Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
L’ULTIMA IPOTESI E’ QUOTA 100 A 65 ANNI CHE RIVEDE LO SCHEMA 62+38… MA RESTA IL NODO COPERTURE, COSTO 8 MILIARDI L’ANNO (CHE NON CI SONO)
La versione definitiva è in stand-by perchè la manovra è ancora tutta da confezionare sul fronte
delle coperture e bisognerà capire quanta parte della torta si avrà a disposizione alla fine, ma anche perchè l’ultima parola – quella politica – spetta a Matteo Salvini.
Guardando ai numeri, però, lo schema sulla quota 100 per le pensioni a cui stanno lavorando i tecnici della Lega è in fase avanzata e si è arricchito di nuovi elementi.
La novità più importante, secondo quanto si apprende da fonti del Carroccio, punta a una flessibilità molto ampia: potrebbero bastare anche solo 35 anni di contributi (con 65 anni di età anagrafica) per uscire anticipatamente dal mondo del lavoro.
Questo schema interesserebbe una platea di 495mila lavoratori e avrebbe un costo di 8 miliardi all’anno.
Lo schema annunciato da Salvini è quello del 62+38, ma mentre sull’età anagrafica il leader della Lega non sembra avere più dubbi (l’ipotesi iniziale dei tecnici era 64 anni), sull’età minima di contributi per accedere alla quota 100 la discussione non è ancora stata chiusa.
Ad oggi l’opinione prevalente spinge per scendere anche fino a 35 anni di contributi, mentre qualcuno pensa che siano troppo pochi e vorrebbe alzare l’asticella almeno a 36-37.
Elemento, questo, che è tutt’altro che un dettaglio dato che dalla calibrazione di questo paletto dipenderà non solo la platea dei destinatari, ma anche i costi relativi.
E dato che la grande questione che ruota intorno alla legge di bilancio è la carenza di risorse a fronte di misure che costano parecchi miliardi è evidente come la definizione del pacchetto pensioni entra a pieno titolo nella complessa e delicata trattativa in corso tra Salvini e Luigi Di Maio, ma soprattutto tra i due azionisti di governo e il Tesoro.
Ritornando ai numeri, la quota 100 con 35 anni di contributi permetterebbe a un lavoratore di 65 anni di andare in pensione due anni prima rispetto a quanto prevederà , dal prossimo anno, la riforma Fornero, che ha alzato il requisito a 67 anni. Se alla fine passerà questa ipotesi, i tecnici del Carroccio stimano in 495mila il numero dei lavoratori che potrebbero accedere alla quota 100.
Si scenderebbe invece a 450mila se il requisito dell’età contributiva minimo fosse di 36 anni.
Il nodo centrale dell’intero pacchetto pensioni, che Salvini vuole portare a casa per dare seguito alla promessa di superare la riforma Fornero, resta però imponente ed è quello delle coperture.
Il costo stimato è di circa 8 miliardi e fino ad oggi, secondo quanto rivelano alcune fonti vicine al dossier, si sarebbero individuate risorse per 1,5-2 miliardi, da attingere dal fondo esuberi: meccanismo che fa pagare il conto dell’uscita anticipata alle imprese.
Ancora troppo poco per convincere il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a dire sì.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 17th, 2018 Riccardo Fucile
COME PROMETTERE RIFORME FACENDOLE PAGARE AD ALTRI E AUMENTANDO IL COSTO DEL LAVORO
Un contributo per facilitare l’uscita dei dipendenti dal mondo del lavoro pari allo 0,3% di contribuzione aggiuntiva.
Alberto Brambilla, esperto della Lega sui temi delle pensioni e presidente di Itinerari Previdenziali oltre che candidato alla successione di Tito Boeri all’INPS. spiega oggi in che modo il governo potrebbe trovare i soldi per mantenere la promessa di quota 100 per mandare in soffitta la Legge Fornero.
Come sappiamo, 100 è il risultato che deve dare come minimo la somma di anni di età e contributi del lavoratore, secondo uno schema che per il Carroccio potrebbe arrivare a prevedere 62 anni e 38 di contributi: l’idea intorno alla quale Brambilla sta lavorando per governare in qualche modo l’aumento dei costi provocato dall’uscita dal lavoro a 62 anni con 38 di contributi potrebbe essere quella di una compensazione che pesi un po’ anche sulle spalle delle aziende.
«Potremmo — ha detto Brambilla -operare sul modello dei fondi di solidarietà e dei fondi esubero, come già accade con grande successo nel settore del credito e delle assicurazioni». Questi meccanismi determinerebbero un piccolo aumento dei contributi sociali delle imprese.
Secondo i calcoli degli esperti arrivare a quota 100 con 62 anni di età e 38 di contributi potrebbe costare a regime la somma di 10 miliardi di euro.
Senza contare che l’operazione finisce per favorire in massima parte i cittadini del Nord, che hanno più chances rispetto a quelli del Sud di avere 38 anni di contributi già pagati.
Luca Cifoni sul Messaggero ricorda che strumenti del genere esistono già , come ad esempio la versione aziendale dell’APE volontaria.
Ma i fondi degli esuberi vanno finanziati. Il Messaggero spiega che in questi giorni è stata valutata l’ipotesi di una contribuzione aggiuntiva ad hoc dello 0,3 per cento.
In una prima fase naturalmente dovrebbe essere lo Stato a farsi carico dei costi, ma poi nel tempo questi potrebbero essere assorbiti dalle risorse del fondo.
Il punto naturalmente è che almeno una parte consistente del mondo imprenditoriale potrebbe digerire male la prospettiva di un incremento del costo del lavoro (pur se limitato) nel momento in cui Confindustria sollecita dal governo una sostanziale riduzione del cuneo fiscale e contributivo.
L’alternativa è porre i costi a carico non della generalità del sistema delle imprese ma di quelle che effettivamente hanno esuberi da gestire: in questo caso si tratterebbe di rivedere e affinare gli strumenti già esistenti.
In più, andrebbe segnalato che nel fondo bancario lo Stato ha dato un contributo alto (un miliardo).
La Stampa ipotizza due strade: utilizzare i fondi per la formazione continua delle aziende oppure finanziare con fondi pubblici l’allargamento (non lo «smontaggio») dell’articolo 4 della legge Fornero, il quale già oggi consente alle aziende — se disposte a farsi carico per intero dell’uscita — di pensionare anticipatamente un lavoratore sette anni prima dell’età prevista dalla legge.
Proprio ieri Susanna Camusso, numero uno della Cgil, ha criticato duramente l’esecutivo perchè starebbe progettando una riforma che «riguarda una piccola parte, fabbriche del Mord, ed una parte della pubblica amministrazione» mentre esclude ad esempio situazioni come quelle dei lavoratori edili.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
LA FAVOLA CHE I PREPENSIONAMENTI SAREBBERO L’UNICO MODO PER CREARE NUOVI POSTI DI LAVORO PER I GIOVANI
In questi giorni, in realtà da anni, anzi decenni, circola la fiaba che i prepensionamenti costituirebbero l’unico modo (o quantomeno il più efficace e diretto) per creare occasioni di lavoro per i giovani e ridurre il tasso di disoccupazione.
Trattasi della famosa Lump of Labour fallacy, la fallacia del numero di posti di lavoro eternamente costante.
Come tutte le fole è facile smontarla.
Se il numero di posti di lavoro in un’economia fosse fisso l’aumento dell’offerta di lavoro non sarebbe mai assorbito. Nella sua forma meno rozza la fallacia si riferisce al breve periodo, in quella più rozza, vale anche nel lungo periodo.
Affrontiamo le due “fattispiecie” separatamente.
1) La domanda di lavoro non è fissa nel breve periodo nè durante una recessione nè durante un’espansione. Durante una recessione esiste comunque un numero notevole di posizioni lavorative disponibili in quanto circa 2/3 delle assunzioni/separazioni si deve a turnover (Lazear and McCue, 2018). Quindi in recessione nascono meno nuove imprese, e ne falliscono molte di più che nei periodi di espansione. Le imprese che sopravvivono comunque assumono meno persone di quelle che perdono il lavoro a causa dell’incertezza sul futuro. In una fase espansiva nascono più imprese e ne falliscono di meno. Le imprese che continuano l’attività hanno più fiducia nel futuro, quindi sono più propense ad assumere e quindi ad assorbire la maggiore offerta di lavoro.
Quanto alla forma più rozza non meriterebbe nemmeno di essere presa sul serio se non fossimo bombardati dalle fake news più cervellotiche e strampalate a cui purtroppo abboccano in milioni come cavedani.
Basta osservare nel corso dei decenni cambiano drasticamente competenze, tecnologia, saperi, gusti, e tutto il resto.
Come è possibile immaginare che il numero dei posti di lavoro e soprattutto le competenze richieste rimangano immutabili?
Esempio banale. Il bimbo che nasce oggi, andrà a scuola fra sei anni quando magari saranno diffuse auto a guida autonoma. Una volta completati gli studi, entra in un mercato del lavoro che al momento non possiamo nemmeno immaginare.
Ma per gli esegeti del posto fisso prepensionando un camionista si fa spazio a un bioingegnere. Il tecnico di sicurezza delle reti dovrebbe sperare che il padre infermiere venga prepensionato? Il bambino che oggi guarda ancora la TV, studierà machine learning o quantum computing, di cui il padre ignora persino l’esistenza.
Purtroppo in tempi di fake news la logica non basta per eradicare le credenze mistico sciamaniche veicolate da giornali w televisioni.
Allora al ragionamento aggiungiamo una messe di dati relativi alla relazione (o, se preferite, alla correlazione) strutturale fra tassi di occupazione e disoccupazione, in Italia.
Periodo 2012-2018 in cui l’Italia viene faticosamente fuori dalla grave recessione.
I dati illustrano che gli uomini guadagano due punti percentuali nel tasso di occupazione a parità di tasso di disoccupazione
Arco temporale più ampio, tra il 2004 e il 2018 mostra il tasso di occupazione e di disoccupazione femminile.
Le donne guadagnano 5 punti percentuali di tasso di occupazione, rispetto a un decennio pirma, a parità di tasso di disoccupazione.
Ognuno è libero di avere le proprie opinioni, ma nessuno è libero di fabbricarsi i propri fatti.
I dati e la teoria economica sulla bufala dei Lump of Labour sono impietosi
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 6th, 2018 Riccardo Fucile
ALTRO CHE CANCELLAZIONE DELLA FORNERO CHE AVREBBE RIGUARDATO 750.000 LAVORATORI, ORA SIAMO PASSATI A 200.000
Nel contratto del governo del cambiamento tra Lega e MoVimento 5 Stelle la proposta di quota 100 serviva a garantire il superamento della Legge Fornero con un nuovo meccanismo per il pensionamento: bastava avere 62 anni e 38 di contributi (la somma di età e contribuzione faceva appunto 100) per andare in pensione.
Una proposta dal costo-monstre di 14 miliardi di euro per 750mila aventi diritto.
Una proposta che però sembra incompatibile con il nuovo corso della Lega, che improvvisamente ha cominciato a dire che bisogna rispettare i vincoli europei.
E infatti, già prima che Salvini venisse fulminato sulla via di Bruxelles, erano già spuntate una serie di proposte di modifica per alleggerire l’impianto complessivo di quota 100 e i suoi costi: la prima era il limite di età a 64 anni e 41 anni di contributi, che avrebbe portato a restringere la platea a 600mila persone e 11,5 miliardi di spesa complessiva.
Una seconda ipotesi invece prevede lo stesso limite ma con soglia di contributi a 43 anni e 5 mesi, proposta che dimezzava i costi e la platea.
Ora se ne affianca una terza che è l’unica parzialmente compatibile con una manovra complessiva di 10-12 miliardi (senza Iva): quella che introduce almeno altri due paletti. I contributi per calcolare quota 100 non possono tenere conto di più di 2 anni di versamenti figurativi (malattia, disoccupazione, ecc.) e inoltre chi va in pensione in anticipo deve sottostare al penalizzante ricalcolo della pensione con il metodo contributivo.
Qui i costi sarebbero di 3 miliardi (con 220 mila uscite), a meno che non si arrivi – come pure è stato ipotizzato – a sopprimere anche i finanziamenti per l’Ape sociale che di fatto consente alle categorie disagiate di lasciare il lavoro a quota 93.
In questo caso il cerchio si chiuderebbe: paradossalmente l’accesso alla pensione verrebbe reso ancora più difficile nel 2019 per almeno i 50 mila lavoratori che potrebbero beneficiarne.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile
IL TESTO NON PARLA DI RICALCOLO IN BASE AI CONTRIBUTI VERSATI
Per ricordarci che in Italia la situazione è disperata ma non seria, La Stampa oggi intervista Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera che insieme al collega del M5S Francesco D’Uva ha presentato una proposta di legge sul taglio alle pensioni d’oro.
L’intenzione della maggioranza era di tagliare le pensioni superiori ai 4 mila euro netti e ottenere circa 500 milioni di euro; il testo però non parla di ricalcolo dell’assegno in base ai contributi versati ma di taglio proporzionale all’anticipo del pensionamento, causando un cortocircuito evidente negli effetti ottenuti.
Di Maio un paio di giorni fa su Facebook è andato all’attacco di Repubblica che aveva fatto notare la circostanza, ricevendo una risposta secca dal quotidiano: non ha capito il testo.
Oggi Molinari ammette che l’errore c’è e promette che si rimedierà .
Ma lei è d’accordo con l’ipotesi di un taglio proporzionale che penalizzerebbe chi è andato in pensione in anticipo?
«Assolutamente no. Dobbiamo agire sulla base retributiva e basta. Bisogna trovare un correttivo. La Lega pensa a un taglio che porti un contributo di solidarietà delle pensioni più alte a favore di quelle basse. Se la legge è scritta male comunque potremo fare meglio in Commissione».
Quindi qual è il sistema che tecnicamente avete previsto?
«Il metodo si vedrà , l’intento politico però è quello che le ho detto. Non voglio entrare in aspetti tecnici, non sono un esperto di previdenza. Metteremo tutto a posto».
Però è stato lei a firmare con il suo collega D’Uva questo disegno di legge.
«Certo, il contratto di governo prevede che i Ddl concordati dai due partiti vengano firmati dai capigruppo. Ma le ripeto: se ci saranno dubbi interpretativi la premura della Lega è di intervenire. Le posso assicurare che nessuno vuole espropriare le pensioni, nè creare svantaggi a chi ha quella contributiva. Non va neppure penalizzato chi è andato in pensione prima con una quota di retributivo maggiore, visto che lo prevedeva la legge».
(da “NextQuotidiano“)
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Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DEGLI IMPRENDITORI LOMBARDI: “LO STATO NON PUO’ NON RISPETTARE I PATTI”
“Se lo fanno, ricorro alla Consulta e saremo in migliaia”. Michele Perini, imprenditore, ex
presidente di Assolombarda e di Fiera Milano spa, in pensione dal 2016, non ci sta: “Lo Stato non può non rispettare i patti”.
Perini, perchè è così arrabbiato?
“Si potrebbe accettare la revisione di alcune pensioni retributive, nel caso fossero stati versati meno contributi, ma io ho versato tutto e sono già stato penalizzato dalla legge Fornero”.
Come mai?
“Dal novembre 2016, percepisco una pensione di 3.300 euro netti dopo 25 anni di contributi versati. Da quest’anno, sempre da novembre, dovrei percepire la pensione per i contributi che ho versato nella gestione separata. Per i versamenti che ho fatto e che continuo a fare per le partecipazioni in diversi cda. Non sono contributi figurativi, ma soldi veri che verso all’Inps”.
Con questa cifra lei supererebbe la soglia dei 4.000 mila euro mensili.
“Sarei dovuto già andare in pensione dal 1 maggio 2012, ma per colpa della legge Fornero ho dovuto aspettare quattro anni. Come fa ora lo Stato che ha imposto per legge il sistema contributivo a tagliare queste pensioni? Se lo fanno mi rivolgerò alla Consulta e credo che come me lo faranno migliaia”.
Non trova giusto che i dirigenti diano un contributo di solidarietà ?
“I dirigenti pagano già il 10% dei loro stipendi come contributo di solidarietà . Lo dobbiamo fare per tutta la vita?”.
Cosa c’è che non va?
“E come se lo Stato avesse sottoscritto un contratto come qualsiasi società e a un certo punto decidesse di non rispettarlo”.
Cosa propone?
“Di ricalcolare le pensioni baby, quelle dei parlamentari con pochi contributi. Sarebbe più equo. Quando il governo Berlusconi ha aumentato le pensioni minime non ha detratto quella cifra dalle pensioni contributive”.
Ma se fosse necessario per rilanciare la crescita?
“Per pagare le cavolate tipo le multe per non fare la Tav o il decreto dignità , che farà perdere posti di lavoro, o il reddito di cittadinanza? Quello che serve è dare efficienza alla macchina, eliminare la burocrazia e la gente incapace”.
(da agenzie)
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Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO FORNERO: “UNA BOZZA CONFUSA UTILE SOLO AD ACCENTUARE IL RISENTIMENTO POPOLARE” …”SALVINI? SOLO UN VIGLIACCO”
La bozza di legge per ridurre le pensioni d’oro “tecnicamente è una misura confusa, quando si
tratterà di trasformarla in legge non mancheranno i problemi.
Quello che più mi preoccupa però è come l’intervento viene presentato. Tutto è basato sul risentimento che si vuole sfruttare da un punto di vista politico. La filosofia di fondo è quella del giustizialismo”.
A dirlo è l’ex ministro Elsa Fornero in un’intervista a Repubblica.
“Chiamarle pensioni d’oro mi pare un eccesso. Un modo per accentuare il risentimento popolare. Si tratta di un approccio pericoloso. Il Paese avrebbe bisogno di unità , non di ulteriori divisioni”, osserva Fornero, secondo cui “sarebbe stato molto più corretto un contributo di solidarietà , strada già percorsa negli ultimi anni”.
Nella bozza di legge “non è chiaro ad esempio che cosa succederà a chi ha diverse pensioni. Si guarderà a ciascuna pensione per il ricalcolo o alla somma? Non è chiaro anche come verranno ricostruiti i contributi passati. È un pasticcio”, afferma Fornero. “Di sicuro ci saranno ricorsi, e credo fondati. Si sarebbero evitati invece con il contributo di solidarietà visto il nuovo orientamento della Corte Costituzionale”.
L’ex ministro evidenzia una contrapposizione: “Da una parte con il disegno di legge si vuole valorizzare il metodo contributivo, applicandolo al passato. Dall’altra, con il presunto smantellamento della Fornero, si ribadiscono ‘diritti acquisiti’ scarsamente compatibili con il nuovo metodo”.
Sugli attacchi da parte di Matteo Salvini, “la ricerca del capro espiatorio è un un metodo spesso usato da chi non ha argomenti. Meglio non dialogare e attribuire a una persona tutti gli elementi negativi di una realtà complessa. È ancora più facile se il bersaglio è una donna. In questo chiunque può vedere un chiaro elemento di vigliaccheria”, commenta Fornero.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 6th, 2018 Riccardo Fucile
RITENUTE, RITOCCHI E TAGLI: LA RICETTA DELL’ECONOMISTA DELLA LEGA BRAMBILLA PREVEDE RIDUZIONI ANCHE PER CHI PRENDE IL MINIMO PER CAMPARE
Non ci sono buone notizie per i pensionati in Italia. La Lega prepara una nuova tassa sulle pensioni. Su tutte le pensioni, non solo su quelle d’oro.
Alberto Brambilla, economista ed esperto di previdenza in quota Lega, a Repubblica ha illustrato il suo piano per raggranellare almeno un miliardo o due, introducendo quello che chiama un “contributo di solidarietà ” da far pagare a tutti i pensionati.
Si tratta di una ritenuta che partirerebbe da 35 centesimi (per le pensioni più basse) per poi crescere via via con il reddito.
“Abbiamo calcolato che se si considera il tetto dei 5.000 euro netti mensili le risorse ottenute sarebbero tra i 100 e i 120 milioni- ha detto Brambilla- . Ma anche se, come sembra ormai orientato a fare Luigi Di Maio, il tetto scendesse a 4.000 euro netti, si otterrebbero 180-200 milioni. Mentre nella peggiore delle ipotesi il contributo di solidarietà vale un miliardo, nella migliore delle ipotesi si potrebbero anche superare i due miliardi”.
Lo svantaggio è il medesimo: il contributo di solidarietà finirebbe per pesare su un’ampia platea di pensionati e dunque anche su coloro che non sono titolari di una pensione d’oro.
I soldi ricavati dalla “manovrina” andranno su due fondi: uno dedicato alla “non autosufficienza”, l’altro ai lavoratori deboli: i giovani precari sotto i 29 anni e gli ultracinquantenni che perdono il posto.
In tal modo, secondo Brambilla, si potrebbero risparmiare anche i denari destinati all’Ape Sociale.
I sindacati. Grande l’allarme dei confederali “Le pensioni non si toccano. Il governo farebbe bene a fermarsi prima di fare degli errori e ad aprire un confronto serio e di merito con i sindacati”. Lo dichiarano in una nota i Segretari generali di Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil Ivan Pedretti, Gigi Bonfanti e Romano Bellissima.
“Tra ipotesi di ricalcoli, contributi di solidarietà e tagli sopra una certa soglia – continuano i sindacalisti in una nota – è del tutto evidente che l’intenzione è quella di mettere ancora una volta le mani nelle tasche dei pensionati provocando così l’ennesimo danno a uomini e donne che hanno lavorato per una vita. È un film già visto e sarebbe una clamorosa retromarcia rispetto a quanto fatto in questi ultimi anni con l’allargamento e il potenziamento della 14esima”.
I sindacati si dicono “pronti” a confrontarsi con il governo, ma dicono “fin da ora” di essere “assolutamente indisponibili a ragionare su interventi che avrebbero come unico fine quello di fare cassa con le pensioni”.
Intanto l’Inps ha calcolato che le pensioni che in Italia viaggiano mensilmente sopra i 4 mila euro netti aggirerebbero intorno alle 40 mila.
Secondo l’Istituto, infatti, al primo gennaio 2018 sono 37 mila gli assegni sopra i 7 mila euro lordi, relativi sia alle pensioni di vecchiaia e anticipate sia a quelle che si riferiscono ai superstiti e all’invalidità . Alzando l’asticella dell’importo lordo a 7.500 la platea scende a 26.450. Ovviamente il rapporto tra assegno netto e lordo varia quindi la stima sulle cosiddette pensioni d’oro, di cui si ipotizza un ricalcolo, non può che essere approssimativa.
(da Globalist)
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Luglio 4th, 2018 Riccardo Fucile
“SENZA IMMIGRATI, NIENTE PENSIONI”
Da qualche tempo Matteo Salvini ha messo nel mirino Tito Boeri, presidente dell’INPS nominato da
Matteo Renzi (con il quale i rapporti tuttavia non sono mai stati eccellenti).
Proprio ieri il leader della Lega in un video è tornato a segnalare che vuole cacciarlo: “C’è ancora qualche fenomeno, penso anche al presidente dell’Inps, che dice che senza immigrati è un disastro. Ma ci sarà tanto da cambiare anche in questi apparati pubblici”
Inutile sottolineare che Salvini utilizza contro Boeri un livello di polemica che scende molto al di sotto dei livelli minimi di ridicolo.
Ma siccome al ridicono non c’è mai fine, oggi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Giancarlo Giorgetti al Corriere della Sera ha avuto la splendida idea di difendere Salvini: «Quella di Salvini è stata una reazione. Non credo se ne sia uscito così per primo».
Anche a un cieco è invece evidente che Boeri non ha insultato Salvini ma ha detto: “Avere immigrati regolari ci permette di avere flussi contributivi significativi”.
Ora bisognerebbe chiedere a Giorgetti dove sta in questa frase l’insulto o il riferimento a Salvini. Probabilmente il sottosegretario lo spiegherà non appena avrà finito di illustrare la sua personale coerenza sull’euro.
Per fortuna Boeri non sembra però essere particolarmente intimidito dalle minacce di Salvini. E oggi, presentando la relazione annuale dell’INPS, torna a ribadire i concetti, i dati e i fatti che hanno fatto arrabbiare il leader della Lega contro quella bastarda della realtà .
Ovvero che il sistema pensionistico rischia di non farcela perchè ci sono pochi giovani al lavoro e troppi anziani in pensione e che i contributi dei primi non ce la farebbero a pagare le pensioni dei secondi, tra l’altro più sostanziose perchè calcolate con il sistema retributivo o misto.
L’equilibrio, secondo i dati dell’INPS, potrebbe essere raggiunto solo attraverso il contributi del lavoro degli immigrati.
Boeri ha anche spiegato che “Ripristinando le pensioni di anzianità con quota 100 (o 41 anni di contributi) si avrebbero subito circa 750.000 pensionati in più”, e quindi che “Quota 100 pura costa fino a 20 miliardi all’anno, quota 100 con 64 anni minimi di età costa fino a 18 che si riducono a 16 alzando il requisito anagrafico a 65 anni, quota 100 con 64 anni minimi di età e il mantenimento della legislazione vigente per quanto riguarda i requisiti di anzianità contributiva indipendenti dall’età costa fino a 8 miliardi”. Boeri sta parlando della riforma della Fornero proposta dalla Lega.
Mentre sul punto che attualmente interessa di più a Salvini, Boeri ha detto che “la classe dirigente del nostro Paese dovrebbe essere impegnata in prima fila nel promuovere consapevolezza demografica. Chi si trova a governare con una popolazione cosi’ disinformata fa molta fatica a far accettare all’opinione pubblica le scelte difficili che la demografia ci impone”.
Dimezzando i flussi migratori — ha proseguito Boeri — in 5 anni perderemmo una popolazione equivalente a quella odierna di Torino. Azzerando l’immigrazione perderemmo 700 mila persone con meno di 34 anni nell’arco di una legislatura. Secondo Boeri, “tutti sono d’accordo sul fatto che bisogna contrastare l’immigrazione irregolare” ma si dimentica che per ridurre l’immigrazione clandestina bisogna aumentare quella regolare.
In Italia — ha sottolineato — c’è “una forte domanda di lavoro immigrato” e in presenza di decreti flussi del tutto irrealistici, questa domanda si riversa sull’immigrazione irregolare degli overstayer, di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto”.
L’impennata di colf e badanti extracomunitarie dimostra che questi lavori continuano a essere richiesti, ma vengono svolti senza versare i contributi.
Ma soprattutto: quando si pongono forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta quella clandestina e viceversa: “in genere — ha concluso — a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%”. Il mandato quadriennale di Boeri scade alla fine dell’anno. Al suo posto, scrive oggi il Messaggero, potrebbe andare il parlamentare della Lega Alberto Brambilla.
(da “NextQuotidiano”)
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