Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
E ORA CHI LO DICE A SALVINI CHE IL SUO COMPAGNO DI MERENDE INTRODUCE LE STESSE NORME DA LUI TANTO CRITICATE? BEH, POTREBBE INCATENARSI PER PROTESTA NELLA PIAZZA ROSSA
In Russia, oggi e da novant’anni a questa parte, gli uomini vanno in pensione a sessant’anni e le donne a
cinquantacinque anni (la più bassa tra i paesi OCSE).
Le cose però potrebbero cambiare anche lì, perchè il governo ha annunciato nei giorni scorsi una riforma delle pensioni e dell’età pensionabile.
Con effetti simili a quelli della famigerata riforma Fornero tanto odiata dai populisti amici di Putin che oggi sono al governo in Italia.
La riforma è stata proposta in questi giorni e prevede l’aumento dell’età pensionabile da 60 a 65 anni per gli uomini entro il 2028 e da 55 a 63 per le donne entro il 2034. L’importo medio di una pensione russa è di 14.000 rubli (circa 190 euro) al mese.
A influire sulla decisione di cambiare il sistema pensionistico anche le stime sull’aspettativa di vita da parte dell’OMS che hanno visto un aumento della speranza di vita a 66 anni per gli uomini russi e a 77 anni per donne.
Troppo poco per giustificare l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile, secondo molti che sono scesi in piazza per protestare in diverse città della Federazione.
Nelle città che ospitano i match della Coppa del Mondo di calcio non ci sono state proteste, ma solo perchè una legge speciale emanata per l’occasione impedisce le manifestazioni.
I cittadini russi non sono d’accordo con la proposta del governo e il calo nei sondaggi del gradimento nei confronti di Putin rende evidente come per parte dell’opinione pubblica russa la colpa sia del Presidente.
Il quale però cerca di prendere le distanze ricordando come la materia sia di competenza del Primo Ministro Medvedev.
Ma anche Russia Unita — il partito di Putin e Medvedev — ha visto un sensibile calo nei sondaggi. Secondo il centro ricerche statale Vtisiom la percentuale di approvazione di Putin è scesa di 14 punti percentuali in due settimane (dal 78% al 64%).
Stando a quanto scrive il quotidiano moscovita Moskovski Komsomolets quella delle pensioni potrebbe essere la «più pericolosa e rischiosa riforma in vent’anni di potere di Putin» (nel 2005 l’ultima riforma delle pensioni provocò numerose proteste di piazza).
A cavalcare l’ondata di proteste ci sono soprattutto i sostenitori di Aleksej Navalnyj, il blogger e oppositore di Putin che nei giorni scorsi aveva chiamato i suoi alla mobilitazione.
Il governo le aveva provate tutte per cercare di far passare inosservata la manovra sulle pensioni, annunciandola il giorno dell’apertura dei Mondiali.
Per cercare di mitigare la situazione il Cremlino aveva anche promesso un aumento delle pensioni pari a 1.000 rubli (20 euro circa) entro il 2019.
A giocare a favore del governo c’è la considerazione che le persone che verranno colpite dalla riforma a causa della loro età sono le meno propense a scendere in piazza a protestare.
Ah, se solo in Russia ci fosse qualche italiano in grado di spiegare a Putin i pericoli dell’innalzamento dell’età pensionabile.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 29th, 2018 Riccardo Fucile
VERSANO OGNI ANNO 8 MILIARDI E NE RICEVONO 3, CON SALDO ATTIVO PER L’INPS DI 5 MILIARDI… QUANDO NON CI SARANNO PIU’ SOLDI, UNA SOLUZIONE C’E’: NON PAGARE LE PENSIONI A CHI HA VOTATO LEGA E M5S
Senza l’apporto degli immigrati il sistema pensioni non regge. Ed il problema, “serissimo”, non si porrà
tra 10 anni ma è immediato.
A lanciare l’allarme il presidente dell’Inps Tito Boeri, dal palco del Festival del Lavoro.
Con il calo dei flussi, ha spiegato Boeri, l’arrivo di migranti “comincia ad essere non più sufficiente” a controbilanciare “il calo degli autoctoni.
Le previsioni ci dicono che nel giro di pochi anni perderemmo città intere e questo è un problema molto serio per il nostro sistema pensionistico.
Anche se gli italiani ricominciano a fare i figli, ci vorranno almeno 20 anni prima che comincino a pagare contributi”. “Il problema è serissimo e immediato. Avere immigrati regolari ci permette di avere flussi contributivi significativi”.
Proprio Boeri nel luglio dello scorso anno citava i dati Inps in base ai quali “gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps”.
Mentre da una simulazione dell’istituto di previdenza emergeva che “la chiusura delle frontiere ai cittadini extracomunitari fino al 2040 potrebbe costare alle casse dell’Inps 38 miliardi”.
E pesante, ha affermato Boeri sarebbe anche il peso di quota quota 100′ per andare in pensione. “Avremmo un milione in più di pensionati – ha spiegato – ma meno lavoratori, e questo renderebbe ancora più pesante il fardello che grava su chi oggi lavora. Si tratta di impegni che aumentano di molto la spesa pensionistica”.
(da agenzie)
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Giugno 11th, 2018 Riccardo Fucile
IL RICALCOLO CONTRIBUTIVO DI QUANTO VERSATO TRA IL 1996 E IL 2011 COMPORTERA’ UNA RIDUZIONE DELLA PENSIONE DEL 9-10%
La riforma gialloverde della legge Fornero per anticipare la pensione degli italiani, inserita da Lega e Cinque Stelle nel contratto di governo, rischia un esito rovesciato. Spiega oggi Repubblica che precari, donne, disoccupati, giovani e chi è impiegato nei mestieri più pesanti non solo non ne beneficeranno, ma faranno un passo indietro.
Chi rientra nei nuovi parametri si prepari a una sorpresa niente male: il ricalcolo contributivo di quanto versato tra il 1996 e il 2011.
«Dovevamo farlo già nel 1996, quando entrò in vigore la riforma Dini», spiega Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere del vicepremier leghista Salvini. «E invece si scelse un’altra strada».
Ovvero mantenere nel retributivo (pensione proporzionale agli ultimi stipendi) quanti già avevano più di 18 anni di versamenti. E affidare tutti gli altri al nuovo calcolo in base ai contributi, poi diventato universale nel 2012.
Ora, ricalcolare 16 anni col contributivo potrebbe tradursi in un taglio medio sull’importo della pensione del 9-10% che forse molti pensionandi non hanno messo in conto, quando sentono parlare di “quota 100”.
Senza pensare che tra 1996 e 2012 sono andati in pensione già oltre 3 milioni e mezzo di italiani.
E con un assegno più generoso di quanto spetterà a loro, perchè interamente retributivo. Motivo di contenzioso infinito.
Non solo: chi ha avuto carriere discontinue o brevi (come statisticamente accade nel Sud e per le donne) oppure interruzioni superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia (per “quota 100” valgono al massimo 2 anni di contributi figurativi) rischia con la “riforma Brambilla” di posticipare l’uscita dal lavoro fino a 3 anni.
Prive di Ape sociale (a carico dello Stato), le professioni più gravose perderebbero un importante ombrello di protezione, senza altra rete.
Se non i 41 anni e mezzo di contribuzione: ma chi li ha, visto il nero e l’intermittenza che caratterizzano quei mestieri?
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 6th, 2018 Riccardo Fucile
EMERGE UN ALTRO ASSURDO SULLE PENSIONI D’ORO: GRAZIE ALLA FLAT TAX CHE FAVORISCE I REDDITI ALTI, IL VANTAGGIO FISCALE SARA’ DI GRAN LUNGA SUPERIORE AL TAGLIO
Anche se non è stata nominata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo discorso, la riforma Fornero resta al centro del percorso di attuazione del “contratto” di governo.
Anche perchè ci sono alcuni grossi problemi di equità da risolvere prima di muoversi. Uno di questi lo solleva oggi Il Sole 24 Ore, spiegando come prima di arrivare alle nuove anzianità targate “quota 100” (con un minimo di 64 anni e non più di 3 anni di contribuzione figurativa), o “quota 41” a prescindere dall’età , bisogna per esempio decidere se le future pensioni a requisiti ridotti saranno ricalcolate o meno con il “contributivo” ragguagliato ai coefficienti di trasformazione a 64 anni.
Proprio quest’ultima opzione, infatti, che prevede una penalizzazione sull’assegno finale, rientra nello schema messo a punto dagli esperti della Lega, un meccanismo che potrebbe garantire il rispetto del target dei 5 miliardi l’anno di maggiore spesa previdenziale annunciata.
Fa sapere Alberto Brambilla, il quale nel toto-nomine è in corsa per un posto di vice-ministro al Lavoro, che il penalty non sarebbe per tutti: i lavoratori che hanno avuto carriere piatte e senza aumenti retributivi negli ultimi anni (situazione assai diffusa dal 2008 in poi) non subirebbero quasi alcuna perdita, mentre una sensibile riduzione potrebbe arrivare per chi ha beneficiato di aumenti salariali (fino al 9-10% per un 64enne con oltre 20 anni di contributi).
In più c’è un altro effetto interessante da studiare ed è quello sull’effetto della flat tax o dual tax: i risparmi che otterranno i pensionati d’oro attraverso la tassa piatta (fatta in realtà da due aliquote molto basse), saranno di gran lunga più cospicui dei tagli che subiranno le loro pensioni.
Questo perchè più alte sono le pensioni, più si riduce lo squilibrio tra contributi pagati e pensione percepita, e così alla fine il taglio previsto non sarà così forte da annullare i vantaggi della tassa piatta.
Prendiamo ad esempio un pensionato che prende 10 mila euro lordi al mese, 5.837 netti.
Con il taglio del 5%, il suo assegno si riduce a 9.500 euro lordi, che con l’attuale tassazione equivalgono a 5.553 euro netti: dunque 284 euro in meno.
Ma con la flat tax quell’assegno netto risale di 1.958 euro. Guadagno finale: 1.674 euro in più al mese nelle sue tasche, con un aumento della pensione del 29%. Facciamo un esempio limite: il fortunato che ha una pensione di 40 mila euro al mese, da una parte avrà un taglio di 2 mila euro, dall’altra un risparmio fiscale di oltre 8 mila: 6 mila euro in più al mese.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile
SARANNO PENALIZZATI IL SUD E LE DONNE
Quota 100 e quota 41 – le due proposte di 5 Stelle e Lega per rivedere la legge Fornero – rischiano di spaccare l’Italia. Nord contro Sud.
Il governo Lega-M5S punta ad anticipare la pensione, per tutti, di 3 anni a 64 anni anzichè 67, il nuovo requisito valido dal 2019.
Basterà avere un minimo, appunto, di 64 anni e 36 di contributi per lasciare il lavoro. La somma fa 100, ma vanno bene anche le altre combinazioni: 65 di età e 35 di versamenti, ad esempio.
Con “quota 41” invece è sufficiente avere 41 anni di contributi, a prescindere dall’età . Ma, spiega Repubblica oggi, qui sta l’inghippo:
Chi favorisce questo doppio binario? A guardare i dati Inps del 2017, senz’altro il Nord visto che lì si addensano il 56% delle pensioni di vecchiaia e anzianità : 5,2 milioni su 9,3. Frutto di carriere lunghe e stabili, di opportunità professionali che il Sud si sogna. Laddove al contrario si concentrano le pensioni di invalidità (47% del totale), gli assegni sociali (56%), le prestazioni per gli invalidi civili (45%). Un divario storico e drammatico.
Le pensioni di anzianità percepite a Biella sono il 18% dei trattamenti totali in quella provincia, a Napoli ci si ferma al 4%. A Genova il 12% degli assegni è di vecchiaia, a Catania appena il 5,7%.
All’interno della segmentazione Nord-Sud, ce n’è poi un’altra di genere.
Le donne – tra maternità , lavoro di cura, assistenza in casa e carriere di conseguenza ad ostacoli – hanno enormi difficoltà a rientrare nei requisiti di pensionamento.
Insomma, l’operazione premia le generazioni che lasceranno il lavoro nei prossimi anni, pesando sulle attuali, chiamate a pagare gli assegni di chi oggi va in pensione per un lungo periodo, visto l’allungamento delle speranze di vita.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
GLI ASSEGNI EROGATI SONO 17,9 MILIONI, DI QUESTI 3,9 MILIONI SONO PRESTAZIONI ASSISTENZIALI
Rimane pressocchè stabile il numero delle pensioni, ma aumenta l’importo. 
Le pensioni vigenti al primo gennaio 2018 erogate dall’Inps per il settore privato sono 17.886.623, circa 143.000 in meno rispetto all’inizio del 2017: lo rileva l’Inps nel suo Osservatorio sulle pensioni spiegando che la spesa complessiva annua (ottenuta moltiplicando per 13 il valore dell’importo mensile di gennaio) è pari a 200,5 miliardi, in aumento dell’1,57% sul dato 2017.
Le pensioni di natura previdenziale sono 13,97 milioni mentre 3,9 milioni sono le prestazioni assistenziali.
Il 70,8% delle pensioni erogate, 12,8 milioni di assegni, sono inferiori a 1.000 euro.
Per le donne la percentuale delle pensioni fino a mille euro è decisamente inferiore, arriva all’86,6% per le donne.
Il dato non tiene conto delle pensioni pubbliche (con la media di importo molto più alta) e di quelle dello spettacolo.
Bisogna ricordare che si tratta solo delle singole pensioni e non dell’importo totale spettante a ogni pensionato che può godere di più trattamenti.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
OVVERO 13,6 MILIONI (IL RICAVO REALE DEGLI ACCERTAMENTI IN TRE ANNI) DOVREBBERO COPRIRE 50 MILIARDI DEL COSTO PER ABOLIRE LA FORNERO… E GLI INVALIDI VERI ALLA FINE VENGONO CRIMINALIZZATI DALL’ENNESIMA BUFALA SOVRANISTA
Alberto Brambilla, già sottosegretario con delega alle questioni previdenziali del ministro Maroni
e presunto esperto per queste stesse materie della Lega, ha presentato ieri la sua “innovativa” proposta: si potrebbe finanziare la revisione della legge Fornero sulle pensioni tagliando 50 miliardi in dieci anni, per “quell’assistenza che va ai falsi invalidi e a chi non se lo merita, perchè mente sui requisiti”.
Un’affermazione che ci riporta tristemente indietro di un decennio, alla campagna contro i “falsi invalidi”, iniziata nel 2008, dal governo Berlusconi e confermata poi, per scelta parlamentare, durante il governo Monti.
Una campagna che ha portato ad indire controlli straordinari che nel complesso, nell’arco temporale 2009-2015, hanno interessato circa la metà dei titolari delle prestazioni: 1 milione 250mila controlli.
E’ sempre il caso di precisare che i controlli vanno fatti e gli abusi puniti.
Ma non possiamo certo dimenticare che la campagna mediatica contro i “falsi invalidi” di quegli anni ha comportato per i veri invalidi, che sono la stragrande maggioranza, uno stigma sociale pesantissimo.
Culminato nella famosa copertina del settimanale Panorama in cui si ritrae un Pinocchio in sedia a rotelle con il titolo “Scrocconi … a spese nostre”.
Con quali risultati?
I dati relativi alla prima ondata di controlli, dal 2008 al 2013, non permettono di distinguere fra benefici revocati, benefici da ridurre per cambiamento di fascia o per riconoscimento di una percentuale invalidante inferiore rispetto alla stessa fascia.
Si tratta quindi di dati che mettono insieme le situazioni di abuso, con gli esiti delle ordinarie visite sanitarie di revisione (inserite nei controlli straordinari per evitare che i ritardi dell’Inps nell’effettuare gli accertamenti facessero decadere i veri invalidi dai benefici).
Sappiamo invece quali sono stati gli effetti dei 450 mila controlli straordinari effettuati nel triennio 2013-2015.
La legge di stabilità per il 2013 che li ha previsti ha infatti disposto che le eventuali risorse aggiuntive derivanti da questi controlli venissero destinate ad incrementare il Fondo per le non autosufficienze.
Ora sappiamo che si è trattato di 13 milioni e 600mila euro, confluiti nel Fondo per le non autosufficienze 2017 (il cui decreto di riparto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 febbraio 2018).
Alla luce di questi risultati, le domande che dobbiamo porci sono allora due:
1) non sarebbe il caso di ridimensionare invece che di rilanciare una campagna mediatica contro i falsi invalidi che ha negli anni ha creato un vulnus così forte e ingiusto nei confronti dell’intero mondo della disabilità ?
2) come pensa Alberto Brambilla di ricavare 5 miliardi all’anno per dieci anni dai falsi invalidi e da chi “non se li merita, perchè mente sui requisiti”? Potrebbe dirci, per piacere, a chi si riferisce e da dove tira fuori questi numeri?
Maria Cecilia Guerra
Docente di Scienza delle Finanze all’Università di Modena e Reggio Emilia
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile
SONO 373.265 LE PENSIONI LIQUIDATE ALL’ESTERO, CIRCA 60.000 SONO GIA’ COLORO CHE “SI VANNO A GODERE LA PENSIONE” ALL’ESTERO
“Addio Italia, vado a godermi la pensione all’estero”. Sono sempre di più i pensionati che, dopo avere lavorato e versato i contributi in Italia, decidono di varcare il confine e trasferirsi in un altro paese o, comunque, di prendere la residenza all’estero.
Itinerari previdenziali ha indagato il fenomeno e ha cercato di spiegarlo.
In particolare, il quinto Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano a cura del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, per il 2016, ha contato 373.265 prestazioni pensionistiche liquidate all’estero per un importo complessivo di poco più di 1 miliardo (per la precisione, 1.057.428.584 euro).
A sua volta, questo numero va ripartito tra cittadini italiani, che rappresentano la maggioranza dell’82,6%, e stranieri (17,4 per cento).
La maggior parte dei pagamenti è destinata all’Europa, il che significa che il Vecchio continente è la principale meta dei pensionati che percepiscono il pagamento della prestazione oltre confine. Seguono l’America settentrionale, l’Oceania e il Sud America.
Occorre fare delle distinzioni. Innanzi tutto, di queste oltre 373.265 prestazioni, 227.367 rappresentano pensioni di vecchiaia, 132.479 ai superstiti e 13.419 di invalidità .
Soprattutto, però, l’84% delle prestazioni riguarda pensioni calcolate in “regime di convenzione internazionale”, vale a dire frutto di contributi versati in parte in Italia e in parte all’estero, mentre il restante 16%, pari a 59.537 prestazioni per poco più di 559 milioni di euro, corrisponde a prestazioni calcolate in “regime nazionale”.
In altri termini, la contribuzione durante gli anni di lavoro è stata interamente versata in Italia.
E’ su quest’ultimo dato del 16% delle prestazioni complessive, che fotografa appunto i pensionati italiani “in fuga” all’estero, che si concentra il centro studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005, sotto il governo di Silvio Berlusconi.
“Benchè di rilievo numerico ancora contenuto — si legge nel rapporto — i dati obbligano a fare i conti con i pensionati italiani che ‘fuggono’ verso l’estero. Un fenomeno di grande interesse sociale che pare riconducibile a due ragioni principali: il costo della vita e i possibili vantaggi fiscali”.
“Da un lato, la ‘migrazione’ è motivata dalla ricerca di paesi con un costo della vita minore rispetto all’Italia e riguarda prevalentemente, anche se non solo, le pensioni di importo modesto, a volte integrate al minimo o con maggiore sociale, e quindi non soggette a tassazione in Italia e per le quali non è richiesta l’applicazione delle convenzioni contro la doppia imposizione fiscale. Dall’altro lato, però, la scelta di trasferirsi è riconducibile anche ai vantaggi fiscali offerti da taluni paesi e riguarda prevalentemente le pensioni di importo medio-alto, assoggettate ad alte aliquote Irpef che, nel paese estero scelto, incide normalmente in misura di gran lunga inferiore o non incide affatto, in virtù di convenzioni che evitano la doppia imposizione o che addirittura esentano il pensionato residente per un periodo di cinque o dieci anni dal pagamento delle imposte”.
Per meglio comprendere il ragionamento, occorre ricordare che il pensionato che risiede all’estero per di più di sei mesi può domandare all’Inps (Istituto nazionale di previdenza sociale) il pagamento della pensione lorda, optando in questo modo per la tassazione esclusiva nel paese di residenza oppure per l’applicazione del trattamento fiscale più favorevole (ad esempio, imposizione fiscale in Italia solo al superamento di determinate soglie di esenzione).
Quindi, secondo Brambilla, i pensionati con gli assegni più corposi, per andarsi a godere gli anni dopo l’addio alla professione, tendono a scegliere mete con aliquote Irpef meno onerose che in Italia (dove l’imposizione fiscale sul reddito non è certamente leggera).
Una “fuga” oltre confine che va a sommarsi a quella dei molti giovani che, invece, si trasferiscono all’estero in cerca di lavoro.
(da “Business Insider”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
UN FUTURO DA BRIVIDI A CAUSA DEL RITARDO NELL’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO, DELLA DISCONTINUITA’ CONTRIBUTIVA, DELLA DIMANICA DELLE RETRIBUZIONI
Precari, neet, working poor e “lavoro gabbia”. Un esercito di 5,7 milioni di lavoratori che, se questa tendenza non dovesse essere invertita, rischiano di alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050.
Il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva che caratterizza molte attività lavorative rappresentano un pericoloso mix di fattori che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese, dove le condizioni di nuove povertà , determinate da pensioni basse, saranno aggravate, inoltre, dall’impossibilità , per molti lavoratori, di contare sulla previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico.
È l’allame lanciato dal focus Censis-Confcooperative “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?”.
Assistiamo, infatti, a una discriminazione tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una decisa divaricazione del 14,6%.
Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione.
A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.
Questo nella migliore delle ipotesi.
Rischia di andare molto peggio a 5,7 milioni di persone.
Infatti sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscirne e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale.
A tutto ciò si aggiunge un problema di adeguatezza del “rendimento economico” del lavoro che espone al rischio della povertà .
Lavorare, quindi, può non bastare. Per i giovani, in particolare, lo slittamento verso il basso delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, segnala in maniera ancora più marcata la separazione che sta avvenendo fra i destini dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare.
Questo effetto di “sfrangiamento” del lavoro rispetto al passato è poi messo in evidenza dalle tipologie di lavoro a “bassa qualità ” e a “bassa intensità ” che si stanno via via diffondendo.
Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate.
La scelta obbligata di lavorare meno ore rispetto alla propria volontà evidenzia una situazione di inadeguatezza del lavoro svolto come fonte di reddito, tanto da diventare causa di marginalità rispetto alla potenziale disponibilità del lavoratore.
Il dettaglio regionale fa emergere la forte differenza socio economica tra Nord e Sud. Anche solo guardando al fenomeno dei Neet, nella fascia 25-34 anni (totale 2 milioni), i giovani che non lavorano e non studiano che vivono nelle sei regioni del Sud sono oltre la metà , ben 1,1 milioni, di cui 700mila circa concentrati in sole due regioni: Sicilia (317mila) e Campania (361mila).
“Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà – dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Non sono temi di questa o di quella parte politica, ma riguardano il bene comune del Paese. Sul fronte della povertà il Rei con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà delle prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione”.
(da “La Repubblica”)
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