Dicembre 14th, 2017 Riccardo Fucile
AVEVA DETTO CHE GLI SAREBBE SERVITO COME DEPOSITO… LA CARITA’ CRISTIANA SI E’ SUBITO MANIFESTATA
Aveva affittato un garage condominiale per ripararsi dal freddo, ma quando gli inquilini lo hanno scoperto hanno chiamato i carabinieri.
E’ la “storia di Natale” alla rovescia di un clochard quarantenne di Cossato, un comune di 15mila abitanti nel Biellese.
Per avere un riparo, soprattutto in queste notti di neve e gelo in cui il termometro va sotto zero – solo ieri in Piemonte un altro senzatetto è stato trovato morto di freddo a Chivasso, nel Torinese – l’uomo aveva deciso di prendere in affitto un box in via Paietta, dicendo che gli serviva come deposito per attrezzi e versando regolarmente anticipo e cauzione.
Ma i residenti del condominio, venuti a conoscenza che l’uso era differente da quello dichiarato, non hanno gradito la sua presenza e hanno chiamato le forze dell’ordine per allontanarlo.
La padrona del garage ha poi confermato di avergli affittato lo stabile ma come deposito di attrezzi, non per andarci a vivere, e già da stamattina ha sciolto l’accordo e si è fatta riconsegnare le chiavi.
Il “decoro” del condominio è salvo.
E domenica tutti a Messa come la famigliola della Barilla da buoni ipocriti a difesa della “tradizione cristiana”.
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Dicembre 14th, 2017 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA DI DON RENATO SI RIPETE A CESARA DA 28 ANNI, INIZIATIVE IN AFRICA E NELL’EX JUGOSLAVIA
Niente stelle che penzolano appese da un lato all’altro della strada, addio alle ghirlande luminose. Anche quest’anno nessuna luminaria a Cesara: il paese sul Lago d’Orta sceglie, come da 28 anni, di rinunciare agli addobbi pubblici preferendo «un Natale a luci spente» e utilizzando i fondi che avrebbero dovuto colorare il paese per iniziative di solidarietà . Lo hanno comunicato, con un manifestino, il sindaco Erika Bonfanti e il parroco don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi.
«Non abbiamo cancellato il Natale, ci mancherebbe altro – spiega il sacerdote -, ma lo abbiamo riportato alla sua vera dimensione e al significato più autentico che è quello della gioia, del dono verso gli altri e in modo particolare nei confronti di chi ha bisogno». Don Renato Sacco aggiunge: «Non sono gli addobbi nelle piazze e nelle strade che “fanno” il Natale, ma la pace nei cuori, nelle famiglie e nel mondo».
Così, in tutti questi anni a Cesara, rinunciando alle luminarie sono stati raccolti e utilizzati 126.000 euro.
Iniziativa dal 1989
La prima volta, nel 1989, vennero risparmiati e inviati all’Unicef un milione e 743 mila lire, e poi, con il trascorrere degli anni e delle feste di Natale, rinunciando alle luci sono stati inviati soldi in Burundi, nella ex Jugoslavia martoriata dalla guerra, e in altri Paesi come il Pakistan, a costruire pozzi dove l’acqua non esiste.
All’estero, ma anche in Italia: decine di migliaia di euro sono andati a sostenere gli alluvionati in Ossola e i terremotati in Abruzzo e nel Centro Italia e anche alle associazioni che aiutano le persone disabili. Sarà così anche quest’anno.
«Con quanto risparmieremo rinunciando alle luci, 3.000 euro è l’impegno del Comune, e con le offerte che arriveranno quest’anno aiuteremo alcune famiglie della zona che si trovano in difficoltà economica – spiega il sindaco Bonfanti -. Altri fondi andranno a Chiara Castellani, da 26 anni medico a Kimbau nella Repubblica democratica del Congo».
Lumini sui balconi
Luci lungo le strade resteranno quindi spente, ma centinaia di lumini saranno accesi sui balconi e sui davanzali di Cesara. L’effetto è suggestivo e testimonia l’impegno di una comunità a favore di chi soffre.
Tutti i fine settimana dell’Avvento al termine di ogni messa ad offerta si potranno acquistare lumini che ogni domenica sera alle 19 verranno accesi contemporaneamente fuori dalla case e davanti ai monumenti dei caduti di tutte le guerre: passate e presenti. «Per ricordare che la guerra non ha mai vincitori – conclude don Renato Sacco – ma è una sconfitta di tutti. A Natale, festa della pace, queste cose bisogna ricordarle».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
FU VOCE DELLE VITTIME DEL BELICE, POI IN PRIMA LINEA CONTRO MAFIA E CAMORRA, AVEVA 94 ANNI, UNA VITA PER LA GIUSTIZIA E PER I PIU’ POVERI
Si fece voce dei terremotati del Belice, in Sicilia, che vivevano al freddo nelle
baracche. Fu pastore in terra di camorra, in anni in cui i morti si contavano a centinaia.
Prete-terremoto, vescovo anticamorra: è morto monsignor Antonio Riboldi, per tutti don Antonio, vescovo emerito di Acerra (Napoli).
Il decesso oggi, 10 dicembre 2017, all’alba, a 94 anni, a Stresa, in Piemonte, presso la casa dei Rosminiani dove si trovava dalla scorsa estate. A darne l’annuncio la curia di Acerra.
Si è sempre lasciato guidare dalla «volontà di Dio». Antonio Riboldi, nato il 16 gennaio 1923 in Tregasio, frazione di Triuggio, Brianza profonda, prete rosminiano dal 1951, avrebbe voluto insegnare.
Mentre progetta una carriera accademica, lo spediscono a fare il Parroco nel cuore della Sicilia. Lui punta i piedi: non voglio andare, ho pregato lo Spirito Santo. Risposta del superiore generale: «Non so quale Spirito Santo abbiate pregato: il mio ha detto che partiate entro quarantott’ore».
Il luogo è Santa Ninfa, valle del Belice. Ci resterà vent’anni, dal 1958 al 1978. In realtà doveva andarsene nel 1968. Ma arriva il terremoto. Resta, diventando ancor più di prima il pastore, la guida, la speranza di quella gente abbandonata.
Ci si mette anche la mafia: lui grida forte contro i soccorsi mancati e contro chi ruba sulla pelle dei poveri.
Porta i terremotati a Roma da Paolo VI e davanti ai palazzi della politica. Sposta macerie, rilascia interviste, guida marce di protesta. Ammetterà : «Ci fu un tempo che era scomodo portare in giro il nome Riboldi. Mi piovevano addosso insulti, insinuazioni, sospetti. Chi è questo prete? Cosa vuole? Perchè non la smette?».
Dieci anni in prima linea, senza soste.
Nel 1978, passata l’emergenza più grave, dovrebbe tornare al nord. Ma di nuovo c’è per lui un altro disegno. il futuro beato papa Paolo VI lo nomina vescovo di Acerra, nel napoletano, diocesi da anni senza guida. Terra di camorra e di povertà estrema.
Una Chiesa da ricostruire, sullo sfondo di una sorta di terremoto permanente, fatto di degrado, paura, omertà .
Il brianzolo che sognava l’insegnamento si ritrova a guidare un popolo smarrito, bisognoso di tutto, ma profondamente buono. E lui, con il profeta Isaia, «non tacerà ». Si mette al lavoro per riportare speranza, per strappare i giovani alla camorra, per vincere le paure.
Prima la mafia, adesso la camorra. Riceve minacce, avvertimenti, attacchi. Lo Stato gli assegna la scorta.
Un vescovo sotto scorta nel sud dell’Italia. Non è facile vivere così, il suo è un popolo schiavo. E lui spiega: «Quelli del Nord queste cose le capiscono poco. Fanno di tutte le erbe un fascio, condannano. Ma non sanno che cosa significa aver coraggio, qui. Per capire queste cose bisogna viverle. Io so, per esempio, che se uno sa non lo fanno neanche respirare. Lo zittiscono prima che parli».
Altri vent’anni così, fino al ritiro per i raggiunti limiti di età , nel 2000.
Ma non tace nemmeno allora, continua a viaggiare ovunque lo invitino, a scrivere e a parlare. Non tacerà mai, fino alla fine, il Vescovo Antonio, pastore di mafia, terremoto e camorra.
Non immaginava e non cercava una vita così. Lo Spirito Santo ha deciso per lui. S’è lasciato guidare, sempre.
Convinto che Dio non abbandona i suoi fedeli. Neanche nei luoghi più difficili e feroci.
Il Prete brianzolo — come amava definirsi — ha testimoniato il Vangelo con il coraggio di un antico profeta.
Non inginocchiandosi mai, se non di fronte a Dio.
Perchè — ha scritto Charles Peguy — «un mondo di inchini non vale la genuflessione diritta di un uomo libero».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
MORIRONO 90 ANNI FA, SONO TORNATI A PIANDELAGOTTI DENTRO DODICI URNE BRONZEE
Sabato, a Piandelagotti di Frassinoro, a 1.500 metri, in provincia di Modena, è stata
una giornata particolare, di quelle che non si dimenticano per generazioni.
I dodici boscaioli sono tornati al paese dopo oltre novant’anni: sono tornati dentro dodici urne bronzee di 70 centimetri per 30, sono tornati come chiedevano i vecchi del paese.
Sono rientrati al loro paese con la neve e il vento con cui se n’erano andati, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1927, sepolti sotto due larici precipitati nella bufera.
Accadde in Corsica, a Palnèca, nella Foresta Verde, ma a differenza di altre tragedie dell’emigrazione italiana questa è rimasta sepolta per quasi un secolo sotto una coltre di oblio.
Il sindaco Elio Pierazzi, oltre a preoccuparsi della sua micro comunità di vivi, in questi anni ha combattuto una battaglia anche per quei morti remoti: che tornassero in patria. E il ristoratore del paese, Ferdinando Lunardi, che ricorda ancora le madri e le vedove vestite a lutto, parla di un evento storico voluto con tenacia per quasi un secolo.
La sepoltura
Sepoltura non sarà una bella parola, ma è la parola chiave. Sin dall’inizio del ‘900, i giovani montanari della Valle del Dolo e del Dragone, prima di Natale partivano per raggiungere come «segantini», ovvero boscaioli, l’Elba, la Sardegna e la Corsica.
Lo raccontò monsignor Adolfo Lunardi, il sacerdote di Frassinoro, in un opuscolo pubblicato subito dopo la tragedia: era un caposquadra esperto di foreste e di uomini a procurare il lavoro, prendeva contatto con le aziende, stabiliva i termini dei contratti. Salutati i parenti, i lavoratori partivano in fila indiana dal paese con i loro fagotti e gli strumenti del mestiere, la scure detta boschèra, le asce e le accette utili per la sramatura, la sega e il segone, la corda.
Partirono in 19
L’11 dicembre 1926 partono in 19: «Si vedono salire taciturni a capo chino l’erta appenninica del Passo delle Radici…». Dalla Garfagnana arrivano a Livorno, si imbarcano per Bastia, raggiungono Col de Vert, dove sono stati ingaggiati dalla ditta Tollinchi di Ajaccio per tagliare e segare larici e pini marittimi.
Lì, nella foresta, sei chilometri sopra il centro abitato, i boscaioli guidati da Lamberti Francesco costruiranno una baracca con le cuccette imbottite di erbe palustri e frasche, mangeranno polenta di frumentone o di castagne, e un poco di formaggio.
È freddo, il lavoro durissimo nel gelo e nella neve eccessiva convince uno dei segantini a tornare a casa: rimangono in 18 e l’attività di taglio è quasi conclusa a fine gennaio, quando il caposquadra scende a valle per chiedere il trasferimento in una zona meno pericolosa. Intanto, a Col de Vert, nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 febbraio si scatena una tormenta e tra lampi e tuoni, verso le tre e mezza, due enormi larici cedono sotto la neve e si rovesciano sulla baracca. L’onda d’urto lancia una branda con sopra Stefani Giuseppe a 30 metri di distanza, salvandolo: richiamato dalle urla dei compagni, brancolando riesce a raggiungere la baracca sepolta. Il primo a essere tratto fuori dalla capanna è Vignaroli Domenico, il secondo è Fontana Giuseppe, ferito alle braccia e alle gambe, il terzo è Lamberti Giuseppe, grondante sangue dalla fronte e con una clavicola spezzata.
L’allarme dei sopravvissuti
I sopravvissuti cercano aiuto nelle case più vicine e dopo ore di cammino riescono a dare l’allarme. Quasi trecento uomini salgono, ma la baracca sembra sparita: viene ritrovato Trogi Rocco, di 22 anni, congelato ma vivo, per 56 ore ha pensato che i compagni fossero scappati, mentre erano tutti cadaveri a pochi metri da lui.
Erano in gran parte ragazzi, fratelli, cugini e cognati, tra i 16 e i 27 anni, gli altri ne avevano 36, 48 e 65: famiglie intere decimate, sette Lamberti e tre Fontana.
Domenica 13 a Cozzano si tennero i funerali alla presenza del prefetto di Ajaccio. Non c’erano nè il console di Ajaccio nè quello di Bastia, anticipando il silenzio tombale che doveva seppellire quella storia italiana poco onorevole per l’Italia fascista.
I corpi sarebbero rimasti in Corsica e i parenti, al paese, vennero a sapere della tragedia dal Corriere, che il 12 diede una prima notizia.
La battaglia per riportare in patria le salme si è conclusa sabato, con una cerimonia nella parrocchia della Natività di Maria Vergine, a Piandelagotti: il parroco don Luca Pazzaglia, il sindaco Pierazzi, il senatore Stefano Vaccari assessore della Provincia.
E i duecento abitanti della frazione, tra cui i pochi parenti lontani dei boscaioli ed emigranti morti 90 anni fa.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
L’ITALIA MIGLIORE: LA 27ENNE DI CHATILLON E’ DOTTORESSA IN SCIENZE DELL’EDUCAZIONE
Coraggio e determinazione non le mancano. Eloisa Giachino di Chà¢tillon, 27 anni
condivisi con una grave forma di disabilità , si è laureata in Scienze dell’Educazione all’Università della Valle d’Aosta con 110 e lode e una tesi dal titolo «Promuovere la vita indipendente in situazioni di disabilità : analisi di un progetto in Valle d’Aosta».
Lei stessa è un esempio di forza di volontà che mira all’indipendenza.
«Terminato il liceo mi sono trovata di fronte al classico bivio: inserirmi nel mondo del lavoro o continuare gli studi – spiega Eloisa Giachino -. La prima ipotesi mi appariva ardua da realizzare e avevo ancora desiderio di studiare, e in particolare le materie relative al mondo della disabilità . Data la mia situazione ho cercato di investire sulla mia integrità cognitiva anche nella speranza che una migliore formazione possa aiutarmi a trovare un’occupazione lavorativa che mi consenta una realizzazione personale e un reddito che è una condizione importante per rendermi il più possibile indipendente dalla mia famiglia».
L’Università è andata incontro alle esigenze della studentessa.
«I primi contatti li ho avuti con il docente delegato dal Rettore per la disabilità , la professoressa Serenella Besio, che ha preso atto delle mie necessità e si è attivata per rispondervi. Durante il primo anno di frequenza, infatti, alcune aule sono state rese accessibili eliminando dislivelli all’ingresso e creando un apposito spazio per la carrozzina tra i banchi. Ho sempre frequentato le lezioni: per andare da casa ad Aosta ho utilizzato il servizio regionale di trasporto per le persone con disabilità . Ad Aosta mi attendeva un tutor, fornito dall’Università , che mi accompagnava a lezione, mi prendeva gli appunti, mi registrava le lezioni e mi affiancava durante gli esami per supportare i docenti nella comprensione del mio eloquio. Agli esami ho portato lo stesso programma dei miei compagni: ci tengo a precisare che non ho avuto “sconti” e comunque non li avrei accettati. Tutti i docenti sono stati molto disponibili e attenti alle mie necessità ».
Nonostante le attenzioni, Eloisa Giachino ritiene che la strada per garantire il diritto allo studio a tutti sia ancora lunga.
«Le opportunità non sono del tutto paritarie a quelle delle persone senza disabilità . Per esempio nella scelta di un percorso universitario in una città lontana da casa, la persona con disabilità e la sua famiglia si possono sentire sole, inadeguate nel dover gestire, per alcuni anni, i molteplici aspetti logistici. Il rischio è l’abbandono degli studi. Inoltre sono ben consapevole che non avrei potuto portare a compimento questo percorso di studi senza il sostegno dei miei genitori che si è esplicato, in particolare, nell’affiancamento costante di mia madre nello studio».
Con l’inizio degli studi universitari, è incominciata anche un’altra avventura, il coinvolgimento nelle attività teatrali dell’associazione Monelli dell’Arte.
«È stata una mia iniziativa contattare la regista Mariuccia Allera per capire se poteva essere un’opportunità per il mio tempo libero e per stabilire nuove relazioni e amicizie. Mi sono sentita accolta in quanto tutti si sforzano di trovare le modalità per farmi partecipare attivamente all’azione scenica, nonostante le mie 4 ruote e la mia disartria. Inoltre ho avuto la grande soddisfazione di scrivere alcuni testi che sono stati apprezzati e quindi inseriti nei nostri spettacoli. Ho potuto allacciare nuove relazioni e voglio ricordare, in particolare, quella con il presidente dell’associazione Orfeo Cout che purtroppo ci ha lasciati e mi manca molto in quanto ha sempre dimostrato nei miei confronti un affetto sincero, attenzioni spontanee e grande sensibilità ».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
MILITANTE MISSINO, RAUTIANO, DOCENTE UNIVERSITARIO ALLA FACOLTA’ DI ECONOMIA E COMMERCIO DI MESSINA, UNA VITA ALL’INSEGNA DELLA LEGALITA’
Addio, Giovanni. Anche tu sei andato via, improvvisamente. E subito riaffiorano,
leggendo il tuo nome e rivedendo vecchie fotografie, i ricordi di un passato che non tornerà , con i suoi uomini e i loro ideali che mai furono traditi.
Anni lontani, fatti di impegni politici, di notti insonni, di lotte studentesche, di scontri non solo verbali, del “Boia chi molla”…
Anni di contestazione, di giovani che avrebbero voluto cambiare il mondo, di odi e di rancori che si sarebbero dissipati con il passare del tempo, quando a fare da paciere sarebbero intervenute la maturità e la consapevolezza che tutto era dovuto al particolare momento storico, in cui a pagare erano solo i giovani…
E messe da parte le intransigenze tipiche dell’età , l’incontro con l’acerrimo, divenuto nel frattempo solo il vecchio avversario politico, diventava un saluto ed un sorriso, ricco di “Ti ricordi?” e di “Lo rifarei…”…
Ricordo ancora quella battaglia per la Camera dei Deputati del lontano 1972, 45 anni fa. Erano gli anni dell’università , e sentivamo che qualcosa stava cambiando…
Dopo le Regionali del 71, con la pioggia di consensi al MSI di Giorgio Almirante, assaporavamo già la vittoria. Tu, giovane e fiducioso di un consenso che nessuno avrebbe osato negarti, buttasti il cuore oltre l’ostacolo, mettendoti al servizio del partito.
Speravi, in cuor tuo, che quella “folla oceanica” che si radunava in Piazza Università per applaudire ed osannare il nostro Segretario; che quella Messina che il prof. D’Aquino ebbe la geniale intuizione di ribattezzare, in dialetto siciliano, MISSINA, patriottica e tricolore, potesse riversare su di te i voti della coerenza, della speranza, della necessità di costruire, anche in Parlamento, una nuova classe politica fatta di giovani come te: onesti, preparati, decisi a tutto.
Non fu così, caro Giovanni. Ci trovammo a lottare, anche qui a Milazzo, per uno dei nostri… Il “numero 19” faceva parte delle combinazioni sui facsimili elettorali. Davamo per scontata l’elezione di “un giovane”, interprete dei noi tutti…
Ricordo il prodigioso recupero delle forze governative degli ultimi giorni. Ci rendemmo conto, in quella lunga notte elettorale, che non avremmo avuto quella vasta rappresentanza in Parlamento, e che lo nostra era solo illusione la nostra, carissimo Giovanni.
Poi vennero gli anni del tradimento, della scissione, dell’opportunismo.
Tu rimanesti fedele all’idea, all’uomo, ai principi che mai rinnegasti. E continuasti la tua battaglia, silenziosa ma coerente.
Fin quando nel 1981 si aprirono per te le porte dell’Assemblea Regionale, premiando la tua costanza e la preparazione politica. Non accettasti il seggio parlamentare rimasto vacante dopo la morte dell’on. Santagati… hai preferito la tua terra, la Sicilia, rimanendo alla Regione.
La delusione per la mancata conferma all’ARS è un capitolo chiuso trent’anni fa.
Una delusione che in molti vivemmo; ma non lasciammo quel partito che lottava per la sopravvivenza, in cui quel 4 per cento di voti in frigorifero, come amava definirli Almirante, era un patrimonio da non dissipare, frutto di impegno di uomini irriducibili, insensibili ai richiami del potere e delle proposte della maggioranza.
Infine, l’ultima battaglia, quella condotta per rappresentare la tua MESSINA, che dopo venti anni non era più la MISSINA di Saverio D’Aquino. Ti avremmo visto come primo cittadino, alla guida di una città che sicuramente avrebbe potuto rinascere.
Non fu così… Nello scontro fra i contendenti, ti fu preferito un candidato che dovette soccombere al ballottaggio.
Era il 1994, più di venti anni fa. Avevi ancora 50 anni, e tanto da dire.
Hai preferito metterti da parte in silenzio, caro Giovanni. Hai preferito la tua famiglia, il lavoro, gli amici.
Hai preferito chiudere per sempre, convinto che la Seconda Repubblica appena nata non avrebbe fatto per te. Non sei stato il solo, carissimo amico… Con tutti i suoi difetti, siamo in molti a rimpiangere la Prima Repubblica, con i suoi uomini, i suoi partiti politici, le sue scelte. Le sue idee.
Noi siamo “quelli del 68”, della contestazione giovanile, delle lotte studentesche, dei “Boia chi molla”.
Noi siamo rimasti fieri dei nostri ideali. Addio, caro vecchio amico. Ci rivedremo… Riposa in pace…
Santino Medili
(da “TerminalMilazzo”)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
LA SQUADRA TORINESE DI SEI MEDICI PARTECIPA AL PROGRAMMA “CUORE DI BIMBI”… NON C’E’ SOLO LA FOGNA RAZZISTA
Siccome il mondo va così, tra ambiguità e trasparenza, cattiveria e generosità , accade che, mentre ci sono maestre d’asilo che si fanno arrestare per aver picchiato i bimbi in classe, ci sono medici come l’equipe specializzata di cardiochirurgia dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, che partono per la Birmania per salvare la vita a bambini della stessa età .
Sei medici, un cardiochirurgo, un cardiologo, due anestesiste, un perfusionista – che in sala operatoria tiene sotto controllo la circolazione del sangue – e un’infermiera, la settimana scorsa si sono presi una settimana di ferie e, dopo 17 ore di volo, sono atterrati a Yangon, capitale birmana fino al 2005, anno dell’insediamento della dittatura militare. Ad attenderli persone e speranze.
I protagonisti
«Non è stato semplice partire – racconta Annalisa Longobardo, cardioanestesista – ho due figlie piccole, di 4 e 2 anni, ed ero preoccupata. Cosa avrebbero fatto senza di me? Un’amica mi ha fatto capire che esserci o non esserci per sette giorni, non avrebbe fatto tanta differenza nella loro esistenza. Per i bambini cardiopatici in Birmania, invece, quello stesso tempo, avrebbe avuto un’importanza vitale».
Vitale, già . Perchè di questo stiamo parlando: due interventi salvavita al giorno per sette giorni. E poi di visite a tanti altri piccoli pazienti, nati con malformazioni cardiache, che per essere operati dovranno aspettare la prossima missione del programma «Cuore di bimbi», progetto della Fondazione «Mission Bambini» che coinvolge 70 pediatri in tutta Italia.
Dieci di loro sono di Torino. Si muovono per il mondo due volte all’anno – questo è ciò che consentono le risorse – formando delle vere e proprie equipe, per intervenire nei paesi più poveri dove si opera con le torce e dove può saltare la corrente elettrica da un momento all’atro.
«Quello che facciamo – dice Giulia Albano coordinatrice del progetto – non sono “solo” interventi chirurgici. I nostri medici fanno formazione, un tassello fondamentale per le speranze future. Impartiscono mini lezioni ai colleghi che trovano sul posto e li affiancano in sala operatoria per far sì che poi, possano farcela da soli».
Angoscia e speranze
Spiegano diagnosi, insegnano tecniche, e così facendo consentono di vivere a piccoli super-eroi nati con un cuore malato.
E ridanno luce ai loro genitori che spesso abitano in paesini a centinaia di chilometri di distanza dalle città in cui si trovano gli ospedali.
Mangiano e dormono per giorni nell’atrio, nei corridoi in attesa dell’equipe, e poi sperano – paradosso della vita – che i loro figli siano così gravi da essere sottoposti subito all’intervento: «Sono sempre colpito dalla dignità che incontriamo – dice Carlo Pace Napoleone, direttore del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita a capo della squadra rientrata, domenica, da Yangon – anche quando spieghiamo che l’operazione va rinviata, che ci sono casi più seri, nonostante l’angoscia che quelle madri e i padri si portano addosso, ci ringraziano, ci sorridono, ci sono grati. Cosa penso del caso di Vercelli? Non ho scelta: credo nell’essere umano. Nella generosità della maggioranza delle persone».
(da “La Stampa”)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
NESSUNA COMUNITA’ PUO’ ESISTERE SENZA POSSEDERE TACITE REGOLE DI INTERAZIONE TRA MEMBRI… L’OCCIDENTE L’HA RIMOSSA COME DIMENSIONE COLLETTIVA, MA IL RISCHIO E’ CATASTROFICO
Il processo centrifugo cui stiamo assistendo in Europa, di cui Brexit e
indipendentismo catalano sono solo due esempi, pone un problema cruciale, che ci rifiutiamo sistematicamente di affrontare.
Si tratta del problema posto dal senso di un’identità collettiva.
Tra le parole che godono di peggiore stampa nella riflessione pubblica contemporanea vi è certamente il termine “identità ”. “Politiche identitarie”, “rigurgiti identitari”, “identitarismo” sono espressioni con una connotazione reazionaria, assimilate spesso a posizioni di estrema destra.
L’origine di quest’assimilazione sta nell’identitarismo nazionalista della prima metà del XX secolo
Demonizzare le degenerazioni identitarie del ‘900 non aiuta a comprendere il fenomeno.
I nazionalismi sciovinistici di fine ‘800, che condussero poi ai due conflitti mondiali, furono a loro volta parte di un processo di reazione ai nuovi fattori disgregativi messi in campo dal neonato sistema del libero commercio transnazionale (prima forma della globalizzazione economica).
Inquadrare storicamente il fenomeno non serve a giustificare quelle degenerazioni, ma a comprendere come le istanze identitarie non siano meri “errori”, ma esigenze profonde, problematiche ma impossibili da rimuovere.
Nessuna cultura storica ha osteggiato l’idea di un’identità collettiva più sistematicamente di quanto abbia fatto l’Occidente contemporaneo, dominato da un senso comune liberale, maturato all’ombra della trionfante economia di mercato.
In questa cornice culturale ciascun individuo è invitato, e robustamente incentivato, a “trovare la propria strada”, a “imporsi con le proprie forze” in una competizione con tutti gli altri, a inorgoglirsi per la propria irriducibile originalità , ecc.
Che a questi tratti di brioso e combattivo ottimismo si accompagnino lati oscuri, come il logorio di ogni legame interpersonale, l’elevatissimo tasso di incomunicabilità , l’estrema difficoltà a trovare “affini” (sul piano amicale quanto sentimentale), ecc. è tema demandato ai “travagli personali”, ai “problemi psicologici” da risolvere privatamente, con la propria coscienza o il proprio terapeuta.
Questa rimozione di ogni tensione identitaria è però un atteggiamento erroneo, e potenzialmente catastrofico.
Nessuna comunità o società è mai esistita, o può esistere, senza possedere tacite regole di interazione tra membri che si riconoscono reciprocamente come tali. Ritenere che le “Grandi Società ”, diversamente dalle piccole comunità , possano fare a meno di questa dimensione tacita, avendola sostituita con leggi e regole formali, è un’illusione.
Nessuna legge o regola funziona da sola, e nessun guardiano può sorvegliarne ovunque l’ottemperanza. Leggi e regole funzionano se implementate partecipativamente dai cittadini, e questi lo fanno tanto più, quanto più si sentono investiti di un’identità collettiva. In assenza di questa dimensione di adesione volontaria possiamo aggiungere regole su regole e divieti su divieti, senza regolare un bel nulla.
Un’identità collettiva è una forma d’esistenza idealmente in grado di sussistere autonomamente e di riprodursi intergenerazionalmente.
Essa è il correlato collettivo di un mondo possibile. Per ciascun individuo riferirsi a un’identità collettiva è l’unica cosa che, in una dimensione laica, permette di concepire i propri atti, valori, successi, retaggi e auspici come qualcosa che potrà avere una possibile continuazione al di là dei limiti della caducità individuale.
È quella dimensione che idealmente consente di preservare il proprio senso e i propri valori nel tempo, riproducendo pratiche e istituzioni che fanno esistere un gruppo sociale e il suo mondo.
Trattandosi di pratiche, tradizioni, valori e istituzioni che consentono ad un gruppo e al suo mondo di autoriprodursi, le identità collettive non possono basarsi su attività circoscritte, hobby, e simili: metallari o filatelici, interisti o vegani, non formano autentiche identità collettive.
Un’identità collettiva può sostenere “appartenenze multiple”, ma solo in forma di diversi livelli di comprensività : identità famigliare, comunitaria, urbana, regionale, nazionale, europea, ecc.
La rimozione costante, alimentata dalle spinte concorrenziali del sistema economico, di ogni identità collettiva tende a generare ciclicamente reazioni di rigetto.
Così, l’ordinamento liberale, e la sua ricetta di frammentazione sociale, prepara sempre il terreno per le proprie negazioni, dall’autoritarismo aggressivo dei nazionalismi del primo ‘900, all’odierno identitarismo islamico antioccidentale tra immigrati di seconda generazione, a localismi e regionalismi vari.
L’esigenza identitaria è tanto ineludibile quanto sensibile a degenerazioni.
In Italia le reazioni identitarie degli ultimi anni hanno preso strade non di rado patetiche.
Il “recupero delle radici” in forma regionalista o localista si è convertito spesso in iniziative di imbarazzante provincialismo, in un crescendo incestuoso di sagre del salume nativo, festival del poeta di cortile, mostre dell’imbrattatele indigeno, ecc. In molte aree d’Italia sembra ormai obbligatorio, perchè un prodotto culturale venga sponsorizzato, che glorifichi qualche prodotto caseario o letterario locale, spesso di essenza intercambiabile.
A monte di questa tendenza sta un fraintendimento dell’idea di “identità ” che viene concepita come qualcosa di statico e retrospettivo-nostalgico, dimenticando che ogni identità storica degna di memoria è stata caratterizzata sì dalla coltivazione di quanto ereditato, ma in vista dell’assimilazione e conquista del buono altrui.
Un’identità non si ha. Un’identità si diventa, alimentandola, difendendola, costruendola.
Un’identità collettiva è quel luogo ideale dove possono verificarsi la concordia circa ciò che è degno di memoria, l’unità in ciò che è degno di essere sperato, la collaborazione in ciò che può essere progettato.
Un’identità forte non ha bisogno di essere coercitiva, essendo intrinsecamente persuasiva.
Un’identità forte consente maggiore, non minore libertà di quella presente in società destrutturate, proprio perchè può contare di più sul controllo sociale e sulla condivisione di obiettivi.
Sono le identità fragili a tendere all’aggressività , dovendo costruirsi costantemente un nemico, in quanto senza opporsi ad esso non saprebbero di quali contenuti godere.
Un’identità collettiva non viene all’esistenza perchè è utile: non appartiene alla sfera dei mezzi, quanto piuttosto a quella dei fini, o delle condizioni per la loro esistenza. Essa non “serve” a qualcos’altro, non dipende da alcuna utilità estrinseca, ma si presenta come una dimensione naturale di ciò che conferisce e nutre valore.
Per quanto rischiose siano le sue derive, la dimensione dell’identità collettiva è un orizzonte che non può essere cancellato: può essere soltanto, o coltivato, o lasciato marcire — in quest’ultimo caso con esiti tossici.
(da “L’Espresso“)
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Novembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
MA SE MINNITI AVEVA DETTO CHE IN 28 CAMPI SU 29 LE ONG GIA’ ENTRAVANO SENZA PROBLEMI? ADESSO NON E’ PIU VERO… LA MOSSA E’ SOLO UN’OPERAZIONE DI IMMAGINE
“L’Italia chiede fortemente che sia le organizzazioni legate all’Onu, Unhcr e Oim, sia le Ong in generale, approfittino dell’apertura che le autorità libiche finalmente iniziano a dare. Fino a un anno fa non volevano” la presenza nei campi profughi, “c’era l’impossibilità di lavorare sui rimpatri volontari e su potenziali corridoi umanitari dalla Libia. Ora si può fare, rispettando la sovranità delle autorità libiche. Gradualmente stanno aprendo”, bisogna “molto accelerare e rafforzare l’intervento”.
A sostenerlo è il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che a Tunisi ha incontrato l’inviato speciale dell’Onu per la Libia Ghassan Salamè.
Allora è opportuno ricordare a Gentiloni quanto segue:
1) Due settimane fa il suo ministro degli Interni disse che, grazie all’Italia, Onu e Ong possono visitare 28 del 29 centri di detenzione libici (peraltro smentito dalle stesse organizzazioni umanitarie e dai media). Se Gentiloni oggi avanza l’invito, vuol dire che Minniti ha mentito spudoratamente. Se vuole tenersi un ministro bugiardo affari suoi, ma eviti di prenderci per il culo.
2) Non è stata l’Italia a “convincere” i libici a far visitare qualche campo di prigonia, ma gli articoli dei media internazionali e le inchieste denuncia con video terrificanti. All’Italia di Gentiloni e Minniti interessa solo che i profughi non arrivino in Italia e hanno affidato il lavoro sporco al regime criminale libico che finanziamo con 6 miliardi (come denunciato da inchieste e testimonianze)
3) I libici da una vita scroccano soldi al nostro Paese per bloccare o non bloccare i flussi, incassano da noi e dai disperati che taglieggiano. Noi siamo solo il bancomat di una associazione a delinquere, divisa in venti milizie che si contendono il mercato degli schiavi.
4) Basta parlare di “rimpatri volontari” che vuol solo dire “respingimenti” e di “canali umanitari” che non esistono, salvo quello gestito della Comunita di Sant’Egidio e della Chiesa Evangelica, dove il governo italiano non c’entra una emerita mazza.
5) Gentiloni pensi alla propria coscienza: le centinaia di morti affogati perchè qualcuno ha voluto cacciare le Ong dovrebbero turbare il sonno a lui e al suo sodale.
6) Riportiamo la nota della Ong “Un Ponte per” :
“L’invio di Ong sarebbe un’operazione d’immagine, una risposta ipocrita alle denunce che sempre più numerose giungono dalla Libia, dove migliaia di persone sono private della loro libertà e dignità e sono alla mercè di angherie e sopraffazioni di milizie private e di eserciti spesso implicati nella tratta e riduzione in schiavitù. Tali campi non diventeranno più umani se alle Ong sarà permesso, sotto il controllo di queste milizie, di entrarvi”.
7) Gentiloni da giovane ha militato nel Movimento studentesco di Mario Capanna, in un ruolo non marginale. Io stavo sulla barricata opposta. Entrambi difendevamo le minoranze, pur con idee diverse. Preferisco aver mantenuto la mia dignità , c’e’ anche chi non si è venduto per i voti di quattro borghesi razzisti con la pancia piena.
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