Destra di Popolo.net

L’IRA DELLA BINDI: “SACRIFICATA LA COSTITUZIONE ALL’ACCORDO CON BERLUSCONI. NON VOTERO’ QUESTA RIFORMA”

Marzo 11th, 2014 Riccardo Fucile

“FERITA GRAVE E PROFONDA, NON PARTECIPERO’ AL VOTO FINALE SULLA LEGGE ELETTORALE

Rosy Bindi, l’ex presidente del Pd, è furibonda.
Sono stati appena bocciati tutti gli emendamenti sulla parità , anche quello anti discriminatorio su cui uno schieramento di deputate bipartisan puntava.
Bindi, si aspettava andasse a finire così?
«Lo temevo. Lasciare la libertà  di voto e la mancanza di indicazione a favore degli emendamenti sulla parità  da parte del nostro partito, ci esponeva molto. Questo mi fa dire con molta amarezza che questo risultato è colpa dei Democratici. La responsabilità  è tutta del Pd, il quale ha sacrificato la fedeltà  alla Costituzione e ai propri valori all’accordo con Berlusconi. Una legge elettorale che nasce su questo tradimento non può essere una buona legge».
Non voterà  l’Italicum?
«No, non parteciperò al voto finale. Continuerò a fare la mia battaglia contro le liste bloccate e contro le soglie di sbarramento, votando gli emendamenti che ancora ci restano in proposito. Ma al voto finale non ci sarò. Temo inoltre che una legge elettorale che esce dalla Camera così fatta non potrà  avere vita facile al Senato ».
Ma il Senato potrebbe cambiarla, migliorarla?
«I numeri favorevoli erano in questa Camera. Il Pd ha perso l’occasione per fare una buona legge. Questa è una ferita molto grave che le donne italiane ricorderannoa lungo».
Quale è il vulnus?
«Un vulnus che non resterà  senza conseguenze, perchè non solo sono state bocciate le modifiche per la parità  di genere, cioè l’alternanza nelle liste e il rapporto 50-50% dei capolista. Ma è stata anche norma anti discriminatoria per assicurare a ciascun genere almeno il 40% dei capolista. Questa non era una norma per la parità  di genere, come appare evidente, ma contro la discriminazione delle donne».
Di nuovo molti “franchi tiratori” nel Pd?
«Sì. La responsabilità  è del Pd, che da solo aveva i numeri per approvare questi modifiche. È tutta nostra la ferita e non si rimarginerà  facilmente, mi ricorda i 101 di Prodi».
Cosa hanno avuto la meglio, gli interessi spiccioli, gli egoismi?
«La richiesta di voto segreto è stato il modo per offrire copertura a ogni forma di maschilismo che comunque c’è. Ma dal mio punto di vista, lo ribadisco, è prevalso l’accordo con Berlusconi».
Renzi ha invitato a non farne una tragedia. Ha anche detto che la parità  non si misura sulle poltrone. Lei però non lo sta a sentire?
«Voglio rispondere al segretario del mio partito. Ha detto che noi chiedevamo poltrone. Se questo fosse il piano, allora dovremmo chiedere a tutti i colleghi uomini di lasciare le loro poltrone. La parità  di genere non è occupare poltrone, è una battaglia di civiltà , di buona democrazia. Il problema è un altro».
E qual è il problema?
«Se non ci sono le donne, non ci sono le leggi per le donne. I paesi con le legislazioni più avanzate, sono quelli in cui da anni c’è una buona rappresentanza di donne. Anche in Italia le leggi di parità  portano la firma delle donne».
Cosa farà  ora?
«Non voto una legge elettorale che ha rifiutato una norma anti discriminazione. E la mia prossima proposta sarà  la richiesta di abolizione del voto segreto in Parlamento, perchè è lo strumento attraverso il quale tutti si coprono la faccia».

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FASSINA: “PRIMA CI DICANO DOVE PRENDERE I SOLDI”

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX VICEMINISTRO: “QUEI 10 MILIARDI NON CI SONO, NON VORREI CHE SI INCIDESSE SULLE PRESTAZIONI SOCIALI”

Stefano Fassina, ex viceministro dell’Economia con Letta ed esponente di punta della minoranza Pd, guarda con un mix di speranza e preoccupazione al derby di governo su come utilizzare i 10 miliardi per la riduzione di Irpef o Irap.
«Il problema è che la provenienza di queste risorse è ancora ignota. Mi pare che si stiano facendo dei conti senza l’oste. Quei 10 miliardi fino a qualche settimana fa non c’erano, e temo continuino a non esserci. Temo anche che per reperirli il governo sia costretto a incidere sulle prestazioni sociali. C’è un’altra cosa che non mi convince…».
Spieghi onorevole Fassina.
«Tagliare di 100 euro la spesa per tagliare di 100euro le tasse rischia di avere un effetto recessivo sull’economia».
Dunque le tasse non vanno abbassate?
«Dico che l’abbassamento va finanziato in primo luogo con il recupero dell’abnorme evasione che c’è in Italia».
Ma il governo pensa di utilizzare risorse che derivano dalla spending review.
«Revisione della spesa non significa tirare fuori dei soldi da un cassetto. Ci sono tagli che possono avere un impatto sull’economia, anche se consentono di ridurre le tasse. La spesa pubblica italiana è tra le più basse d’Europa, va riqualificata con una radicale riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni centrali e territoriali»
Torniamo ai 10 miliardi.
«Il governo Letta nella legge di Stabilità  ha previsto di utilizzare 10 miliardi in tre anni, finanziati da risparmi di spesa. Inoltre ha previsto di potenziare l’intervento con le risorse provenienti dal rientro dei capitali. Ma prima bisogna aspettare che tali somme rientrino. Per il resto faccio fatica a vedere dove si possano trovare altre risorse senza incidere sulle prestazioni sociali».
Crede davvero che il governo andrà  a tagliare la spesa sociale? Sulla scuola sono previsti nuovi investimenti…
«Speriamo. Comunque non tutti ricordano che la legge di Stabilità  prevede già  per il prossimo triennio un pesante taglio della spesa, circa 30 miliardi, già  contabilizzati».
Nel derby tra Irap e Irpef come si schiera?
«Se l’obiettivo per la ripresa è sostenere la domanda, allora è necessario sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori. Si può fare non solo tagliando l’Irpef, ma anche, come suggerisce Vincenzo Visco, fiscalizzare i contributi sociali pagati dai lavoratori. Questo meccanismo consente di raggiungere anche i lavoratori che non guadagnano abbastanza per beneficiare del taglio dell’Irpef».
Il menù del governo Renzi è destinato a somigliare molto a quanto già  messo in cantiere da Letta? Oppure possiamo attendere un colpo d’ala?
«Il colpo d’ala che il governo Renzi deve avere per giustificare la sua stessa nascita deve riguardare i rapporti con l’Ue. Una revisione degli obiettivi di finanza pubblica è il vero possibile valore aggiunto. Bisogna allentare la morsa, la nostra proposta è di allentare di mezzo punto di Pil all’anno per 3 anni il deficit strutturale tendenziale per finanziare investimenti nelle scuole e misure di contrasto alla povertà . L’altro punto chiave è rivedere il piano di privatizzazioni e utilizzare le risorse che entrano non per la riduzione del debito – sarebbero irrilevanti – ma per finanziare nuovi investimenti».
C’è il rischio di una manovra correttiva?
«Non solo non ci vuole una manovra correttiva, ma ne serve una espansiva. Se continuiamo a seguire le indicazioni di Bruxelles soffochiamo la ripresa e il risultato sarà  un debito pubblico più elevato. Le politiche di austerità  in questi anni hanno peggiorato le condizioni del debito pubblico di 30 punti percentuali».
Il governo Letta ha lasciato i conti in ordine?
Il Commissario Ue Rehn parla di squilibri eccessivi. «Rehn cerca di scaricare sui governi le responsabilità  delle ricette fallimentari che la Commissione continua a riproporre, invece di fare una seria analisi autocritica. Il nostro premier avrebbe dovuto rispedire le critiche al mittente, piuttosto che cercare nel governo Letta una scusa per l’impossibilità  di realizzare le promesse fatte in modo disinvolto e inconsapevole».
Quali promesse di Renzi sono a sua avviso disinvolte?
«Il taglio del cuneo di 10 miliardi quest’anno, e anche l’idea che una riforma delle regole del mercato del lavoro possa generare occupazione. Io al contrario vedo rischi di ulteriore precarizzazione».
Un contratto unico per i giovani non può invece servire a razionalizzare la giungla del precariato?
«Aspetto di vedere che sia un contratto unico, e che siano eliminate altre tipologie contrattuali. Aumentando il costo del lavoro per le imprese? Nel migliore dei caso si può razionalizzare il poco lavoro che c’è. Ma se una macchina è senza benzina (la domanda) non si fa ripartire aggiungendo l’olio».
Cosa pensa dell’emendamento sulla parità  di genere nella legge elettorale?
«È necessario che il Pd lo sostenga, nonostante i diktat di Berlusconi».

Andrea Carugati

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INDAGATI NEL GOVERNO: DUE PESI E DUE MISURE, RENZI RINNEGA LE SUE PROMESSE DI TRASPARENZA

Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile

ALFANO HA FATTO DIMETTERE GENTILE, IL PD NON PUO’ FAR DIMETTERE I SUOI

Può giocare brutti scherzi lo spartiacque del governo. Il prima e il dopo.
Prima di approdare a Palazzo Chigi, la solenne promessa da parte di Renzi del nuovo a ogni costo.
Dopo, il gioco in difesa.
Prima, la perentoria richiesta di dimissioni a Cancellieri e De Girolamo e quell’inderogabile «se ne devono andare».
Dopo, i sofismi per tenere nell’esecutivo i sottosegretari inquisiti. Gentile, il più impresentabile, è stato dimissionato ed era un esponente dell’Ncd, il partito di Alfano. Quelli del Pd invece restano con il diktat affidato alla Boschi. Una sorta di improvviso “doppiopesismo”.
Sconcerta sentire il giovane ministro dire a Montecitorio che il governo non chiederà  le dimissioni «sulla base di un avviso di garanzia». Suona strumentale, politicamente imbarazzante, e anche un po’ cinico, il richiamo alla «presunzione di innocenza». Disgraziata quella frase – «l’avviso di garanzia è un atto dovuto, non è un’anticipazione di condanna» – perchè evoca le argomentazioni cui la destra di Berlusconi è sistematicamente ricorsa in questi vent’anni per giustificare il connubio tra illegalità  e politica. Manca solo l’attacco ai giudici.
Da chi, come Renzi, dialoga con Saviano e promette una lotta decisa alla corruzione e all’illegalità , c’era da aspettarsi tutt’altra coerenza nella selezione del personale politico.
Soprattutto se il capo del governo è al contempo il segretario del “nuovo” Pd.
Un partito che in questi anni ha sempre preso le distanze dai politici indagati. E non può scoprirsi improvvisamente garantista solo quando va al governo e quando si tratta di difendere alcuni dei suoi esponenti.
Poi bisognerebbe avere la forza e il coraggio di separare la posizione di chi è accusato di un semplice abuso d’ufficio rispetto a chi è indagato per avere usato fondi pubblici a scopo personale.
Ma qui il caso è ancora diverso. La «presunzione d’innocenza» non c’entra. Non si tratta di sottosegretari che hanno ricevuto un avviso di garanzia. Ma di membri dell’esecutivo che erano stati già  toccati dalle indagini.
Era proprio necessario mettere al governo persone sotto accusa?
Non se ne potevano scegliere altre?
Se sono stati selezionati quelli, qual è stata la vera ragione?
Qui le colpe di Renzi diventano doppie. Non solo ha abiurato alle promesse che egli stesso ha fatto sulla pulizia e trasparenza di chi regge la cosa pubblica, non solo ha usato un criterio per criticare le debolezze di Letta e un altro, ben più corto e flessibile, per assolvere le sue scelte, ma soprattutto sta compromettendo il futuro.
Il rischio è di riconsegnare ancora una volta nelle mani dei magistrati il compito di dispensare lasciapassare per i buoni e i cattivi candidati.
O dire – con una condanna o una assoluzione – se i sottosegretari possano restare o debbano andarsene.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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E LA BARRACCIU? LA DOPPIA MORALE DEL PD

Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile

LA VERA RIVOLUZIONE SAREBBE UN GOVERNO SENZA INDAGATI

La doppia morale a sinistra esiste, nelle cose piccole e in quelle grandi.
Cominciando dalle piccole: si può essere sollevati nell’apprendere che al culmine della crisi ucraina la ministra Pinotti abbia trovato il tempo per andare a sgranchire le gambe sue e della sua scorta in una maratona a Ostia.
Ma non ci si può fare a meno di domandarsi che cosa avremmo detto se un ministro della Difesa di Berlusconi, magari proprio Gnazio La Russa, avesse lasciato curvo sui dossier euroasiatici qualche generalissimo secchione e se ne fosse andato allo stadio con il figlio Geronimo e gli amici Malanimo e Boro Seduto.
Passando a questioni più serie, l’intero Paese fa la ola per il congelamento del sottosegretario Gentile, il luogotenente calabrese di Alfano coinvolto in una storiaccia di intimidazioni a un giornale.
Ma, terminata la ola, qualcuno comincia a chiedersi perchè Gentile sia fuori dal governo mentre i quattro sottosegretari indagati del Pd rimangono dentro.
Lascia stupefatti Francesca Barracciu, la vincitrice delle primarie sarde indotta a ritirarsi per via dell’indagine che le contesta una cresta di 33 mila euro sulle note spese.
Come mai chi non andava bene per fare la governatrice a Cagliari va benissimo per fare il sottosegretario a Roma?
Forse perchè nel primo caso sarebbe stata sottoposta al vaglio degli elettori e nel secondo no? Quando Barracciu uscirà  dall’inchiesta bianca come un giglio sarà  un piacere riabbracciarne i talenti sottosegretariali, ma nel frattempo un governo senza indagati rappresenterebbe una novità  rivoluzionaria.
Molto più del Pastrocchium elettorale appena varato.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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INTERVISTA AL SOTTOSEGRETARIO DEL BASSO: “IO NON MI DIMETTO PER 500 EURO AL MESE”

Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile

INDAGATO PER MANCATE RENDICONTAZIONI ALLA REGIONE CAMPANIA, L’ESPONENTE PD NON MOLLA LA POLTRONA

Sottosegretario Del Basso De Caro, non si dimette dopo che l’ha fatto Gentile?
«Non ci penso affatto».
Ma lei è inquisito, come Barracciu e De Filippo, mentre Gentile non lo è.
«Indagato, precisiamo, ma per una cosa che fa vomitare, una cosa per la quale non c’è la legge, non c’è il regolamento, e quindi non c’è nemmeno il reato».
Rimborsi non rendicontati: Rimborsopoli.
«Cinquecento euro al mese! Ma se c’era la legge che me lo imponeva io secondo lei non facevo la scheda carburante? Che poi, mi dica un po’: chi chiede le mie dimissioni, sentiamo».
L’opinione pubblica.
«Ah, l’opinione pubblica. E questo sentimento popolare ora è sconcertato dal mio avviso di garanzia».
Ne dubita?
«Che peraltro non ho mai ricevuto un avviso di conclusione delle indagini, che come sa riconnette all’indagato numerose facoltà ». (E d’improvviso accelera nell’eloquio al punto da diventare immarcabile).
Ah…
«Che peraltro non ho ricevuto alcuna richiesta di rinvio a giudizio ».
E quindi…
«Che peraltro richiesto dal pm ho prodotto congrua memoria difensiva….».
Onorevole!
«Che peraltro mi sono sottoposto a interrogatorio, dopodichè non ho saputo più nulla e nel frattempo sono diventato pure deputato… ».
Gentile ha sbagliato a dimettersi?
«Non lo so, non m’importa. Non entro nelle decisioni degli altri».
Non le sembra grave bloccare l’uscita di un giornale?
«Non so bene cosa sia accaduto, ho letto le cronache, ma come forse avrà  capito non mi fido molto dei giornali».
Quindi anche Barracciu deve rimanere al suo posto?
«Eh, certo, sicuro».
Insomma, un indagato può fare il sottosegretario?
«Cento volte! È solo un cittadino sottoposto a indagine, non è nè imputato nè condannato. E allora il ministro Lupi non dovrebbe dimettersi?».
Perchè dice che nel suo caso il reato non c’è?
«Il procuratore Colangelo l’ha definita “una norma opaca e di dubbia interpretazione”. Ma è peggio: la norma non c’è proprio».
Non prevedeva la rendicontazione?
«Nessuno mi obbligava a rendicontare 11mila euro in tre anni: sai come hanno cambiato la vita a un poveraccio come me».
Allora perchè la indagano?
«Quod lex voluit, dixit, quod non dixit noluit. Ciò che il legislatore volle, disse, ciò che non disse non volle. Difatti il reato non esiste».
E se la costringessero a lasciare?
«Sono passati 18 mesi e non è successo niente. Inutile che mi rompano con questa storia».
Sottosegretario!
«Se poi bisogna trovare uno da crocifiggere, non mi farò crocifiggere. Sono stato chiaro?».

Concetto Vecchio
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A MARINI: “NON SI VIVE NEL PASSATO, MORIRE SOCIALDEMOCRATICI E’ UNA FINE NOBILE”

Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX LEADER DEL PPI SCONFESSA I SUOI EX COMPAGNI DI PARTITO: “UNA SCELTA DIBATTUTA PER MOLTO TEMPO”

Sarà  stato pure un approdo brusco, celebrato con una certa fretta da Matteo Renzi. Eppure, il matrimonio tra Pd e Pse trova in Franco Marini uno sponsor convinto.
«Era una scelta inevitabile », sostiene l’ex Presidente del Senato.
Nonostante i malumori di alcuni Popolari: «Non possiamo vivere nel passato, che pure fu positivo».
Il padre nobile dei popolari sostiene la scelta di Renzi, mentre alcuni ex Ppi protestano.
«Capisco la loro tensione, l’ho sentita anche io. Ma era una scelta fondamentale, la fine di un lungo percorso. Non capirei, invece, appunti di altra natura, più strumentali».
È un paradosso che lei faccia questo favore a Renzi. Il premier affossò la sua candidatura al Colle…
«Ma no, cosa c’entra? Io e Renzi siamo, come dire, dialettici… Io questa sua accelerazione la comprendo. C’era un’opportunità  e l’ha colta al volo, in vista del semestre europeo. Per tentare di rivedere le modalità  di abbattimento del debito, non calcolare nel deficit le spese per gli investimenti e completare l’unione bancaria».
La svolta si è compiuta con una direzione lampo.
«La riunione della direzione può essere sembrata un po’ superficiale. Forse si poteva chiudere il percorso in modo più solenne. Ma sa perchè non sono intervenuto? Perchè ho seguito il dibattito fin dai tempi della Margherita».
Un lungo travaglio, Presidente.
«Dal 1995 stavamo con il centrosinistra, in Italia. In Europa eravamo nel Ppe. Restammo per un po’, con i conservatori inglesi e Berlusconi… Si trattò di una convivenza contraddittoria, complicata, scomoda».
Il percorso si complicò anche negli anni successivi.
«La discussione andò avanti quando nacque il Pd. Poi, in Europa nel 2009, è nato il gruppo dei socialisti e dei democratici. Non sottovaluto quel passaggio, si decise di lasciare spazio all’autonomia e alla cultura che vogliamo coltivare. E poi la linea della Merkel è duramente conservatrice, il Ppe non risponde alle nostre ragioni politiche».
In Ue, però, i cattolici presidiano il fianco conservatore.
«Ma l’Italia è l’Italia. E questo passaggio divenne inevitabile con la fine della Dc e la definizione del bipolarismo. Tentammo di tenere in vita la continuità  della Dc, ma con i Popolari prendemmo nel 1994 l’11%. Martinazzoli prese atto del fallimento. Si divisero anche i dirigenti. Se si tiene conto della complessità  della Dc, era ineluttabile e non spregevole che ci fosse chi voleva finire accanto ai conservatori di FI».
Socialdemocratici, d’ora in poi.
«Il Ppe e il Pse non rispondono più alla logica della loro nascita, alcuni ex Ds addirittura dicono che non sono mai stati comunisti… . Se poi facciamo riferimento alle prime lotte sociali, alle leghe rosse e bianche, vediamo chele esperienze non sono così lontane dalla dottrina sociale della Chiesa. Dicono: vogliamo morire con i socialdemocratici? Dico che sarebbe una morte nobile».
Alcuni cattolici del Pd potrebbero inorridire, Presidente.
«Anche i loro valori sono la libertà  e la centralità  della persona, la giustizia sociale, l’economia sociale di mercato. Sono i principi fondamentali delle democrazie cristiane più avanzate ».
Intanto alcuni Popolari rompono con Cuperlo.
«L’unica cosa che non si può dire è che i popolari abbiamo poco ruolo nel Pd. Così sarà  anche in Europa. Una terza via non c’è, nè esiste la volontà  di questi amici che protestano di lasciare il Pd. Non condivido ma posso capire la loro insofferenza, la cosa che mi pare incomprensibile sono le critiche a Cuperlo».

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)

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“IO, SEGRETARIA DI CIRCOLO, MI DIMETTO E LASCIO IL PD DOPO LA NASCITA DEL GOVERNO RENZI”

Febbraio 28th, 2014 Riccardo Fucile

IL MOTIVATO MALESSERE DELLA BASE DI UN PARTITO CHE SI INTERROGA SUL FUTURO

Sperando di avere almeno “venticinque” lettori pubblico la lettera, inviata agli iscritti del circolo PD di cui sono segretaria, di dimissioni da tutti i piccoli incarichi che ho nel partito nella convinzione che abbia una valenza politica più ampia.

Carissime e carissimi, vi scrivo questa e-mail per comunicarvi la mia decisione irrevocabile di dimettermi dal ruolo di segreteria del circolo “Galvani Joyce Salvadori Lussu”, da membro della Direzione provinciale del PD di Bologna e da membro dell’esecutivo della conferenza delle donne del PD di Bologna poichè intendo lasciare il partito e non militare più in esso.
Questa decisione sofferta è maturata dopo le ultime vicende che hanno portato, con la complicità  del nostro partito, alla nomina da parte del Presidente della Repubblica del terzo ( Monti, Letta, Renzi) Presidente del Consiglio il cui progetto politico non è stato votato alle elezioni.
L’unico dunque a non aver avuto neanche l’opportunità  di andare alle camere per chiedere la fiducia e provare a fare un governo è stato Pierluigi Bersani il cui progetto politico, denominato “Italia Bene Comune”, era stato quello effettivamente da me votato alle elezioni.
Poichè non credo alle coincidenze questa considerazione mi ha portato ad un’articolata riflessione rispetto allo stato di salute della democrazia italiana che trovo decisamente preoccupante.
Dal mio punto di vista, sebbene sappia perfettamente che quanto accaduto sia pienamente legittimo e costituzionale, non c’è però motivazione alcuna per arrecare un vulnus alla nostra democrazia come quello di un avvicendamento di un Presidente del Consiglio sulla base dei risultati di un congresso di una partito ( le primarie per intenderci) al quale ha partecipato, circa, solo il 4% degli aventi diritti al voto in Italia.
Tuttavia tutto questo non sarebbe stato sufficiente a farmi demordere se non avessi ricevuto in questi giorni le dimissioni di quattro membri del direttivo del circolo di cui tre membri anche della segreteria. Mario, Elisa, Umberto e Fabrizio che hanno un’età  compresa tra 36 e 18 anni.
Sono tutte persone che non hanno cariche o ruoli da difendere nel partito e quindi sono sicura che il loro disagio è sincero e la loro credibilità  non scalfita da alcun legittimo sospetto che invece, sinceramente, nutro osservando gli entusiasmi di altri. Un partito che spinge, in pochi mesi, persone valide, capaci, con il desiderio di impegnarsi a “fuggire” è un partito con dei problemi molto seri e non certo solo di rinnovamento. Io però mi pongo soprattutto un problema politico.
Tutti coloro che hanno frequentato il circolo in questi anni sanno che ho provato a costruire un progetto alternativo alla logica correntizia dominante da sempre nel PD ( nella segreteria e nel direttivo da me proposto erano rappresentate, ad esempio, tutte le mozioni congressuali) senza mai piegare la testa ai voleri, più o meno espliciti, di nessuno che avesse posizioni ben più potenti della mia nel PD e nelle istituzioni.
Non posso negare che portare avanti questo progetto, con le sue peculiari caratteristiche, non è stato facile, è stato faticoso, frustrante e spesso avvilente a livello politico ed esistenziale per una certa opposizione interna al partito ovviamente spaventata da questo nostro essere fuori dagli schemi.
Voglio però ribadire che l’esperienza del circolo “Galvani Joyce Salvadori Lussu” è stata per me davvero molto positiva, forse la prospettiva più positiva che ho visto e praticato dentro al PD.
Il circolo, così come dovrebbe essere, è stato in questi due anni / tre anni un luogo di confronto e di dibattito franco, sincero e pieno davvero di stimoli.
Non ringrazierò mai abbastanza tutti quelli di voi che l’hanno animato e che hanno permesso che crescesse e voglio ribadire che è stato uno splendido lavoro di squadra di cui io ho solo fatto parte.
Per queste ragioni ho sempre detto che ero disposta ad andare avanti, pur tra mille difficoltà , per portare avanti questo nostro piccolo esperimento e laboratorio ma con le dimissioni di ben quattro persone mi sento di poter dire che non ci siano più i presupposti perchè io continui in questa lotta spesso sfiancante.
D’altra parte la mia stessa analisi rispetto alla situazione del PD è talmente impietosa che non lascia dubbi a ciò che devo fare.
Il PD è un partito che di progressista non ha più nulla e non certo perchè Renzi ne è il segretario. Il PD è un partito che non è più progressista da tempo.
I suoi dirigenti, sui diversi livelli, ed anche parte della sua base mostrano una totale subalternità  di idee e di azione al pensiero dominante.
Nessuna idea di rottura, nessun coraggio, nessuna capacità  di prospettiva, nessuna volontà  di buttare il cuore oltre l’ostacolo solo un dimenarsi infinito tra le idee preconfezionate e imposte attraverso i grandi media dall’establishment italiano sia esso universitario, imprenditoriale, politico.
Mi spiace ma a me questa logica di continua subalternità  non sta bene.
Io ho scelto di essere di sinistra non tanto per “cambiare” il mondo ma per costruirne uno nuovo con nuove logiche e nuovi rapporti di forza. Per questo me ne vado oggi, perchè nel PD immaginare di costruire un mondo nuovo non è neanche possibile, solo a professare questa volontà  si è malvisti, ci si sente diversi, le “pecore nere”, sembra che alla maggioranza del partito il mondo vada benissimo così com’è, al massimo con qualche “aggiustamento strutturale” da fare, magari in peggio, ma nulla di più.
Questa logica è ancora più difficile da sopportare in un clima che vede “costretta”, sotto minaccia di espulsione, la sua parte più critica, e dunque vitale, a votare a favore di un governo contro la formazione del quale ha votato in Direzione nazionale.
Siamo oggettivamente al paradosso. Se alla subalternità  e all’assoggettamento al sistema si aggiunge anche l’ impossibilità  di dissentire, che precedentemente non è mai mancata e che è stata ampiamente usata e “abusata” da tutti, a mio avviso vuol dire che non c’è davvero più spazio per un agire politico autonomo.
Credo che il PD continuando a scegliere, ormai da anni, il male minore si dimentichi di scegliere comunque un male e stia facendo oggettivamente un danno all’Italia privandola in un momento storico, in cui crescono le disuguaglianze sociali, di un partito strutturato che difenda davvero gli interessi dei deboli, degli sfruttati.
Poichè sono sicura che la storia non ci assolverà  preferisco andarmene prima di iniziare a sentirmi troppo complice.
Voglio ringraziare davvero sinceramente coloro tra voi che in questi anni mi hanno sostenuta, supportata, aiutata, ascoltata , abbracciata e consolata nei momenti difficili, chi mi ha fatto arrivare le sue critiche costruttive facendomi in questo modo crescere, sono sicura che ci ritroveremo in qualche altro luogo anche più ameno di questo, a tanti altri che invece apprenderanno con sollievo di questa mia decisione dico solo che il fatto di saperli sollevati sarà  sempre e per sempre il mio vanto.
Mi dispiace se qualcuno si sentirà  tradito o abbandonato da questa mia scelta (e so che succederà ) ma vi prego di considerarla come un atto di coerenza assolutamente necessario.
Vi saluto con affetto.

Cecilia Alessandrini
Insegnante precaria, segretario del circolo bolognese “Joyce Salvadori Lussu” del Pd

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ITALICUM: PARTE DEL PD PREPARA MODIFICHE

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

PROPOSTA PER ALZARE LA SOGLIA DEL PREMIO AL 40% E ADDIO ALLE LISTE BLOCCATE

Al Senato si sta muovendo un’operazione che, se portata fino in fondo, potrebbe scombinare i piani della riforma elettorale e del bicameralismo.
Un’iniziativa di una trentina di senatori del Pd che ha tutte le caratteristiche per essere condivisa da altri colleghi della maggioranza (c’è da scommettere che interesserà  pure l’opposizione).
Si tratta di evitare la trasformazione di Palazzo Madama in una Camera delle autonomie composta da esponenti degli enti locali, sindaci innanzitutto, e rappresentanti del mondo culturale.
«Via i senatori eletti, via i loro stipendi» è il mantra del premier che ieri nel suo discorso per la fiducia si è augurato di essere «l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere a quest’aula la fiducia».
«Sono consapevole del rischio di fare questa affermazione di fronte a senatori che non meritano il ruolo di ultimi senatori, ma lo sta chiedendo il Paese, lo sta chiedendo l’Italia», ha detto Renzi. Sembrava avvertire i capponi di tenersi pronti alla loro cottura nel forno. Le resistenze si faranno sentire, ma l’iniziativa di un gruppo di senatori Democratici, che verrà  alla luce nei prossimi giorni, «vuole essere propositiva, non un’ostacolo al superamento sacrosanto del bicameralismo perfetto», spiega il senatore Francesco Russo, un lettiano doc.
«Siamo d’accordo che il nuovo Senato non sia composto da eletti e non esprime la fiducia al governo – precisa Russo – ma ci vuole più consapevolezza nella trasformazione di un tassello così importante delle nostre istituzioni. Il nostro modello è quello del Bundesrat tedesco: i componenti non sono eletti ma vengono designati dai i governi federali che in Italia sarebbero le Regioni»
Russo parla anche di modifiche alla riforma elettorale, a quell’Italicum concordato da Renzi e Berlusconi.
«Modifiche necessarie a eliminare profili di incostituzionalità  come la soglia del 37% per ottenere il premio di maggioranza. Dovrebbe essere portato al 40%.
Un altro problema sono le liste bloccate. Stiamo pensando a varie ipotesi per evitare che a decidere siano le segreterie dei partiti: le preferenze, i piccoli collegi o le primarie obbligatorie». Il lettiano Russo racconta di un malumore diffuso e trasversale nel gruppo del Pd che si è riunito ieri mattina prima che iniziasse la discussione sulla fiducia.
Si dirà  che gli amici di Letta come quelli di Bersani e di D’Alema hanno il dente avvelenato.
Sta di fatto che rimangono molte incognite. Ad esempio non è sembrato chiaro se reggerà  l’intesa Renzi-Berlusconi o se invece verrà  scavalcata dall’accordo di maggioranza, con Alfano in particolare.
Ovvero che la nuova legge elettorale verrà  applicata solo per la Camera. La conseguenza sarebbe che dovrà  necessariamente essere approvata la riforma del Senato e superato il bicameralismo.
Verdini ieri a Palazzo Madama assicurava i senatori di Forza Italia che l’intesa con il premier regge, eccome: la nuova legge elettorale verrà  approvata e sarà  pronta in caso di elezioni, di interruzione anticipata della legislatura.
Con buona pace di Alfano, secondo Berlusconi e Verdini, che invece pensa di avere firmato una polizza sulla vita.
Per la verità  le parole in aula di Renzi sembrano andare verso l’intesa con il Nuovo Centrodestra. Ha detto che «politicamente esiste un legame netto» tra riforme costituzionali (Senato e titolo V) ed elettorale. «Sono 3 parti della stessa cosa».
Per Renzi «l’Italicum è pronto per essere discusso alla Camera. Venga approvata la prossima settimana. Non si perda tempo. Se avessimo avuto l’Italicum alle scorse elezioni ci sarebbe stato il ballottaggio tra Bersani e Berlusconi e avremmo avuto un vincitore sicuro».
Ecco, il premier è una priorità , «una prima parziale risposta all’esigenza di evitare che la politica perda ulteriormente la faccia».
Berlusconi attraverso Verdini ha chiesto al premier di chiarire in sede di replica, di confermare che la legge elettorale non deve essere pensata solo per la Camera, in attesa delle riforme costituzionali. Renzi non l’ha fatto. Ha ribadito che il pacchetto delle riforme è unico.
«E’ l’unico vero modo per rispettare la straordinaria figura di Napolitano».

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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PD, LA MINORANZA RIVUOLE IL PARTITO: “NUOVA SEGRETERIA”

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

I CUPERLIANI PREMONO : “NON SIAMO UN COMITATO DEL PREMIER”… DENUNCE DI BROGLI NELLE PRIMARIE A BARI

Una nuova segreteria, e in tempi brevi. Perchè il partito “non può essere il comitato elettorale del premier”.
E perchè il timore di tanti cuperliani è che la “ditta”, per citare Bersani, venga progressivamente rottamata, anche per semplice incuria.
Larga parte della minoranza interna del Pd lo ripete dentro e fuori microfono: urgono sostituti ai membri della segreteria chiamati in massa al governo.
Non solo: Renzi farebbe cosa buona e giusta lasciando la guida del partito a qualcun altro. “Avere un segretario che è anche premier è un’anomalia” aveva detto pochi giorni fa a Repubblica Gianni Cuperlo, scandendo le sue perplessità  sul doppio ruolo.
Consentito dallo statuto Pd, ma finora mai ricoperto da nessun democratico.
Nella sua intervista a l’Unità  di due giorni fa, Pier Luigi Bersani ha usato parole dalla sfumatura simile: “Il Pd non può essere un’appendice insignificante del governo, deve conservare la sua capacità  di fare proposte”.
Il senatore Miguel Gotor, molto vicino a Bersani, rilancia: “Renzi deve colmare i vuoti in segreteria, perchè il partito non può essere il comitato elettorale del presidente del Consiglio, ma deve mantenere una sua autonomia e una sua dialettica con il governo. In caso contrario, se l’avventura di Renzi non dovesse avere il successo che ci si aspetta, le conseguenze sarebbero pesanti per tutta la democrazia italiana: dopo le scorse Politiche il Pd è diventato il fulcro del sistema”.
Ma il segretario appena eletto deve farsi da parte, lasciando spazio a un coordinatore o a un nuovo congresso?
“Le forme del nuovo assetto le dovrà  scegliere Renzi, confrontandosi con la direzione nazionale. Compete a lui”.
Lui, il neo premier, sa che il tema andrà  affrontato in tempi brevi. Non può permettersi troppi malumori e distinguo in corso d’opera: innanzitutto in Senato, dove la maggioranza ha numeri esigui.
Non a caso ha inserito tra i ministri un bersaniano di ferro come Maurizio Martina.
Per il ruolo di coordinatore in sua vece Renzi pensa al fedelissimo Lorenzo Guerini, attuale portavoce del Pd.
C’è chi parla di una possibile promozione per Debora Serracchiani, già  responsabile Trasporti. Ma è il governatore del Friuli Venezia Giulia: un bell’impegno.
Nel frattempo Roberto Giachetti, renziano di vecchia data, reagisce: “Ma è possibile che mentre si tenta di rilanciare sui contenuti, c’è chi pensa subito ai posti? E poi è singolare che la richiesta arriva da chi solo qualche settimana fa non è voluto entrare in segreteria”.
Alfredo D’Attorre, senatore bersaniano, cambia prospettiva: “Il primo problema non sono i posti ma la politica, ovvero la capacità  del Pd di fare da stimolo a un governo che non è solo di centrosinistra su temi come la legge elettorale, l’Europa e il lavoro. L’attuale segreteria va verificata sui fatti. Credo però che Renzi nominerà  un coordinatore del partito. E ovviamente il ruolo della Direzione dovrà  crescere”.
Da Bari invece arriva il frastuono delle denunce di brogli.
Il fosco contorno alla vittoria nelle primarie del deputato renziano Antonio Decaro, scelto domenica come candidato sindaco del centrosinistra.
Decaro, primo con il 53 per cento davanti a Giacomo Olivieri (Realtà  Italia) e all’indipendente Elio Sannicandro, punta a succedere a Michele Emiliano, suo mentore e compagno di fede renziana.
Ma la notizia è il numero dei votanti, quasi 21 mila. Tanti, anzi troppi, a detta di Sannicandro (“mi arrivano numerosissime segnalazioni di episodi inquietanti”) e soprattutto di Emiliano, che domenica twittava così: “Andate ai seggi, c’è una chiara infiltrazione della destra nel voto libero”.
Per limitare i danni, il comitato dei garanti aveva sospeso il rilascio della ricevuta per il contributo di 1 euro.
Adoperata, secondo voci che si rincorrevano di quartiere in quartiere, per ottenere un compenso in denaro da oscuri capibastone.
Sospetti da provare, ma comunque fastidiosi per il Pd di Bari.
Per inciso, la città  da dove Renzi aveva iniziato la campagna per la segreteria.
Ieri il coordinatore locale di Forza Italia, Antonio Distaso, ha parlato di “spettacolo indecente”. Gli ha replicato il democratico Domenico de Santis: “Distaso dimostra che la destra barese ha tentato di rovinare le primarie. Numerosi esponenti di Fi presidiavano i seggi ”.
Emiliano invece invoca “una regolamentazione per legge delle primarie”. Mentre Decaro ha ricevuto le congratulazioni di Renzi, della Madia e della Boschi.
Primarie anche in 13 Comuni del bolognese e in tre capoluoghi lombardi.
A Bergamo ha vinto Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5, mentre a Cremona è stato scelto il ricercatore Gianluca Garimberti e a Pavia Massimo Depaoli, insegnante.

Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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