Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile
“IMPOSSIBILE FIDARSI DELLA SINISTRA E DEI GRILLINI”
L’Italia è quel Paese dove i luoghi comuni sono anche veri. Sì, è vero che Sanremo è piena di pensionati, che è il paradiso degli anziani che svernano con vista mare, un incrocio fra una Las Vegas casalinga dove il massimo della trasgressione è la grigliata di pesce e una Villa Arzilla dove il buonumore prevale sulla malinconia.
E sì, è vero anche che i pensionati stritolati dai tagli allo Stato sociale sono tutt’altro che soddisfatti, ma non tanto da diventare una forza antisistema.
E di conseguenza è ulteriormente vero che, come da vulgata giornalistica, le loro simpatie e forse pure i loro voti vanno a Berlusconi.
Alle promesse di mirabolanti aumenti della minima e di bonus dentiera, in effetti, credono in pochi.
Ma Silvio è visto come una specie di garanzia che non ci sarà altra macelleria sociale, un usato sicuro cui magari si è meno innamorati di una volta ma ancora affezionati. In fin dei conti, 740 e lifting a parte, è pur sempre un esponente della categoria.
Due passi
Basta fare due passi in piazza Colombo per rendersene conto. È un gelido mezzogiorno, il Comune sta per annunciare scuole chiuse e niente scooter per le strade dalle 20 alle 12 causa maltempo. Nonostante il freddo siberiano e l’allerta arancione, la densità di pensionati per metro quadrato è impressionante, roba da far cadere in deliquio la Fornero. Fosse tutta così, l’Italia, l’Inps sarebbe già fallito.
Alcuni siparietti sono teneri. Giuseppe e Giuseppina, rispettivamente 72 e 73 anni, sposatisi dopo essere rimasti entrambi vedovi, regalano il momento Sandra e Raimondo, attentissimi come sono a dire ognuno il contrario di quel che dice l’altro, anche se si capisce che sotto sotto si adorano.
Lui ha origini calabresi e faceva il carrozziere, lei è di qui, per la precisione di San Lorenzo al Mare, ed era coltivatrice diretta. Anzi lo è ancora perchè ha l’orto, anche se quest’anno per gli imperscrutabili disegni della Provvidenza le olive sono andate male, «ed è così brutto dover comprare l’olio» (ed è forse l’unica considerazione su cui i due sono d’accordo).
Giuseppe voterà Berlusconi, senza grande entusiasmo: «Tutto sommato, mi fido ancora». «Non mi fido di nessuno», ribatte Giuseppina che non sa nemmeno se ci andrà , alle urne: «E poi tanto si sa che i nostri politici non decidono niente, perchè siamo governati dalla Cee», che per la verità nel frattempo è diventata Ue, ma insomma ci siamo capiti.
Uguali divergenze parallele anche sulla situazione economica, e non quella del Paese, ma la loro. Lui: «Con due pensioni riusciamo a vivere abbastanza bene». Lei: «Pur con due pensioni, facciamo fatica». Pensioni sì, ma di quanto? «Io, 700 euro al mese» (lui), «Io non glielo dico» (lei), ma insomma siamo lontanissimi dalle pensioni d’oro. «Però – sempre lui, l’ottimista – la casa è nostra e non dobbiamo pagare l’affitto, altrimenti sì, sarebbe difficile».
Ma perchè ancora Berlusconi? «Perchè l’ultima volta qualcosa per noi pensionati l’aveva fatto davvero. E poi perchè non c’è nessun altro che mi piace».
Altro giro dello struscio, altro pensionato in formissima.
Si chiama Stefano Berrino e, guarda caso, è il papà di un assessore regionale della Giunta Toti, Giovanni, delega a Lavoro, Trasporti e Turismo, in quota FdI.
Papà Berrino ha 74 anni ed è in pensione da 24, dunque c’è andato presto per godersi «il mare e la tranquillità », in questo caso a braccetto con la signora Franca per la passeggiata di rito. Anche lui voterà Silvio, «come l’ultima volta».
Non è però un entusiasta (di entusiasti, in effetti, non ne abbiamo incontrato nemmeno uno: il 4 marzo non si sceglie il meglio, ma il meno peggio): «Parlano, parlano, ma sono dieci anni che non ci aumentano la pensione. E nel frattempo c’è stato l’euro». L’euro? «Sì, l’euro. Quattro milioni di lire sono diventati duemila euro, ma il potere d’acquisto non è certo lo stesso». Comunque con la sinistra «non voglio avere niente a che fare», del M5S «non parliamo neppure», resta solo da fare la croce su Forza Italia, «e speriamo che serva a qualcosa».
Gli immigrati
Speriamo, sì. Loretta, 68 anni, in pensione da otto, torinese, ha lavorato all’Utet per 25 anni, poi si è «purtroppo» licenziata per aprire un’attività sua. Non vive a Sanremo, ma ad Alassio, «il clima è fantastico», peccato non vedere tanto spesso i due figlie e i quattro nipotini sparpagliati fra la Valle d’Aosta e Verbania.
Vive bene? «Vivo bene, sì, ma solo grazie ai sacrifici fatti a suo tempo da mio padre. La casa è di proprietà . Io mi tengo occupata: faccio volontariato alla Croce Bianca, da tata ai bambini, e quando vedo del degrado fotografo con il telefonino e mando le foto al sindaco». Impegno, dunque. «Certo che andrò a votare, anche perchè quest’anno ad Alassio ci sono anche le amministrative».
Per chi, però, non lo dice, a parte il Pd, «quello certamente no, hanno governato malissimo». E allora? E allora la signora premette che lei no, non è assolutamente razzista, che non ce l’ha con nessuno per il colore della pelle, che fa volontariato, sappiamo, ma? «Ma vorrei vedere meno immigrati”
Ecco qui tre storie. Per la cronaca: un rapido sondaggio fai-da-te su dieci teste bianche ha dato quattro voti al centrodestra, uno al Pd, uno ai grillini, tre non so e un «non vado nemmeno a votare».
Forse il bonus dentiera rischia davvero di essere l’idea più brillante di questa campagna elettorale.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 10th, 2018 Riccardo Fucile
OLTRE 700.000 HANNO UNA PENSIONE LIQUIDATA DA ALMENO 35 ANNI
Sono quasi mezzo, per la precisione, 471.545 i pensionati italiani che ricevono un assegno di vecchiaia, di anzianità contributiva o ai superstiti da oltre 37 anni, ovvero con una decorrenza antecedente rispetto al 1980.
Il dato arriva dagli osservatori statistici dell’Inps che calcolano invece in oltre 700.000 le persone che hanno una pensione liquidata da almeno 35 anni (dal 1982 o negli anni precedenti).
Non si includono naturalmente in questi numeri i trattamenti di invalidità e le pensioni sociali. Le pensioni private antecedenti il 1980 sono 413.157 mentre le pubbliche sono 58.388.
L’età alla decorrenza delle pensioni liquidate prima del 1980 è di 49,9 anni per la vecchiaia e di 46,4 per l’anzianità , mentre per i superstiti da assicurato è di 41,5 anni (45,7 per i superstiti da pensionato).
Il dato chiaramente risente del fatto che le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 37 anni sono ancora in vita.
Per i pensionati del settore privato l’età è un po’ più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità ) con 54,7 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,7 anni al momento della liquidazione della pensione.
Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).
Se per le pensioni del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (807 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 526 euro quelli ai superstiti) per le pensioni dei pubblici l’importo medio supera i 1.660 euro al mese nel caso della vecchiaia e i 1.465 in quello dell’anzianità . Superiore ai mille euro anche le pensioni ai superstiti erogate da prima del 1980 per il settore pubblico con 1.125 euro per i superstiti da assicurato (ovvero da persona morta mentre ancora lavorava) e 1.190 euro per i superstiti da pensionato.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile
ALTRO CHE LE CAZZATE DI SALVINI SUI “NONNI CHE POSSONO GIRARE E SPENDERE”… AL MASSIMO POSSONO SEDERSI CON LE PEZZE AL CULO NEL GIARDINETTO DAVANTI A CASA
Circa venti miliardi l’anno da trovare di qui al 2030. 
Come dire un’intera manovra finanziaria, o due volte il costo del bonus 80 euro.
E pensioni più basse dal 20% fino al 50%-
È l’impatto che avrebbe lo smantellamento della riforma delle pensioni varata a fine 2011 dal governo Monti.
Cavallo di battaglia del leader leghista Matteo Salvini, stando a quanto annunciato da Renato Brunetta la proposta di cancellare quella che è passata alle cronache come legge Fornero è stata recepita anche dagli alleati del centrodestra, nonostante Silvio Berlusconi si dicesse convinto che occorre salvaguardarne alcune parti.
Ma l’ha sposata in toto pure il candidato premier M5S Luigi Di Maio, secondo cui “chi ha fatto 41 anni di lavoro deve andare in pensione” senza altri requisiti.
Promesse che, a meno di non compensare la maggior spesa con aumenti di tasse o corposi tagli, rischiano di far deragliare il debito pubblico.
Non solo: potrebbero trasformarsi in una beffa per i pensionati, che vedrebbero alleggerirsi di molto l’assegno visto che in un sistema a ripartizione come il nostro sono i contributi di chi lavora a pagare le prestazioni previdenziali.
“Prima si va in pensione”, avverte Guido Ascari, docente di Economia all’università di Oxford, “più basso sarà il tasso di sostituzione“.
Cioè il rapporto tra la pensione e l’ultimo stipendio incassato. “Per questo è logico che l’età sia agganciata all’aspettativa di vita: si vuole garantire il più possibile una pensione adeguata“.
La demografia è impietosa: stando all’ultimo studio Ocse sul tema, Pensions at a glance 2017, l’Italia è seconda su 35 Paesi (dietro il Giappone) per percentuale di cittadini over 65 ogni 100 persone in età da lavoro.
Oggi il rapporto, noto come “indice di dipendenza” visto che i pensionati vengono di fatto “mantenuti” da chi produce, è del 38% contro una media Ocse del 27,9%. E nel 2050 è destinato a salire intorno al 70 per cento.
Se attualmente gli italiani in pensione sono poco più di 16 milioni, la Ragioneria generale dello Stato in un rapporto dello scorso giugno ha calcolato che nel 2050 saranno 17,8 milioni.
E la spesa pensionistica, stando alle previsioni macroeconomiche utilizzate dalla Commissione europea per analizzare la sostenibilità delle finanze pubbliche, salirà al 17% del pil dal 15,5% attuale: 337,2 miliardi contro circa 270.
Nel frattempo i lavoratori saranno diminuiti dagli attuali 23 milioni a soli 21,6 milioni su una popolazione totale ridotta a 59,1 milioni di persone.
Visto che la nostra previdenza pubblica è basata su un sistema a ripartizione, la crescita dei pensionati rispetto agli attivi tende naturalmente a ridurre l’ammontare del trattamento pensionistico.
In vista di questa evoluzione verso un Paese di anziani, già a partire dagli anni ’90 il sistema pensionistico pubblico è stato radicalmente ripensato: nel 1992 il governo Amato ha alzato di 5 anni l’età pensionabile (a 65 per gli uomini e 60 per le donne) e portato da 15 a 20 anni la contribuzione minima per l’assegno di anzianità , oltre a costituire un sistema di previdenza complementare.
Nel 1995 la riforma Dini ha introdotto il metodo contributivo, cioè il calcolo della pensione sulla base dei contributi versati e non dell’ultima retribuzione.
Nel 1997 Prodi ha inasprito i requisiti per la pensione di anzianità (quella che si poteva chiedere dopo aver totalizzato 20 anni di contributi) e tra 2004 e 2005 il governo Berlusconi ha stabilito che già dal 2008 sarebbero stati necessari almeno 35 anni di contribuzione e 60 di età per lasciare il lavoro.
Nel dicembre 2007 il secondo governo Prodi (all’Economia c’era Tommaso Padoa Schioppa) ha eliminato lo “scalone”, cioè appunto l’innalzamento da 57 a 60 anni dell’età anagrafica richiesta, introducendo un sistema di quote costituite dalla somma di età e anni lavorati. Nell’agosto 2009 il governo Berlusconi ha deciso che dal 2015 l’età di pensionamento avrebbe dovuto essere periodicamente adeguata all’incremento dell’aspettativa di vita.
Il decreto legge 201/2011, “la Fornero” appunto, ha esteso e anticipato l’entrata in vigore del meccanismo di adeguamento.
Così oggi per andare in pensione occorre avere un minimo di 20 anni di contributi versati e un’età di 66 anni e 7 mesi, ma dal 2019 si potrà lasciare il lavoro solo dopo averne compiuti 67.
Escluse dall’incremento solo le 15 categorie esentate a valle del negoziato tra governo e sindacati.
Le pensioni di anzianità invece sono state abolite, sostituendole con la “pensione anticipata” che quest’anno si può chiedere se si sono totalizzati 42 anni e 10 mesi di contributi e si hanno almeno 63 anni e 7 mesi di età . I requisiti, anche in questo caso, vengono aggiornati ogni due anni per effetto dell’aumento della vita attesa.
Negli anni sono state poi aperte alcune “uscite di emergenza”. Oltre agli otto interventi di salvaguardia per gli esodati (stando ai dati Inps sono state accettate ad oggi oltre 140mila richieste), dall’anno scorso i disoccupati con almeno 30 anni di contributi versati, i caregiver di parenti con handicap e i lavoratori che hanno fatto attività gravose e pagato i contributi per 36 anni possono chiedere l’anticipo pensionistico gratuito (Ape social). Nelle prossime settimane, con un ritardo di quasi un anno rispetto alla tabella di marcia, è attesa poi la partenza di quello a pagamento (Ape volontaria) a cui si potrà accedere indebitandosi con una banca
La situazione attuale deriva dunque da una lunga serie di riforme e abolire solo la legge del 2011 non eliminerebbe l’aspetto più contestato, cioè il requisito dell’età che ogni due anni viene ritoccato all’insù per star dietro all’aumento della vita media.
Ipotizziamo comunque di voler fare tabula rasa rispetto ai nuovi requisiti in nome del principio, enunciato dal leader del Carroccio, che “andare in pensione dopo 41 anni è un sacrosanto diritto“.
Principio condiviso da Di Maio, che il 10 gennaio ha inserito di diritto la Fornero tra le “400 leggi da abolire” per sostituirla con la regola che “si va in pensione dopo 41 anni di lavoro a dispetto dell’età ”.
Se a quel punto tutti scegliessero la pensione anticipata, che cosa succederebbe? Risponde, anche in questo caso, il rapporto della Ragioneria sulle “tendenze di lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” aggiornato al 2017: da un lato assisteremmo al “significativo peggioramento del rapporto fra spesa pensionistica e pil”, anche perchè nei prossimi anni molti nuovi pensionati godranno ancora di assegni calcolati con il metodo retributivo.
L’effetto positivo della Fornero è stimato in 1,4 punti di pil nel 2020, pari a quasi 24 miliardi. Poi è previsto in diminuzione allo 0,8% del pil intorno al 2030 — 13,6 miliardi circa — e in seguito decrescerà fino ad annullarsi nel 2045. Nel prossimo decennio i risparmi medi ammontano quindi a circa 20 miliardi l’anno.
Cancellando la legge, quelle risorse andrebbero recuperate attraverso tasse o tagli.
L’altro aspetto riguarda i redditi dei pensionati. In base alle simulazioni dell’Ispettorato generale per la spesa sociale il risultato sarebbe “un abbattimento crescente nel tempo dei tassi di sostituzione fino a raggiungere, alla fine del periodo di previsione (2070, ndr), 12,8 punti percentuali per un lavoratore dipendente e 10 punti percentuali per un lavoratore autonomo, con conseguente peggioramento anche dell’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche”.
Il tasso di sostituzione lordo, che oggi per i dipendenti privati in pensione di vecchiaia è del 71%, scenderebbe in base alle simulazioni della Ragioneria al 67% nel 2030, al 53% nel 2040 e crollerebbe sotto il 50% dal 2060.
Vale a dire che chi ha un salario lordo di 1500 euro al mese ne riceverebbe dall’Inps 795 se andasse in pensione tra 20 anni e meno di 750 se avesse iniziato a lavorare da poco e contasse quindi di mettersi a riposo tra quarant’anni.
Con le norme attuali l’assegno sarebbe invece, rispettivamente, di 894 e di 910,5 euro. Con la “quota 41” proposta da Lega e M5S, gli importi risulterebbero quindi ridotti di più del 12% per chi va in pensione del 2040, di oltre il 21% per chi lascia il lavoro nel 2060.
I sessantenni potrebbero sì “fare i nonni, girare e spendere“, come auspica Salvini, ma al netto di un’eventuale pensione integrativa di soldi in tasca ne avrebbero ben pochi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
LA RIFORMA PENALIZZO’ SOPRATTUTTO LE LAVORATRICI DEL SETTORE PRIVATO, MA TORNARE INDIETRO SAREBBE UN SUICIDIO ECONOMICO
Abolizione degli «effetti deleteri della Legge Fornero» sulle pensioni, annuncia il
centrodestra nel comunicato al termine dell’incontro tra Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) «per fare il punto sul programma da presentare agli elettori».
Ma che cosa significa in concreto cancellare la legge 214 del 22 dicembre 2011, passata appunto alla storia come riforma Fornero?
Ci sarebbero conseguenze sulle persone, perchè cambierebbero le regole di pensione, e finanziarie, cioè sul bilancio dello Stato, perchè verrebbero meno importanti risparmi previsti dalla legge.
La riforma Fornero, dal nome del ministro del Lavoro del governo Monti, l’economista Elsa Fornero, fu decisa alla fine del 2011 per inasprire le riforme già prese dal governo Berlusconi, con due riforme Maroni-Sacconi, rispettivamente ministro (della Lega) e sottosegretario al Lavoro del governo guidato dal leader del centrodestra.
Due riforme che aveva già stretto notevolmente i rubinetti del pensionamento. Vediamo i principali punti della legge 214.
Pro-rata per tutti
La Fornero estende il calcolo contributivo pro-rata sui versamenti all’Inps dal primo gennaio 2012 per tutti i lavoratori che fino a quel momento erano stati esclusi e avevano mantenuto il più vantaggioso calcolo retributivo.
Le persone colpite da questa norma sono quelle che al primo gennaio 1996, data di entrata in vigore della riforma Dini, avevano versato più di 18 anni di contributi (gli altri, hanno già il sistema contributivo pieno, se hanno cominciato a lavorare dopo il 1995, oppure misto, se avevano contributi precedenti).
I lavoratori, interessati da questa norma, quindi, sono quelli che al primo gennaio 2012 aveva almeno 33 anni di versamenti.
La loro pensione, alla luce della Fornero, viene calcolata col sistema retributivo (la regola base, semplificando, è: 2% dello stipendio per ogni anno di contributi) per i versamenti fino al 31 dicembre 2011 e col contributivo (somma dei versamenti, rivalutata per il Pil e moltiplicata per coefficienti che tengono conto dell’età del pensionamento) per i versamenti successivi.
Considerando che nel 2018 questi lavoratori hanno almeno 39 anni di contributi e che molti di loro sono già andati in pensione, un eventuale cancellazione del calcolo contributivo pro-rata riguarderebbe una platea residuale di lavoratori che potrebbe maturare pochi euro in più di pensione, a meno di non pensare a un effetto retroattivo al 1 gennaio 2012 dell’abolizione della norma, che appare però irrealistico.
Abolizione delle quote
La riforma del 2011 aumentò di un anno il requisito contributivo per lasciare il lavoro con la pensione di anzianità , che venne ridenominata pensione «anticipata» e cancellò il precedente sistema delle quote.
In pratica, prima della Fornero per andare in pensione di anzianità bisognava raggiungere una quota risultato della somma tra età anagrafica e almeno 35 anni di contributi.
Per i lavoratori dipendenti la quota era 96 con minimo 60 anni di età (quindi 60 più 36 di contributi o 61 più 35).
La quota era soggetta all’adeguamento alla speranza di vita che, contrariamente a quanto molti credono, non è stato introdotto dalla Fornero ma dalla legge Maroni-Sacconi del 2010 (a partire dal 2014 con cadenza triennale) e anticipato (al 2013) dalla riforma Maroni-Sacconi.
Dal 2013 , inoltre, queste riforme prevedevano uno scatto di un anno della quota, che quindi saliva a 97, cui aggiungere tre mesi per l’adeguamento alla speranza di vita. Secondo le tabelle pre-Fornero, nel 2018 la quota sarebbe salita a 97,6.
Per i lavoratori autonomi la quota era più alta di un anno, ma tutti i lavoratori potevano comunque andare in pensione anzianità , indipendentemente dall’età anagrafica, con 40 anni di contributi, che diventavano 41 sommando la “finestra” di pensionamento allora vigente che poteva allungare di 12 mesi la decorrenza dell’assegno.
Sarebbe soprattutto il ritorno ai 40 o 41 anni (considerando la “finestra”) a fare la differenza rispetto alla Fornero.
Oggi infatti, in seguito anche agli adeguamenti alla speranza di vita intervenuti (adeguamenti che la Fornero ha solo disposto che dal 2019 siano biennali anzichè triennali), per andare in pensione anticipata servono 42 anni e 10 mesi di contributi (per le donne uno in meno), che dal 2019 saliranno a 43 anni e tre mesi.
Quanto agli adeguamenti alla speranza di vita, essi non verrebbero cancellati con la semplice abolizione della Fornero, ma invece di essercene uno ogni due anni (il prossimo nel 2021) ce ne sarebbe appunto uno ogni tre (il prossimo nel 2022).
Colpite le donne
Quanto alla pensione di vecchiaia, quella che richiede un minimo di età e almeno 20 anni di contributi, la riforma Fornero inasprì i requisiti d’età portandoli , dal primo gennaio 2012 a 66 anni per gli uomini (dipendenti ed autonomi) e per le lavoratrici del pubblico impiego (un anno in più rispetto a prima, dove però c’era la “finestra” di 12 mesi che poteva allungare appunto di un anno l’età effettiva di pensionamento, portandola comunque a 66) mentre per le lavoratori del settore privato ha disposto un percorso accelerato di equiparazione dell’età pensionabile a quella degli uomini , che si e concluso proprio il primo gennaio 2018, data dalla quale i requisiti sono uguali per tutti.
Le donne del privato, dunque, furono le più colpite. Quelle del pubblico lo erano già state con la prima riforma Maroni-Sacconi, in seguito alla richiesta dell’Ue di equiparare l’età di vecchiaia femminile con quella maschile.
Tenendo conto degli adeguamenti alla speranza di vita intervenuti nel frattempo, la soglia attuale di accesso alla pensione di anzianità è per tutti i lavoratori di 66 anni e sette mesi d’età . Salirà a 67 anni dal 2019.
Prima della riforma Fornero le tabelle prevedevano per il 2018 un’età minima per la pensione di vecchiaia (tenendo conto della «finestra») di 66 anni e 7 mesi per gli uomini e per le donne del pubblico impiego (quindi come ora) e di 62 anni e 10 mesi per le lavoratrici del privato (qui lo scarto è invece di ben 3 anni e 9 mesi in più).
Blocco della perequazione
La riforma Fornero prevedeva anche il blocco totale della perequazione, cioè dell’adeguamento degli assegni al costo della vita, per tutte le pensioni superiori a tre volte il minimo per gli anni 2012-2017. Ma con la sentenza 70 del 2015 la Corte Costituzionale ha già cancellato questa norma, dichiarandola incostituzionale. Il governo, dopo aver valutato i mancati risparmi conseguenti alla sentenza in 5 miliardi, ha provveduto con un parziale rimborso, superando un nuovo giudizio di costituzionalità .
Quanto vale la Fornero
Secondo l’ultimo rapporto della Ragioneria generale dello Stato (ministero dell’Economia), si tratta a valori correnti di una cifra imponente.
I risparmi dal 2012 al 2060 ammonterebbero infatti a circa 350 miliardi di euro (21 punti di pil).
Ecco infatti cosa si legge nel rapporto numero 18 sulle «Tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico» dello scorso agosto: «Considerando l’insieme degli interventi di riforma approvati a partire dal 2004 (L 243/2004), si evidenzia che, complessivamente, essi hanno generato una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil pari a circa 60 punti percentuali di Pil, cumulati al 2060 (circa mille miliardi di euro a valori attuali, ndr.) . Di questi, circa due terzi sono dovuti agli interventi adottati prima del DL 201/2011 (convertito con L 214/2011) e circa un terzo agli interventi successivi, con particolare riguardo al pacchetto di misure previste con la riforma del 2011 (art. 24 della L 214/2011) (cioè la riforma Fornero, ndr.)
Quest’ultimo intervento, in particolare, fornisce un contributo rilevante alla sostenibilitaÌ€ del sistema pensionistico, realizzando una riduzione della spesa in rapporto al Pil che si protrae per circa 30 anni, a partire dal 2012.
L’effetto di contenimento, che include anche le misure di deindicizzazione delle pensioni nel breve periodo, eÌ€ inizialmente crescente passando da 0,1 punti percentuali del 2012 a circa 1,4 punti percentuali del 2020. Successivamente, esso decresce a 0,8 punti percentuali intorno al 2030 per poi annullarsi sostanzialmente attorno al 2045. Nell’ultimo quindicennio del periodo di previsione, la riduzione del numero di pensioni, conseguente all’elevamento dei requisiti di accesso al pensionamento, risulta sostanzialmente compensato, in termini di spesa pensionistica, dai piuÌ€ elevati importi medi. L’effetto di contenimento del rapporto spesa/Pil, cumulato al 2060, assomma a circa 21 punti percentuali».
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
CI SONO CATEGORIE CHE VIVONO SULLE SPALLE DI ALTRE
Dopo anni di conti sul filo, nel 2017 il patrimonio dell’Inps è sceso sotto zero, a meno 7,9
miliardi.
I soldi sono finiti e così, nella legge finanziaria, spunta il maquillage per riportare i conti in territorio positivo e poter continuare a garantire grasse pensioni a chi, durante la carriera, ha versato pochissimo e compromesso sempre più il futuro delle giovani generazioni.
Il sistema delle pensioni è in equilibrio o no?
Da un lato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, assicura che «il sistema previdenziale italiano è sostenibile nel lungo periodo ed è in equilibrio».
Dall’altro c’è la Commissione Europea che presenta un rapporto sulla sostenibilità dell’Inps da far tremare le vene e i polsi. I risultati del dossier di Bruxelles sono terrificanti: dice che l’Italia è il paese messo peggio (insieme all’Austria) e che ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di ben 88 miliardi di euro.
Se fosse vero, l’Italia sarebbe in default già da un pezzo. Fortunatamente si tratta solo di un colossale equivoco, che lo scorso 26 novembre il Corriere della Sera prende per vero: il giornale lancia l’allarme pensioni, praticamente intonando il de profundis per l’Inps e per l’Italia intera. L’Espresso, che si è andato a leggere i bilanci dell’Inps, vi racconta qual è effettivamente lo stato di salute della previdenza italiana
Partiamo rassicurando pensionati e futuri pensionati: non è vero che ogni anno la spesa delle pensioni supera quella dei contributi versati per 88 miliardi di euro.
Quelli, in realtà , sono i soldi che ogni anno lo Stato trasferisce all’Inps per l’assistenza agli italiani in difficoltà , fra cui l’indennità di accompagnamento, la quattordicesima ai poveri, il contributo ai giovani e tutta una serie di aiuti che lo Stato, attraverso provvedimenti legislativi, decide di assegnare a favore delle categorie più svantaggiate.
Nel 2016, ad esempio, lo Stato ha trasferito oltre 104 miliardi di euro per coprire quelle spese, di cui 86 utilizzati per l’assistenza e la restante parte (circa 17 miliardi) per l’accompagnamento agli anziani.
L’Inps, in questa partita, fa solo da intermediario tra Stato e cittadino, accollandosi compiti che non hanno molto a che vedere con il proprio core business, cioè il pagamento delle pensioni agli anziani, la riscossione dei contributi dei lavoratori e la gestione al meglio di quei quattrini.
Dunque, la situazione delle pensioni italiane non è così drammatica come viene dipinta dalla Commissione Europea, ma qualche problema c’è davvero. Ad esempio, nel 2017 il patrimonio dell’Inps chiuderà in passivo di 7,9 miliardi di euro e toccherà allo Stato dare una mano.
Tutto deriva dalla pessima annata 2016, quando i lavoratori hanno versato nelle casse dell’Inps circa 314 miliardi, mentre i pensionati hanno incassato poco più di 320 miliardi: all’appello mancano 6,2 miliardi. Per pagare tutte le pensioni l’Inps ha dato fondo alle riserve, cioè al proprio patrimonio che, in base alle previsioni, dovrebbe attestarsi a meno 7,9 miliardi di euro nel 2017.
Ad affossare il sistema sono quattro categorie che, per via di pregressi privilegi concessi soprattutto dal vecchio sistema di conteggio retributivo della pensione (che si basava su una stima calcolata in base agli ultimi anni di lavoro e non teneva conto dei contributi versati), ingollano più soldi di quanti ne abbiano accumulati negli anni.
Ad esempio, i manager dell’ex cassa Inpdai, confluita nell’Inps nel 2003 perchè aveva accumulato un buco da 600 milioni, incassano pensioni fino al 40 per cento superiori rispetto ai contributi versati. I dirigenti non sono gli unici a vivere al di sopra delle proprie possibilità .
Oltre a loro, ci sono altre tre categorie: gli artigiani, i coltivatori, i dipendenti degli enti locali (comuni, province e regioni) si stanno mangiando – e si continueranno a mangiare – sia i risparmi di operai, precari, nonchè i quattrini di riserva, che dovrebbero servire per coprire la cassa integrazione — utile in caso di crisi aziendale -, la malattia e la maternità dei dipendenti dell’industria. «Più che uno squilibrio generazionale, c’è un’ingiustizia fra categorie», spiega Gian Paolo Patta, membro del Civ, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps che ogni anno verifica la sostenibilità dell’Ente.
Se l’operaio paga la pensione del boss
La gestione principale dell’Inps si chiama Fpld, Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti, e nel 2016 ha chiuso con un leggero avanzo (690 milioni) grazie ai quattrini che gli operai riescono ad accantonare sia per la pensione (oltre 9,2 miliardi), sia per la Gestione Prestazioni Temporanee che sono i risparmi per la cassa integrazione e le indennità di maternità e malattia, che equivalgono a 3,4 miliardi.
Peccato che quei soldi siano stati tutti spesi per la pensione degli ex fondi (trasporti, elettrici, telefonici) e per l’ex fondo Inpdai, quello dei manager e dei dirigenti d’azienda, che nel 2016 segna una voragine di 4,3 miliardi. Proprio i manager negli anni hanno accumulato un debito di 38 miliardi che crescerà sempre di più: «Diventeranno 138 miliardi nel 2035», dice Patta, leggendo un documento prodotto dall’Inps a proposito delle previsioni patrimoniali delle varie casse gestite dall’Inps.
Ma il record assoluto di disavanzo lo produrranno gli artigiani. Nel 2016 chiudono con un rosso di 5,2 miliardi, che si aggiungono ai 61,3 miliardi accumulati negli anni «e che nel 2035 diventeranno ben 220 miliardi di passivo», spiega Patta. Altre gestioni amministrative in affanno sono quelle dei commercianti, dei coltivatori diretti e dei dipendenti pubblici.
Chi tiene in piedi la baracca dell’Inps?
Oltre alle tute blu, in soccorso all’ente corrono i parasubordinati, cioè i precari, i meno tutelati di tutti, che nel 2016 hanno creato un tesoretto da 6,7 miliardi, che nel 2025 diventerà di 190 miliardi. Un bel gruzzoletto che i collaboratori possono ammirare solo con un potente binocolo perchè, stando alla nuova legge pensionistica (la controversa Legge Fornero), andranno in pensione superati i settantanni e con assegni piuttosto modesti, soprattutto per chi, nei primi anni di carriera, avrà versato contributi a singhiozzo per colpa di un arido mercato del lavoro. Sacrifici che vengono chiesti alle nuove generazioni proprio per coprire gli squilibri prodotti in passato e nel presente.
Fra le casse più compromesse c’è quella dei lavoratori degli enti locali, che nel 2016 registra un risultato negativo di 7,1 miliardi e un buco patrimoniale di 12,9 miliardi che, nel 2025 diventeranno oltre 157 miliardi. «Sull’attività di comuni, province e regioni non c’è alcuna attività ispettiva e l’Inps non ha mai dato ascolto alla nostra richiesta di verificare se, effettivamente, le amministrazioni locali versano i contributi ai dipendenti», spiega Patta.
Dunque, complessivamente il sistema, che si sostiene grazie agli accumuli di operai, parasubordinati e degli accantonamenti speciali, come quello per la cassa integrazione e per la malattia, produce ogni anno dei debiti che vengono coperti con delle anticipazioni dallo Stato. Nel 2016, ad esempio, le casse pubbliche hanno girato all’Inps 3,9 miliardi.
«In circa settant’anni di attività lo Stato ha versato all’Inps circa 100 miliardi di anticipazioni, che con la Finanziaria 2018 verranno cancellati», racconta Patta, aggiungendo che, in questo modo, il governo Gentiloni intende riportare in segno positivo il bilancio dell’Inps e ridurre il debito pubblico, rimediando a un pasticcio nella stesura del bilancio dello Stato. Infatti da un lato la Tesoreria segnava quei cento miliardi anticipati all’Inps tra le spese definitive. Dall’altro lato l’Inps continuava a indicare quel prestito fra i debiti.
«Dal momento che il bilancio dell’Inps fa parte di quello dello Stato, il debito pubblico risultava più alto di 100 miliardi». Il governo Gentiloni, con una norma inserita nella Finanziaria 2018 (quella in fase di approvazione in questi giorni), ha cancellato 88,8 miliardi di debito nei confronti dell’Inps. La mossa consentirà anche di alleggerire i conti in rosso che ogni anno l’Italia presenta a Bruxelles. E dal 2019, grazie alla cancellazione dei debiti, il patrimonio dell’Inps tornerà in territorio positivo. Magie di Stato.
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
IN UN ANNO NEANCHE UN ASSEGNO PAGATO DALLO STATO, PESANO I RITARDI DEI DECRETI ATTUATIVI
Da quando è entrato in vigore l’anticipo pensionistico (con la legge di Bilancio dell’anno scorso) lo Stato non ha “staccato” neanche un assegno. Un flop in piena regola, quello dell’Ape, sia Social che Volontaria.
Ne scrive Enrico Marro sul Corriere della Sera.
L’Ape, Anticipo pensionistico, diventato legge un anno fa con la manovra di Bilancio e che doveva scattare dal primo maggio 2017 non ha ancora messo in pagamento un assegno, nè nella versione «sociale», interamente a carico dello Stato e riservata alle categorie più deboli, nè in quella «volontaria», rimessa alla libera valutazione dei lavoratori.
Secondo il Corriere, i ritardi dei decreti attuativi e i severi criteri di accesso determineranno per il 2017 l’ammissione all’Ape social solo per 18mila persone che ne hanno fatto richiesta, stando a quanto riportato da uno studio della Cgil su dati Inps.
Se si allarga l’analisi anche ai lavoratori “precoci”, la Cgil calcola che lo Stato spenderà quest’anno circa mezzo miliardo in meno di quanto stanziato: circa 90 milioni per l’Ape sociale, contro i 300 stanziati; e 56 milioni contro i 350 destinati ai “precoci”. Il risparmio totale è di 504 milioni.
Ai quali, continua la ricerca della Cgil, se ne aggiungeranno 554 nel 2018, sempre rispetto alle risorse stanziate. Questo perchè nel 2017 verranno accolte in tutto, tra Ape sociale e «precoci» solo 31.290 domande, meno della metà delle 66mila presentate all’Inps e circa la metà delle 60mila che il governo aveva stimato un anno fa.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
COSA PROPONE IL GOVERNO E COSA INVECE VOGLIONO I SINDACATI
Le attività gravose
Il governo propone di bloccare l’aumento di 5 mesi anche alle pensioni di anzianità (e non solo di vecchiaia) per le 15 categorie dei lavori gravosi. I requisiti per l’uscita anticipata resterebbero fermi a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne (invece di salire, dal 2019, rispettivamente a 43 anni e 3 mesi e 42 anni e 3 mesi).
Un fondo per la proroga Ape social
Altra proposta, l’istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l’obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell’Ape sociale, la cui sperimentazione scade nel 2018. Ad oggi, l’anticipo pensionistico, a carico dello Stato, prevede l’uscita a 63 anni, con un sconto di 3 anni e 7 mesi rispetto all’età di vecchiaia.
Stop quota 67
Oltre alle 11 categorie di lavori gravosi già individuate dalla stessa Ape social, il governo già nei precedenti incontri ha aggiunto 4 new entry: operai e braccianti agricoli; marittimi; addetti alla pesca; siderurgici di seconda fusione e lavoratori del vetro. Le 11 sono: addetti alla concia di pelli; addetti ai servizi di pulizia; magazzinieri e facchini; camionisti; macchinisti e personale viaggiante; gruisti; infermieri e ostetriche turnisti; maestre d’asilo; operai edili; operatori ecologici.
Per l’esenzione è necessario aver svolto attività gravose da almeno 7 anni nei 10 precedenti il pensionamento ed avere un’anzianità contributiva pari ad almeno 30 anni
Nuovo calcolo aspettativa di vita
Il governo punta ad una revisione «strutturale», per tutti, del meccanismo di calcolo della speranza di vita a cui si adegua l’età di pensione: dal 2021 si potrebbe considerare non solo la media del biennio confrontato con il precedente (e non più lo scarto secco tra un anno e un altro) ma anche fissare un «limite massimo di tre mesi» per ogni futuro rialzo. Se si dovesse registrare un incremento superiore, sarebbe riassorbito nell’adeguamento successivo.
Si terrebbe conto anche dell’eventuale riduzione della speranza di vita relativa al biennio, che andrebbe però scalata dall’adeguamento successivo. L’obiettivo: «garantire un andamento più lineare».
Commissione sulla gravosità dei lavori
Si guarda ad una Commissione tecnica di studio (composta da Mef, ministeri Lavoro e Salute, Istat, Inps e Inail) per una rilevazione «su base scientifica della gravosita’» delle occupazioni, in base ai diversi lavori, «anche in relazione all’età anagrafica dei lavoratori».
Si prevede che concluda i lavori «entro il 30 settembre 2018» e che «entro i 10 giorni successivi» il governo presenti al parlamento una relazione sugli esiti
I sindacati
La Cgil respinge le proposte del governo e punta sulle decisioni che potrà prendere il Parlamento. Innanzitutto il rinvio a giugno 2018 dell’aumento a 67 dell’età per la pensione che, secondo la legge, dovrebbe essere deciso entro il 31 dicembre e scattare dal primo gennaio 2019. La Cgil si prepara all’incontro di martedì con il governo, ma se non otterrà il rinvio dell’aumento a 67 anni, si arriverà allo sciopero generale, forse sabato 2 dicembre. Ma i sindacati non sono uniti: per la Cisl infatti il giudizio sulle proposte del governo è «positivo» mentre per la Uil servono correzioni e chiarimenti. La manovra comunque andrà chiusa, nella sostanza, entro metà dicembre.
In quella sede potrà essere inserito il pacchetto pensioni (o parte di esso), risultato dell’eventuale accordo
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DELLA UIL: CON L’AUMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE SIAMO SVANTAGGIATI RISPETTO AI LAVORATORI UE
Arriviamo in pensione dopo, e ci rimaniamo meno rispetto ai lavoratori degli altri Paesi
europei.
Il dato emerge da uno studio della Uil, che rielabora i dati Missoc (il sistema d’informazione europeo sulla protezione sociale) ed Eurostat.
Tenendo conto dell’attuale aspettativa di vita a 65 anni, e dell’età di entrata in pensione, che è ritardata rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, i nostri pensionati percepiscono l’assegno in media per 16 anni e 4 mesi, contro i 18 anni e 19 mesi della media Ue, e le donne per 21 anni e 7 mesi, contro i 23 anni e 2 mesi della media Ue.
E quindi, osserva il segretario confederale della Uil Domenico Proietti, “Non c’è nessun motivo per aumentare in via generalizzata l’età di accesso alla pensione così come dovrebbe accadere sulla base dell’attuale normativa”.
Stamane i sindacati hanno incontrato i rappresentanti del governo per un tavolo tecnico sulle pensioni; nel pomeriggio l’incontro tra i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, con i ministri del Lavoro e dell’Economia. Il tentativo è quello di raggiungere un’intesa per evitare che l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni, dovuto all’aumento dell’aspettativa di vita, coinvolga tutti i lavoratori: dovrebbero rimanerne fuori tutte le categorie di lavori gravosi individuate ai fini dell’Ape, l’anticipo pensionistico, e in più verrebbero incluse altre quattro categorie, lavoratori agricoli, marittimi, siderurgici e pescatori. Inoltre i sindacati chiedono un allentamento dei requisiti per la pensione di anzianità , che con la normativa attuale rimarrebbe un privilegio di pochi.
“Bisogna congelare l’adeguamento automatico dell’aspettativa di vita al fine di poter avviare un tavolo di studio che consideri le peculiarità dei singoli lavori , come previsto dal verbale siglato tra governo e sindacati lo scorso 28 settembre 2016”, conclude Proietti. Il riferimento è a un comitato tecnico-scientifico del quale dovrebbero far parte rappresentanti dell’Istat, dell’Inps e dell’Inail, oltre che del governo e dei sindacati, e che dovrebbe rivedere la normativa che aggancia l’aumento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita.
Con l’aumento dell’età pensionabile previsto a partire dal 2019, rileva la Uil, i nostri lavoratori sarebbero ancora più svantaggiati rispetto al resto dell’Europa. Già adesso per esempio in Francia l’età per il pensionamento degli uomini è a 60 anni e la loro aspettativa di vita è di 84 anni e 5 mesi: il risultato è che la permanenza in pensione è di oltre 8 anni maggiore rispetto a quella dell’Italia. Nel Regno Unito le donne invece, pur avendo un’aspettativa di vita pari a 85 anni e 10 mesi e quindi di circa un anno e quattro mesi più bassa rispetto alle italiane, godono dell’assegno previdenziale per quattro anni e tre mesi in più rispetto all’Italia
Con la Germania lo svantaggio è minore, ma supera di pur sempre un anno. E comunque si tratta di dati destinati ad aumentare a nostro svantaggio dal 2019 in poi.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
ELSA FORNERO DICE LA SUA SULLE MOSSE DEL GOVERNO
Mentre il governo lavora sulla pensione a 67 anni e sulle categorie da escludere
dall’innalzamento e sembra tramontata l’ipotesi di un rinvio di sei mesi per l’adeguamento, Elsa Fornero, madre della riforma all’epoca del governo Monti, in un’intervista a Repubblica firmata da Roberto Mania esorta la politica a non essere vigliacca e a non cercare di ingannare i cittadini:
Hanno fatto bene il premier Gentiloni e il ministro Padoan a impedire il blocco dell’aumento dell’età pensionabile dopo che l’Istat ha certificato l’incremento della speranza di vita di cinque mesi?
«Direi proprio di sì perchè è una scelta che risponde a un’esigenza di medio periodo nell’interesse generale e non, appunto, elettorale. Si è evitato di scaricare sui giovani il costo di un’operazione che avvantaggerebbe solo le generazioni più mature».
L’obiezione che viene fatta a questo ragionamento, così come alla sua legge che portò bruscamente a 65 anni l’età per la pensione, è che lasciando i più anziani al lavoro non si liberano i posti per i giovani
«Questo è un luogo comune, frutto di un’interpretazione eccessivamente rigida sul funzionamento di un’economia e del suo mercato del lavoro. Sottende l’idea che ci sia una quantità fissa di posti di lavoro. È lo stesso ragionamento che negli anni è stato adottato nei confronti delle donne al lavoro e si è visto che non è così. Statisticamente è dimostrato che i Paesi che hanno avuto anche durante la crisi un basso tasso di disoccupazione giovanile sono quelli che hanno un alto tasso di occupazione tra i lavoratori più anziani. Vale per la Germania, per i Paesi scandinavi, per l’Olanda. Il ragionamento va capovolto: vanno create le occasioni di lavoro, anche attraverso le politiche attive per il lavoro rispetto alle quali siamo a dir poco impreparati, e non pensare che al lavoro si acceda cacciando qualcun altro».
Ma perchè bisogna continuare ad alzare l’età quando un sistema pensionistico contributivo presuppone flessibilità in uscita con penalizzazioni sull’assegno a carico di chi lascia prima il lavoro?
«Solo dal 2012 tutte le pensioni sono pro rata calcolate con il metodo contributivo. Ci vorrà ancora una ventina d’anni perchè le pensioni siano interamente contributive. Da allora in poi potranno scattare i meccanismi di flessibilità ».
Poichè non è uguale lavorare fino a 67 anni quando si fa il facchino o l’impiegato si sta pensando di allargare le maglie dell’anticipo pensionistico sociale. Come considera questa ipotesi?
«Mi pare la strada giusta. Osservo che il governo Monti dovette realizzare la riforma in venti giorni mentre sono passati più di cinque anni senza che sia stato introdotto questo giusto correttivo. Dunque penso che sia una buona innovazione che può permettere a categorie sfortunate di non subire l’effetto dell’indicizzazione senza mettere a repentaglio la sostenibilità del sistema previdenziale. È un intervento sociale che per la prima volta realizza la separazione tra assistenza e previdenza».
(da “NextQuotidiano”)
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