Agosto 20th, 2015 Riccardo Fucile
NON SIAMO TUTTI UGUALI, MA GLI ULTIMI NON VANNO LASCIATI INDIETRO… IL PROBLEMA NON E’ LA PROVENIENZA DELLE PERSONE, MA LA CHIUSURA MENTALE E L’OTTUSITA’ DI CHI RIFIUTA IL CONFRONTO
“Prima gli Italiani”! Confesso che non la sopporto proprio piu’ questa frase. La trovo falsa, ipocrita ed offensiva, della nostra storia, delle nostre tradizioni, della nostra dimensione culturale e della nostra stessa civilta’, occidentale e “cattolica”.
E l’indolenza arriva oltre, per involgere una sempre piu’ pregnante ritrosia nei confronti degli astrusi assertori “dell’anti-stato sociale” ad ogni costo.
Il mondo liberale ha sempre sostenuto che l’idea dell’omologazione tra gli uomini – topica connotazione del comunismo – sia una contraddizione in termini, perche’ non siamo tutti uguali: non lo saremo mai.
In questa idea, in questo “sacrosanto” principio umanistico, ho sempre creduto e sin da quando ero un ragazzino ed andavo ad aiutare mia madre nel suo lavoro (gia’, perche’ soltanto col lavoro di mio padre, la nostra famiglia “non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare nemmeno al “20 del mese”).
E’ stato “un faro” illuminante ed illuminato quel principio, e lo sara’ sempre.
Cio’ non di meno non ho mai indossato i paraocchi e non ho mai voluto involgere – o comunque cedere – ad una “assolutistica visione”: tutti, se vogliamo, possiamo provare a superare i nostri limiti.
Tutti possiamo darci da fare per diventare ed essere i migliori.
Ma in quella “possibilita’” – che e’ sinonimo di liberta’ (perche’ nella vita si puo’ provare ad essere i migliori ma ci si puo’ anche accontentare) – ho sempre considerato la “variabile”, quella rappresentata da chi cerca semplicemente “la stabilita’” – da un lato – e quella di chi, invece, per cause non imputabili ad una scelta volontaria, proprio non puo’ farcela e necessita d’aiuto, dall’altro (e alludo agli invalidi civili, alle persone che non sono riuscite a trovare un lavoro; a quelle che “c’hanno provato” ma non ci sono riuscite; a chi, un lavoro ce l’aveva, ma l’ha perduto).
Anche nella piu’ sofisticata versione dello Stato Liberale, “gli ultimi” non possono essere lasciati indietro e non potranno mai essere abbandonati a loro stessi: diversamente argomentando si svilurebbe l’idea stessa di Stato, di societa’ e la nostra stessa “identita’” storico-culturale.
Ed il principio vale per tutti, Italiani o stranieri che siano.
Il vero problema, insomma, non e’ quello di ridurlo “in generale” – astrattamente – lo Stato sociale, ma di saperlo (ri)concepire, perche’ “una cosa” e’ sostenere chi, per ragioni oggettive, non puo’ provvedere – “anche a vita” – da solo, a se’ stesso; altra ipotesi ben diversa, invece, e’ quella di sostenere chi si trova, per altre ragioni, nella transuente impossibilita’ di essere economicamente autosufficiente.
Anche a “questi ultimi”, non si possono voltare le spalle. Non li si puo’ abbandonare al “proprio destino”: la solidarieta’ va assolutamente data!
Ma deve diventare cosa ben diversa dal bieco assistenzialismo schiavizzante.
Non e’ “giusto” rinnegare “gli ammortizzatori sociali”, ma non e’ nemmeno corretto lasciare le persone “a casa” facendole vivere in un clima di inedia, di abbandono e di alienazione.
Affermare, e prevedere – normativamente – che, in siffatti casi, il soggetto “sostenuto” dovra’, per l’intera durata del “trattamento solidale”, rendersi disponibile, e fattivamente impegnarsi – ed inserirsi – in attivita’ “socialmente utili” (da svolgere presso Uffici e/o strutture dello Stato, delle Regioni, dei Comuni o degli altri “enti” o stritture dedite a pubblici scopi), creerebbe un giusto equilibrio e riscriverebbe le ragioni e le stesse dinamiche “pro-sociali”.
Lo so che il concetto non e’ un novum. Lo diventerebbe la sua affermazione empirica, pero’, e sia riguardo agli Italiani che rispetto agli stranieri.
Davvero sarebbe cosi’ assurdo coinvolgere gli stranieri ospiti nei centri d’accoglienza in attivita’ “socialmente utili” per l’intera durata del periodo di ospitalita’?
Io credo proprio di no, sinceramente.
La sinistra ci vorrebbe tutti “sostanzialmente schiavi”, imbelli ed alienati, perche’ “il bisogno” reieterato e continuato crea “dipendenza”, e la dipendenza crea le clientele, affaristiche ed elettorali.
Noi siamo di destra, pero’. Una destra che conosce benissimo l’origine, la storia e lo sviluppo della nostra civilita’ e della nostra identita’.
Non abbiamo timore di “tendere la mano” a chi ha bisogno e non abbiamo timore del confronto: chi sa esattamente “chi e'”, da dove viene e dove sta andando, non ha mai paura dell’interazione con altre realta’, culturali e socio-politiche, e non crea paletti o innalza false e strumentali barriere: vive e basta, perche’ un autentico e consapevole uomo del nostro tempo, soltanto una forma di “prevenzione” conosce, ed e’ l’ottusita’! Il vero “problema”, infatti, non e’ dato dalla provenienza delle persone, dal colore della loro pelle, dal loro credo e dalle rispettive “tendenze”.
Il problema reale consiste nella chiusura mentale, per inefficienza congenita o per impossibilita’ “voluta”.
L’ottusita’ e’ quasi impossibile da vincere. Le ragioni della serieta’ e della modernita’, invece, non hanno limiti: basta soltanto volerle per davvero.
Insomma, radical chic e “no global”, rassegnatevi: “siete circondati”, da quel popolo che non ha paura della storia e del confronto, e da quella destra che, anche sotto quelle ceneri a cui l’ha “momentaneamente costretta” una classe politica inadeguata, non si e’ mai spenta e che “arde, arde, arde…”
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile
ONORE A KHALED AL-ASAAD, L’ARCHEOLOGO CUSTODE DECAPITATO DAI TAGLIAGOLE DELL’ISIS
Khaled al-Asaad, il direttore del sito archeologico di Palmira decapitato e appeso a un palo della luce dai jihadisti dello Stato islamico, si è rifiutato di indicare ai suoi aguzzini i luoghi in cui sono stati nascosti importanti reperti romani prima dell’occupazione della città da parte dell’Isis.
Lo ha riferito al quotidiano britannico The Guardian Chris Doyle, direttore del Council for Arab-British Understanding, citando una fonte siriana.
L’82enne Asaad, dopo essersi preso cura per circa cinquant’anni dei tesori archeologici della “Sposa del deserto”, com’è soprannominata la città patrimonio dell’Unesco, avrebbe così compiuto il sacrificio estremo: andare incontro a una morte atroce, pur di salvare i gioielli di Palmira.
Secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si è trattato di un’esecuzione pubblica in piena regola, alla quale assistito decine di persone.
A dare per primo la notizia della decapitazione di Asaad, uno dei massimi esperti siriani di archeologia, era stato ieri sera il direttore delle Antichità e dei musei siriani, Maamoun Abdulkarim.
Abdulkarim ha spiegato che i miliziani dell’Isis avevano arrestato un mese fa Asaad. Da allora erano iniziati interrogatori continui nella speranza di avere informazioni su dove fossero stati nascosti reperti romani del sito prima dell’occupazione dello Stato islamico, avvenuta a maggio.
Khaled al-Asaad era stato direttore del sito archeologico di Palmira per 40 anni, fino al 2003.
Dopo il pensionamento, ha riferito la Sana, aveva continuato a lavorare come esperto per il Dipartimento dei musei e delle antichità . Era stato autore di diversi libri e testi scientifici anche in collaborazione con colleghi stranieri.
Ai tesori di Palmira l’anziano archeologo aveva dedicato mezzo secolo della sua vita: conosceva la storia di ogni colonna, ogni statua, ogni centimetro di questa città che un tempo fu un vitale centro carovaniero.
Un amore immenso finito nel più tragico dei modi, reciso da quegli stessi fanatici pronti a distruggere a martellate i simboli di una cultura.
Il corpo del povero Asaad è stato ritrovato così, decapitato e appeso a un palo della luce e non, come era trapelato inizialmente, a una colonna della sua amata Palmira.
La macabra immagine dell’ennesima vittima dell’Isis è stata diffusa in rete dai jihadisti su Twitter.
Al corpo decapitato è stato appeso un cartello con su scritto il nome della vittima con l’aggiunta “apostata e partigiano del regime sciita” del presidente Bashar al-Assad. Sotto il nome vengono elencati cinque capi d’imputazione che hanno convinto i terroristi a sgozzare la loro vittima: “rappresentante della Siria nelle conferenze della blasfemia”; “direttore delle statue archeologiche di Palmira”; “ha visitato l’Iran partecipando alla festa per la vittoria della rivoluzione di Khomeini”, fondatore della Repubblica islamica iraniana di confessione sciita; infine altre due accuse che riguardano “legami” della vittima con esponenti del regime di Damasco.
“La costante presenza di questi criminali nella città è una vergogna e un cattivo presagio per ogni colonna e per ogni frammento archeologico lì preservato”, ha commentato Abdulkarim, il direttore delle Antichità e dei musei siriani.
Palmira rappresenta uno dei principali siti archeologici nel Medio Oriente.
I jihadisti dell’Isis hanno già distrutto diversi insediamenti storici nel territorio da loro controllato. L’Unesco ha detto che l’eventuale distruzione della città sarebbe “una perdita enorme per l’umanità “.
Purtroppo, Khaled al-Asaad non è l’unico archeologo finito nelle grinfie dell’Isis.
A lanciare l’allarme, in un’intervista alla televisione panaraba Al Jazeera, è Amr al-Azm, ex dirigente del Dipartimento generale dei musei e delle antichità della Siria. Secondo Azm, diversi archeologi sono stati fatti prigionieri dall’Isis in Siria negli ultimi anni, mentre altri sono stati sottoposti a pressioni perchè “ritenuti in possesso di informazioni su antichità nascoste di cui i jihadisti vogliono impadronirsi”.
Azm ha detto di ritenere che anche Asaad, tenuto prigioniero per almeno un mese dallo Stato islamico prima di essere ucciso, fosse stato arrestato perchè ritenuto responsabile dell’evacuazione di molti reperti dal museo di Palmira prima dell’arrivo dei jihadisti, nel maggio scorso, e quindi a conoscenza delle località dove potrebbero essere stati nascosti.
“Personalmente – ha aggiunto Azm – conosco un archeologo che a Raqqa (nel Nord della Siria, ndr) è stato perseguitato dall’Isis per diverso tempo con l’intento di estorcergli informazioni su presunti tesori nascosti”.
Oggi il mondo dell’archeologia e della cultura in generale saluta Khaled al-Asaad, rendendogli onore per il suo coraggio.
“Povero Khaled, dev’essere rimasto nella sua Palmira come il capitano di una nave che affonda”, ha detto all’Ansa Maria Teresa Grassi, ultima archeologa italiana ad aver lavorato nel sito siriano dove fino al 2010 guidava la missione dell’Università di Milano.
“Questa non me l’aspettavo proprio, mi ero convinta che dopo aver contribuito, come so che ha fatto, a mettere in salvo le cose più preziose del museo, fosse fuggito. E invece…”.
Secondo Grassi, la scelta di restare lì può essere capita solo tenendo presente il rapporto strettissimo, anche affettivo, che legava l’anziano direttore e insieme a lui tutta la sua grande famiglia ai resti della celeberrima città antica dal 1980 patrimonio dell’Umanità .
“Ne era stato direttore per decenni, in pratica una vita intera. Si deve a lui la creazione o comunque l’organizzazione del piccolo prezioso museo. E a lui si deve tutto il lavoro di organizzazione e anche di valorizzazione degli scavi”.
Grande conoscitore della lingua antica e brillante epigrafista, Khaled al Asaad, racconta la studiosa, aveva fatto anche un gran lavoro sulle iscrizioni.
Una passione, la sua, nella quale aveva coinvolto l’intero clan familiare e che aveva trasmesso ai due figli maschi, entrambi archeologi, uno dei quali ne aveva poi raccolto il testimone assumendo a sua volta l’incarico di direttore.
Definirlo semplicemente direttore è riduttivo, avverte la studiosa. “Asaad era molto di più, di fatto una figura fondamentale per gli ultimi 50 anni della scuola degli scavi, la memoria storica del sito. Di Palmira conosceva ogni angolo, ogni vicenda, ogni pietra. Aveva visto tutto, collaborato con tutti, una specie di archivio vivente”.
Un personaggio, insomma.
Anche dal punto di vista umano, carismatico e imponente, circondato dalla sua grande famiglia.
“Di lui colpiva l’aria sempre seria e direi un po’ severa – racconta Maria Teresa Grassi – un aspetto che nascondeva però una persona incredibilmente attenta e gentile, capace di gesti di grande sensibilità . Era un signore, un uomo all’antica, come si diceva una volta”.
In questi mesi, racconta Grassi, “siamo stati in grande, grandissima ansia per lui e per tutte le persone che lavoravano nel sito. Difficilissimo avere rapporti, abbiamo sempre avuto paura di mettere in difficoltà persone già in pericolo. Qualche contatto sono riuscita ad averlo solo con una ragazza restauratrice che mi ha scritto dalla Turchia, dove forse si era rifugiata. Evidentemente Asaad non è riuscito a lasciare Palmira che era tutta la sua vita. Ora l’apprensione è alle stelle. Ero in angoscia per il patrimonio d’arte di Palmira, temevo che facessero saltare i monumenti. È successo di peggio”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile
SE I MIGLIORI SONO STRANIERI CHE PROBLEMA C’E’?
“Strapparsi i capelli” o gridare allo scandalo perchè i Direttori dei Musei sono stati recentemente scelti tra capacissimi manager stranieri, è davvero ridicolo oltre che anacronistico e fuorviante.
Oggi come oggi (anzi, soprattutto nella coeva società ) la direzione di strutture complesse postula il possesso di specifiche competenze e capacità , sia di taglio specifico (nella specie, storico-artistiche) che “trasversali” (e, quindi, squisitamente manageriali): ignorarlo sarebbe addirittura “anti-nazionalistico”.
Il principio, infatti, è perfettamente in linea con una visione di destra moderna, audace e scevra dalle assurde tentazioni dei “ripiegamenti su sè stessa”.
Se il “Nazionalismo” è anche “l’esaltazione meritocratica” del “prodotto specificatamente Italico”, allora non bisognerà assolutamente porre l’attenzione “sul modus” o sullo “strumento” ma occorrerà “puntare” dritti sul risultato finale.
Una destra realmente meritocratica e moderna non si fossilizza sulle “sterili dinamiche del nazionalismo ottuso e demagogico” ma involge direttamente alla logica della competività ed alla “regola aurea dei migliori”.
E se “i migliori” sono stranieri, beh, “amen”: vorrà dire che dovremo porci il problema – risolvendolo – di essere “Italianamente competivi”.
Insomma, la “partita va giocata” scendendo “in campo”: il resto sono soltanto chiacchiere…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
A BORDO DEI “MAIALI” BEFFO’ LA ROYAL NAVY: A 103 ANNI SI E’ SPENTO EMILIO BIANCHI
Una notizia che arriva da un altro secolo: è morto il comandante Emilio Bianchi, 103 anni. Era l’ultimo dei “fantastici 6”, gli incursori subacquei della Regia marina italiana che nella notte del 18 dicembre del 1941, nel porto di Alessandria d’Egitto, affondarono due corazzate britanniche e una nave ausiliaria con i loro tre mini-sommergibili, i “maiali”.
Emilio Bianchi allora era un “palombaro capo” ed era il secondo sul “siluro a lenta corsa” (il “maiale”) del comandante della missione, il marchese e tenente di vascello Luigi Durand de la Penne.
I sei incursori della Marina erano stati sbarcati dal sommergibile Scirè poche miglia al largo di Alessandria: entrarono di notte nel porto approfittando del fatto che gli inglesi avevano abbassato le reti di protezione per fare entrare tre cacciatorpediniere.
Da quel momento, dopo 5 ore di immersione e di lavoro subacqueo durissimo, i 6 italiani riuscirono a piazzare le cariche dei loro tre maiali sotto le corazzate Queen Elizabeth e Valiant e sotto la nave cisterna Sagona, affiancata al cacciatorpediniere Jervis.
La missione era iniziata con la partenza del sommergibile Scirè dalla Spezia il 3 dicembre: comandato dal tenente di vascello Junio Valerio Borghese (che dopo l’8 settembre rimase con la sua X Mas a combattere con i nazisti) il battello fece scalo in un porto italiano dell’Egeo per imbarcare gli incursori che arrivarono in aereo il 14.
L’attacco ad Alessandria era previsto il 17 dicembre, ma il mare mosso fece ritardare l’azione.
Fra l’altro, nel suo trasferimento dall’Italia verso la in Grecia, lo Scirè mentre era in emersione fu avvistato da un ricognitore britannico.
Gli italiani salutarono allegramente il pilota inglese, e gli lanciarono con il segnalatore ottico i codici luminosi concordati per quel giorno fra aerei e navi della Royal Navy, simulando di essere un battello britannico. Il servizio segreto italiano era riuscito ad intercettare la lista dei segnali convenzionali concordati dall’Ammiragliato di Londra.
La notte del 18 i tre “maiali” si avvicinarono al porto in scia ai tre caccia inglesi.
Gli incursori dovevano poi dividersi, navigare in immersione fin sotto la chiglia delle navi, piazzare le cariche ad orologeria, abbandonare il maiale ed emergere lontano dal porto per provare a fuggire.
De la Penne e Bianchi furono protagonisti dell’episodio più movimentato: dopo ore di movimento, il respiratore ad ossigeno del palombaro-capo andò in avaria, il sottufficiale – intossicato – fu costretto ad emergere e arrestato dalle sentinelle.
De la Penne dovette continuare il lavoro da solo. Mentre gli inglesi iniziavano a interrogare pesantemente Bianchi per capire quali fossero i piani italiani (quali navi? quante cariche?), de la Penne trascinò il maiale sul fondo del porto, scollegò la testata esplosiva da solo e la piazzò sotto la chiglia della Valiant.
Riemergendo stremato, anche lui fu arrestato
Il comandante della Valiant fece interrogare duramente De La Penne che dichiarò di essere ufficiale italiano ma non rivelò il piano d’azione.
Gli inglesi lo misero in una cella della nave sotto la linea di galleggiamento: sarebbe affondato con la nave se ci fosse stata un’esplosion
Alle 5,30, mezz’ora prima del scoppio, de la Penne chiamò gli inglesi e chiese di poter parlare col comandante: “Signore, le suggerisco di far evacuare la nave, fra poco ci sarà un ‘esplosione”.
Il comandante lo ringraziò, fece evacuare buona parte dell’equipaggio, ma fece riportare De La Penne e Bianchi nella cella sotto la linea di galleggiamento
Alle 6 l’esplosione sfondò la carena della Valiant e la fece adagiare sul fondo del porto: i due italiani si salvarono, e vennero evacuati dagli inglesi che li tennero prigionieri fino al termine della guerra.
Anche altri due incursori vennero catturati dagli inglesi, anche se riuscirono ad affondare una petroliera e danneggiare un incrociatore.
Mentre la terza coppia, quella di Antonio Marceglia e Spartaco Schergat, con il “maiale” era riuscita nella missione perfetta. I due militari affondarono la Queen Elizabeth, si sganciarono per tempo e riuscirono a fuggire dal porto.
Purtroppo vennero catturati il giorno successivo, perchè il Servizio informazioni militari li aveva riforniti di lire egiziane non più in corso: loro provarono a spacciarsi per marinai francesi, ma i commercianti egiziani ai quali si erano rivolti li passarono agli inglesi.
Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha ricordato il palombaro capo Bianchi (promosso poi ufficiale dopo la prigionia e la fine della guerra): “Si è spento oggi l’ultimo degli eroi dell’impresa di Alessandria d’Egitto, dove il coraggio e l’ardimento permisero di ottenere altissimi risultati”, dice la Pinotti.
Con lei il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano.
La Marina Militare nel dopoguerra ha venerato e rispettato gli uomini di Alessandria d’Egitto e quelli che portarono a segno un attacco simile a Gibilterra.
L’ultima unità che è stata dedicata da uno di questi eroi, il caccia “Durand de la Penne”, nell’agosto dell’anno scorso si è fermata nel porto dei docks di Londra per una visita degli allievi dell’Accademia navale.
A bordo del “de La Penne”, accanto alla plancia, gli ufficiali inglesi ospiti del comandante italiano hanno tutti guardato e letto con rispetto le fotografie e le lettere che ricordano ai giovani marinai italiani chi fosse de La Penne e cosa avevano fatto quei “magnifici 6” combattendo contro la Royal Navy nel porto di Alessandria.
Ma d’altronde dopo la fine della guerra era stato un ufficiale britannico, proprio il comandante del Valiant sir Charles Morgan, ad appuntare sulla divisa dei 6 uomini la medaglia d’oro che la Marina della Repubblica italiana assegnò a quegli incursori. Ufficiali e gentiluomini di un altro secolo.
Oggi ci sono stati i funerali a Torre del Lago.
Vincenzo Nigro
(da “La Repubblica”)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
LAVORO E IMPEGNO POSSONO FAR DIVENTARE I SOGNI REALTA’
In Gran Bretagna sono usciti i risultati dei test d’ammissione alle università del paese, e quello che
colpisce di più è il caso di uno studente di 22 anni senza fissa dimora che, ottenendo uno dei punteggi più alti, si è guadagnato un posto alla prestigiosa università di Cambridge.
Jacob Lewis, di Cardiff, come racconta l’Independent, ha sostenuto l’A-level (l’esame che dà accesso all’istruzione universitaria) al Coleg y Cymoedd in Galles dormendo sul divano di amici e trascorrendo anche 12 ore al giorno nella biblioteca del liceo.
Il ragazzo aveva abbandonato il liceo all’età di 17 anni e aveva cominciato a lavorare, ma dopo qualche anno arrivò la decisione di riprendere gli studi, nonostante la difficoltà di dover lavorare contemporaneamente per potersi mantenere.
L’Independent riporta le parole di Jacob:
“È stata una dura battaglia. All’inizio di quest’anno lavoravo 24 ore a settimana per pagarmi gli studi e arrivare a fine mese. Mangiavo a malapena. Ad un certo punto mi trovai senza casa e ho cominciato a passare da un divano all’altro. Una casa stabile con la mia famiglia non era un’opzione percorribile”.
“Non ho per ora nessun piano preciso riguardo al mio futuro professionale una volta uscito da Cambridge, ma ho il sincero obiettivo di provare a rendere il mondo un posto migliore grazie ai vantaggi che questa educazione d’eccellenza mi avrà dato”.
Judith Evans, preside del Coleg y Cymoedd, si è dichiarata molto fiera dei risultati del ragazzo, testimonianza fondamentale del fatto che lavoro e impegno possono far diventare i sogni realtà .
Jacob sarà la prima persona della sua famiglia a frequentare un’università , ma crede anche che il periodo “di prova” in cui ha lavorato prima di decidere di riprendere gli studi gli sia stato molto utile.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL TEDESCHI IMPAZZANO I COMPLIMENTI E PER I TG DIVENTA UNA NOTIZIA PRINCIPALE
“A volte l’accoglienza può essere così semplice” commenta l’anchorman della televisione tedesca ZDF, con la voce che si spezza per l’emozione: l’ha colpito il gesto del 42enne conducente di autobus Sven Latteyer che ha commosso tutta la nazione.
La corsa sulla linea 286/287 ad Erlangen, un paesino della Baviera, non sarebbe dovuta essere diversa da tante altre, ma Sven, accorgendosi di trasportare una quindicina di migranti, ha deciso di dare il suo contributo per accoglierli con affetto
L’uomo ha dunque preso in mano il microfono per annunciare:
“Excuse me Ladies and Gentlemen, from all over the world in this Bus — I want to say something. I want to say welcome. Welcome to Germany, welcome to my country. Have a nice day!’“
“Ho visto intorno a me sguardi increduli, poi tutti sono scoppiati a ridere e hanno applaudito, anche i tedeschi. Uno dei ragazzi africani si è commosso”, ha raccontato Sven in un’intervista al giornale Nordbayern.de.
“Le storie di mio nonno, che in guerra ha perso un braccio, e di mio cognato, fuggito dalla guerra del Kosovo negli anni novanta, mi hanno convinto che chi scappa da un conflitto merita la possibilità di rifugiarsi in Germania”, continua il protagonista di questa bella storia.
Sven dice di aver riflettuto a lungo su come dare il proprio contributo per aiutare i richiedenti asilo, e quando si è reso conto di averne un gruppo a bordo non ha esitato a mettere in pratica questo proposito.
Ovunque il gesto dell’uomo ha riscosso grande approvazione: sui social impazzano i complimenti e i commenti positivi e i telegiornali delle reti più importanti si sono affrettati a riprendere la notizia.
Così, dopo la vicenda della ragazzina palestinese che era scoppiata a piangere per la poca disponibilità della cancelliera Merkel sulla questione dei profughi, la Germania si dimostra nei fatti pronta ad accogliere i migranti che raggiungono il Paese.
(da “Huffigntonpost“)
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Agosto 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA VACANZA DIVENTA UN’OPERAZIONE DI SOCCORSO: “L’EUROPA NON PUO’ PIU’ RESTARE INDIFFERENTE”
Il medaglione della luna, il silenzio del mare e il lento cullare di onde tranquille. Sono le quattro.
A bordo di un 12 metri cabinato la famiglia di Carlotta Dazzi, marito e due biondi marinaretti di 9 e 11 anni, riposa dopo una giornata di vela.
Alla fonda nella rada di Ormos Vathi, a sud di Pserimos (isoletta a uno sputo da Kos, arcipelago del Dodecaneso, Egeo orientale) ci sono una decina di barche di varie nazionalità , gente in vacanza che a quell’ora dorme.
«Sono state le urla dei bambini a svegliarci», racconta Carlotta Dazzi, giornalista ed istruttrice di vela.
«Subito sono schizzata in pozzetto perchè ho capito cosa stava succedendo. Non si vedeva un cavolo, buio pesto. Solo lamenti infantili, che sentivamo a poche decine di metri da noi, vicino agli scogli».
Carlotta è scesa in mare, su un gommoncino a remi: «Ci siamo avvicinati per farli arrivare in spiaggia in modo sicuro, altrimenti avrebbero dovuto arrampicarsi sulla scogliera, sarebbe stato molto pericoloso, soprattutto perchè c’erano tanti bambini». Ad uno, ad uno, tutti o quasi i migranti sono stati accompagnati nella vicina spiaggetta.
«Erano circa 45 siriani, tra cui 11 bambini di cui la maggior parte molto piccoli. Un sei o sette giovani madri, un anziano signore con stampelle e un femore malconcio, sua moglie e tanti ragazzi, molti minorenni sicuramente».
«Appena sbarcati sulla spiaggia di Pserimos – continua Carlotta – abbiamo portato loro acqua, pane, biscotti. Li ho rassicurati e gli ho spiegato dov’erano. Pensavano di essere a Kos e la prima cosa che mi hanno chiesto è stata “dov’è il campo profughi, dov’è la polizia?”».
Il Dodecaneso è la nuova porta del fortino occidentale.
Quest’anno le isole greche sono state investite dai flussi migratori come da un’onda gigante. Tra sabato e lunedì scorso la guardia costiera ha soccorso più di 1400 profughi a Lesbos, Chios, Samos, Agathonisi e a Kos.
Dall’inizio dell’anno gli sbarchi sulle isole greche superano le 124 mila unità , il 750 % in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, dati dell’Unhcr delle Nazioni Unite.
E in estate il ritmo dei nuovi arrivi è aumentato in modo esponenziale. Nel solo mese di luglio ce ne sono stati quasi 50 mila.
I centri di accoglienza sono al collasso, mancano cibo e acqua. Chi può fugge verso Nord, ma la maggiorparte stringe i denti e resta a soffrire in condizioni difficili.
«Non è più possibile restare indifferenti, l’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte», urla Carlotta.
Con il marito condivide la passione per la vela, e appena può scappa per mare trascinando con sè i due bambini cresciuti più a mollo che sulla terraferma.
Ma quando è a Milano, Carlotta fa la volontaria al cosiddetto mezzanino della stazione ferroviaria, dove in un anno e mezzo sono transitati 64mila migranti.
«È stato strano ritrovarli di nuovo anche in vacanza, in mare aperto».
«Nella stessa giornata di sabato – conclude Carlotta – oltre ai siriani che ho aiutato in prima persona, sono sbarcati almeno altri trenta migranti, forse imbarcati su altri gommoni. Alcuni avevano camminato 10 ore sui monti dell’isola prima di riuscire ad orientarsi. Mi hanno raccontato di essere partiti da Bodrum, sulla costa turca, a 23 chilometri di distanza. E per questo breve viaggio hanno pagato alla mafia turca 1300 dollari a testa. Quanto si spende per un’intera vacanza in Grecia».
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
LA TURKISH AIRLINES LE REGALA IL VIAGGIO… LEZIONE DI VITA IN UN MONDO DOVE I SENTIMENTI CONTANO SEMPRE MENO
Elizabeth “Lizzy” Myers e la sua famiglia saranno presto su un aereo diretto a Roma. Sembra una storia normale in tempo di vacanze, ma non si tratta di qualcosa di così scontato: Lizzy sta perdendo la vista a causa di una rara mutazione genetica, la sindrome di Usher del secondo tipo.
La bambina perderà progressivamente vista e udito, e i suoi genitori avranno ancora dai cinque ai sette anni per farle vedere quanto più possibile del mondo.
Il loro progetto è stato preso a cuore dal manager di Turkish Airlines, che farà volare tutta la famiglia in Italia gratis.
La storia di Lizzy era stata pubblicata la settimana scorsa dal Mansfield News Journal, ed ha immediatamente attratto l’attenzione del manager generale di Turkish Airlines. “Si trattava di aiutare una bambina che potrebbe non avere mai la possibilità di vedere il mondo” dice Tuncay Eminoglu.
Il papà della bambina si è trovato inizialmente un po’ a disagio ad accettare aiuto da tutte le persone intenerite dalla storia della piccola, ma quando Turkish Airlines ha offerto alla famiglia dei biglietti per qualsiasi destinazione nel mondo, i genitori non hanno esitato a scegliere Roma.
“La famiglia di mia moglie è italiana, noi siamo cattolici, quindi Roma è stata una scelta ovvia per noi”, dice Steve Myers.
“Pensiamo entrambi che a Lizzy piacerebbe vedere le opere d’arte e le statue, magari vedendo anche la zona a sud di Roma, che è il luogo da cui viene la famiglia di mia moglie.”
Il prossimo punto sulla lista delle cose da vedere nel breve tempo rimasto alla piccola sarà dunque Roma, ma nel frattempo i genitori della bambina stanno continuando a fare quante più cose possibile con lei: di recente hanno visitato un osservatorio astronomico in Ohio e assistito a “Mary Poppins” al teatro della loro città , vicino a Columbus.
Al momento si trovano in South Carolina, dove sperano di mostrare uno splendido tramonto a loro figlia.
“Stiamo solo cercando di offrirle più esperienze possibili da accumulare nella sua mente”, dicono i genitori.
“Sono soprattutto le cose più semplici che cerchiamo di farle vivere, ma speriamo di riuscire a inserire qualcosa di straordinario di tanto in tanto”.
Lizzy non sa nulla della malattia di cui soffre e i suoi genitori non hanno intenzione di dirlo alla piccola, che sta ancora decidendo se da grande vuole fare la principessa o la sirenetta.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL RAGAZZO DI DUBLINO CHE HA SALVATO LA VITA A UN UOMO CHE STAVA PER BUTTARSI DAL PONTE
Cosa farei se vedessi un uomo sul cornicione di un ponte con i piedi pronti al grande balzo?
Jamie Harrington, dublinese di sedici anni, è salito sul ponte, si è seduto accanto all’aspirante suicida e gli ha gettato al collo solamente due parole: «Stai bene?».
Per tutta risposta l’uomo si è messo a piangere.
In tre quarti d’ora di monologo ha concentrato le miserie di una vita.
La sensazione di essere invisibile, inutile, inadeguato.
Jamie gli ha lasciato finire il racconto e poi ha detto: «Stanotte non riuscirei a dormire se ti sapessi in giro da solo per la città . Chiamerò un’ambulanza perchè ti porti in ospedale».
L’uomo alla deriva si è lasciato trarre in salvo: più per non deludere il nuovo amico che per altro.
Si sono scambiati i numeri di telefono. A tre mesi da quella notte lo smartphone di Jamie ha suonato e lui ha subito riconosciuto la voce: «Stai bene? Sono state quelle due parole a salvarmi».
«Com’è possibile che ti siano bastate due parole?», gli ha chiesto Jamie.
«Immagina se per tutta la vita non te le avesse rivolte mai nessuno».
Stai bene. Nel comunicare col prossimo, persino con le persone amate, si preferisce usarne altre più intrusive. «Come è andata?», «Con chi sei stato?».
E quando si chiede a qualcuno come sta è solo per recitare una formula di cortesia che spesso non prevede di prestare attenzione alla risposta.
Eppure, se pronunciate a cuore aperto, quelle due parole pare facciano miracoli. L’uomo che voleva togliersi la vita ne ha appena creata una nuova, con la collaborazione decisiva di sua moglie.
Dice che aspettano un maschio e che lo chiameranno Jamie.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
argomento: radici e valori | Commenta »