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“IO, BISNONNO, VI RACCONTO COME IL VOLONTARIATO MANTIENE GIOVANE”

Maggio 20th, 2017 Riccardo Fucile

LA STORIA DELL’82ENNE PASTICCERE ERNESTO, VOLONTARIO DEL BANCO ALIMENTARE, CHE OGNI MATTINA AI MERCATI GENERALI DI TORINO RACCOGLIE 9.000 CHILI DI FRUTTA E VERDURA PER I POVERI

«Cosa vuole che le dica: fare del bene ti fa sentire bene. Tutto qui. E poi io sono un ottimista».
Ernesto Mascarotto, 82 anni, sposato da 56 anni, due figlie, neo bisnonno da appena quattro giorni, fa il volontario da una decina d’anni al Banco Alimentare.
Arriva puntualissimo in mattinata al Salone del Libro per partecipare all’iniziativa “Non di solo pane vive l’uomo” (la raccolta di libri da donare ai più poveri).
«Che grande idea», dice mentre stretto nel suo inappuntabile completo in giacca e cravatta elargisce sorrisi, energia e una stretta di mano da fare invidia a un pugile.
«E dire — sorride — che con queste manone faccio solo cose dolci. La mia specialità ? Le bignole, non c’è dubbio».
Sì, perchè Ernesto è un pasticcere dall’età  di 13 anni, quando è arrivato da solo a Torino, “emigrando” dalle campagne astigiane. Per quarant’anni ha avuto una pasticceria nel quartiere torinese di Mirafiori, ma anche da pensionato non riesce a stare fermo.
«Credo di essere stato il primo al mondo a tenere a Mosca un corso di pasticceria piemontese per i colleghi russi». Recentemente si è cimentato con alcune torte per i bambini di alcune madri-detenute. Circa dieci anni fa ha cominciato a mettere stabilmente le mani in pasta nel mondo della carità  partecipando ad una Colletta nazionale organizzata dal Banco Alimentare.
«Mi aveva invitato un amico — ricorda — da allora mi sono coinvolto sempre di più e sono sempre più contento».
Ogni mattina, dalle otto a mezzogiorno, Ernesto, insieme a qualche altro amico volontario, fa il suo giro ai mercati generali di Grugliasco (il CAAT), dove i mercatari acquistano frutta e verdure dai grossisiti.
Loro, i grossisti, ormai lo conoscono molto bene.
«Nel tempo — racconta — si è creato un rapporto di fiducia. Hanno capito che quello che ci regalano arriva sul serio a chi ne ha davvero bisogno. Qualcuno, se non ci vede, ce li tiene da parte. Ogni volta mi stupisco per la loro folle generosità . Sono persone eccezionali».
I prodotti raccolti ogni giorno, in media 9mila chili, vengono sistemati in uno spazio apposito all’interno della struttura, dove giungono quotidianamente 12/13 camion delle associazioni caritative a prelevarlo per distribuirlo il più in fretta possibile.
«Così evitiamo lo spreco e il cibo arriva fresco alle persone in difficoltà ». Il momento più bello? «Una volta – ricorda Mascarrotto – , eravamo in periodo natalizio, un grossista che non avevo mai visto si è avvicinato e ci ha regalato mille chili di uva cilena Bianca. Bellissima e buonissima».
Mai pensato di lasciar perdere? «E perchè? Quando facciamo fatica a raccogliere il cibo dico: “Signore, sono qui per te. Decidi tu”. Qualcosa capita sempre e poi sono un ottimista per natura. Vedo con i miei occhi che fare del bene mi fa sentire bene e, chissà , forse è proprio questa cosa che mi mantiene giovane. La consiglio a tutti».
C’è qualcosa che brilla nello sguardo di Ernesto.
«Vede — dice abbassando la voce — quando tredicenne sono arrivato a Torino ero da solo e nei primi giorni dormivo nel cantiere di una casa in costruzione. Una mattina d’inverno, era molto presto e camminavo sul marciapiede. Nevicava. Improvvisamente, in un buco nella neve, ho trovato una banconota da 5mila lire. Ho guardato se nei paraggi ci fosse qualcuno, ma ero completamento solo. Quei soldini sono stati provvidenziali, mi hanno aiutato tanto. Chissà , forse il volontariato è anche un modo per ringraziare e per restituire quell’antico e prezioso dono».

Mauro Pianta
(da “la Stampa”)

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IL RE GUGLIELMO D’OLANDA: “VADO A RINGRAZIARE LA SICILIA, DA SOLA STA SALVANDO L’EUROPA”

Maggio 19th, 2017 Riccardo Fucile

“IN OLANDA ABBIAMO ACCOLTO 65.000 PROFUGHI, E’ NOSTRO COMPITO INTEGRARLI”

Re Guglielmo Alessandro d’Olanda ama lo sport, l’Italia e soprattutto pilotare aerei di linea in incognito, come ha fatto per più di vent’anni grazie alla compagnia di bandiera Klm.
“Figuravo come co-pilota, non ero quindi costretto a dire il mio nome”, confessa il monarca che incontriamo nel palazzo Noordeinde dell’Aia, uno dei tre che lo Stato olandese mette a sua disposizione.
“Hai la responsabilità  dell’equipaggio e dei passeggeri, il che significa che devi concentrati e pensare ad altro rispetto ai problemi di tutti i giorni”.
Guglielmo Alessandro verrà  in visita in Italia dal 20 al 23 giugno, portandosi appresso un centinaio d’imprenditori olandesi per “rinforzare i legami commerciali tra il Nord e il Sud dell’Europa”.
Ora, l’Italia è un Paese che conosce bene per avervi trascorso le vacanze da quand’era bambino, nella casa che la madre possedeva sul Monte Argentario.
“Non vedo l’ora di tornare a Roma, ma stavolta andrò anche a Palermo, per manifestare solidarietà  alla Sicilia che sta affrontando da sola e con grande coraggio la crisi dei migranti, un problema che riguarda tutti i Paesi europei”.
La corona degli Orange-Nassau costa ai contribuenti olandesi 40 milioni l’anno, eppure secondo un recente sondaggio l’80% della popolazione approva la monarchia. Capo di Stato ma senza alcun potere sul governo dell’Aia, il cinquantenne Guglielmo Alessandro, uomo alto e robusto, con i capelli castano- rossicci, è un simbolo nazionale nell’accezione migliore del termine, perchè il suo ruolo è di unificare il Paese e di rappresentarlo.
Dice ancora sui migranti: “Nel 2015 ne abbiamo accolti 65mila. Ebbene, sono molto fiero che una volta giunti da noi nessuno di questi abbia mai passato una sola notte all’addiaccio. Sia pure con grandi difficoltà , siamo riusciti a gestire la situazione. Se il mio ruolo di re è di migliorare la nostra società  allora devo anche aiutare questa gente ad assimilarsi. In Europa c’è chi dice che sia difficile integrare i migranti per motivi economici, ma grazie a Dio la nostra economia è in crescita, e così il nostro mercato del lavoro, il che faciliterà  questo processo “.
Secondo Guglielmo Alessandro il popolo olandese è frutto di una lunga trasformazione. “Perchè da secoli c’è chi si stabilisce in Olanda per via della libertà  religiosa o della possibilità  di stampare libri senza nessuna censura della chiesa o del potere politico. E Amsterdam è sempre stata la capitale della tolleranza. Se siamo oggi una democrazia forte è anche per la nostra eterna lotta contro l’acqua, che ci ha insegnato a combattere uniti”.
Appassionato di water management, il re si dice molto inquieto per le conseguenze dello scioglimento dei ghiacci. “Ci sono zone più a rischio di altre, e tra queste figura ovviamente l’Olanda. Ma noi abbiamo la fortuna di difenderci dall’Undicesimo secolo. La nostra prima grande istituzione democratica nacque per proteggerci dalle alluvioni e dalle mareggiate. Oggi esportiamo il nostro know-how in Vietnam, Corea o Indonesia”.
Prima di salire sul trono il 30 aprile 2013, quando abdicò sua madre Beatrice, Guglielmo Alessandro veniva chiamato dagli olandesi il “principe della birra”, perchè amava le feste, le macchine di grossa cilindrata e le belle donne, a quanto pare tutte bionde, come quella che diventerà  sua moglie, Maxima Zorreguieta, figlia di un ministro del dittatore argentino Jorge Rafael Videla.
Guglielmo Alessandro non ha certo il dono della facondia: per questo motivo è vittima di una satira feroce su un programma tv molto seguito, in cui lo fanno parlare con l’accento dei quartieri più poveri dell’Aia.
È tuttavia un monarca molto popolare. Basta vedere con quanto entusiasmo viene celebrato da quattro anni il “giorno del re”, ossia il suo compleanno, che cade il 27 aprile.
È l’aspetto umano che fa il successo della coppia reale. Dopo l’abbattimento nei cieli dell’Ucraina del volo MH17, che provocò quasi trecento vittime, molte delle quali olandesi, Guglielmo Alessandro e Maxima piansero quei morti assieme ai loro parenti.
“E poi io sono così fiero di essere il re dell’Olanda, perchè rappresento un piccolo Paese che però riesce a primeggiare in tanti campi”.

(da “La Repubblica”)

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MACRON E PAPA FRANCESCO, LE AFFINITA’ ELETTIVE GRAZIE AL FILOSOFO RICOEUR

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

GRANDE CORDIALITA’ TRA IL PONTEFICE E IL PRESIDENTE FRANCESE: “MAI CEDERE ALLA VOLUBILITA’ DELLE EMOZIONI O DI QUELLO CHE SI SENTE DIRE, NON CHIUDERSI DENTRO UNA TEORIA CHE NON SI CONFRONTI CON LE COSE DELLA VITA”

Il Papa ha rivolto ieri i suoi “auguri più cordiali” al nuovo presidente francese Emmanuel Macron, che richiama, nell’esercizio delle sue “alte funzioni al servizio dei compatrioti”, a non dimenticare mai “le persone in situazione di precarietà  e di esclusione”.
“Prego Dio di sostenerla – scrive Francesco in un telegramma in occasione dell’insediamento del neo-eletto Macron all’Eliseo – perchè il suo Paese, nella fedeltà  alla ricca diversità  delle sue tradizioni morali e del suo patrimonio spirituale, segnato anche dalla tradizione cristiana, si preoccupi sempre di costruire una società  più giusta e fraterna”.
Un esordio, insomma, nel segno di una grande cordialità  . Con un mood molto differente rispetto al telegramma ufficiale inviato al neoinsediato presidente americano Donald Trump dove veniva ricordata, a imperituro monito, la figura del povero Lazzaro, ultimo giudice del Ricco Epulone che finì dannato tra le fiamme dell’Inferno.
Le differenze tra il Papa e Macron sono innegabili e persino abissali. Il primo è il Papa degli slum delle periferie del mondo, l’altro è un intellettuale raffinato, frutto della selezione più elitaria di uno Stato-potenza come la Francia.
Eppure, nonostante questo, ci sono anche affinità  elettive fra i due. Il loro uomo-ponte è il filosofo francese Paul Ricoeur.
Macron nel suo libro-panphlet “Rivoluzione”, scrive di Ricoeur che ha personalmente conosciuto negli “anni felici” della sua formazione:
“Un incontro pressochè fortuito … Da quel giorno si è avviato tra noi un rapporto unico, in cui il mio lavoro consisteva nel commentare i testi di RicÅ“ur, nell’accompagnarne le letture. Per più di due anni, rimanendo al suo fianco, non ho fatto altro che imparare. (…) È stata la sua fiducia a obbligarmi a maturare. Grazie a lui, ho letto e imparato ogni giorno. …( sono stati ) anni che mi hanno profondamente trasformato”. Cioè : “Mi ha insegnato – scrive ancora Macron in Rivoluzione – come pensare attraverso i testi, a contatto con la vita. In un continuo andirivieni tra la teoria e il reale”.
E ancora: A “non cedere mai alla volubilità  delle emozioni o di quel che si sente dire. Non chiudersi mai dentro una teoria che non si confronti con le cose della vita”.
Pochi sanno che Ricoeur è anche un filosofo di riferimento di Papa Bergoglio, forse “il” filosofo di riferimento di Papa Francesco così come dimostra Philippe Bordeyne in un saggio pubblicato sul numero di “Vita e Pensiero”, il bimestrale culturale dell’ Università  Cattolica del Sacro Cuore, uscito sabato 13 maggio 2017 .
“Un elemento formale ci rende avvertiti dell’importanza di studiare i rapporti tra il pensiero di papa Francesco e quello di Paul Ricoeur: il filosofo francese è citato al punto 85 dell’Enciclica Laudato sì”, ha scritto Famiglia Cristiana, citando il saggio di Bordeyne .
“La nota rimanda alla sua Filosofia della volontà , prima opera rilevante consacrata a un argomento di filosofia morale e alla questione del riconoscimento. Le questioni connesse al reciproco riconoscimento stanno al cuore dell’insegnamento morale di Francesco, che fa spesso appello a un’antropologia dell’essere relazionale” (Discorso davanti al Parlamento europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014).
Il ruolo del primo Ricoeur in Jorge Bergoglio – continua il settimanale dei Paolini – è ben riconoscibile, così come il tema della riconciliazione dei poli opposti, che il Papa attinge da Romano Guardini e che comporta caratteristiche originali.
Francesco usa diverse espressioni in tal senso: “L’ unità  prevale sul conflitto”; “pacificazione nelle differenze”, “diversità  riconciliata” (Evangelii gaudium 226-230). In quanto teologo morale, voglio soffermarmi soprattutto sulle parole della Filosofia della volontà  e su come la citazione del pensiero di Ricoeur s’inserisce nell’enciclica Laudato sì. Inoltre, mi colpisce particolarmente l’opera di rinnovamento della parola magisteriale in materia morale messa in atto da papa Francesco.
In questo senso, il chiarimento del pensiero di Ricoeur aiuta a misurare l’importanza del capitolo 7 dell’esortazione apostolica Amoris laetitia sull’educazione morale dei figli. Lo sfondo filosofico vi appare più nettamente che non nel capitolo 8 dedicato al “discernimento personale e pastorale” (AL 298) rispetto alle situazioni familiari “complicate” (AL 312).
E così via.
Insomma Bergoglio e Macron, nonostante le abissali differenze, hanno una base comune per parlare: Ricoeur. Il presidente Trump è avvertito.

(da “Huffingtonpost”)

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LA SCIOCCHEZZA DI FAR ANDARE GLI ELETTORI DI DESTRA A VOTARE PER EMILIANO: SI ALIMENTA SOLO L’IMMAGINE DEL VOTO DI SCAMBIO

Aprile 30th, 2017 Riccardo Fucile

QUELLO CHE E’ ACCADUTO A NARDO’ DIMOSTRA CHE IL PROVINCIALISMO E’ UN LIMITE CHE IMPEDISCE LA COSTRUZIONE DI UNA ALTERNATIVA NAZIONALE

A Nardò il PD è costretto a chiudere il seggio per le primarie.
Nei giorni il sindaco di Nardò, Pippi Mellone, aveva invitato a votare Michele Emiliano alle primarie del Partito Democratico con un messaggio via Whatsapp. Mellone aveva chiesto ai suoi amici di portare voti a Emiliano perchè ritenuto più in sintonia con lui dal punto di vista politico.
Oggi gli amici di Mellone si sono presentati al seggio per votare addirittura in 1500. E alla fine il Partito Democratico ha deciso di chiuderlo.
Il seggio che è stato chiuso era allestito nel Chiostro di Sant’Antonio.
Intorno alle 15 i componenti del seggio che fanno riferimento alle mozioni di Orlando e Renzi hanno bloccato le operazioni di voto e hanno chiesto l’intervento della Digos per presunte irregolarità  causate dalla presenza massiccia tra gli elettori di persone note in paese come esponenti del centrodestra.
Sul posto, oltre alle forze del’ordine, è giunto il presidente della commissione elettorale regionale del PD, Gigi Nestola.
Alla fine alle 18 per volontà  della commissione nazionale per il Congresso nazionale per le primarie del Pd vengono sospese ufficialmente le operazioni di voto preso il seggio di Nardò.
Le urne sono state sigillate e saranno portate nella la direzione provinciale del Pd di Lecce, mentre sono in atto le operazioni di verbalizzazioni di quanto accaduto.
La decisione di appoggiare Emiliano è dovuta principalmente a due fattori: il primo è che il maggiore esponente del Pd locale è vicino alle posizioni di Orlando e “rafforzare” Emiliano voleva dire “ridimensionare” il Pd locale.
L’altro sta nel fatto che Emiliano è il presidente della Regione e può essere utile per il Comune fare un favore a chi detiene i cordoni della borsa dei contributi agli enti locali.
Premettiamo che siamo contrari a “invasioni di campo altrui” in assoluto perchè ogni partito deve poter scegliere la propria classe dirigente.
Di questo passo altrimenti un leader di sinistra verrebbe nominato dalla destra, uno della destra dalla sinistra, un pacifista   dai guerrafondai, un sovranista dagli europeisti e così via.
In particolare una destra sociale che amministra una città  grazie a una capacità  trasversale di aggregazione non dovrebbe porsi il problema di “condizionare” le   scelte altrui, ma semmai lavorare a un proprio “progetto nazionale” programmatico e organizzativo che diventi un punto di riferimento per le forze nazional-sociali, rompendo gli schemi fittizi di “primarie sì o no”.
Altrimenti il danno di immagine è evidente: quello di apparire come la versione localistica e provinciale di una classe dirigente amante del “voto di scambio” che fornisce, ricambiato, un aiutino oggi per avere un favore domani.
O si esce da questa logica clientelare e da questa prassi “accomodante” e si impara a volare alto o ci si schianta senza aver neanche preso velocità .
Il problema non è chi “scappa con il pallone per non perdere” (come dice il sindaco di Nardò) ma rinunciare a impostare, con le nostre idee e i nostri programmi. il nostro modulo, il nostro gioco, la nostra alternativa.
Noi siamo per giocare nel campo avverso a viso aperto, non per giocare travisati con le maglie dell’avversario.

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PREMIO UNESCO PER LA PACE ALLA SINDACA DI LAMPEDUSA, ORGOGLIO NAZIONALE

Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile

GIUSI NICOLINI: “DEDICO IL PREMIO A GABRIELE DEL GRANDE”… RICONOSCIMENTO ANCHE A SOS MEDITERRANEE

La giuria del Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell’Unesco ha attribuito il prestigioso riconoscimento alla sindaca di Lampedusa Giuseppina Nicolini e all’Ong francese SOS Mèditerranèe per aver salvato la vita a numerosi rifugiati e migranti e averli accolti con dignità .
“Da quando è stata eletta sindaco nel 2012, Nicolini si è distinta per la sua grande umanità  e il suo impegno costante nella gestione della crisi dei rifugiati e della loro integrazione dopo l’arrivo di migliaia di rifugiati sulle coste di Lampedusa e altrove in Italia”, si legge nelle motivazioni.
“SOS Mèditerranèe è un’associazione europea che si occupa di portare assistenza a tutte le persone bisognose nel mar Mediterraneo”, ricorda l’Unesco.
Il Premio, istituito nel 1989, è un riconoscimento per tutte le persone, istituzioni od organizzazioni che si sono distinte per la ricerca della pace. Sono stati premiati tra gli altri Franà§ois Hollande, Nelson Mandela, Shimon Peres e Yasser Arafat.
“Dedico questo premio a tutti coloro che il mare non sono riusciti ad attraversarlo perchè ci sono rimasti dentro e in questo momento mi sento proprio di dedicarlo a Gabriele del Grande”. Ha detto a Radio Rai 1 Giusi Nicolini.
“Lui è stato il primo attraverso un sito a contare i morti nel mediterraneo, quando ancora nessuno sapeva che si moriva nel mediterraneo. Adesso è prigioniero in Turchia, pretendo che il governo del nostro paese riporti a casa presto Gabriele”, ha concluso il sindaco di Lampedusa.

(da agenzie)

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INTERVISTA AL FOTOREPORTER DI RASHIDEEN: “NON MI SENTO UN EROE, A VOLTE BISOGNA AIUTARE INVECE DI FARE FOTO”

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

LE SUE IMMAGINI MENTRE SOCCORRE I BAMBINI FERITI NELL’ATTENTATO HANNO FATTO IL GIRO DEL MONDO

“Si, ero disperato, piangevo senza sosta mentre provavo a salvare quel povero bambino e correvo il più veloce possibile verso l’ambulanza. Respirava a fatica. Mentre scappavo e piangevo sempre più forte, ho pensato al gas sarin che ha soffocato i poveri bambini di Khan Shaykun lo scorso 4 aprile. Quel giorno ho visto tanti piccoli morti, ma sono arrivato tardi e non ho potuto salvare nessuno. Stavolta invece una vita l’ho salvata, il destino ha voluto che io fossi lì”.
Abd Alkader Habak ha 23 anni, è un giornalista siriano e sabato scorso era anche lui nei pressi di Aleppo, per documentare l’arrivo di civili in fuga da Foua e Kefraya, due villaggi siriani circondati dai miliziani anti Assad.
Era un accordo mediato da Iran e Qatar: i cittadini (e combattenti) sciiti assediati nelle enclave sunnite in cambio di sunniti e ribelli intrappolati altrove.
Poi un’esplosione devastante ha squarciato l’ennesima esile tregua della Siria: un kamikaze su un’auto che apparentemente portava aiuti si è lanciata contro gli autobus di civili in attesa di arrivare ad Aleppo: 126 morti. Tra questi 68 bambini. Un’ecatombe.
Habak salva una vita e poi scoppia a piangere sul prato insanguinato, in una foto drammatica che fa il giro del mondo.
Habak risponde a Repubblica via WhatsApp: è sunnita e anche sui social network non fa mistero di essere un fermo oppositore di Assad.
Ma questo non le ha impedito di salvare un bambino forse sciita.
“Ne ho viste tante, troppe di tragedie simili negli ultimi sei anni, soprattutto ad Aleppo durante l’assedio delle forze governative: centinaia di bambini morti tra le braccia delle loro madri. Non potrò mai dimenticare quelle scene. Ogni tanto, quando mi siedo, l’unica cosa che riesco a fare è piangere”.
E davanti a una scena simile non ha potuto rimanere inerte.
“Nonostante sei anni di guerra indicibile, ho ancora dentro umanità . E quando c’è da salvare la vita di un bambino non faccio certo distinzioni. Chissà , magari un giorno il bambino che ho salvato crescerà  e punterà  un’arma contro mio fratello o forse mio figlio, ma io rispondo alla mia coscienza e umanità : è l’unica cosa che provo a custodire qui in Siria. Il governo dice che i ribelli o gli oppositori come me sono tutti mostri. Non è così”.
Ci spiega bene cosa è successo?
“Ero sul luogo della strage da un paio di giorni con altri colleghi e amici per documentare l’evacuazione dei civili in fuga. Abbiamo dormito in strada. L’atmosfera anche con i combattenti ribelli non sembrava tesa. Sabato pomeriggio la Mezzaluna Rossa stava distribuendo cibo agli sfollati mentre altre organizzazioni umanitarie avevano richiamato i bambini per dare loro biscotti. Ho notato un’altra auto arrivare, poi l’esplosione”.
Dove si trovava?
“Stavo filmando i bambini dall’altra parte della strada. La deflagrazione mi ha spinto e gettato a terra. Nel rialzarmi mi sono reso conto di non avere più con me la fotocamera, mi sono guardato intorno per capire dove fosse. Era accanto a un bambino ferito. L’ho preso in braccio e mi sono messo a correre verso un’ambulanza”.
È riuscito a salvare altre vite?
“Insieme ad altri colleghi abbiamo aiutato circa quaranta persone, soprattutto donne e bambini. Non so quante abbiano perso la vita”.
Per molti lei è un eroe.
“Non mi sento affatto un eroe. Faccio semplicemente il mio lavoro, il giornalista nel posto più pericoloso del mondo, ad Aleppo mi hanno sparato, domani potrei essere morto. Ma io non mi fermo. Non smetto di raccontare la Siria”.
Dov’è il bambino che ha salvato?
“Non lo so. È stato soccorso dal personale sanitario ma non ho idea di dove si trovi adesso”.
Se dovesse reincontrarlo un giorno cosa gli direbbe?
“Resta umano, sempre”.

(da “La Repubblica”)

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TARSIA, IL PAESE DELLA CALABRIA CHE VUOLE OSPITARE UN CIMITERO CON LE TOMBE DI TUTTI I PROFUGHI MORTI

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

PRESTO IL VIA AI LAVORI, IL SINDACO: “VOGLIAMO RIDARE DIGNITA’ A QUESTI MORTI E LANCIARE UN MESSAGGIO AL MONDO CHE LI CRIMINALIZZA”

Il più grande monumento a cielo aperto dedicato alla tragedia dell’immigrazione sarà  un cimitero in Calabria. Nel comune di Tarsia, in provincia di Cosenza, ha fatto un passo avanti il progetto di seppellire qui, in un terreno appositamente dedicato, i corpi di tutti gli stranieri senza nome che muoiono nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Italia.
Un’ecatombe senza fine e che anche nel giorno di Pasqua ha contato almeno 20 vittime nell’ennesimo naufragio e oltre 700 disperati tratti in salvo all’ultimo momento.
I tecnici del comune di Tarsia hanno completato il progetto e lo hanno presentato al sindaco Roberto Ameruso; il terreno c’è già  ed è stato donato all’amministrazione pubblica dal promotore dell’idea, il presidente del movimento «Diritti Civili» Franco Corbelli.
La dedica ad Aylan
«Finalmente possiamo partire con i lavori –ha dichiarato Ameruso – per il cimitero internazionale dei migranti. Sarà  eliminata per sempre la disumanità  di quei poveri corpi, senza volto e senza nome, sepolti con un semplice numerino in tanti piccoli sperduti cimiteri calabresi e siciliani. che di fatto ne cancellano ogni identità , ogni ricordo e ogni possibile riferimento per i loro familiari».
Tarsia fino a pochi ani fa ospitava un centro di raccolta per i profughi che giungevano in Calabria; il cimitero sorgerà  all’interno di un uliveto proprio nelle vicinanze del centro, oggi dismesso.
Nelle intenzioni del piccolo centro calabrese, il cimitero sarà  intitolato a ad Aylan Kurdi, il bimbo siriano raccolto cadavere su una spiaggia della Turchia mentre con la famiglia scappava dalla guerra nel suo paese e la cui immagine è divenuta simbolo della tragedia dell’immigrazione.
«Tarsia – ha concluso il sindaco – vuole continuare la sua tradizione di accoglienza. Con questa opera universale vogliamo mandare al mondo minacciato da uno spietato a crudele terrorismo e dalla criminalizzazione degli immigrati un messaggio di pace e di speranza

(da “La Stampa”)

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INCINTA A FINE CONTRATTO, ASSUNTA A TEMPO INDETERMINATO DALL’IMPRENDITORE MAROCCHINO (ARRIVATO COL BARCONE VENTI ANNI FA)

Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile

CI VOLEVA UN “EX CLANDESTINO” PER TROVARE UN MINIMO DI UMANITA’… LA STORIA DI LETIZIA E DI BEN, CHE HA CREATO UN’AZIENDA ARTIGIANALE IN PELLE CON SEI NEGOZI IN ITALIA : “HO SOLO FATTO QUELLO CHE DOVREBBE ESSERE UNA REGOLA, NON UN’ECCEZIONE”

Per lei è stato quasi un miracolo. Per lui, invece, una cosa del tutto normale.
Lei si chiama Letizia Chiari, ha scoperto di essere incinta proprio alla fine del contratto a tempo determinato di sei mesi. «Quando ho scoperto di essere incinta, ho pensato che avrei perso il lavoro. Sarei stata una mamma felice, ma disoccupata».
Lui è l’imprenditore marocchino che, nonostante il termine del contratto e nonostante la gravidanza della propria dipendente, ha deciso di assumerla a tempo indeterminato. Da subito, senza attendere la nascita del figlio.
Una storia poco comune, nell’Italia che siamo abituati a conoscere.
Ancor più se l’imprenditore in questione, Hicham Ben ‘Mbarek, è un marocchino, arrivato oltre vent’anni fa con un barcone, insieme alla madre.
Da allora tanta fatica, sudore e lacrime. E tantissima forza di volontà .
Oggi Ben è un immigrato di successo, comproprietario insieme a Matteo Masini di Benheart, marchio di accessori e calzature in pelle made in Italy, con realizzazione artigianale. Cinture, scarpe borse, giacche, giubbotti.
Due negozi a Firenze, un negozio a Milano, un altro a Verona, uno a Roma, uno a Tokyo. Tredici assunti soltanto a Firenze, di cui 12 italiani.
Lui non ruba il lavoro agli italiani, al contrario, lo crea.
Per Benheart lavorano esclusivamente artigiani selezionati della zona, è importante per non far morire l’artigianato fiorentino. Il brand è stato indossato da artisti internazionali come Enrico Ruggeri, Ligabue, Eto’o.
Ben è piuttosto restio a raccontare la storia dell’assunzione di Letizia: «Per me non è un fatto di scalpore, dovrebbe essere la normalità  e non voglio farmi pubblicità  per una cosa che ritengo un fatto di civiltà . Non deve costituire un’eccezione, ma la regola».
È stata Letizia a convincere Ben a rilasciare questa intervista, dopo che la storia era stata raccontata per la prima volta sulle pagine fiorentine de La Nazione.
Dice Letizia: «Sono consapevole delle difficoltà  che si trovano a vivere le donne incinta sul posto di lavoro e credo sia opportuno raccontare storie a lieto fine come questa, affinchè diventino la normalità ».
Ben non si ferma mai, lavora senza sosta. È padre di tre figli e ha subìto un trapianto di cuore nel 2011.
Stava giocando a calcio, quando improvvisamente il suo cuore si è fermato. Attacco cardiaco. Miocardiopatia dilatativa.
C’era solo un modo per salvare Ben: un cuore nuovo, che arrivò soltanto dopo sette mesi di lunga attesa. Era il cuore di un donatore italiano, cristiano.
«Sono musulmano, ma dentro di me batte un cuore cristiano».
Un messaggio che Ben ha voluto diffondere, come segnale di pace e fratellanza in un momento storico fatto di muri e tensioni.
«Soltanto con la condivisione si possono sconfiggere ingiustizie e terrorismi».
Forse anche per questo Ben è un imprenditore dal volto umano. Sono state proprio la sofferenza e la fatica a renderlo più generoso.
Ecco perchè, dice agli immigrati in arrivo sulle nostre coste: «Ricordatevi che l’Europa non è una giostra, dovete conquistarvela con sudore e umiltà ».

(da “Il Corriere della Sera”)

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FIGLIA DEL BOSS SUICIDA, IL PROCURATORE DI REGGIO: “SIAMO TUTTI RESPONSABILI, ABBIAMO PERSO UNA PERSONA CHE POTEVA CAMBIARE LA CALABRIA”

Aprile 4th, 2017 Riccardo Fucile

“UNA RAGAZZA CHE SI ERA FATTA STRADA PER LA PROPRIA ONESTA’ FINO ALLA LAUREA CHE LE AVREBBE PERMESSO DI AFFRANCARSI DA QUELLA FAMIGLIA”

“Non abbiamo avuto la sensibilità  per capire Maria Rita Logiudice che domenica mattina si è tolta la vita”. Le parole del procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho sono pesantissime. Una sorta di mea culpa che riguarda tutte le istituzioni calabresi. Nessuna esclusa.
A margine della conferenza stampa per gli arresti dell’operazione “Recherche” contro la cosca Pesce, il magistrato è intervenuto in merito al suicidio della figlia di Giovanni Logiudice, esponente dell’omonima famiglia mafiosa e fratello dei più noti Luciano e Nino Logiudice, rispettivamente braccio imprenditoriale della cosca e collaboratore di giustizia.
Venticinque anni, appena laureata e di ritorno da un viaggio studio a Bruxelles e a Fancoforte, Maria Rita Logiudice si è suicidata lanciandosi dal secondo piano della sua abitazione senza lasciare alcun biglietto per spiegare il motivo.
“Questo è un episodio gravissimo — ha affermato Cafiero De Raho — che credo debba toccare la coscienza di tutti. Siamo tutti responsabili di un fatto come questo. Avevamo una ragazza che si è fatta strada per la propria onestà  nella vita scolastica, ha conseguito una laurea e quella laurea era lo strumento per sottrarsi totalmente alla propria generazione e a quella famiglia di ‘ndrangheta tristemente nota in questa città , in tutta la Calabria e anche altrove. Una persona così può essere veramente il cambiamento della Calabria”.
Un cambiamento che per il procuratore si avrà  solo “quando le famiglie di ‘ndrangheta capiranno che l’onestà  premia e avvantaggia più della criminalità  e della ricchezza. L’etica dà  una soddisfazione interiore che non appare. Noi avevamo una ragazza che questo aveva trovato: lo studio e il proprio futuro. Eppure l’abbiamo persa perchè non abbiamo avuto la sensibilità  di comprendere che vi sono momenti in cui tutti devono concorrere. Io ho parlato con il prefetto, con il presidente del Tribunale Luciano Gerardis, con Giovanni Ladiana (il padre gesuita che guida il movimento ‘Reggio non tace’), con tutti quelli che mi sembrano particolarmente sensibili. Don Luigi Ciotti mi ha chiamato con le lacrime agli occhi sapendo di questo perchè è un fatto di una gravità  senza pari. Se noi perdiamo queste occasioni per recuperare la libertà , l’onestà , l’etica non abbiamo più nessuna speranza per il futuro. Se diciamo ai ragazzi ‘cambiate vita’ e poi quando lo fanno, li isoliamo e li emarginiamo senza dargli nessun sostegno, è sbagliato”.
Occorre naturalmente fare delle distinzioni tra chi studia per un futuro migliore e chi è destinato a diventare colletto bianco delle cosche: “È certo che dobbiamo distinguere. Quelli che prendono il titolo di studio perchè poi devono essere funzionali alla cosca di appartenenza vanno isolati ed emarginati. Ma se c’è qualcuno che studia perchè vuole liberarsi dalla propria famiglia di ‘ndrangheta, credo che a questo dobbiamo dare il massimo sostegno. Dobbiamo avere esempi che si moltiplicano nel nostro futuro e dobbiamo fare tutto ciò che è necessario perchè fatti di questo tipo non avvengano più”.
In città , intanto i funerali, che erano previsti per domani, saranno rinviati perchè la famiglia Logiudice, con un esposto presentato dall’avvocato Renato Russo, ha chiesto alla Procura la perizia autoptica sul corpo della ragazza.
La madre, il padre e il fratello sospettano che Maria Rita sia stata indotta, a sua insaputa, a qualche sostanza stupefacente. Il pubblico ministero ha disposto il sequestro del cadavere e presto ci sarà  l’autopsia.

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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