Destra di Popolo.net

NEANCHE OGGI L’ANNUNCIO, LA SCISSIONE NON VA ANCORA IN SCENA

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

GIORNATA TRA INCERTEZZA E COLPI DI SCENA… MICHELE-ZELIG PRESSATO DAI SUOI PER ARRIVARE A MARTEDI’

La parola scissione, innominata fino ad allora, compare in una nota congiunta dei “tre tenori”, alle sette di sera, anche se scaricata su Renzi: “È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi una responsabilità  gravissima”. Speranza, Rossi ed Emiliano sottolineano lo sforzo per un “generoso tentativo unitario” di fronte al quale Renzi ha scelto di “non replicare”.
La prossima mossa è che martedì non parteciperanno alla direzione del Pd e dunque nemmeno al congresso. O meglio, questo riguarda di certo Rossi e Speranza.
La posizione di Emiliano (come vedremo) è più articolata.
19 febbraio 2017. Tre anni dopo circa che Renzi salì al Colle con la lista dei ministri del suo governo, col sostegno di tutti.
Era il 21 febbraio del 2014. La scissione è un lungo addio tormentato, rito che si consuma di ora in ora. Presentata come subita per responsabilità  di un segretario che non vuole discutere, non come un “ce ne andiamo portando con noi l’onore delle vostre bandiere” (citazione di quella del 1921, al teatro Goldoni di Livorno).
Una scelta tattica, per tenere tutti assieme: i più determinati ma anche i più tormentati e oscillanti.
Due ore prima ecco infatti Michele Emiliano che prende la parola, con voce rotta e tono antitetico rispetto al giorno prima, sul palco di Testaccio.
“Chi ha detto — dice – che Renzi non si deve ricandidare alla segreteria?”. Matteo Renzi, dal banco della presidenza, sorride, lo indica: “L’ha detto lui” sussurra. Intervento atteso, che alimenta la suspense in sala stampa.
Perchè per tutto il giorno si rincorrono le voci su un suo smarcamento dalla Ditta e su un suo autentico tormento. Ci parla Lorenzo Guerini, lo coccola Franceschini. “Michele, resta dentro, non puoi andare con D’Alema”, “Michele c’è spazio, candidati da dentro”.
Lui, Michele, dal palco è l’opposto del giorno prima: “Qui si soffre da matti”, “ho fiducia nel segretario”, “la soluzione è un passo”. Gli sfugge anche un “mi auguro che vinca” (riferito a Renzi), si dice disponibile a un “passo indietro” ditemi voi quale. Poi l’ultimo — così spiegano – appello: “Consegno al segretario la possibilità  vera e reale di togliere anche a me ogni alibi al processo di scissione: siete in grado di dare una mano a Renzi a condividere una strada che metta insieme un punto di vista dei tre candidati”.
All’uscita Roberto Speranza stoppa la ridda di voci, ipotesi e dietrologie, spiegando che “Emiliano ha parlato a nome di tutti”.
E dunque non di smarcamento si è trattato ma di tattica, per togliere alibi a Renzi, e fargli interpretare il ruolo del cattivo. Chissà .
A microfoni spenti però serpeggiano malumori su Emiliano vissuto come un novello Zelig, che la settimana prima incontra Berlusconi a pranzo, come ha raccontato il Corriere, poi va a una manifestazione con Bandiera Rossa e in ultimo dice, il giorno della rottura annunciata che l’accordo con Renzi è a un passo, posizione che conferma la narrazione del segretario secondo cui la rottura storica del Pd è questione di cavilli e di date.
Insomma, “c’è modo e modo anche di fare tattica”, “ci vuole anche un po’ di dignità ”.
All’uscita dal Parco dei Principi, Roberto Speranza, nel ruolo di regista, è costretto agli straordinari. Parla prima con Rossi, poi con Emiliano a lungo.
I due si vedono, perchè l’intervento di “Michele” è stato devastante. Un incontro franco e schietto, come si dice in questi casi, per riacciuffare politicamente e mediaticamente la situazione. E impedire che l’addio diventi un groviglio tattico smarrendo una linearità  già  condivisa.
Riavvolgendo la pellicola a qualche ora prima: di buon’ora giro di telefonate tra i “tre tenori”, Speranza-Emiliano-Rossi, per mettere punto l’ultima mossa prima di uscire: “Se Renzi non fa aperture, parla Epifani a nome di tutti per dire che ognuno a quel punto farà  le sue scelte”.
Così accade con l’ex segretario del Pd e della Cgil che, nel suo intervento, sobrio ma tosto, illustra i punti su cui non sono arrivate risposte: durata del governo, inversione di rotta nelle sue politiche su lavoro e scuola, congresso a scadenza ordinaria.
A rafforzare il concetto, Pier Luigi Bersani, ospite di In Mezz’ora, dice: “Renzi ha alzato un muro. Anche se ho sempre detto che da casa mia non mi butta fuori nessuno, ma se questo è il partito di uno solo non è più casa mia”.
Ecco, l’ex premier non replica. Anche Emiliano pare, ormai, su un punto di non ritorno. Con un maggiore tormento.
I suoi lo spingono ancora a partecipare alla direzione di martedì. Il tormento che si chiama D’Alema, legato all’antica rivalità , o meglio alla guerra che i due hanno combattuto. Più dell’affetto o dell’odio però, spiegano i parlamentari pugliesi, conta la situazione oggettiva.
E cioè che Renzi ha tirato dritto e “Michele non può tornare indietro”. In settimana i gruppi parlamentari. per ora il pallottoliere dice: 40 alla Camera (compresi gli ex Sel), tra i 10 e i 15 al Senato.
Proprio alla presenza di Emiliano sono legate eventuali sorprese numeriche.

(da “Huffingtonpost”)

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“SIAMO A UN PASSO DALLA SOLUZIONE”: A SORPRESA EMILIANO PRENDE LA PAROLA ALL’ASSEMBLEA PD

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

LA MOSSA CON CUI PROPONE L’ULTIMA MEDIAZIONE

Attesissimo dopo l’assemblea della minoranza Pd, a metà  pomeriggio Michele Emiliano ha preso la parola in assemblea davanti a quella platea che aveva il giorno prima fortemente criticato.
“Se non abbiamo urgenza di arrivare al termine della legislatura, è possibile dare il tempo di cercare alternative? E’ una cosa così difficile dal punto di vista umano e politico? Serve una guida che abbia la naturale capacità  di tenere insieme le cose diverse e accettare i momenti di difficoltà “.
Racconta di “soffrire da matti” in questo momento di difficoltà  del partito. Rimanere insieme? “Rimanere insieme è a portata di mano. È una questione legata a piccoli meccanismi, mi pare. Io sto provando nei limiti delle mie possibilità , a fare un passo indietro che consenta di uscire tutti di qui con l’orgoglio di appartenere a questo partito”.
“Questo può farlo – ha aggiunto – per struttura, per vocazione solo il segretario. Io ho fiducia in lui e nella sua capacità  di guidare questa gente meravigliosa”. “C’è una sofferenza bestiale in questo momento. Un sacco di compagni e compagne si sono avvicinati, mi hanno dato una mano, mi hanno detto che è importante rimanere insieme. Questa possibilità  è a portata di mano”.
“Vi consegno stasera con la massima determinazione ma anche affetto e rispetto, consegno al segretario la possibilità  vera e reale di togliere anche a me ogni alibi al processo di scissione: siete in grado di dare una mano a Renzi a risolvere un problema che è solo di metodo per evitare un esito negativo, condividere una strada che metta insieme un punto di vista dei tre candidati”.
Così in assemblea chiude Michele Emiliano aggiungendo che “se stasera non troviamo un punto di equilibrio sarà  difficile spiegare agli italiani che questo è il partito a cui affidare il futuro dell’Italia”.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI SI DIMETTE: “PEGGIO DI SCISSIONE C’E’ SOLO RICATTO. NON POTETE CHIEDERMI DI NON CANDIDARMI

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

L’EX PREMIER SFIDA LA MINORANZA: “FUORI CI PRENDONO PER MATTI”

Matteo Renzi lascia la segreteria dal Partito democratico, il congresso, dice all’assemblea del partito, «si farà  nei tempi statutari».
Durante un intervento durato poco più di 40 minuti l’ex presidente del consiglio invita la minoranza a smetterla con le divisioni («perchè fuori da qui ci prendono per matti»), la esorta a non continuare a minacciare la scissione («la sola parola mi fa soffrire») e mette in guardia chi si candiderà  a guidare il partito: «Avete il diritto di sconfiggerci, non quello di eliminarci», scandisce rivolgendosi senza citarli a Michele Emiliano, a Roberto Speranza e a Enrico Rossi. «Non potete chiedere a chi si dimette per fare il congresso di non candidarsi perchè solo così si evita la scissione. Questa non è una regola del gioco democratico».
Il congresso, insiste chiedendo alla platea un applauso per Paolo Gentiloni, non dovrà  essere sul governo ma sul partito e sulla sinistra.
E si deve fare per non essere come gli altri partiti, sottolinea mandando una stoccata al Movimento 5 stelle e a Forza Italia. «Sarebbe una cosa allucinante per tutti» se il governo fosse al centro del congresso.
«Noi rispettiamo l’azione del governo e i poteri del presidente della Repubblica e diamo tutti una mano per chiudere le partite» che l’Italia deve affrontare. Durante il congresso, spiega, si dovrà  ragionare di argomenti centrali: di che cosa è la sinistra di oggi”, ad esempio.
«Vorrei definire la sinistra, non accetto un copyright della sinistra» e «anche se non canto Bandiera rossa penso che il Pd abbia un futuro che non è quello che altri immaginano», afferma tra gli applausi ricordando le misure varate dal suo governo.
Renzi rivendica poi i risultati conseguiti dal partito sotto la sua segreteria:«Abbiamo preso un partito che aveva preso il 26 per cento alle politiche. Con noi ha preso il 40 per cento. Non avevamo casa in Europa, oggi siamo nel Pse da protagonisti».
Alla platea confida anche di aver pensato di fare un passo indietro, dopo le dimissioni da palazzo Chigi, «per sistemare questa assurda situazione» della continua polemica all’interno del partito. «Ci ho pensato sul serio, perchè mai come questi due mesi e mezzo siamo stati laici nelle decisioni, abbiamo ascoltato tutti, ma accettare oggi che si possa dire di no a una candidatura, accettare che possa essere eliminata una persona, sarebbe un ritorno al passato. Noi stiamo insieme per confrontarci» e «non accetteremo mai, mai, mai e poi mai che qualcuno ci dica “tu non vai bene, tu non sei parte di questa comunità ”».
Anche ora che le dimissioni sono arrivate, Renzi ribadisce l’appello: «Tutti si sentano a casa nel Pd, anche liberi di discutere e di litigare». «A chi per tre anni ha pensato che si stava meglio quando si stava peggio, non dico che siamo nemici e neanche avversari, dico mettetevi in gioco».
EPIFANI: IL SEGRETARIO TIRA DRITTO, È UN ERRORE  
«Non mi piace la parola ricatto: non va mai usata. La parola scissione non mi appartiene, ma per stare dentro un partito ci vuole rispetto, per tutti», dice Epifani riferendosi alla relazione di Matteo Renzi in apertura dell’assemblea. «Il segretario – aggiunge – mi pare determinato a tirare dritto sulla sua posizione. Mi sembra un errore, un segretario deve avere la capacità  di guardarsi dentro con la comunità  che rappresenta e cercare di superare le difficoltà . Se questo viene meno, è chiaro che per molti si aprirà  una riflessione che poi porterà  a una scelta».
FASSINO: LO SPAZIO PER LA MINORANZA C’E’  
«Ai compagni e agli amici della minoranza dico che lo spazio per restare nel Pd c’è tutto», dice Piero Fassino. «Il congresso lo dobbiamo fare perchè veniamo da due sconfitte pesante, le amministrative e il referendum e abbiamo di fronte due passaggi impegnativi, come il referendum sui voucher e gli appalti, e le amministrative», aggiunge.
CUPERLO: MINORANZA UMILIATA DA PAROLE COME GUFI E SLEALTA’
«Non sono stato io a non aver riconosciuto il segretario ma chi doveva guidare questa forza a non riconoscere una parte. Chi era alla guida pensava che ogni critica fosse espressione del morto che acchiappava il vivo: non è così. Le parole gufi, slealtà , sono state un momento di umiliazione. Non siamo mai stati davvero fino in fondo un gruppo dirigente, la dialettica è divenuta conflitto», dice Gianni Cuperlo dal palco dell’assemblea.
DA VELTRONI APPELLO ALL’UNITA’  
«Prenderò pochi minuti per dire quanto è sbagliato e quanto mi angoscia quello che sta accadendo e per rivolgere un invito e un appello a tutti gli amici e i compagni, con cui abbiamo condiviso un lungo tratto di strada, vittorie e sconfitte, perchè non si separi la loro strada dalla strada di tutti noi». Walter Veltroni rivolge un accorato appello all’unità . L’ex segretario elenca le divisioni della sinistra con tanto di conseguenze, dai governi di centrosinistra alla mancata candidatura di Prodi al Quirinale: «La sinistra, quando si è divisa, ha fatto male a se stessa e al Paese. Questo è stato il demone, la malattia politica, ridurla a una questione di carattere e persone è una scorciatoia».

(da “la Stampa”)

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LA REPLICA DEI RENZIANI: “PAROLE DI ODIO PER RENZI, HANNO GIA’ SCELTO LA SCISSIONE”

Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile

GUERINI: “ULTIMATUM IRRICEVIBILI”

Se i tre moschettieri della minoranza (Rossi-Emiliano-Speranza) invocano “O svolta o addio” la riposta dei renziani alla minoranza Pd riunita questa mattina non si è fatta attendere a lungo.
Liquidati alla svelta, come potrebbe accadere domani nel congresso.
“Mai visto tanto odio per il segretario Renzi, neanche a Pontida o in un meetup cinque stelle, dai 101 del Capranica ai 121 del Vittoria” scrive su Twitter il deputato del Pd e renziano Ernesto Carbone.
“Questa mattina toni e parole che nulla hanno anche fare con una comunità  che si confronta e discute. Gli ultimatum non sono ricevibili” conferma il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini che sempre attraverso un tweet commenta le parole degli esponenti della minoranza dem.
“Amarezza per toni minoranza Pd. A mano tesa del segretario solo insulti e intolleranza. La scissione è il loro progetto….dietro a D’Alema” è invece il pensiero di David Ermini, sempre affidato ai social, in cui punta il dito contro l’ex segretario Pd (D’Alema oggi ha affermato: “Scissione? Non è colpa mia”, ndr).
Contro l’ex leader del centrosinistra anche il senatore Andrea Marcucci. “D’Alema ha già  scelto la scissione radunando i suoi. Gli altri seguiranno? Sta a voi Emiliano, Rossi, Speranza, decidere”
“Dolore, rabbia, incredulità . Questo suscitano gli interventi a Roma di Emiliano, Speranza e Rossi. Continuano con la logica dell’ultimatum e del diktat” scrive in un post su facebook il segretario Pd della Toscana Dario Parrini, che è anche deputato Dem.
“Sembra averli abbandonati il cuore. Sembra averli abbandonati la ragione. Sembra averli abbandonati il senso di responsabilità . Noi, fino all’ultimo, cercheremo di avere cuore, testa e responsabilità  anche per loro”, aggiunge Parrini.
“Non ho mai risparmiato critiche a Renzi. Ma quello sentito oggi da palco rivoluzione socialista è inaccettabile e ingiusto perchè non vero”. Così Matteo Richettisi aggiunge al coro su twitter.
“Fermi dal 4/12. Nel nostro immobilismo tattico siamo incomprensibili per chi ci guarda da fuori. Sicuri che la parola giusta sia fermiamoci?” è infine il commento della deputata Pd Anna Ascani.

(da “Huffingtonpost”)

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SCISSIONE DEM, IL CATINO ROSSO DI TESTACCIO E’ GIA’ UN ALTRO MONDO RISPETTO AL PD

Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile

AL NETTO DEI RITUALI DI ATTRIBUIRE ALL’ALTRO LA ROTTURA, ORMAI LA DISTANZA CON RENZI E’ ANTROPOLOGICA… DOMANI LA PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTO: “LO BOCCERANNO E USCIAMO”

C’è vita sul pianeta sinistra. Le immagini di Guerre stellari, dietro il palco, mostrano un’astronave e Yoda, simbolo della saggezza di un mondo lontano: “Devi sentire la forza intorno a te”.
Sul palco Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità  e presentatore della kermesse, spiega: “Quell’astronave è la sinistra, dobbiamo tirarla fuori”.
Poco prima, sulle note di Bandiera rossa, versione riadattata (“evviva il socialismo e la libertà ”) aveva così salutato i presenti: “Spero che questo canto vi aiuti a togliere le rughe dal cuore”.
Teatro Vittoria a Testaccio, core di Roma: la scissione, nella sua sostanza politica, è irreversibile, prima che si consumino gli ultimi rituali.
L’ultimo prevede la presentazione di un documento all’assemblea di domenica, in cui saranno messi nero su bianco i punti della “svolta”, stra-ripetuti in questi giorni, rifiutata la quale “l’inizio di una nuova storia” è inevitabile: 1) l’impegno a far durare il governo fino al 2018; 2) l’impegno del governo a una inversione di rotta su scuola e lavoro 3) congresso a scadenza naturale, ovvero ottobre.
In serata sarà  messo a punto da Speranza, Rossi e Emiliano. E sarà  chiesto di metterlo ai voti all’assemblea di domani: “Lo bocceranno e a quel punto usciamo” spiegano fonti informate.
Al netto del rituale, conta il cuore, che è già  oltre l’ostacolo. E oltre il Pd.
Il Vittoria è un catino, nient’affatto nostalgico, molto di sinistra.
Enrico Rossi parla di “inquietudine verso il presente”, di “riforma del capitalismo”, di “sfruttamento del lavoro”, “Abbiamo accettato troppo supinamente il mondo così com’è”: “Se hai troppa vicinanza coi potenti, se esalti Marchionne, non meravigliarti se i precari ti sentono distante”.
Fortiter in re, suaviter in modo, toni moderati, sostanza tosta, come insegnavano i partiti di una volta, senza effetti speciali, e senza personalizzazione.
Certo toni di sinistra, che dentro il Pd non si sentono da tempo: “Abbiamo bisogno di un partito partigiano che in modo netto sta dalla parte dei lavoratori e del lavoro. Troppa contiguità  coi potenti rende difficile parlare coi lavoratori”.
In prima fila ci sono Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, al suo fianco Francesco Boccia. Due file dietro Antonio Misiani e Elisa Simoni, due giovani turchi di Andrea Orlando mandati come osservatori.
Presenza che significa anche volontà  di dialogo, perchè col proporzionale e due partiti è chiaro che il guardasigilli avrà  un ruolo naturale di interlocutore del Pd verso la sinistra. C’è un passaggio in cui viene giù la sala.
Ed è quando Michele Emiliano, nomina Pier Luigi Bersani: “Di fronte a una situazione molto meno grave di quella in cui si trova oggi Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani si è dimesso e ha consentito al partito di superare le difficoltà . Se quel partito è sopravvissuto ed ha dato la possibilità  a Renzi di diventare presidente del consiglio è perchè il suo segretario è stato capace di vincere il personalismo e di vivere la politica come comunità . Come comunità !”.
Applausi, lunghi lunghissimi. L’ex segretario si alza un po’ dalla sedia e fa un cenno a ringraziare la sala. Comunità , appunto.
Ci sono le bandiere del Pd in sala. Dirigenti, militanti, assediati da microfoni per i “pezzi di clima” raccontano che vorrebbero stare nel Pd, ma il Pd è diventato un’altra cosa.
Non è odio verso Renzi, è distanza quasi antropologica.
“Non è una scelta che facciamo a cuor leggero”, “sono momenti che fanno tremare le vene ai polsi” ripetono.
Una signora di Testaccio, una vita nel Pci: “Io domani Renzi lo aspetto fuori all’assemblea. E gli vado a dire che Bersani lo deve trattare bene perchè noi gli vogliamo bene ci vuole rispetto”.
È quello che Roberto Speranza, nel suo intervento, il più “politico” dei tre chiama il “nostro mondo”, o meglio una parte, nell’ambito di quella che chiama scissione tra un pezzo del popolo del centrosinistra e Pd.
Fa effetto sentire Speranza, che scandisce le parole come accade negli interventi solenni, parlare dell’esperienza del Pd al passato. Parla di “sinistra muta”, “incapace di leggere il nostro tempo”, di un “gruppo dirigente subalterno” che non vede che la rottura sentimentale con un popolo c’è già  stata: “Se il congresso si riduce a un plebiscito-rivincita per il capo arrabbiato perchè ha perso il plebiscito vero, allora un nuovo inizio sarà  scontato”.
La foto dei tre, sul palco, sancisce un punto di non ritorno.
Un fatto politico, al netto delle differenze di sfumature e di approcci, con Emiliano che appare più trattativista e gli altri meno.
In verità  proprio i toni non ultimativi di tutti, assai poco ringhiosi, indicano che la rottura, nella sostanza, appare irreversibile.
Non c’è trattativa, ma, come si dice in questi casi, bisogna far ricadere la responsabilità  sull’altro. “Non costringete questa comunità  ad uscire” urla Emiliano dal palco, “Non rinuncio al sogno per l’arroganza di uno”.
Intanto già  piovono tweet dei fedelissimi dell’ex premier che parlano di “insulti e intolleranza” nella manifestazione di Testaccio.
Ormai, due pianeti.

(da “Huffingtonpost”)

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PD, UNA QUESTIONE DI POTERE

Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile

DALLA MORTE DELL’IDEOLOGIA ALLA MORTE DELLA POLITICA

La grande speranza della sinistra post comunista, dalla Bolognina in poi, era che la morte dell’ideologia avrebbe reso più viva la politica. Più viva e più libera di abbracciare la realtà , di assomigliare alle persone e alla società  così com’erano, di unire e di dividere non più sulla base delle differenti appartenenze, ma delle battaglie da fare.
L’attuale crisi del Pd, forse sull’orlo del suo dissolvimento, non è grave perchè mette a rischio le sorti di questo o quel gruppo dirigente, o addirittura quelle del partito stesso: i leader passano, i partiti anche, e perfino per i litigiosi eredi della grande tradizione comunista e cattolico-popolare vale il cinico ma salvifico detto “chi muore giace, chi vive si dà  pace”.
La crisi del Pd è grave perchè, con tutta la buona volontà , non si riesce a leggerla in chiave di autentico scontro politico, cioè di un conflitto provocato da visioni inconciliabili della società , dell’economia, dei diritti e dei doveri, degli interessi da tutelare e di quelli da combattere.
E dunque il Pd minaccia di certificare, nella sua maniera al tempo stesso rissosa e impotente, che la grande speranza della Bolognina era in realtà  una grande illusione.
Alla morte dell’ideologia ha fatto seguito, a sinistra, anche la morte della politica, almeno della politica intesa come comprensibile e appassionante tentativo di interpretare la realtà  e di modificarla.
Al suo posto uno scontro di potere che riesce a stento, e forse solo per mantenere il decoro, a contenere qualche riverbero di politica vera (la disputa sui voucher? Ovvero su meno del due per cento del totale delle retribuzioni? Esiste al mondo un partito di massa disposto a spaccarsi su una questione del genere?); ma quel riverbero è così tenue da non riuscire a illuminare il clima da tragedia shakespeariana che occupa la scena, e del quale il pubblico riesce a intendere le minacce e i gemiti, non certo la sostanza drammaturgica.
È una trama che sfugge. Una trama che appartiene solo agli attori, non agli spettatori.
È una situazione – quel clima cupo, quell’astio, quel non parlarsi e “non telefonarsi” (Delrio) – che lascia di stucco i milioni di elettori che al Pd, nonostante tutto, fanno riferimento; ma quel che è peggio pare ingovernabile perfino dai suoi stessi artefici, non uno dei quali è riuscito, fin qui, a dare una spiegazione “popolare”, ovvero comprensibile al grosso dell’opinione pubblica, di quanto sta accadendo sul piano delle scelte politiche, visto che su quello del potere (Renzi sì, Renzi no) tutto è fin troppo chiaro. Stucchevolmente chiaro.
Ha ragione dunque Gianni Cuperlo, uno dei (pochi) leader che ha dato l’impressione di anteporre ai conti personali quelli con la comunità  nazionale: la posta in palio è “mandare all’aria un quarto di secolo”, l’intera storia della sinistra italiana dalla Bolognina fino ad oggi, dalla data di morte della ragione ideologica sacrificata nel nome della ragione politica che avrebbe dovuto prenderne il posto.
A giudicare dall’attuale evanescenza della ragione politica, viene da immaginare la piccola vendetta postuma di chi riteneva l’ideologia la sola vera struttura portante di un partito di massa.
Resta comunque una soddisfazione di stretta minoranza. Per la grande maggioranza degli italiani interessati alle sorti di quel campo politico il problema sta diventando ben altro.
Il problema è cominciare a fare i conti – per la prima volta con una evidenza così spietata – non più con la morte dell’ideologia, ma con quella della politica.
La politica come un libro da chiudere perchè leggerlo è diventato troppo ostico e troppo diverso da quello che era stato per i padri e nonni, fonte di passione e di sacrificio, di errori magari tremendi ma quasi mai dettati da calcoli personali.
Già  oggi l’enorme serbatoio dell’astensionismo trabocca di ex elettori di sinistra.
La classe dirigente del Pd e per primo – ovviamente – il segretario politico Matteo Renzi, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, mettano nel conto anche questa possibilità , molto realistica: l’insignificanza politica come prodotto della modestissima significanza delle loro lotte intestine.
Un sacrificio rituale come fu quello della Bolognina (cambiare il nome per cambiare politica) può essere spiegato e metabolizzato, compreso il prezzo di una scissione della quale nessuno potè dire: non si capisce il motivo.
La morte dei Pci fu, lei sì, un dramma storico in piena luce e a piena voce. Nessuno, a sinistra, se ne potè sentire escluso.
Che ne possa sortire, un quarto di secolo dopo, questa rissa senza una vera regia, senza un vero copione e soprattutto senza pubblico, è veramente impressionante.
La risposta al populismo è l’impopolarità ?

Michele Serra
(da “La Repubblica”)

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PATTO A TRE ANTI-RENZI, SI APRE CON BANDIERA ROSSA E GUERRE STELLARI LA MANIFESTAZIONE DELLA MINORANZA PD

Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile

TUTTI I BIG IN PRIMA FILA…OVAZIONE PER BERSANI… SPERANZA, EMILIANO E ROSSI CONTRO IL RENZISMO CONTINUANO A EVOCARE LA SCISSIONE

“O si svolta, o si da vita un nuovo inizio, una nuova sinistra”. E’ questo il concetto chiave del patto a 3 (Emiliano-Speranza-Rossi) in chiave anti Renzi in vista del congresso.
E’ il messaggio unico e inequivocabile lanciato la segretario.
“Serve un gesto di responsabilità , se questo ci verrà  negato sarà  compito nostro dare inizio a una nuova storia. Ci auguriamo un gesto di responsabilità . Ci auguriamo che cambiando si possa proseguire sotto lo stesso tetto. Se non sarà  così nessun patema. Anche perchè in futuro saremo chiamati a collaborare per il bene del paese”.
E’ chiarissimo Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana e candidato alla segreteria del partito, nel suo intervento all’assemblea della minoranza Pd. Un’assemblea per decidere il vero futuro della minoranza del Partito Democratico. Concetto ribadito poco dopo anche da Roberto Speranza: “Se le cose dovessero andare non come vogliamo sarà  normale un nuovo inizio. Ma non sarà  una casa chiusa, stretta e piccole in cui si sente meglio perchè ci sono i nostri colori e le nostre bandiere. Ci sarà  bisogno di offrire al paese un nuovo centrosinistra”
“Di fronte a una situazione molto meno grave di quella in cui si trova oggi Renzi, Bersani si è dimesso e ha consentito al partito di superare le difficoltà . Se quel partito è sopravvissuto ed ha dato la possibilità  a Renzi di diventare presidente del consiglio è perchè il suo segretario è stato capace di vincere il personalismo e di vivere la politica come comunità . Un segretario di partito non è una persona che ha paura del confronto e teme che chi ha idee diverse dalle sue possa avere consenso e che passi il tempo. Che paura ha Matteo Renzi del passare del tempo?”.
Dopo queste parole di Michele Emiliano la platea del teatro Vittoria ha dedicato un lungo applauso a Bersani.
Bersani è seduto nel teatro in prima fila con Guglielmo Epifani e Massimo D’Alema . La kermesse è stata organizzata da Enrico Rossi con Roberto Speranza e Michele Emiliano.
Il teatro è pieno e in sala si vedono numerosi deputati e senatori della minoranza Dem.
Sul palco campeggia la scritta “Democratici socialisti per cambiare l’Italia, la sinistra il Partito democratico” e poco dopo vengono trasmesse immagini di Guerre Stellari, con Yoda e che la “forza sia con te”.

(da “Huffingtonpost”)

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CONCLAVE PER SCONGIURARE LA SCISSIONE

Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile

RENZI DA’ PER PERSI I BERSANIANI E CHIAMA EMILIANO… FURIA SU DELRIO

“E ora vai davanti alle telecamere e rimedi…”. Il fuori onda della discordia ha appena iniziato a fare il giro del web. Matteo Renzi non la prende bene. Ne parla con il responsabile, Graziano Delrio, al telefono. Si arrabbia.
Un minuto dopo il portavoce del premier Paolo Gentiloni e del segretario del Pd, Filippo Sensi, si adopera per dare una mano: raduna un po’ di giornalisti davanti a Palazzo Chigi, Delrio è pronto per “rimediare”.
“Ma no, il segretario ha fatto tante telefonate per scongiurare la scissione…”. Una toppa al vulnus che il fuori onda ha aperto nella narrazione renziana, squarciandola a due giorni dall’Assemblea, l’inizio del Congresso, la probabile scissione dei bersaniani, dei dalemiani. Il caos tiene banco a Palazzo Chigi anche al termine del Consiglio dei ministri.
Dopo la riunione dell’esecutivo, Gentiloni si allontana. Ma Delrio si intrattiene con Dario Franceschini, con Marco Minniti, Luca Lotti, Maurizio Martina, Andrea Orlando, Claudio De Vincenti, Roberta Pinotti. E a un certo punto arriva anche Maria Elena Boschi che se ne va subito dopo.
Tutti gli altri restano lì per tre quarti d’ora a interrogarsi su come fare per evitare la scissione del Pd. Quasi un Consiglio dei ministri sul congresso del Pd, in sostanza. Tanta preoccupazione, ma ormai dopo giorni di mediazioni, dopo l’ultima offerta di primarie entro il 7 maggio e conferenza programmatica con il congresso (firmato Franceschini-Orlando-Renzi) tutti si chiedono quale sia il punto di caduta della minoranza. Se lo chiede anche Franceschini, indefesso mediatore: c’è un punto di limite che li porterebbe a restare nel Pd?
Renzi una risposta se l’è già  data da tempo. Per lui e i suoi pasdaran, una parte della minoranza bersaniana ha già  deciso l’addio, segue le sirene di Massimo D’Alema.
E infatti non a caso oggi il segretario si chiama al telefono Michele Emiliano. Pensa che con lui invece si possa ragionare.
È convinto che il governatore pugliese non voglia lasciare la casa comune e che sia invece interessato a correre per la segreteria al Congresso. Anche se continua a chiedere primarie non prima di settembre, come ha fatto stamattina a Omnibus. Stessa analisi per Enrico Rossi.
Insomma, al netto della figuraccia cosmica per il fuori onda di Delrio, in giornata nella maggioranza renziana si diffonde un leggero ottimismo.
La scommessa è che l’assemblea indetta da Emiliano, Rossi e Roberto Speranza domani a Roma non produrrà  alcuna scissione. “Prenderanno tempo e alla fine non se ne andranno via tutti”, dice una fonte moderata di maggioranza Pd.
Resta il graffio delle parole di Delrio. Al quartiere generale del ministro fanno notare che quello tra Delrio e Renzi è da sempre un rapporto “franco, a volte muscolare, un corpo a corpo in cui ognuno dei due dice quello che pensa”.
E proprio ieri è stata giornata di nervi tesi e rapporto muscolare. I due hanno anche discusso animatamente. Delrio chiedeva a Renzi di fare qualche passo in più verso la minoranza, tendere la mano per scongiurare la scissione o quanto meno per non regalare alibi.
Un tira e molla che si è concluso a sera, in una telefonata prima che Delrio andasse a Piazza Pulita. L’aveva convinto a lanciare quanto meno l’estremo appello, uscito infatti oggi nell’intervista di Renzi al Corriere della Sera, vanificata però dopo dalla diffusione del fuori onda.
È per questo che Renzi è andato su tutte le furie. Un’intera intervista che lui considerava mite e generosa, asfaltata dal fuori onda di Delrio che confida al deputato del Michele Meta quello che pensa di Renzi.
Non solo che non fa le telefonate agli scissionisti, questa è la parte meno grave per il segretario. Quello che non gli è andato giù sono le considerazioni di Delrio sui renziani che pensano che “meno siamo meglio stiamo per i posti in lista, non capiscono che la scissione è come la diga in California: una crepa e poi viene giù tutto…”.
Ecco, questo a Renzi non è piaciuto per niente. Paradossalmente avrebbe compreso di più se a dire certe cose fosse stato un renzianissimo.
Ma Delrio è l’alleato con cui tempo fa ha avuto da discutere, è l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio che ha dovuto trasferire al ministero delle Infrastrutture per far spazio al duo Boschi-Lotti.
Delrio è l’amico con cui Renzi ha da poco recuperato un rapporto. Le sue parole nel fuori onda tirano fuori il non detto del renzismo, con strascichi non da poco.
Al di là  della scissione del Pd.

(da “Huffingtonpost”)

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SCISSIONE PD, ECCO PERCHE’ E’ SOLO QUESTIONE DI POLTRONE

Febbraio 16th, 2017 Riccardo Fucile

ANDARE AL CONGRESSO E PERDERLO NON CONVIENE ALLA MINORANZA: RENZI GARANTIREBBE LORO SOLO LA PERCENTUALE DI POSTI CORRISPONDENTE ALL’ESITO CONGRESSUALE… CON IL PROPORZIONALE E LA PROSPETTIVA DI ARRIVARE A UN 8-10% PRENDEREBBERO PIU’ POLTRONE

Eccoci qua, davanti all’ennesima possibile scissione nel centro-sinistra. A memoria ne ricordo almeno 5, e pensare che la prima volta che ho votato è stato nel 1995.
Non c’era più la Democrazia Cristiana e nè il Partito Comunista Italiano. Da allora ne ho, e ne abbiamo, davvero viste parecchie.
Ma questa scissione “minacciata” dalla minoranza del Partito Democratico, e capitanata dai candidati al congresso – Speranza, Emiliano e Rossi – e gestita da dietro le quinte da Bersani e D’Alema, è forse la più forte mai avvenuta a mia memoria politica.
Una scissione che nei fatti ha preso seriamente corpo solo nelle ultime settimane, e che nel balletto di dichiarazioni si percepiva già  da prima del 4 dicembre, voto che ha dato coraggio a coloro che intendevano allontanarsi dal partito guidato da Matteo Renzi.
Un coraggio che è stato rafforzato ancor di più dalla sentenza della Consulta che, bocciando il ballottaggio e restituendo di fatto un sistema proporzionale con capilista bloccati, ha messo su un problema non da poco, che è quello della possibile costituzione di micro partiti – “nanetti” li chiamava Sartori – che con un semplice 3% alla Camera possono fare il bello e il cattivo tempo di governi e coalizioni politiche.
Ecco dunque la vera ratio della scissione paventata da Bersani, D’Alema e co.
Una questione solamente di poltrone, avrei potuto usare il termine potere, ma avrei rischiato di nobilitare l’intento, che di fatto di nobile non ha nulla, politicamente parlando
Mi spiego.
Se la minoranza decidesse di rimanere nel Partito Democratico e andare a congresso, nel caso di sconfitta rischierebbe di prendere una percentuale molto simile a quella presa al congresso del 2013, risicando ancora di più il loro “potere” percentuale all’interno del partito.
Con una percentuale piccola, restando nel Pd, avrebbe meno margini di “occupazione di spazi” sia negli organismi dirigenziali, sia nell’assegnazione dei capilista che dei nomi nelle liste politiche.
Ora, il ragionamento è semplice.
Se i sondaggi mi danno intorno all’8-10%, perchè non correre da soli e prendere tutti i parlamentari con una lista a parte, piuttosto che “dividerla” con la maggioranza e con Renzi?
Posso prenderne di più e gestirli ancora meglio.
Ecco, questo il motivo della scissione, ed è inutile che stiamo a parlare di conferenze programmatiche, di congressi lenti, di date o di prospettiva politica, agli strateghi della minoranza interessa poco, è solo lo specchietto per le allodole.
Agli italiani poi importa ancora meno della scissione e delle manovre della minoranza.
Un congresso infine non dovrebbe spaventare nessuno, soprattutto i D’Alema e i Bersani che con i congressi ci sono cresciuti.
Quindi il ragionamento politico c’entra poco con la scissione, calassero giù la maschera e dicessero le cose come stanno, visto che la melina va avanti da troppo tempo, e secondo me una ammissione di intenti, chiara e trasparente, farebbe recuperare un po’ di stima politica a chi, in queste ore, minaccia la scissione dai canali televisivi e poi nelle direzioni ritratta con un imbarazzante “era una battuta”.
Fate un congresso politico e trasparente e chi ha più filo, faccia più tela.

Tommaso Ederoclite
(da “Huffingtonpost”)

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    • DELMASTRO DEVE RINGRAZIARE DI ESSERE UN POLITICO: UN AGENTE PENITENZIARIO SAREBBE GIÀ SOTTO PROCEDIMENTO DISCIPLINARE PER LA FREQUENTAZIONE OCCASIONALE DI MAURO CAROCCIA, CONDANNATO COME PRESTANOME DEL CLAN SENESE. FIGURARSI SE FOSSE STATO PURE SOCIO
    • “CON QUESTA RIFORMA MANI PULITE SAREBBE STATA FERMATA”. GHERARDO COLOMBO, UNO DEI PM PROTAGONISTI DELLA STAGIONE DI TANGENTOPOLI: “FUI SOTTOPOSTO A CINQUE PROCEDIMENTI DISCIPLINARI, DUE DEI QUALI PROMOSSI DA DUE DIVERSI MINISTRI DELLA GIUSTIZIA. FINIRONO TUTTI BENE, CON UN CONSIGLIO SUPERIORE DAVVERO INDIPENDENTE, MA SE FOSSE STATA OPERATIVA L’ALTA CORTE DISCIPLINARE PREVISTA DALLA RIFORMA NORDIO, L’ESITO SAREBBE STATO L’OPPOSTO”
    • COME SONO SMEMORATI I FRATELLI D’ITALIA: HANNO IL “VIZIETTO” DI DIMENTICARSI DI DICHIARARE LE LORO SOCIETÀ. IL SOTTOSEGRETARIO ANDREA DELMASTRO SI ERA DIMENTICATO DI INSERIRE NELLE DICHIARAZIONI PATRIMONIALI OBBLIGATORIE LA “CINQUE FORCHETTE SRL”, CONDIVISA CON LA FIGLIA 18ENNE DI MAURO CAROCCIA, PRESTANOME DEL BOSS DI CAMORRA MICHELE SENESE. MA MICA È L’UNICO
    • IL GARANTISMO DI CHI NON LO E’
    • UN VOTO PER LEGITTIMA DIFESA
    • IL TAGLIO DELLE ACCISE SUI CARBURANTI NON È SERVITO A NIENTE: SARÀ SUBITO RIASSORBITO DAI NUOVI AUMENTI DEL PETROLIO, E GIORGIA MELONI RESTERÀ A SERBATOIO ASCIUTTO
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