Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO IL QUARTO SCRUTINIO POSSIAMO ANCHE VOTARE IL PROFESSORE”… PER GRILLO “MEGLIO LUI DI D’ALEMA E AMATO”… MA LO SPONSOR DI PRODI IN REALTA’ E’ CASALEGGIO
Il nome gira già da qualche giorno.
E a farlo non sono i parlamentari, ma Beppe Grillo in persona.
L’ex comico ha gà una soluzione in tasca per il Quirinale.
Di chi si tratta? Di Romano Prodi.
«Ragazzi — ripete nelle ultime ore — se per il Colle arriviamo alla quarta votazione, bisogna riflettere!».
Un invito che ha destato sorpresa in molti. E quando il leader del M5S entra nello specifico lascia tutti di stucco.
«Prodi — aveva già spiegato venerdì scorso nel summit “segreto” alle porte di Roma — non è D’Alema o Amato, è una persona con la quale si può ragionare. Vi invito a riflettere su questo punto, perchè altrimenti alla fine rischiamo di trovarci davvero quei due».
Il riferimento è al quarto scrutinio, quando si richiederà solo la maggioranza assoluta e non il quorum dei due terzi per eleggere il successore di Napolitano.
Nella sala del casale alle porte di Roma il Fondatore non ha detto di più, ma tanto è bastato per alimentare un vivace dibattito interno.
Così intenso che fatica a restare sottotraccia, soprattutto ora che la scelta del nuovo inquilino del Colle è a un passo.
Non è la prima volta che il leader saggia il terreno.
Provoca, lancia suggestioni, spiazza.
Il nome del Professore di Bologna, per dire, era stato evocato dal Fondatore un paio di settimane fa, in un post sul suo blog: Pd e Pdl vogliono al Colle «non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche».
Non un’apertura, ma neanche una porta sbattuta in faccia all’ex commissario europeo. Anche perchè in passato lo stesso Grillo e molti dei suoi eletti non hanno nascosto di apprezzare dei governi passati solo quelli presieduti dal Professore.
Davanti a suoi parlamentari Grillo si è però spinto oltre.
Alla vigilia, tra l’altro, del referendum on line che chiamerà gli iscritti al movimento a selezionare già domani una rosa di dieci papabili per il Colle più alto.
Martedì 16 aprile, poi, la top ten espressa dalla galassia grillina sarà sottoposta a nuovo sondaggio della Rete per incoronare il candidato da sostenere in Parlamento.
Almeno per le prime tre votazioni.
Dal quarto scrutinio, infatti, cambia tutto ed è a quel punto che i voti dei cinquestelle possono risultare determinanti. Magari per far prevalere Prodi.
Il risiko del Quirinale non lascia indifferenti deputati e senatori del movimento.
Del nuovo Presidente, non è un mistero, discutono da tempo. Si confrontano soprattutto attraverso mailing list e forum privati.
E la galleria di personalità pronte a scalare il Colle grazie alla spinta dei grillini si arricchisce ogni giorno di nuovi volti. E di suggestioni.
C’è Gino Strada, innanzitutto, sponsorizzato dall’ideologo del M5S Paolo Becchi.
Va fortissimo anche Dario Fo, così stimato da poter contare anche su un pubblico elogio di Grillo: «È un premio Nobel una mente aperta, ha una lucidità fantastica».
«Non ho le possibilità fisiche e psichiche», si è però tirato fuori l’intellettuale.
Nella galassia grillina si guarda anche ai Presidenti emeriti della Consulta, Gustavo Zagrebelsky e Valerio Onida.
E qualcuno, fra i fan del leader, ha anche pensato di lanciare la candidatura del direttore d’orchestra Claudio Abbado.
Se la società civile è il bacino preferito dal movimento, un discorso diverso va fatto per i politici di professione.
Piace, ma potrebbe pagare la lunga militanza radicale Emma Bonino. Raccoglie consensi crescenti nell’ala libertaria dei grillini, ma difficilmente riuscirà a spuntarla.
Quanto a Prodi, non è solo l’attenzione dimostrata dal Fondatore a pesare, spingendo decine di parlamentari a valutare un clamoroso sostegno in caso di “spareggio” per il Colle.
Conta anche la conoscenza tra il guru Gianroberto Casaleggio e il Professore, mediata da Angelo Rovati.
E i due hanno avuto modo di incrociarsi anche di recente a Milano, durante una pausa dei lavori del World Business Forum.
La mossa di Grillo punta anche a evitare che si ripeta quanto già accaduto per l’elezione di Piero Grasso.
Perchè lacerarsi è facile, soprattutto se il voto è segreto e la posta in palio altissima.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO CERCA DI USCIRE DALL’ANGOLO E PUNTA SULL’EX PREMIER PER IL QUIRINALE
Pier Luigi Bersani è convinto: «La priorità ora è l’elezione del presidente della Repubblica»,
annuncia ai suoi.
E aggiunge: «Dopo la scelta del nuovo capo dello Stato ci saranno ancora più elementi che giustificheranno l’esigenza di un governo di cambiamento, e che chiariranno che le ipotesi delle larghe intese o di un nuovo esecutivo tecnico retto da una strana maggioranza sono impraticabili».
Già , perchè se l’elezione del presidente avvenisse senza l’aiuto del Pdl ma con l’apporto dei grillini e, magari, di qualche montiano, sarebbe veramente difficile mettere di nuovo insieme attorno a un tavolo il Pd e il Pdl.
Ed è proprio questa l’idea che sta accarezzando Bersani per uscire dall’angolo e rilanciare.
Un capo dello Stato di rottura nei confronti di Berlusconi scriverebbe la parola fine sul tormentone delle «grandi intese», come su quello di un governo modello Monti.
Il nome vincente in questo senso potrebbe essere quello di Romano Prodi.
Ai più è sfuggito il post pubblicato sul blog di Grillo sabato scorso.
Ma al Pd lo hanno letto con attenzione e grande interesse.
È vero, il leader del Movimento 5 Stelle sostiene di non voler vedere un politico già usato al Quirinale, però poi accusa Partito democratico e Pdl che «vorrebbero un presidente “quieta non movere et mota quietare”, non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe dalle carte geografiche Berlusconi».
Sì, Prodi sarebbe l’uomo giusto al posto giusto (anche se si parla pure di Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky).
Al Pd pensano che l’ex premier dell’Ulivo potrebbe ridare l’onore al centrosinistra e l’incarico a Bersani.
Ma per ora nessuno vuole bruciare nè tappe nè nomi, perciò la raccomandazione è: «Prudenza».
Anche perchè Silvio Berlusconi ha subodorato che c’è qualcosa che non torna.
E si è insospettito non poco anche delle mosse di Giorgio Napolitano che a suo avviso servono «a prendere tempo e rendere impraticabile la strada delle elezioni in estate» e rischiano di «metterci fuori dai giochi sul Quirinale».
«Stiamo attenti – ripete incessantemente ai suoi il leader del centrodestra – perchè come ai tempi di Monti è in atto un’operazione contro di noi, questa volta per eleggere il capo dello Stato senza che i nostri voti siano determinanti».
Il Cavaliere è convinto di essere al cospetto di «una trappola» e come i bersaniani guardano con un certo sospetto Enrico Letta, Massimo D’Alema e Matteo Renzi, perchè pensano che stiano lavorando di sponda con il Quirinale, per dare vita a un governo che non sia presieduto dal segretario, così lui teme che riparta dentro il Pdl il tentativo di parricidio.
«Se c’è qualcuno che nel centrodestra pensa di approfittarne per mettermi da parte, sta facendo male i suoi calcoli, perchè io rovescio il tavolo», è il ritornello che più di un suo interlocutore si è sentito ripetere da Berlusconi.
Ma in queste stesse ore, quasi fossero predestinati a cadere insieme, anche Bersani fa riflessioni analoghe: «I saggi non possono preparare il terreno per le larghe intese, se c’è qualcuno nel partito che invece ha in mente questo obiettivo lo dica chiaramente».
E a sentire certe affermazioni, in mente, quell’opzione, la hanno in diversi.
Paolo Gentiloni, per esempio, che dice: «Sto dalla parte di Enrico Letta che ha dato sostegno e fiducia a Napolitano».
Mentre un altro renziano, Angelo Rughetti, propone: «Si potrebbero stabilizzare i gruppi di lavoro in un nuovo governo».
Per questa ragione Bersani si è reso conto che è quanto mai necessario uscire dall’angolo e non assecondare il tentativo di chi nel Pd vuole prendere tempo e, magari, sfruttare l’allungarsi dei giorni per lavorare all’insaputa del segretario su una candidatura al Quirinale che non guardi solo a sinistra. «Io – spiega ai suoi Bersani – rimango in campo e non mi ritiro.
La linea resta quella del governo di cambiamento: non si possono fare le larghe intese solo perchè i saggi dicono che c’è l’accordo su due, tre punti».
Del resto, continuano a ripetere i bersaniani del giro stretto, il presidente della Repubblica non ha dato l’incarico a nessun altro, quindi… Quindi, avanti ancora sulla linea di sempre.
Ne è convinto uno come Matteo Orfini, secondo il quale «la soluzione proposta da Bersani è la più forte anche perchè non ci sono nomi nuovi per la premiership».
E quindi, per dirla con Alessandra Moretti: «Noi vogliamo un governo di cambiamento e Bersani deve esserne a capo».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE NEL 1994: ALIQUOTA UNICA AL 30%…PRODI: FISCO AMICO E ARRIVA L’EUROTASSA
Ci fu un tempo in cui la pressione fiscale in Italia era così bassa che in Europa ci batteva solo la
Grecia. Era il 1981.
Secondo le statistiche pubblicate dalla Comunità economica europea, come si chiamava allora, al primo posto c’era il Lussemburgo, con un prelievo fiscale e contributivo complessivo pari al 51% del Prodotto interno lordo, e al decimo e ultimo posto la Grecia col 27,4%.
L’Italia al nono col 36,8%, rispetto a una media Cee del 40,8%.
Tanto che i governi dell’epoca erano impegnati a riportare il nostro Paese in linea.
E così nel 1983 l’allora ministro delle Finanze, il socialista Francesco Forte, annunciava che la pressione fiscale sarebbe aumentata di cinque punti rispetto al 1982, arrivando al 44,2% del Pil. E nel 1985 il successore, Bruno Visentini, certificava il raggiungimento dell’obiettivo, avvertendo però già allora che, sull’altro versante del bilancio, le uscite, «non è accettabile il fatalismo di una spesa pubblica destinata ad aumentare».
Come dire: attenzione perchè qui, con la scusa che aumentano le entrate non si mette mai un freno alla spesa. Insomma, quella spirale perversa che ancora ci avvolge.
Il dibattito fu però troncato sul nascere dalla revisione del Pil compiuta dall’Istat nell’87 che fece diventare improvvisamente l’Italia più ricca, tenendo conto anche dell’economia sommersa.
Il risultato fu che, aumentando il denominatore, la pressione fiscale risultò improvvisamente più bassa di circa sei punti: nel 1986 non più del 43%, ma del 36,9%.
E subito l’Ocse sottolineò che l’Italia stava di nuovo 4 punti sotto la media Cee e che ci aveva superato perfino la Grecia, senza chiedersi però se gli altri Paesi nel frattempo avevano o no rivalutato il proprio Pil.
Ai politici non sembrò vero e i quattro punti furono recuperati rapidamente.
Nel 1990 la pressione fiscale era già al 39,9% del Pil.
Tutto bene allora? Per niente.
Il debito pubblico sfiorava per la prima volta il 100% del Pil. Com’era possibile con un così elevato livello di tassazione? Perchè la spesa pubblica era ancora più grande, pari al 49,3% della ricchezza prodotta in un anno.
Nessuna sorpresa, allora, che a terremotare la Prima Repubblica sia stata anche la questione fiscale.
Siamo nei primi anni Novanta.
I commercianti scendono in piazza contro la Minimum tax. Al Nord la Lega muove i primi passi inneggiando alla rivolta fiscale.
Anche l’Ocse attesta che l’Italia ormai è seconda per pressione fiscale soltanto alla Francia, tra i sette Paesi più industrializzati del mondo.
Il problema, finalmente, non è più quello di recuperare posizioni, ma di tagliare le tasse.
Una richiesta diffusa che viene raccolta sul nascere il 2 gennaio 1994 dal presidente della Fininvest, Silvio Berlusconi che, 24 giorni prima della «discesa in campo», propone di fissare nella Costituzione «un tetto al prelievo fiscale in rapporto al reddito nazionale».
Proposta subito salutata dalla Lega che ne rivendica la primogenitura, avendo già presentato in Parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre un tetto del 25% del Pil alla pressione fiscale.
Poi, nel programma elettorale di Forza Italia presentato il 28 febbraio, Berlusconi propone anche di andare verso una sola aliquota Irpef non superiore al 30%, la flat tax cara all’economista Antonio Martino, tessera numero due del neonato partito.
Nel programma della «gioiosa macchina da guerra» della sinistra guidata allora da Achille Occhetto, invece, più prudentemente, e genericamente, si parla di una riduzione della pressione fiscale «in prospettiva».
Vince Berlusconi.
Ma il 22 giugno del 1994 il suo ministro del Bilancio, il leghista Giancarlo Pagliarini, già mette le mani avanti: «Mi sembra molto difficile ridurre la pressione fiscale».
Due settimane dopo, il collega del Tesoro, Lamberto Dini, aggiunge: «Se riusciremo a mantenerla invariata sarà già un successo».
Il primo governo Berlusconi dura appena sette mesi e nel ’95 la pressione fiscale, dice l’Istat, è del 41,2%. Altro che flat tax.
Nel ’96, col prelievo complessivo salito al 41,6% del reddito nazionale, dopo la parentesi del governo Dini, ci sono di nuovo le elezioni.
Questa volta vince l’Ulivo guidato da Romano Prodi, che nel programma ha scritto che la pressione fiscale resterà inalterata nei primi due anni di governo per poi scendere negli ultimi tre.
Ma anche il professore dura poco: due anni e mezzo.
Nel ’97 la pressione schizza di due punti, al 43,7%, per colpa dell’eurotassa, varata in tutta fretta per consentire all’Italia di entrare nell’euro.
Nel ’98, senza più questa una tantum, la pressione scende al 42,3% per restare su questo livello anche nel ’99 e calare poi fino al 41,3% negli ultimi due anni del centrosinistra, con Massimo D’Alema prima e Giuliano Amato poi.
Più o meno lo stesso livello di cinque anni prima.
Anche in questo caso, quindi, promesse non mantenute.
Nel 2001 nuove elezioni e ritorno di Berlusconi al governo.
Il programma della Casa delle libertà , la coalizione di centrodestra, promette: niente tasse fino a 22 milioni di lire di reddito, aliquota del 23% fino a 200 milioni, del 33% sopra.
Berlusconi prende questi impegni e quello sulla «creazione di almeno un milione e mezzo di posti di lavoro» in tv a Porta a Porta firmando il «Contratto con gli italiani». Il Dpef, il programma economico presentato dal ministro Giulio Tremonti, prevede una graduale riduzione della pressione fiscale fino al 38,2.
Le cose andranno diversamente.
Colpa dell’11 settembre dirà il centrodestra.
In ogni caso, secondo le serie storiche Istat, la pressione dal 2002 al 2006 aumenta dal 40,8% al 42%. E l’aliquota massima dell’Irpef nel 2006 è il 43%, per i redditi sopra 100 mila euro, altro che 33%.
Ancora promesse non mantenute. Il Fisco è insaziabile, ma anche iniquo. La Banca d’Italia osserva che «in Italia l’incidenza delle entrate sul Prodotto è in linea con quella degli altri Paesi dell’area euro tuttavia le nostre aliquote legali sono tra le più elevate» perchè a causa di un’evasione fiscale maggiore, i contribuenti onesti pagano di più «rispetto al resto d’Europa».
E gli evasori restano impuniti.
Alle elezioni del 2006 Berlusconi si ripresenta.
Eppure aveva detto: «Se non riuscirò a rispettare il contratto con gli italiani non mi ricandiderò».
Questa volta un’altra promessa ad effetto: via l’Ici sulla prima casa.
Prodi invece garantisce la riduzione di 5 punti del cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro lordo e retribuzione netta.
Il professore vince e taglia i 5 punti. Ma non se ne accorge nessuno.
Nel Dpef 2007-2009 il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, non prende impegni precisi sulla riduzione della pressione fiscale, dice solo che avverrà compatibilmente con l’aggiustamento della finanza pubblica.
Nei due anni del governo Prodi il prelievo complessivo resterà intorno al 43% del Pil, ormai tre punti sopra la media dell’Unione Europea dove da tempo si percorre la strada della riduzione delle tasse, ammonisce l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Inoltre, da noi il Pil non cresce.
E arriviamo al 2008, l’ultima vittoria di Berlusconi. «Vogliamo ridurre la pressione fiscale sotto il 40%. Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani. Via l’Ici sulla prima casa».
Come è finita lo sappiamo.
Secondo Renato Brunetta, economista principe del Pdl, il governo Berlusconi è stato costretto a fare manovre per un valore cumulato nel periodo 2008-2014 di ben 265,3 miliardi di euro (avete letto bene).
Inevitabile che la pressione fiscale viaggi quest’anno, a causa anche delle manovre Monti, verso il 45,3% del Pil. Siamo davvero al limite.
Con la Lega, che già dal 2011, cavalca la rivolta contro Equitalia, l’agenzia di riscossione, diventata il capro espiatorio di una peso fiscale insopportabile.
Sempre su chi paga, intendiamoci.
Adesso ci risiamo: nuova campagna elettorale e nuove promesse.
Monti «sale» in politica e dice che ridurrà la pressione fiscale di almeno un punto e rivedrà perfino l’Imu.
Brunetta rilancia: taglieremo la pressione di un punto all’anno.
Berlusconi va oltre: niente tasse per 4-5 anni per le imprese che assumono lavoratori a tempo indeterminato.
«Come prenderli in nero», chiarisce.
E via di questo passo.
Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 24th, 2010 Riccardo Fucile
LA UE: SENZA UN PIANO SERIO NIENTE FONDI… TROPPI RITARDI E TROPPI INTERESSI: MANCANO LE DISCARICHE E IL PREGRESSO RIMANE A TERRA…IL RISCHIO SANITARIO ESISTE SE NON SI PONE PRESTO RIMEDIO, MA BERLUSCONI SOSTIENE:”IO HO RISOLTO IL PROBLEMA”
Rimane critica la situazione rifiuti a Napoli. 
Sono tremila le tonnellate di spazzatura disseminate lungo le strade della città , uno spettacolo avvilente che fa dire al sindaco Iervolino che «la situazione è drammatica».
Il nodo è sempre lo stesso: in assenza di altre discariche, quelle disponibili a stento ingoiano la produzione giornaliera e così il pregresso rimane a terra. L’assessore all’Igiene Urbana del comune di Napoli, Paolo Giacomelli, sollecita risposte: «Come Comune siamo in attesa che la Provincia di Napoli e la Regione Campania ci dicano dove possiamo conferire l’immondizia per azzerare quella non raccolta».
Ma la soluzione non c’è e così il Comune prova a far leva sulla coscienza civica dei suoi abitanti.
L’idea è di cercare delle piccole soluzioni per incentivare la raccolta differenziata e diminuire la quantità di rifiuti prodotti: «Non sono soluzioni risolutive – ammette Iervolino – perchè fino a quando non si sciolgono i grandi nodi, le discariche, non sappiamo come fare e quindi, inviteremo i cittadini a non buttare vetro e predisporremo dei servizi nelle piazze che aiutino a fare la differenziata, invitando i negozianti a depositare i cartoni piegati. Sono poche cose, ma di fronte all’inerzia del Governo e delle altre istituzioni locali facciamo quello che possiamo».
Sul dramma rifiuti impazza la polemica politica.
L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ricorre al sarcasmo: «Mi complimento con il governo Berlusconi per come ha risolto il problema rifiuti a Napoli» dice a Radio Popolare.
Si attende il decreto del governo, da oggi all’esame del Quirinale, ma intanto si profila il rischio sanitario.
È il ministro Fazio a cercare di tranquillizzare annunciando l’organizzazione di una task force regionale: «I problemi ci sono e sono gravi, specie per quanto attiene la vivibilità , ma rischi immediati per la salute non ce ne sono».
Un piano, invece, è quello che chiedono gli ispettori della Ue, al secondo giorno della loro visita nel capoluogo campano, e oggi in Consiglio regionale.
A capo della commissione c’è Pia Buccella: «Le risorse – ha sottolineato – saranno sbloccate solo quando la Campania avrà approvato un piano per i rifiuti credibile che individui anche le soluzioni transitorie nelle more dell’entrata in funzione degli impianti necessari per lo smaltimento dei rifiuti, che richiederanno almeno due-tre anni».
Nel frattempo c’è preoccupazione per i roghi di spazzatura.
I rifiuti che vengono dati alle fiamme producono più diossina di un inceneritore e sono più tossici dei sacchetti di spazzatura ricoli di infezione dovuti ai rifiuti in strada.
E oggi sarà pronta un’ordinanza del sindaco Rosa lervolino per ridurre il volume di rifiuti, che prevede: il divieto della vendita di ortaggi e frutta con foglie, proprio per tentare di limitare la presenza per strada di rifiuti organici (che marciscono, puzzano e attirano animali) e multe applicate con il massimo della pena.
L’attenzione è massima.
Per Giulio Tarro, virologo ed ex primario dell’ospedale Cotugno: «Nell’emergenza rifiuti di due anni fa registrammo un’impennata di casi di epatite A, una malattia che si trasmette come la salmonella o le gastroenteriti per via oro-fecale . La presenza di rifiuti per strada, poi, richiama dalle fogne i topi, che sono veicolo di malattie come la leptospirosi. Anche se parliamo di casi limite, cioè di malattie che si trasmettono nel caso in cui una persona venga morsa da un ratto».
In questo contesto disastroso, l’unica voce in controtendenza è quella di Berlusconi che ieri sera a Ballarò ha sostenuto: “Io ho risolto il problema” e poi ha buttato giù la cornetta, come suo solito.
I napoletani forse non la pensano proprio così…
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Ottobre 26th, 2010 Riccardo Fucile
L’IMPIANTO SI BLOCCA PERCHE’ DOVREBBE BRUCIARE CDR E INVECE E’ ALIMENTATO CON SPAZZATURA NON TRATTATA… DAL 1999 AL 2009: 10 ANNI PER COSTRUIRLO, POCO PER ROVINARLO…ORA LA REGIONE DOVREBBE PAGARE 355 MILIONI PER RILEVARE UN IMPIANTO PER IL QUALE RIUSCIAMO A PAGARE 60.000 EURO AL GIORNO DI AFFITTO
Secondo Bertolaso l’inceneritore di Acerra “funziona e funzionerà sempre meglio”, ma in
realtà ha sempre funzionato poco e male., visto che brucia immondizia “tal quale”, quando invece è stato progettato per il cosiddetto cdr, il combustibile da rifiuti trattati.
La storia dell’impianto è il simbolo dell’emergenza rifiuti in Campania, una storia che inizia nel 1999, quando l’appalto è assegnato alla Fibe, nonostante non ci sia ancora la disponibilità dell’area su cui costruire l’impianto, riservandosi di individuarla suiccessivamente proprio ad Acerra.
Per l’acquisizione di quei suoli trascorrono ben 4 anni e poi, a rallentare ancora l’opera, ci si mettono i comitati locali che non lo vogliono.
Dopo un anno iniziano i lavori e in località Pantano, appena si scava, si trova l’acqua.
Alltri mesi, altre proteste, altre varianti.
La Fibe è esposta con le banche che hanno finanziato l’impresa in virtù del cfr stoccato da contratto: nel 2006 interviene in suo soccorso il governatore Bassolino con una ordinanza che autorizza lo stoccaggio in ecoballe.
Se ne producono tra 5 e 8 milioni: sono ancora ammucchiate nel guglianese e ci vorranno 20 anni a smaltirle.
Per ora sono intoccabili perchè sono l’unica garanzia in mano alle banche.
Nel 2007 la magistratura indaga l’impresa per frode in appalto pubblico e le sequestra, in via cautelativa, 250 milioni di euro.
Nel frattempo l’inceneritore non va avanti e le ecoballe si accumulano.
Prodi autorizza l’uso del “tal quale” e si arriva all’emergenza 2008 con il piano delle nuove discariche.
L’inceneritore alla fine viene inaugurato il 26 marzo 2009: la prima linea entra in funzione, le altre due entro maggio.
Dovrebbe bruciare 250 tonn di rifiuti al giorno, ma funziona a singhiozzo: il sistema di espulsione delle scorie s’intasa e le linee si fermano perchè non reggono le temperature elevate necessarie a bruciare il “tal quale”.
Ora si aspetta che un ente pubblico (Regione o Protezione civile) acquisti l’impianto valutato dall’Enea 355 milioni, per il quale attualmente vengono versati alla Fipe la bellezza di 60.000 euro al giorno di affitto.
L’inceneritore si è rivelato un affare, ma non certo per i cittadini campani.
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Marzo 16th, 2010 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA NON E’ L’ASPETTO GIUDIZIARIO, MA QUELLO POLITICO: UN LEADER POLITICO NON SI ATTACCA AL TELEFONO PER FAR CHIUDERE TRASMISSIONI SCOMODE, NEGLI USA SAREBBE COSTRETTO A DIMETTERSI… LA DESTRA ITALIANA DOVREBBE CITARLO PER DANNI, ALTRO CHE REGGERGLI LO STRASCICO
Ci rendiamo conto che solo un 30% degli elettori di centrodestra pensa
sommessamente quello che invece noi diciamo apertamente: in Italia il conformismo impera da secoli, così come il trasformismo.
Finchè vinci e trascini i mediocri ai posti di potere, troverai intorno a te solo una corte di miracolati e di signorsì, pronti a decantare le epiche gesta del condottiero.
Alla prima sconfitta, molti di costoro saranno i primi a criticarti in nome del “io lo avevo detto che ci avrebbe trascinato nella rovina”.
Poi ci sono gli uomini scomodi, quelli che vanno controcorrente e criticano con lealtà e a tempo debito: spesso finiscono con una corda al collo prima di poter vedere avverate le loro profezie.
Qualche volta gli va bene e vengono addidati come saggi a futura memoria. Essendo tra coloro che sono a destra da una vita, senza bisogno di leggere il libro sul comunismo di Berlusconi e neanche gli scoop di Novella 2000, non essendosi forgiati alle teorie dei neoconservatori a stelle e a strisce e neanche seguendo gli insegnamenti di Signorini, ma essendo uomini di destra “liberi”, non amiamo essere intruppati in armate Brancaleone e rivendichiamo il diritto a chiedere i danni al premier.
Per una volta Berlusconi non si potrebbe appellare ai giudici comunisti: preferiamo un tribunale del popolo elettore di centrodestra per la nostra causa.
Perchè il quadro post-Prodi era ideale per risanare l’Italia sia dal punto di vista etico che sociale, sia da quello istitituzionale che economico.
Una strada spianata dallo sfascio che avevano lasciato le divisioni della sinistra, un susseguirsi di segretari che duravano lo spazio di pochi mesi, un vuoto politico che si sarebbe colmato solo dopo anni.
Eppure Silvio e i suoi esegeti sono riusciti nell’impresa impossibile.
Che non è quella di aver saputo gestire il terremoto dell’Aquila, che in realtà è stato pieno di errori.
“Nessuno al mondo avrebbe potuto fare meglio e più di me”: in questo caso concordiamo, nessun leader politico sarebbe riuscito nell’impresa, dopo solo due anni di governo, di resuscitare i defunti della sinistra italiana dai sepolcri in cui riposavano.
Un misto di presunzione e di arroganza in crescendo quoridiano, una corte di lecchini intemerati, una gestione dei media che rivaluta i cineluce del ventennio.
In mezzo il “ciarpame senza pudore” di una gestione della vita privata su cui non avremmo nulla da dire se riguardasse il presidente di Mediaset (sarebbero affari suoi), ma che diventa insostenibile se riguarda invece un presidente del Consiglio (diventano affari nostri). Continua »
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Febbraio 16th, 2010 Riccardo Fucile
IL RE DEGLI APPALTI PUBBLICI NELL’ULTIMO BIENNIO HA ACQUISTATO PARECCHI IMMOBILI…LE SUE PROPRIETA’ DA ROMA A BELLUNO, DA PESARO A SIENA…ALCUNE RISTRUTTURAZIONI FATTE DALL’IMPRENDITORE ANEMONE
Un uomo dagli investimenti continui, Angelo Balducci, vice di Bertolaso alla
Protezione civile, attivo sul campo emergenze, ma anche in quello immobiliare.
Poche settimane prima del suo clamoroso arresto, disposto dal gip di Firenze, il Balducci ha acquistato con atto notarile del 12 gennaio scorso una casa da 8,5 vani a Roma, in via Latina.
L’altro vice di Bertolaso, Fabio Se Santis, che aveva sostituito Balducci, il 4 gennaio invece si era comprato un garage di 56 mq in via Bennicelli, a Roma.
Non si può dire che entrambi non si siano dati da fare nell’ultimo biennio, con dei bei colpi nel mercato immobiliare.
Al catasto risultano intestati o coitentestati a Balducci ben 17 fabbricati e 8 terreni nelle province di Roma, Belluno, Pesaro e Siena.
Per De Santis ufficialmente 4 fabbricati, due a Roma e due in provincia di Terni.
Ma, secondo i magistrati, gli affari immobiliari sarebbero di più e comprenderebbero anche una villa e terreni vicino all’Argentario, in provincia di Grosseto, che De Santis avrebbe intestato all’anziana madre.
Le proprietà di Balducci sono soprattutto a Roma (7 fabbricati) e a Sappada, provincia di Belluno (6 fabbricati).
A Montepulciano (Siena), Balducci e consorte godono di tre fabbricati ( tra cui una villa) e cinque terreni.
Nel paese natale di San Giorgio di Pesaro, ha poi comprato l’anno scorso una villa da 12 vani e tre porzioni di terreno.
Balducci ha pensato anche ai figli: un appartamento al figlio Lorenzo, acquisito grazie a un mutuo da 800mila euro, erogato dalla Banca delle Marche, un altro appartamento al figlio Filippo con il quale il padre ha fatto diverse operazioni immobiliari . Continua »
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Febbraio 16th, 2010 Riccardo Fucile
IL RE DEGLI APPALTI PUBBLICI NELL’ULTIMO BIENNIO HA ACQUISTATO PARECCHI IMMOBILI…LE SUE PROPRIETA’ DA ROMA A BELLUNO, DA PESARO A SIENA…ALCUNE RISTRUTTURAZIONI FATTE DALL’IMPRENDITORE ANEMONE
Un uomo dagli investimenti continui, Angelo Balducci, vice di Bertolaso alla
Protezione civile, attivo sul campo emergenze, ma anche in quello immobiliare.
Poche settimane prima del suo clamoroso arresto, disposto dal gip di Firenze, il Balducci ha acquistato con atto notarile del 12 gennaio scorso una casa da 8,5 vani a Roma, in via Latina.
L’altro vice di Bertolaso, Fabio Se Santis, che aveva sostituito Balducci, il 4 gennaio invece si era comprato un garage di 56 mq in via Bennicelli, a Roma.
Non si può dire che entrambi non si siano dati da fare nell’ultimo biennio, con dei bei colpi nel mercato immobiliare.
Al catasto risultano intestati o coitentestati a Balducci ben 17 fabbricati e 8 terreni nelle province di Roma, Belluno, Pesaro e Siena.
Per De Santis ufficialmente 4 fabbricati, due a Roma e due in provincia di Terni.
Ma, secondo i magistrati, gli affari immobiliari sarebbero di più e comprenderebbero anche una villa e terreni vicino all’Argentario, in provincia di Grosseto, che De Santis avrebbe intestato all’anziana madre.
Le proprietà di Balducci sono soprattutto a Roma (7 fabbricati) e a Sappada, provincia di Belluno (6 fabbricati).
A Montepulciano (Siena), Balducci e consorte godono di tre fabbricati ( tra cui una villa) e cinque terreni.
Nel paese natale di San Giorgio di Pesaro, ha poi comprato l’anno scorso una villa da 12 vani e tre porzioni di terreno. Continua »
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Febbraio 24th, 2009 Riccardo Fucile
ORA IL SOGNO DI WALTER SI PUO’ REALIZZARE: E’ DA DIECI ANNI CHE DICE DI VOLER ANDARE IN AFRICA A FAR DEL BENE… PRODI CHE HA AVUTO UN INCARICO ONU NON TEME L’ARRIVO DI COLUI CHE LO FECE CADERE QUANDO ERA PRESIDENTE PER CONSIGLIO PER PRENDERE IL SUO POSTO… MA SI VENDICA CON UNA BATTUTA SU “SCIUPONE L’AFRICANO”
“In Africa c’è posto per tutti”, sghignazza Romano a chi gli domanda se non è
preoccupato per la nuova concorrenza che gli arriva da Walter Veltroni, “pensionato” ora anche lui dal Pd, che magari finisce per sfilargli la missione africana avuta dall’Onu, dopo avergli sottratto il Partito Democratico e Palazzo Chigi.
Nella conferenza stampa di addio, Walter ha di nuovo ricordato il suo sogno, quello di andare in Africa, “luogo naturale per chi ha una coscienza civile e ha la possibilità di scoprirlo e verificarlo”. E ha precisato che l’Africa “è una meta irrinunciabile per chi crede che la politica sia lotta alle diseguaglianze che in nessun altro posto sono così evidenti. Si apre per me un tempo nuovo con la scoperta della vertigine del tempo che mi mancava da trent’anni”.
Oddio c’e’ da dire che sono 10 anni che Walter dice che vuole partire per il Continente nero e che pare con i bagagli già pronti e in regola con il vaccino contro la febbre gialla e poi alla fine ce lo ritroviamo sempre ad assistere alle prime cinematografiche in comode poltrone romane: qualche perplessità è lecita sulla sua effettiva partenza. Continua »
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