Destra di Popolo.net

SONO UNA DI QUELLE CHE SI E’ TOLTA DAI PIEDI

Dicembre 21st, 2016 Riccardo Fucile

LA LETTERA DI LARA AL MINISTRO POLETTI

Il testo della lettera aperta di Lara Lago al ministro Poletti
Caro Ministro Poletti, questa non è una lettera di protesta ma un invito, suo, personale, lo prenda in considerazione.
La invito a chiudere la sua vita in una valigia, 23 chili per la precisione. Ci metta dentro i suoi effetti personali, vestiti, foto di un paese assolato, speranze, competenze mischiate tra lo spazzolino e le scarpe da ginnastica.
Perchè ci sarà  da correre.
Venga pure da solo. Preghi non tanto di parlare un buon inglese, quello è vitale e lo diamo per scontato, a lei come a tutta la vostra classe politica, si auguri piuttosto di capire ogni venatura degli accenti inglesi che popolano il mondo: quello spigoloso dell’indiano a cui dovrà  chiedere indicazioni in stazione, quello veloce degli autoctoni cresciuti senza doppiaggi anche in un paese non anglofono, quello dei madrelingua in azienda, americani, australiani, inglesi, i capi che la scruteranno dall’alto al basso solo per le sue idee e per la capacità  di esprimerle, non certo per la sua cravatta o per come è stirata la sua giacca.
Qui nessuno usa il ferro da stiro, tanto per dire, e l’essere brillanti non ha bisogno di essere inamidato.
Venga Ministro
Nei primi giorni, quando fa buio provi a rientrare a casa con agilità , provi cosa significa il dover partire da zero.
E quando dico zero intendo non sapere più fare la spesa perchè i nomi sono tutti diversi e a comprare il burro con il sale ci si mette un attimo. Soprattutto se nemmeno si immagina l’esistenza del burro con il sale.
Quando dico zero intendo nessuno che la aspetterà  a casa, nessuno da chiamare se prenderà  una storta sulle scale.
Certo, urlando Help qualcuno la sentirà . Ma non si aspetti il calore italiano, caro Ministro, che se tutto il mondo è paese non tutti i paesi sono l’Italia e se le si dovesse fermare la macchina in una strada e se volesse chiamare un collega di lavoro, questo con il suo efficace pragmatismo le manderà  un sms con l’indirizzo dell’autorimessa più vicina.
Poi chiami in Comune, prenoti un appuntamento, vada a registrarsi in un paese che la sta accettando nella misura in cui ce la farà  da solo contro il mondo, compili carte, burocrazia, apra un conto in banca nel nuovo Paese, condivida con altri la casa, il piano, il bagno, a volte la stanza con la sporcizia, i turni per la cucina.
E non osi lamentarsi con altri italiani perchè all’inizio si sentirà  dire ‘È normale che sia così, cosa credi? Di essere in Italia?’.
Lei dice che i 100mila giovani che se ne sono andati non sono i migliori. È vero, ma siamo quelli che non si sono accontentati, quelli che non si arrendono, quelli che non tollerano di avere un futuro impacchettato nella nebbia, quelli che, anche se non saranno i migliori, erano troppo bravi a scuola, con troppe idee, troppo spavaldi, con troppa voglia di farcela.
Così tanta da non sopportare un Ministro del lavoro che non capisce che se stiamo andando via è solo per questo: per il lavoro.
E quando ci stupiamo che qui dopo tre contratti scatti il tempo indeterminato, i mutui abbiano interessi bassi e vengano concessi anche e soprattutto ai giovani e che sì, lavorando si possa ancora comprare una casa, ci sentiamo rispondere: ‘È normale che sia così, cosa credi? Di essere in Italia?’
Un’ultima cosa Ministro. Tra tutti gli italiani che vivono in Olanda non ne ho ancora sentito uno che dica: ‘Si sta meglio qui.’
Tutti invece dicono: ‘Se si potesse vivere una vita così anche in Italia torneremmo di corsa. Ma.’
Non so se il nostro Ma è in mano a lei
Ma torneremo solo quando il coraggio e le competenze verranno viste come un valore aggiunto.
Coraggio e competenze, non raccomandazioni e furbizia.
La aspetto ministro Poletti, anzi no, troppo facile avere qualche appiglio. Si tuffi, è morbido. Sicuramente di più di certe sue affermazioni morbide solo perchè inconsistenti.
Firmato: una dei 100mila giovani che se n’è andata dall’Italia, una di quelle che ‘è meglio non avere tra i piedi’ come ha dichiarato lei.
Una che ci mette la faccia e le idee.
Senza poterle o doverle rettificare.

Lara Lago
(da “Huffingtonpost”)

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ORDINANO UN PASTO PER IL BIMBO CHE HA CHIESTO L’ELEMOSINA: LA SCENA CHE SI TROVANO DAVANTI….

Dicembre 21st, 2016 Riccardo Fucile

UN GESTO   DI FRATELLANZA CHE DOVREBBE FAR RIFLETTERE MOLTI

In vista del Natale, c’è qualcosa di più bello di un gesto di generosità  nei confronti del prossimo?
Se questo prossimo è un bambino, o meglio due bambini, forse si potrebbe recuperare ancora di più un briciolo di fede nel genere umano.
Protagonisti della buona azione sono stati Geo Tolentino Ringor e John Benedict, marito e moglie che vivono nelle Filippine.
Avevano appena finito di pranzare quando un bambino si è avvicinato all’uomo chiedendo l’elemosina.
“Avevamo appena finito il nostro brunch da Jollibee quando mio marito mi ha detto di comprare un altro pasto per un bambino che si era avvicinato chiedendo l’elemosina – scrive Geo Tolentino Ringor in un post su Facebook – Questo è quello che abbiamo visto quando siamo usciti dal ristorante”.
La scena che si sono trovati di fronte li ha commossi.
Il bambino che aveva chiesto l’elemosina a John Benedict stava imboccando una bambina, con molta probabilità  la sua sorellina.
Sapere di aver fatto qualcosa di buono per rendere migliore la giornata di quei due bambini, sebbene non abbiano di certo risolto i loro problemi, è stato di ispirazione per il web, che ha reso il post e le due fotografie virali.

(da “Huffingtonpost“)

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PROFUGO NIGERIANO TROVA PORTAFOGLIO PIENO DI SOLDI E LO RESTITUISCE

Dicembre 20th, 2016 Riccardo Fucile

“HO FATTO SOLO QUELLO CHE OGNI PERSONA DOVREBBE FARE”

Non se lo aspettavano i carabinieri di Andorno Micca: in genere erano loro che si presentavano da Emmanuel, 29 anni, profugo nigeriano rifugiato nel biellese, per controllarlo.
Così, quando lui si è presentato da loro per riconsegnare un portafoglio ancora pieno di soldi, la sorpresa è stata grande – e piacevole.
Scrive Repubblica:
Lo aveva trovato poco prima in via Milano, a Biella, mentre, come tutti i giorni, stava tornando dal supermercato Conad di Andorno dove tutte le mattine si reca per chiedere l’elemosina.
Una storia-simbolo di altruismo e senso civico che a Natale assume ancor più valore. Nel portafoglio restituito ai carabinieri, quegli stessi che nel corso dei mesi lo hanno controllato diverse volte e non si aspettavano di trovarselo lì, c’erano documenti, varie carte di pagamento e contanti per 175 euro e 70 centesimi: è stato restituito a un residente a Vercelli che ne aveva già  denunciato lo smarrimento.
“Ho fatto solo quello che ogni persona dovrebbe fare”, ha commentato Emmanuel.

(da “Huffingtonpost“)

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DALLA COCA COLA AL CIOCCOLATO: GLI 85 ANNI DEL CAVALIER REPETTO

Dicembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

IL PATRON DELLA NOVI-ELAH-DUFOUR, CRESCIUTO CON IL MODELLO DI OLIVETTI, HA SEGNATO UN’EPOCA

«Si è vecchi solo quando i rimpianti superano i sogni». Cita Einstein il cavalier Flavio Repetto, che a 85 anni (li compie domenica 11 dicembre) non ha smesso di sognare.
Oggi il Comune di Novi Ligure gli conferisce un grande onore, la cittadinanza onoraria, non l’unica in verità  per il patron della Novi-Elah-Dufour: cinque anni fa gliela diede anche Bra in provincia di Cuneo, la città  della Baratti&Milano il prestigioso marchio dolciario che lui stesso ha acquisito nel lontano 1999.
Cavaliere, non è che l’abbiano fatto più che altro per stuzzicare la vicina Alba, sede di un altro noto marchio dolciario di cui non facciamo il nome per evitare pubblicità , che tanti tutti lo conoscono ugualmente?
Ride e svicola: «Guardi, io alla cittadinanza di Novi ci tengo, ma avevo detto al sindaco: se non sono tutti d’accordo, maggioranza e opposizione, non se ne fa nulla. Lui alla fine è arrivato e mi ha detto: c’è l’unanimità . E allora sono orgoglioso di accettare».
Così tutto torna dove era partito, l’Oltregiogo terra in cui il Piemonte si tinge di Liguria e viceversa.
Lerma, 1944, un bambino che diventa di colpo uomo scoprendo con gli amici i cadaveri dell’eccidio della Benedicta.
Finita la guerra va a Genova a fare il cameriere e la fame, si diploma ragioniere alle scuole serali, parte per Roma e a 23 anni è già  direttore di filiale dell’americana Comptometer.
«Si caricavano i dati su quelli che erano primitivi computer a schede, ho pensato di collegare anche una macchina dell’Olivetti così il lavoro veniva più spedito».
È una prerogativa di Repetto: trovare soluzioni semplici per risparmiare (anima ligure) e applicarle con tenacia fino al successo (anima piemontese).
Il primo colpo in proprio lo mette a segno in casa imbottigliando vino, ma non a damigiane come si faceva allora, bensì in monodosi da un quarto di litro.
Roba che in paese lo prendevano per matto, ma lui andava dai compratori e diceva: «Ecco, guardate, è sigillato, garantito».
Chi comprava erano i primi grandi consumatori che si affacciavano al mercato: i gestori delle mense aziendali. Era inevitabile che lo diventasse anche Repetto, ma a modo suo, fondando una ditta — la Sogeme, poi Grande Ristorazione — che arrivò a fornire fino a 70 mila pasti al giorno nelle principali aziende italiane.
E puntando sulla qualità , tanto da arrivare fino al ristorante del Senato: «Di fatto l’abbiamo realizzato noi».
«Erano anni splendidi, credevamo nell’avvenire. Io mi ero innamorato di Adriano Olivetti, di quello che aveva creato a Ivrea, della sua passione per il territorio. E poi era andato a vendere le macchine da scrivere agli americani!».
Il cavaliere invece vende agli italiani l’America, cioè la Coca Cola: costruisce uno stabilimento di imbottigliamento a Biella che sarà  premiato come il migliore in Italia. Ma il Paese cambia e con lui anche Repetto: grandi marchi dolciari, Elah e Dufour a Genova, poi la Novi Cioccolato, entrano in crisi schiacciati dalla concorrenza e del cambio di abitudini dei consumatori, lui li rileva e comincia la sua terza, quarta, quinta vita, chi lo sa, di capitano d’industria dolciaria.
Non cessa di seguire l’esempio olivettiano: fare le cose per bene, dare cioè un buon prodotto e crescere con il territorio.
«Mi chiamano e io se posso dare una mano…» Accade anche per il suo ingresso nella finanza, presidente di fondazione bancaria, parentesi che non ricorda volentieri: «Però abbiamo fatto anche tante cose belle e utili per Genova».
Sì, ma la banca…
«Lasci stare, mai avrei pensato che gente che guadagnava più di un milione all’anno, volesse anche arrotondare. Bon, è finita».
Ma non è terminata la sua esperienza di vita. Sembra indistruttibile.
«Magari. Solo che, appunto, per adesso guardo ancora ai sogni più che ai rimpianti».
Il nuovo cittadino novese non si pone limiti, al solito.

(da la Repubblica”)

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“NON SONO UN EROE, HO SOLO RESTITUITO UN PORTAFOGLIO”: INTERVISTA AD ABDUL

Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile

L’AMBULANTE CHE HA TROVATO UN PORTAFOGLIO E HA FATTO 40 KM PER RICONSEGNARLO AL PROPRIETARIO: “SOGNO UN LAVORO”

“Ho trovato a terra un portafogli e l’ho portato al suo proprietario, non capisco il motivo di tanto stupore: se una cosa non è tua devi restituirla”.
Dietro alla bancarella del mercatino di Lecce, il quarantenne marocchino Abdul scuote la testa e sorride.
Per l’ennesima volta racconta la storia del portafogli trovato a terra vicino alla villa comunale e restituito all’imprenditore salentino Carlo Merenda, dopo aver percorso 40 chilometri e setacciato la cittadina di Maglie palmo a palmo pur di trovarlo.
Abdul, immaginava tanto clamore?
“Non lo capisco ancora adesso, ho fatto ciò che dovrebbe fare chiunque. Mentre tornavo dal market e andavo verso la moschea, ho notato il portafogli a terra, l’ho aperto, ho visto che conteneva denaro, ho cercato la carta d’identità  su cui era scritto l’indirizzo della persona che l’ha perso e ho deciso di restituirlo”.
Senza pensare, neppure per un attimo, di prendere i soldi e buttare il portafogli o di restituire solo i documenti?
“Perchè avrei dovuto? La nostra religione è chiara: Dio dice che quando trovi qualcosa se sai di chi è devi restituirla, se non è di nessuno può diventare tua. Ho letto che l’uomo abitava a Maglie e sono andato a cercarlo, ho chiesto a qualche persona e poi sono arrivato al suo negozio, dove ho consegnato tutto a un commesso, che poi mi ha fatto parlare per telefono con il proprietario”.
Che l’ha ricompensata per il suo gesto. Ci sperava?
“Io non sapevo neanche chi fosse quell’uomo. Lui mi ha ringraziato tanto per telefono quando ha saputo che avevo trovato il portafogli e non avevo preso nulla, poi ha voluto incontrarmi e mi ha dato del denaro per la benzina che avevo consumato. Ha anche detto che mi aiuterà  a trovare lavoro in una delle sue aziende, come operaio o magazziniere. Io so fare tante cose e la fatica non mi spaventa, se mi darà  fiducia non lo deluderò”.
Perchè si è trasferito proprio in Salento?
“Mio padre viveva qui e dieci anni fa, mi trovò un posto in una masseria-albergo, facevo il giardiniere, l’uomo delle pulizie, il tuttofare. Sono arrivato dopo un viaggio di tre giorni in autobus. Poi ho fatto il cameriere per quattro anni, ma l’anno scorso ho lasciato il posto per tornare in Marocco da mia madre, perchè lei abita sola ed è malata e avrei voluto restare lì. Dopo pochi mesi però ho capito che in Italia avrei avuto qualche possibilità  in più e sono tornato”.
Ma un posto fisso non lo ha ancora trovato. Come sopravvive in Italia?
“Quando lavoravo ho messo qualcosa da parte, con la vendita delle borsette riesco a guadagnare 25-50 euro al giorno, ogni tanto mi aiuta mia sorella, che vive anche lei a Lecce e fa la badante, intanto continuo a cercare lavoro, sono pronto a fare qualunque cosa. Chi mi conosce dice che e ho un cervello che impara in fretta…. Certo non starò senza far nulla, perchè i 300 euro di affitto devo pagarli e l’ambulante non voglio farlo a vita: si guadagna poco, è un lavoro irregolare, spesso i vigili ci mandano via, sabato mi hanno persino fatto una multa”.
Spesso voi migranti siete accusati di non voler far nulla, c’è diffidenza, qualcuno esagera e vi definisce tutti criminali. Un gesto come il suo farà  ricredere in molti…
“Guardi, non voglio essere considerato un eroe, non è proprio il caso. E poi io qui sto benissimo. Lecce è una città  ospitale, non ho mai avuto problemi o percepito intolleranza. Anche negli ultimi anni, in cui si guarda ai musulmani con maggiore sospetto a causa del terrorismo, qui non è cambiato nulla e spero che non accada perchè l’Islam vero non ha nulla a che fare con il terrorismo. Quelli sono dei pazzi, che non rispettano la nostra religione e stanno danneggiando tutte le persone normali come me che in Italia vogliono vivere in pace e onestamente”.

(da “La Repubblica”)

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GIOVANE AMBULANTE TROVA PORTAFOGLIO E PERCORRE 40 KM PER RESTITUIRLO AL PROPRIETARIO

Novembre 20th, 2016 Riccardo Fucile

LA REAZIONE DEL PROPRIETARIO: “UNA LEZIONE DI VITA CHE FA VERGOGNARE QUANDO PENSIAMO CHE L’ONESTA’ SIA LEGATA AL COLORE DELLA PELLE”

Smarrisce a Lecce il portafogli, contenente 250 euro in contanti, carte di credito e documenti: glielo restituiscono a Tuglie, a 43 chilometri dal capoluogo di provincia salentino, qualche ora dopo.
La vicenda a lieto fine vede protagonista un giovane ambulante marocchino.
A raccontarla, sul suo profilo Facebook, è il proprietario del portafogli, l’imprenditore Carlo Merenda.
“Ero disperato e rassegnato – spiega – quando mi ha telefonato un mio dipendente per informarmi che un ragazzo marocchino, proprietario di una bancarella che sosta nel punto in cui mi era scivolato il portafogli, me lo avrebbe riportato”.
Poche ore dopo lo smarrimento, la sorpresa: l’autore del ritrovamento, dopo essere risalito all’indirizzo di Merenda, aveva speso tempo e benzina per raggiungere Tuglie e restituire intatto il portafogli al legittimo proprietario.
Un gesto gentile con un’implicita “lezione di vita”, ha raccontato lo stesso Merenda: “Mi sono vergognato – aggiunge – se ho ritenuto lontanamente possibile che l’onestà  potesse avere le sfumature di un colore: il colore della pelle”.

(da agenzie)

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“NON AVRETE IL MIO ODIO”: IL LIBRO DI ANTOINE LEIRIS CHE HA PERSO LA MOGLIE NELLA STRAGE DEL BATACLAN

Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

LUI CE L’HA FATTA GRAZIE AL FIGLIO E ALLA CAPACITA’ DI RESISTERE

Ci vuole coraggio, a non odiare chi ti ha portato via la donna che ami.
Ci vuole coraggio, soprattutto se quella morte è stata violenta, inaspettata, senza senso.
Ci vuole coraggio, poi, a raccontare quel dolore con dignità , forza, resilienza.
Il giornalista francese Antoine Leiris è uno dei simboli di quel coraggio, fioriti loro malgrado dopo la strage del Bataclan del 13 novembre 2015.
Dopo la morte della sua compagna Hèlène, assassinata dai terroristi quella notte, rimasto solo col figlio Melvil, di 17 mesi, Leiris ha scritto un post su Facebook diventato subito virale, in cui diceva «Non avrete il mio odio».
Oggi quel post si è trasformato in un libro omonimo (Non avrete il mio odio, ed. Corbaccio), di cui Leiris è venuto a parlare a Bookcity, la rassegna di libri a Milano fino al 20 novembre.
«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio — così iniziava il suo post di un anno fa -. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà  stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi».
Ancora oggi, Leiris, non sa dire com’è giunto alla decisione di non odiare, «ma ricordo esattamente quando ho concepito quelle parole – racconta a La Stampa -: lungo il tragitto dall’Istituto medico legale, dove avevo appena visto Hèlène, al nido dove sarei andato a ritirare nostro figlio Melvil. L’avere il sorriso di una persona amata e, contemporaneamente, anche la responsabilità  di un bambino, è il motivo per cui sono riuscito a trovare quelle parole e la decisione di agire in questo modo».
Sono diventati l’uno il pilastro dell’altro, Leiris e Melvin, che nel frattempo «sta crescendo, ama i libri e la musica e, anche se con un po’ di fatica, ci divertiamo». Leiris non vuole pensare a come avrebbe reagito se non ci fosse stato suo figlio, perchè «questo aprirebbe tutta una serie di “e se…”, che scoperchierebbe un pozzo senza fondo di risposte, a partire da “e se Hèlène non fosse andata a quel concerto?”. Cerco di vivere la mia vita pienamente, non ponendomi questo genere di domande». Non avrete il mio odio è il racconto dei 12 giorni in cui Leiris ha vissuto intensamente il fatto di essere padre, di essere innamorato, e di essere triste.
«Dodici giorni in cui ho cercato di essere grande, almeno un po’», racconta. «Volevo raccontarlo, ma anche riuscire a preservare un po’ della mia intimità . Mi sono reso conto, poi, che quella finestra aperta sui 12 giorni aveva aperto una porta verso altre persone che avevano vissuto un dolore simile. Di reazioni al mio libro ce ne sono state davvero tantissime e di tutti i tipi: dai padri che sono venuti a parlarmi della loro paternità , alle donne che mi hanno parlato dei loro amori, persone che hanno perso una persona cara e che sono venute a condividere con me quel loro dolore».
La vita continua, sembra essere il messaggio di questo piccolo grande libro, che è anche una storia di rinascita, di amore verso la propria compagna che non c’è più, e verso il proprio figlio che è ancora troppo piccolo per capire, ma anche verso se stessi. Anche se Leiris insiste che «nel libro non ci sono grandi verità , piuttosto idee, stimoli per trovare qualcosa che abbiamo già  dentro di noi e dobbiamo sviluppare».
Una scoperta, per Leiris, è stata sicuramente la sua capacità  di resistere: «Resistere vuol dire fare piccole cose, piccoli gesti. Non è uno stato, ma qualcosa che si rimette in modo di volta in volta, ad ogni piccolo gesto. Tutti noi siamo anche dei resistenti, che non vuol dire usare le armi, ma continuare a vivere. Ecco, per me vivere, oggi, significa resistere. Ma non so se riuscirò a resistere per tutta la vita».

Ilaria Liberatore
(da “La Stampa”)

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QUELLA RIDICOLA DESTRA DEI TACCHINI CHE ASPETTA FELICE LA NOTTE DI NATALE

Novembre 17th, 2016 Riccardo Fucile

UNA PSEUDO-DESTRA MASOCHISTA DI SCONNESSI DALLA REALTA’ , “VIA RENZI, ELEZIONI SUBITO”: CERTO, PER FAR VINCERE I CINQUESTELLE

Confesso che ogni volta che sento una dichiarazione di Brunetta, di Salvini o della Meloni che sul referendum non sanno altro che starnazzare che dovremmo votare No “per mandare via Renzi”, il pensiero corre all’immagine di tacchini che ostentano felicità  all’arrivo della notte di Natale, senza rendersi conto che è la giornata della loro dipartita.
Purtroppo il concetto vale per i tacchini, non per certi politici che sopravviveranno, nonostante tutto.
Ma l’immagine spiega perchè il centrodestra italiano è arrivato alla sua irrilevanza politica, incapace da un lato di “cavalcare la tigre” dei mutamenti sociali, dall’altro di rinnovarsi nella elite dirigente.
Fino alle pratiche masochiste di invocare elezioni subito per perderle con ignominia, come peraltro merita, visto gli imbecilli a cui si affida.
Oggi il centrodestra è composto da tre partiti in calo di consensi, insieme non arrivano a 4 punti sia dal Pd renziano che dal M5S: e questi vogliono le elezioni?
Oggi il centrodestra perderebbe al ballottaggio di 8 punti dal Pd e di 20 dal M5S: e stanno a invocare le urne?
Invece di sciogliersi per manifesta incapacità  di proporre una qualsivoglia novità , visto che da anni continuano a proporre consunti slogan e formule fallimentari.
Per assurdo il più innovatore alla fine sembra l’ottantenne Cavaliere, è detto tutto.
Caratteristi, nullafacenti nella vita, che per farsi riconoscere devono il giorno pari definirsi lepenisti, il giorno dispari trumpisti: ma UNA CAZZO DI IDEA PROPRIA L’AVETE MAI?
Come nei vecchi manicomi c’è chi si sente Napoleone, chi Giovanna d’Arco, poi arrivano gli infermieri (in questo caso gli elettori), li riportano in corsia e li sedano.
Dovremmo votare NO al referendum per far vincere il MS5, capito: sarà  una disposizione di Putin che appoggia entrambi, basta dirlo.
Dovremmo votare NO al referendum perchè Renzi vuole un Premier autoritario e decisionista. Sarà  anche vero, ma non è forse quel modello per cui vi sbrodolate da anni, quello che ha permesso che “il potere in mano a uno” facesse transitare i lingotti della Lega in Tanzania o che tutti dovessimo votare che Ruby era effettivamente la nipote di Mubarak?
Dovremmo votare NO al referendum, ma nessuno nel Centrodestra ha un’idea di quale modello di sistema elettorale proporre in alternativa: maggioritario o proporzionale, con soglia di sbarramento o no, con premio di maggioranza o no?
Il capitano di lungo sorso urla “Renzi a casa”, la sorellina adottata fa il controcanto “Elezioni subito”, uno che rappresenta (forse) lo 0,1% strilla “Primarie subito”, insieme mettono in piazza Santa Croce un ventesimo delle persone che andavano ad ascoltare Berlusconi e Fini che non avevano bisogno di insultare nessuno per fare audience.
Se la destra italiana è questa, Renzi e Di Maio governeranno per 20 anni.
Chi è penalizzato è il popolo della   Destra vera, quella che non va più a votare (sono almeno 5 milioni)   o vota per altri, disgustato da questi cialtroni.
Il Parlamento in questi giorni sta discutendo nuove norme su come evitare le “molestie telefoniche” di chi fa squillare i vostri apparecchi dieci volte al giorno per proporvi i prodotti più impensabili, si faccia qualcosa per evitare che questi “molestatori politici sedicenti di destra” continuino a indurvi a pratiche sado-maso dolorose.
Natale è in arrivo, ma non tutti vogliono fare i tacchini sacrificali.
Arrostitevi da soli, se ci godete.

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NEGLI OCCHI DEI BAMBINI DI MANILA HO VISTO LA NOSTRA SUPERFICIALITA’

Novembre 17th, 2016 Riccardo Fucile

IL GIRONE DANTESCO DI TONDO, DOVE VIVONO 120.000 PERSONE, UNA BARACCOPOLI COSTRUITA SUI RIFIUTI, CAMMINANDO TRA TOPI E BAMBINI NUDI… CAMBIARE TESTA, CAMBIARE CUORE E COMBATTERE PER QUELLO CHE DAVVERO HA UN SENSO NELLA VITA

Voi non lo sapete, come non lo sapevo io, ma a Manila c’è un quartiere di 2 chilometri dove vivono 120mila persone, si chiama Tondo.
All’ingresso di questo girone dantesco c’è una insegna che dice Welcome BGRY HAPPYLAND 105.
È una baraccopoli costruita sui rifiuti, considerata area felice perchè il loro riciclo è molto remunerativo, ma di felice c’è ben poco.
Nei vicoli strettissimi tra le baracche vivono tanti, tantissimi bambini dal sorriso dorato e gli occhi pieni di speranza.
Una speranza priva di basi, perchè qui non c’è futuro. Non c’è censimento, istruzione, igiene, documenti. E onestamente non credo ci sia alcuna possibilità  di essere in salute.
Ho camminato tra topi e cani morti, bambini nudi seduti su rigagnoli di acqua marrone, madri bambine sconvolte da miei capelli biondi, e un odore molto forte che rendeva molto difficile respirare.
Sono certa che non ci sia un senso a tutto ciò.
Ti chiedi perchè ci sia una spaccatura economica sul globo terrestre, chi l’abbia imposta e per quale scopo.
Benedici il miracolo del caso che ti ha fatto nascere in un contesto con possibilità  di vita. Ti interroghi sulla ferocia di una mentalità  criminale che impedisce un vero sostegno alle adozioni di meravigliose creature che meritano un’oasi di felicità .
Ti fustighi per il contagio della superficialità  occidentale che sposta la tua attenzione e la tua forza su quello che non serve.
E ti chiedi cosa puoi fare. Cosa puoi davvero fare.
E a parte un aiuto economico costante alle onlus e un cambio di mentalità , seriamente non lo so.
So solo che il cuore si è sgretolato per l’ennesima volta e che sto trattenendo le mie lacrime dietro i miei occhiali da sole mentre il mio stomaco si attorciglia.
Anche se questi bambini che non hanno niente sono così felici di vederci, di giocare a basket con noi, di ricevere un lecca lecca come simbolo di amicizia.
Alcuni di loro hanno preso la mia mano e se la sono messa sulla fronte come se volessero essere benedetti da me.
Altri si divertivano a farsi una foto insieme assumendo pose che probabilmente hanno visto solo nei videoclip chissà  dove, anche se deridevano il mio nuovo amichetto paffuto chiamandolo Big Chow, che immagino significhi qualcosa simile a ciccione.
Il clima è sereno e gioioso mentre il pericolo è dietro l’angolo, perchè oltre alle condizioni di miseria, nelle Filippine c’è un nuovo presidente, che impone una dittatura basata sul terrore, e spesso manda i suoi sicari a Tondo, ad uccidere persone solo per lasciare un segno.
Un segno davvero dovremmo lasciarlo noi.
Cambiando testa, cambiando cuore e combattendo per quello che davvero ha senso.

Crolina Crescentini
(da “il Corriere della Sera”)

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