è favorevole a una rottura, mentre il dato scende al 20% tra chi vota i dem. Il 27% degli italiani ritiene invece che la neonata forza di sinistra dovrebbe allearsi comunque con il Pd e sostenere l’attuale governo: ne sono convinti soprattutto gli elettori pd (67%).
Il peso della sinistra
Quanto al peso della nuova forza in uscita dal Pd, l’elettorato acquisito (coloro che dichiarano di volerla votare con certezza) è in leggera flessione rispetto alla scorsa settimana: si attesta al 3%, corrispondente al 4,8% dei voti validi.
Cresce invece la quota dell’elettorato potenziale (orientati a votarla ma al momento indecisi) che raggiunge il 3% (4,5% sui validi).
Nel complesso, quindi, un bacino elettorale pari al 6,3%, con un peso del 9,3% sui voti validi, se tutti i potenziali indecisi si trasformassero in voti.
Ma si tratta di un esercizio teorico, dato che non sono ancora note le proposte politiche, le alleanze e la leadership.
È interessante osservare che poco più di un terzo del bacino potenziale proviene dal Pd, un po’ meno di un terzo dall’astensione e il resto dalle liste di sinistra e dal Movimento 5 Stelle. Tra i segmenti sociali una maggiore attenzione si registra tra i ceti medi impiegatizi, gli insegnanti e i pensionati ma anche tra le persone meno scolarizzate, tra i residenti nei piccoli e medi centri e, com’era lecito attendersi, nell’area del Centro nord (le regioni «rosse»).
Si tratta di un profilo composito nel quale si ritrovano i tratti di un elettorato nostalgico di un partito di sinistra, senza dubbio a disagio con la svolta impressa dalla segreteria di Renzi in termini di priorità , di proposte politiche e di stile di leadership. Si tratta di stime e di analisi che andranno verificate nelle prossime settimane, quando presumibilmente il nuovo soggetto assumerà  una fisionomia più definita e si passerà  dalle schermaglie dialettiche alle proposte concrete.

Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)

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PD, CHI VA E CHI RESTA

Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile

L’ANALISI REGIONE PER REGIONE

Situazione di fluidità  nel Pd in versione “local”, dove l’attendismo e il dubbio regnano sovrani, anche se la scissione nazionale non sembra determinare, almeno al momento, grandi scossoni nei governi delle Regioni e dei Comuni.
Se però la fuoriuscita di bersaniani e dalemiani dal partito non sembra avere grandi conseguenze, più frastagliata sembra la situazione nei democratici dopo gli annunci delle candidature anti-Renzi.
E questo appare più marcato nelle regioni meridionali, soprattutto in Puglia, lacerata tra gli aspiranti segretari, e in Abruzzo.
Analizzando le situazioni regionali da nord a sud, in Valle d’Aosta non sono previste fuoriuscite tra i dirigenti dem; il Pd resta quindi in maggioranza sia in Regione che nel Comune di Aosta.
Pochissime defezioni in Piemonte, dove la maggioranza di Sergio Chiamparino in Regione non corre pericoli: al momento lascerebbero il partito solo quattro esponenti, nessuno dei quali è consigliere regionale.
Abbastanza nutrito è il drappello di coloro che sostengono la candidatura a segretario di Andrea Orlando, tra cui parlamentari come Anna Rossomando, Umberto D’Ottavio, Antonio Boccuzzi e alcuni consiglieri regionali.
Tiene il Pd in Lombardia, dove esprime tutti gli 11 sindaci di capoluogo, nessuno dei quali sulla via della scissione; solo il consigliere regionale Massimo D’Avolio, bersaniano, dovrebbe uscire dal gruppo, nessun abbandono da parte di dirigenti o esponenti di rilievo in Liguria.
Qualche ripercussione ci sarà  invece in Veneto: tra i nomi di spicco viene dato per scontato l’addio dell’europarlamentare Flavio Zanonato – ex ministro, area bersaniana – così come è probabile lasci Davide Zoggia, stessa area, oggi in linea con la minoranza.
Di area renziana sono il segretario uscente Roger De Menech, la senatrice Laura Puppato, il sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta.
Clima di attesa in Friuli, dove il gruppo bersaniano dei parlamentari si mostra diviso sulle scelte da compiere. I vertici locali del partito rimarranno invece tutti al loro posto, così come il capogruppo alla Camera Ettore Rosato e la presidente della Regione, Debora Serracchiani.
Poche ma pesanti le uscite in Emilia Romagna.
Insieme all’ex segretario Bersani, quasi certamente uscirà  Vasco Errani: l’annuncio è atteso per domani.
Tra i parlamentari fuori Maria Cecilia Guerra e Maurizio Migliavacca. Tra gli incerti il più giovane deputato della storia repubblicana, Enzo Lattuca.
Già  fuori, invece, la consigliera regionale Silvia Prodi, nipote dell’ex premier.
Le defezioni non mettono comunque a rischio gli equilibri politici sui territori e in regione.
Nessun grande cambiamento in Toscana dopo l’uscita dal partito del governatore Enrico Rossi: in giunta anche gli assessori considerati più vicini al presidente hanno reso noto di voler restare nel Pd, e così anche in Consiglio regionale.
Nel Lazio, nessun annuncio di abbandono mentre all’interno del partito il governatore Zingaretti sostiene la candidatura di Orlando, seguito da un drappello di 8 consiglieri sui 22 dem.
La maggior parte dei parlamentari romani appoggia Renzi.
Nessuno scossone nel quadro politico-amministrativo delle Marche, mentre in Umbria ci sarebbe un solo consigliere regionale intenzionato a seguire Roberto Speranza.
In Abruzzo il partito è diviso tra renziani (come il governatore D’Alfonso o la senatrice Pezzopane), sostenitori di Orlando (come il sindaco dell’Aquila Cialente) e di Emiliano; qualche big va con D’Alema o con Orfini. Potrebbe uscire dal Pd il deputato del Molise Danilo Leva.
Situazione fluida in Puglia, dove comunque al momento nessun parlamentare sembra intenzionato a seguire la strada della scissione.
Nella maggioranza che sostiene Emiliano in consiglio regionale ci sarebbero due pronti a confluire nel nuovo gruppo bersaniano-dalemiano.
Molto confuso il quadro in Campania: gli unici che sembrano pronti a lasciare sono quelli di stretta osservanza dalemiana come l’europarlamentare Massimo Paolucci e la parlamentare Luisa Bossa.
In Basilicata, due big sono in uscita: Roberto Speranza e Filippo Bubbico, altri scioglieranno la riserva nei prossimi giorni.
Nessuno scossone in Calabria.
L’attendismo regna anche in Sicilia, dove se si esclude il parlamentare Pippo Zappulla, bersaniano, che lascerà  di sicuro gli altri devono decidere. Infine, la Sardegna, alle prese con una stagione congressuale già  avviata: nessuno si è ancora schierato con gli scissionisti, ma sono più di uno a interrogarsi.

(da “La Stampa”)

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PRIMARIE PD IL 30 APRILE, RENZI CEDE ALL’ASSE FRANCESCHINI-FASSINO

Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile

L’AVVERSARIO PIU’ TEMUTO E’ ORLANDO

Le primarie per l’elezione del segretario del Pd si terranno il 30 aprile. Una data, un nuovo patto tra Matteo Renzi e i suoi principali sponsor nel Partito Democratico: Dario Franceschini e Piero Fassino.
Il segretario uscente ha perso la partita sui tempi e si prepara al congresso senza lo schema di gioco che ha avuto finora: quello del controllo totale del partito.
Voleva tenere le primarie il 9 aprile, per non dare tempo agli avversari di organizzarsi: al pugliese Michele Emiliano, la torinese Carlotta Salerno, il ligure Andrea Orlando, di fatto il più temuto da Renzi.
Ma ha dovuto cedere alla pressione di Fassino e di Franceschini di tenere l’assise un po’ più in là , il 23 aprile: per mettere in sicurezza la legislatura, chiudere definitivamente la finestra elettorale per il voto a giugno.
La protesta di Emiliano e poi di Orlando ha spinto la data al 30 aprile, definitiva, approvata all’unanimità  nella riunione fiume della commissione congresso, discussioni infinite e litigi. “Ora si può dire che il 30 aprile chiude definitivamente il dibattito sul voto a giugno…”, sigla Fassino nella direzione che ratifica le scelte della commissione.
Sergio Mattarella da Shangai benedice lanciando un nuovo appello alla stabilità  rivolto anche all’Italia: “E’ di stabilità  che le relazioni internazionali, e non soltanto a livello bilaterale, hanno maggiore bisogno”.
Il 7 maggio sarà  un’assemblea nazionale a proclamare il segretario votato dalle primarie, come da regolamento. Il 9 aprile si terrà  la convenzione programmatica che ratificherà  il voto dei circoli ed escluderà  dalle primarie il candidato che non ha raggiunto il 15 per cento dei voti.
Entro il 6 marzo vanno presentate le candidature ufficiali, entro il 10 aprile vanno presentate liste a sostegno di ogni candidato.
“Dario e Piero hanno vinto. Cos’altro vogliono?”, nota una fonte renziana per esorcizzare l’ipotesi che Franceschini e Fassino possano avanzare ulteriori richieste a Renzi, magari fino al punto di minacciare di spostarsi su Orlando.
“Possono anche presentare la loro lista per l’elezione dei delegati in assemblea”, sottolinea la stessa fonte facendo notare che si va a primarie con lo stesso regolamento del 2013.
E cioè ogni candidato può essere sostenuto da una o più liste. Insomma, Dario e Piero ‘non hanno più nulla a pretendere’, questo il senso di un ragionamento che tende a legare a triplo filo i due esponenti di Areadem a Renzi.
Perchè quest’ansia?
I sondaggi del Nazareno danno Renzi in netto vantaggio su Orlando ed Emiliano, i principali avversari.
Eppure da quando il Guardasigilli è sceso in campo, l’ex premier tende a misurarsi con lui, in qualche modo ne teme la forza nel partito. Perchè Orlando è un ex Ds, ‘figlio’ ed erede di quella storia, uno che riesce a interrogare gli ex Pci che finora hanno appoggiato Renzi, da Anna Finocchiaro a Marco Minniti, uno che va a solleticare lo stesso patto fondatore del Partito Democratico e che stuzzica la voglia che c’è nel Pd di contare di più rispetto al segretario.
“Non farei il segretario-premier”, butta lì Orlando. E in più ecumenico: “Può piacere alla comunità  gay e pure ai cattolici”, ammette un renziano.
E c’è chi nota anche che Orlando è riuscito in poco tempo a prendere il controllo dei Giovani Turchi del Senato, sfilandone ben 15 (su 17) a Matteo Orfini, rimasto alleato di Renzi.
Insomma, pur sentendosi in vantaggio, Renzi è costretto a misurarsi con uno schema di gioco che non gli assegna il dominio assoluto del partito.
Lo dimostra la mediazione subìta sulla data delle primarie. Ora il segretario non vorrebbe mediare oltre. Ma certo, se alle primarie sarà  eletto con meno del 50 per cento dei voti, saranno i delegati dell’assemblea nazionale ad eleggere il segretario e a quel punto è tutto da vedere: tutto aperto, troppo presto per qualsiasi palla di vetro della politica.
Ma queste sono le riflessioni della vigilia, mentre Renzi si prepara a tornare dalla California già  nel weekend per immergersi in una serie di appuntamenti a Milano.
Da premier, ogni anno non ha mai mancato la settimana della moda, quest’anno ci arriva alla fine.
In ogni caso, la sua campagna elettorale inizia dal capoluogo lombardo: domenica sera in studio da Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ su Raitre e poi iniziative nella Milano del sindaco Beppe Sala e dell’ex sindaco Giuliano Pisapia per tutta la giornata di lunedì.
Dal 10 al 12 marzo appuntamento invece al Lingotto a Torino, per il lancio ufficiale della campagna: lì saranno chiare anche le parole d’ordine.
Si parte, dunque. Orlando a caccia di nuovi sostenitori: “Darò delle sorprese: alla mia candidatura stanno aderendo personalità  che provengono da altre storie”.
Emiliano che punta a pescare fuori dal Pd. Un po’ come Renzi che sa di contare su alleati poco entusiasti di lui e spera nelle primarie aperte, pur interrogandosi sull’appoggio esterno degli scissionisti che potrebbe andare a favorire Orlando.
“Con lui si potrebbe riaprire il dialogo”, dice persino Massimo D’Alema.
Orlando chiarisce il suo pensiero sui ruoli: “è sempre più difficile che il segretario del partito di maggioranza relativa sia anche il presidente del Consiglio. Personalmente, per i limiti che mi riconosco, non sarei in grado di fare le due cose contemporaneamente”-
Certezze non ce ne sono per nessuno. E c’è anche chi come il costituzionalista Stefano Ceccanti mette in dubbio che la finestra elettorale di giugno sia chiusa.
“E’ un’illusione ottica ritenere che avendo il Pd fissato le primarie il 30 aprile ciò escluda di per sè elezioni, così come esse non vi sarebbero state automaticamente se si fosse scelto il 9 aprile. Sono le logiche istituzionali che trascinano quelle dei partiti, non viceversa”, dice Ceccanti.
Anche perchè: “Il Governo Gentiloni nel momento in cui si costituiranno i gruppi scissionisti, e che si noterà  che al Senato quel gruppo sarà  decisivo per la maggioranza, avrà  almeno in parte cambiato natura. Da Governo basato su una maggioranza diventerà  Governo di minoranza”.
Cosa che potrebbe mettere a rischio l’approvazione della legge di stabilità  in autunno: “Qualora non vi fosse prima uno scioglimento anticipato, il Governo aprirebbe la sessione di bilancio in autunno niente affatto sicuro di portare a casa il risultato…”.
L’unica certezza è che al massimo entro il 7 maggio il Pd avrà  eletto il segretario.

(da “Huffingtonpost”)

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SCISSIONISTI A QUOTA 50, DOMANI L’ANNUNCIO DEI GRUPPI

Febbraio 23rd, 2017 Riccardo Fucile

IN ARRIVO I SONDAGGI SUL NOME… CECILIA GUERRA CAPOGRUPPO AL SENATO

La frenesia del numero. Al momento pallottoliere in mano a Roberto Speranza segna “quota 50”, tra deputati e senatori.
Così suddivisi: trentasette a Montecitorio, tredici a Palazzo Madama.
In Transatlantico non si vedono scissionisti. Riunioni a oltranza, perchè il D-day dell’annuncio è domani, quando con le firme nero su bianco, Roberto Speranza si presenterà  in conferenza stampa. E annuncerà  il nome dei nuovi gruppi.
Entro stasera dovrebbero arrivare i risultati dei sondaggi fatti su una serie di ipotesi. “Democratici e progressisti”, al netto delle rivelazioni degli sherpa, ha avuto scarso successo nei brain storming, perchè sa di vecchio e poi la sigla sarebbe Dp, che evoca democrazia proletaria: “Ragazzi — ha detto Scotto in una riunione — anche per motivi scaramantici, eviterei”. “Democratici e socialisti”, (sigla Ds) “Socialisti e democratici”, alcune ipotesi dei bersaniani che si muovono su uno schema tradizionale.
Massimo D’Alema ha suggerito “Uguaglianza e libertà ”, per poi chiamare il nascituro soggetto “Movimento per l’uguaglianza e la libertà ”, per non dare l’idea di un ennesimo partitino in tempo di antipolitica.
Arturo Scotto, ex Sinistra Italiana, ha buttato lì una carta ad effetto: “E se chiamassimo questa cosa con un nome secco tipo ‘Dignità ‘ o tipo ‘Rispetto’, che dite? Senza mettere nè la parola democratico, nè socialista”. Una bestemmia.
Appena arriveranno i sondaggi l’ultima scelta. Nel frattempo è arrivata una rilevazione di Piepoli.
Dà  il 7 per cento, con un diciotto potenziale. L’esperto di numeri Nico Stumpo ha avuto la stessa reazione di ieri sera al secondo goal della Juve col Porto: “Significa che il 10 è possibile. Per essere all’inizio è buono”.
Frenesia, perchè occorre mettere un punto fisso. Al Senato la partita è chiusa.
In tredici aderiranno, tutti bersaniani di stretta osservanza. Pare anche trovata la quadra sul capogruppo, anzi sulla capogruppo che sarà  Cecilia Guerra, economista, grande cultura di governo, già  sottosegretario e viceministro nei governi Monti e Letta.
Alla Camera il processo è più complicato. 17 sono i parlamentari che seguiranno Arturo Scotto e Alfredo D’Attorre.
I bersaniani, al momento, sono venti. Dopo Errani anche un altro uomo di governo, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico, ha annunciato che lascerà  il Pd.
Tra i parlamentari semplici, non c’è Andrea Giorgis, che ha spiegato in più di un colloquio, riferiscono i big della Ditta, la sua intenzione di tornare all’Università : “Ci sto pensando se lasciare o no il Pd” dice all’HuffPost. Tormentato anche il giovane Lattuca.
Parlamentare più, parlamentare meno, è il nucleo dei bersaniani rimasti. Che non si allarga e paga qualche travaglio singolo: “Chiudiamo a 20 -21, è quello che ci aspettavamo” sussurrano dalla sala riunioni.
In parecchi hanno chiesto a Roberto Speranza di fare il capogruppo, perchè la questione è delicata. Si tratta di amalgamare gli ex Pd che si immolerebbero sulla stabilità  di governo e gli ex Sinistra Italiana, che finora non hanno votato la fiducia: “È un processo graduale — ha spiegato Arturo Scotto — in cui è prevedibile che in una prima fase non tutto il gruppo si comporti sulla fiducia allo stesso modo”.
Altri però hanno chiesto a Roberto di non ingabbiarsi in Parlamento: “C’è da costruire il partito in giro per l’Italia, non puoi stare alla Camera”.
Il lìder maximo, Massimo D’Alema, ha suggerito di dare il senso della novità  a partire dalla scelta dei capigruppo e di non dare rappresentanza solo alla Ditta.
Il suggerimento porta a Francesco Laforgia, parlamentare milanese che si è sganciato dall’area Cuperlo .

(da “Huffingtonpost”)

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PIANO ELECTION DAY, POLITICHE E COMUNALI L’11 GIUGNO CON LO SPETTRO DI PRIMARIE “NULLE”

Febbraio 23rd, 2017 Riccardo Fucile

RENZI TEME LO STALLO: SE NESSUN CANDIDATO RAGGIUNGE IL 50% IL LEADER SARA’ ELETTO IN ASSEMBLEA CON IL RISCHIO DI UN ASSE ANTI-MATTEO

La data delle primarie il 9 aprile serve a cogliere due obiettivi. Risolvere in fretta il congresso “perchè la discussione è cominciata già  da tre mesi e il Pd ha bisogno di una guida legittimata al più presto”, ha detto Matteo Renzi prima di partire per la California. Ma soprattutto permette di coltivare ancora il sogno delle elezioni anticipate a giugno.
Per l’esattezza l’11 giugno, con un election day che comprende anche le amministrative. Un sogno o meglio una suggestione. “Una provocazione” la definisce un renziano. Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, Renzi vuole sempre “sognare”.
Per questo ieri, durante la riunione della commissione per il congresso, è rispuntata l’ipotesi del 9 aprile mentre è finita nell’ombra la data del 7 maggio, gradita da Michele Emiliano e Andrea Orlando, l’altro sfidante certo.
Ma il 9 ha il pregio di tenere aperta la finestra elettorale di giugno. Più come messaggio all’intero sistema politico che come obiettivo davvero raggiungibile. Messaggio rivolto a tutti.
Al governo di Paolo Gentiloni che proprio ad aprile è chiamato a varare una manovra correttiva sulla quale Renzi ha molti dubbi. E al Quirinale, che non gradisce il voto anticipato e semmai aspetta una correzione della legge elettorale.
Ecco il punto: prima si elegge il segretario dem e prima gli altri attori della scena faranno i conti con lui.
Renzi ha studiato il calendario.
Per votare l’11 giugno, le Camere andrebbero sciolte intorno al 18 aprile, ovvero il giorno dopo la Pasquetta. Possibile? È un salto carpiato triplo avvitato.
Il nuovo segretario del Pd infatti entrerebbe in carica non il 9, ma il 13 o il 14 quando si celebrerà  l’assemblea nazionale del Pd chiamata a ratificare l’esito dei gazebo.
In soli cinque giorni, con il week end di Pasqua in mezzo, Paolo Gentiloni dovrebbe dimettersi e Sergio Mattarella firmare il decreto di scioglimento.
Ci vorrebbero, dunque, numeri funambolici. Ma l’accelerazione c’è e ha una spiegazione di fondo. A Renzi importa poco che sia proprio lo scenario evocato dalla minoranza per motivare la scissione, ovvero che dietro lo scontro sulle date il vero traguardo sia chiudere l’esperienza dell’esecutivo Gentiloni prima del 2018.
Gia domani o sabato la direzione varerà  il regolamento congressuale. La commissione lavora a rotta di collo sulla base delle vecchie regole.
Il reggente Matteo Orfini fa sapere che anche la parte preliminare, le cosiddette convenzioni, potrebbero subire uno sprint. Se i candidati sono soltanto tre, non serve eliminare, attraverso il pronunciamento degli iscritti, altri sfidanti per le primarie aperte. La corsa si può fare.
E quando il Pd avrà  un segretario legittimato dal voto di milioni (ipotetici) di italiani, sarà  difficile per il sistema fare finta di niente. O sfruttare l’attuale debolezza di un leader sconfitto al referendum, dimessosi da Palazzo Chigi e dal suo partito.
L’altra soluzione preferita da Renzi, il 23 aprile, toglie di mezzo il voto a giugno, ma risponde alla necessità  di avere presto il leader del Pd. E di tornare a dare le carte. Sempre che l’ex premier vinca, ovviamente.
La candidatura di Orlando viene vissuta molto male dal cerchio ristrettissimo dei renziani in collegamento con la California. Esorcizzata con un pronostico infausto per il ministro della Giustizia: “Arriverà  terzo. Gli conviene?” E condita con un avvertimento non troppo sibillino: “Se arriva terzo, lo sa che i posti in lista per le elezioni sono riservati solo ai primi due?”.
Questa è l’accoglienza per il Guardasigilli sui telefonini connessi con gli States. Ma i più attenti tra i renziani fanno anche altre osservazioni. “A meno che la candidatura di Orlando abbia un altro obiettivo finale: fare in modo che nessun candidato prenda il 50 per cento alle primarie”. In quel caso, che non è assolutamente da escludere, a scegliere il leader non saranno più i cittadini, ma i delegati nell’assemblea nazionale eletti con le liste collegate agli sfidanti. Alleanze e maggioranze verrebbero scombussolate.
E un accordo tra Emiliano e Orlando butterebbe fuori Renzi da Largo del Nazareno. Con tutti i sogni delle elezioni a giugno e non solo.

(da “La Repubblica”)

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LA SCISSIONE PD SI RESTRINGE E NON HA I NUMERI NECESSARI ALLA CAMERA

Febbraio 23rd, 2017 Riccardo Fucile

IL NUOVO PARTITO DI SINISTRA ANCORA SENZA NOME… AMBISCE AL PATRIMONIO DELL’EX PCI, MA POTREBBE ANDARE TUTTO STORTO

La scissione PD si restringe. Dopo aver perso per strada Michele Emiliano, sono soltanto 19 i deputati che hanno intenzione di seguire Pierluigi Bersani, Enrico Rossi e Roberto Speranza nell’addio al PD che è stato mille volte annunciato e non ancora effettuato.
Insieme ai 17 di SEL il nuovo gruppo dovrebbe arrivare a contare trentasei diconsi trentasei deputati, mentre per i capigruppi i nomi più gettonati sono quelli di Guglielmo Epifani e Roberta Agostini.
Anche al Senato il piatto piange, come spiega Dino Martirano oggi sul Corriere della Sera: 14 bersaniani doc abituati a fare squadra (Fornaro, Gotor, Corsini, Guerra, Dirindin, Gatti, Pegorer, Lo Moro, Migliavacca,Ricchiuti, Sonego, Casson) con la possibilità  concreta di portarsi dietro Mucchetti e Micheloni.
Ma hanno detto no pezzi pregiati della sinistra storica: Walter Tocci, Mario Tronti e Luigi Manconi.
Una situazione imbarazzante per lo sfacelo annunciato nelle settimane precedenti che, alla prova dei numeri, non regge.
O per lo meno dimostra che sarà  più furbo per ora rimanere nel PD, come ha calcolato Emiliano, per riuscire a rimediare più ricandidature invece che andare all’avventura con Bersani.
E i soldi? Spiega ancora il Corriere:
Anche a Montecitorio la squadra sembra compatta (oltre a Bersani e Speranza, ci sono Zumpo, Zoggia, Leva, Capodicasa, Zappulla, Agostini, Epifani, Albini, Cimbri, Murer, Bossa, Fontanelli Fossati e altri) ma alla fine sono rimasti intribuna Andrea Giorgis ed Enzo Lattuca.
Alla Camera, il mancato raggiungimento di quota 40 sbarra la strada alla costituzione di due gruppi federati (ex Pd, ex Sel) che avrebbero potuto anche dividersi sull’appoggio a Gentiloni.
Sulla tempistica, poi, risulta che Bersani si sia lamentato mentre le discussioni si dilungavano anche per stabilire se spetta agli ex di Sel il capogruppo della Camera mentre al Senato è in pole position Doris Lo Moro.
In ogni caso tutti i parlamentari verseranno 1500 euro al mese al «Movimento» che si finanzierà  principalmente con i rimborsi stimati per i nuovi gruppi: 1,9 milioni alla Camera, 900 mila euro al Senato.
Poi c’è un altro tema molto sensibile, ovvero il patrimonio dell’ex Pci (oltre duemila immobili e svariate opere d’arte) che non è transitato in casa del Pd e ora, diviso tra una sessantina di fondazioni, resterebbe sotto il controllo del senatore Ugo Sposetti (ex Tesoriere della Ditta) che assieme a Piero Fassino e a tanti ex comunisti resta nel Pd a sostenere Andrea Orlando.
Ma Massimo D’Alema è convinto che qualcosa si muova: «Le fondazioni sono di proprietà  di quelle compagne e di quei compagni che hanno costruito case del popolo e sezioni, non appartengono a Sposetti. Sarebbe un immobiliarista potentissimo, ma è una scemenza».

(da “NextQuotidiano“)

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“RENZI ANAFFETTIVO NAPOLEONICO”: EMILIANO CONTRO TUTTI

Febbraio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

“AGLI SCISSIONISTI MANCA TUTTO: TESI, STRUTTURE, ORGANIZZAZIONE”

“Rimango nel Pd perchè Renzi era felice che me andassi. Alle primarie posso batterlo anche con i voti degli scissionisti. E riunificherò il partito. D’Alema? L’Italia ha bisogno di una sinistra forte, non di una presenza di testimonianza. Renzi? È anaffettivo. Ma agli scissionisti manca tutto: struttura, tesi e persino il nome”.
Così Michele Emiliano in un’intervista al Corriere della Sera in cui spiega la sua scelta di restare nel Partito Democratico.
“D’Alema non mi ha mai chiesto di lasciare il Pd. Spero che restino tutti: Rossi, Speranza, pure Bersani e D’Alema”, dice il governatore pugliese.
I sondaggi danno agli scissionisti il 10%? “Mi pare un po’ tanto… Non mi sembrano pronti. Mancano tesi, strutture, organizzazione. Financo un nome”.
Ma non è per questo che ha deciso di restare. “Rimango perchè ho visto che Renzi era felice che me ne andassi. Allora mi sono detto che stavo sbagliando tutto. Il campo di battaglia è il Pd”.
Poi, sempre su Renzi:
“Quando mi sono avvicinato a Bersani e agli altri non ho mai parlato di scissione, ma di opposizione a Renzi. Sono loro che mi hanno spiegato che con Renzi non potevano più convivere”.
Perchè? “Perchè alza la voce, urla. Li maltratta. Al che mi sono detto: sei un vecchio magistrato di frontiera, ne hai viste di ogni, non ti lascerai certo intimidire. Ma devo riconoscere che avevano ragione loro: Renzi non solo aggredisce, è pure anaffettivo. Napoleonico. La differenza con lui è quasi antropologica”
Nell’intervista il governatore spiega anche il perchè del soprannome di Renzi, “Il Bomba”:
Lo chiamano così — spiega — “non perchè dica bugie; perchè le spara grosse, con superficialità . Ha annunciato che avrebbe versato più di un miliardo di euro della famiglia Riva agli ospedali pugliesi; ma quella cifra non era acquisita, e infatti il giudice non ha omologato il patteggiamento. Come quando ha detto che avrebbe lasciato la politica in caso di sconfitta: una sciocchezza. Avrebbe fatto meglio a restare a Palazzo Chigi”.
La scissione — afferma il governatore — era considerata una “soluzione estrema”.
“Io non ho promesso nulla. Mi sono preso 48 ore per riflettere. Poi con Speranza e Rossi ho parlato chiaro: lasciare il Pd nelle mani di Renzi come un regalo sarebbe un errore storico; se vogliamo cambiare il Paese dobbiamo avere un partito di una certa dimensione, capace di fare massa critica”.
Per Emiliano, una Lega Sud, magari con De Magistris, sì che “sarebbe un partito con un grosso potenziale: al Sud la gente quando vede le bandiere del Pd prende la croce come davanti ai vampiri. Sono esasperati, perchè sentono di non contare nulla: non solo i disoccupati, anche gli imprenditori. Basta un embargo politico per gettarli sul lastrico”.
Infine, un passaggio su Grillo e i Cinque Stelle: “Non sono pronti a governare, e Roma lo dimostra”.

(da “Huffingtonpost”)

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ORFINI AVVISA IL GOVERNO: “FIDUCIA SU IUS SOLI E STOP PRIVATIZZAZIONI”

Febbraio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

E TRA LE PRIORITA’ UNA LEGGE PER CORREGGERE I VOUCHER

“Ora ci sono priorità  che il governo deve portare avanti”, afferma il reggente del Pd, Matteo Orfini, che fissa un’agenda per i prossimi mesi in un’intervista a La Stampa: stop alle privatizzazioni, legge per “correggere” i voucher, ius soli, da approvare anche con la fiducia, e poi, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle banche.
“Mentre parte il congresso, non possiamo immaginare che il Pd si occupi unicamente di partito lasciando solo il governo”, dice, “si deve spendere in prima persona su alcune cose che dobbiamo fare”.
Se la scissione sarà  confermata, il governo sarà  più debole?
“Registro un fatto oggettivo – risponde -: si pensa di uscire dal Pd per fare un’altra cosa con pezzi di sinistra che oggi sono all’opposizione del governo. Chi attende fuori dal Pd chiederà , come ha già  fatto Nicola Fratoianni neo segretario di Si, che il discrimine sia il governo Gentiloni. Mi pare ovvio che una scissione rischierebbe di produrre un sostegno al governo più fragile”.
Intanto, Orfini si dice soddisfatto della scelta di Emiliano di restare nel Pd: “Credo che abbiamo fatto un lavoro positivo. E spero non sia finita qui: mi auguro ancora di riportare sui propri passi anche Rossi e Speranza”.
“Siamo in uno stato abbastanza avanzato – osserva -, ma finchè non c’è stato un annuncio ufficiale è mio dovere tentare”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA PRESENZA DI D’ALEMA FA RIENTRARE EMILIANO

Febbraio 21st, 2017 Riccardo Fucile

IL DIETROFRONT DOVUTO A MANCATE GARANZIE SULLA SUA LEADERSHIP E SUL RUOLO INVASIVO DEL LIDER MAXIMO

La scissione nella scissione si consuma a via Barberini, sede della regione Puglia.
Alla terza ora di colloquio, a tratti teso, Michele Emiliano dice a Roberto Speranza: “Proviamo così. Io combatto da dentro il Pd, tu da fuori, e poi ci ritroviamo dopo il congresso”.
Una riedizione del famoso marciare divisi, per colpire uniti. Risposta, lapidaria: “Non ci sono più le condizioni, arrivederci”.
Nel frattempo era arrivato anche il terzo candidato Enrico Rossi.
La micro-scissione di via Barberini, di Emiliano dalla sinistra: “Resto nel Pd e mi candido”. Qualche ora più tardi il governatore della Puglia dirà  a qualche amico: “Ma io con D’Alema che ci stavo a fare…”.
Perchè è il lìder maximo il gigantesco non detto di questa storia.
Il timore di Emiliano, raccontano i suoi, il principale, è sempre stato quello di andare a fare il front-man di un’operazione la cui regia rimaneva nella sapienti mani dei “comunisti”, Bersani ma soprattutto D’Alema, con cui il governatore della Puglia ha un rapporto conflittuale dal minuto dopo che l’allora presidente dei ds lo impose come sindaco di Bari.
Qualche ora dopo, Roberto Speranza è in riunione con i suoi parlamentari.
È uno sfogatorio: “Questo è un inaffidabile”, “è davvero la settimana di carnevale”, “in una settimana prima ha incontrato Berlusconi, poi ha cantato Bandiera Rossa, ora torna con Renzi”.
Gelido, l’ex capogruppo del Pd: “Sembra un danno, ma in prospettiva vedrete, non sarà  un danno”. Per la serie: meglio perderlo che trovarlo.
Dunque, avanti nella formazione di gruppi parlamentari, tra giovedì e venerdì. Poche ore dopo la fine della direzione, arriva anche un comunicato, durissimo, di Speranza: “Dalla direzione del Pd nessuna novità . Prendiamo atto della scelta assunta da Michele Emiliano di candidarsi nel Pdr, Partito di Renzi. Noi andiamo avanti sulla strada della costruzione di un nuovo soggetto del centrosinistra”.
Una dichiarazione che lascia intendere la vera analisi della mossa.
Al netto del carattere, esondante, un po’ umorale, caratterizzato da una teatralità  che confonde eccessi di furbizia e principi di tradimento.
E l’analisi è quella un patto (di fatto) con Renzi. In questo senso: Emiliano sceglie di candidarsi quando trapela che Renzi ha bisogno di rivitalizzare le primarie, con gente vera che vada ai gazebo, e proprio quando inizia una trama attorno ad Orlando, con l’interesse di Cuperlo, Bettini, Zingaretti.
Insomma, la mossa di Emiliano rianima la consultazione e mette in difficoltà  la sinistra: “Renzi — sussurrano — dovrebbe ringraziarlo ed essere felice”.
Veleni forse, malizie, dietrologie. “Hai visto che intervento ha fatto Michele?”, “hai visto quando è stato duro con Renzi” dicono i Transatlantico i suoi amici pugliesi. Nella sostanza nessuna delle sue richieste è stata accolta: nè sulla durata del governo, nè sui tempi del congresso.
Però la scena se l’è presa, eccome. Nelle ultime 24 ore, racconta chi è entrato e uscito dalla sua stanza, lo ha chiamato Fassino.
Addirittura parlano di telefonate di Veltroni. Ora Michele promette una campagna durissima, tutta proiettata sulle primarie. Chissà .
Perchè le piroette lasciano un segno. La sua pagina facebook è piena di gente che lo considerava un traditore quando lasciava il Pd. Ora è piena di quelli che lo considerato un traditore perchè non l’ha lasciato.
Raccontano di un travaglio sincero, di telefonate di gente comune, consiglieri regionali, di poche ore di sonno.
Nel confine tra emotività  e razionalità  c’è però un punto, un dettaglio da aggiungere. E cioè che mai nessuno gli ha detto “sarai tu il leader della nuova cosa”. Anzi, Enrico Rossi in tv ieri ha dichiarato “io mi occupo del centro, Michele del Sud”.
Speranza è andato al nord per agganciare Pisapia. Emiliano, come sa chi lo conosce, non è un secondo, ama la “comunità ” ma ama essere il numero 1 che la guida. Moderato quando nelle liste in Puglia imbarcò parecchi di destra, Testaccio, ora anti-Renzi. Il trait d’union è il centro della scena.
“Non gli hanno mai offerto la leadership del nuovo partito” dice un parlamentare. Il leader, il federatore, in prospettiva è Pisapia che in questi giorni ha avuto contatti con Bersani e non solo. Almeno questo è l’auspicio della Ditta.
L’idea del nuovo soggetto è questa: gruppi entro venerdì, poi la creazione di una costituente, la più larga possibile, col Movimento di Pisapia, gli ex ds, quelli di Sinistra Italia, Civati e chi ci sta a sinistra.
E c’è già  chi immagina che il leader sarà  incoronato con primarie, aperte, di qui a qualche mese.

(da ““Huffingtonpost”)

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    • “CON QUESTA RIFORMA MANI PULITE SAREBBE STATA FERMATA”. GHERARDO COLOMBO, UNO DEI PM PROTAGONISTI DELLA STAGIONE DI TANGENTOPOLI: “FUI SOTTOPOSTO A CINQUE PROCEDIMENTI DISCIPLINARI, DUE DEI QUALI PROMOSSI DA DUE DIVERSI MINISTRI DELLA GIUSTIZIA. FINIRONO TUTTI BENE, CON UN CONSIGLIO SUPERIORE DAVVERO INDIPENDENTE, MA SE FOSSE STATA OPERATIVA L’ALTA CORTE DISCIPLINARE PREVISTA DALLA RIFORMA NORDIO, L’ESITO SAREBBE STATO L’OPPOSTO”
    • COME SONO SMEMORATI I FRATELLI D’ITALIA: HANNO IL “VIZIETTO” DI DIMENTICARSI DI DICHIARARE LE LORO SOCIETÀ. IL SOTTOSEGRETARIO ANDREA DELMASTRO SI ERA DIMENTICATO DI INSERIRE NELLE DICHIARAZIONI PATRIMONIALI OBBLIGATORIE LA “CINQUE FORCHETTE SRL”, CONDIVISA CON LA FIGLIA 18ENNE DI MAURO CAROCCIA, PRESTANOME DEL BOSS DI CAMORRA MICHELE SENESE. MA MICA È L’UNICO
    • IL GARANTISMO DI CHI NON LO E’
    • UN VOTO PER LEGITTIMA DIFESA
    • IL TAGLIO DELLE ACCISE SUI CARBURANTI NON È SERVITO A NIENTE: SARÀ SUBITO RIASSORBITO DAI NUOVI AUMENTI DEL PETROLIO, E GIORGIA MELONI RESTERÀ A SERBATOIO ASCIUTTO
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