Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
MARONI PROVA AD ALZARE LA VOCE E RIMEDIA DUE SCHIAFFONI: VOLEVA LA LOMBARDIA AL VOTO IN PRIMAVERA, ORA COTA E ZAIA SE LA FANNO SOTTO
La giunta regionale della Lombardia si avvia a nuove elezioni dopo l’ennesimo scandalo, che questa volta vede coinvolto l’assessore regionale Zambetti?
La Lega sul far della sera chiede al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, di azzerare la giunta da lui guidata e lo avverte che ha in mano le dimissioni di tutti i consiglieri e degli assessori della Lega in Regione. «Lasciamo a Formigoni la scelta se fare un passo indietro o uno di lato – ha detto il segretario regionale della Lega Matteo Salvini al termine di un incontro con i consiglieri al Pirellone – ci aspettiamo quanto meno l’azzeramento dell’intera giunta, l’eventuale dimezzamento dei nuovi assessori, eventualmente con un altro presidente di Regione».
In pratica se lasciasse il posto a un leghista si potrebbe andare avanti.
Qualche ora dopo è arrivata la replica di Formigoni: «Mi sono sentito con il presidente Berlusconi e con il segretario Alfano, che hanno confermato la linea del Pdl: se cade la Lombardia un secondo dopo cadono Veneto e Piemonte».
Così ha riferito il presidente della Regione Lombardia al suo entourage, secondo il quale il governatore è «assolutamente tranquillo» perchè «quella assunta stasera dalla Lega è una decisione presa a livello locale».
Come dire che Salvini non conta una mazza e che se Maroni vuole suicidarsi è libero di farlo.
Cota e Zaia saranno felici e riconoscenti a Salvini per le sue parole.
Forse il cantante del “senti che puzza, stanno arrivando i napoletani” farebbe meglio a preoccuparsi della visita di ieri della GdF al gruppo regionale dela Lega dove Boni è nuovamente indagato per la gestione dei fondi del gruppo.
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
“ROTTIAMAMO I NOSTRI DIRIGENTI, NON LUI: IL PDL E’ FINITO, SERVONO LE PRIMARIE”
«Berlusconi ha dato l’esempio. Adesso facciamo un passo indietro tutti. Dico: tutti. Dal
segretario Angelino Alfano a scendere. Il Pdl è finito. Bisogna costruire qualcosa di più grande, ambizioso, una nuova casa. La vecchia impalcatura non serve più».
Ma davvero regge un centrodestra senza Berlusconi? Lei ha sostenuto il contrario, finora.
«No. Assolutamente no. Nessuno può pensare che Berlusconi vada ai giardinetti. Io ho detto che lui era il nostro miglior candidato premier. E lo dico ancora oggi: se il progetto non si realizzerà , lui rimane quello che tra tutti noi prende più voti. Ma ancora una volta ha dimostrato grande spirito di servizio, pur di dar vita al progetto destinato a tutti quelli che non vogliono consegnare il paese a Vendola e Bersani. Io chiedo: siamo tutti disposti a fare un passo indietro e azzerarci?»
Tutti chi?
«Tutti. Dal segretario del Pdl Alfano in giù. Possibile che sempre e solo il presidente debba fare un passo indietro? Io mi aspetto un azzeramento complessivo. Si tratta solo di seguire l’esempio di Berlusconi, per costruire il nuovo centrodestra».
Che ne sarà del Pdl?
«È un partito finito. Ha concluso la sua parabola. Bisogna costruire altro. Noi torneremo aì quella prima lista civica che è stata Forza Italia».
E per scegliere la guida? Primarie?
«Certo, senza Berlusconi hanno un senso. E io mi candido».
E gli ex An?
«Faranno una cosa loro, come ha già fatto Tremonti. Tutti poi ci ritroveremo sotto il medesimo tetto. Con Casini, se dirà sì, con Montezemolo, se ci starà ».
E perfino con Fini? Pronti a dimenticare il passato?
«In politica si supera tutto, se si pensa al bene del Paese. Io stessa sarei disposta ad archiviare vecchie questioni personali».
Ma Berlusconi rinuncia alla corsa alla premiership o anche al seggio in Parlamento?
«C’è qualcuno, anche tra le nostre file, che pensa che si possa rottamare Berlusconi. Quel che è certo è che i milioni di nostri elettori vogliono rottamare tanti dei nostri dirigenti. Ma non certo lui».
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
DOCENTE UNIVERSITARIO, GIORNALISTA, E’ STATO TRA I PROMOTORI DI FORZA ITALIA
Ma se Silvio getta la spugna, chi spingerà avanti al suo posto? Nessuno lo sa. 
E nel buio fitto, si moltiplicano gli identikit dei possibili rimpiazzi.
L’ultimo che circola ai piani alti del Pdl, dove il panico dà le traveggole, è quello di Paolo Del Debbio.
Berlusconi, dicono personaggi degni di fede, gli ha messo gli occhi addosso.
È professore universitario (di Etica ed economia), dunque colto.
Ma niente affatto noioso, anzi frizzante quanto basta per andare in tivù.
Il suo programma su Rete4, «Quinta colonna», finora è andato sorprendentemente bene trattando temi tipici del berlusconismo, dalle tasse agli sprechi, con collegamenti in piazza stile Santoro.
In via dell’Umiltà c’è chi lo accusa di populismo temendo che Del Debbio diventi popolare, perlomeno nella fascia di pubblico dove andava forte Emilio Fede.
Non è giovane come lo gradirebbe Berlusconi (54 anni), però giovanile e con i riccioli.
Perchè il Cav dovrebbe puntare su di lui? Semplice: le sta tentando tutte.
Sono mesi che fa «casting», cioè seleziona possibili candidati.
A parte certi big i quali di correre per lui non ci pensano nemmeno (Montezemolo, Passera, Della Valle), sotto la sua lente sono passati personaggi che mai ti aspetteresti. Si parlò senza fondamento del giovane «gelataio» di Grom, Guido Martinetti.
Poi ci fu l’infatuazione per il «grillino» Paolo Piffer, giovane monzese invitato per una giornata intera ad Arcore.
Quindi circolò il nome di Luisa Todini, imprenditrice nel campo edilizio.
In maggio si è detto che per disperazione Berlusconi volesse «pescare» il proprio successore in campo avverso, arruolando nientemeno che Renzi, salvo smentire e rammaricarsi con l’interessato.
Infine fu il turno di Luigi Zingales, economista «liberal.
Ugo Magri
(da “la Stampa”)
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
PSICODRAMMA DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA CHE SPERAVA IN UNA CANDIDATURA (POI SFUMATA) NELL’UDC
Mi dimetto. Non mi dimetto. Ho annunciato le dimissioni. Non ho annunciato le dimissioni.
E’ stata una giornata di psicodramma per Guido Podestà , presidente della Provincia di Milano, finita con una conferenza stampa in cui il politico del Pdl assicura che resterà al suo posto.
E se già si fa fatica a comprendere la versione “ufficiale” dell’interessato, si aggiungono i retroscena.
Il più accreditato dei quali vuole che Podestà abbia annunciato le dimissioni per poter correre alle elezioni politiche, dato che per legge possono candidarsi i presidenti di Provincia che abbiano lasciato il loro incarico almeno sei mesi prima del voto, previsto ad aprile.
Ma dopo aver ricevuto un no dall’Udc — a Milano Podestà rappresenta la minoranza del Pdl — il presidente sarebbe tornato in fretta sui propri passi.
“Credo non ci sia motivo per dare le dimissioni”, ha affermato in conferenza stampa, spiegando che in un momento difficile “bisogna rispettare il patto con i cittadini”. L’esposizione dei fatti che avrebbero portato all’equivoco è stata quanto meno contorta. Podestà ha assicurato di non aver cambiato idea rispetto a quando, poche ore prima, aveva convocato la conferenza stampa medesima con un messaggio su Twitter. Che recitava: “Alle 16 conferenza stampa sulle ragioni delle mie dimissioni. Governare una provincia in queste condizioni è (quasi) impossibile”.
Poi ha “spiegato” che è sempre stata sua intenzione andare avanti, ma di aver discusso “pure con la famiglia” e di aver capito le ragioni di altri presidenti che oggi si sono dimessi, chiamando in causa i tagli del governo.
E alla fine ha anche attribuito la colpa al suo ufficio stampa, che avrebbe sbagliato a scrivere il “twit” incriminato.
Nel fuorionda il presidente si rivolge al portavoce Andrea Radic. “Tu hai mandato veramente ‘sti twit?”. “Sì”. E il presidente: “E’ una stronzata. Se lo hai fatto è una cosa inaccettabile” .
In precedenza, Podestà aveva spiegato ai giornalisti che il twit conteneva un “mie” di troppo, dal che si dedurrebbe che fosse sua intenzione parlare di “dimissioni” altrui.
Sui motivi delle annunciate dimissioni erano circolate diverse ipotesi.
Da una parte nel 2014 la Provincia di Milano scomparirà perchè nascerà l’Area metropolitana. Dall’altra, appunto, una possibile candidatura alle prossime elezioni politiche.
Altra ipotesi, un gesto per protestare contro i tagli alle Province (stesso motivo addotto dalla presidente di Asti, Maria Teresa Armosino), e quindi che si tratti di una provocazione. E’ il caso anche del presidente della Provincia di Biella Roberto Simonetti (che è anche parlamentare della Lega Nord).
E ancora tra tre giorni Podestà si presenterà davanti al giudice per l’udienza preliminare per il caso delle firme false presentate per consentire alle liste Pdl di partecipare alle elezioni regionali del 2010.
L’accusa per l’attuale presidente della Provincia di Milano è quella di falso ideologico.
All’epoca il presidente della Provincia era coordinatore regionale lombardo del Pdl: è imputato perchè sarebbe stato il promotore della presunta falsificazione delle firme a sostegno della lista di Roberto Formigoni e di quella provinciale del Pdl per le regionali del 2010.
L’estate scorsa il procuratore aggiunto Alfredo Robledo aveva chiesto il processo per altre nove persone, tra cui Clotilde Strada, all’epoca responsabile della raccolta firme del partito e che è stata anche collaboratrice della consigliera regionale Nicole Minetti.
E poi, sullo sfondo, c’è il crepuscolo del Pdl, perfino a Milano.
Mentre Silvio Berlusconi dice di ritirarsi per far spazio a un’area dei moderati la più ampia possibile, il partito resiste solo nella figura del presidente di Regione, Roberto Formigoni.
Milanese, classe 1947, Podestà ha iniziato a lavorare con Silvio Berlusconi nella Edilnord nel 1976, diventandone anche amministratore delegato.
La sua carriera politica è iniziata nel 1994 in Forza Italia quando è stato eletto al Parlamento europeo, di cui in seguito è diventato anche vicepresidente.
E’ rimasto eurodeputato fino al 2009, quando è diventato presidente della Provincia, che sparirà nel gennaio 2014 per diventare città metropolitana.
Nel maggio 2008 è diventato coordinatore regionale di Forza Italia e poi del Pdl fino al 2011 quando è stato sostituito da Mario Mantovani.
Lo scorso febbraio si è candidato alla segreteria provinciale del Pdl a Milano, ottenendo il 22% dei voti contro il 72% dell’eletto Sandro Sisler.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO GETTA L’AMO ALL’UDC: “SI SACRIFICA PER UNIRE IL CENTRODESTRA”. I PRO-MONTI ESULTANO, I FEDELISSIMI SI AGITANO E IL CAVALIERE TACE… FRATTINI FAVOREVOLE, LA SANTANCHE’ INSORGE: “NON E’ ALFANO CHE DECIDE”
Svolta clamorosa e concordata? Daniela Santanchè non crede che Angelino Alfano sia il
ventriloquo di Silvio Berlusconi.
Prima di entrare negli studi di Porta a Porta, legge un dispaccio d’agenzia e dice: “Dov’è la notizia? Chi parla con Berlusconi sa che questa non è una cosa nuova. E poi non è Alfano a decidere sulla candidatura del Cavaliere”.
Galeotta la presentazione a Roma dell’ultimo libro di Ferdinando Adornato (oggi deputato dell’Udc), il segretario senza quid del Pdl annuncia: “Berlusconi è pronto a non candidarsi per unire i moderati e il centrodestra”.
Alafano parla davanti a Pier Ferdinando Casini dell’Udc (ed Enrico Letta del Pd).
È la reiterazione, stavolta più solenne, della solita offerta ai centristi, estensibile fino a Luca Cordero di Montezemolo: un’ammucchiata neodemocristiana per fermare Bersani più Vendola.
Casini incassa con prudenza, se non scetticismo: “Sono pronto alle sfide ma non agli inganni. Vediamo se è vero quello che dice Alfano, non è la prima volta che assistiamo agli stop and go del Pdl”.
Ma le parole del redivivo Alfano suonano innanzitutto come una risposta (una dichiarazione di guerra?) al bombardamento in corso sul Pdl da Palazzo Grazioli, residenza romana del Cavaliere.
Dopo le minacce di azzeramento e di rottamazione della nomenklatura, ecco la soluzione finale che ribalta la scena: ad andare via, secondo il segretario, sarà Berlusconi, non i colonnelli assediati.
Non a caso, ad applaudire subito l’annuncio sono i colonnelli medesimi e i sostenitori dello spirito della Grande Coalizione: Fabrizio Cicchitto, Franco Frattini, Maurizio Lupi, Mario Mauro, Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno (“Non si ricandida? È una buona notizia”).
Alfano vuole salvare il Pdl e riunirlo con l’Udc sotto l’ombrello dei popolari europei. Vecchia storia, che va avanti almeno dal febbraio 2011, prima dello spread estivo e dell’arrivo di Monti a Palazzo Chigi, nell’autunno dello stesso anno.
Il segretario dice anche: “Il Pdl non lascerà il campo”. È la linea esattamente contraria alle indiscrezioni di questi giorni riportate dal Giornale di Sallusti.
Da un lato l’oligarchia di partito, dove si fa strada un nascente antiberlusconismo azzurro, dall’altro i movimentisti o i rivoluzionari che sognano la morte del Pdl.
Non solo la Santanchè. Ecco la Biancofiore: “Che Berlusconi non si candiderà con il Pdl lo hanno capito tutti gli italiani e lo sapevano anche i protagonisti della politica. Altra cosa è, come sperano alcuni ambienti terrorizzati dal suo potenziale successo, che Berlusconi si ritiri a Cuba e lasci la politica. L’annuncio di Alfano dunque non è un annuncio”.
In realtà , il problema è la torsione (forzatura?) che Alfano dà ai tentennamenti di Berlusconi delle ultime settimane.
L’unica certezza è questa: il Cavaliere non ha più voglia e penserebbe al ritiro.
E il piano di riunire i moderati risale alle passate offerte a Luca di Montezemolo di guidare il centrodestra.
Offerte però rifiutate dal presidente della Ferrari.
Adesso il progetto viene rilanciato da Alfano e Casini vuol capire fino a che punto si tratti di un bluff.
Del resto B., in questi mesi, è stato a fasi alterne in procinto di fare il padre nobile del Pdl o il candidato premier.
Ieri Berlusconi è tornato a Milano dalla Russia, dove ha partecipati ai sontuosi festeggiamenti per i sessant’anni dell’amico Vladimir Putin.
Primo interrogativo: porterà avanti l’offensiva contro il Pdl?
L’insofferenza verso i colonnelli del suo partito è continuata fino al momento della partenza.
Testimoni raccontano una scena dopo l’ennesima riunione con la nomenklatura. Usciti dalla stanza gli ex An Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, B. ha aperto le finestre: “C’è un cattivo odore di fascismo”.
Poi c’è Cicchitto, vero conducator degli antiberlusconiani del Pdl.
Questo il titolo, in parte rettificato, di una sua intervista alla Stampa: “Berlusconi i voti non li prendi solo tu, bombardare il quartier generale non aiuta il centrodestra”.
Nel partito è ormai in corso una feroce guerra tra bande e clan, con annesse minacce di scissioni.
Paradossalmente, il ritiro di Berlusconi potrebbe più unire che dividere, anche all’interno. Segno dei tempi.
B. arriverà a Roma solo domani.
Oggi vedrà ad Arcore la famiglia e i vertici del Biscione.
Gli interessi delle sue aziende e i guai giudiziari (a cominciare da Ruby) sono sempre in cima all’agenda.
E non è un mistero che una trattativa sul Monti-bis contempli un salvacondotto completo sulla “roba” e sui processi.
Per quanto riguarda, poi, l’eventuale sesta discesa in campo, Berlusconi si riserverà di decidere solo quando alcune incognite saranno sciolte: le elezioni regionali in Sicilia, il vincitore delle primarie del Pd, la sentenza su Ruby.
Nel frattempo, i sondaggi della fidata Ghisleri continuano a dare conto del grande crollo del Pdl, precipitato tra il 17 e il 18 per cento.
Una catastrofe.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile
ACCERCHIATO TRA RUBY, TARANTINI E DELL’UTRI L’EX PREMIER CERCA UNA USCITA GARANTITA
«Giochiamoci quest’ultima carta». Incassare il salvacondotto che possa chiudere le sue partite giudiziarie e le sue angosce.
Compiere il passo indietro più volte ventilato, consegnare il suo pacchetto di voti pur di ottenere una qualche forma di «amnistia».
Ma questa volta con patti chiari, con accordi non formali ma «certi».
Un patto tra gentiluomini, tra i «moderati» che darebbero vita al «Ppe italiano» senza Silvio Berlusconi.
Col Cavaliere destinato a restare sullo sfondo e a quel punto poco o nulla interessato ai dettagli, a chi guiderà la coalizione, se il corteggiatissimo Luca Cordero di Montezemolo, col quale è tornato a parlare a più riprese in queste settimane, o lo stesso Pier Ferdinando Casini, che pure ha risposto «no grazie» anche all’ultima avance.
L’ex presidente del Consiglio che atterra a Milano da Mosca e si chiude ad Arcore è un uomo assillato dal tempo che scorre rapido.
E dalle porte che si chiudono sul suo futuro politico e personale. Su un partito avviato verso l’esplosione e il tracollo elettorale.
È il fantasma dei processi, a inseguirlo, in primo luogo.
Non solo la tenaglia Ruby che – a dispetto delle rassicurazioni dei suoi legali – sta per chiudersi già entro l’anno o al più a gennaio. Ma ci sono anche i procedimenti avviati dalla Puglia sull’affaire Tarantino e quello napoletano sul filone Lavitola, a impensierire non poco.
Per non dire – racconta chi nel Pdl tiene d’occhio politica e toghe – il dirottamento sulla Boccassini, nella tana di Milano – del procedimento sul «ricatto» che avrebbe operato Dell’Utri.
«Un accerchiamento» lo definisce, e non da ora, Berlusconi.
Ma a piegare le ultime resistenze e a spingerlo a usare quella che ha sempre considerato l’«arma finale» sono stati anche gli assilli dell’imprenditore che vede il suo gruppo perdere fette importanti di mercato, valore delle azioni, prospettive di sviluppo per l’impero Mediaset.
Le condizioni che il Cavaliere si prepara a porre ai suoi interlocutori in un altro mercato, quello della politica, sono dunque duplici. In fin dei conti, sono le medesime condizioni che erano state poste a novembre, alla vigilia della nascita del governo Monti.
Anche allora i luogotenenti del premier dimissionario hanno provato a piantare dei paletti di garanzia, risoltisi in nulla.
Se non in un via libera sui ministeri ritenuti più «delicati». Berlusconi era un leader all’angolo, costretto dalle cancellerie di mezza Europa a compiere il passo indietro.
Adesso pensa di poter dettare lui le condizioni. E di entrare a pieno titolo in partita.
E’ per questo che, raccontano, questa volta è disposto a giocare sul tavolo verde il jolly. Rinuncia non solo alla corsa alla premiership ma anche al seggio in Parlamento.
«Non a caso l’uscita di Alfano è stata vaga, ambigua su questo punto» fa notare un dirigente di via dell’Umiltà . Ma per farlo – va da sè – «le garanzie sotto il profilo giudiziario dovrebbero essere blindate» nell’ottica di chi ci sta lavorando.
Come sia possibile strapparle, nell’attuale quadro costituzionale, resta tutto da verificare.
Certo è che per tutto il giorno sull’asse Mosca-Roma i contatti sono stati costanti, continui. Angelino Alfano non ha lanciato la pietra nello stagno a occhi chiusi, non avrebbe potuto permetterselo.
Raccontano dalla sede Pdl che l’ultima telefonata col «capo» è avvenuta fino a pochi istanti prima del decollo di Berlusconi dalla capitale russa dopo i festeggiamenti di Putin.
«Giochiamoci quest’ultima carta, proviamo a mettere all’angolo Pier davanti alle telecamere» è stato il messaggio in vista dell’appuntamento pubblico che da li a poco avrebbe atteso Angelino e il segretario Udc.
Per nulla tentato, il leader centrista: «Ne abbiamo viste troppe» commentava Casini dopo aver lasciato la presentazione del libro di Adornato e prima di raggiungere gli studi di Ottoemezzo, dove ha ribadito il concetto.
Per nulla interessato, adesso: «Figuariamoci se dopo anni di deserto accettiamo, per poi sentire Silvio tornare da Mosca e ripensarci e cedere al pressing dei suoi per non mollare».
Invece “Silvio” pensa proprio all’«ultima carta», prima che il partito finisca in mille pezzi.
Del Pdl morente se ne occuperà solo adistanza.
Oggi resterà a Villa San Martino per incontrare i suoi familiari.
Domani a Palazzo Grazioli, per riunire i vertici Fininvest, come accade sempre nei momenti cruciali.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 8th, 2012 Riccardo Fucile
APPELLO ALL’UDC PER NON CONSEGNARE IL PAESE ALLA SINISTRA… CASINI REPLICA: “CONOSCO LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI”
“Per unire il centrodestra Silvio Berlusconi è pronto a non ricandidarsi. Per non consegnare l’Italia alla sinistra occorre un gesto di visione e generosità degli altri protagonisti del centrodestra”.
Così il segretario del Pdl Angelino Alfano è intervenuto raggiungendo Pier Ferdinando Casini ed Enrico Letta alla presentazione del nuovo libro di Ferdinando Adornato.
“Abbiamo il compito di ricostruire il centrodestra italiano”, ha detto il segretario del Pdl.
“Se ne avremo le forze, la sinistra non andrà al governo e avremo uno Stato più leggero e meno tasse — ha assicurato — con la sinistra al governo avremo uno Stato più pesante e più tasse”.
Ma al di là delle affermazioni sul centrosinistra, le parole del segretario del Pdl sembrano sancire la fine del dominio politico di Berlusconi sul centrodestra.
Non più padre e padrone del partito, l’ex presidente del Consiglio sembra essere diventato l’ostacolo — in primis verso l’Udc di Cesa e Casini — per ricostruire una casa comune del centrodestra.
A maggior ragione ora che le indiscrezioni vogliono Silvio Berlusconi pronto ad “abbandonare” lui stesso il Pdl per virare su un soggetto nuovo.
Indiscrezioni, tentazioni.
Di certo c’è che lo stesso Alfano ha pubblicamente esortato Casini a unire le forze: “Se Berlusconi non si ricandida per favorire l’unità del centrodestra hai il diritto, la possibilità e il dovere di giocare questa partita per riunire l’area dei moderati”, ha detto il segretario Pdl rivolgendosi al leader Udc.
“Bisogna profondere ogni sforzo per unire una grande area moderata e alternativa alla sinistra”, ha insistito Alfano: “Caro Pier, sei chiamato a questa sfida”.
“Se come Pdl — ha proseguito — siamo disposti e pronti allo sforzo più generoso e importante, chiediamo agli altri di fare la stessa cosa. Noi ci stiamo e, caro Casini, spero che le nostre strade possano tornare a incrociarsi”.
Alle parole di Alfano, Casini ha risposto con una cauta apertura. “Alle sfide nella mia vita politica non mi sono mai sottratto, agli inganni ho cercato di sottrarmi — ha detto — poichè ho il dovere di ritenere che non porti inganni, con cautela però voglio verificare. Spero — ha aggiunto che quello che ha detto Alfano abbia un valore ma tutti quanti siamo abituati alle giravolte di Berlusconi quindi serve cautela e parsimonia nei giudizi. Se il Pdl fa un appello ai moderati — ha sottolineato Casini — significa che cerca di allargare il suo spazio elettorale o si pone realmente un problema di aggregazione che parte da un processo autocritico di come si è governato in questi 20 anni? Oggi qualunque processo di aggregazione dei moderati deve nascere sulla base della verità . Qui, si sta facendo una riflessione autocritica nel Pdl e sul perchè questa esperienza è finita? Perchè Fini ha tradito? No — ha proseguito il leader centrista — non è stato questo il problema, non c’è stato nessun tradimento, anzi va visto a parti invertite”.
Secondo Casini, “non si fa questo appello superando il chiarimento. Angelino — ha detto rivolgendosi ad Alfano — ti sei dimenticato di Monti che non è un incidente di percorso. Monti non appartiene a nessuno, eppure c’è per volontà di tutti noi. E’ un’anomalia da risolvere o bisogna ripartire dai contenuti dell’agenda Monti? E’ questo il macigno che vale non solo per il Pdl, ma anche per la sinistra”.
Già da stamattina le dichiarazioni dei colonnelli puntavano a un passo indietro dell’ex leader. In questa direzione le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che vedrebbe bene Berlusconi a guardare la competizione dall’esterno.
”Io non ho fatto mistero che tra le ipotesi messe in campo da Berlusconi, mi piaceva quella del padre nobile e dell’allenatore. Per la scelta del leader io credo nel consenso e, anche se fosse Berlusconi, ne uscirebbe ancora più forte. Non vorrei leggere il nome del candidato su un comunicato dell’ufficio di presidenza. Berlusconi non è un uomo che ha paura di misurarsi col consenso e per questo non capisco la paura del partito a confrontarsi con un cammino di scelta. Vedendo il dibattito sui contenuti innescato dalle primarie del centrosinistra rischiamo di passare per un partito che ha paura di misurarsi con il consenso”.
Così l’ex ministro a Tgcom24. “E’ inutile — ha proseguito — scimmiottare Renzi, io contesto i criteri di selezione. Spesso c’è stata una selezione di una classe dirigente calata dall’alto di cooptati e raccomandati. Il problema non è cambiare il simbolo, ma i meccanismi”.
Cioè, “Primarie, preferenze, tutto. I partiti facciano scegliere ai cittadini perchè scelgono meglio dei partiti”.
Meloni ha parlato anche della sempre più scomoda posizione degli ex An nel partito: “La vicenda degli ex An è complessa. Loro differentemente a quanto si dice non sono un moloch che la pensa alla stessa maniera sul futuro del partito. In questi anni qualcosa non ha funzionato visto che oggi siamo distanti dal 38% degli anni scorsi. Noi abbiamo fondato un partito per normalizzare l’Italia ma poi l’abbiamo gestito come un partito da 2%. Io credo in questo progetto ma non bisogna cambiare solo le facce”.
Nelle stesse ore è stato un altro ex ministro, Franco Frattini, a chiedere ad Alfano uno sforzo per ricucire con l’Udc.
”Mi auguro — ha detto — che Alfano dica cose che facciano dire a Casini ‘siamo insieme, siamo dalla stessa parte’. Non possiamo stare fermi — ha aggiunto -abbiamo un’occasione”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
ALLARME TRA I DIRIGENTI… MA LA RUSSA, GASPARRI, ALFANO E CICCHITTO NON HANNO ALCUNA INTENZIONE DI FARSI ROTTAMARE
Berlusconi vuole sbaraccare il partito. No, vuole lasciare la politica e nemmeno si candiderà in Parlamento…
In queste ore nel Pdl le voci si rincorrono e tra i dirigenti l’allarme è massimo.
Quali siano le reali intenzioni del Cavaliere, nessuno sa dirlo perchè nelle riunioni (sempre più rare) lui ascolta, tace, sbadiglia, al massimo annuisce con scarsissima partecipazione.
Da quando è esploso lo scandalo del Lazio, Silvio è diventato ancor più una sfinge.
E la fibrillazione dei suoi colonnelli aumenta.
Lo avevano convinto (così loro credevano) che al Pdl basterebbe un rinnovamento serio ma senza rivoluzioni, un cambio di nome e una grande assemblea ai primi di dicembre per darne l’annuncio.
Alfano ha pure fatto filtrare, tutto soddisfatto, la svolta su qualche giornale.
Invece poi Berlusconi, incontrando gente, ha detto che non condivide il percorso, di questo partito così com’è lui non sa che farsene, vuole l’azzeramento totale e in fretta, un paio di settimane al massimo per renderlo operativo.
Ha vagheggiato una grande alleanza tra tutti i moderati, da Casini a Montezemolo, nell’ambito di un nuovo contenitore politico. E, a quanto pare, ha prospettato in questi suoi colloqui nientemeno che il proprio ritiro dalla politica, se il passo indietro fosse necessario per ottenerne uno in avanti dai possibili alleati.
Al momento non si direbbe che Casini, tantomeno Montezemolo, siano minimamente interessati all’offerta del Cavaliere.
Però, casomai lo fossero, non c’è ombra di dubbio che l’attuale Pdl con tutte le sue correnti e i personaggi più o meno usurati sarebbe d’impaccio e non di aiuto al parto della nuova alleanza.
Per potersi fondere in un nuovo progetto, Berlusconi deve prima disfarsi della sua creatura politica.
E ricostituirla a propria immagine e somiglianza.
Inutile dire che i vari La Russa, Gasparri, Cicchitto, e lo stesso Alfano, non hanno la minima intenzione di farsi rottamare.
Alcuni di loro in privato si dichiarano pronti ad alzare le barricate e addirittura, se occorre, a mandare avanti il Pdl senza il suo Fondatore.
Nella speranza che alla fine lui receda e torni a più miti consigli.
Ma Silvio tornerà sui suoi passi?
Dalle parti di Arcore qualcuno sostiene che nemmeno lui ha deciso, sta vagliando tutte le soluzioni. Al momento l’unica certezza è che il Pdl tra due mesi al massimo chiuderà i battenti.
Il resto è nebbia.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
Il “MANIFESTO PER IL BENE COMUNE DELLA NAZIONE”: IN DIFESA DELLA VITA E DELLA FAMIGLIA
«Manifesto per il bene comune della Nazione». È questo il titolo del documento
«neoconservatore» proposto da Gaetano Quagliariello e Maurizio Sacconi della Fondazione Magna Carta, Maurizio Gasparri di Italia protagonista, Roberto Formigoni di Rete Italia, Mariastella Gelmini di Liberamente e Gianni Alemanno della Nuova Italia.
L’obiettivo dei sei promotori è quello di sostenere con quest’iniziativa i temi tradizionali come la difesa della vita, della famiglia e della comunità .
Contribuendo, si legge nella presentazione, «alla rielaborazione delle idee liberali e comunitarie per declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale. Solo dai conservatori delle cose buone, infatti, può venire un’autentica spinta al cambiamento e alla modernizzazione».
Ma il testo è anche un’occasione per suscitare il dibattito in vista del convegno, tra credenti e non credenti, che ogni anno la Fondazione Magna Carta organizza a Norcia, e che, in questa ottava edizione, sarà intitolato «A Cesare e a Dio».
Questo manifesto di intenti si propone di contribuire alla rielaborazione delle idee liberali e comunitarie, per declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale.
Solo dai conservatori delle cose buone, infatti, può venire un’autentica spinta al cambiamento e alla modernizzazione. Il presente documento è aperto all’adesione e al contributo di tutte le altre associazioni e fondazioni dell’area di centrodestra.
Le sfide della società post-moderna
Le grandi trasformazioni del nostro tempo richiedono una capacità di governo che sappia coniugare competenza e visione, sostenute da principi morali e da una coerente intelaiatura intellettuale.
Per vincere la sfida, la rappresentanza politica dei “liberi e forti” costruttori di benessere per sè e per gli altri, dovrà rivelarsi attrezzata non solo per l’assunzione di decisioni efficaci ma anche per l’affermazione di una cultura di riferimento.
A fronte di una compressione della dimensione assistenzialistica dello Stato, sono infatti i valori e la conseguente visione della persona e della società a mobilitare quest’ultima verso obiettivi di crescita.
Si tratta di risvegliare nel corpo vivo della nazione quel principio di verità e di responsabilità che deriva dalla tradizione dei padri, rifiutando quel pensiero debole in nome del quale la sinistra, nel tentativo di tenere insieme ciò che insieme non può stare, relativizza la dimensione dell’uomo e coltiva la pretesa giacobina di poter tutto risolvere nello Stato.
E’ nel riferimento alla tradizione che credenti e non credenti possono rintracciare una verità condivisa sulla quale fondare il laico esercizio delle funzioni pubbliche.
La grave crisi che ha investito l’Occidente origina proprio da una perdita di senso che ha causato il declino demografico, la riduzione della capacità innovativa delle giovani generazioni e l’illusione di poterla sostituire con la finanza virtuale e con la perpetuazione di sistemi di protezione sociale ormai insostenibili.
E se questa è la genesi della crisi, è evidente che la risposta ad essa non può essere meramente tecnocratica. L’esperienza ci insegna che il sistema capitalistico ha funzionato quando ha fondato il perseguimento del benessere dei più — e potenzialmente di tutti – su quella base etica che considera la persona fine ultimo e misura di ogni azione umana.
E la persona nella nostra tradizione non è un’entità isolata, portatrice di desideri privati che si fanno illimitatamente diritti pubblici.
Al contrario, la persona è naturalmente portata alle relazioni con le altre persone e in esse trova il senso della vita: dalla famiglia alle infinite forme comunitarie – inclusa l’impresa, spesso di origine familiare – ove condivide interessi e valori con gli altri.
Una antropologia positiva in luogo dell’homo homini lupus.
A fronte di una tendenza nichilistica al declino, è la promozione della centralità della persona e del valore della vita dal concepimento alla morte naturale il presupposto per lo sviluppo della società , per la sua vitalità economica e demografica, che si nutre della difesa della famiglia naturale, del principio di sussidiarietà , della libertà delle scelte educative.
L’Occidente, l’Europa, l’Italia e la sfida della sovranità
Una nuova fase dello sviluppo richiede anche una sua equa distribuzione in un quadro di stabilità geopolitica e finanziaria.
L’Occidente ha ancora molto da offrire al mondo se ritrova le proprie radici e le afferma nel dialogo con le altre culture.
Al binomio identità – incontro si devono ispirare gli stessi processi di integrazione indotti dai flussi migratori.
Da questa concezione, oltre che da una nozione identitaria dell’Italia e dell’Europa, deriva una idea di cittadinanza ben diversa da quell’attribuzione meccanica e burocratica di diritti che tanti guai ha provocato nei Paesi che hanno ceduto all’abbaglio del multiculturalismo.
Ne discende, piuttosto, una idea della cittadinanza quale risultato di un libero e motivato percorso di ingresso nella comunità nazionale della quale, fermi restando i diritti fondamentali di ogni persona in quanto tale, si conoscano e riconoscano gli elementi fondativi.
Le degenerazioni fondamentaliste e il terrorismo richiedono risposte ferme sotto il profilo culturale e sul piano della sicurezza.
Ma la sconfitta di questi fenomeni si realizza anche rinnovando in termini di trasparenza e responsabilità quegli assetti capitalistici che si sono rivelati fonte di instabilità e di incertezza per le persone.
Il rischio e’ componente necessaria del capitalismo ma diventa azzardo nella opacità e nella irresponsabilità .
L’integrazione europea può essere fonte di stabilità e di crescita solo se fondata sulle culture da cui originano le comunità nazionali e conseguita attraverso un percorso nel quale il nostro legittimo interesse nazionale possa trovare rappresentazione.
La cessione di sovranità nazionale all’Unione nelle materie della moneta, della spada e della feluca si deve accompagnare non solo con la concreta adozione di strumenti comuni di sicurezza ma soprattutto con una visione geopolitica condivisa delle relazioni strategiche con l’Europa dell’Est, con il bacino mediterraneo e con la dimensione transatlantica che impediscano al continente di circoscrivere la propria traiettoria di sviluppo verso il Baltico.
La politica energetica è componente essenziale di questa visione, così come l’Unione ha il compito di semplificare la propria regolazione interna e di negoziare regole eque del commercio globale in modo da salvaguardare le proprie imprese dalla ingiusta competizione con attività sregolate.
L’Italia, infine, può e deve recuperare sovranità abbattendo il suo debito attraverso la valorizzazione finanziaria del suo patrimonio pubblico mobiliare e immobiliare.
Ne deriverebbe una minore dipendenza dall’esterno per le ridotte esigenze di collocamento dei titoli di Stato e l’avvio di un significativo contenimento della pressione fiscale.
La crisi e la sfida dell’economia sociale di mercato
I valori della tradizione proiettano verso l’idea di una economia sociale di mercato fatta di meno Stato più società , più efficienza pubblica meno tasse, meno diritto pubblico più diritto privato, meno leggi più contratti, meno giustizia pubblica e più disponibilità alle soluzioni stragiudiziali.
Nè le ragioni di rigore indotte dall’emergenza possono in alcun caso condurre alla desertificazione della diffusa vitalità locale.
Più che con interventi generalizzati, la conservazione dei fattori di dinamismo e il superamento delle inefficienze si conciliano applicando criteri di responsabilità .
Il federalismo fiscale, in particolare, sostituisce con parametri equi di buon governo il riferimento alla spesa storica, e introducendo il principio di responsabilità consente di addebitare il fallimento politico agli amministratori incapaci.
Lo stesso sistema di protezione sociale può risultare più efficace ed efficiente se privilegia le dimensioni comunitarie, meno onerose e più inclusive rispetto alla dimensione statuale in quanto fondate sulle relazioni fra le persone.
Lo dimostrano già le buone pratiche sussidiarie in materia di integrazione socio-sanitaria (con le quali si evitano i ricoveri ospedalieri inappropriati), di lotta alla povertà , di pluralismo educativo. La sconfitta di ogni solitudine non si realizza attraverso le fredde burocrazie ma si compie attraverso il cuore degli uomini e il calore delle comunità .
Anche l’impresa, che in Italia è spesso di origine familiare, può valorizzare ulteriormente il suo carattere comunitario attraverso accordi aziendali prevalenti sugli stessi contratti nazionali, con i quali imprenditori e lavoratori concordano gli obiettivi, distribuiscono in proporzione i risultati, adattano la regolazione dei rapporti di lavoro dall’assunzione al licenziamento, organizzano forme di protezione sociale rivolte alla tutela del valore reale del salario, ai servizi di cura dei minori, allo studio dei figli, alla salute dei nuclei familiari, alla previdenza complementare, al sostegno assicurativo della non autosufficienza.
Quanto alla ricerca del lavoro, essa dovrebbe essere supportata mediante servizi non solo dalle funzioni pubbliche o dalle attività private ma dalle stesse parti sociali, in modo da conferire a ciascun territorio quella valenza comunitaria che non abbandona nessuno nelle transizioni difficili della vita. Il diritto di ciascuno alla occupabilità si realizza integrando scuola e lavoro, rivalutando lo studio della matematica ed il lavoro manuale, collegando università ed imprese.
La sfida delle istituzioni
Nessuna reale innovazione potrà tuttavia compiersi in assenza di un quadro istituzionale efficiente e di una organizzazione dello Stato che assicuri una legittimazione adeguata alla sfida della sovranità che la crisi ci ha posto di fronte.
In questo quadro, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica rappresenta l’unica innovazione in grado di garantire unità della nazione, oggettivazione del fattore carismatico, autorevolezza nelle sedi delle decisioni sovranazionali, autonomia e responsabilità dei territori, e un viatico per la faticosa conciliazione della questione settentrionale con quella meridionale.
Ma prima ancora, vi è una riforma decisiva per il superamento della fragilità politico-istituzionale del nostro Paese: la riforma della giustizia e del suo rapporto con la politica, in assenza della quale nessun governo sarà mai pienamente legittimato a operare per il bene del Paese.
Ne sono contenuto necessario una effettiva operatività dei principi costituzionali del giusto processo; una più compiuta responsabilizzazione del magistrato rispetto all’applicazione di norme e procedure spesso disattese; una autentica parità fra le parti, presupposto della terzietà del giudizio; un recupero della centralità del processo quale luogo di formazione della prova nel contraddittorio fra le parti; una forte promozione della mediazione, della conciliazione e dell’arbitrato nella giustizia civile e del lavoro; una maggiore deterrenza nei confronti delle liti temerarie.
La stabilità istituzionale e la certezza dei rapporti giuridici sono un bene primario per ogni società impegnata a crescere nel nuovo contesto competitivo.
La giustizia giusta, efficiente e imparziale è peraltro componente necessaria dell’impegno istituzionale contro il crimine, caposaldo per la sicurezza delle comunità .
Si riconducono infatti alle forze liberali e popolari di governo le discipline e le pratiche più efficaci per il contrasto della criminalità organizzata, mentre in altre coalizioni sono emerse propensioni al cedimento e al compromesso direttamente proporzionali all’uso della giustizia come strumento di lotta politica.
Conclusione
L’Italia è insomma a un bivio. Può ancora avere un grande futuro se lo costruisce con il cuore antico della sua tradizione e con la modernità di un progetto fondato sulla efficienza di una dimensione pubblica essenziale e, soprattutto, sulla vitalità della sua società .
(da “il Corriere della Sera “)
argomento: PdL, Politica | Commenta »