Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
LA DISTINZIONE CON LA DESTRA, LA DIFESA DEI BENI COMUNI, IL WELFARE E LA COSTITUZIONE: “LA CARTA DEI NUOVI DIRITTI INDIVISIBILI” SECONDO IL GIURISTA… E’ I LAVORO IL TEMA CENTRALE: IL MERCATO NON PUO’ GOVERNARE LE NOSTRE VITE… ISTRUZIONE E SALUTE BENE PUBBLICO
«Perchè mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà , dignità . Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo».
Il nuovo papa della sinistra «altra» – quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete – ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare.
Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa.
Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.
In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
«È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica»
Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità , che noi traduciamo in solidarietà : e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità ».
Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
«In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo».
Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
«Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso ».
In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
«Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finchè io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?».
No, molto chiaro.
«È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra».
Lei cominciò nelle file radicali.
«No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore del Mondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti».
La «storiella da cane sciolto» ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica
«Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale».
L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
«Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta».
Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
«Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo».
Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
«Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo ».
Perchè il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
«È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento».
Nessun risentimento?
«No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso».
Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
«Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire».
Simonetta Fiori
(da “la Repubblica“)
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Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
L’IMBARAZZO DEL TURISTA ITALIANO ALL’ESTERO: NON HANNO NULLA PIU’ DI NOI MA, A DIFFERENZA NOSTRA, LORO HANNO UNO STATO CREDIBILE
Dopo 64 “grazie” e 39 “mi scusi”.
Dopo che hai sorriso all’albergatore che ti trattava a calci nel sedere, d’un tratto ti chiedi: perchè appena passata la dogana ti sei messo a comportarti come nemmeno a casa Windsor?
No, non hai soldi nel baule. Il fatto è che all’estero ti senti in colpa.
Hai paura di fare la figura del parente zozzone.
Ti accade in Francia, figurati in Germania… roba che daresti la precedenza perfino alle auto in sosta per mostrarti ligio alle regole.
Un brivido ti scende per la schiena al posto di blocco della gendarmeria francese o se il panettiere fa la domanda fatidica: “Da dove venite?”. “Sono italiano”, balbetti. Oddio, ora chiederà di Berlusconi, del bunga bunga, di mafia e corruzione.
Sì, ti senti a disagio perchè sei italiano.
Non hai mai sopportato lo snobismo di chi incensa gli altri Paesi. E denigra l’Italia. Eppure avverti addosso qualcosa, quasi un dolore.
Ti ha preso appena dopo il tunnel del monte Bianco.
Pensavi all’Italia che ti eri lasciato alle spalle e sentivi una stretta al cuore.
Il punto è che se guardi intorno ti sembra di scorgere qualcosa che in Italia non trovi. No, la Francia non è più bella.
“Dai, francesi, provate a battere la Toscana!”, dici dentro di te.
Per reggere il confronto bastano le colline del pavese, i rilievi che dalla pianura veneta salgono verso le Dolomiti. O i silenzi dell’Appennino, tra Rieti e L’Aquila, i crinali pieni di luce del Molise.
Ti vengono in mente borghi semisconosciuti, ma straordinari: Triora, Greccio, Ceri.
E l’antica Roma, il Rinascimento… voi ce l’avete?
A ogni condominio transalpino che incroci, ammettilo, godi un po’.
Ma il disagio resta.
Cos’ha questa Francia (ma varrebbe per Inghilterra, Germania, Norvegia…) che la tua Italia non ha più?
à‰ qualcosa che non vedi, ma percepisci ovunque. All’inizio pensi che siano i dettagli, la pietra chiara delle case da Nizza alla Bretagna, i municipi con la bandiera francese immacolata nei paesini di campagna.
Oppure i platani dei viali, gli stessi dalla Corsica a Parigi.
Non è mancanza di fantasia, piuttosto armonia, indizio di un progetto comune.
Che abisso se la confronti con le casette senza stile, e pretenziose, delle nostre campagne.
Ovunque diverse: ognuno ha un proprio disegno e al diavolo il resto!
Ma è qualcosa che va ben oltre.
Che sia la storia? Queste nazioni sono unite da secoli, ti dici, noi siamo la terra dei comuni. Vero, ma qui parliamo del presente.
Magari del futuro.
Così torni in Italia senza risposta.
Accanto sfilano i castelli della Val d’Aosta, le Langhe.
Eppure c’è come un vuoto nel paesaggio. Finchè, come folgorato, capisci: manca qualcosa che tenga tutto insieme.
Qualcosa in cui riconoscersi per sentirsi tutelati, per fare grandi progetti.
Manca lo Stato.
Manchiamo soprattutto noi.
Ferruccio Sansa
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Luglio 18th, 2013 Riccardo Fucile
NELLA VICENDA DEL SEQUESTRO DI ALMA, NESSUNO HA PENSATO CHE LA FIGLIA DOVEVA ESSERE GARANTITA DALLA CONVENZIONE ONU… L’ITALIA RISCHIA UNA CONDANNA DI FRONTE ALLA CORTE DEI DIRITTI DELL’UOMO, ENNESIMA MISERABILE FIGURA PER IL NOSTRO PAESE
Parafrasando Gadda, quer pasticiaccio brutto di Casal Palocco contiene un ulteriore elemento di estrema gravità che poco è stato sinora evidenziato.
Nell’informativa letta dal ministro degli Interni in senato si parla del «rimpatrio delle due donne kazake», omettendo, all’interno di questa formula burocratica, una verità scomoda: che una delle due «donne kazake» è in realtà una bambina di sei anni e che, dunque, per la Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia sottoscritta dall’Italia nel 1989 non era possibile in nessun caso espellerla.
Tra gli obblighi derivanti al nostro paese da quella Convenzione questo dato emerge in modo chiarissimo.
La Convenzione, infatti, prevede una serie di strumenti e dispositivi per ottemperare alla sua funzione principale che è quella del «maggior interesse del bambino».
Detto altrimenti e con chiarezza, nessun equilibrismo istituzionale o politico può cancellare questo principio di civiltà giuridica, e dunque il diritto di questa bambina non solo a non essere espulsa dall’Italia ma ad essere attivamente protetta e tutelata. Questo è il punto che non si chiude con una semplice informativa.
Possibile che le forze di polizia non ne fossero consapevoli?
Possibile che, pur nella situazione di estrema opacità della vicenda, nessuno si sia posto il problema?
Possibile che una violazione così grave e palese non abbia suscitato un’eco politica di pari livello?
Le responsabilità , a questo punto, sono di tutto il governo e del parlamento.
Violare così palesemente una Convenzione internazionale, e giustificarlo con vaghi «non sapevo», o sottraendosi alle responsabilità che ne derivano, non aiuta in nulla l’Italia ad essere considerata un paese «affidabile».
Le forze parlamentari, di maggioranza e di opposizione, il governo, dovrebbero sapere che non basta avere i conti economici a posto o una tripla A per potersi presentare «con i compiti fatti», a livello internazionale ed europeo; esiste anche una rating di altro tipo che viene dato ad una nazione dalle organizzazione per la difese dei diritti umani e che contribuisce non poco, anche se in modo diverso, alla serietà di un sistema paese.
Non sappiamo adesso cosa succederà alle «due donne kazake», nè possiamo anticipare le mosse dei legali di parte.
Ma una cosa è possibile dirla con certezza: se decidessero di aprire un procedimento legale presso la Corte dei Diritti dell’Uomo contro il nostro paese certamente vincerebbero.
Invitiamo dunque il governo e le forze parlamentari a non mettere la vicenda a tacere, a non derubricarla come l’ennesimo episodio di subalternità politica dell’Italia a potentati che possono agire sul nostro territorio servendosi delle sue forze dell’ordine, ma a seguire con attenzione questa oscura vicenda per mettere in essere tutte le prerogative di un paese democratico e di uno stato di diritto allo scopo di rendere a questa bambina, e a sua madre, la giustizia che le è dovuta.
Raffaele K Salinari
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Luglio 18th, 2013 Riccardo Fucile
C’E’ CHI VORREBBE RIFARE UNA DESTRA PARTENDO DAL TETTO E CHIAMANDO COME CAPOMASTRI CHI L’HA AFFOSSATA, “CIRCUITO ITALIA” VUOLE COLLEGARE LE REALTA’ DI BASE PER COSTRUIRE UN FUTURO COMUNE
La premessa
Gli amici che hanno dato vita all’idea di “Circuito Italia” non soffrono nè di protagonismo, nè di velleitarismo: rappresentano realtà di base, associazioni, circoli culturali, blog, ovvero le piccole entità territoriali che permettono ancora di tenere in vita il mondo della “destra non conforme” e autonoma nel nostro Paese.
Realtà vitali che operano spesso non collegate tra loro, senza conoscersi, senza confrontarsi, con possibilità limitate di farsi apprezzare e creare un filo virtuoso di collaborazione con realtà similari.
Amici delusi che hanno giurato “mai più”, ma che sanno di aver mentito a se stessi e hanno una “maledetta voglia” di rimettersi in gioco, di ritrovare un “motivo per “crederci”, ma non vogliono più essere strumento di nessuno.
Per scelta, i nomi dei promotori dell’idea non compaiono in questa prima fase, proprio per evitare ogni forma di personalizzazione.
L’iniziativa non vuole avere “protagonisti” o colonnelli di triste memoria, ma “soldati semplici”, militanti di quella base che tanto ha dato per spirito di servizio senza nulla mai chiedere.
Questa base per tornare protagonista va “collegata”, al di là delle appartenenze passate e ai percorsi personali.
Proprio per ritrovare il senso di “comunità “, per non sentirsi isolati, per non cadere nei tranelli di occasionali pifferai e illusionisti che vogliono solo riciclarsi.
In questo progetto che sta prendendo forma “conterà ” chi aderirà e “ciascuno varrà davvero uno”, conservando la propria autonomia di pensiero e di gestione.
“Circuito Italia” non vuole essere infatti un nuovo partito, ma uno strumento organizzativo per costruire una rete territoriale, promuovendo un censimento delle realtà disponibili a confrontarsi, una “vetrina” per singoli e gruppi al fine di promuovere, veicolare e coordinare iniziative.
In una prima fase saranno raccolte le adesioni al progetto, poi verrà creato uno strumento partecipativo dove ciascuno avrà uno spazio adeguato di espressione e la possibilità di portare a conoscenza le proprie iniziative territoriali.
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Le basi e le riflessioni comuni del progetto
1) La Destra in Italia non esiste più: può rinascere solo attraverso una collettiva presa di coscienza e una assunzione di responsabilità della base
2) Chi ha avuto la possibilità di gestione e ha fallito non è più credibile: occorre ricostruire ex novo e non ripartire da “ex qualcosa”, avendo come obiettivo la necessità di far emergere una nuova classe dirigente
3) Circuito Italia vuole essere un semplice strumento per coordinare, far conoscere e interagire i nuclei esistenti o in costruzione, promuovendo la nascita di nuove forme di partecipazione e di condivisione dal basso per la definizione di una destra moderna.
4) Circuito Italia da un lato ritiene essenziale l’utilizzo dello strumento web come mezzo di confronto, imformazione e interscambio di esperienze, dall’altro si richiama alla promozione di iniziative concrete, ponendo al centro dell’azione politica i problemi reali dei cittadini, affrontati con una comune linea movimentista e non ingessata da apparati.
5) A Circuito Italia possono aderire sia comunità locali, autonome dai partiti, che singoli: non ha importanza “da dove si viene” quanto la volontà di costruire, con un metodo partecipativo, un futuro comune. Il censimento delle realtà esistenti e la nascita di nuove permetterà di razionalizzare la interazione e la collaborazione su base regionale
Istruzioni per l’uso
“Circuito Italia” è un cantiere in costruzione dove ciascuno di voi può portare il proprio mattoncino. L’adesione è gratuita e può essere sia a titolo personale che di gruppi. In questa prima fase il sito “destra di popolo”, grazie alla sua notevole visibilità mediatica, si è reso disponibile a raccogliere contatti e adesioni al progetto, sia attraverso facebook che tramite la sua mail “destradipopolo@gmail.com”, dividendo poi le adesioni su base territoriale.
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Luglio 15th, 2013 Riccardo Fucile
LA PRIMA INTERVISTA A MADINA, LA FIGLIA MAGGIORE DI ALMA E MUKHTAR
«Alma, mia madre, ora è ad Almaty, a casa dei genitori. Viene monitorata, filmata e pedinata da vicino. È trattenuta in Kazakhstan come ostaggio. In aeroporto, al suo arrivo dall’Italia, le hanno consegnato gli atti di accusa e un provvedimento che prevede l’obbligo di dimora ad Almaty. Rischia anni di prigione ».
Madina Ablyazovova, 25 anni, è la figlia maggiore di Alma Salabayeva e di Mukhtar Ablyazov, la coppia kazaka che è sulle prima pagine dei giornali di tutto il mondo e la cui vicenda sta mettendo a rischio il governo italiano.
Questa è la sua prima intervista.
Madina, può descrivere lo stato d’animo di sua madre?
«Innanzitutto vorrei dire questo: mia madre non è mai stata una fuggitiva. È una persona molto positiva, e però come madre è preoccupata per il benessere della propria famiglia. Quando il regime kazako l’ha presa, e subito dopo essere stata mandata in Kazakhstan contro la sua volontà , le autorità kazake hanno mosso delle accuse penali nei suoi confronti per poter fare di lei un ostaggio. Ha sempre avuto con sè documenti validi, che confermavano il suostatus sia in Inghilterra che in Europa. Inoltre, ha sempre avuto un passaporto kazako emesso regolarmente».
Mi racconta la storia di sua madre?
«È nata il 15 agosto 1966 a Zhezdi, una piccola cittadina del Kazakhstan, che all’epoca faceva ancora parte dell’Unione Sovietica: divenne uno Stato indipendente nel 1991. Mia madre è vissuta a Zhezdi fino a 18 anni. La sua era una tipica famiglia sovietica: mia nonna era un’infermiera e mio nonno dirigeva una copisteria di proprietà dello Stato. Mia madre ha studiato Matematica all’università statale kazaka, dal 1984 al 1990. Dopo avere incontrato mio padre, è divenuta una casalinga a tempo pieno. In famiglia siamo quattro figli. Lei ha dedicato tutta la sua vita a noi».
Quando ha incontrato Mukhtar?
«Mio padre e mia madre si sono conosciuti nel 1987, durante un torneo di scacchi. Giocavano uno contro l’altro e lei perse. Lei ci restò così male che iniziò a piangere. Mio padre fu talmente commosso dalle sue lacrime, che la invitò ad uscire. Un anno dopo, nel 1988, si sposarono».
Com’era la loro vita insieme?
«Durante i primi anni vivevano in una piccola stanza all’interno di una Comune. Erano entrambi studenti. Dopo la laurea, mio padre iniziò a lavorare nel Dipartimento di Fisica dell’Università Statale kazaka. Scriveva anche articoli per il giornale degli scacchi e per altre riviste. Quando sono nata io, vivevamo tutti e tre in una piccola stanza. A nove mesi, mi ammalai di polmonite. Avevamo bisogno di soldi per pagare i dottori e le cure, ma gli accademici non erano ben stipendiati. Perciò mio padre decise di iniziare una sua attività e diventò imprenditore per mantenere la famiglia».
Poi tutto cambiò quando Ablyazov divenne ministro e banchiere?
«Mio padre è un gran lavoratore, una persona molto diligente. Insegue le sue passioni e i suoi sogni finchè si realizzano. A capo della rete elettrica nazionale, ha ricostruito e dato nuova vita alsettore energetico del Kazakhstan. Ha preso in mano un’industria gestita male e l’ha ricostruita completamente, trasformandola in un sistema moderno e funzionale, ponendo solide basi che hanno permesso oggi all’industria kazaka di essere competitiva. In seguito, in qualità di ministro dell’Energia, dell’Industria e del Commercio, ha implementato riforme rivolte al mercato e ha scritto la bozza della “Nuova politica industriale” del Kazakhstan, un programma per il miglioramento e la diversificazione dell’economia del Paese. In veste di banchiere, ha dimostrato ancora una volta la sua abilità nel seguire le proprie passioni, costituendo una delle principali banche private dei mercati emergenti mondiali. Nonostante la sua carriera e gli impegni, è sempre stato un padre e, per i miei bambini, un nonno meraviglioso ».
Perchè ha rotto con Nazarbaev?
«La rottura non è avvenuta da un giorno all’altro. Mio padre criticava il regime intimidatorio, criminale e repressivo costruito da Nazarbayev. Mio padre è un visionario. Ha sempre creduto che la sovranità di una nazione dipenda dalla libertà delle persone che ne fanno parte e dal loro diritto di decidere del proprio futuro. I valori democratici e la libertà di espressione sono sempre stati alla base dei principi e delle ambizioni politiche di mio padre. Poco dopo aver fondato la Scelta democratica del Kazakhstan, il partito politico di opposizione a Nazarbaev, è stato imprigionato e torturato. Sono convinta che ciò non lo abbia mai dissuaso dal credere in un futuro di prosperità per il suo Paese e il suo popolo. Ecco perchè questa battaglia politica continua».
Prima di arrivare a Roma, nel settembre del 2012, cos’è successo a sua madre?
«Dal 2003 è vissuta a Mosca, in Russia, dopo che Amnesty International ed altri aiutarono mio padre ad uscire dal carcere. Nel 2005, la mia famiglia si trasferì di nuovo in Kazakhstan dove restò fino a che s’inasprirono i contrasti con il Presidente Nazarbayev. Nel 2009 la famiglia fu costretta a trasferirsi in Inghilterra, dove mio padre ricevette asilo. Durante i loro 26 anni di matrimonio, mia madre gli è sempre stata al fianco, fatta eccezione per il periodo in cui lui era in prigione. Tuttavia, a causa della costante sorveglianza da parte degli agenti del regime di Nazarbayev, cui la mia famiglia era sottoposta in Inghilterra, per tutelare la sicurezza e la privacy della mia sorellina, mia madre lasciò mio fratello minore a vivere con me, e portò lei in una scuola italiana. Ma le possibilità dei nemici di mio padre non hanno limiti nè confini, come dimostrato ancora una volta dall’espulsione straordinaria e, di fatto, dal rapimento di mia madre e di mia sorella, da parte dell’Italia. Un oppositore politico come mio padre, e come tutti coloro che protestano contro i regimi dittatoriali, non è al sicuro da nessuna parte».
Cinzia Sasso
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO QUATTRO ANNI IL TEST DEL DNA SVELA IL MISTERO DEL CADAVERE TROVATO NELL’ASTIGIANO… LA CULTURA DEL PROFITTO E DEL DISPREZZO DEL PIU’ DEBOLE GENERA MOSTRI
Era stato trovato morto quattro anni fa da due cacciatori di cinghiali in una discarica abusiva tra i boschi dell’Astigiano.
I carabinieri e il medico legale non erano riusciti ad attribuire un’identità a quell’uomo di corporatura esile, morto., si disse, per un trauma cranico.
Il volto era parzialmente irriconoscibile e nelle tasche di pantaloni e giacca non c’erano documenti.
Una vicenda che sembrava destinata ad essere archiviata.
La svolta circa un anno fa, quando il procuratore di Asti Giorgio Vitari e il pm Maria Vittoria Chiavazza hanno deciso di riaprire il quel vecchio caso.
I carabinieri hanno ricontrollato le denunce di scomparsa di tutto il Piemonte, individuando possibili collegamenti con la sparizione di un muratore romeno di 45 anni, Mihai Istoc, uscito di casa a Torino una mattina del giugno 2009 per andare a cercare lavoro nei cantieri.
Ultimo a vederlo il fratello, che aveva poi segnalato la scomparsa alle forze dell’ordine.
Il volto di Mihai, che in Romania aveva lasciato moglie e due figlie, aveva una forte somiglianza con quello ricostruito al computer dalla polizia scientifica sulla base delle analisi sulla salma.
Il test del Dna ha fornito la conferma.
I carabinieri hanno scandagliato tutti i contatti di Istoc, fino a giungere ad un altro manovale romeno.
Interrogato ha raccontato di aver trovato il connazionale morto in un cantiere edile di Venaria dove lavoravano entrambi per conto di un imprenditore della zona.
Mihai, assunto in nero, era precipitato da un’impalcatura senza protezioni mentre stava togliendo l’intonaco alla parete di una villetta da ristrutturare.
L’operaio aveva chiamato l’impresario, che sarebbe giunto rapidamente in cantiere insieme ad un altro artigiano edile.
Al romeno sarebbe stato impartito un ordine perentorio: «Per oggi vai a casa, ci occupiamo noi di tutto».
I due impresari avrebbero caricato il corpo su un’auto, andandolo ad abbandonare nei boschi di Montafia, non lontano da dove aveva vissuto uno dei due artigiani prima di trasferirsi nel Torinese.
Dieci giorni dopo, i cacciatori fecero la scoperta del corpo.
I due imprenditori, che hanno entrambi 50 anni, sono ora indagati per omicidio colposo, occultamento di cadavere e furto dei documenti e del cellulare della vittima. La procura ha chiesto al gip di fissare i tempi dell’incidente probatorio, così da «cristallizzare» le sue dichiarazioni.
Il «pentito» è assistito dall’avvocato Antonio Foti: «È un uomo perbene, incensurato, con due figli piccoli — spiega il legale — Quando i carabinieri gli hanno chiesto di dire la verità , lui non si è sottratto».
(da “La Stampa“)
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
PEGGIO DELLA REPUBBLICA DELLE BANANE DOVE I DITTATORI VOGLIONO L’IMMUNITA’ PERPETUA… SOSPESI I LAVORI ALLA CAMERA E AL SENATO, IL PD CACASOTTO ACCONSENTE… SE IN ITALIA ESISTESSE UNA DESTRA CIVILE E ISTITUZIONALE AVREBBE RINCORSO I DEPUTATI PDL NEL TRANSATLANTICO A CALCI NEL CULO
Sospensione dei lavori per un giorno alla Camera e al Senato. Ecco il primo
bombardamento al governo delle larghe intese dopo che la Corte di Cassazione ha fissato l’udienza del processo Mediaset al 30 luglio.
I lavori di Montecitorio e di Palazzo Madama slittano a domani.
“Dobbiamo discutere di cosa sta accadendo”, ha chiesto il Pdl. “O si sospendono i lavori o cade il governo”, ha minacciato Daniela Santanchè.
Una decisione che ha preso di sorpresa il resto della maggioranza e che ha spinto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini a recarsi subito dal presidente del Consiglio Enrico Letta, per una valutazione della situazione.
Alla fine il punto d’equilibrio.
Al primo no del Pd, la controproposta dei berlusconiani di sospensione dei lavori per un giorno per proseguire le proprie assemblee dei parlamentari che riprenderanno già nel pomeriggio.
Il Pd a quel punto ha fatto dietrofront votando, in Aula alla Camera, il sì alla sospensione dei lavori per 24 ore.
Il Partito democratico è stato chiaro con gli alleati di governo: l’ennesimo voto obtorto collo è l’ultimo segnale di disponibilità .
E’ un modo per dire che i democratici tengono alla stabilità del governo, ma che c’è un limite.
Da qui il no alla sospensione per tre giorni come chiesto in un primo momento dai berlusconiani.
Se il Popolo delle Libertà continuerà a far tremare maggioranza ed esecutivo, potrebbe aprirsi davvero una crisi. Ma resta la cicatrice.
Tanto che, oltre ai lavori parlamentari, è stata annullata anche la riunione di maggioranza che aveva all’ordine del giorno i temi economici, i più cari al partito di Berlusconi.
Tuttavia le idee dentro al Pd — e non è una notizia — non sono chiarissime.
Perchè da una parte il segretario Guglielmo Epifani ha definito “inaccettabile e irresponsabile” la richiesta del Pdl di sospendere i lavori.
Ma dall’altra si è cercato di minimizzare e di scaricare la responsabilità . Il vicecapogruppo di Montecitorio Andrea Martella dice: “Non abbiamo detto sì al blocco dei lavori d’Aula: nessuno provi a rivoltare la frittata. Non saremmo mai stati disponibili a sospendere l’iter dei provvedimenti che stiamo esaminando, molto importanti e attesi da molti cittadini. Abbiamo solo accolto la richiesta del Gruppo del Pdl di concedergli alcune ore di tempo per il loro dibattito interno”.
La franceschiniana Paola De Micheli conferma: “Il Partito democratico non ha votato nessuna sospensione dei lavori dell’Aula ma ha soltanto permesso, nel pieno rispetto della prassi istituzionale, il rinvio della seduta pomeridiana per garantire a un gruppo parlamentare di tenere un’assemblea, come peraltro è stato concesso nei giorni scorsi al Pd”.
La decisione di votare a favore della richiesta Pdl di una sospensione dei lavori sta provocando malumori diffusi e trasversali nel gruppo Pd.
Off the records molti parlano di “faccenda gestita male”.
Ma i renziani hanno un diavolo per capello. Francesco Bonifazi: “Ho accettato di votare per disciplina di gruppo, ma così stanno suicidando il Pd e ledendo le istituzioni”.
E ancora Ivan Scalfarotto: “Ho votato sì e mi chiedo quanto io sia ancora in grado di gestire questa cosiddetta disciplina di gruppo”, scrive su Twitter.
Ma i malumori attraversano anche altre aree del Pd.
Dice un deputato dalemiano: “Non possiamo calarci le braghe, ogni volta che Berlusconi si alza storto. Non possiamo cedere ogni volta davanti ai loro ricatti. E cosa ancora più grave, qui non si tratta di una faccenda politica, ma istituzionale”. Matteo Orfinise la prende con chi si è astenuto durante il voto. “Ho contato almeno una ventina di astenuti. Sono sciacalli che lucrano uno 0,5 per cento in vista del congresso. Perchè non hanno chiesto che si riunisse il gruppo per discutere? Sapevamo tutti cosa stava maturando, non siamo nati ieri. Se non erano d’accordo, potevano chiedere un confronto in assemblea”.
Ma c’è chi non ce la fa più: “Non ho votato la sospensione dei lavori proposta dal Pdl — dice il renziano Davide Faraone — Magari fra un po’ ci chiederanno di andare a manifestare a Palazzo di Giustizia”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE DI FLAVIA PERINA
Diciamo che io sia uno di destra. Mi chiamo Luca. Ho quarant’anni e girando per le strade di Roma ho visto i muri pieni di manifesti per l’anniversario della morte di Giorgio Almirante (22 maggio 1988, ma i poster sono spuntati due giorni fa). Almirante me lo ricordo poco di persona, ma aveva una sua reputazione e mi piaceva: un capo di partito pulito, fuori dalle mafie.
Diciamo che della destra io abbia in testa i convegni del vecchio Fdg con Borsellino, le relazioni di Beppe Niccolai all’antimafia (che pure i comunisti gli stringevano la mano) e magari anche il mito dei treni in orario, che poi significa regole condivise, uno Stato che non imbroglia, cittadini che pagano le tasse in cambio di servizi e serietà .
Diciamo che ricordi le campagne di Pisanò contro le ruberie dei socialisti e quella manifestazione di ragazzi sotto Montecitorio, ai tempi di Tangentopoli, con le magliette “Arrendetevi, siete circondati”.
Diciamo che a me, Luca, all’improvviso interessi fare politica.
Per amore di un Paese che sta franando, per l’orgoglio della bandiera (il tricolore, sì, ricordatevi che sono di destra) ammazzato dalle lobby, dalla speculazione, dal declino di ogni senso civico.
Dove vado a bussare?
Se in Italia uno di sinistra ha problemi (Renzi o Epifani? Letta o Vendola?) uno di destra è semplicemente out.
Fuori. Non può fare politica.
Con Berlusconi di certo non può stare: un partito che si rifonderà scegliendo i suoi dirigenti con un concorso stile X-Factor è antropologicamente agli antipodi di ogni cultura di destra esistente da noi.
Senza parlare del resto.
Dell’evasione fiscale, della concussione di pubblico ufficiale, della prostituzione minorile, reati che nella graduatoria dell’indignazione di destra sono al top, molto sopra alla rapina a mano armata.
Fratelli d’Italia ha Giorgia Meloni, che è giovane e ardimentosa, ma alla fine tifa sempre per Berlusconi premier.
E poi, c’ha pure La Russa, uno che da ministro spedì le Frecce Tricolori a Tripoli per festeggiare Gheddafi e gli avrebbe fatto soffiare fumo verde se il capo della pattuglia acrobatica Tammaro non si fosse ribellato (“O col tricolore, o non decolliamo”)
La destra di Storace?
Quando ne ebbe l’occasione candidò premier la Santanchè, mica Bottai.
La destra di Alemanno? Ha governato Roma e ha promosso gente che neanche al circo. Vinse con gli slogan “di destra” sulla sicurezza e come delegato per la Sicurezza piazzò prima Piccolo (arrestato per associazione a delinquere) poi Ciardi (indagato per finanziamento illecito) e alla fine voleva mandarci il gen. Mori, quello sotto processo per la trattativa Stato-mafia, salvo scoprire che dirigeva già un analogo ufficio in Campidoglio.
Gli altri che vorrebbero resuscitare An? Non uno di loro che risponda alla domanda delle cento pistole: fate parte della schiera berlusconiana del “Siamo tutte puttane” o no?
Povero Luca. Brutto destino a destra.
Trovarsi a invidiare persino il dibattito della sinistra, noioso e ipocrita, ma almeno esiste e non ha il tabù della leadership.
Povero Luca, che ieri ha letto il telegramma di Napolitano per la morte di Anna Mattei, la madre dei ragazzi uccisi nel rogo di Primavalle, e si è ricordato quell’altra destra lì.
Era il 1973, quando furono uccisi i Mattei.
Berlusconi varava il progetto di Milano Due.
Vittorio Mangano veniva assunto ad Arcore da Dell’Utri per “proteggerlo”.
Luca non si capacita del paradosso, dell’asincronia tra le due immagini che pure, dopo quarant’anni, si sono totalmente sovrapposte.
Come dargli torto?
E come dirgli che per uno come lui, nella politica italiana, al momento non c’è spazio?
Flavia Perina
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Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO LA DESTRA INTERPRETAVA LE ISTANZE POPOLARI E NON I PICCOLI EGOISMI
Con Anna, “madre coraggio” , se ne va un pezzo della vita di tanti di noi, giovani missini
“proletari”, che hanno vissuto un periodo della storia d’Italia fatta di amore e di odio, di coraggio e di discriminazione.
Fa sorridere quando oggi un cialtrone parla di giornalisti asserviti al potere pensando che a quei tempi, di fronte al rogo di Primavalle, molta stampa parlò persino di “regolamento di conti” tra fascisti come origine della tragedia.
Erano i tempi in cui Almirante lo potevi ascoltare in Tv solo alle tribune politiche una volta l’anno, ai Tg era vietato parlarne.
Qualcuno allora passava le giornate a cazzeggiare ai giardini di Piazza Martinez, non avendo ancora scoperto la vena “comico-rivoluzionaria”.
Qualcun altro avrebbe finanziato di lì a poco la scissione di Democrazia nazionale con 100 milioni e in seguito avrebbe basato la sua discesa in campo con la necessità di opporsi al pericolo comunista, ma quando questo era reale aveva preferito dedicarsi a fare soldi e ad assumere stallieri.
Entrambi raccolgono ancor oggi consensi dai guardiani destrorsi di una rivoluzione mai fatta.
Quanti pasdaran del giorno dopo, quanti fighetti abbronzati che non hanno mai messo piede in una scalcinata sezione missina verranno poi a darci lezioni di liberismo.
Sono quelli che, caduto il comunismo, sono finalmente usciti di casa dopo aver fatto lucidare l’argenteria dalla servitù, intonando consunti slogan di lotta alla casta politica e sgangherati inni sulle melodie di Castrocaro.
Virgilio e Stefano sono stati l’emblema di una destra popolare, sociale , di servizio alla comunità , orgogliosi di una scelta di vita che li ha portati alla morte.
Il loro sacrificio allora ci rese ancora più forti: imparammo ad odiare, unico antidoto per sopravvivere.
Forse proprio per questo abbiamo nel tempo compreso prima di altri il valore della tolleranza, del rispetto e del confronto, perchè una comunità nazionale non può vivere sull’odio, ma nel perseguire il bene comune .
Perchè altre generazioni non passassero quello che abbiamo vissuto noi.
Abbiamo imparato che nella vita bisogna saper interpretare i momenti e diffidare da chi recita fuori tempo vecchi consunti copioni.
La lotta anticasta non deve venire a insegnarcela nessuno, così come non abbiamo bisogno di venditori di confezioni di anticomunismo scadute.
Oggi Anna potrà ricongiungersi a Virgilio e Stefano e stringerli a sè.
Abbracciali forte anche per noi.
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