Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO AVEVA SOTTRATTO IL PC AL SEQUESTRO DURANTE UNA PERQUISIZIONE NELLA SEDE DI ATLANTIS, INVOCANDO L’IMMUNITA’ PARLAMENTARE… ORA DOVRA’ CONSEGNARLO ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha votato a favore del sequestro del pc
di Amedeo Laboccetta.
Il deputato Pdl, se l’Aula confermerà questo orientamento, dovrà restituire il computer che aveva portato via durante una perquisizione a Roma della Gdf relativa all’inchiesta su un presunto finanziamento irregolare da parte di Bpm. In Giunta la Lega ha votato insieme a Pd e Terzo polo.
La vicenda ha origine il 10 novembre 2011, nel corso delle perquisizioni da parte della Guardia di Finanza agli uffici dell’ex presidente di Bpm Massimo Ponzellini, indagato per associazione a delinquere e ostacolo alle autorità di vigilanza insieme ad Antonio Cannalire, direttamente interessato al business delle macchine da gioco e in affari con Marco Dell’Utri.
Nel mirino degli accertamenti un finanziamento di 18 milioni di euro alla Atlantis di Francesco Corallo, figlio del boss Gaetano legato al clan Santapaola.
In quell’occasione, il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta ha portato via un computer durante una delle perquisizioni della Gdf sostenendo che fosse suo e invocando l’immunità parlamentare. I fatti si sono svolti in un ufficio a piazza di Spagna, a Roma, dove il deputato è arrivato in soccorso proprio di Francesco Corallo.
Il titolare della Atlantis, infatti, per evitare la perquisizione dei finanzieri, ha sostenuto di essere ambasciatore Fao di un paese dei Caraibi e ha invocato l’immunità .
Mentre gli inquirenti verificavano presso il ministero degli Esteri se la versione di Corallo fosse vera, nei locali di Piazza di Spagna sono intervenuti quattro avvocati.
A un certo punto si è presentato il deputato, che dopo essersi qualificato, ha rivendicato la proprietà del computer presente negli uffici e lo ha portato via con sè.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Giustizia, Parlamento, PdL | Commenta »
Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO IL CASO DI CRISTIANI, DA OGGI E’ RICERCATO L’EX ASSESSORE REGIONALE PONZONI, ACCUSATO DI BANCAROTTA…ARRESTATO ANCHE BRAMBILLA, NUMERO DUE DELLA PROVINCIA DI MONZA
L’ex assessore regionale della Lombardia e attuale consigliere Pdl del Pirellone Massimo Ponzoni è stato colpito da un provvedimento di custodia cautelare emesso dal Gip di Monza. Ponzoni, che si trova all’estero e risulta “irreperibile”, è accusato di bancarotta nell’ambito del crac della società Pellicano e di diversi episodi di corruzione relativi ai Piani di governo del territorio di Desio e Giussano.
Altri reati contestati sono concussione, peculato, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti.
Ponzoni è il signore incontrastato del Pdl in Brianza (alle ultime elezioni regionali ha raggiunto il record di 11 mila preferenze), saldamente legato al governatore Roberto Formigoni.
E’ stato assessore regionale all’ambiente e ricopre attualmente la carica di consigliere segretario del Consiglio regionale della Lombardia.
I militari della Guardia di finanza di Paderno Dugnano e del Nucleo di polizia tributaria di Milano hanno arrestato anche Franco Riva, ex sindaco di Giussano, Antonino Brambilla, vicepresidente della provincia di Monza e Brianza, Rosario Perri, ex assessore provinciale e e storico dirigente dell’Edilizia comunale a Desio, Filippo Duzioni, imprenditore bergamasco accusato di aver pagato una tangente a Ponzoni.
Perri, agli arresti domiciliari, era stato coinvolto nell’inchiesta Crimine-Infinito sulla ‘ndrangheta in Lombardia del luglio 2010, e si era dovuto dimettere dalla carica di assessore della Provincia di Monza-Brianza.
Un altro terremoto giudiziario si abbatte dunque sul Pdl lombardo, dopo l’arresto del vicepresidente del consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani, per una presunta corruzione legata al settore dello smaltimento dei rifiuti speciali.
A Ponzoni sono contestati reati contro la pubblica amministrazione, in particolare diversi episodi di corruzione, concussione e peculato.
Determinati, secondo la Procura di Monza, “dalla capacità di Ponzoni Massimo di determinare, almeno in parte, i contenuti dei Piano di governo del territorio di Desio e Giussano, assicurando ad imprenditori a lui vicini (referenti di importanti gruppi societari) cambi di destinazione di terreni (da agricoli a edificabili), grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni (a loro volta destinatari di denaro e/o altri vantaggi, anche solo in termini politico elettorali)”.
Un ruolo chiave nell’indagine ha assunto la figura del’imprenditore Duzioni, il quale, a capo di un gruppo di aziende di consulenza, avrebbe trattato grosse somme di denaro frutto degli accordi corruttivi.
Duzioni è accusato tra l’altro di aver pagato a Ponzoni una tangente di 220 mila euro per operazioni urbanistiche a Desio.
La seconda tranche dell’indagine riguarda la bancarotta della Pellicano srl, che aveva sede a Desio, in provincia di Monza e Brianza, nella segreteria politica di Ponzoni.
Tra i soci figuravano esponenti di punta del Pdl lombardo: l’attuale assessore regionale Massimo Buscemi, il consigliere regionale Giorgio Pozzi e Rosanna Gariboldi, ex assessore provinciale a Pavia e moglie del parlamentare berlusconiano Giancarlo Abelli, già condannata per riciclaggio. Immobili di lusso costruiti da Pozzi, con la società General Project & Contract, sono interessati al “condono” dei sottotetti attualmente in discussione in consiglio regionale.
L’indagine sulla Pellicano e sull’Immobiliare Mais nasce alla fine del 2009 e si è sviluppata su due fronti.
Uno che riguarda reati contro il patrimonio (appropriazione indebita sfociata anche in ipotesi di bancarotta fraudolenta) e finanziamento illecito a esponenti politici in relazione al sostenimento di spese, sia per la campagna elettorale di Massimo Ponzoni sia per fini personali, addebitate a una serie di compagini societarie, riconducibili sempre a Ponzoni e amministrate dall’allora socio e uomo di fiducia, il ragioniere Sergio Pennati, anche attraverso il ricorso alle false fatturazioni.
Le due sono state dichiarate fallite dal Tribunale di Monza nel 2010, a seguito degli accertamenti condotti nel corso delle indagini.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
Ci scusiamo con l’attuale Sindaco di Giussano, Gian Paolo Riva, per aver erroneamente citato il Suo nome al posto del precedente Sindaco Franco Riva.
argomento: Milano, PdL | Commenta »
Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NEGLI ATTI DEL RIESAME LA RICOSTRUZIONE DEI RAPPORTI CON GLI IMPRENDITORI DEL CLAN DEI CASALESI
È il 2006 quando Giovanni Lubello viene intercettato mentre parla della nascita del futuro centro commerciale di Casal di Principe. Dice che è già tutto previsto e organizzato, dai bar ai parcheggi e scorrendo le 181 pagine del Tribunale del Riesame di Napoli, si scopre che persino sul calcestruzzo, la camorra, s’era già mossa da tempo.
Giovanni Lubello è considerato un “referente” del clan dei casalesi e in quell’intercettazione già adombra l’intreccio tra camorra e politica.
E la politica, a Casal di Principe, porta soprattutto il nome di Nicola Cosentino. Da quest’intercettazione nasce l’inchiesta condotta dai pm napoletani Antonello Ardituro, Francesco Curcio ed Henry John Woodcock, che hanno chiesto l’arresto di Cosentino per corruzione aggravata dal metodo mafioso.
Richiesta convalidata dal gip e anche dal Tribunale del Riesame.
Il centro commerciale non vedrà mai la luce, ma una miriade di atti pubblici confermano l’attività degli imprenditori e un pubblico ufficiale che, secondo l’accusa, bluffando sin dall’inizio, riescono a incassare autorizzazioni e finanziamenti. L’imprenditore Nicola Di Caterino, con i cognati Cristiano Cipriano e Luigi Corvino, secondo l’accusa, erano però “formalmente estranei all’operazione”: “Ad avere diretti interessi nella realizzazione dell’opera era il clan dei casalesi”.
L’avallo di Cosentino si manifesta nella parte finale — il finanziamento di Unicredit – di un progetto che, però, si rivela criminale sin dall’inizio.
A partire dal terreno sul quale sarebbe nato il centro: “è stato possibile appurare — si legge negli atti — che Di Caterino ha indebitamente minacciato di utilizzare l’arma dell’esproprio per convincere i proprietari alla vendita o assicurarsi condizioni più favorevoli”.
Dopo le minacce d’esproprio arriva un atto illegittimo del Comune: il permesso di costruire rilasciato dal Comune di Casal di Principe, a firma di Mario Cacciapuoti, nonostante “buona parte dei terreni non erano ancora nella proprietà della società Vian srl”.
La Vian srl è la società interessata al progetto. Cacciapuoti è un dipendente comunale che deve dare il via libera ma, proprio in quel periodo, teme di essere trasferito.
Scrive il Riesame: “Galeotto fu il suo desiderio di essere riconfermato nell’incarico. Attraverso Lubello entrò in contatto con Cristiano, Di Caterino e il resto della banda”. Cacciapuoti dice: “Mi dovevo incontrare con Cosentino, alla fine non mi sono incontrato (…) mi hanno detto solamente che ci hanno parlato loro ed era tutto a posto. Qualche giorno dopo mi riconfermano nell’incarico”.
E nello stesso periodo dà il via libera all’operazione.
Il Riesame precisa: “Gli atti contrari ai doveri d’ufficio posti in essere da Mario Cacciapuoti sono concreti e individuati . Non è necessario che Cosentino ne abbia conosciuto nei dettagli il contenuto, è sufficiente la consapevolezza che la riconferma di Cacciapuoti era collegata al suo ‘asservimento’ nella vicenda del centro commerciale”.
Negli atti si leggono molte deposizioni di “pentiti” del clan: “So bene cosa sia il centro commerciale — dice Raffaele Piccolo ai pm —(…) gli esponenti del clan mi dicevano che a livello più alto per far arrivare i finanziamenti e i soldi, se ne occupava l’onorevole Nicola Cosentino”.
E Cosentino, con gli imprenditori che hanno bisogno del finanziamento, nel 2007 si presenta nella sede romana delll’Unicredit.
“Di Caterino — si legge negli atti — (…) è stato lungamente impegnato in una difficile ricerca di credito, indispensabile per dare parvenza di legalità a un’operazione che doveva consentire l’impiego di patrimoni mafiosi”.
Presenta persino una falsa fideiussione bancaria del Monte dei Paschi di Siena, ma il finanziamento si sblocca soltanto dopo il suo arrivo in banca con Cosentino. Sulla base di quella falsa fideiussione, l’imprenditore ottiene 8 milioni per acquistare i terreni del centro commerciale, quelli ottenuti minacciando espropri e che, nell’intercettazione che ha dato il via all’inchiesta, erano già spartiti per bar e parcheggi. Il funzionario Cristofaro Zara concede il finanziamento a “una società priva di qualsivoglia sostanza patrimoniale e reddituale”.
E il finanziamento, cronologicamente, si sblocca soltanto dopo l’incontro dei funzionari bancari con Cosentino.
Le intercettazioni dimostrano l’interessamento degli imprenditori a portarlo in banca come il vero titolo di garanzia. Il parlamentare nega ogni addebito.
Non gli ha creduto il gip, nè il Riesame.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia, Giustizia, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
FALLITI I TENTATIVI DEL PDL DI RINVIARE LA DECISIONE… IL PARLAMENTARE E’ ACCUSATO DI ESSERE IL REFERENTE DEL CLAN DEI CASALESI
La Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha approvato la richiesta di arresto avanzata
dalla Procura di Napoli nei confronti di Nicola Cosentino. I sì sono stati 11, i no 10.
Il voto, inizialmente previsto per le 14, era poi stato rinviato alle 16.
Il deputato campano del Pdl è accusato dai magistrati di essere il referente politico del clan dei casalesi.
Il Pdl aveva a lungo cercato di rinviare la conta, sperando in un ripensamento della Lega, che ieri aveva annunciato di voler votare a favore dell’arresto, ma il tentativo è fallito. Conseguentemente è cambiato anche il relatore di maggioranza, compito che passa dal pidiellino Maurizio Paniz a Marilena Samperi, capogruppo del Pd in Giunta.
Relatore di minoranza è stata nominata invece Jole Santelli. Il radicale Maurizio Turco ha votato insieme al Pdl contro l’arresto di Cosentino.
Decisivo quindi come detto il sì dei due deputati leghisti Luca Paolini e Livio Follegot.
“Ho perplessità sull’impianto accusatorio, che giudico claudicante, ma ho votato a favore dell’arresto perchè qui in Commissione io rappresento la Lega e ieri alla riunione della segreteria politica federale è stato deciso per il sì all’arresto”, ha chiarito Paolini.
Parole che non sono piaciute a Paniz. “Quando si tratta di decidere della libertà individuale un parlamentare dovrebbe rispondere alla propria coscienza e non al partito”, ha replicato.
A fronte dei tentativi dilatori del Pdl Pierluigi Castagnetti, presidente della Giunta, è stato inamovibile nella scelta di chiudere oggi la pratica.
“Alle 16 si voterà senz’altro – aveva messo in chiaro il parlamentare del Pd – e ho già chiarito che saranno inammissibili altre richieste di rinvio sine die”.
“Perchè non ci siano equivoci nè strumentalizzazioni della decisione di rinviare alle 16 – ha rincarato – ho ritenuto di accogliere la richiesta di un collega, per ragioni assolutamente oggettive, che non aveva preso ancora visioni della documentazione arrivata ieri, anche se è ultronea alla nostra decisione”.
“Se qualcuno chiederà un rinvio – era arrivato a dire Federico Palomba (Idv) – sono anche pronto a incatenarmi in giunta. Oggi si vota e basta. La giunta va presidiata perchè è suo dovere prendere una decisione, lo dobbiamo ai cittadini”.
argomento: Giustizia, Parlamento, PdL | Commenta »
Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile
LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE DELLA CAMERA DEVE ESPRIMERE IL PRROPRIO VOTO SULLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE ALL’ARRESTO DEL COORDINATORE CAMPANO EL PDL
La settimana che si apre dovrebbe essere decisiva per l’immediato futuro del coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino.
Martedì la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera esprimerà il proprio voto sulla richiesta di autorizzazione all’arresto inoltrata dal giudice delle indagini preliminari di Napoli Egle Pilla che nello scorso mese di dicembre ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del deputato, accogliendo la richiesta della Procura antimafia di Napoli che indaga sul riciclaggio, attraverso attività imprenditoriali, dei capitali appartenenti ai clan camorristici di Casal di Principe.
Riciclaggio che, secondo le ipotesi dell’accusa, Cosentino avrebbe favorito quando ancora ricopriva l’incarico di sottosegretario all’Economia con delega al Cipe nel governo Berlusconi, facendo pressioni sui funzionari dell’Unicredit affinchè sbloccassero la pratica relativa a un prestito di cinque milioni e mezzo di euro in favore dell’imprenditore Nicola Di Caterino, cugino di due potenti capiclan come i fratelli Giuseppe e Massimo Russo.
L’ingente cifra, che sarebbe dovuta servire per realizzare un centro commerciale nella zona di Casal di Principe, era stata chiesta da Di Caterino presentando una falsa fideiussione, e la pratica si era quindi arenata.
Ma grazie all’intervento di Cosentino – sostiene la Procura con argomentazioni ritenute convincenti dal gip – la questione fu rapidamente sbloccata, anche se poi il centro commerciale (per il quale l’impresa di Di Caterino avrebbe ottenuto le necessarie licenze pur in violazione delle norme edilizie, sempre grazie alle pressioni di Cosentino sui responsabili dell’ufficio tecnico comunale) non fu mai realizzato.
La Procura antimafia ritiene l’incontro tra il parlamentare di Casal di Principe e i funzionari di Unicredit fondamentale per stabilire il legame tra Cosentino e i colletti bianchi della camorra casalese.
Perciò quel 7 febbraio del 2007 davanti agli uffici della banca in via Po a Roma c’erano anche gli investigatori della Dia, che raccolsero il materiale fotografico riportato in esclusiva da Corriere.it.
Insieme a Cosentino si riconosce perfettamente il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro, anch’egli parlamentare del Pdl, e anch’egli indagato dalla Dda, che però non ha chiesto nei suoi confronti alcun provvedimento cautelare.
Per Cosentino, invece, quella su cui la giunta voterà martedì (e che dovrebbe andare in Aula l’11 o il 12) è la seconda richiesta d’arresto, dopo quella, mai concessa, per concorso esterno in associazione camorristica, reato per il quale il deputato è attualmente sotto processo davanti al tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Quando il 21 dicembre scorso la giunta per le autorizzazioni a procedere si spaccò tra chi voleva votare subito e chi puntava alla riunione di martedì, la Lega appoggiò i vecchi alleati del Pdl facendo prevalere l’opzione del rinvio.
I suoi due rappresentanti, i deputati Paolini e Follegot, dissero di aver agito «secondo buonsenso» perchè preferivano avere «più tempo per leggere le carte appena arrivate in giunta».
Ora, per decidere, hanno a disposizione anche le foto, e non solo quelle: alla Camera è stata depositata anche la recentissima ordinanza del tribunale del riesame di Napoli che ha respinto il ricorso di Cosentino contro l’ordinanza di arresto, dando quindi un’ulteriore conferma alla validità di quel provvedimento sul quale ora l’ultima parola tocca alla politica.
Amalia De Simone e Fulvio Bufi
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Costume, Giustizia, Parlamento, PdL, Politica | Commenta »
Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
“TROPPE PISTOLE IN GIRO” DENUNCIA IL SINDACO DI ROMA ALEMANNO DOPO L’ORRENDO OMICIDIO DELLA BIMBA CINESE… MA NELLA MANOVRA SALVA-ITALIA SPUNTA UN ARTICOLO CHE ABOLISCE IL CATALOGO NAZIONALE DELLE ARMI IN VIGORE DA 36 ANNI E CHE GARANTIVA IL CONTROLLO SULLA LORO DIFFUSIONE
La rapina finita nel sangue a Roma e la follia omicida di metà dicembre a Firenze riportano
in primo piano il tema della licenze per il porto d’armi.
Il motivo è semplice: giusto un mese prima di questi episodi, senza troppa pubblicità , il Parlamento ha cancellato con un tratto di penna il “catalogo nazionale delle armi comuni da sparo” cioè lo strumento che negli ultimi 36 anni della Repubblica ha garantito un controllo sul rilascio e la detenzione delle armi ammesse a circolare sul territorio italiano.
Con il comma 7 dell’articolo 4 della legge (n. 183 del 12 novembre 2011) è stato abrogato l’articolo 7 della legge 18 aprile 1975, recante le “norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi” istituito presso il ministero dell’Interno.
Quasi un atto amministrativo cui sono seguite polemiche ma sul quale il governo non ha fatto marcia indietro, considerando le critiche di alcuni parlamentari frutto di un infondato allarmismo.
Tre giorni dopo, infatti, un gruppo di parlamentari ha presentato un disegno di legge che chiedeva il ripristino d’urgenza del catalogo e definiva quella scelta “inopinata e sconsiderata” per gli effetti che avrebbe avuto sulla sicurezza dei cittadini.
Parole quasi profetiche.
Un mese dopo, con una magnum Gianluca Casseri in piazza Dalmazia e poi nel mercato di Borgo Sal Lorenzo a Firenze uccideva ambulanti senegalesi come in un videogioco.
E qualche sera fa, a Tor Pignattara, la sparatoria in cui vengono uccisi un cinese e la sua bimba di nove mesi.
Stragi a mano armata che oggi riportano l’abolizione del pubblico registro delle armi al centro del dibattito e ovviamente chi l’ha caldeggiata nel mirino delle polemiche.
In realtà la decisione di cancellare il registro appartiene ancora al governo Berlusconi e quello dei tecnici l’ha semplicemente mantenuta.
E non era la prima volta che si tentava di affossarlo per legge.
Lo denuncia lo stesso disegno di legge “riparatore” che ora pende in Senato.
“Nel corso della presente legislatura — si legge nel Ddl — si era assistito nell’aula del Senato a tentativi operati dai lobbisti delle armi di abrogazione del catalogo. Questi tentativi però erano stati vanificati dal contrasto netto della maggioranza dei Senatori, che avevano convinto gli stessi sostenitori dell’abrogazione a fare marcia indietro e a riproporre la questione in sede di commissione o in altra idonea per una discussione approfondita”.
Invece, approfittando di un provvedimento che avrebbe osato smontare — perchè a carattere d’urgenza per i conti dello Stato — si è inserita furbescamente la norma di abrogazione del catalogo armi, un provvedimento che nulla aveva a che fare con quello principale.
La zampata non è sfuggita alle associazioni legate alla rete italiana del disarmo compatte nel ritenere che questa decisione avrebbe condotto a un “far west” armiero.
“Si va verso uno smantellamento del controllo sulle armi leggere e sull’export — denunciava Giulio Marcon, portavoce della campagna “Sbilanciamoci” e aderente alla “Rete italiana per il disarmo” — l’Italia rischia di perdere il controllo sulla diffusione delle armi e di favorire la criminalità organizzata”.
Ma perfino i sindacati di polizia hanno espresso la noro netta contrarietà al provvedimento. “Con l’eliminazione del catalogo liberalizzano il commercio delle armi più pericolose in Italia”, rimarcava ad esempio l’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp).
Che pur di far ragionare il legislatore “tecnico” la ributtava sul piano dei costi: la cancellazione del registro infatti farebbe lievitare “vertiginosamente le spese per il loro controllo, che dovranno essere sostenute dai cittadini”.
E allora chi chiede la libera e incontrollata circolazione delle armi?
I costruttori, la fiorente industria d’armi nazionale che svetta in cima alle classifiche europee come fornitore di armi.
Lo rivela un trionfale comunicato del 29 novembre scorso dell’Anpam, l’Associazione nazionale dei Produttori di armi e munizioni che certifica il primato italiano nella vendita di armi per uso sportivo-venatorio: 2.264 imprese, 11.358 addetti, 612.408 armi, 902 milioni di munizioni per un valore della produzione peri 486 milioni di euro.
Il 60% di quelle che circolano in Europa le produciamo “noi” (370 milioni di euro in valore).
E la stessa associazione, che è poi il volto istituzionale della lobby armiera nazionale, difendeva così l’abrogazione come una richiesta proveniente dall’Europa: “L’abolizione del Catalogo — recita una nota — è stata espressamente richiesta dall’Europa mediante una recente procedura d’infrazione, la 2336/11/Italy, e ci uniforma agli altri paesi europei”.
Eppure di procedure aperte nei confronti dell’Italia ce ne sono 136 e la prima sanzione per il nostro Paese è arrivata a novembre per 30 milioni di euro.
Ma, sorpresa, non riguarda affatto le armi ma il mancato recepimento di una direttiva comunitaria relativa ai contratti di formazione lavoro.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: criminalità, denuncia, governo, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI PERSONE SAREBBERO STATE ISCRITTE A LORO INSAPUTA AL PDL PER TAROCCARE IL TESSERAMENTO…. APERTA UN’INDAGINE DALLA PROCURA PER UN “COPIA E INCOLLA” DI DATI SENSIBILI SENZA PERMESSO DEGLI INTERESSATI
“Vuoi dare più forza all’Italia? Iscriviti al Popolo della Libertà ”. L’invito risalta a caratteri
cubitali sulla homepage del Pdl di Vicenza, come se nella campagna di tesseramento fosse filato tutto liscio. S
olo a inizio novembre, infatti, Angelino Alfano e i colonnelli del partito avevano annunciato di avere raggiunto un milione di iscritti, ma le prime zone d’ombra emergono a Vicenza.
Infatti il Pdl è stato travolto dallo scandalo delle tessere false e finito nel mirino della magistratura per avere copiato e incollato i nomi di alcuni membri di associazioni di cacciatori della zona dell’Alto Vicentino, per poi iscriverli a loro insaputa nel partito di Silvio Berlusconi.
Alcuni di loro, peraltro, risultano essere militanti e dirigenti locali di Lega Nord e Udc.
La notizia è stata pubblicata sul Giornale di Vicenza e ha scatenato un vero e proprio terremoto politico tra gli ambienti di centrodestra visto che il congresso provinciale è atteso tra fine gennaio e inizio febbraio.
Tutto è partito da un esposto anonimo giunto in Procura che denunciava alcune iscrizioni false avvenute lo scorso ottobre.
I diretti interessati, infatti, non avevano mai avanzato alcuna richiesta per ottenere la tessera di partito.
C’è infatti chi avrebbe copiato e incollato le loro generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita) prelevandole da elenchi di associazioni venatorie della provincia.
A seguito dell’esposto è stato aperto un fascicolo contro ignoti e le indagini potrebbero portare alla violazione della privacy, visto che la raccolta dati non era stata autorizzata dai diretti interessati.
Ma, come se non bastasse, chi ha deciso di procedere nel tesseramento col trucco è caduto nella gaffe di includere anche militanti di altri partiti tra cui un consigliere della Lega Nord di Barbarano e un militante di Trissino, comuni entrambi in provincia di Vicenza, oltre alla dj leghista Adelina Putin, voce di RadioStellaFm e Ferruccio Righele, segretario dell’Udc di Schio.
Alla base della truffa delle tessere e della violazione della privacy ci sarebbe la guerra intestina tra le correnti del Pdl a Vicenza e in Veneto, pronte a prevalere anche con eventuali falsificazioni delle deleghe per il voto al prossimo congresso.
Così la pensa Antonio De Poli, deputato e segretario regionale dell’Udc: “Si tratta di una lotta interna tra le correnti del Popolo della Libertà — commenta — sono metodi da condannare e rappresentano un copione già visto che purtroppo si ripete nella battaglia fratricida del centrodestra nella nostra regione”.
E ora si sollevano di conseguenza numerose perplessità anche sull’autenticità dei 16mila tesserati della provincia.
“E’ necessario che il Pdl predisponga degli organi di garanzia per garantire che tutte quelle tessere siano vere”, osserva il parlamentare, convinto che il Pdl debba avviare una campagna di trasparenza.
“Deve richiedere, ad esempio, che al congresso chi è tesserato vada a controfirmare la sua adesione”.
Nei prossimi giorni i carabinieri sentiranno alcuni dei ‘finti’ tesserati e dalla settimana prossima saranno ascoltati anche alcuni dirigenti locali e provinciali del partito per rintracciare i responsabili e verificare quanto denunciato nell’esposto anonimo.
Eleonora Bianchini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, PdL | Commenta »
Dicembre 31st, 2011 Riccardo Fucile
NEL PDL AUMENTANO I MAL DI PANCIA E I FALCHI RIMPIANGONO IL VOTO ANTICIPATO
Il Cavaliere prigioniero impotente del Professore. 
È l’immagine più eclatante che rimbalza dalla lunga conferenza stampa di Mario Monti. Il premier prende a schiaffi il suo “predecessore” in modo plateale almeno un paio di volte.
La prima è quando gli ricorda le promesse di un anno fa: “Il mio predecessore, Berlusconi, il 23 dicembre 2010 disse: ‘Non servirà una manovra correttiva’. Ma le cose poi sono andate diversamente e nel frattempo sono state necessarie cinque manovre e solo l’ultima porta la mia firma”.
Poi, Monti, sfida sul terreno del mercato il centro-destra con le fatidiche liberalizzazioni.
Alla pancia del Pdl, sempre più partito di lotta e di governo, il Professore è apparso troppo spavaldo e sarcastico.
Soprattutto ai falchi che rimpiangono di non essere andati alle elezioni anticipate, e che ancora ci sperano, e si consolano a modo loro gridando rabbiosamente che lo spread ancora non scende e quindi la colpa non era di Berlusconi.
L’ex ministro Ignazio La Russa gli dà persino un voto: uno striminzito sei meno.
L’ex sottosegretario Daniela Santanchè si lascia scappare un giudizio perfido: “Sembrava Tremonti più che Monti”.
Insomma dura o non dura il governo tecnico?
L’onere della prova grava ancora tutto sul Pdl, il più oscillante tra i partiti della Grande Coalizione messa insieme dallo spread e dal capo dello Stato.
Il Pd si allinea senza infamia e senza lode con il segretario Bersani (“Analisi onesta, dopo anni di favole abbiamo avuto un bagno di realtà ”) e l’Udc si conferma la forza più entusiasta della nuova fase.
All’opposizione, Antonio Di Pietro alza i toni e paragona il Professore al Cavaliere: “Continua la politica delle televendite”.
Nell’ex partito dell’amore, alla fine, a fare testo sono le dichiarazioni del Capo, che agli schiaffi “tecnici” reagisce con uno zuccherino propagandistico per i falchi del Pdl: “Noi abbiamo assicurato il nostro leale sostegno al governo dei professori ma dobbiamo essere pronti ad ogni evenienza e comportarci come se la campagna elettorale per le elezioni fosse già in corso”.
B. alimenta la fiamma del Pdl di lotta e agita lo spettro delle elezioni anticipate per salvare l’attuale bipolarismo, ma in realtà la sua strategia ha il fiato cortissimo.
Anche perchè il partito è spezzato in tre, se non più, tronconi. All’area filogovernativa di Alfano e Cicchitto si contrappongono gli ex an e in mezzo ci sono i centristi “in sonno” che immaginano già la Terza Repubblica e sono pronti a riposizionarsi altrove.
Questo in un quadro di feroci scontri a livello locale per la nuova stagione dei congressi. Un Pdl lacerato e pronto a implodere. Reggerà allo stillicidio di un altro anno e mezzo di sostegno al governo Monti?
La risposta corale è “No”.
Molti aggiungono: “Andremo al voto anticipato, però non prima di sei mesi”.
Altri esegeti del verbo berlusconiano, l’unico che ancora conta nel centrodestra, forniscono una versione che punta all’eterno conflitto d’interessi dell’ex premier, “garantito” da ministri di questo esecutivo.
Ecco perchè “Monti si può permettere tutto e Berlusconi è impotente”.
Di debolezza in debolezza il rischio, per il Pdl, è che si arrivi davvero fino al 2013.
Colpa anche dei “cattivi consiglieri del Cavaliere”. Non politici stavolta, ma esponenti della finanza come Nagel di Mediobanca e il banchiere Doris.
Così uno dei paradossi provocati da questa impotenza è che si spera nel Pd per andare alle elezioni. Nella pancia del Pdl si parte dal presupposto che Bersani prima o poi cederà alla tentazione di vincere le elezioni come candidato-premier del centrosinistra.
E l’incidente per rompere sarà la riforma del lavoro.
Almeno questo è l’augurio che si fanno a vicenda, per rincuorarsi, i pasdaran del voto nel Pdl, che fanno affidamento anche su un’altra dichiarazione di ieri del Cavaliere: “C’è un nuova generazione, una nuova classe dirigente, guidata da Angelino Alfano. Io non li lascerò soli, resterò in campo per vincere le prossime elezioni e perchè il governo dell’Italia sia ancora affidato dagli elettori a una forza di democrazia e di libertà qual è la nostra”.
La verità è che dalla parte del Berlusconi anti-voto e dello stesso Alfano ci sono i sondaggi che danno perdenti il centrodestra.
Le elezioni adesso garantirebbero solo gli attuali gruppi di potere del Pdl, anche in caso di sconfitta, ma allontanerebbero l’incubo di una scomposizione del quadro politico in senso neocentrista.
Ieri Monti ha smentito di essere candidato al Colle per la successione a Napolitano.
Da settimane infatti circola la suggestione di un ticket Passera-Monti: il primo a Palazzo Chigi, il secondo al Quirinale.
Scenari per il momento, che però condizionano ogni mossa del presente.
Un presente che vede B. prigioniero di Monti.
Oppure “utile idiota” del governo tecnico. Glielo ha detto ieri l’ex alleato leghista Calderoli.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi, PdL | Commenta »
Dicembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
FATTE FUORI CARFAGNA E DE GIROLAMO DALLA SUCCESSIONE DEL COORDINATORE INQUISITO… POTREBBE DIVENTARE COMMISSARIO MAURIZIO LUPI
Nick ‘o mericano contro tutti.
Contro “i frocetti di Roma che pensano di poter determinare i destini della Campania”.
E contro le donne “forti” del Pdl in Campania, Mara Carfagna e Nunzia De Girolamo (al centro a Natale di un mistero rosa sul suo presunto matrimonio segreto con Francesco Boccia del Pd). Per la serie: muoia Cosentino con tutti i berlusconiani.
Il plurinquisito Nicola Cosentino è al tornante decisivo, forse l’ultimo, della sua parabola politica.
Tra il 10 e il 12 gennaio, la Camera si pronuncerà sul suo arresto per aver favorito i Casalesi nella costruzione di un centro commerciale nel Casertano e nel partito campano, il secondo d’Italia per voti e iscrizioni, si sta consumando una guerra ferocissima tra le varie bande del partito degli onesti.
In palio c’è la carica conservata da Cosentino dopo le dimissioni da sottosegretario all’Economia nel luglio del 2010 per l’inchiesta sulla P3.
Quella di coordinatore regionale del Pdl.
Molti signori delle tessere, per la maggior parte indagati a vario titolo, vorrebbero evitare l’onta del commissariamento imposto da Roma, dal segretario nazionale Angelino Alfano.
Questa una scena di alcuni giorni fa, raccontata da un testimone.
I protagonisti sono tre: lo stesso Cosentino; Paolo Russo, ex forzista di osservanza scajoliana; Vincenzo Nespoli, ex An vicino a Matteoli e che Palazzo Madama ha “salvato” per l’incompatibilità tra la poltrona di senatore e quella di sindaco di Afragola.
Russo e Nespoli tentano di convincere “Nicola” a fare il fatidico passo indietro: “Nicola se ti dimetti da coordinatore ti garantiamo la ricandidatura alle prossime politiche, ma se resisti a oltranza finisce come l’altra volta e ci piazzano un altro che non c’entra con noi”.
L’altra volta era alle Regionali del 2010.
Cosentino, già inseguito da un altro arresto per i rapporti con la camorra, voleva fare a tutti i costi il candidato-presidente.
Alla fine spuntò l’ex socialista Stefano Caldoro, eletto governatore.
Poi, dall’inchiesta sulla P3, venne fuori che Cosentino aveva fatto confezionare un dossier per discreditare Caldoro, il candidato voluto dai “frocetti di Roma”.
Adesso la storia si ripete.
Cosentino resiste, i ras locali litigano ed è molto probabile che Alfano spedisca un commissario. Il nome più quotato è quello di Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera e ciellino affrancatosi da Roberto Formigoni.
Un commissario lombardo per la regione-simbolo del successo di B. nel 2008, e dove fu celebrato il primo consiglio dei ministri.
C’è però anche un’altra ipotesi, molto caldeggiata da Caldoro, che ha la doppia tessera: Nuovo Psi e Pdl.
Il governatore ha cercato e ottenuto il sostegno di Mariastella Gelmini, avversaria di Lupi, per indicare il pugliese Raffaele Fitto.
Un tentativo destinato al fallimento ma che è il segnale dell’attivismo di Caldoro, che alla Regione ha riciclato un intero ceto del vecchio Psi: da Giulio Di Donato (nominato nel cda di un teatro) all’ex sindaco di Napoli Nello Polese.
Lupi o Fitto, dunque, per umiliare un’intera classe dirigente (zeppa di indagati) cresciuta nell’era della diarchia di Cosentino e Luigi Cesaro, “Giggino ‘a purpetta”, deputato e presidente della provincia di Napoli.
Le soluzioni “territoriali” che circolano in questa convulsa settimana tra Natale e Capodanno sono almeno tre.
La prima riguarda il già citato Russo, che diventerebbe coordinatore in cambio della ricandidatura di Cosentino.
Ma quest’ultimo non si fida e ha rilanciato con un suo fedelissimo: il senatore Carlo Sarro, il cui nome compare nella lista del Grande Oriente d’Italia, la maggiore obbedienza massonica del Paese.
La terza è la più osteggiata dai signori delle tessere: quella di una donna.
L’ex ministro Mara Carfagna, la candidata più votata d’Italia alle regionali del 2010, oppure la beneventana Nunzia De Girolamo.
Racconta un esponente napoletano del Pdl: “La soluzione di una donna è quella che incontra più ostilità . Da Landolfi a Cosentino, il partito in Campania è misogino e maschilista.
E Alfano non ha il coraggio per fare scelte di rottura”.
In questo clima da Vietnam permanente, la partita cruciale per la successione “forzata” a Cosentino incrocia i duelli dei congressi provinciali e cittadini.
La campagna delle tessere a dieci euro ciascuna ha prodotto 120 mila iscritti a Napoli e provincia e quasi 200 mila in tutta la regione.
Lo scontro più forte è proprio a Napoli, dove corrono due ex An: Marcello Taglialatela, della corrente di Alemanno, e Amedeo Laboccetta, indagato per il caso Bpm-Atlantis-Corallo e appoggiato da Gasparri.
Per il ruolo di coordinatore provinciale si prospetterebbe una successione dinastica: Armando Cesaro, figlio di Luigi.
Anche per questo, raccontano, “Giggino ‘a purpetta” sarebbe pronto a tradire il compare “Nick ‘o mericano”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: PdL | Commenta »