Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
LA STORIA RIVELATA DAL TG DI LA7: IL 31 GENNAIO L’ON. RICCARDO CONTI COMPRA UN IMMOBILE DAL FONDO IMMOBILIARE OMEGA ALLA CIFRA DI 26 MILIONI E LO RIVENDE LO STESSO GIORNO A UN ENTE DI PREVIDENZA A 44 MILIONI
Nel giorno in cui la politica si infiamma intorno al caso del senatore del Partito democratico Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita, che ha girato sul suo conto i fondi destinati ai rimborsi elettorali (leggi), il tg diretto da Enrico Mentana scoperchia l’ennesimo pentolone.
Si tratta dell’acquisto, il 31 gennaio 2011, della nuova sede dell’Enpap, l’Ente nazionale di Previdenza e assistenza per psicologi, da parte del senatore del Popolo della Libertà Riccardo Conti che nello stesso giorno riesce a rivenderlo guadagnando in una botta sola ben 18 milioni di euro.
Già , perchè l’intero palazzo nel cuore di Roma, in via della Stamperia 64, che consta di oltre 3mila metri quadrati distribuiti su 5 piani più seminterrato a due passi dalla Fontana di Trevi, ha per così dire un “prezzo variabile”.
Infatti, spiega la giornalista Flavia Filippi nel servizio, esattamente un anno fa il costo del palazzo è cresciuto di 18 milioni di euro in un solo giorno.
“E’ il 31 gennaio 2011 quando l’immobiliare “Estate due srl” di Brescia con amministratore unico il senatore Pdl Riccardo Conti compra l’edificio dal fondo Omega, fondo immobiliare gestito dalla Fimit di Massimo Caputi per conto di Intesa San Paolo alla cifra di 26 milioni e mezzo di euro e lo rivende all’istante, nello stesso giorno, all’ente di previdenza degli psicologi presieduto da un paio d’anni dallo psicologo Angelo Arcicasa a 44 milioni e mezzo di euro”, viene documentato nel servizio.
Si tratta di 14mila euro al metro quadrato, troppo se si considera che, per quanto la zona sia di alto pregio, si tratta di un acquisto in blocco.
Una cifra che, con l’iva al 20 per cento arriva per l’Enpap a 54 milioni di euro.
Il fondo Omega di Intesa San Paolo è stato costituito nel 2008 proprio allo scopo di “gestire e valorizzare nell’arco di un triennio le quasi 300 proprietà immobiliari del gruppo provenienti in parte dalle dismissioni delle filiali bancarie”.
E se il fondo Omega è nato per valorizzare, perchè — si chiede la giornalista — ha venduto il palazzo di via della Stamperia alla società immobiliare del senatore Conti a 26 milioni e mezzo di euro?
E ancora: “Forse il fondo Omega ignorava che il giorno stesso il senatore Conti con la sua società immobiliare con il capitale sociale di 73mila euro e nessuna struttura organizzativa, avrebbe fatto il colpo della vita guadagnando 18 milioni dalla vendita del palazzo all’ente degli psicologi?”
Un affare, conclude il servizio, ancora più vantaggioso se consideriamo che Conti lo conclude senza tirare fuori un euro di tasca sua e senza garanzie di alcun tipo per il venditore.
Grazie alla benevolenza di Fimit infatti, la proprietà gli viene trasferita sulla parola. Conti verserà i primi 5 milioni di euro al venditore solo il 3 febbraio 2011, due giorni dopo averne incassati 7 dall’Enpap.
Stessa formula per le altre tranche di pagamento.
Quanto ai vertici dell’Enpap non potevano non sapere che il venditore, per l’appunto il senatore Pdl Conti, aveva comprato il palazzo da Fimit lo stesso giorno.
E a un prezzo incredibilmente più basso.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL PARTITO DELL’AMORE COME LA “CONCORDIA” E SILVIO COME IL CAPITANO SCHETTINO?….MEGLIO VOTARE PIUTTOSTO CHE ASSISTERE ALLO STILLICIDIO DEL MONDO BERLUSCONIANO?
Direttore, il Pdl è spaccato. E spacciato?
“Silvio torna a bordo, cazzo”, sarebbe stato un bel titolo. Volevamo farlo già una settimana fa. Perchè senza Berlusconi è peggio ancora . Il Pdl è allo sbando completo.
“Addio Pdl”, come ha titolato Libero?
Sì, il Pdl è finito. Dovrebbe rinascere Forza Italia o Viva Silvio, perchè è sempre lui che ha i voti. Il 15 per cento non glielo toglie nessuno. Ma il punto è un altro.
Quale?
Se a giugno si andasse alle elezioni che se ne farebbe Berlusconi del suo 15 per cento?
Quindi niente elezioni anticipate come chiedono i falchi di La Russa?
In questo momento il centrodestra perderebbe. Chiedono il voto per andare all’opposizione? Ti sembra logico?
Si dice che tra un anno si perderebbe di più.
Sono calcoli che fa chi, come La Russa, vuole solo tornare a sedersi in Parlamento. Ma io ragiono da orobico. Facciamo un altro esempio, molto teorico. Mettiamo che si voti e il centrodestra vinca.
Cosa accadrebbe?
Vedremmo di nuovo il brutto film di questi anni.
Non c’è scampo.
Viviamo la fase di decadenza di un sistema politico. Che senso avrebbe votare con il Porcellum, quali sarebbero le prospettive per la coalizione vincente? Il discorso vale anche per il centrosinistra: quanto durerebbero Bersani, Di Pietro e Vendola? Chiunque vada al governo dovrebbe attuare il programma di Monti. I voti ci sono, ma mancano i partiti.
Anche la Lega? Bossi ha chiamato Berlusconi “mezza cartuccia”.
Ti faccio una domanda: secondo te Bossi ha a cuore gli interessi dell’Italia?
No.
Al massimo, e gli faccio una generosa apertura di credito, può fare gli interessi del nord.
Detto questo.
Bossi è uno che non è riuscito a diventare medico. Per lui la Lega è la vita, rappresenta la sua pensione e sta cercando di difendersi da Maroni più che da Berlusconi . Bossi vuole solo tenersi il partito. Ormai il federalismo se n’è andato a quel paese. In Italia non si farà mai perchè c’è il sud.
La pensione, ma anche il futuro per i figli: Renzo detto il Trota e Roberto Libertà .
La questione dinastica nella Lega fa ridere. Ma l’Italia potrà mai dipendere dal Trota?
Hanno rotto davvero Berlusconi e Bossi? Il Cavaliere fa sul serio il “responsabile” con Monti?
La mia impressione è che ora Berlusconi si occupi poco di politica. Ha altro per la testa.
Il processo Mills?
Sì, questa è una storia che lo angustia parecchio.
È bollito secondo te?
Se è per questo siamo tutti bolliti, anche io. No, non è una questione d’età .
Di cosa allora?
È venuto meno un certo spirito e questo sistema politico non regge più.
A questo punto, se i falchi non la spuntano, saranno le colombe di Alfano a dare la linea.
Senza Berlusconi, questo partito non esisterebbe più. Il povero Alfano sarà pure una persona perbene che sa usare le posate per il pesce, ma senza il Cavaliere dove cazzo va? Non può prescindere da Berlusconi che lo ha messo lì.
Torniamo al punto di partenza: “Silvio torna a bordo, cazzo”.
E io ripeto: senza di lui sarebbe peggio.
In prospettiva non resta che la Svizzera o Corrado Passera, il superministro che vogliono tutti.
Camusso a parte, destra e sinistra sono uguali. La differenza tra Pd e Pdl la fanno le coalizioni: la Lega da una parte e Vendola dall’altra. Potrei iscrivermi anche io al Pd. Se c’è Renzi, potrei starci anche io, perchè no?
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile
SENZA L’ACCORDO CON LA “MEZZA CALZETTA” BERLUSCONI, IL CARROCCIO PERDEREBBE LE POLTRONE IN CITTA’ CHIAVE COME MONZA, COMO E SESTO CALENDE
Lega e Popolo delle libertà divisi alle elezioni amministrative? 
I numeri dicono che la corsa solitaria non conviene a nessuno dei due. Così sono sempre di più gli osservatori che puntano sull’accordo in extremis.
In queste settimane Umberto Bossi sta facendo la voce grossa contro l’ex alleato Silvio “mezza calzetta” Berlusconi, minacciando addirittura il Pdl di far cadere la giunta lombarda qualora l’uomo di Arcore non si decida a staccare la spina al governo Monti.
Parole urlate dal palco della grande manifestazione leghista del 22 gennaio e ribadite in ogni occasione utile dai colonnelli in missione sul territorio.
Il tutto mentre Roberto Maroni non perde occasione per esprimere l’auspicio di una corsa separata dagli ex alleati in tutte le città che andranno al voto a maggio, anche a costo di perdere: “Perchè quello che conta è riaffermare l’identità leghista e diventare il partito egemone del nord, senza più compromessi”.
Mentre la Lega sbraita, raccogliendo la crescita nei sondaggi e l’entusiasmo della base (che non ha mai visto con favore l’alleanza con i berluscones), l’ex premier si frega le mani ostentando sicurezza.
I bene informati riferiscono infatti che Berlusconi è sicuro che alla fine il rapporto con l’amico Bossi verrà recuperato e l’accordo per le amministrative sarà raggiunto, se non dappertutto, quasi ovunque.
L’unica vera incognita resta Verona, dove il sindaco Flavio Tosi, forte di un consenso altissimo, sta puntando i piedi spingendo per presentarsi alle urne sotto il simbolo della Lega e quello dalla sua lista civica.
Una situazione che sta innervosendo, oltre al Popolo delle Libertà , anche il segretario nazionale veneto del Carroccio, Giampaolo Gobbo (ma, come recitava uno striscione alla manifestazione milanese: “Il Veneto no xe Gobbo, il veneto xe Tosi”).
Eccezione scaligera a parte, l’asse del nord sembra destinato (per forza o per amore) a essere rinsaldato, pena la consegna delle amministrazioni “padane” nelle mani del centro sinistra.
Un fatto con cui Lega e Pdl dovranno fare i conti in tutto il nord Italia.
In Veneto si vota anche a Belluno, dove Pdl e Lega non hanno altra scelta se non quella di chiudere un accordo se vogliono restare alla guida dell’amministrazione cittadina e di quella provinciale.
Si vota anche a Monza, dove si sente forte l’influenza di Silvio Berlusconi, che sta monitorando le vicende politiche locali tramite il suo uomo di fiducia Francesco Mangano (appositamente nominato coordinatore).
Il tutto mentre la Lega sembra intenzionata a puntare sulla candidatura del sindaco uscente Marco Mariani, nonostante gli scetticismi interni e l’eredità pesante del fallimento dei ministeri del nord di Villa Reale.
A Sesto San Giovanni, roccaforte rossa, la corsa in tandem sembra obbligatoria per abbattere la Stalingrado d’Italia.
Dubbi e tentennamenti tra correnti, stanno ritardando l’accordo, così anche a Como. Tra le realtà minori merita attenzione Cassano Magnago (Varese), città natale del Senatùr, amministrazione da 20 mila abitanti, dove il Pdl è già pronto e la Lega non ha un candidato presentabile.
Anche qui l’alleanza sembra inevitabile.
A Genova i problemi sono tutti interni al Pdl, qui l’ex liberale Enrico Musso ha annunciato la corsa in solitaria e il resto del partito sta cercando di orientarsi.
Il Carroccio intanto reclama la candidatura di un proprio uomo (a questo proposto circolano i nomi di Edoardo Rixi, Francesca Bruzzone e Alessio Piana).
Se a Genova Pdl e Lega dovessero rompere ne risentirebbero inevitabilmente le giunte delle altre città liguri guidate dall’asse (Imperia, Savona, Albenga e Diano Marina). Sulla Liguria incombe inoltre anche la presenza di Claudio Scajola, uomo forte del Pdl, che potrebbe rientrare in gioco facendo l’asso piglia tutto (magari stringendo accordi con Casini e Fini).
In Piemonte si vota ad Alessandria e Cuneo, anche qui non c’è ancora nulla di definito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile
“ORMAI PUO’ ACCADERE DI TUTTO, ANCHE UNA SCISSIONE: LA DIVISIONE TRA CHI SOSTIENE MONTI E CHI LO VORREBBE FAR CADERE E’ VERTICALE”: PARLA UN EX MINISTRO DI BERLUSCONI
C’e chi sta lavorando in questi giorni al reclutamento. 
Avvicinando uno a uno i deputati per chiedergli «tu che farai se bisognerà staccare la spina al governo? Sarai dei nostri?».
Ecco, al di là della retorica, l`impressione è che l`onda alta provocata dall`arrivo dei tecnici abbia investito prima e con più forza il Pdl.
Sottoposto a una fortissima pressione centrifuga a causa del sostegno a Monti.
Incalzato dalle lobby, che reclamano modifiche al decreto liberalizzazioni.
Schiacciato dal ricatto di Bossi sulla giunta della Lombardia, allettato da Casini al Sud.
Con la matematica certezza, come si legge nel report riservato che Denis Verdini ha sottoposto giorni fa al «capo», di un clamoroso cappotto alle amministrative, con la «perdita secca» in tutti e 28 i comuni capoluogo e le 7 province che vanno al voto.
Quella davvero sarebbe la fine.
Sono pessimista – ha confessato l`ex premier ancora ieri a un`amica – e questa rottura con Bossi non so dove ci porterà ».
Altro dunque che “il Caimano”.
La scena che si sono trovati di fronte gli uomini e le donne del Pdl, chiamati giovedì sera a raccolta a palazzo Grazioli, «sembrava confessa uno dei presenti – piuttosto quella di un funerale».
l Cavaliere, depresso oltretutto per la condanna che ritiene ormai «certa» al processo Mills, li aspettava con un montaggio dei suoi 18 anni di impegno politico: dalle strette di mano con Clinton al G8 dell`Aquila.
Una Spoon River per immagini, che alla fine lo ha anche commosso, con tutti che gli dicevano «caro Silvio, i prossimi 18 anni saranno anche migliori, vedrai, torneremo al governo».
Ecco, per comprendere il «male oscuro» che ha preso il Pdl bisogna partire da qui, dall`eclissi del leader che finora ha tenuto insieme le tre grandi anime del partito: gli ex missini, gli ex socialisti e gli ex democristiani.
Fuori lui da palazzo Chigi, senza voglia e possibilità di rientrarci, sta saltando tutto.
Tanto che ormai si parla apertamente di scissione, di federazioni di partiti, di Pdl del Nord e del Sud.
Il tutto in un vortice di libanizzazione tra clan, correnti, potentati in lotta fra loro.
E, a proposito di Libano, giusto ieri Franco Frattini e Claudio Scajola erano proprio a Beirut, ospiti del falangista Gemayel, per l`internazionale democristiana.
Insieme a Pier Ferdinando Casini.
Un caso? Scajola è il più avanti nell`elaborazione di una strategia che porta il Pdl a sciogliersi nella futura casa dei moderati.
«Siamo arrivati un bivio – spiega dalla sua stanza a Beirut-, si tratta di darci finalmente un`identità : decidere chi siamo, dove dobbiamo andare e con chi».
Scajola, e con lui Frattini e la gran parte degli ex Dc, sono per sostenere Monti senza se e senza ma.
«Dobbiamo approfittare del fatto che non governiamo – dice l`ex ministro dello Sviluppo- per preparare la strada del domani. Altrimenti saranno altri a occupare lo spazio dei moderati».
Sono considerazioni che Frattini ripete spesso ad Angelino Alfano.
E proprio il segretario del partito, in gran segreto, sta pianificando un tour di accreditamento personale presso le cancellerie europee che lo porterà presto a Londra, Parigi e Madrid. Presentandosi come il leader italiano del Ppe.
Alfano deve crescere in fretta.
Muoversi in anticipo prima che il partito gli si sciolga sotto al naso.
Per non farsi trovare impreparato, in vista della candidatura del 2013, ha persino promesso all`amico Frattini di imparare l`inglese entro la prossima estate con un corso accelerato.
Ma il tempo corre troppo veloce anche per i piani di Angelino, l`eterno delfino.
Gli ex An infatti scalpitano, guidati da Ignazio La Russa.
Che intravede il crollo del sistema di potere messo in piedi in Lombardia in quindici anni. Esagerazioni?
Ieri “Libero” apriva la prima pagina con un irriverente «Addio Pdl».
Con Daniela Santanchè che è arrivata a paragonare il Cavaliere al comandante della Costa, ingiungendogli un «Sali sulla nave, Berlusconi, cazzo!».
L`eclissi del leader, fermo sullo scoglio mentre la nave affonda.
In questa Babele di lingue, di tattiche contrapposte che è diventato il Pdl, chi cerca di tenere la baracca in piedi sono i capigruppo.
Diventati, forse anche loro malgrado, le uniche bitte a cui ancorare il vascello alla deriva.
È stato Maurizio Gasparri a fare la spola con palazzo Chigi per limare il decreto sulle liberalizzazioni la notte prima dell`approvazione.
Ed è stato Fabrizio Cicchitto a gestire la partita della mozione comune sull`Europa.
E proprio Cicchitto ha instaurato la consuetudine di una consultazione presso chè quotidiana e riservata con il dirimpettaio Dario Franceschini, capogruppo del Pd.
È la nascita, di fatto, di quella cabina di regia parlamentare che Casini reclamava in aula un paio di settimane fa.
E che La Russa vede come fumo negli occhi.
Del gruppo fa parte anche Gaetano Quagliariello, che lavora insieme agli sherpa del Pd per una nuova legge elettorale.
La scommessa è un triplo salto mortale: sostenere Monti, salvare il Pdl e il bipolarismo.
«C`è un interesse convergente – osserva Sandro Bondi – tra noi e il Pd per fare le riforme.
La rotta è quella e alla fine gli elettori, anche quelli della Lega, sapranno giudicare chi ha messo al centro gli interessi del paese».
Ma il problema, a questo punto, è se ci sarà ancora un Pdl sulla prossima scheda elettorale.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA RUSSA CONTRO CICCHITTO: “SEI SUCCUBE DI QUESTI”.. E SI AFFACCIA L’IPOTESI DELLA SCISSIONE
Il duro scontro in Aula (che i protagonisti definiscono «un battibecco») avvenuto tra Fabrizio Cicchitto e Ignazio La Russa – centravanti l’uno della squadra delle colombe, l’altro di quella dei falchi –, è solo la punta dell’iceberg.
I due l’altra mattina, davanti ai colleghi imbarazzati, hanno litigato fino agli insulti per una questione minore come la sanatoria sui manifesti abusivi dei partiti, che è stata avversata da Monti tanto da far desistere anche il Pdl dal sostenerla: «Tu sei succube di questi del governo, ti fai passare le cose sotto il naso!», l’accusa di La Russa, subito rintuzzata da Cicchitto, secondo il quale se non si fosse agito così sarebbe stato impossibile eliminare l’aggravio di contributi già previsti per i lavoratori autonomi
Ma al di là del merito della questione (a La Russa non è piaciuto nemmeno come è stato gestito il voto sulle mozioni Ue), la lite pubblica la dice lunga sul clima nel Pdl.
Un partito terrorizzato, spaccato tra chi vorrebbe andare al voto subito, chi trova la mossa irresponsabile, tra chi punta ancora sull’alleanza con la Lega e chi già guarda a un Ppe italiano con il Pdl nucleo centrale, alleato all’Udc e allargato a esponenti del governo come Passera, chi infine – se ne è parlato ieri notte al vertice – non esclude nemmeno un patto con il Pd anche alle amministrative
A unire il partito oggi c’è solo il panico proprio per le prossime amministrative, che rischiano di diventare «la nostra Caporetto» come dice un ex an spiegando che «dai nostri sondaggi, su 28 capoluoghi di Provincia oggi ne perderemmo 23».
E in questo clima prendono corpo anche i peggiori fantasmi. Il più pericoloso è quello di una scissione tra la componente degli ex an (a parte Gasparri, i più duri nei confronti del governo) e il resto del partito, e ieri a confermare l’agitazione sono girati sondaggi commissionati «dai vertici del Pdl» in cui, testati come due partiti separati, l’ex An otterrebbe il 6% e l’ex Fi il 25%.
«Non siamo pazzi, nessuno di noi ci pensa!», smentisce Altero Matteoli, mentre La Russa giura che «non sono io il più arrabbiato, in tanti pensiamo che o il governo si decide a trattarci come si deve, e la smette di martellare per decreto avvocati e tassisti e agire solo con disegni di legge sul mercato del lavoro, oppure ognun per sè…».
La tentazione di staccare la spina a un governo che viene percepito come lontano, disinteressato se non ostile è insomma sempre più forte, «e se perdiamo amen, faremo opposizione e fra tre anni torneremmo noi al governo» dicono i più agguerriti, non ultimi big come Verdini, Brunetta, Romani. Sapendo però che sarà «difficilissimo» ottenere le elezioni.
Per spegnere le micce sotto Palazzo Chigi – che stanno mettendo in grande difficoltà Angelino Alfano – è dovuto intervenire ieri Berlusconi: prima in pubblico e poi a cena con i vertici del partito in subbuglio il Cavaliere ha ribadito che una crisi oggi sarebbe «da irresponsabili» e, assicura Paolo Bonaiuti, «è questa la nostra linea».
In verità , chi parla quotidianamente con l’ex premier non ci giura.
Per ora le telefonate da Berlino di Alfano e Frattini che gli assicuravano che «la Merkel ci ha detto che tu presidente passerai alla storia come il politico che ha permesso la democrazia dell’alternanza in Italia», nonchè i consigli dei moderati come Fitto, Cicchitto, Quagliariello, Gelmini e naturalmente Letta, secondo i quali «non possiamo obbedire agli ordini di Bossi, saremmo finiti», hanno funzionato: Berlusconi ieri è apparso convinto che per ora si debba mantenere l’appoggio a Monti, anche perchè un accentuarsi della crisi con il voto anticipato non solo «sarebbe data in carico a noi», ma travolgerebbe anche le aziende di famiglia
Ma nulla è scontato: la possibile condanna al processo Mills, lo scontro tra le anime del partito (in agitazione anche per i congressi locali), potrebbero aprire altri scenari.
Per questo «adesso dobbiamo temporeggiare – dice una convinta “colomba” –. Se riusciamo ad arrivare a marzo, quando si chiuderà la finestra per il voto anticipato, per il Pdl inizia una storia tutta nuova».
Paola Di Caro
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
BERLUSCONI ATTENDE LA SENTENZA MILLS PER DECIDERE SE STACCARE LA SPINA AL GOVERNO…L’EX PREMIER PRESSATO DAI SUOI DEPUTATI DEL NORD CHE TEMONO SIA UN CALO DI CONSENSI CHE L’ABBANDONO DELL’ALLEANZA CON LA LEGA E QUINDI LA PERDITA DELLA POLTRONA…MA LE ELEZIONI PER IL PDL SAREBBERO IL SUICIDIO
La faccia preoccupata di Mario Monti, mentre lascia di corsa Montecitorio prima che l’aula abbia
votato la mozione unitaria sull’Europa, contrasta con una giornata che, per il suo governo, dovrebbe assicurargli una navigazione tranquilla.
Il voto è stato bulgaro – 468 favorevoli – e, in fondo, si è trattato della prima apparizione formale della nuova maggioranza “tripartita”.
E questo nonostante i democratici e i berlusconiani si sforzino di ripetere che non si tratta dell’avvio di una coalizione “politica”.
Eppure il premier inizia a temere che sia solo la quiete prima della tempesta. “Ho paura – confida ai suoi – che il Pdl non tenga”.
L’attenzione dei sostenitori del Professore è infatti tutta concentrata su quello che è diventato il vero anello debole della maggioranza “strana”: il partito del Cavaliere.
E non è stato un bel segnale per il governo vedere quei 64 astenuti del Pdl – nonostante l’ordine ufficiale di votare no – che non se la sono sentita di andare contro la mozione della Lega.
Gente di Berlusconi, come Laura Ravetto o Massimo Corsaro, eletti al Nord, che temono la fine rovinosa dell’alleanza con Bossi.
“Qua si va a votare – sbotta l’ex ministro Andrea Ronchi – il 90 per cento di noi non ne può più di questo governo”.
A preoccuparsi stavolta sono anche gli uomini del Pd e del Terzo polo. Quelli più impegnati nella difesa del governo tecnico. Come Enrico Letta, che ieri in aula è salito ai banchi del Pdl per una serrata conversazione a quattr’occhi con un’altra colomba, Franco Frattini.
Per questo anche i centristi hanno iniziato a costruire i primi “firewall”, per evitare che il partito dei falchi berlusconiani travolga tutto e trascini l’Italia al voto. “L’atteggiamento del Pdl – spiega il segretario Udc Lorenzo Cesa – ci inizia a preoccupare. Dobbiamo stare attenti e aiutarli a reggere, è interesse di tutti che il Pdl ora non esploda”.
Per questo, rivela Cesa, l’Udc sta dando una mano al segretario Alfano rendendogli meno difficile “raggiungere un accordo con noi alle amministrative. Un’impresa non impossibile visto che in molti posti già governavamo insieme”.
È un modo per allentare la pressione, per abbassare la temperatura interna alla maggioranza che sostiene il governo. E far intravedere al Pdl una via d’uscita alternativa, oltre l’alleanza sempre più difficile con Bossi.
Tanta premura non deve apparire eccessiva.
Nel Pdl infatti ogni giorno che passa cresce il malcontento nei confronti del governo Monti. E in tanti iniziano a pensare che proprio il decreto sulle liberalizzazioni, avversato dalle categorie che da sempre hanno guardato al centrodestra, possa essere il terreno ideale per far saltare il banco e andare in campagna elettorale.
Aldo Brancher, da sempre il pontiere fra Berlusconi e Bossi, lunedì sera era presente alla cena tra i due leader a via Rovani.
E pronostica una svolta a breve: “Berlusconi vede che il decreto Monti colpisce da una parte sola. E i nostri, sul territorio, si devono difendere dall’accusa di votare queste misure impossibili insieme al Pd. Ma pian piano la gente sta iniziando a capire che non era colpa di Berlusconi quello che è accaduto. Bisogna aspettare una quindicina di giorni e poi vediamo”.
Quella “quindicina di giorni”, a cui allude il braccio destro del Cavaliere, porta avanti le lancette della politica a una data chiave per il Pdl: la sentenza del processo Mills. Un processo “politico”, secondo l’ex premier, che ieri ha voluto inviare un segnale preciso andando in Tribunale invece che a Montecitorio.
Come a dire: è a Milano che per me si gioca la vera partita. “Perchè è chiaro – osserva Maurizio Lupi – che una condanna che arriva a un giorno dalla prescrizione significa che anche il collegio dei giudici, oltre alla procura, si è accanito. E per noi sarebbe una sentenza politica con conseguenze politiche. Perchè i giudici non vivono sulla luna”. Insomma, il Cavaliere ha davanti due strade: la prima porta alla rottura con Monti e al voto anticipato.
Strada piena di rischi, anche per i sondaggi negativi che danno in costante caduta il suo partito. Ma avrebbe la certezza di mantenere in piedi l’asse del Nord con Bossi, sia alle politiche che alle amministrative.
La seconda strada conduce invece alla rottura con il Carroccio e al sostegno a Monti fino alla fine della legislatura.
Ma Berlusconi vuole garanzie: “Non posso sostenere un esecutivo con chi vuole mandarmi in galera. Serve un disarmo e il primo passo è la sentenza Mills”.
Il secondo passo, spiegano dal Pdl, è quello che si aspetta il partito Mediaset. L’azienda non vuole scherzi sul beauty contest che dovrebbe assegnare le frequenze digitali. Il ministro Passera per ora l’ha bloccato, ma l’asta non è stata ancora indetta. Ecco, anche la partita delle frequenze, oltre alla sentenza Mills, è in questi giorni sul tavolo del Cavaliere.
Che si è preso “una quindicina di giorni” di attesa. Per capire se staccare la spina. Oppure andare avanti, come ieri, con la maggioranza “strana”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
ALFANO RISOLVE IL PROBLEMA, TOGLIENDO L’INCOMPATIBILITA’… UN ALTRO INQUISITO COORDINATORE REGIONALE DEL PDL
La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ma lui si è dimesso ugualmente da coordinatore del Pdl della Campania.
Un segnale che indicava la volontà di rischiarare le ombre calate sul partito?
Forse, di certo non c’è stato un riscontro altrettanto netto nelle norme per la successione del prossimo coordinatore.
Infatti il segretario nazionale Angelino Alfano ha apportato una deroga al “Regolamento sulle incompatibilità ” che consente di fatto la candidatura di Luigi Cesaro, attuale presidente della Provincia di Napoli per il Popolo delle Libertà , ma anche coordinatore nel capoluogo campano e parlamentare.
Non solo: Cesaro, come Cosentino, è coinvolto nell’inchiesta su camorra, affari e politica che a dicembre ha portato in carcere oltre 50 persone, considerate vicine al clan dei Casalesi.
E alla seconda richiesta d’arresto per l’ex coordinatore regionale.
Lo scorso 6 dicembre il segretario nazionale aveva inviato una lettera ai dirigenti del Pdl per specificare quali cariche istituzionali fossero incompatibili con quelle partitiche.
Secondo quelle disposizioni Cesaro, che lo scorso novembre aveva promesso di non volersi ricandidare, non avrebbe potuto presentarsi al posto di Cosentino, perchè la carica di coordinatore regionale era incompatibile con quella di presidente della Provincia.
Fino al 19 gennaio, quando Alfano invia un’altra comunicazione — pubblicata in esclusiva da Dagospia — che riguarda “l’attuazione della seconda norma transitoria”. Viene modificato l’articolo 2: “Per quel che riguarda le incompatibilità dei Presidenti, dei membri della Giunta e dei Capogruppo del Consiglio Provinciale”, si legge nel documento, tali posizioni “saranno considerate compatibili con gli incarichi di Coordinatore o Vice Vicario Regionale, Provinciale o di Grande città . Sono escluse da tale deroga le Province autonome di Trento e Bolzano”.
Tradotto: Cesaro potrà candidarsi per sedere al posto di Cosentino.
L’attuale Presidente della Provincia è stato coinvolto negli anni ’80 in un processo per collusioni camorristiche finito con l’assoluzione, ma sul quale incombono le frequentazioni, peraltro ammesse, con alcuni boss cutoliani.
Poi le strade di Cesaro e Cosentino si incrociano sulle carte della Procura di Napoli lo scorso 6 dicembre quando quando il gip Egle Pilla firma l’ordinanza cautelare per l’ex coordinatore regionale, già a processo per concorso esterno in associazione camorristica.
Cesaro viene indagato e coinvolto nell’inchiesta per un incontro con funzionari di Unicredit che dovevano assegnare un finanziamento a una impresa ritenuta espressione imprenditoriale del clan dei Casalesi, anche se, questa la sua versione ai magistrati, in quell’occasione si limitò ad accompagnare Cosentino.
Nello stesso giorno Alfano spedisce la lettera sulle incompatibilità , che verrà poi reinviata modificata il 19 gennaio.
“Vale per noi il principio anatomico — aveva dichiarato il segretario lo scorso ottobre — basta con doppi, tripli e quadrupli incarichi. Umanamente siamo concepiti per occupare una sola sedia e chi con un solo posto vuole occupare tre sedie finisce per lasciarne due vuote e quindi non fare bene”.
Ma la realtà potrebbe tradire le buone intenzioni e consentire a Cesaro di accedere alla carica di coordinatore regionale.
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Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile
SOLO TRE MESI FA TRA I DUE PARTITI ERA GUERRA DI INSULTI, ORA IL DIALOGO E’ APERTO… TUTTI INSIEME, MA SENZA DARE NELL’OCCHIO
Ai tempi della solidarietà nazionale, nel cupo triennio della crisi economica e del terrorismo, il
compromesso storico tra Dc e Pci venne teorizzato, esibito, quasi ostentato. Certo, c’erano Aldo Moro ed Enrico Berlinguer e la Balena Bianca e la Chiesa Rossa rappresentavano oltre il settanta per cento dei voti.
Quasi tre decenni dopo ci sono il Pdl di Angelino Alfano (e Silvio Berlusconi), il Pd di Pier Luigi Bersani (e D’Alema, Veltroni, Letta, eccetera) e la Grande Coalizione di fatto che sostiene il governo Monti viene invece sussurrata, nascosta, persino negata smentendo l’evidenza.
L’inciucio come il frutto di un peccato da tenere segreto.
Un inciucio a tre, peraltro.
Tripartisan, come si dice: Pd, Pdl e il Terzo Polo di Casini (e Fini e Rutelli).
Ogni giorno i leader che appoggiano l’esecutivo tecnico si beccano sulla natura politica della maggioranza.
Ed è per questo che ci sono voluti due mesi esatti perchè Alfano, Bersani e Casini si vedessero ufficialmente insieme con Monti. È successo lunedì scorso e il giorno dopo la coalizione tripartita ha votato una risoluzione unitaria sulla giustizia.
Oggi Pdl e Pd soprattutto “gestiscono” di comune accordo i lavori dell’aula e la prossima tappa sarà una mozione condivisa sull’Europa.
Uno spettacolo che in teoria dovrebbe continuare fino al termine della legislatura nel 2013. Incredibile, se si pensa al bipolarismo muscolare nell’era berlusconiana.
I protagonisti della Grande Coalizione obbligata o politica sono una decina.
I tre principali, in ordine alfabetico e di forza elettorale, sono Alfano, Bersani e Casini.
I loro vertici segreti, poco prima della nascita del governo Monti, sono cominciati sulla scia dell’imbarazzo, nel tunnel che porta da Palazzo Madama a Palazzo Giustiniani, in quel momento “base” del neosenatore a vita Mario Monti.
Casini, ricordando quei giorni, spesso confida ai suoi interlocutori di turno che la segretezza fu una condizione richiesta da “Angelino” e “Pier Luigi” perchè volevano evitare di farsi sorprendere da fotografi e giornalisti.
Il numero di questi incontri è ancora oggetto di dibattito. Sicuramente tre, forse quattro.
Dal tunnel del Senato al “cavalcavia” di Montecitorio, cioè al lungo passaggio che porta al palazzo dei gruppi parlamentari.
Lì c’è stato il primo fatale incontro tra Fabrizio Cicchitto, capogruppo anti-pm del Pdl, e il suo omologo democrat Dario Franceschini, considerato un “giustizialista” dai garantisti del suo partito.
Il primo a parlare è stato “Dario”: “Ma c’hai pensato, io e te nella stessa maggioranza, chi l’avrebbe mai detto”. “Fabrizio”, ridendo: “Beh vacci piano, non ti allargare troppo”.
I due in queste settimane si consultano quotidianamente.
Se uno dichiara alle agenzie, l’altro va a ruota. Spesso, anzi quasi sempre dicono le stesse cose.
Così come i loro segretari d’aula, addetti alle votazioni: Roberto Giachetti per il Pd e Simone Baldelli per il Pdl.
Se Bersani fa la parte del “Sofferente ” (ammette un deputato di sinistra: “Addà passà ‘a nuttata”), Franceschini quella del “Trattativista”, Enrico Letta fa il “Disponibile”. Vicesegretario del Pd nonchè nipote d’arte (sì, di Gianni), il centrista Letta nel giorno della fiducia a Monti ha vergato il suo pensiero politico in un bigliettino al premier con il loden verde: “Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!”.
Letta e il suo fedelissimo Francesco Boccia hanno due obiettivi: scavalcare Casini nella classifica dell’entusiasmo per il “miracolo” e trasportare la Grande Coalizione nella Terza Repubblica. Convergere al centro.
Come dimostra, in sostanza, un apocrifo “laltroletta” che fa il verso a “Enrico” su twitter: “Che cosa sono destra e sinistra oggi? Poppa e prua per la nostra nave? Almeno c’è un nocchiero in gran tempesto”.
Da prua a poppa, e viceversa, passando per il centro e facendo ammuina. Metafora marittima molto attuale. Letta è un ambasciatore a tre livelli: parla con Giorgio Napolitano, parla con “Mario”, parla con Maurizio Lupi, ciellino dialogante del Pdl (i due hanno un’antica frequentazione nell’intergruppo per la sussidiarietà ).
Non tutti, però, hanno lo stesso trasporto emotivo e grancoalizionista.
È il caso dell’ex An Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato. Gasparri è tra i falchi che avrebbero voluto le elezioni anticipate e delega con sollievo le incombenze inciuciste al suo vice Gaetano Quagliariello.
È lui che tratta con Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, ed è sempre lui al centro di altri colloqui riservati sulla riforma della legge elettorale.
Il suo interlocutore prediletto è Luciano Violante, vero stratega democratico nel kamasutra post-porcellum.
Lo stato dell’arte è il seguente: buttare il sistema ungherese voluto da Bersani e trattare sul tedesco o sullo spagnolo. Un inciucio continuo.
Anche in tv, quando Bruno Vespa a Porta a Porta fa accomodare gli esponenti di Pd e Pdl uno accanto all’altro.
Del resto, inciuciare in napoletano significa letteralmente parlare sottovoce.
Una maggioranza sussurrata, appunto.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LA BUONUSCITA DA 70 MILIONI RICEVUTI DA UNIPOL, VIENE MENO IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI TANTI POLITICI, BANCHIERI, PROFESSIONISTI: DAI LA RUSSA A MILONE, DA VICARI A FERRANTE… E NEI SUOI IMMOBILI SONO INQUILINI ALFANO E BOCCHINO
E gli orfani, chi ci pensa adesso agli orfani? Perchè Salvatore Ligresti e famiglia, gratificati da 70
milioni e passa di buonuscita (paga Unipol), se la caveranno alla grande anche quando sarà stata definita, forse già nei prossimi giorni, la vendita del loro impero finanziario targato Fondiaria-Sai.
Dopo la famiglia però vengono i famigli. Amici e parenti. Quasi sempre gente importante.
Politici, banchieri, avvocati, professionisti vari, perfino prefetti della Repubblica. Ligresti per loro è stato un punto di riferimento.
Dall’ingegnere di Paternò hanno ricevuto case, incarichi professionali e societari con tanto di lauti compensi, a volte milionari.
In cima alla lista ci sono i La Russa, l’ex ministro Ignazio col figlio Geronimo e il fratello Vincenzo, entrambi avvocati.
Il primo ha ricevuto circa 350 mila euro dal gruppo Ligresti a titolo di “compensi per incarichi professionali”.
Mentre Vincenzo La Russa, consigliere di Fondiaria-Sai, tra il 2008 e il 2010 ha presentato all’incasso fatture per 1,3 milioni pagate dalla compagnia di assicurazioni . Quello tra i La Russa e i Ligresti è un legame che si può definire storico.
Si tramanda di padre in figlio, ormai da tre generazioni, nella famiglia del politico targato Pdl. Un’amicizia condita da affari e parcelle.
Ne sa qualcosa anche Filippo Milone, catanese come La Russa, che grazie al rapporto strettissimo con entrambe le famiglie è rimbalzato addirittura fino alla poltrona di sottosegretario alla Difesa.
Prima di arrivare al governo chiamato da Mario Monti, il (quasi) sessantenne Milone ha sempre lavorato nelle società immobiliari targate Ligresti.
Inizia da qui, con il sottosegretario di fresca nomina, una curiosa “saga dei prefetti” che a vario titolo nell’arco di quasi mezzo secolo hanno incrociato i Ligresti.
Il padre di Milone, Antonino, era viceprefetto a Milano una cinquantina di anni fa, quando il futuro padrone di Fondiaria concluse i primi affari immobiliari nella metropoli, grazie anche ai rapporti con il senatore missino Antonino La Russa (padre di Ignazio) e il finanziere, anche lui catanese, Michelangelo Virgillito.
Da Milone padre si arriva fino all’attuale ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, che ha lavorato a lungo alla prefettura del capoluogo lombardo, collaborando tra gli altri negli anni Ottanta con l’allora prefetto Enzo Vicari.
Una volta lasciati gli incarichi pubblici, Vicari diventò amministratore di alcune società del gruppo Ligresti.
Dopo Vicari, morto nel 2004, un altro ex prefetto milanese come Bruno Ferrante trovò lavoro nel gruppo del finanziere immobiliarista siciliano.
Pure l’attuale prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, successore di Ferrante nel 2005, ha ottimi rapporti con la famiglia Ligresti. In particolare suo figlio Stefano, avvocato, è grande amico dei figli di Ligresti e anche di Geronimo La Russa.
Si torna così ai giorni nostri con Piergiorgio Peluso, attuale direttore generale di Fondiaria, che è figlio del ministro Cancellieri.
Fino a un anno fa, prima di approdare al gruppo assicurativo, Peluso ha lavorato come direttore generale al gruppo Unicredit, grande creditore di Ligresti.
Quest’ultimo è stato anche padrone di casa del manager.
L’erede del ministro ha infatti vissuto a lungo in una bella casa del centro di Milano di proprietà del gruppo Fondiaria.
Del resto Ligresti, che controlla attraverso le sue società di uno sterminato patrimonio immobiliare, ha sempre avuto un’attenzione particolare verso un certo tipo di inquilini.
A Roma in un palazzo dei Parioli si erano sistemati l’ex ministro e attuale segretario del Pdl Angelino Alfano, il deputato finiano Italo Bocchino, l’ex direttore generale della Rai, Mauro Masi.
Qualche anno fa ha trovato casa in un immobile di Ligresti anche Marco Cardia, avvocato, figlio dell’allora presidente della Consob, Lamberto.
Già che c’era l’immobiliarista di Paternò penso bene di offrire al rampollo del numero uno della Consob alcuni incarichi professionali.
Prontamente accettati dal diretto interessato.
E a proposito di padri e figli va segnalato tra gli amministratori di società della galassia Ligresti anche Luigi Pisanu, erede di Beppe, politico già democristiano, ex ministro, ora Pdl.
Nell’elenco c’è posto anche per Simone Tabacci, che è consigliere d’amministrazione della Milano assicurazioni, controllata da Fondiaria.
Suo padre Bruno, una lunga carriera politica alle spalle, attuale assessore della giunta Pisapia a Milano, vive in un appartamento del gruppo Ligresti nella torre Velasca, grattacielo a pochi metri dal Duomo.
I La Russa ovviamente non sono gli unici avvocati del gruppo Ligresti.
A consigliare e assistere le aziende di famiglia troviamo da almeno un decennio un peso massimo come Carlo D’Urso, uno dei legali di riferimento dell’alta finanza nazionale.
Lo studio D’Urso viaggia a 1,5 milioni di compensi all’anno.
Infine, a proposito di famigli come non ricordare i parenti dei gran capi del gruppo Fondiaria?
Carriera assicurata, ad esempio, per Fabio Marchionni. Suo padre Fausto per dieci fino a gennaio del 2011 è stato amministratore delegato della compagnia di assicurazioni.
Poi c’è Alessandra Talarico, figlia di Antonio, classe 1942, strettissimo collaboratore del patron Salvatore, e Barbara De Marchi, moglie di Paolo Ligresti.
Insomma, tutto in famiglia.
Almeno fino a quando i Ligresti non avranno ammainato la bandiera.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Costume, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »