Agosto 3rd, 2016 Riccardo Fucile
“SE OGNUNO DI NOI AIUTASSE GLI ALTRI SENZA CHIEDERE NULLA IN CAMBIO SAREMMO IN GRADO DI CAMBIARE IL MONDO”
Pettine e forbici. Sguardo concentrato. Scambiare due chiacchiere per conoscere e capire la vita del
tuo “cliente”. Apprezzare il risultato del lavoro svolto. Apparentemente Joshua Coombes è un normale barbiere inglese, ma in realtà gestisce uno dei saloni più grandi al mondo: Londra.
Non è difficile trovarlo impegnato nel suo lavoro, magari alla fermata della metro, mentre taglia i capelli dei senzatetto.
Ed è proprio a loro che Joshua regala una nuova acconciatura, senza chiedere nulla in cambio. Una campagna iniziata un anno fa, dopo un viaggio a New York, chiamata #DoSomethingforNothing, ideata assieme agli amici Matt Spracklen e Dave Burt: un hashtag che serve a incoraggiare le persone ad aiutare gli altri, in ogni modo possibile.
“Se ognuno di noi, in tutte le città , aiutasse gli altri senza chiedere nulla in cambio, saremmo in grado di cambiare il mondo”, spiega Coombes.
“Tagliare i capelli è il mio modo di comunicare con le persone, ma questo è qualcosa di più: è un modo per fare la differenza”. Il barbiere 29enne lavora in un salone di Exeter, nel Devon, e regala acconciature nuove ai senzatetto mentre gira per le strade di Londra e altre città inglesi con il suo amico fotografo Matt, che tiene costantemente aggiornato il profilo Instagram, accompagnando gli scatti con l’hashtag #DoSomethingForNothing. “Prende solo una piccola parte del mio tempo, ma è una grande esperienza”, racconta Joshua.
Dopo ogni taglio, il barbiere solleva uno specchio per mostrare il risultato del suo lavoro e le espressioni di questi uomini e donne sono semplicemente impagabili.
Joshua si avvicina ai clochard raccontando loro di se stesso e di ciò che fa.
Dopo aver vinto il primo momento di diffidenza, questi capiscono le sue buone intenzioni e gli permettono di mettere mano sui loro capelli.
“Dopo che si guardano allo specchio – afferma Joshua – realizzo ogni volta che è quella la parte più importante del mio lavoro”. “Sembra quasi che dicano ‘Ok, ho capito, mi sono trascurato per più di un anno, sono stato duro con me stesso, ma ora posso provare ad andare a quel colloquio di lavoro, più sicuro che mai di me stesso'”, racconta entusiasta il barbiere.
La campagna di Joshua è nata durante il suo soggiorno a New York, dove ha visto un ragazzo fare la stessa cosa. Da lì l’ispirazione, poi trasportata nel Vecchio Continente. “Facile dare soldi a organizzazioni o fare la carità . Generare coscienza nelle persone, invece, è una sensazione impagabile”, conclude il giovane barbiere.
“La vostra voce, le mani, un sorriso: pochi semplici gesti per restituire fiducia nell’umanità a chi l’ha persa, a chi si sente relegato ai margini della società “.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 31st, 2016 Riccardo Fucile
“NON SONO RIUSCITO A TRATTENERE LE LACRIME SOTTO IL CASCO, LA SIGNORA DEVE AVER INTUITO E MI HA ABBRACCIATO”
In piazza su fronti opposti, uniti dalla malattia nella vita.
La foto dell’abbraccio tra la manifestante anti Ilva durante la visita del premier Renzi e un agente di polizia durante un sit-in di protesta a Taranto, scattata da Michele Piscitelli e pubblicata su bari.repubblica.it, sta facendo il giro del web.
Nella città pugliese avevano manifestato parenti e amici di persone che non ci sono più o stanno combattendo contro una brutta malattia.
Su Facebook una delle mamme che erano lì ha postato una foto dell’abbraccio con una frase emozionante: “Io lo so che siete anche voi con noi, lo so. Perchè siete padri, fratelli, siete come gli operai dell’Ilva: portate il pane a casa. Poveri cristi, come noi”.
“La signora – si legge sul profilo Facebook di Agente Lisa, pagina sociale della polizia di Stato – era in lacrime con al collo un cartello con la scritta ‘#siamotutti048’, dove 048 è il codice di esenzione per i malati oncologici. Anche il mio collega, un vicesovrintendente del Reparto mobile di Taranto, è uscito da questa terribile esperienza e mi ha detto: ‘Quando ho letto quel cartello ho provato un colpo al cuore, in un attimo ho ripercorso quei momenti brutti e mi sono commosso. Non sono riuscito a trattenere le lacrime sotto il casco, la signora deve aver intuito qualcosa e mi ha abbracciato. Oggi mi sento un miracolato – ha continuato il mio collega – e fortunato per aver avuto sempre tanti colleghi che mi sono stati vicino'”.
La donna della foto si chiama Elena e ha un figlio avvocato di 29 anni in chemioterapia.
“Io non contestavo il MarTa (il Museo archeologico visitato dal presidente del consiglio), perchè da tarantina ne sono stata sempre orgogliosa. Ma avrei voluto vedere Renzi inaugurare un reparto di oncoematologia pediatrica, che qui manca, o un centro di eccellenza medica. A Reggio Emilia l’hanno finito in cinque anni. È difficile capire il disagio finchè non ci si scontra. Noi per andare a fare la chemio a Castellaneta abbiamo pagato 220 euro per l’ambulanza privata e dobbiamo ringraziare medici e infermieri eroi che in pochi mantengono un reparto con 1.500 pazienti”.
“Non è solo la malattia a uccidere, ma anche la burocrazia”, prosegue mamma Elena.
“Le liste d’attesa interminabili per una tac ci hanno costretti ad andare a Matera, con tutti i costi del caso. Poi a Milano un altro viaggio della speranza, per scoprire che lì c’è una colonia di tarantini che si cura il tumore. Mi chiedo cosa aspetta il governo a potenziare la nostra sanità “.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 29th, 2016 Riccardo Fucile
IL GIOVANE ABDEL STA MEGLIO E IL SINDACO DI SERRAVALLE VUOLE PREMIARLO
«Voglio incontrare Andrea, l’uomo che mi aggredito, per chiedergli come si sente. Voglio sapere se
si è pentito».
A parlare è Abdellatif Araid, il giovane marocchino che ha visto la morte in faccia dopo essere stato accoltellato nel basso ventre da un operaio di Serravalle Scrivia, Andrea Verganesi (ora in carcere ad Alessandria), per aver difeso un’anziana minacciata da un cane in piazza.
Cammina a fatica, Abdellatif, ma ora sta meglio ed è tornato a casa dall’ospedale di Novi Ligure dov’era stato ricoverato dopo l’aggressione.
Di lui e delle sua storia, raccontata mercoledì scorso su La Stampa, da qualche giorno si stanno occupando anche le televisioni.
Sul sito del quotidiano, la notizia è stata letta da oltre duecentomila persone e ha fatto il giro del mondo, ripresa da altri siti e giornali.
E anche il sindaco di Serravalle, che ha definito il suo un gesto eroico, ha promesso che lo incontrerà e gli consegnerà un premio a nome dei suoi concittadini.
(da “La Stampa”)
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Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile
“I VALORI DI SOLIDARIETA’ CHE HA ESPRESSO SONO INCOMPATIBILI CON LA VISIONE DEL MONDO DEL CANDIDATO REPUBBLICANO”
Un’altra “diffida”, l’ennesima, contro Donald Trump.
I familiari di Luciano Pavarotti hanno scritto una lettera al candidato repubblicano per vietargli di usare la romanza “Nessun dorma” interpretata dal tenore modenese. «Apprendiamo che viene utilizzata come parte della colonna sonora della campagna elettorale di Donald Trump. Tocca a noi familiari ricordare che i valori di fratellanza e solidarietà che Luciano ha espresso nel corso della sua carriera sono incompatibili con la visione del mondo di Trump».
La lettera, in italiano e in inglese di presa di distanza dal candidato repubblicano è firmata nome per nome dalle figlie Lorenza Cristina e Giuliana e da Nicoletta Mantovani Pavarotti.
«Così come altri artisti coinvolti hanno già fatto in prima persona, esprimiamo pertanto la nostra disapprovazione a tale utilizzo», concludono.
Si allunga così la lista di artisti che hanno vietato a Trump di utilizzare i loro brani. Dai Rolling Stones a Bruce Springsteen, da Adele agli Aerosmith fino ai Queen.
Chi sarà il prossimo?
(da “La Stampa“)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
QUANDO SULLA BARA DELL’AMICO FALCONE DISSE AI COLLEGHI: “CHI VUOLE ANDARSENE, PUO’ FARLO, IL NOSTRO FUTURO E’ QUESTO”… MA PAOLO RIMASE FINO AL SACRIFICIO FINALE
Ripubblichiamo l’articolo di Francesco La Licata del 20 luglio 1992: così La Stampa raccontò
l’attentato di via D’Amelio.
Hanno fatto terra bruciata. C’era Paolo Borsellino, era l’eredità lasciata da Giovanni Falcone. Naturalmente non esiste nessun testamento scritto, ma non v’è palermitano saggio che disconosca questa verità : era Borsellino, da poco procuratore aggiunto di Palermo, l’unico in grado di raccogliere il pesante fardello lasciato da Falcone sull’asfalto di Capaci. Non c’è più neppure lui, adesso. E’ morto come il suo amico. L’hanno disintegrato con una bomba simile a quella di maggio.
Morti i ragazzi che lo scortavano, come quegli altri che proteggevano Falcone e la moglie. Un’altra strage. Uguale alla prima: sembrano pensate in serie, eseguite da automi che rispondono ad input inviati da un solo cervello.
Anche Borsellino. Le agenzie raccontano di corpi straziati, arti letteralmente strappati dal busto. Palermo come Beirut.
Lo avevamo già sentito, questo slogan, quando era toccato al giudice Rocco Chinnici, «padre» di questa schiera di giudici sacrificati, falcidiati, a volte anche vilipesi dopo morti. Anche Borsellino se n’è andato.
Per liberarsene non hanno esitato a minare un intero quartiere. Adesso si sentiranno più al sicuro, i signori di Cosa nostra. Centomila in piazza, dopo Falcone? Ed allora spariamo di più, e coinvolgendo sempre più la gente comune. Perchè se ne stia tranquilla, perchè non alzi la testa.
Paolo e Giovanni
Non c’è più nessuno a Palermo che possa guidare la riscossa. Lui era davvero l’ultimo. Come sono uguali, la sua storia e quella del suo amico e «fratello» Giovanni. Il destino aveva voluto che fosse proprio Borsellino a raccogliere «l’ultimo respiro» di Falcone. Era uscito distrutto da quel pomeriggio. Pianse come un bambino.
Rimase di pietra quando il cuore del suo amico si fermò. Per interminabili attimi aveva sperato che Giovanni ce la facesse. «Non era cosciente raccontò qualche giorno dopo la strage di Capaci – ma soffriva. Non è riusicto a dirmi nulla. Francesca, invece, ebbe il tempo di chiedermi: “Giovanni…come sta? Dov’è Giovanni?”».
Dal campetto alla toga
Paolo Borsellino era palermitano. Forse ha pagato pure per questo: Cosa nostra odia in modo particolare i concittadini che si schierano dall’altra parte della barricata. La sua origine, inoltre, gli consentiva di capire molto di più degli altri. Anche Falcone era palermitano, e, per sua ammissione, da ciò si sentiva avvantaggiato.
Era nato a piazza Magione, Paolo Borsellino. Nel cuore della città vecchia, all’ombra delle vestigia normanne, splendido fondale messo a paravento di una delle più antiche e rassegnate povertà .
Da bambino, era il dopo guerra, tirava calci alla palla nel Campetto dell’oratorio. Conosceva già Falcone, giocavano insieme, in un quartiere popolare dove poteva accadere, così raccontava Falcone, di dover disputare incontri di ping-pong con altri ragazzi, come Tommaso Spadaro, che sarebbero divenuti capi di Cosa nostra.
Eppure, malgrado la pericolosa «palestra», l’ideale della giustizia doveva avere la meglio.
La politica
Divenne giudice quasi contemporaneamente con Falcone. Concorsi diversi, ma stessi «maestri». Quali? Uno fu certamente il consigliere Morvillo, del tribunale di Palermo. Aveva due figli, il magistrato: Alfredo e Francesca.
Borsellino e Falcone, giudici di primo pelo, li conobbero che erano poco più che ragazzini. Se li sarebbero ritrovati, dopo, giovani colleghi: Alfredo sostituto procuratore, Francesca alla Procura dei minorenni e, successivamente, moglie di Giovanni Falcone.
Borsellino, invece, avrebbe sposato la figlia di Angelo Piraino Leto, presidente del Tribunale di Palermo. Era sanguigno, Paolo Borsellino. Ed era di destra. Non ha mai nascosto la sua ideologia: sin da quando, studente universitario, militò nel Fuan e strinse amicizia con quelli che sarebbero divenuti i leader missini della Sicilia occidentale.
Ma non ha mai fatto politica con le sentenze. Il suo impegno lo ha sempre riversato nell’attività associazionistica della «corporazione», come ogni tanto amava ironizzare. Tutto alla luce del sole: i suoi colleghi sapevano esattamente come la pensava, ma erano anche certi che l’ideologia o la militanza in nessun modo avrebbe mai insidiato la sua autonomia di giudizio. Era, insomma, autorevole.
E per questo piaceva a Falcone. «Di Borsellino ci si può fidare – assicurava l’amico – ed è anche un lavoratore instancabile.
Il maxiprocesso
Già , instancabile. Il maxiprocesso ne fu la prova più evidente. Il pool aveva il «capo», Falcone, e il «numero due», Paolo Borsellino.
Poi c’erano i preziosissimi Guarnotta e Di Lello, poi si aggiunse Giacomo Conte, il più giovane. Lavoravano tutti a ritmo continuo. Non erano colleghi, erano prima di tutto amici.
In particolare Paolo e Giovanni: avevano la stessa visione di Cosa nostra e delle strategia da opporre alla «Piovra». A loro bastava uno scambio di occhiate per dirsi tutto, erano in perfetta sintonia.
Una macchina perfetta, il pool, messa in pista da quella figura eccezionale che è Antonino Caponnetto, l’uomo che più di tutti ha lavorato nell’ombra per facilitare il lavoro dei giudici di Palermo. Che esperienza, quella del maxiprocesso.
I magistrati chiusi a scrivere pagine su pagine, la villa di Mondello di Giuseppe Ayala, che sarebbe stato poi uno dei due pubblici ministeri, utilizzata come «covo» del pool antimafia. E i mandati di cattura scritti sul tavolo da ping-pong del giardino, mentre dall’esterno un autoblindo scoraggiava i malintenzionati.
Quello fu un momento in cui tutti, ma tutti davvero, gli uomini del pool antimafia dimenticarono persino di avere una famiglia.
La famiglia, l’Asinara il futuro
Già , la famiglia, i figli. Borsellino ne aveva tre, un maschio e due ragazze: Manfredi, Lucia e Fiammetta. Quanta apprensione per Lucia. Accadde quando lui e Falcone furono costretti a rifugiarsi con le famiglie all’Asinara. Sì, proprio nel carcere dell’isola.
I servizi di sicurezza avevano avuto una soffiata che la mafia preparava qualcosa contro i due. Restarono più di un mese «al confino».
Fu in quell’occasione che Lucia si ammalò: divenne anoressica. Una malattia della quale non si è mai liberata completamente e che si riacutizzava ogni volta che Lucia sentiva il padre in pericolo.
Era a Lucia che Borsellino pensava ogni volta che gli veniva offerto un incarico nuovo. Era la salute della figlia l’insopportabile contrappeso alle sue scelte. Opponeva resistenze all’ipotesi di diventare Superprocuratore al posto del suo amico morto a Capaci.
Lo spiegò, una mattina, qual era il tarlo che gli arrovellava il cervello.
«Sono combattuto. Da una parte so che quel posto è il solo che possa assicurarmi di poter svolgere indagini sull’assassinio di Giovanni e Francesca. Dall’altra parte sono sicuro che mia figlia ne morirebbe».
E si macerava, interpretando i suoi tentennamenti come una sorta di diserzione ad un dovere che sentiva impellente.
L’amicizia
Sì, perchè Paolo Borsellino era un uomo onesto fino in fondo. E leale.
Tanto franco da riuscire ad esprimere tutte le sue perplessità senza incrinare i rapporti di amicizia.
Così avvenne con Giovanni Falcone. Borsellino non era d’accordo con l’idea di istituire la Procura nazionale. Come tanti altri giudici, temeva che un simile organismo potesse servire ad imbrigliare politicamente le iniziative della magistratura. Spiegò a Falcone tutte le sue perplessità . L’amico non riuscì a convincerlo completamente, ma quando la legge passò e la Dna fu istituita, Borsellino non ebbe dubbi ad indicare Falcone come l’unico che potesse far funzionare un simile organismo.
Non c’era divergenza di vedute che potesse far venire meno il rispetto e la stima.
Il pool
Difficile pensare a Borsellino e Falcone come a possibili «nemici». Fu Paolo, per primo, a dimostrare all’altro tutta la sua amicizia.
Era il 1988, cominciava il sistematico smantellamento del pool antimafia di Palermo e Borsellino, anche per rassicurare la figlia convalescente, si era già trasferito alla procura della Repubblica di Marsala.
La lontananza da Palermo non gli impedì, tuttavia, di intervenire in aiuto dei vecchi amici del pool. Sanguigno come sempre, lanciò la sfida: si fece intervistare per dire che lo Stato stava abbassando la guardia.
Fu «processato» dal Consiglio superiore: uno scontro durissimo nel quale anche Falcone gettò tutto il suo prestigio, arrivando a minacciare le dimissioni se il Csm avesse punito Paolo Borsellino.
I pentiti
Anche dopo la morte di Falcone non si tirò indietro. Fu implacabile con quanti tentavano di offuscarne la memoria, vigile con gli amici dell’ultima ora.
Confermò l’esistenza degli appunti che il suo amico aveva annotato all’epoca della difficile convivenza col palazzo di giustizia e, in particolare, col procuratore capo Piero Giammanco.
Però non si lasciò prendere dalla smania presenzialistica. Era cosciente che il polverone non serve. Si era convinto che l’unico modo per «onorare» la memoria di Giovanni Falcone era quello di scovare gli assassini. Senza clamori, in silenzio. Passo dopo passo.
Si era mosso parecchio, era andato all’estero. Domani sarebbe andato in Germania, dove, sembra, c’è parecchio da indagare su Cosa nostra.
Continuava a tenere i contatti coi «suoi» pentiti. Uno di questi, Rosario Spatola, alla notizia di quest’altra strage ha dichiarato di essere «rimasto orfano».
Un’altra, Giacoma Filippello, ricorda di averlo visto di recente e rimpiange di non poter più consegnargli, come avevano convenuto, una poesia da lei composta in ricordo di Giovanni Falcone.
No, non aveva mollato. Aveva superato lo smarrimento di maggio, quando, tenendo la mano appoggiata sulla bara del suo amico Giovanni aveva detto ai colleghi: «Chi vuole andarsene se ne vada. Questo è il nostro futuro».
Ma lui era rimasto.
Francesco La Licata
(da “La Stampa“)
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Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile
OTTO RAGAZZI DELL’UNIVERSITA’ DI TORINO IN GITA NELLA CITTA’ FRANCESE HANNO TROVATO RIFUGIO NELLA CASA DI UN IMBIANCHINO… “IO E MIA MOGLIE SIAMO MUSULMANI PRATICANTI, CIO’ CHE E’ AVVENUTO NON PUO’ RAPPRESENTARE L’ISLAM”
Otto studenti salvati dall’inferno di Nizza grazie a una famiglia tunisina. Una pagina di speranza in un capitolo di orrore.
Una storia che merita di essere raccontata, quella vissuta da un gruppo di ragazzi del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino arrivati nella città francese da una settimana per la summer school organizzata con l’ateneo di Nizza.
In totale 75 studenti che giovedì sera si trovavano quasi tutti sulla Promenade des Anglais.
«Per una serie di circostanze abbiamo fatto tardi e abbiamo deciso di cenare nelle vie interne e non sulla Promenade, per risparmiare tempo e andare quindi a seguire i fuochi», racconta Carlotta Benna, 21 anni, uscita insieme a dieci compagni di corso. «Nonostante questo siamo arrivati quando ormai lo spettacolo era finito. Abbiamo però sentito dei colpi, qualcuno di noi ha pensato fossero dei tuoni, altri che avessero ripreso i fuochi».
Non potevano immaginare il dramma che si stava consumando a pochi passi da loro. «Alcuni nostri amici erano più avanti, hanno vissuto tutta la scena. Il camion li ha sfiorati, un gruppo si è riparato dietro a una pensilina».
L’attentatore non ha voluto investirli solo perchè temeva che la struttura fermasse la sua corsa della morte.
«Ci siamo trovati in mezzo a una marea umana impazzita che correva in tutte le direzioni. Non capivamo cosa stesse succedendo. Solo urla e pianti. Un uomo ci ha mimato un mitra per segnalarci il pericolo. Ci siamo messi a correre anche noi, cercando di non lasciare indietro nessuno. Non sapevamo dove andare».
In tre non sono riusciti a stare al passo. «Arrivati a un’intersezione abbiamo notato delle persone entrare in un palazzo con una vetrata che faceva angolo. Le abbiamo seguite. Ci siamo messi a bussare e piangere. Continuavamo a pregarle di aprire finchè non l’hanno fatto. Erano italiani e sentire la nostra lingua madre è stato per noi un sollievo. Abbiamo chiesto riparo nel loro appartamento ma non hanno esitato a rifiutarci. Per loro eravamo in troppi e c’era poco spazio. Restare in quell’atrio con quella vetrata ci faceva sentire un bersaglio troppo facile. Tutti noi avevamo in mente le scene del Bataclan».
Pochi istanti dopo sono entrate altre persone che fuggivano dal terrore. Un uomo ha perso i sensi all’ingresso
Dalle scale è comparso invece un giovane, dai tratti arabi. Un tunisino che abita al terzo piano del condominio.
Si chiama Hamza Bayrem, imbianchino di 29 anni, con una moglie incinta e un figlio nato due anni fa. «Ho sentito le urla, mi sono affacciato dal balcone e ho visto migliaia di persone correre. Sono sceso a controllare cosa stesse succedendo. I primi che ho incontrato sono stati gli studenti italiani. Non potete immaginare in quale stato erano. Ho visto il terrore sulle loro facce. Quando ci ripenso mi fa male il cuore. Ho cercato di capire cosa mi stessero urlando ma loro parlavano solo in italiano. Mi hanno chiesto se capivo l’arabo e quindi mi hanno presentato un loro amico di origini marocchine», racconta a l’Espresso.
E’ Yassine Ramli, anche lui studente di Legge, che vive ad Asti. «Il ragazzo tunisino ci ha invitati a salire al terzo piano, dove avremmo trovato anche sua moglie. Le mie compagne di corso non si sono fidate. Temevano potesse essere una trappola, alla fine però si sono convinte».
«Non potevamo restare in quell’atrio. Ci avrebbe potuto vedere e sparare chiunque. Non nascondo che eravamo molto diffidenti», spiega ancora Carlotta.
«Arrivati al piano ci ha aperto la porta di casa. Non abbiamo però trovato il coraggio di entrare. Non ci fidavamo abbastanza, abbiamo preferito restare nel corridoio». Ed è qui che il giovane tunisino ha abbattuto ogni muro di diffidenza. «Ci ha portato sedie, coperte, acqua, cioccolato. Ci ha offerto qualsiasi cosa ci servisse. Molte di noi erano agitate e continuavano a piangere. Si sono tranquillizzate solo quando si è presentato il bimbo di due anni e si messo a giocare in mezzo a noi. Abbiamo capito che eravamo al sicuro. Che ci potevamo fidare e siamo quindi entrati in casa».
La moglie, in abiti tradizionali e con il velo, ha offerto loro la cena. «Ovviamente non avevamo fame. Hanno acceso la televisione e ci hanno chiesto che canale italiano si poteva guardare, in modo che capissimo anche noi cosa avveniva di sotto. Siamo rimasti su quel divano fino alle due, quando abbiamo capito che era tutto finito ed avevamo ripreso i contatti con il resto del gruppo».
Ieri gli undici studenti sono tornati in quell’appartamento. Non fuggivano da nessuno. Ci sono tornati per ringraziare quella famiglia di sconosciuti che li ha soccorsi nel momento più terribile che abbiano mai vissuto.
«Li abbiamo ringraziati e ci siamo scusati. Loro hanno dal primo momento compreso la nostra difficoltà e la nostra diffidenza. Io sarò sempre grata a quelle persone», conclude Carlotta con la voce che trema ancora
Bayrem cerca di minimizzare: «La visita dei ragazzi italiani mi ha reso davvero felice, hanno portato anche dei regali per mio figlio. Non abbiamo fatto nulla di straordinario, quelle ragazze avevano rischiato la vita e dovevano essere protette. Lo avrebbe fatto chiunque».
Hamza è tunisino come l’autista di quel camion. «Non sapete quanto mi abbia ferito ciò che è successo. Io e mia moglie siamo musulmani praticanti e ciò che è avvenuto non può in nessun modo rappresentare l’islam. Giovedì sono morti tanti esseri umani, nostri fratelli. Abbiamo perso degli amici. Non c’entra la nazionalità o la religione, siamo tutti umani. E giovedì abbiamo perso tutti tante persone. Non si può uccidere per l’islam. La religione ci chiede clemenza. Anche verso gli animali, figuriamoci verso le persone. Io al lavoro, quando vernicio, sto sempre attento a non uccidere gli insetti. E sono io a rappresentare l’islam, non l’autista di quel camion».
Sabato sera sono tutti invitati a casa sua a mangiare il couscous. Per avere un buon ricordo di quell’appartamento.
Il ricordo che quella famiglia merita.
(da “L’Espresso“)
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Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA MOBILITAZIONE DEL CENTRO ISLAMICO DI BARI: “CI SENTIAMO COLPITI ANCHE NOI PUGLIESI MUSULMANI, ABBIAMO APERTO UNA SOTTOSCRIZIONE”
Tra le centinaia di pugliesi che anche mercoledì stanno in coda per donare il sangue dopo il
disastroso incidente ferroviario hanno voluto esserci anche fedeli della comunità islamica
“Una ventina di fratelli del Centro islamico di Bari hanno deciso di donare il sangue per contribuire alla grande gara di solidarietà partita già da ieri pomeriggio negli ospedali di Bari e provincia”, è scritto in un comunicato.
“Dalle 7 di oggi sono in coda nel centro trasfusionale di Bari uno dei due imam della Comunità Shwandy Gazi, il responsabile organizzativo del Centro Islamico Alì Pagliara, e una decina di musulmani per donare il sangue a chiunque ne abbia bisogno. Nel corso della giornata altri fratelli raggiungeranno il Policlinico per contribuire alla raccolta di sangue”.
“Ci sentiamo anche noi musulmani pugliesi colpiti profondamente da questa tragedia che ha sconvolto le nostre famiglie – dichiara Sharif Lorenzini, presidente della Comunità islamica d’Italia -. Per questo abbiamo deciso di aiutare concretamente i feriti lacerati nel corpo e nell’anima”.
Oltre alla donazione del sangue, la Comunità Islamica di Puglia si sta mobilitando per altre azioni concrete di solidarietà .
“Abbiamo intenzione anche noi, nel nostro piccolo – conclude Lorenzini – di lanciare all’interno della Comunità una sottoscrizione a favore dei feriti e delle famiglie delle vittime di questa tragedia. Chiunque vorrà potrà donare il suo contributo”
La straordinaria solidarietà messa in moto nelle ore immediatamente successive alla tragedia ha fatto raccogliere in 24 ore 2724 sacche di sangue, cinque volte di più delle 464 unità raccolte in media ogni giorno nella regione.
A donare sono state soprattutto le persone geograficamente più vicine al luogo del disastro ferroviario, nella provincia di Barletta-Andria-Trani, ma anche a Bari i centri per la donazione del sangue sono stati presi d’assalto da coloro che volevano offrire un aiuto prezioso alle vittime ricoverate.
Generosità anche da parte dei medici, come avverte il coordinatore del centro regionale sangue della Puglia, Michele Scelsi. “Nella mia struttura, nell’ospedale San Paolo di Bari sono spontaneamente tornati dalle ferie medici, infermieri e ausiliari”.
A testimoniare l’impressionante gara di solidarietà sono le decine di foto e video che corrono sul web, dove si vedono lunghe file di persone pronte a donare sangue in tutta la Puglia, anche davanti agli ospedali Perrino di Brindisi, Vito Fazzi di Lecce e Santissima Annunziata di Taranto.
I centri trasfusionali sono stati letteralmente invasi dai donatori: le direzioni generali delle Asl salentine hanno espresso apprezzamento e gratitudine.
L’Istituto Superiore di Sanità ha spiegato che grazie a questa ondata di persone disposte a donare non c’è stato bisogno di richiedere sacche di sangue da altre regioni, pur disponibili a dare un aiuto: “I pugliesi hanno saputo fronteggiare l’emergenza da soli”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile
CHI SONO LE VITTIME DELLA STRAGE… OTTO CADAVERI INDIVIDUATI DA DETTAGLI: ANELLI, FOTOGRAFIE E CARTE
Un poliziotto quasi in pensione con sogni da rockstar. Una ragazza di 25 anni che il suo, di sogno,
stava per acciuffarlo, perchè il fidanzato aveva detto sì. Una nonna che teneva in braccio il nipotino di 6 anni, assopito. Un 15enne che tornava da scuola. Un contadino che lavorava la terra.
Le vite normali di persone normali, una mattina di luglio.
In Puglia. L’elenco delle vittime della strage dei treni è per adesso una cronaca imperfetta. Se ne conosce il numero, 27 finora, ma non tutti i nomi e i cognomi.
La lista ufficiale dei morti non c’è, e non ci può essere perchè il riconoscimento legale è stato rimandato a questa mattina al Policlinico di Bari.
I medici hanno avuto bisogno di tempo per ricomporre le salme. Otto famiglie, però, hanno già scoperto la verità : da un anello, un documento, una foto, trovati addosso ai cadaveri, tenuti nelle celle frigorifere.
IL POLIZIOTTO CHITARRISTA
Il poliziotto Fulvio Schinzari, vice questore aggiunto a Bari, aveva appena concluso le ferie. Alle 14 lo aspettavano in ufficio per tornare in servizio. Cinquantanove anni, viveva ad Andria con la moglie e le due figlie. “Poliziotto atipico, che volava alto”, raccontano gli amici.
Nell’ultima foto che ha postato su Facebook ha i capelli arruffati e una sigaretta in bocca. La musica, la sua grande passione. Fan accanito di Pat Metheny, Mark Knopfler, Joni Mitchell. Ha fondato la prima radio libera andriese, Radio Antenna Adriatica.
E’ stato dirigente del commissariato di Corato, e prima ancora era avvocato. Un pendolare, quel trenino Andria-Bari lo prendeva ogni mattina. Il 24 febbraio di due anni fa, mentre era seduto nel vagone, scriveva: “Ferrovie Bari Nord news: dopo un anno cambia la playlist per allietare i viaggiatori. Da Sanremo 2013 a Sanremo 2014. Wow…”.
IL BANCARIO IN PENSIONE
Enrico Castellano, di 72 anni, era nato ad Ostuni ma aveva lasciato la Puglia da parecchio. A Torino una nuova casa, un nuovo lavoro, nuove amicizie. Aveva fatto carriera, era diventato dirigente del Banco di Napoli. Con la pensione, aveva ritrovato il tempo per tornare dal figlio ad Andria. Lunedì era atterrato a Bari con un volo diretto, perchè oggi è il compleanno del nipotino di due anni da festeggiare. “Pensavamo di fare due feste – racconta il fratello Franco – l’onomastico, perchè è sant’Enrico, e il compleanno”.
IL CONTADINO
Con Giuseppe Acquaviva, 51 anni, il destino è stato ancora più cattivo. Lui non c’era nemmeno a bordo di quei treni. Non stava viaggiando. Non correva rischi. Passeggiava lungo la ferrovia, tra gli olivi, perchè di professione fa l’agricoltore. E’ stato investito dalle lamiere esplose nella collisione. Lo hanno portato all’ospedale di Barletta, ma è morto dopo qualche ora
LO STUDENTE COL MAL DI PANCIA
Antonio Summo aveva mal di pancia ieri, e suo padre gli aveva consigliato di non andare ad Andria. Ma Antonio ha insistito, “papà devo recuperare due debiti formativi, lo sai”. I genitori lo hanno riconosciuto dalla borsa, dai libri, dai pantaloncini e dalle scarpe da ginnastica.
Le piccole cose di Antonio, studente di 15 anni. “Un ragazzo eccezionale, suonava la tromba al Conservatorio”, ricorda la zia Pasqua Livorti. Seconda superiore all’industriale di Andria, e una lezione finita fatalmente prima. “Il professore li ha mandati a casa in anticipo”. Alla stazione del suo paese, a Ruvo di Puglia, c’era il nonno. “Mi aveva chiamato al telefono: dieci minuti e arrivo, vieni a prendermi”.
LA FUTURA SPOSA
Hanno capito che era Jolanda da un anello con la pietra nera. Lo portava sempre. Lo si vede anche dalle foto su Facebook. Jolanda Inchingolo aveva 25 anni, e il prossimo settembre si sarebbe sposata con Marco, il ragazzo che urla disperato e si contorce davanti all’ingresso dell’obitorio. “Doveva essere la madre dei miei figli”.
Jolanda stava andando a Bari proprio per incontrare lui. Amava Marco e amava Parigi. Sul suo profilo c’è la Torre Eiffel, e il giorno dopo gli attentati terroristici di un anno fa aveva messo la foto di loro due, modificata con i colori della bandiera francese. “Aveva un unico desiderio: fare la mamma. E chissà quanto sarebbe stata bella”.
LA NONNA DI SAMUELE
Con l’ultimo abbraccio, ha regalato la vita a Samuele. Donata, sessantenne di Terlizzi, aveva suo nipote di 6 anni tra le braccia, quando c’è stato lo scontro. Era salita con il ragazzino per andare a Barletta e prendere una coincidenza per Milano.
Riportava Samuele a casa dai genitori, dopo qualche giorno di vacanza in Puglia. Il piccolo è stato salvato dai vigili del fuoco, ma della signora ancora a tarda sera nessuno aveva notizie. “Stavo dormendo sulla nonna, e poi c’è stato quello scoppio fortissimo”, è riuscito a dire Samuele agli zii. E’ ricoverato in prognosi riservata, ma non in pericolo di vita.
IL MACCHINISTA
Uno dei due macchinisti si chiamava Pasquale Abbasciano, era di Andria. A fine anno lo aspettava la pensione dopo tanti anni di servizio nelle Ferrovie Nord baresi.
“Era molto esperto, faceva questo lavoro da tanti anni”, dicono. Quella di ieri per Pasquale doveva essere una giornata lieta: lo aspettavano ad Andria al municipio, perchè sua figlia avrebbe recitato la promessa di matrimonio. Amava il suo lavoro e la campagna. Coltivava le ciliegie, e poi le regalava sempre agli amici.
IL METALMECCANICO
Gabriele, 25 anni, di Andria: stava rientrando da Bari dove era andato per fare il controllo ad un dito. Dopo il diploma all’istituto industriale, aveva trovato un posto di lavoro in un’azienda metalmeccanica di Bitonto. Qualche settimana fa si era ferito ad un dito, e il piccolo intervento di plastica ricostruttiva non lo aveva soddisfatto. L’ultima chiamata alla madre, dal treno della morte. “Mamma, non mi piace come è venuto. Forse dobbiamo fare un’altra operazione”. Sino a tarda sera la famiglia ha atteso al Palazzetto dello Sport di Andria notizie di Gabriele. Notizie che non sono arrivate.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
LA SQUADRA ISLANDESE CHE HA UMILIATO L’INGHILTERRA NON E’ UNA FAVOLA MA UN PROGETTO
Dove eravate quando i vichinghi hanno battuto l’Inghilterra? 
La storia dell’Islanda riparte dall’Europeo, da un quarto di finale conquistato con un gruppo di semi-professionisti, un branco di eroi molto alternativi.
Ma non dite che è una favola perchè questo successo è stato costruito: un sogno alla volta.
Si sono qualificati per il torneo contro ogni pronostico, hanno eliminato l’Olanda, hanno passato la fase a gironi senza neppure rendersene conto, hanno battuto l’Inghilterra agli ottavi con una partita già leggendaria e ora sfidano i padroni di casa. E si sentono invincibili.
Fino al 1950 in Islanda non c’erano nemmeno i campi da pallone , fino al 1990 il calcio era uno sport da amatori e nel 2009 una federazione emergente ha deciso di andare a imparare come si tira un calcio di punizione. In Inghilterra.
Giovani allenatori e dirigenti in viaggio per le città della Premier, in stage dai club più attrezzati: hanno studiato, imitato, importato, costruito impianti e campi sintetici, ma non pensavano certo di travolgere (e umiliare) i maestri.
Ci sono 21500 professionisti in Islanda e su una popolazione di 330 mila persone non sono neanche male.
Quattro anni fa hanno assunto Lars Lagerback, ex ct della Svezia e della Nigeria, arrivato sulla panchina dell’Islanda in coabitazione con Heimir Hallgrimsson, dentista part time sull’isola di Vestmannaeyjar.
Tutt’ora con il doppio lavoro, diventerà allenatore a tempo piano solo dopo l’Euro quando il suo tutore svedese lascerà l’incarico e forse la prossima volta non annuncerà le convocazioni in un bar. Ma non è detto.
Quindi si parte da un apprendista tecnico che dibatte di tattica davanti al bancone e si passa a un portiere cineasta. Hannes Halldorssonm, 32 anni, ha girato il video che ha accompagnato l’Islanda all’Eurovision del 2012, l’Europa è un concetto che lo ispira e di questi tempi l’Ue dovrebbe assumerlo per girare uno spot. sarebbe convincente.
È in aspettativa dalla Saga film che credeva in realtà di vederlo rientrare dopo tre partite. Dovrà allungargli il permesso.
Il 10 per cento della popolazione islandese è in Francia a seguire le partite e quando non trovano i biglietti telefonano ai calciatori perchè tutti conoscono tutti.
Il difensore Kari Arnason ha detto di aver individuato il 90 per cento delle facce che si è visto davanti quando la squadra è andata a festeggiare sotto la curva, in pratica dentro un villaggio.
Prima di lasciare Nizza, città del trionfo, Aron Gunnarsson, il capitano, ha trascinato tutti nell’angolo blu dello stadio per cantare “Hu”, un inno alla gioia vichingo: lento e deciso, come un liquore forte di cui prima avverti il retrogusto e poi l’effetto. Scalda. Birkir Bjarnasson si fa chiamare Thor, non a casa, dove i suoi capelli lunghi e il profilo da attore di Games of Thrones sono un’abitudine ma in questo Euro delle sorprese.
Ha esordito proprio grazie a Hodgson, l’allenatore che ha contribuito a licenziare. Prima esperienza, a 17 anni, nel Viking Stavander, club norvegese allenato guarda caso da Hodgson nel 2007.
Qui ha segnato, ha provocato un rigore, ha tirato una volèe davanti a Ronaldo che aveva battezzato l’Europeo dell’Islanda con l’acido commento: «Non sanno pensare in grande, festeggiano un pareggio come la vittoria finale». Deve sperare di non ritrovarseli di fronte.
Il padrino del gruppo è Eidur Gudjohnsen, lui sì giocatore vero, ha vinto una Champions nel 2009 con il Barcellona solo che adesso ha 37 anni e può giusto fare il motivatore.
Ruolo che alla fine si è preso Gudmundur Benediktsson. Non gioca, sarebbe il telecronista anche se lo hanno licenziato, meglio rimosso dalla diretta tv, a causa di un’esultanza in falsetto un po’ troppo simile a un lungo orgasmo, già clonato da ogni islandese.
La tv per cui lavora pensava di lasciargli finire la trasferta con l’ultima diretta.
Solo che l’Islanda va avanti e lui ha aggiunto altra estasi senza freni: «L’Inghilterra può andare fuori dall’Europa, può andare dove diavolo le pare, l’Islanda è qui».
E non per caso.
Giulia Zonca
(da “la Stampa”)
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